Se le leggi del mercato minano il futuro della politica
Il potere dei parlamenti è in parte svuotato.Il modello europeo torna in auge per la sua equità
Le grandi aziende internazionali sono in grado di creare regole ad hoc per aggirare i controlli degli Stati

di STEFANO RODOTÀ 


Avvertono gli economisti che alcune severe misure legislative, pur indispensabili di fronte a vicende di straordinaria corruzione, non basteranno per arginare l´onda che dai mercati americani s´è diffusa in tutto il mondo. Ai giuristi spetta una riflessione più puntuale sull´insieme delle trasformazioni istituzionali che, nei due decenni passati, hanno accompagnato l´evoluzione dell´economia mondiale. Ma non si tratta d´analisi che possano essere affidate solo a questa o a quella corporazione di studiosi. Siamo di fronte a uno di quei temi che costituiscono l´asse della riflessione sul futuro, insieme a quelli, a esempio, della democrazia senza popolo, dell´assetto delle libertà e dei diritti, delle istituzioni globali, dei patrimoni comuni e dei beni fuori del mercato, sui quali ho già cercato di richiamare l´attenzione.
Tutto è cominciato con la deregulation. In essa si rifletteva anche una giusta esigenza di liberare l´economia da quelli che, dalle nostre parti, erano stati chiamati "lacci e lacciuoli" e che spesso riflettevano, invece della cura d´interessi generali, logiche burocratiche degli apparati pubblici. Si stabilì poi un parallelo vincolante tra ritirata dello Stato dalla gestione diretta dell´economia e necessaria sua ritirata anche dalla legislazione. Quello che doveva essere un nuovo assetto dei rapporti tra pubblico e privato, divenne presto un´ideologia.
Alla deregulation non corrispose, come la parola potrebbe far pensare, una minor quantità di regole giuridiche. Diminuivano quelle d´origine statale, crescevano quelle create dai privati. Diminuiva il peso dei legislatori, cresceva quello degli avvocati, tanto che, nel vorticoso mutare delle fortune delle diverse professioni, i lawyers hanno sempre più rafforzato la loro posizione in cima alle classifiche periodicamente pubblicate da riviste come Fortune.
Nasceva un nuovo sistema di regole, dove si mescolavano contratti e prassi commerciali, codici d´autoregolamentazione e intese sovranazionali. Per definire questa mutata realtà istituzionale s´è fatto ricorso a una formula antica, quella della lex mercatoria, con la quale s´indicò la multiforme e creatrice attività dei mercanti che sta all´origine del moderno diritto commerciale. Ma s´è adoperata anche una formula nuova, soft law, contrapposta all´hard law nascente dalla legislazione statale. Alla durezza e alla rigidità della norme d´origine pubblica si sostituisce così la flessibilità di quelle di matrice privata. Ma, di nuovo, un´impostazione fortemente ideologica ha spinto a concludere che la flessibilità d´un sistema giuridico, indispensabile in una realtà sociale ed economica in continuo e talvolta vorticoso mutamento, fosse realizzabile solo con meccanismi di tipo privatistico, e non anche attraverso un rinnovamento delle tecniche legislative.
Questo vasto rifluire di potere normativo dal pubblico al privato s´è incontrato con la globalizzazione. Sulla scena del mondo non esistono istituzioni o organi paragonabili a quelli che, negli Stati nazionali, hanno assicurato (e ancora possono assicurare) l´equilibrio tra i diversi interessi secondo procedure democraticamente controllabili. Su quella scena si stagliano grandi soggetti economici che spostano imprese e capitali da un luogo all´altro del mondo secondo criteri corrispondenti al solo interesse egoistico di quegli attori e che, al tempo stesso, producono regole giuridiche capaci d´incidere profondamente sulla vita degli uomini e sul destino economico delle nazioni. La produzione di queste regole è affidata ai "mercanti del diritto", soprattutto ai grandi studi legali internazionali, in una condizione di totale opacità, senza che abbiano voce e potere di controllo coloro ai quali quelle regole dovranno essere applicate.
Nel mondo globale s´è così aperta una nuova, inedita questione democratica. Si può continuare ad accettare che le vicende economiche si muovano in uno spazio svuotato di regole o nel quale vigano esclusivamente regole confezionate non solo con riferimento all´interesse dei più forti, ma direttamente dai soggetti economicamente più potenti? Possiamo dimenticare, anche se viviamo tempi segnati da troppe perdite di memoria, che nella costruzione della democrazia un momento essenziale è stato costituito proprio dalla sottrazione del potere normativo a pochi soggetti privilegiati per attribuirlo al "popolo sovrano" ed alla sovranità dei parlamenti, luoghi dove la produzione delle regole avviene attraverso un confronto pubblico, una ponderazione di tutti gli interessi, una procedura trasparente?
Dalla realtà di questi mesi ci viene già una prima risposta, brutale, a questi interrogativi. Un sistema tutto autoreferenziale, sempre più modellato su interessi egoistici (dell´impresa in sé o di qualche suo amministratore), può produrre effetti disastrosi per i singoli e per interi sistemi socio-economici. Nei tempi recenti si è assai insistito sul fatto che la democrazia non può esistere senza il mercato. Le ultime vicende non dovrebbero indurre a ritenere che lo stesso mercato non può fare a meno della democrazia? E che, quindi, la produzione delle regole fondamentali deve tornare a rispondere a principi e interessi generali ed essere affidata a soggetti democraticamente legittimati?
Queste domande, ormai ineludibili, mettono a nudo la debolezza di due affermazioni, anch´esse fortemente ideologiche, che hanno scandito molte discussioni degli ultimi anni: superiorità dell´autoregolamentazione americana rispetto alla legislazione europea; democraticità del common law e autoritarismo della legislazione continentale. Oggi può apparire persino ingeneroso sottolineare i clamorosi e drammatici fallimenti dell´autoregolamentazione, i cui limiti e la sostanziale inidoneità a disciplinare situazioni complesse erano stati da tempo messi in evidenza dai più accorti studiosi americani. Spero che questa esperienza induca anche a valutazioni più attente del sistema di common law, i cui forti caratteri elitari erano già stati messi in evidenza da Max Weber e che sta subendo una significativa trasformazione proprio per effetto dell´adozione d´un tipico schema legislativo continentale, la Convenzione europea dei diritti dell´uomo del 1950 trasfusa, dopo mezzo secolo di resistenze, nello Human Rights Act.
Ho richiamato la polemica intorno al common law perché il riferimento a esso è stato in questi anni adoperato per opporsi alla messa a punto d´un codice europeo proprio nella materia economica. Si giunge così al vero nodo della questione. Stretti tra l´impossibilità delle legislazioni nazionali d´abbracciare la dimensione globale e dominio di questa da parte delle regole create dal sistema delle imprese transnazionali, quali sono le strategie istituzionali realisticamente praticabili?
Proprio i fatti c´impongono d´abbandonare due atteggiamenti ancora presenti nella cultura giuridica. Il nichilismo di chi registra lo strapotere del sistema delle imprese, invincibile da qualsiasi strumentario giuridico; e la linea di chi lascia al giurista solo il compito di razionalizzare i comportamenti imprenditoriali. Atteggiamenti che, in definitiva, offrono copertura a qualsiasi iniziativa della business community, dando per scontato che nel mondo dell´economia, non solo di quella globale, si dovesse prendere definitivo congedo dalle regole della democrazia.
La necessità di regole, imposta dalla forza delle cose, induce più d´uno a guardare a istituzioni globali già esistenti – Fondo monetario, Banca mondiale, Organizzazione mondiale del commercio – nella prospettiva d´una loro democratizzazione e, quindi, anche di modifiche delle loro modalità d´intervento. Confesso il mio scetticismo, pur ritenendo che debbano essere favoriti tentativi nella direzione appena indicata, a condizione che non si risolvano in semplici riverniciature dell´esistente.
Più impegnativa, ma più ricca di futuro, è la via che porta ad incontrare, da una parte, le istituzioni europee e, dall´altra, la variegata realtà dei trattati, convenzioni, accordi internazionali con i quali si cerca di costruire una nuova legalità mondiale. L´Unione europea è la regione del mondo dove si sta facendo il più serio tentativo non solo di trovare regole comuni a diversi Stati, ma anche di produrle secondo procedure trasparenti e democraticamente legittimate e, soprattutto, di ancorarle a principi di socialità, eguaglianza, rispetto della dignità. Questo modello sfida le logiche normative della business community, rappresenta un´alternativa all´imperante modello americano, esercita influenza oltre i confini europei (qualche tempo fa il supplemento economico di Le Monde si apriva con questo titolo: "Il Giappone guarda al modello sociale europeo"). Grandi sono le difficoltà per chi vuole muoversi in questa direzione, difficoltà che si manifestano anche negli Stati europei e si annidano nelle stesse strutture dell´Unione. Ma grandissime sarebbero le responsabilità di chi ostacolasse o interrompesse questo cammino, che sta già producendo risultati straordinari: senza la forza dei principi dell´Unione europea avrebbe mai la Turchia abolito la pena di morte?
L´altra partita si gioca sull´intero scacchiere mondiale, e riguarda i molti documenti con i quali da anni si sta cercando di stabilire regole comuni in materia d´ambiente, di crimini contro l´umanità, armamenti, lotta alle malattie, e altro. Quest´ipotesi, che sembrava promettente, si scontra oggi con un rifiuto degli Usa che sta diventando davvero globale, nel senso che si concreta in un´opposizione a ogni iniziativa che tenda a superare la sovranità statale. Il conflitto, che in questi giorni oppone Usa e Ue intorno alla Corte penale internazionale, è il simbolo di questa situazione, e ci indica con chiarezza quale sia il terreno sul quale, negli anni a venire, si misureranno visioni ideali e politiche di potenza.
Il governo del mondo non è un´utopia lontana, ma un tema del presente. Non nascerà d´un colpo, ma risulterà da un insieme d´istituzioni e strumenti diversi, la cui costruzione, a ogni passo, dovrà essere riportata alle regole esigenti della democrazia.

la Repubblica
20 agosto 2002


SARTORI E DIAMANTI, TESI COMUNE: UN´«EGOCRAZIA» È NATA DA UN PO´ 

Ma il presidenzialismo è già diventato una realtà 
L´accentramento dei poteri sottolineato dagli studi più avvertiti

Dai simboli, al logo sugli aerei, alla politica fatta nei «castelli» privati 

MA poi: c´è davvero bisogno della riforma presidenziale? Piccolo interrogativo suggerito dall´ambiguità dei tempi e delle apparenze. «Io - ha detto ieri Berlusconi - non sono un dittatore». Sicuro: ma chi mai vorrebbe essere un dittatore, quando è già nei fatti un super-presidente? Tra i modelli d´autorità compresi nell´utensileria del Cavaliere si segnalano per frequenza e intensità il cosiddetto «presidente operaio» e il «buon padre di famiglia». A pensarci bene, entrambi già travalicano i limiti, non solo simbolici, fissati per un semplice presidente del Consiglio. Ma è quando Berlusconi annuncia di essere pronto a «sacrificarsi» che s´intuisce il nuovo specialissimo potere di cui dispone, al di là di qualsiasi innovazione costituzionale. «Io - diceva del resto qualche mese fa - sono il punto di equilibrio, io sono la camera di compensazione». E ancora: «Adesso ci penserò io a spiegare»; «Io ho un indice di popolarità che raggiunge il 65 per cento, mentre il governo è al 44»; «Sono stato io a imprimere un´accelerazione»; «Sono stato io a dire di non firmare»; «Io leggo tutti i documenti. Vedete le occhiaie?»; «Tra vent´anni io sarò ancora qui a farmi il mazzo». Io, io, io... Mica parlavano così i presidenti di una volta; né procedevano decisi e spediti come Berlusconi nell´attribuirsi un rango istituzionale del tutto inedito. Vero è che per la prima volta, il 13 maggio del 2001, gli elettori hanno votato una scheda con su impresso il nome del candidato presidente. E vero pure che, appena ricevuto l´incarico dal Capo dello Stato, il vincitore ha ritenuto di accettarlo «conformemente» al risultato elettorale. E tuttavia quell´avverbio suonò come se Berlusconi si fosse messo da solo la corona in testa. L´Italia, infatti, non è ancora una repubblica presidenziale. Il paradosso è che il presidenzialismo è arrivato lo stesso, per vie traverse. Sanzionarlo con una norma è processo lungo e dispendioso. Nel frattempo conviene regolarsi «come se»: quindi scavalcare quanto più possibile partiti e Parlamento con messaggi diretti all´opinione pubblica, approfittare di ogni occasione per distinguere il premier dai «suoi» ministri costruendogli attorno un´atmosfera sempre più presidenziale. Da questo punto di vista l´interim degli Esteri è stato per Berlusconi perfetto; ma anche i continui richiami al «contratto», il dono degli euroconvertitori, gli elogi ai limiti e oltre il culto della personalità, la comparsa nelle conferenze stampa del podio tipo Casa Bianca, il trasferimento del padellone «Consiglio dei ministri - il Presidente» nello scenario fastoso di Villa Madama, il restyling del logo sugli aerei di Palazzo Chigi, ecco, tutto questo ha senz´altro avuto la sua parte nella dinamica di concentrazione di potere reale nella nuova figura del premier. Del fenomeno, per la verità, si era accorta la scienza politica prima ancora che Berlusconi formasse il suo secondo governo. Già nel 2000, complice la personalizzazione e la crisi del sistema dei partiti, il politologo Mauro Calise aveva accertato «l´irrompere di un meccanismo centripeto» nel sistema e, con esso, «la novità del primato istituzionale, recente ma già molto ingombrante, dell´inquilino di Palazzo Chigi». Bene: a distanza di due anni lo stesso Calise potrebbe integrare la sua analisi con la circostanza che Berlusconi ha anche in gran parte spostato l´attività presidenziale da Palazzo Chigi alla residenza privata di Palazzo Grazioli, a villa «La Certosa» (da cui pilotò la vicenda Ruggiero), al «castello» ligure di Paraggi (dove ha ricevuto capi di Stato esteri «amici») e alle «cene del lunedì» ad Arcore. Non di rado i cambiamenti più incisivi sono proprio quelli che si vedono meno e di cui si parla poco. Non per caso uno studioso come Ilvo Diamanti ha parlato di «innovazioni de facto» e Giovanni Sartori di «riforme istituzionali implicite» e presidenzialismo «preterintenzionale», venutosi cioè a formare attraverso prove ed errori, strappi e saldature. Altri osservatori, più o meno polemicamente, hanno designato la presidenza Berlusconi come «una nuova tappa nel processo evolutivo dello Stato moderno» (Fabio Ornao), come «egocrazia» o «signoria tecnocratico-populista» (Franco Cordero) e il suo sistema come «egocentrismo istituzionale» (Marcello Veneziani); mentre il premier è apparso a un giornalista-scrittore anglo-sassone come Joe Klein, del «Guardian», «un despota benigno di un regno virtuale progettato da lui stesso». Se il vecchio presidente del Consiglio era in effetti un «primus inter pares», spesso in balia dei ministri e delle segreterie dei partiti, il nuovo super-presidente imperfetto assomiglia a un monarca e come tale, più che superiore agli altri governanti, è unico, anzi è l´Unico. Nel senso che nessun altro, come Berlusconi, canta, incanta, fa cantare, cura i vertici, controlla la postazione dei fotografi, sposta i divani, fa i menù tricolori, si definisce in terza persona «l´elettricista» o «il pedalatore principe», «e che volete farci? - sospira -. Il presidente deve occuparsi di tutto». Di tutto, davvero, in attesa di una riforma costituzionale che più passa il tempo e più rischia di diventare superflua.

La Stampa
23/7/2002


LE OPPOSTE ANIME DEL PAESE SI RICONOSCONO NEL SUO INSEGNAMENTO 

Stati Uniti, da Tocqueville 


PER una fortuita coincidenza sono usciti negli Stati Uniti, a breve distanza l'uno dall'altro, due studi su Tocqueville per opera di eminenti studiosi, Harvey C. Mansfield (Harvard) e Sheldon Wolin (Princeton, emeritus), capiscuola, rispettivamente, del liberalismo conservatore e del radicalismo democratico. Nonostante le profonde differenze, i due teorici del pensiero politico sottolineano che Tocqueville ci insegna che una buona democrazia ha bisogno di una sua aristocrazia, se non vuole diventare una forma di tirannide. Tanto Mansfield nella sua lunga introduzione (scritta insieme con Delba Winthrop) a una nuova versione di Democracy in America (Chicago University Press), quanto Wolin nel suo impegnativo saggio Tocqueville Between Two Worlds. The Making of a Political and Theoretical Life (Princeton University Press), mettono in rilievo che il capolavoro di Tocqueville è tutt'ora per l'opinione pubblica americana il libro più autorevole sulla democrazia. Non passa settimana, scrive Wolin, senza che i media e le riviste non citino qualche passo da Democrazia in America. Tocqueville è amato sia dagli intellettuali di sinistra sia dagli intellettuali di destra: i primi lo considerano il filosofo della comunità e dello spirito civico che mette in guardia contro la formazione di un'aristocrazia industriale e contro le passioni borghesi e commerciali; i secondi lo ammirano perché critica il «Big Government», sostiene il decentramento amministrativo, celebra la creatività dell'individuo e fustiga gli eccessi egualitari. Tocqueville seppe vedere bene i caratteri della democrazia americana anche perché era un aristocratico francese. Su questo punto Mansfield e Wolin sono del medesimo parere. Tocqueville, spiega Mansfield, rimase sempre un aristocratico, ma era convinto che stare dalla parte dell'aristocrazia fosse ormai un sentimento nostalgico e vano, e che la democrazia, e con essa l'uguaglianza, avessero vinto in maniera irreversibile e completa. Era intellettualmente distante dalla democrazia e dall'America senza essere troppo lontano o accecato dal risentimento. Per questo seppe vedere ciò che stava nascendo nel Nuovo Mondo e seppe farne buona teoria, ovvero una narrazione precisa e approfondita. «Teoria», spiega Wolin, deriva dal greco theorein e significa «vedere», «osservare» e narrare luoghi e paesi lontani. Questo appunto seppe realizzare, in modo magistrale, Tocqueville, grazie allo «sguardo aristocratico» che lo rendeva attento alle differenze, alle sfumature, alle particolarità e soprattutto gli permetteva di cogliere la grande distanza che separava la nuova società democratica dal vecchio mondo. Tocqueville scriveva in primo luogo per lettori europei che non avevano mai visto una democrazia ed erano convinti, istruiti dai classici della politica, che la democrazia fosse un regime nefasto, instabile, caotico e soprattutto dominato da una moltitudine ignorante desiderosa di spogliare i nobili dei loro privilegi e i ricchi delle loro ricchezze. A essi spiegò con la forza dell'esempio concreto che la democrazia è in realtà assai stabile, favorevole allo spirito del commercio e dell'impresa, e che l'eguaglianza dei diritti e delle condizioni sociali rende i cittadini del tutto insensibili a idee rivoluzionarie. Anche se non incoraggia «le più elevate qualità dell'animo umano», scrive Tocqueville, la democrazia «ha una sua bellezza». Non ha «poesia e grandezza», ma non manca di «ordine e moralità», soprattutto dove può contare, come in America, sul sostegno della religione. La tesi di Tocqueville che attira più delle altre l'attenzione di Mansfield e di Wolin è la tirannide della maggioranza. Il grande merito di Democrazia in America è di averci fatto capire che la democrazia produce un tipo particolare di tirannide, o dispotismo, o onnipotenza (Tocqueville usa questi termini come sinonimi) che si esprime in una omogeneità morale: tutti pensano allo stesso modo, hanno le medesime convinzioni, aspirazioni, speranze. Nonostante l'America sia il paese dove regna la massima libertà di discussione, spiega Tocqueville, «non conosco nessun paese dove esista una minore indipendenza di spirito». Con il risultato, inquietante, che le verità impopolari non vengono dette, mentre le falsità popolari, soprattutto quelle che blandiscono la maggioranza, sono ripetute all'infinito. È il vero trionfo dell'uguaglianza, commenta il conservatore Mansfield: l'idea che tutti sono ugualmente capaci di governare se stessi e la società fa sì che in democrazia vincano gli spiriti mediocri o pusillanimi. La democrazia «borghesizzata» dell'era post-rivoluzionaria che Tocqueville descrive in America, spiega Wolin, ha realizzato il collettivismo partendo dall'individualismo. Riconosce all'individuo piena libertà e al tempo stesso sa attuare nei costumi e nel modo di pensare una uniformità pressoché totale. Ma è un'uniformità verso il basso, che non premia i migliori e non li incoragggia a dedicarsi alla politica. Il teorico conservatore e il teorico radicale concordano nell'indicare quale male maggiore della democrazia l'omogeneità populistica e la mediocrità della classe politica. Per quanto possa sembrare paradossale, il vero rimedio alla degenerazione plebea della democrazia è irrobustirla e nobilitarla con l'infusione di buone dosi di spirito aristocratico: non un'aristocrazia del denaro o di casta, ma un'aristocrazia morale e intellettuale, un'aristocrazia della virtù composta da uomini e donne che hanno la forza dell'indipendenza di spirito e sanno essere diversi dalla maggioranza, e se hanno responsabilità pubbliche non sono servi dell'opinione dominante, quando questa va contro il bene comune. La vera bellezza della democrazia americana, scrive Tocqueville, consiste nel fatto che essa si copre di un mantello democratico, ma sotto il mantello riaffiorano di tanto in tanto «i vecchi colori dell'aristocrazia». 
Maurizio Viroli

La Stampa
6/7/2002


Democrazia senza popolo

di STEFANO RODOTA'


VI È un male che da tempo insidia i nostri sistemi politici, e si chiama "democrazia senza popolo". Non lo rende evidente soltanto la crescita, quasi ovunque, degli astenuti. Avanza una versione radicale e semplificata della democrazia maggioritaria che ormai attribuisce alle elezioni non più la funzione di eleggere i "rappresentanti" del popolo, ma sostanzialmente solo quella di indicare un leader. Questa democrazia "d´investitura" chiede il silenzio dei cittadini tra un´elezione e l´altra.
Una volta effettuata l´investitura del leader, i cittadini devono limitarsi ad attendere le elezioni successive per giudicare se ha governato bene o male. Ogni altro atteggiamento altererebbe la logica maggioritaria. Torna irresistibile alla memoria l´aspra pagina di Rousseau nel Contratto sociale: «Il popolo inglese si crede libero, ma s´inganna grandemente; esso non lo è che durante l´elezione dei membri del parlamento: non appena questi sono stati eletti, egli è schiavo, un nulla». Questa critica, che aggrediva l´idea stessa di rappresentanza, coglie comunque un problema che è divenuto più acuto proprio perché si sono affievoliti i caratteri della democrazia rappresentativa. Le assemblee elettive si svuotano di senso e di potere; diventano luoghi di registrazione meccanica della volontà di maggioranze "blindate"; hanno perduto la loro funzione "teatrale", poiché la rappresentazione della politica si è trasferita nel sistema dei media. I partiti, che per l´intero secolo passato avevano costituito lo strumento più forte per dare voce ai cittadini in ogni momento, conoscono una crisi profonda, che a qualcuno sembra irreversibile.
Le vicende italiane di quest´ultimo periodo, però, mostrano che i cittadini cercano di riempire il vuoto pericoloso della democrazia senza popolo. Sono tornate ad affollarsi le piazze reali, che qualcuno aveva dato per abbandonate a vantaggio di quelle virtuali. Torna così un bisogno di vivere collettivamente la politica, al posto del confino televisivo in cui tutti sono stati ricacciati e che ha imposto un rapporto con la politica passivo e solitario. Si cercano nuove forme, sulle quali è fin troppo facile ironizzare (i girotondi), ma che restituiscono alla politica la sua necessaria componente simbolica. Non a caso questi nuovi modi di dar voce ai cittadini hanno trovato consenso significativo anche tra elettori di centro-destra, che certo non condividevano i contenuti delle manifestazioni, ma avvertono anch´essi un bisogno di uscire dal silenzio e dalla passività. Mentre le forme della rappresentanza si confermano deboli, cresce un bisogno di autorappresentazione.
Tutto questo è cominciato dalla piazza, da molti temuta ("non si cede alla piazza"), come se proprio essa, l´agorà, non fosse il luogo primigenio della democrazia. Ma non si ripetono vecchi riti. La piazza reale non è separata dai luoghi virtuali, le manifestazioni non si esauriscono in quello spazio, sono amplificate dal sistema informativo. La manifestazione capostipite, nelle piazze e vie di Seattle, non sarebbe stata possibile senza una preparazione su Internet, e non avrebbe avuto effetti così grandi se le immagini di quelle giornate, trasmesse dalla televisione, non avessero raggiunto tutto il mondo. Questo è ormai il modello, che vede l´integrazione di luoghi e mezzi diversi, e non la cancellazione dei vecchi media ad opera dei nuovi o l´assoluta prevalenza del cyberspazio.
Queste vicende, ormai comuni a paesi diversi, in Italia assumono evidenza particolare per il combinarsi di vari fattori, che in altri paesi non operano con altrettanta forza e che da noi trovano ulteriore amplificazione per la particolare congiuntura politica. Abbiamo avuto un passaggio al maggioritario senza gli ammortizzatori istituzionali che, altrove, accompagnano questo sistema. Su questo si è innestato un presidenzialismo di fatto, espressione di una più generale personalizzazione istituzionale (sindaci, "governatori" delle Regioni), che ha accelerato lo svuotamento delle assemblee elettive. L´accento posto in maniera ossessiva su decisione e efficienza ha fatto precipitare la crisi già aperta della rappresentanza. Al posto di quest´ultima troviamo sempre più l´investitura e la delega, con conseguente indebolimento della possibilità di una diretta identificazione dei cittadini con le istituzioni, soprattutto da quando è quasi scomparsa la capacità dei partiti di agire come mediatori sociali.
Si possono meglio comprendere, a questo punto, le ragioni della nascita di un contagioso populismo, che caratterizza ormai l´intero nostro sistema politico, dove sembra che non si possa fare a meno di enfatizzare il rapporto tra leader e cittadini. Ma questo è l´opposto di una presenza del popolo nell´insieme delle istituzioni, capace di far sentire la propria voce al di là del momento dell´investitura, non degradato a "carne da sondaggio".
L´esigenza di una rifondazione istituzionale, dunque, era già evidente, per recuperare la democraticità del sistema, prima ancora che le manifestazioni di protesta cominciassero a darle pubblica evidenza. E solo considerando questo contesto si possono comprendere i motivi del successo dell´iniziativa della Cgil, sfociata nella grande manifestazione del 23 marzo. Scomparsi o quasi gli altri mediatori sociali, il sindacato appare l´unico soggetto in grado di ricoprire questo ruolo. Riconoscendogli una capacità di rappresentanza sociale, ad esso si rivolge la platea crescente dei "non rappresentati", nel momento in cui la sua azione si manifesta su terreni d´interesse generale e risponde a un bisogno di opposizione che altri soggetti politici non riescono a intercettare. Inoltre, l´aver richiamato l´attenzione sul tema dei diritti fondamentali (tale è definito il diritto a non essere licenziato senza giusta causa dall´articolo 30 della Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea) ha fatto sì che il sindacato apparisse come il soggetto che incontrava uno dei grandi temi di questa fase storica.
Così il sindacato non solo non può essere considerato un fattore di turbamento della dinamica democratica, ma si presenta come un soggetto che cerca di impedire il degrado d´una democrazia amputata dalla presenza collettiva dei cittadini. Certo, al sindacato non si può chiedere di riempire ogni vuoto istituzionale. Proprio il suo ruolo attuale richiama l´urgenza di una strategia capace di dare sbocchi alle molte novità palesate dai movimenti dei cittadini.
Un episodio apparentemente minore mostra come si possano dare risposte parziali, e rischiose, a questioni vere. Pochi giorni fa, la Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato ha votato perché l´immunità parlamentare venga estesa anche alle opinioni espresse fuori dai dibattiti alle Camere, ad esempio in trasmissioni come "Porta a porta", visto che lì si è trasferita la discussione politica. Il Parlamento registra un dato di realtà, ma, così facendo, certifica pure il proprio svuotamento e apre un problema ineludibile. Se un pezzo di televisione adempie a funzioni sostanzialmente analoghe a quelle del Parlamento, tutto questo può avvenire fuori d´ogni regola o garanzia? Alle Camere, quando un parlamentare va sopra le righe, il Presidente può togliergli la parola e i suoi colleghi possono contestarne le affermazioni. Tutto questo non appartiene alla logica televisiva. La nuova franchigia concessa ai parlamentari, con il loro diritto di aggredire chiunque nell´immensa piazza televisiva, non rischia di distorcere ancora di più il rapporto tra politici e cittadini? O, riconosciuta la rilevanza istituzionale di quello spazio, non sarà necessario aprirlo ancora di più?
Ma le tecnologie offrono opportunità già da anni sperimentate a livello locale, che bisogna generalizzare. Aprono possibilità di controllo, di progettazione e di intervento nelle diverse fasi della decisione, in una parola di partecipazione dei cittadini ad un processo democratico non isolato nella giornata elettorale e non rattrappito in referendum elettronici che riguardino proposte alla cui elaborazione i cittadini siano rimasti estranei, aprendo così nuove vie alla democrazia plebiscitaria. E bisognerà ripensare l´iniziativa popolare delle leggi, dando voce ai promotori anche in alcune fasi della procedura parlamentare, e meditare sul se e come tornare ad usi massicci del referendum.
Si tratta di ridisegnare i percorsi della cittadinanza. Solo così si potrà evitare la disillusione di chi è tornato a popolare le piazze: il disincanto può essere mortale per la democrazia. Solo così si potrà sfuggire all´idea funesta d´una democrazia fatta di maggioranze onnipotenti e di minoranze impotenti. Riflettendo sull´"impero del diritto", Ronald Dworkin ci ricorda che «l´istituzione dei diritti è cruciale, perché rappresenta la promessa della maggioranza alla minoranza che la sua dignità ed eguaglianza saranno rispettate. Quando le divisioni tra i gruppi sono molto violente, allora questa promessa, se si vuol far funzionare il diritto, dev´essere ancor più sincera».

la Repubblica
8 aprile 2002


Democrazia e retorica deliberativa

di Nadia Urbinati


Uno dei temi emersi durante questa campagna elettorale è stato quello dell’uso della retorica nella politica e, soprattutto, della retorica populistica come negazione della politica. Il richiamo alla retorica non è stato mai amato dai democratici moderni -- in forma più o meno diretta eredi di Rousseau e dell’idea che il bene generale sia qualcosa che la ragione umana puó scoprire perché e nella misura in cui viene evitato l’uso della retorica.

Come si sa, Rousseau immaginava che l’assemblea fosse muta e i cittadini vi votassero per alzata di mano, senza discutere. Il retaggio era certamente platonico, perché Platone, contro i Sofisti, definì la retorica come arte dell’occultamento o del travestimento della veritá con lo scopo di indurre gli interlocutori a scegliere ciò che, se avessero pensassero con la propria testa, non avrebbero scelto. La retorica come inganno, dunque. 


Senza dubbio, la retorica può essere inganno, e di fatto lo è e lo è stata molto di frequente. Eppure, l’uso manipolatore della parola non può comportare escludere il valore della parola, soprattutto in democrazia, dove non ci sono altre armi se non quelle delle idee scritte e verbalmente enunciate e scambiate. Alcuni teorici contemporanei, come Richard Rorty, hanno affrontato questo tema in maniera diretta, criticando cioé i teorici razionalisti della democrazia deliberativa (per esempio Habermas), e opponendo loro una retorica democratica. Anzi, come è avvenuto recentemente nella campagna elettorale americana, hanno parlato esplicitamente di “populismo democratico” contro quello “plutocratico”.

Nella società americana, che non ha conosciuto il fascismo, l’uso del termine populismo non evoca gli spettri che invece evoca nei paesi europei e in Italia soprattutto. E’ quindi comprensibile che quando, rispondendo alle quattro domande di Reset sulle ragioni per votare Ulivo, ho invocato la capacità della sinistra di usare una retorica democratica, questo possa aver sorpreso negativamente, come sembra di capire dal riferimento di Corrado Ocone su Caffé Europa a coloro che propongono di opporre una ‘retorica buona’ contro una ‘retorica cattiva.’

Non penso che Rorty sia convincente nella sua definizione patriottica di nazione democratica. Ritengo anzi che Habermas offra alla teoria democratica un paradigma, quello deliberativo, molto più convincente e generalizzabile. Proprio per questa ragione, la teoria deliberativa della democrazia non puó evitare di fari i conti con l’uso, la forma, e i limiti della retorica nel discorso politico. A meno che, come i realisti (Jon Elster) obiettano, la democrazia non sia altro che l’arte schumpeteriana di selezionare le élite e di mediare tra interessi intrasformabili via-ragionamento. Ripensare al ruolo della retorica nel discorso pubblico é dunque necessario per arricchire la nozione stessa di deliberazione.




Premesso questo, non mi sembra convincente proporre un’alternativa tra una “reorica buona” e una “retorica cattiva”. E in effetti, non era a questo che pensavo quando perlavo della necessità che la sinistra sapesse usare una retorica democratica. Mi sembra invece che sia molto piu’ utile distinguere tra una retorica della deliberazione e una retorica della manipolazione. Una delle tre figure retoriche che Aristotele distingue è quella “deliberativa”. Contrariamente alla retorica forense, il cui oggetto sono le azioni giá avvenute con lo scopo di giudicarle (assolvere o condannare) in ragione di norme condivise, la retorica deliberativa ha come oggetto il giudizio su eventi futuri, perché implica una decisione su ció che si dovrebbe o non dovrebbe fare.

La sua dimensione è quindi quella della possibilità: essa deve poter orientare la decisione dei partecipanti al dibattito politico in ragione di un’interpretazione di ciò che può essere utile o buono per la comunità politica stessa. Questa retorica è deliberativa, inoltre, perché non intende manipolare le opinioni, ma invece cerca di individuare le ragioni piú pertinenti affinché chi deve decidere sia messo nella condizione di avere conoscenze riflessive che lo aiutino a fare una scelta competente. Nella politica democratica, che è politica fondata sulla parola e lo scambio di opinioni, ovvero sul ‘libero mercato’ delle idee e delle interpretazioni su questioni che riguardano tutti, il ruolo della retorica deliberativa é quindi fondamentale.

La politica democratica è fondata sul riconoscimento della fallibilità umana, quindi sull’accattazione della regola di maggioranza: sull’idea cioé che trattandosi di interpretazioni, non di verità scientifiche, i cittadini possono riconoscere di sbagliare e devono poter emendare quello che ritengono un errore. Questa dimensione della possibilità, insieme al riconoscimento della perfettibilità ma non della perfezione, rende la retorica deliberativa lo strumento politico piú consono alla comunitá democratica.

Retorica, però, non significa qui uso arbitrario del giudizio, ma uso del giudizio in ragione di norme condivise dai partecipanti al processo politico stesso: un giudizio regolato, pubblico nei presupposti, nelle forme espressive e negli obiettivi. Infine, un giudizio contestualizzato, perché relativo a un luogo e a una comunità specifici.

I criteri che servono a denotare la retorica deliberativa determinano anche quella che si chiama ‘cattiva retorica.’ La cattiva retorica non è retorica finalizzata alla deliberazione, e in questo senso non è democratica. Essa è finalizzata alla vittoria comunque. Il suo mezzo è per tanto la manipolazione delle conoscenze e delle opinioni con lo scopo di indurre il cittadino a non vedere altra possibilitá decisionale che quella proposta.

Anziché dare informazioni, costruire buoni argomenti e accettare la dialettica, questa retorica esclude il dialogo, demonizza l’avversario e genera risentimento. Le sue non sono ragioni, ma affermazioni: non ammettono repliche né emendazione. Pretendono l’inconfutabilitá e respingono il principio della fallibilità. L’obiettivo della retorica della manipolazione non è quello di far ragionare chi deve decidere (per esempio gli elettori) con la propria testa, ma quello di impedire il ragionamento autonomo.

Da Platone in poi, e in età moderna con Rousseau, è a questa retorica che i teorici della democrazia pensano quando criticano l’uso della retorica in politica. Tuttavia, mentre è certamente vero che questa è cattiva retorica che la buona politica deve cercare di evitare, è altressí vero che è sbagliato identificare il giudizio retorico con la retorica della manipolazione. Lo è soprattutto se si assume una visione della democrazia come deliberazione comune, ovvero processo pubblico di formazione dell’agenda politica, delle argomentazioni e infine della decisione.

La retorica deliberativa è una forma di giudizio politico. E’ importante recupare questa tradizione -quella aristotelica-proprio per impedire che della deliberazione si dia una interpretazione razionalistica, la quale oltretutto confligge con il pluralismo delle opinioni che la democrazia presuppone, e dall’altro lato per resistere all’uso della retorica come arte della manipolazione, come accade ed è accaduto con i fenomeni di populismo passati e presenti.

Di fronte alla retorica populistica i democratici si trovano spesso disarmati. Mi sembra tuttavia, che debbano saper recuperare proprio la dimensione deliberativa della retorica. E’ necessario, proprio perché la politica democratica non può comunque rinunciare al discorso pubblico, anzi, deve difenderlo contro un suo uso abritrario e manipolatore.

Caffè Europa
25 maggio 2001


Quando la destra americana pensava l'impensabile 
La genesi di un pensiero dominante 



L'ideologia neoliberista e imperiale sostenuta dagli Stati uniti sembra trionfare ovunque: egemonia diplomatica e militare americana, vistosa degenerazione dell'Europa in zona di libero scambio e infine, il 6 dicembre scorso, concessione da parte della Camera dei rappresentanti di maggiori poteri al presidente George W. Bush in materia di negoziati commerciali (poteri che erano stati rifiutati al presidente Clinton nel 1997). Il movimento antiglobalizzazione sembra sulla difensiva. Come i neoliberali trent'anni fa... 

Serge Halimi

Nel 1998, un fiero sostenitore del «capitalismo globale», sconcertato dalle crisi finanziarie in Russia, nel Sudest asiatico e in America latina, lo giudicava «in totale smobilitazione, forse per anni».
E il settimanale Business Week prevedeva «il tramonto del capitalismo basato sul libero scambio, ideologia del dopo guerra fredda; un mondo in cui i paesi si ritirano dal sistema di mercato fin lì ritenuto indiscutibile (1)». Anche il ministro delle finanze giapponese si definiva «un keynesiano della vecchia scuola (2)».
L'illusione non è durata, le cose - e gli affari - hanno ripreso il loro corso normale. Ma in altri momenti, era pure avvenuto il crollo del sistema dominante basato su principi economici e delle politiche pubbliche legittimate da quegli stessi principi. Non si era trattato di un caso o di una fatalità, né del risultato meccanico di adattamenti sociali o storici. Per quanto riguarda gli Stati uniti, il libro che Rick Perlstein ha dedicato a Barry Goldwater, candidato repubblicano alle elezioni presidenziali americane del 1964, ci ricorda opportunamente il potere della politica, l'esistenza di un momento in cui, contro ogni aspettativa, sono i «perdenti» a scrivere la storia, perché capaci di mobilitare e diffondere idee, creare movimenti destinati a vincere in futuro (3).
Saper prevedere per saper agire, dunque, non vuol dire necessariamente, come credono la maggior parte dei giornalisti e gli autori di sondaggi, prolungare le curve esistenti, dissolversi nel presente, piegarsi ai media e alle loro esigenze. A volte vuol dire preparare un'inflessione delle curve e poi il loro capovolgimento - pazientemente, con tenacia, all'occorrenza combattendo senza esitazione tutti i parolai alla moda. Talvolta, il lavoro ideologico, il volontarismo politico e la militanza fanno nascere una nuova «domanda».
Nel 1964, Barry Goldwater è sonoramente sconfitto dal democratico Lyndon Johnson: ottiene solo il 38% dei voti. Commentatori ed esperti redigono prontamente il suo epitaffio e proclamano il trionfo dell'ideologia democratica, centrista e keynesiana. Il radicalismo conservatore è considerato «finito». «L'estremismo nella difesa della libertà non è un vizio, la moderazione nella ricerca della giustizia non è una virtù», aveva affermato Barry Goldwater. Con questo candidato, il Partito repubblicano si era assunto il rischio di proporre all'elettorato ideologie forti e un discorso di rottura, di controrivoluzione. Avrà imparato la lezione, si diceva. Nel novembre 1964, è ancora il centro a vincere le elezioni, il radicalismo fa paura, il progresso è garantito, il New Deal appare eterno, le ideologie convergono, le tecniche vincono, il pensiero è unico: non c'è alternativa (4).
Il presidente repubblicano Dwight Eisenhower, nel 1958, aveva ammesso che «l'espansione graduale dello stato federale» era «il prezzo da pagare per un rapido aumento dello sviluppo». Nel 1960, la piattaforma del partito democratico aveva annunciato che era in vista «l'eliminazione definitiva» della povertà. Se ne sarebbe occupato Lyndon Johnson, con la certezza che «noi possiamo fare tutto: ne abbiamo i mezzi (5)». Dalla capitale federale, con i soldi delle tasse e il concorso di migliaia di funzionari supplementari, lanciava la «guerra contro la povertà». Un'iniziativa che, socialmente, raggiungerà alcuni dei suoi obiettivi (6). Politicamente, invece, siamo già al canto del cigno dell'era del volontarismo keynesiano: «Una guerra contro i vostri portafogli» aveva osservato, tagliente, Barry Goldwater.
E infatti cominciano a delinearsi alcuni aggiustamenti. Il New Deal non è eterno, il padronato prepara la rivincita, la coalizione democratica implode dalle due parti: i «piccoli bianchi», soprattutto quelli del sud, l'abbandonano sulla questione dei diritti civili concessi ai neri, i radicali si schierano contro Lyndon Johnson a causa della coscrizione e del Vietnam. Il pensiero comincia a non essere più unico. E «l'estremismo» sta per cambiare campo.
Un po' come cambia campo un certo Ronald Reagan. Nel 1964, è repubblicano e fa campagna elettorale per Barry Goldwater (7). Anche lui chiede «una scelta e non un vago assenso». Raggiungerà il suo scopo. Per «salvare» il Partito repubblicano escluso dalla Casa bianca dal 1933, Dwight Eisenhower l'aveva indirizzato sui temi e le politiche del Partito democratico. Quarant'anni dopo, sarà William Clinton a portare a compimento un'impresa analoga. Ma in senso inverso. Questa volta, quando il Partito democratico si schiera sui temi e sulle politiche del Partito repubblicano, quest'ultimo ha ormai adottato un orientamento neoliberista radicale. Nel 1993, Edwin Feulner, presidente della Heritage Foudation, il think tank («serbatoio di idee») della destra americana che ha formato tanti quadri dell'attuale amministrazione Bush, spiegava: «Quando abbiamo cominciato (nel 1973), eravamo quelli di "ultra destra" o di "estrema destra". Oggi le nostre idee vanno per la maggiore (8)».
Si peccherebbe però di idealismo nell'attribuire un tale capovolgimento al solo lavoro ideologico dei think tank, delle istituzioni economiche internazionali, degli intellettuali e dei giornalisti che tradussero «modernità» in allineamento alle tesi del padronato. Il volontarismo intellettuale di una destra che non ha esitato a invocare le tesi del comunista italiano Antonio Gramsci sulla necessità di conquistare l'egemonia culturale, ha infatti raggiunto i suoi scopi solo grazie al modificarsi dei rapporti di forza sociali e politici a suo favore.
La questione delle «minoranze» aiutò a scompaginare la coalizione democratica. Si dimenticò ciò che lo stato sociale aveva prodotto (New Deal), per sottolineare solo quello che costava (tasse); imposte e inflazione furono progressivamente percepite da alcune categorie popolari come il prezzo di politiche che non le favorivano più. Già nel 1964, la campagna di Goldwater dimostra che si può, giocando la carta razziale e quella dei «valori», fare oscillare a destra un elettorato popolare diventato riluttante ad accettare l'azione ridistributiva dello stato, percepita come intervento coercitivo a vantaggio delle «minoranze» e dei poveri. Ronald Reagan sapeva quello che faceva proponendo l'immagine di un assegnatario-tipo di buoni alimentari, presumibilmente nero, «che davanti a voi alla cassa compra ottime bistecche, mentre voi aspettate con il vostro pacchetto di carne macinata».
Il politologo Benjamin Barber ricorda che, nel gennaio 1995, due mesi dopo la catastrofe elettorale del Partito democratico alle elezioni legislative, il presidente Clinton gli spiegava: «Abbiamo perso la base elettorale nel sud. I nostri hanno votato per Gingrich (il leader repubblicano dell'epoca). Li conosco bene, sono cresciuto fra loro.
Pensano che da sempre pagano per le nostre riforme. Dalla guerra civile in poi, tutte le riforme progressiste sono state fatte sulla loro pelle. Sono loro che hanno pagato il prezzo del progresso. Continuiamo ad accollargli il costo della libertà degli altri (9)».
Una domanda di «legge e ordine» Ma il risentimento «razziale» ha incrinato la solidarietà di classe con estrema facilità anche perché, dopo la svolta a destra della fine degli anni '70, disoccupazione, precarietà, competitività esasperata hanno ridotto la disponibilità dei ceti popolari a «pagare»; fosse pure «il prezzo del progresso» a vantaggio di gruppi ancor più svantaggiati di loro. Paradossalmente, il fallimento sociale del neoliberismo favorisce il suo successo elettorale e politico: un capitalismo selvaggio scatena un populismo reazionario. Da destra o da sinistra, i governi conducono una politica favorevole ai ricchi. Poi, sostenuti dai media padronali, convertono una possibile rabbia operaia, nata da rivendicazioni economiche, in panico identitario. E in una domanda di «legge e ordine» (10).
Nel 1976, Milton Friedman, nel ricevere il premio Nobel per l'economia, concludeva così il suo discorso: «Il cambiamento radicale verificatosi nella teoria economica non è il prodotto di una guerra ideologica.
È dovuto quasi esclusivamente alla forza dei fatti. La realtà ha avuto un effetto dirompente, più incisivo delle volontà ideologiche o politiche (11)». Modesto fino all'eccesso. Senza il paziente lavoro degli «estremisti» come Barry Goldwater e dei think tank conservatori animati da Friedman e Friedrich von Hayek, niente avrebbe potuto garantire che «l'esperienza» della stagflazione degli anni '70 sarebbe stata interpretata nel modo che sappiamo. Una crisi aiuta a rimettere in discussione lo status quo. Ma in quale direzione?
Società del Monte Pellegrino, Heritage Foudation, Cato Institute: questi serbatoi di idee non hanno esitato a «pensare l'impensabile».
In fondo, il nome del partito al potere per loro contava poco: l'importante era che alla fine tutti i partiti fossero costretti a portare avanti una politica economica a servizio dell'«impresa»; che i giocatori si affrontassero, ma sullo stesso terreno. A destra, tutti keynesiani nel 1960: conservatori britannici, repubblicani americani e gollisti francesi. A sinistra, tutti neoliberisti nel 2000: laburisti blairisti, democratici clintoniani e socialisti francesi.
Preparando, fin dal febbraio 1947, la grande alternativa al «socialismo», Hayek dichiarava: «Il nostro sforzo è diverso da un compito politico.
Guarda soprattutto al lungo periodo e non a ciò che potrebbe essere immediatamente praticabile (12)». Il che vuol dire che l'idea neoliberale non avrebbe perso tempo a ricercare vittorie effimere. Per uomini d'assalto di questo tipo non si tratta di sedurre l'elettorato centrista, i parlamentari e i media, che in genere seguono la corrente; ma di invertire la rotta. Leninisti del mercato, i neoliberisti credevano nel ruolo delle avanguardie. A loro non interessavano i ministeri, ma il potere.
Goldwater, Reagan, Thatcher, Havek, Friedman: il nostro mondo somiglia ogni giorno un po' di più ai loro sogni. Disponevano di armi sulle quali gli avversari della globalizzazione neoliberista non possono contare: le grandi imprese non andranno a finanziare le ricerche di quelli che intendono distruggere il loro potere; la stampa, ormai in mano alle multinazionali, getterà discredito su di loro non appena lo si riterrà necessario. I contestatori dispongono comunque di un asso nella manica: l'idea di trasformare il mondo in merce è folle.
Quando le idee folli dei dominatori diventano «cerchio della ragione», si riaprono alcune speranze per quelli che vogliono raddrizzare il mondo in difesa degli interessi della maggior parte della popolazione del pianeta. Non sarebbe forse il caso che costoro si imponessero, a loro volta, quella stessa determinazione e pazienza di quei crociati del mercato che in altri tempi, fuori dai giochi politici e dalle seduzioni mediatiche, hanno saputo pensare l'impensabile?


note:

(1) Robert Samuelson, Newsweek, 14 settembre 1998. Business Week, 14 settembre 1998.

(2) International Herald Tribune, 9 settembre 1998.

(3) Rick Perlstein, Before the Storm: Barry Goldwater and the Unmaking of the American Consensus, Hill and Wang, New York, 2001.

(4) In inglese «There is no Alternative». Alcuni anni dopo, questa formula sarà talmente usata da Margaret Thatcher, per proclamare il carattere insuperabile di una filosofia ancora più a destra di quella di Barry Goldwater, da essere conosciuta con l'acronimo: Tina.

(5) Per queste citazioni, si veda Rick Perlstein op. cit., pagine 13, 327 e 304.

(6) Il numero di americani che vive al di sotto della soglia di povertà è passato dal 22% nel 1959 all'11% nel 1979. Sono soprattutto gli anziani che hanno beneficiato dei programmi dall'amministrazione Johnson.

(7) Nel 1960 è in quanto «democratico per Nixon» che Ronald Reagan aveva sostenuto il candidato repubblicano contro John Kennedy.

(8) Si legga Serge Halimi, «Dove nascono le idee della destra americana», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1995. Sul ruolo dei think tank nell'amministrazione di George W. Bush, si veda Robin Toner, «Conservatives Savor Their Role as Insiders in the White House», The New York Times, 19 marzo 2001.

(9) Benjamin Barber, The Truth of Power: Intellectual Affairs in the Clinton White House, Norton, New York, 2001, p.97.

(10) Si legga Thomas e Mary Edsall. Chain Reaction: The Impact of Race. Rights and Taxes on American Politics, Norton, New York, 1991.

(11) Citato da Richard Cockett, Thinking the Unthinkable: Think Tanks and the Economic Counter-Revolution, 1931-1983, Fontana Press, Londra, 1955, p. 198. Si legga anche Keith Dixon, Les Évangélistes du marché, Raisons d'agir, Parigi,1998.

(12) Richard Cockett, op. cit., p. 104.
(Traduzione di G. P.) 


LE MONDE diplomatique (http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/index1.html)
Gennaio 2002


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