Le democrazie azzoppate dalle crisi delle opposizioni

RALF DAHRENDORF


LE ELEZIONI di medio termine in America forniscono il più recente esempio di un fenomeno in via d´espansione: quello dei governi democratici esonerati da ogni effettivo confronto con l´opposizione. Più precisamente, questo fenomeno riguarda un numero crescente di leader democraticamente eletti, ai quali non si contrappongono avversari in grado di aggregare lo scontento per formare un´opposizione dotata di prospettive politiche.
Questo fenomeno non è affatto limitato all´area che un tempo veniva definita di destra. In Gran Bretagna, il partito conservatore all´opposizione è in una fase che si potrebbe quasi definire di autodistruzione. Per la terza volta in 7 anni, i tories stanno facendo scempio del proprio leader, senza che all´orizzonte s´intraveda una personalità alternativa valida.
In Germania, la risicata vittoria di Gerhard Schroeder appare oggi più sicura grazie al laborioso processo di autocoscienza in atto in seno all´opposizione democristiana, e al collasso morale dell´Fdp, il partito che avrebbe dovuto fare da spalla alla Cdu. La Francia e l´Italia presentano un paesaggio politico anche più sbilanciato: il presidente Jacques Chirac e il primo ministro Silvio Berlusconi non hanno rivali di cui preoccuparsi.
Per di più, questa situazione non riguarda solo l´Europa. In India, il processo autodistruttivo del Partito del Congresso ha posto il governo in carica al riparo da ogni minaccia esterna ai propri ranghi. E in Russia, il presidente Putin campeggia nella Duma eletta dal popolo come un Gulliver tra i lillipuziani. 
Le democrazie azzoppate dalle crisi delle opposizioni
Il risultato è preoccupante: si diffonde l´autoritarismo dei governanti
Gli elettori vogliono un leader che sia anche una celebrità come Blair o Berlusconi


Perché, e in che modo si è arrivati a questo? E in particolare, come si spiega una tale situazione, Considerando che almeno nella maggior parte dei casi questi capi di governo senza rivali non sono affatto giganti politici, o personalità inattaccabili a causa del loro carisma?
Una delle ragioni va ricercata nella personalizzazione della politica, che sta prendendo piede in ogni parte del mondo.
Quello che gli elettori vogliono, indipendentemente dall´eventuale carisma, è una polena: una figura di rappresentanza, preferibilmente con un valore aggiunto di celebrità. Che questa "celebrità" sia dovuta alla personalità, come per Blair o Berlusconi, o piuttosto alle circostanze, come nei casi di Bush, Schroeder o Putin, si tratta comunque di uno degli elementi della nuova politica di attrazione mediatica.
Ma a tutto questo è sotteso un cambiamento profondo dei sistemi democratici. La fine delle ideologie è stata tante volte invocata che ormai si esita a usare quest´espressione. Ma sta di fatto che in tutti i casi in cui i governi non hanno un´opposizione effettiva da fronteggiare, non è facile formulare un´alternativa politica elettoralmente valida per sfidare i leader al potere.
A questo riguardo, quello di Putin è forse il caso più estremo; ma anche Blair e Berlusconi non sono troppo lontani dal possedere un grado analogo di "immunità politica". Potrebbero formare coalizioni con chiunque, e non da ultimo tra loro, indipendentemente dalle rispettive affiliazioni politiche tradizionali. Ed è assai difficile sbalzarli di sella con proposte di alternative politiche, in qualsiasi campo.
Ma non è detto che questa situazione sia destinata a durare. Almeno per due aspetti, stanno incominciando ad emergere opzioni politiche alternative, che un giorno potrebbero assumere un ruolo dominante nel dibattito pubblico. Sul piano interno, appare evidente la divaricazione tra chi sostiene un "modello europeo" di capitalismo etico e sociale, e i fautori del neoliberismo, o "consenso di Washington", che gli europei associano al modello economico americano. Sul piano internazionale, il conflitto tra unilateralisti e multilateralisti non riguarda solo gli Usa; e nelle circostanze attuali, alcuni lo interpretano come lo scontro tra chi vuole perseguire la pace attraverso il negoziato, e chi propugna l´intervento attivo – anzi preventivo.
Alcuni grandi temi vengono passati sotto silenzio. L´ordine e la legalità, che figurano sull´agenda della maggior parte dei governi, per una parte degli elettori non sono questioni realmente preminenti. L´immigrazione è vista da molti come una grave minaccia, per cui i demagoghi hanno facile presa sul risentimento dei ceti popolari per conquistarsi il loro appoggio. Nella Ue, e soprattutto tra i suoi membri di più antica data, l´integrazione europea è data per scontata dalla maggior parte dei partiti politici; ma i dubbi permangono in una parte consistente del loro elettorato, e sono anche più forti nei paesi candidati.
Perciò, nonostante l´attuale bonaccia politica, sotto la superficie potrebbe aprirsi un crescente divario tra i leader apparentemente incontrastati e i mutevoli umori popolari. L´inquietudine si esprime in vari modi – ad esempio nell´apatia degli elettori. La maggior parte dei leader sopra citati sono spalleggiati da gruppi di fedelissimi, che rappresentano però solo una piccola minoranza del loro elettorato, per cui la loro stessa legittimità può essere messa in dubbio.
Un altro di questi aspetti è l´"opposizione dei media", al centro dell´attenzione in vari paesi, tanto che recentemente alcuni governi (e in particolare quello di Putin) hanno tentato di reprimere la libertà d´espressione. Sintomatico è il fenomeno dei partiti protestatari che appaiono e scompaiono, come in Olanda i gruppi raccoltisi intorno a Pim Fortuyn, poi assassinato. Ciò che rivelano è il fallimento delle istituzioni democratiche nella loro forma attuale, dimostrato anche dal ruolo crescente della "piazza" e dalle manifestazioni di insofferenza dell´opinione pubblica, focalizzate su temi particolari, ma in realtà rivolte contro chi governa incontrastato.
Il risultato è preoccupante: l´autoritarismo strisciante dei governanti da un lato, la crescente insofferenza dei governati dall´altro. Come nella maggior parte dei casi, anche contro questa sindrome non esiste una panacea. Ma una cosa è evidente: la pressante, assoluta necessità di un´opposizione istituzionale efficace, che di norma dovrebbe esplicarsi a livello parlamentare. Questi governi privi di opposizione sono infatti una minaccia per la stessa democrazia. Per la difesa delle nostre libertà, la democrazia interna ci è necessaria almeno quanto la disponibilità ad attaccare qualunque "forza del male" alligni in altre parti del mondo.

Copyright: Project Syndicate and Institute for Human Sciences, 2002
Traduzione di Elisabetta Horvat


DENUNCE Uno studio rivela l’involuzione del nostro sistema democratico. E le nuove ragioni del disinteresse crescente
Anno 2002, la grande fuga dalla politica
Lontane, burocratiche, ostili: gli italiani credono sempre meno nelle istituzioni



Anticipiamo un brano dal saggio «Il regno inerme. Società e crisi delle istituzioni» di Giuseppe De Rita, in libreria da martedì prossimo (editore Einaudi, pagine 89, 10) .

 
Non le abbiamo mai molto amate, noi italiani, le nostre istituzioni. Ma si converrà che assistere impotenti al loro suicidio è situazione sgradevole e inquietante. 
Non le abbiamo molto amate perché le abbiamo sentite lontane, autoreferenziali, burocratiche, poco attente alla realtà, senza ruolo, quindi estranee. Nel bene come nel male, nella nostra buona fortuna e nelle nostre sciagure. 
Non le abbiamo molto amate perché non le abbiamo neppure capite: le abbiamo considerate cioè come componenti di un’architettura del potere disegnata da pochi per molti, in base a scelte e valutazioni di alto livello (i dibattiti costituzionali sono riservati a pochi padri nobili), ma che non avevano chiare connessioni con i problemi e i comportamenti quotidiani di tutti noi. 
Infine non le abbiamo molto amate perché le abbiamo sempre viste come «cose della politica», occupate e dominate cioè da soggetti e dinamiche che pur quando pensiamo di conoscere e capire (oggi addirittura nei dettagli offerti dal gossip giornalistico o dai talk show televisivi) restano comunque un campo magnetico in cui paradossalmente si scaricano attrazione curiosa, sospettosa repulsione, antico scetticismo, tutto tranne la convinzione che in quei soggetti e in quella dinamica si realizzino gli interessi della collettività. 
Si potrebbe continuare per pagine ad approfondire i vari aspetti del disamore italiano per le istituzioni, argomento che ha dato luogo a migliaia di riflessioni culturali. Ma non servirebbe, il disamore istituzionale è forse il fenomeno che in assoluto gli italiani più avvertono e ammettono, in totale libertà psichica, senza sentirsi in materia colpevoli di alcunché. E forse non è azzardato dire che dell’istinto suicida che sta percorrendo le istituzioni, l’italiano medio sostanzialmente si disinteressa, forse in cuor suo pensando che una progressiva «de-istituzionalizzazione» non gli porterebbe danno ma più libertà di movimento, e più facile perseguimento dei propri interessi e obiettivi. 
Del resto egli vive quotidianamente in una cultura collettiva che gli racconta con ampiezza di particolari che la de-istituzionalizzazione è un processo tranquillamente in corso, quasi fisiologico: la gestione della moneta si trasferisce in Europa, il diritto alla difesa militare si trasferisce alla Nato, il potere di amministrazione pubblica si trasferisce alle autonomie locali, la privatizzazione e la liberalizzazione del sistema economico riduce il ruolo dell’azione pubblica. 
Di fronte a questa dispersione e dislocazione dei poteri, non può essere sorprendente la sensazione che l’idea stessa di Stato nazionale si sgretoli e con esso il tradizionale modo di intendere tutti i comparti dell’apparato istituzionale. Questo finisce per vivere in un mondo che non ne vede più quella forte funzione di traino economico, sociale e civile sulla quale lo Stato nazionale era stato creato e via via calibrato. E gli stessi fallimenti in sequenza dei tentativi di riforma costituzionale sono verosimilmente da attribuire a questa caduta di ruolo complessivo, con una conseguente tendenza delle istituzioni ad appiattirsi sulla propria progressiva insignificanza, quasi in un inconscio suicidio. 
Qualcuno si troverà a reagire polemicamente all’insistito termine di suicidio delle istituzioni. Si negherà che la regressione sia reale; si daranno colpe sostanziali alla politica e ai suoi errori di questi ultimi anni; si rilancerà volontaristicamente quel clericalismo legalitario che spesso nasconde il disprezzo per la realtà; magari addirittura si sospetterà che con un indebito catastrofismo istituzionale si vogliano contrastare le magnifiche intenzioni di riforma perseguite dai possessori pro tempore del potere. 
A chi avanza queste riserve si può solo rispondere con una breve presentazione di ciò che è avvenuto e sta avvenendo nel panorama istituzionale italiano. 
È anzitutto in corso uno svuotamento delle sedi classiche di partecipazione istituzionale ai vari livelli: in pratica non esiste più la vita dei consigli comunali, provinciali e regionali, ridotti a mere comparse dell’attività e dell’attivismo personale del sindaco, del presidente della provincia, del presidente-governatore delle regioni; e anche il parlamento nazionale sacrifica la propria dialettica interna alla spietata «blindatura» dei provvedimenti di un governo teso a dimostrare la sua incisività programmatica e decisionale. Questo restringimento del respiro interno delle istituzioni «rappresentative» porta effetti pericolosi nei processi, necessari e da tutti voluti, di redistribuzione dei poteri pubblici verso la periferia del sistema. Le spinte al decentramento amministrativo e le riforme, stabilite o in corso, del Titolo V della Costituzione, sembrano tutte impoverirsi in una sorta di «sindacalismo istituzionale», dove ogni governatore, presidente, o sindaco contratta con gli altri omologhi o con i vertici nazionali la possibile ripartizione delle competenze, senza alcuna attenzione alla vitalità interna delle istituzioni che dovrebbero poi gestirle. La concentrazione sulla devolution e il disinteresse verso il ben più importante e strutturale processo della cosiddetta «devolution della devolution» (per arrivare a una reale architettura distribuita delle responsabilità pubbliche) sono il segnale di un pericoloso scivolamento nello slabbramento del tessuto istituzionale ai vari livelli. 

Corriere della Sera
6 ottobre 2002


Cento anni fa nasceva Karl Popper

di Vittorio Valenza

La maggior parte di noi conosce Karl Raimund Popper come filosofo della politica. Per lo più, infatti, abbiamo letto o abbiamo sentito parlare di quello che è considerato il più rilevante dei suoi lavori di filosofia politica: La società aperta e i suoi nemici, edito, a Londra, nel 1945 e comparso in Italia solo nel '73. Ma Karl Popper è stato, soprattutto, un filosofo della scienza, un epistemologo. Il termine "epistemologia" deriva dalle parole greche episteme (scienza) e logos (discorso). Indica, pertanto, quella parte della teoria della conoscenza, della gnoseologia, che si occupa dei fondamenti e dei limiti, in una parola, della validità del sapere scientifico. Per molti autorevoli pensatori, come per esempio Richard Rorty, l'epistemologia sarebbe il programma prevalente nella filosofia occidentale da Renato Cartesio in poi. Né potrebbe essere diversamente. La peculiarità che contraddistingue la nostra civiltà è, infatti, la scienza, cioè quel sapere, come scrive Popper, in grado di "dominare un massimo di avvenimenti, di processi naturali, ossia di pronosticarli nel modo più esatto possibile". E la scienza "esige che ad ogni conoscenza, anche a quelle scoperte per via intuitiva, sia data una giustificazione oggettiva: e una giustificazione oggettiva è una giustificazione metodologica che può essere sottoposta a controlli intersoggettivi". Pertanto, non è sbagliato dire che la "logica della scoperta scientifica" assume, per noi, quel ruolo di "filosofia prima" che fino alle soglie della Modernità, o in altre civiltà, è ricoperto dalla metafisica. Karl Popper ha saputo dare un contributo originale e un impulso decisivo a questa disciplina. Con ciò, ha anche tenuto alta la tradizione del pensiero razionalista che è il fondamento di tutte le nostre migliori conquiste.

Il falsificazionismo. Il "razionalismo critico" di Popper si inserisce nel clima culturale del primo Novecento segnato dal declino, conseguente alle scoperte della fisica (per esempio la teoria della relatività), del positivismo ottocentesco. Benché non ne avesse mai fatto parte, Popper si formò a stretto contatto con il mitico Circolo di Vienna, il movimento culturale nato per iniziativa di Moritz Schlick, il successore di Ernst Mach nella cattedra viennese di filosofia delle scienza. Il Circolo, che riunì, a partire dal 1923, pensatori come Ludwig Wittgenstein, Rudolf Carnap, Otto Neurath e Hans Hahn, ha avuto il merito di far nascere la filosofia della scienza come disciplina distinta dalla tradizionale gnoseologia, oltre che di apportare grandi contributi alla filosofia analitica di stampo anglosassone. Nel 1934, con la Logica della scoperta scientifica, Popper prese le distanze dal Circolo di Vienna, partendo dalla critica del procedimento induttivo: la pretesa di formulare leggi generali partendo da un numero finito di casi particolari. Karl Popper riprende l'allegoria dei corvi neri resa celebre da David Hume: "Per quanto numerosi siano i casi di cigni bianchi che possiamo avere osservato, ciò non giustifica la conclusione che tutti i cigni sono bianchi". Vi è sempre la possibilità, infatti, che, prima o poi, compaia un cigno nero. Ciò vuol dire che una teoria non può mai essere "verificata", cioè fatta vera (verum facere), dall'osservazione o dall'esperimento. Può, tutt'al più, essere "falsificata". Se l' esperienza contraddice la teoria, quest'ultima va abbandonata. Il lavoro del ricercatore, tuttavia, non è stato inutile: dalla falsificazione si sono comunque ottenute nuove informazioni. Se, al contrario, esiste accordo tra la teoria e l'esperimento, allora la teoria viene assunta come vera, ma solo provvisoriamente, perché la falsificazione è sempre in agguato. Per esempio, la fisica di Isaac Newton è stata falsificata dalla "relatività" di Albert Einstein. E, proprio in questi giorni, alcuni scienziati stanno lavorando sull'ipotesi che la velocità della luce non sia una costante. La qual cosa "falsificherebbe", a sua volta, la teoria di Einsten. Quindi, gli esperimenti non sono tentativi di verifica, bensì di confutazione. La ricerca procede, pertanto, per tentativi ed errori: "congetture e confutazioni". Questo modo di pensare permette anche "di distinguere le proposizioni delle scienze empiriche dalle asserzioni metafisiche". Secondo questo nuovo criterio di "demarcazione", le affermazioni della scienza si distinguerebbero da quelle metafisiche proprio in quanto suscettibili di essere "falsificate". Infatti, le asserzioni della metafisica non sono falsificabili, perché non possono essere sottoposte ad esperimento: non possono essere controllate. In conclusione, la controllabilità, ovvero la falsificabilità di una teoria è la condizione della sua scientificità.

Epistemologia e politica. Da quando Aristotele presentò la sua Politica come seconda parte di un trattato la cui prima parte era l'Etica, si è spesso ritenuto ovvio far derivare la politica dalla morale. Per un altro grande austriaco, Hans Kelsen (1881-1973), il teorico della dottrina pura del diritto, questo approccio sarebbe, però, sbagliato. Esisterebbe, infatti, "una certa affinità, generalmente meno riconosciuta, tra la teoria della politica e altre parti della filosofia, come l'epistemologia". Il processo del potere non sarebbe "molto diverso da quello della conoscenza, attraverso il quale il soggetto cerca di dominare il suo oggetto portando un certo ordine nel caos delle percezioni sensoriali". Se mai ce ne fosse bisogno, il caso di Karl Popper corrobora la tesi di Hans Kelsen. Il pensiero esposto nella Società aperta e i suoi nemici è intimamente connesso all'epistemologia della Logica della scoperta scientifica (edita nel 1935 e comparsa in Italia solo nel 1970): " La ragione, come la scienza, cresce per via di mutue critiche, il solo modo possibile di pianificare la sua crescita consiste nello sviluppo di quelle istituzioni che salvaguardano la libertà di queste critiche, cioè la libertà di pensiero." In sostanza, se il metodo della scienza è il metodo dei tentativi e degli errori, l'obiettività scientifica si basa sulla libertà di critica. Data la premessa, identiche sono le conclusioni. Per esempio, Hans Kelsen porta a supporto della sua tesi l'incontestabile fatto che gli esponenti delle filosofie che lui chiama "relativistiche", e cioè che rifiutano "l'idea di un assoluto trascendente", "furono politicamente favorevoli alla democrazia, mentre i seguaci dell'assolutismo filosofico, i grandi metafisici, furono favorevoli all'assolutismo politico e contro la democrazia". Tra i primi, Kelsen annovera i sofisti come Protagora ed Euripide, gli atomisti come Democrito e Leucippo e gli empiristi come John Locke e David Hume. Tra i secondi, Platone, Tommaso D'Aquino, Gottfried Leibniz e naturalmente Georg Hegel.

Società chiusa e società aperta. Quando si presume che la verità sia una, data, immutabile e che possa essere conosciuta a priori dell'esperienza umana, la quale, proprio perché attività degli uomini, è plurale e fallibile, allora si apre la via all'assolutismo. Termine che deriva dal latino absolvere, cioè "slegare": il potere svincolato da qualsivoglia controllo. L'idea dominante risulta, in questo caso, quella di coloro che più si avvicinano o più compiutamente conoscono o più fedelmente interpretano la verità unica e data, siano essi una casta di preti, di nobili, di guerrieri o un gruppo privilegiato qualsiasi. Il potere è trasmesso dall'alto al basso, secondo quella concezione discendente della sovranità che ha dominato la cultura politica dell'intero Medioevo fino alle soglie dell'età moderna. L'antagonismo che si riscontra nella teoria della conoscenza tra concezioni metafisiche e teorie scientifiche si riflette nella teoria dei valori e, in politica, è analogo a quello tra o l'assolutismo e il liberalismo. Quindi, "alla concezione del mondo metafisico-assolutista si ricollega un'attitudine autocratica, mentre alla concezione critico relativistica del mondo si ricollega un'attitudine democratica". La negazione dell'esistenza di una verità assoluta dà luogo, infatti, all'"opinione che alla conoscenza umana siano accessibili soltanto verità relative, valori relativi e che, per conseguenza, ogni verità e ogni valore (così come l'individuo che li trova) debbano essere pronti, a ogni istante, a ritirarsi per fare posto ad altri valori e ad altre verità". Sono parole di Hans Kelsen, ma sembrano di Karl Popper. "L'idea di un assoluto trascendente" viene identificata da Karl Popper con il determinismo degli storicisti. Lo spirito del determinismo è sintetizzato molto bene dalle parole del determinista per eccellenza, il matematico francese Pierre-Simon Laplace: "Datemi le condizioni dell'universo in un dato istante, insieme con sufficiente potenza di calcolo, e io vi dirò in che condizioni esso si troverà in un qualsiasi istante futuro". Una simile pretesa nega la libertà. Per Karl Popper, invece, il "futuro è aperto" alle diverse possibilità che tutti noi, con le idee, i giudizi, le speranze, le valutazioni e l'azione possiamo costruire. Per questo, Popper contrappone, all'idea di pianificazione implicita nel determinismo, l'ipotesi di una "ingegneria sociale a spizzico", che lavora su progetti limitati e controllabili nelle loro conseguenze. 

Popper e il socialismo. Karl Popper non era socialista. O, almeno, non si riteneva tale. In gioventù, nel primo Dopoguerra, nella Vienna del cosiddetto "Biennio rosso", fu attratto dall'ideale socialista, che, in quell'epoca in Austria, era strettamente identificato con il marxismo. E, del marxismo, o almeno di quello che all'epoca veniva inteso come il marxismo "ortodosso", Karl Popper contestò, ben presto, lo "storicismo" e il "determinismo". Il giudizio di Karl Popper trovò, purtroppo, conferma nelle realizzazioni del comunismo. Scartato il marxismo, Popper non abbandona, però, alcune idee proprie del socialismo. Anzi, le considera parte della "società aperta". "In una società aperta, molti membri si sforzano di elevarsi socialmente e di prendere il posto di altri membri. Ciò può condurre, per esempio, a un fenomeno sociale importante come la lotta di classe". Fenomeno che non si dà, invece, nella "società chiusa". Infatti, "una società chiusa può essere giustamente paragonata a un organismo". E "noi non possiamo trovare niente di simile alla lotta di classe in un organismo. Le cellule o i tessuti di un organismo che si dice talvolta corrispondono ai membri di uno stato, possono anche competere tra loro per la nutrizione; ma non c'è alcuna tendenza inerente per esempio nelle gambe a diventare cervello o in altre membra del corpo a diventare il ventre". A noi piace, pertanto, pensare a un Popper tanto liberaldemocratico da essere quasi socialista. La sua critica del marxismo "ortodosso" non è, forse, la medesima di Carlo Rosselli? Ci piace, soprattutto, pensare a quanto somigli la popperiana "ingegneria sociale a spizzico" alla pratica del socialismo riformista: "Noi dobbiamo costruire istituzioni sociali, imposte dalla forza dello Stato, per la protezione degli economicamente deboli nei confronti degli economicamente forti. Lo Stato deve vigilare a che nessuno sia costretto dalla paura della fame o della rovina economica ad assoggettarsi a una transazione iniqua." "Al potere economico non si deve permettere di dominare il potere politico; se necessario, esso deve essere combattuto dal potere politico e ricondotto sotto il suo controllo", perché "l'illimitata libertà economica può essere autodistruttiva allo stesso modo della illimitata libertà fisica": "una minoranza che è economicamente forte può in questo modo sfruttare la maggioranza di coloro che sono economicamente deboli".

28 novembre 2002


IL MENSILE «RESET» DEDICA AL FILOSOFO UN NUMERO MONOGRAFICO

Bobbio, le lezioni americane

Le sue tesi sulla teoria democratica sono oggi al centro di dibattiti nelle università statunitensi, in un confronto tra classico pessimismo e l´ottimismo che tradizionalmente ispira gli studiosi d´oltreoceano 

NORBERTO Bobbio è uno dei pochissimi filosofi politici italiani del nostro tempo che ha saputo conquistare un grande prestigio internazionale e incidere con i suoi scritti sulla riflessione di studiosi appartenenti ai più diversi contesti culturali: lo dimostra concretamente il nuovo numero di Reset interamente dedicato a Bobbio, che esce venerdì, in cui si segnalano in particolare i contributi di Perry Anderson, Jean Cohen e Andrew Arato, Anne Phillips e Jürgen Habermas. Naturalmente l´opera di Bobbio è consultabile in tutte le maggiori biblioteche americane, inglesi, tedesche, francesi e spagnole, per limitare la ricerca alle principali aree culturali occidentali e constatare il numero davvero notevole delle opere tradotte nelle diverse lingue. La cosa è di per sé straordinaria, per l'ovvia ragione che nella filosofia politica l'Italia non è più, da secoli, centro di elaborazione e irradiazione di idee e teorie ma periferia. Una provincia periferica che traduce, assorbe, rielabora, con maggiore o minore maestria, ma pur sempre una provincia minore rispetto all'area culturale dominante, che è quella anglosassone, e rispetto alla Germania e alla Francia. Bobbio ha invece attirato sui suoi studi anche l'attenzione degli studiosi americani, i più restii a guardare fuori della loro tradizione intellettuale, soprattutto quando si parla di democrazia, la pratica e la dottrina di cui si considerano maestri. Andrew Arato e Jean Cohen, per citare due studiosi presenti nel fascicolo di Reset, dedicano a Bobbio una lunga discussione nella loro monumentale opera Civil Society and Political Theory (1992). Essi accettano sia la tesi che la realtà dei regimi democratici, anche quelli più maturi, smentisce in modo eloquente l'ideale dell'uguale partecipazione degli individui al processo decisionale sia la tesi che la democrazia rappresentativa può essere in linea di principio estesa alle aree della società civile fino ad oggi rimaste impermeabili al metodo democratico di formazione delle decisioni collettive. Rimproverano tuttavia a Bobbio il pessimismo in merito alla possibilità di render più democratici i due grandi blocchi di potere discendente e gerarchico, che sono la grande impresa e l'amministrazione pubblica, e dunque la convinzione che una democrazia integrale sia ancora lontana e incerta. Invocano una teoria che dimostri come e quando la democrazia possa passare da una sfera (quella politica) all'altra (quella della società civile). Non mi pare che siano riusciti ad elaborarla: la democrazia pare ritirarsi anche dalle aree dello Stato e della società civile che aveva faticosamente guadagnato. Sulla teoria democratica di Bobbio insiste anche un altro studioso americano, Mark Warren nell'ultimo fascicolo della rivista Political Theory che è il punto di riferimento obbligato dei filosofi politici negli Usa. Anch'egli accetta la nota tesi di Bobbio che la democrazia non ha saputo mantenere sei importanti promesse: la sovranità dei cittadini; rappresentanti che perseguono l'interesse della nazione e non di gruppi particolari; la sconfitta del potere oligarchico; il controllo di tutti gli spazi in cui si esercita un potere che prende decisioni vincolanti per un intero gruppo sociale; l'eliminazione dei poteri invisibili; l'educazione alla cittadinanza. 
Gli rimprovera tuttavia di non vedere che la malattia dell'apatia politica, che pare aver reso del tutto irrilevante l'ideale democratico della partecipazione dei cittadini al processo decisionale, non indica tanto un disinteresse dei cittadini per la democrazia quanto da una disaffezione nei confronti dei governanti. I cittadini, in altre parole, sono diventati più esigenti e più critici nei confronti dei governanti non perché hanno messo da parte i valori democratici ma perché li sostengono con rinnovata forza. Se il malessere delle nostre democrazie nascondesse davvero una più matura ed esigente coscienza democratica dei cittadini Bobbio sarebbe il primo a rallegrarsi. In attesa della prova della storia è più saggio fare tesoro di un insegnamento sul quale Bobbio è tornato tante volte: che la democrazia, con tutte le sue promesse non mantenute, è molto meglio dei regimi autoritari e totalitari. Può sembrare poco, ma è una ragione più che sufficiente per sostenere la democrazia senza esitazioni. I fautori della più recente e acclamata versione della teoria democratica - la teoria della democrazia deliberativa fondata sul principio che le decisioni pubbliche devono essere pubblicamente giustificabili - potrebbero imparare molto dalla definizione della democrazia come «potere in pubblico». che Bobbio predilige sopra ogni altra. Ma il tempo, dicono, è galantuomo. È facile prevedere che nei prossimi anni essi prenderanno ancora più sul serio la lezione di Bobbio. Gli studiosi che indagano come la democrazia dovrebbe essere impareranno dal suo realismo severo e dai suoi rigorosi riferimenti alla storia e alle sue dure repliche; gli studiosi che vogliono capire la realtà della politica faranno tesoro del monito di Bobbio a non dimenticare la forza dei valori che la ragione e la coscienza morale ci indicano.

Maurizio Viroli

la Stampa
20/11/2002


NORBERTO BOBBIO, UN PROFETA INASCOLTATO

di Federico Coen

Nel valutare per grandi linee il ruolo svolto da Norberto Bobbio negli oltre 50 anni del suo magistero, è difficile distinguere l'importanza del suo contributo come studioso e come politico, il ruolo che ha avuto come politologo e costituzionalista insigne da quello che pure ha svolto di co-scienza critica della sinistra italiana. Limitandomi per ragioni biografiche a questo secondo tema - il mio rapporto con il personaggio infatti è indissolubilmente legato alla mia esperienza di direttore di due riviste, Mondoperaio prima e Lettera Internazionale poi - vorrei azzardare una definizione sintetica del suo appassionato impegno politico: a mio parere, a Bobbio si addice più che a chiunque altro la definizione di "profeta inascoltato".
Questo è vero tanto per il ruolo di contestazione e insieme di sollecitazione svolto instancabil-mente dal filosofo torinese nei confronti dei comunisti quanto in quello altrettanto tenace ricolto ai socialisti italiani. Sul primo versante, come è noto, l'impegno di Bobbio ha attraversato due fasi principali, rispettivamente negli anni Cinquanta e Settanta. Nella prima fase, documentata nel vo-lume "politica e Cultura" (Einaudi, 1955), al centro del suo impegno è la critica del tentativo da par-te degli intellettuali organici del PCI togliattiano di presentare il leninismo come una versione mar-xisticamente ortodossa del comunismo, nelle sue potenzialità democratiche, in contrasto con la de-generazione staliniana già allora denunciata senza mezzi termini da Chruscev al XX Congresso del PCUS. Nella seconda fase, che appartiene agli anni Settanta, la critica di Bobbio si rivolge contro due bersagli, entrambi appartenenti al bagaglio culturale che il PCI post-togliattiano continuava a portarsi appresso, nonostante le lezioni del l)%& ungherese e del 1968 cecoslovacco: da una parte la dottrina marxista dello stato, nelle sue presunte (e da Bobbio contestate) implicazioni nel senso della estinzione dello stato come punto d'arrivo della rivoluzione proletaria; dall'altra, l'interpretazione della concezione gramsciana dell'egemonia come sostanziale alternativa alla vo-cazione autoritaria del leninismo e delle sue realizzazioni a partire dalla rivoluzione d'ottobre.

Va ricordato che questa seconda tappa del dialogo critico sviluppato da Bobbio nei confronti del PCI si inseriva nella ripresa dell'impegno culturale di area socialista che ebbe luogo soprattutto at-traverso la rivista del PSI "Mondoperaio" dove furono pubblicati i due celebri saggi bobbiani sulla dottrina marxista dello stato (raccolti in volume a cura della rivista nel 1976, insieme a un campio-nario degli interventi nel grande dibattito che ne seguì), e dove pochi mesi dopo comparvero i saggi di Furio Diaz e di Massimo L. Salvatori centrati sulla contraddizione tra la scelta democratica del PCI che era (o pretendeva di essere) alla base della strategia berlingueriana del compromesso stori-co e il tentativo di assumere il pensiero di Gramsci a fondamento di quella scelta, allo scopo di av-valorare il mito della continuità storica del partito. Come è noto, la battaglia del c.d. revisionismo socialista continuerà a svilupparsi, su Mondoperaio e altrove, negli anni coincidenti con l'avvento della leadership di Craxi. Una battaglia culturale e politica a cui Bobbio partecipò con molte riserve, dovute alla convinzione, più volte ribadita, che una ricomposizione della frattura tra socialisti e co-munisti corrispondesse già allora a una necessità inderogabile per sanare l'anomalia del sistema po-litico italiano rispetto ai modelli prevalenti in Europa. Una preoccupazione, questa, che indurrà nei primi anni 80 , una parte non trascurabile della stessa intellighenzia socialista a prendere le distanze dalla gestione craxiana del partito che, soprattutto dopo il Congresso di Torino del 1978, batteva la strada opposta, nell'illusione di fare del PSI la rappresentanza autosufficiente della sinistra italiana.

Resta il fatto che la seconda metà degli anni 70 coincide con il più diretto impegno politico del filosofo torinese, che rivolse allora gli strali della sua critica nei confronti del socialismo italiano e della sua perdurante anomalia rispetto alla sinistra europea. La spietata analisi della storia socialista da lui svolta il 20 luglio 1976, nel grande convegno organizzato da Mondoperaio popola cocente sconfitta elettorale del mese precedente (che aveva segnato il più profondo divario tra le due anime della sinistra, attestare rispettivamente al 34 3 al 10 per cento dei consensi) non risparmiava nessuna fase della vicenda postbellica di quel partito, condannato alla minorità politica dal succedersi di ro-vinose scissioni e di fittizie ricomposizioni, prive le une e le altre di una eco profonda nella società italiana. Un'analisi che induceva Bobbio a definire il PSI, a differenza delle socialdemocrazie euro-pee, come un partito "medio" a "vocazione intermedia", condannato cioè ad alleanze oggettiva-mente subalterne con l'uno o con l'altro dei due grandi partiti nazionali.
Anche in questa direzione, tuttavia, la sferzata bobbiana, che ebbe nell'immediiato vasta eco, non riuscì a produrre effetti durevoli, a conferma del suo ruolo di "profeta inascoltato". Il PSI, no-nostante le ambizioni craxiane, continuò ad essere un partito intermedio e, anche dopo la caduta del muro di Berlino, a privilegiare l'alleanza con la DC, nell'illusione di infliggere ai comunisti italiani una sconfitta storica. Dopo il Congresso di Torino, che aveva segnato il momento più alto della ge-stione craxiana, allorche il nostro aveva accettato una tantum di aderire al PSI come indipendente, la sua partecipazione alla vicenda socialista andrà spegnendosi rapidamente. Nel 1981, chiamato in-sieme a Salvadori a pronunciarsi in contraddittorio con Claudio Martelli sulla "questione morale", entrata nelle cronache politiche con gli scandali a carico degli assessori socialisti al Comune di To-rino, Bobbio pronunciò un giudizio duramente negativo nei confronti del gruppo dirigente sociali-sta, accusandolo di non aver fatto nulla nel suo ruolo di governo per la moralizzazione della vita pubblica , e concludendo il suo, intervento con una domanda retorica, che segnava il venir meno delle speranze da lui riposte nel PSI qualche anno prima: "Non vedo - si chiedeva - quale benefi-cio può trarre la democrazia in Italia, e soprattutto la sinistra, da un'alternativa costituita da un par-tito che si serve del mercato politico più o meno nello stesso modo in cui se ne serve la Democrazia cristiana.

La doppia delusione subita dalle sue sollecitazioni di "profeta inascoltato"in direzione dei due partiti di sinistra non ha impedito al nostro di argomentare limpidamente la sua ferma appartenenza alla sinistra e ai suoi valori, in polemica con quanti, già all'inizio degli anni 90, cominciavano a negare, in Italia come altrove, la sopravvivenza della dicotomia destra/sinistra, Appartiene a questa fase uno degli opuscoli più brillanti che egli abbia scritto ("Destra e sinistra"/ragioni e significati di una distinzione politica, edito da Donzelli nel 1994)dove particolarmente pregnante appare l'analisi delle due anime della destra politica, quella gerarchico-populista e quella liberal-liberista ; un'analisi che anticipava nella sua complessità l'identikit della formazione politica berlusconiana che si accingeva a succedere nel governo dell'Italia a una sinistra rimasta troppo a lungo refrattaria in tutte le sue anime alla sollecitazione bobbiana per una democrazia compiuta.
Non è compito di questo articolo esprimere un giudizio complessivo sull'impegno politico di Norberto Bobbio e sul valore del suo messaggio. Ma non credo di togliere nulla alla coerenza di quel messaggio se mi permetto di metterne in rilievo due punti deboli che probabilmente contribui-rono a sminuirne l'efficacia. Nei confronti del PCI, la valutazione sostanzialmente positiva che Bobbio diede della strategia berlingueriana del compromesso storico non teneva sufficientemente conto dell'ambiguità che quella strategia manteneva sul terreno della politica internazionale, con la perdurante ostilità dell'apparrtenenza dell'Italia alla NATO e la strenua opposizione alla installa-zione degli euromissili, indispensabili per contrastare la superiorità strategica dell'URSS nell'era brezneviana, come l'esperienza ha dimostrato. Nei confronti del PSI, la spietata analisi bobbiana delle divisioni interne di questo partito, che lo ridussero dal dopoguerra in poi a una condizione su-balterna non teneva abbastanza conto dell'eredità della tradizione massimalistica che a suo tempo aveva paralizzato il Partito Socialista di Filippo Turati, impedendogli di contrastare con efficacia l'avvento del fascismo.

Lasciamo agli storici di professione l'analisi delle molte luci e delle poche ombre presenti nell'impegno politico culturale di questo esemplare filosofo militante. Certo è che nell'Italia di og-gi, governata dalla destra "gerarchica di Berlusconi e dei suoi, in cui l'anomalia rispetto all'Europa migliore perdura e si aggrava, è di personaggi come Bobbio , chiaroveggenti e disinteressati, che la sinistra in tutte le sue frammentate e litigiose famiglie avrebbe più che mai bisogno. Ma non se ne vedono molti in giro. . 

"Reset" novembre-dicembre 2002


FILOSOFIA POLITICA. LA LEZIONE DI UN ECLETTICO.

di SEBASTIANO MAFFETTONE


Passione e competenza istituzionale Ecco il riformismo secondo Bobbio Sta nella carenza di cultura liberale e democratica il limite della sinistra italiana

Dal punto di vista della teoria politica, Bobbio è sempre stato un liberale sui generis, come possono esserlo quei liberali che traevano ispirazione da Capitini e Calogero, da "Giustizia e Libertà" e dal Partito d'Azione. Possiamo, come è noto, parlare in proposito di liberal-socialismo, che non è poi cosa troppo diversa da una forma di socialdemocrazia particolarmente preoccupata per il destino della libertà e i diritti individuali. Sicuramente, in quest'enfasi sulla libertà si può riconoscere la traccia di Croce critico del Fascismo... Non mi interessa, però, qui tanto recuperare le origini del liberalsocialismo di Bobbio nella storia italiana tra le due guerre, con la congiunzione-contrapposizione tra liberal-socialisti e socialisti-liberali e la loro specificità come opposizione al Regime diversa da quella di cattolici e comunisti, quanto cercare di rintracciare gli elementi teoretici più importanti al di sotto del paradigma liberal-socialista di Bobbio.

Perché, se il liberalismo istituzionale si può leggere come il riscatto della tradizione liberale nella cultura italiana, ora - con Bobbio - rivendicava invece con forza l'eredità normale del liberalismo, sarebbe a dire Locke, la tradizione dei diritti umani, il giusnaturalismo, senza al tempo stesso rinnegare mai.... l'eredità del positivismo giuridico alla maniera di Kelsen. Tutto ciò è certo complicato soprattutto per i non addetti ai lavori, e però al fine comprensibile. Ma già se guardiamo al socialismo di Bobbio (vedi Quale socialismo? del 1976), la ricostruzione riflessiva diventa più impervia, e poco resta di certo che non sia un'indubbia opzione socialdemocratica di fondo e una conclamata opzione per l'eguaglianza concepita come guida e imperativo della sinistra, quale si evince anche dalle pagine, chiare quante altre mai in proposito, di Destra e sinistra. Ma come che sia l'endiade di eguaglianza e libertà funziona, se non altro perché si iscrive all'interno di una tradizione ricca e complessa, cui la visione di Bobbio aggiunge il fascino ulteriore di essere più interna alla tradizione italiana.

Lo stesso paradigma, però, diventa difficilmente giustificabile se vi si innesta, come pure Bobbio fa, una vena di realismo conservatore e anti-liberale, che trova le sue fonti nel pensiero non solo di Pareto e Mosca ma anche di Croce, Machiavelli, Hobbes e persino Vico. Questo realismo è conservatore in quanto all'origine vigorosamente anti-illuminista e anti-scientista, permeato sotterraneamente e forse anche inconsapevolmente di quello spiritualismo, che solo in superficie talvolta nega, e che è tipico della ideologia italiana pure per altri versi mai condivisa e anzi combattuta da Bobbio...

I molti e importanti scritti di Bobbio sulla politica internazionale sono una testimonianza evidente dei danni che questo realismo conservatore provoca alla visione emancipativa che dovrebbe essere invece tipica risorsa di una posizione liberale e socialista. Il realismo, infatti, non consente a Bobbio di concepire una teoria della guerra giusta, se non come residuo di una concezione religiosa, e la lotta per la pace non può mai superare il livello dell'utopia spicciola e della buona volontà per essere al contrario congiunta coerentemente con il primato della liberal-democrazia e delle istituzioni che a essa si ispirano (vedi Il problema della guerra e le vie della pace del 1979)...

Gli effetti più generali dell'eclettismo di Bobbio sono diversi se si guarda a quello che la sua opera, data la sua autorevolezza, ha consentito di fare ad altri e quindi alla cultura italiana nel suo complesso, e al suo maggiore lascito come intellettuale pubblico, lascito che io identifico con l'atteggiamento riformista in politica. Se l'eclettismo di fondo della sua posizione teoretica può aver costituito forse un problema per gli esegeti più appassionati della coerenza logica, invece in questo caso ha costituito sicuramente un vantaggio per chi, venendo con lui o dopo di lui, ha voluto sperimentare nuovi percorsi intellettuali e filosofici. In queste occasioni, Bobbio ha svolto una funzione schiettamente filosofica di "Platzanweiser", ha tenuto il posto agli altri cioè e aperto loro la strada. Non c'è stata quasi novità teoretico-politica, affermatisi in Italia dal 1950 a oggi, che non abbia avuto il vantaggio di un previo esame critico di Bobbio. L'apertura e l'intelligenza del nostro autore si misurano anche col fatto che non sempre questi nuovi percorsi, di cui sto parlando, raccoglievano le sue simpatie intellettuali autentiche. Ciononostante, Bobbio ha saputo mantenere un equilibrio permanente, tra impostazioni filosofiche e tesi teoretico-politiche diverse, durante il suo lungo magistero, tale da poter essere considerato senza dubbio una causa di quel pluralismo di indirizzi metodologici e teoretici che caratterizza e rende feconda la filosofia politica italiana del secondo dopoguerra.

Con strumenti analitici sofisticati e diversi, Bobbio da "filosofo militante" ha investigato, in quasi settant'anni di pubblicazioni, temi e problemi fondamentali della cultura politica contemporanea. Tra questi, proprio la natura del rapporto stesso tra politica e cultura può forse essere considerato la cifra più tipica della sua indagine. Da questo punto di vista, Bobbio ci lascia un messaggio su cui riflettere, un messaggio secondo cui il calore della passione politica va necessariamente temperato alla luce di una più fredda sapienza istituzionale. Per essere incapaci di questa evoluzione sono, anche filosoficamente, condannabili l'oscurantismo degli irrazionalisti non meno che il comunismo illiberale, l'utopismo giovanilistico non meno dell'assolutismo al potere.

Non è affatto un caso che la frase forse più amara mai pubblicata da Bobbio, «Non mi nascondo che il bilancio della nostra generazione è stato disastroso. Inseguimmo le "alcinesche seduzioni" della Giustizia e della Libertà: abbiamo realizzato ben poca giustizia e forse stiamo perdendo la libertà», sia stata scritta da lui non pensando a un dittatore ma riflettendo sul caso italiano dopo i moti studenteschi del Sessantotto (in Una filosofia militante del 1970). Questo, da parte di un uomo della sinistra, come indubbiamente Bobbio è, significa una cosa ed una sola: contro ogni massimalismo e spontaneismo, Bobbio ci ha senza dubbio indicato la via del riformismo. Un riformismo che, per carenza di cultura politica liberale e democratica, resta il grande assente della vita pubblica italiana. Un riformismo che, proprio nella sua natura fronetica di fondo, trova il rimedio per affrontare una prassi talvolta recalcitrante ai tentativi dell'intelligenza filosofica. Un riformismo che noi, con l'insostituibile supporto del suo magistero filosofico-politico, siamo invitati a perseguire in un paese troppo spesso riluttante a prendere sul serio l'idea che il progresso sociale è frutto dei diritti e delle regole.

23 Novembre 2002

da Reset 74 - novembre/dicembre 2002
http://www.ilriformista.it


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