Hobsbawm:la democrazia fa male? Il problema Il personaggio

La globalizzazione e i mass media, i governi e la volontà popolare. Le sfide che ci aspettano nel Ventunesimo secolo e gli strumenti per affrontarle. 

Un intervento dello storico britannico Eric Hobsbawm

La democrazia fa male?

di Eric Hobsbawm

Ci sono parole - come "razzismo" e "imperialismo" - a cui nessuno vuole essere associato pubblicamente. Ce ne sono altre - come "madre" e "ambiente" - per le quali tutti sono ansiosi di dimostrare il loro entusiasmo. "Democrazia" è una di queste. Nei giorni del socialismo reale perfino i regimi meno credibili, come la Corea del Nord, la Cambogia di Pol Pot e lo Yemen, la esibivano nelle loro denominazioni ufficiali. Oggi, a parte alcune teocrazie islamiche, le monarchie ereditarie e gli sceiccati del Medio Oriente, è impossibile trovare un regime che non renda omaggio all'idea di assemblee o presidenti democraticamente eletti. Indipendentemente dalla storia e dalla cultura, le caratteristiche costituzionali comuni a Svezia, Papua Nuova Guinea e Sierra Leone (quando vi si può trovare un presidente eletto) collocano ufficialmente questi paesi in una categoria, mentre Pakistan e Cuba si trovano in un'altra. Ecco perché una disamina pubblica della democrazia è tanto necessaria quanto straordinariamente difficile.

Non c'è un nesso logico o necessario tra le varie componenti dell'insieme che costituisce la cosiddetta "democrazia liberale". Gli Stati non democratici possono basarsi sul principio del Rechtstaat o Stato di diritto, come indubbiamente fecero la Prussia e la Germania imperiali. Dai tempi di Tocqueville e di John Stuart Mill sappiamo che la libertà e il rispetto delle minoranze sono spesso più minacciati che protetti dalla democrazia. Sappiamo anche, da Napoleone III, che i regimi che vanno al potere con un colpo di Stato possono continuare a godere di un consenso maggioritario attraverso successivi ricorsi al suffragio universale (maschile). E né la Corea del Sud né il Cile negli anni Settanta e Ottanta suggeriscono che esista un legame automatico tra capitalismo e democrazia.

Comunque, l'argomentazione a favore delle libere elezioni non sostiene che esse garantiscano i diritti, bensì che, almeno in teoria, consentano al popolo di sbarazzarsi dei governi impopolari. E qui vanno fatte tre osservazioni critiche.

Innanzitutto, come ogni altra forma di regime politico, la democrazia liberale richiede un'unità politica entro la quale possa essere esercitata: normalmente si tratta dello "Stato-nazione". Laddove una tale unità non esiste, la democrazia liberale non è applicabile.

La seconda osservazione riguarda l'affermazione secondo cui il governo liberaldemocratico è sempre superiore o almeno preferibile al governo non democratico. A parità di condizioni non c'è dubbio che questo sia vero, ma a volte le condizioni non sono pari. L'Ucraina ha raggiunto una forma di governo più o meno democratica, ma al prezzo di perdere due terzi del modesto prodotto interno lordo che faceva registrare ai tempi dell'Unione Sovietica. La Colombia è stata governata da un regime militare o da caudillos populisti solo per brevi periodi; per il resto ha avuto un governo costituzionale, rappresentativo e democratico, con due partiti rivali - i liberali e i conservatori - in competizione tra di loro, come da manuale. Tuttavia le persone uccise, mutilate e cacciate dalle loro case negli ultimi cinquant'anni si contano a milioni e sono molte di più di quelle registrate in uno qualsiasi dei paesi latinoamericani vittime di dittature militari.

La terza osservazione è stata espressa da Winston Churchill: "La democrazia è la peggiore forma di governo, eccetto tutte le altre che sono già state provate". Le argomentazioni a favore della democrazia sono essenzialmente negative. Anche come alternativa ad altri sistemi, la democrazia può essere difesa solo a malincuore. Per gran parte del Ventesimo secolo ciò non ha avuto molta importanza, dato che i sistemi politici che hanno provato a sfidarla erano palesemente terribili. Finché la democrazia rappresentativa liberale ha dovuto fronteggiare queste sfide i suoi difetti strutturali come sistema di governo sono stati evidenti solo ai pensatori più acuti e agli autori satirici. In realtà perfino i politici ne discutevano ampiamente e apertamente, finché non è diventato imprudente dire in pubblico quel che si pensava veramente della massa di elettori da cui dipendeva la propria elezione.

La propaganda di massa

Oggi, tuttavia, "il popolo" è il fondamento e il punto di riferimento comune di tutti i governi statali, salvo quelli teocratici. Questo non è solo inevitabile, ma è anche giusto: se il governo ha una qualche funzione, è proprio quella di parlare a nome di tutti i cittadini e di prendersi cura del loro benessere. Nell'era dell'uomo della strada, ogni governo è "governo del popolo e per il popolo", anche se a nessun livello pratico può essere "governo gestito dal popolo". Questo è stato il terreno comune di liberaldemocratici, comunisti, fascisti e nazionalisti, anche se le loro idee divergevano su come formulare, esprimere e influenzare "la volontà popolare". La propaganda di massa è stata una componente essenziale perfino dei regimi pronti a esercitare un potere coercitivo illimitato. Nemmeno le dittature possono sopravvivere a lungo se viene meno la disponibilità dei cittadini ad accettare il regime. Ecco perché, quando è arrivato il momento, i regimi "totalitari" dell'Europa orientale, seppure con un apparato statale fedele e una macchina repressiva efficiente, sono crollati in modo rapido e indolore.

I governi dei moderni Stati territoriali o Stati-nazione si fondano su tre punti cardine: il primo è che hanno più potere delle altre strutture che operano sul loro territorio; il secondo è che gli abitanti del loro territorio ne accettano l'autorità più o meno di buon grado; il terzo è che i governi possono fornire ai loro cittadini servizi - come l'ordine pubblico, il proverbiale "law and order" - che altrimenti non potrebbero essere erogati con la stessa efficienza, o addirittura non potrebbero proprio esistere. Negli ultimi trenta o quarant'anni questi punti cardine hanno via via perso validità.

Per prima cosa, come dimostra l'Irlanda del Nord, perfino gli Stati più forti, più stabili e più efficienti hanno perso il monopolio della forza, non ultimo grazie alla valanga di nuovi strumenti di distruzione, piccoli e portatili, e all'estrema vulnerabilità della vita moderna ai sovvertimenti improvvisi, per quanto minimi. In secondo luogo, i cittadini non sono più così disposti né a offrire volontariamente lealtà e servizio a un governo legittimato dal voto popolare né a obbedire al potere opprimente di un governo illegittimo.

Il terzo punto cardine è stato minato non solo dall'indebolimento del potere statale ma anche, dagli anni Settanta in poi, dal ritorno in auge tra i politici e gli ideologi di una critica ultraradicale e liberista dello Stato. Più per convinzione teologica che adducendo prove storiche, si è sostenuto che tutti i servizi che le autorità pubbliche possono fornire sono indesiderati oppure migliori se erogati dal "mercato". Gli uffici postali, le carceri, le scuole, le forniture idriche e perfino i servizi di assistenza sono stati dati in gestione o trasformati in aziende, mentre i dipendenti pubblici sono stati trasferiti a strutture indipendenti o sostituiti da collaboratori esterni. Anche parti del sistema di difesa sono state appaltate. Il modus operandi dell'impresa privata, volto a massimizzare il profitto, è diventato il modello a cui aspira anche il governo. Lo Stato tende perciò ad affidarsi ai meccanismi economici privati per sostituire la mobilitazione attiva e passiva dei suoi cittadini.

Da cittadini a consumatori

La sovranità del mercato non è un completamento della democrazia liberale, bensì una sua alternativa. In realtà è un'alternativa a ogni tipo di politica, dato che nega il bisogno stesso di decisioni politiche; decisioni che riguardano gli interessi comuni o di gruppo, e in quanto tali sono distinte dalla somma delle scelte, razionali o meno, degli individui che perseguono interessi privati. La partecipazione al mercato sostituisce dunque la partecipazione alla politica. Il consumatore prende il posto del cittadino.

Due elementi compensano il declino della partecipazione civile e dell'efficacia del processo tradizionale del governo rappresentativo. I titoli dei giornali - o le irresistibili immagini televisive - sono l'obiettivo immediato di tutte le campagne politiche, poiché molto più efficaci - e molto più semplici - della mobilitazione di migliaia di persone. Sono finiti i tempi in cui il lavoro dell'ufficio di un ministro veniva interrotto per rispondere a un'improvvisa interrogazione parlamentare. Oggi è l'eventualità della pubblicazione di un servizio giornalistico a bloccare l'attività del numero 10 di Downing Street. E non sono né i dibattiti parlamentari né le linee editoriali dei giornali a provocare il malcontento dell'opinione pubblica.

Un malcontento così palese che perfino i governi con le maggioranze più solide devono tenerne conto tra un'elezione e l'altra: ne siano esempio le proteste popolari contro le imposte sui carburanti o contro i cibi transgenici. Quando emergono queste proteste è piuttosto inutile liquidarle come l'opera di piccole minoranze, non elette e atipiche, anche se di solito è proprio così.

Grazie ai mass media l'opinione pubblica è più potente che mai, il che spiega il successo delle professioni specializzate nell'influenzarla. Quel che è meno evidente è il legame cruciale tra la politica dei media e l'azione diretta: l'azione dal basso che influenza direttamente i massimi responsabili politici, scavalcando i meccanismi intermedi dei governi rappresentativi.

Questo è particolarmente evidente negli affari transnazionali, dove i meccanismi intermedi non esistono. Noi tutti conosciamo il cosiddetto effetto Cnn, la sensazione politicamente forte ma completamente disorganica che "si deve fare qualcosa" per il Kurdistan, per Timor Est e così via. Più di recente, le manifestazioni di protesta a Seattle e a Praga hanno dimostrato l'efficacia dell'azione diretta mirata, messa in atto da piccoli gruppi consapevoli del potere della televisione. Questa azione è stata condotta perfino contro organizzazioni come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, espressamente concepite per essere immuni ai processi politici democratici.

Tutto ciò mette la democrazia liberale di fronte a quello che è forse il suo problema più serio e immediato: in un mondo sempre più globalizzato e transnazionale, i governi nazionali coesistono con forze che hanno un impatto sulla vita quotidiana dei cittadini almeno pari al loro, ma che in varia misura supera il loro controllo. I governi, tuttavia, non possono abdicare davanti a queste forze che sfuggono al loro controllo. Quando salgono i prezzi del petrolio, per esempio, tutti i cittadini, compresi i dirigenti d'azienda, sono convinti che il governo possa e debba fare qualcosa, anche in paesi come l'Italia, dove ci si aspetta poco o nulla dallo Stato, o negli Stati Uniti, dove molti non credono allo Stato.

I compiti del governo

Ma che possono e devono fare i governi? Più che in passato essi sono sotto l'incessante pressione di un'opinione pubblica costantemente monitorata. Ciò limita le loro scelte. Nonostante questo, però, i governi non possono smettere di governare. In realtà gli esperti di pubbliche relazioni sollecitano i governi a farsi vedere sempre intenti a governare. Come sappiamo dalla storia britannica della fine del Ventesimo secolo, questo non fa che moltiplicare i gesti, gli annunci e, a volte, le leggi inutili. Oggi, inoltre, le autorità pubbliche sono alle prese con decisioni d'interesse generale di natura tecnica oltre che politica. E qui i voti democratici - o le scelte dei consumatori nel mercato - non sono di nessun aiuto. Le conseguenze ambientali della crescita illimitata del traffico e le misure migliori per affrontarle non possono essere portate all'attenzione dei cittadini solo attraverso dei referendum. Queste misure possono dimostrarsi impopolari e in una democrazia è imprudente dire all'elettorato ciò che non vuole sentirsi dire.

Ma allora, come si possono organizzare in modo razionale le finanze dello Stato quando i governi sono convinti che ogni proposta di aumentare le tasse equivalga a un suicidio e quando, di conseguenza, le campagne elettorali sono una gara allo spergiuro fiscale e i bilanci dei governi sono degli esercizi di ottenebramento fiscale?

Insomma, la "volontà popolare", comunque sia espressa, non può determinare i compiti specifici del governo. Come Sidney e Beatrice Webb hanno osservato a proposito dei sindacati, la volontà popolare non può giudicare i progetti ma solo i risultati. È molto più brava a votare contro che a favore. E quando raggiunge uno dei maggiori trionfi negativi, come mettere fine ai cinquant'anni di regime postbellico corrotto in Italia o in Giappone, è incapace di fornire un'alternativa. Staremo a vedere se riuscirà a farlo in Serbia.

Tuttavia il governo è per il popolo. E i suoi effetti vanno giudicati in base a ciò che fa al popolo. Per quanto possa essere disinformata, ignorante o perfino stupida, e per quanto possano essere inadeguati i metodi per scoprirla, la "volontà popolare" è indispensabile. Come potremmo altrimenti giudicare il modo in cui le soluzioni tecnico-politiche -per quanto accorte e tecnicamente soddisfacenti - influenzano la vita degli esseri umani in carne e ossa? I sistemi sovietici hanno fallito perché non c'era scambio reciproco tra chi prendeva le decisioni "nell'interesse del popolo" e coloro ai quali queste decisioni erano imposte. La globalizzazione liberista degli ultimi vent'anni ha compiuto lo stesso errore.

Oggi la soluzione ideale non è quasi mai alla portata dei governi. È una soluzione su cui si sono basati i medici e i piloti degli aerei in passato e a cui ancora oggi cercano di aggrapparsi in un mondo sempre più diffidente: la convinzione diffusa che noi e loro condividiamo gli stessi interessi. Noi non gli diciamo in che modo devono prestare i loro servizi - anche perché, in qualità di non esperti, non potremmo - ma finché qualcosa non va storto gli diamo la nostra fiducia. Pochi governi godono oggi di questa fondamentale fiducia a priori. Nelle democrazie liberali raramente essi rappresentano la maggioranza dei voti, per non dire dell'elettorato. I partiti e le organizzazioni di massa, che una volta fornivano ai "loro" governi proprio questa fiducia e un appoggio costante, si sono sgretolati. Sugli onnipresenti mass media i critici di professione, in nome di una presunta competenza superiore, attaccano continuamente l'operato del governo.

Così la soluzione più conveniente per i governi democratici, e a volte anche l'unica, è quella di mantenere il processo decisionale il più possibile fuori dalla sfera pubblica e politica, o almeno di eludere il processo del governo rappresentativo. Molte decisioni politiche saranno negoziate e decise dietro le quinte. Questo aumenterà la sfiducia dei cittadini verso il governo e abbasserà la considerazione dell'opinione pubblica per i politici.

Qual è allora il futuro della democrazia liberale? Fatta eccezione per la teocrazia islamica, in linea di principio nessun potente movimento politico pone una sfida a questa forma di governo. La seconda metà del Ventesimo secolo è stata l'età dell'oro delle dittature militari. Il Ventunesimo secolo non sembra così favorevole a esse: nessuno degli Stati ex comunisti ha scelto di seguire questa strada, mentre quasi tutte le dittature non hanno più il coraggio di esprimere a piena voce le loro convinzioni antidemocratiche e si limitano ad affermare di voler salvare la Costituzione fino alla data (imprecisata) di un ritorno al governo civile.

Qualsiasi cosa si pensasse prima dei terremoti economici del 1997-'98, oggi è chiaro che l'utopia di un mercato liberista globale, senza Stati, non si realizzerà. La maggior parte della popolazione mondiale, e certamente quella dei regimi liberaldemocratici degni di questo nome, continuerà a vivere in Stati attivi, anche se in alcune regioni sfortunate il potere e l'amministrazione statale si sono praticamente disintegrati. Quindi la politica continuerà, e così pure le elezioni democratiche.

Come affrontare il terzo millennio

Dobbiamo affrontare i problemi del Ventunesimo secolo con un insieme di meccanismi politici terribilmente inadeguati allo scopo. Questi meccanismi sono in realtà confinati entro le frontiere degli Stati-nazione, il cui numero è in aumento, e hanno di fronte un mondo globale che si estende oltre il loro raggio d'azione. Non è nemmeno chiaro fino a che punto possano applicarsi all'interno di un territorio vasto ed eterogeneo che possiede una cornice politica comune, come l'Unione europea. Questi meccanismi politici devono vedersela con un'economia mondiale che opera attraverso unità molto diverse - le imprese multinazionali - a cui non si applicano le considerazioni di legittimità politica e di interesse comune. E soprattutto hanno di fronte un'epoca in cui l'impatto dell'intervento umano sulla natura e sul globo è diventato una forza di proporzioni geologiche. L'adozione di nuovi meccanismi richiederà misure per le quali, quasi certamente, non si troverà nessun sostegno contando i voti o valutando le preferenze dei consumatori. Questo non è incoraggiante per le prospettive a lungo termine né della democrazia né del globo.

Dobbiamo affrontare il terzo millennio come quel personaggio di fantasia irlandese che, a chi gli chiedeva la strada per Ballynahinch, dopo aver riflettuto un attimo rispondeva: "Fossi in lei non partirei da qui".

Ma è proprio da qui che dobbiamo partire.

da: "Internazionale" 
20.3.2001

Eric Hobsbawm è uno storico britannico di orientamento marxista. E' professore emerito di storia economica e sociale alla London University. Autore di molti saggi, ha analizzato le dinamiche economiche e la conflittualità sociale nell'età moderna e contemporanea. Le sue opere più recenti sono: Gente non comune (Rizzoli), intervista sul nuovo secolo (a cura di Antonio Polito, Laterza); Il secolo breve:l'era dei grandi cataclismi (Rizzoli). 



IL PROBLEMA - Il filo conduttore del dubbio di Hobsbawm

Antonio Spadafora

"Personalmente sono convinto - ebbe a confessare Raymond Aron a metà del secolo appena trascorso - che il regime democratico, se considerato in rapporto ai valori individuali e al destino dell'individuo, sia il migliore regime possibile; sfortunatamente però, siccome la mia non è una concezione ottimistica della storia, non riesco a concluderne che si possa dimostrare a priori che la democrazia sia destinata a trionfare". A cinquant'anni di distanza, in soccorso del "pessimismo" di Aron sembrerebbe giungere la riflessione critica che Eric Hobsbawm ha condensato nell'articolo abbastanza provocatorio, apparso sul numero del 5 marzo del New Statesman (Democracy can be bad for you), tradotto sollecitamente in italiano e pubblicato con il titolo La democrazia fa male? sul numero del 16 marzo della rivista Internazionale.

Per tutto il ventesimo secolo - è l'esordio della serrata argomentazione di Hobsbawm - la democrazia liberale ha dovuto fronteggiare sfide terribili che hanno fatto passare in secondo piano il bisogno di una più attenta analisi dei suoi "difetti strutturali", vagamente condensati nell'efficace, e ormai celebre, osservazione di Winston Churchill ("La democrazia è la peggiore forma di governo, eccetto tutte le altre che sono già state provate"). A ben guardare, infatti, è già difficile trovare un "nesso logico o necessario tra le varie componenti dell'insieme che costituiscono la cosiddetta democrazia liberale" (dallo stato di diritto al libero mercato del capitalismo), ma ancora meno agevole è trovare un ordinamento, che si ritiene o che è ritenuto democratico, in cui la democrazia si traduca effettivamente - al di là della ben nota formula di "governo del popolo e per il popolo" - in un "governo gestito dal popolo". Il che, se per un verso potrebbe spiegare il fatto che tanti e così diversi ordinamenti (dalla Svezia alla Papua Nuova Guinea, con l'eccezione di qualche teocrazia islamica) si definiscano democratici, per l'altro evidenzia, tra le pieghe della stessa questione nominalistica, un fatto ben più decisivo: e cioè che la democrazia si fonda sempre sul consenso, ma non sempre - o assai di rado - le condizioni effettuali in cui opera la rendono capace di creare il consenso di cui ha bisogno.

Nella sua ricostruzione analitica del Novecento, com'è noto, Hobsbawm ha proposto un'articolazione della "struttura" del Secolo breve (1914-1991) in tre fasi le cui rispettive dinamiche evidenziano anche come il problema del consenso democratico sia strettamente correlato con le condizioni - economiche, sociali, culturali e morali - in cui si svolge l'azione politica. Da questa lettura della storia emerge, infatti, tutto il problematico percorso della democrazia liberale che si vede costretta a una sostanziale "ritirata" nell'Età della catastrofe (1914-1946), che recupera per così dire una spinta propulsiva nell'Età dell'oro del secolo (1947-1973) e che, a partire dalla crisi mondiale apertasi nella prima metà degli anni '70, si ritrova avviluppata in una sorta di disorientamento nuovo e a dir poco problematico. E al riguardo, già nel 1994 il commento dello storico inglese non era stato sicuramente tranquillizzante: "Per quanti oggi guardano indietro al periodo tra le due guerre, la caduta dei sistemi politici liberali può sembrare come una breve interruzione nella loro conquista secolare del pianeta. Purtroppo, mentre si avvicina il nuovo millennio, le incertezze sul futuro della democrazia non appaiono più così remote. Può darsi che il mondo stia infelicemente entrando in un periodo in cui, di nuovo, i vantaggi della democrazia non appariranno così ovvi com'è accaduto fra il 1950 e il 1990".

Nella riflessione del marzo scorso Hobsbawm riprende - come il lettore potrà agevolmente constatare - il filo conduttore della sua analisi storica e mette a fuoco l'odierna impasse della democrazia liberale tra la crisi dello Stato-nazione, le crescenti pretese di sovranità del cosiddetto mercato globale e il monitoraggio costante dell'opinione pubblica da parte dei mezzi di comunicazione di massa. La riflessione dello storico non è certo permeata di ottimismo ("Il pessimista -ha detto in una recente intervista - non è altro che l'ottimista informato"), ma ha il pregio di presentare in termini non ambigui la situazione della politica nel nostro tempo.

Il lettore potrà giudicare se e quanto l'analisi dello storico britannico risulti convincente. In questa sede, tuttavia, vale forse la pena di sottolineare tre sue affermazioni: (1) quella relativa a una democrazia liberale che non vede profilarsi al suo orizzonte nessuna vera sfida da parte di un qualche forte movimento politico; (2) quella relativa alla sovranità del mercato che non costituisce "un completamento della democrazia liberale, bensì una sua alternativa"; (3) quella relativa al bisogno di nuovi meccanismi politici, per affrontare i complessi problemi del nostro tempo, e la cui adozione "richiederà misure per le quali, quasi certamente, non si troverà nessun sostegno contando i voti o valutando le preferenze dei consumatori".

Trarre dalla riflessione di Hobsbawm la conclusione che la politica del nostro tempo sia già entrata nella fase che Colin Crouch ha definito della "post-democrazia" non è, molto probabilmente, né azzardato né illegittimo. Proprio in questi giorni si può trovare nelle librerie un'altra riflessione sull'argomento: quella di Ralph Dahrendorf nell'intervista che l'editore Laterza ha pubblicato con il titolo Dopo la democrazia (si veda il Corriere del Ticino del 15.11.2001). Leggere per credere: il liberale Dahrendorf conviene, come il marxista Hobsbawm, sul "fatto che elezioni e Parlamenti non soddisfano più i bisogni della decisione democratica" e, quindi, anche sul fatto che "noi non sappiamo come in futuro il popolo potrà esprimere la sua volontà e in che modo potrà determinare la decisione politica".



IL PERSONAGGIO - Un autorevole studioso sui sentieri della modernità

Antonio Spadafora

La modernità compresa tra le "rivoluzioni borghesi" e i "grandi cataclismi" del Novecento costituisce l'oggetto specifico dell'indagine di Eric J. Hobsbawm che è, per unanime riconoscimento, uno dei più autorevoli storici viventi. L'autobiografia, alla cui stesura è attualmente impegnato, ci fornirà sicuramente un ulteriore e prezioso strumento per la comprensione delle traversie di un secolo che egli ha praticamente percorso per intero, essendo nato nel 1917 ad Alessandria d'Egitto da una famiglia ebrea dell'Est.

Allo studio della storia, intrapreso presso l'Università di Cambridge, era stato orientato - come ha di recente ricordato nell'Intervista sul nuovo secolo - dalla lettura di Marx ("...Marx mi fornì la consapevolezza che essa è uno strumento senza del quale non possiamo capire cosa succede nel mondo"). E la lezione di Marx, che ha contraddistinto e la sua concezione "analitica" della storia e il suo orientamento politico-ideologico, non è stata mai rinnegata da Hobsbawm: gli è servita anzi - come ha spiegato in un'intervista al Nouvel Observateur del 21-27 ottobre 1999 - per contestare lo stalinismo negli anni della militanza nel Partito comunista britannico e poi, all'epoca dei fatti d'Ungheria (1956), per rompere definitivamente con il comunismo sovietico.

Nella sua lunga carriera accademica Hobsbawm ha insegnato al Kings College dell'Università di Cambridge dal 1949 al 1955 e, dal 1959, al Birkbeck College dell'Università di Londra; ha tenuto anche corsi regolari alla New School for Social Research di New York. Tra i molti riconoscimenti ricevuti spiccano le numerose lauree ad honorem attribuitegli da Università di tutto il mondo e la membership della British Academy e dell'American Academy of Arts and Sciences.

Per un serio orientamento bibliografico sulla produzione storiografica di Hobsbawm fino a tutti gli anni '80 si rinvia a Keith McClelland, Bibliography of the writings of Eric Hobsbawm, in Culture,Ideology and Politics, edited by Raphael Samuel and Gareth Stedman Jones, London, Routledge & Kegan Paul, 1982, pp.332-363; per gli anni successivi e fino a oggi si può consultare con profitto il catalogo in linea della British Library (BLPC) all'indirizzo web "http://blpc.bl.uk".

Tra le edizioni degli scritti tradotti in italiano si segnalano in particolare le più recenti, verosimilmente ancora in commercio: Le rivoluzioni borghesi. 1789-1848, Milano, Il Saggiatore, 1971 (rist. con il titolo L'età della rivoluzione..., Milano, Rizzoli,1999); Studi di storia del movimento operaio, Torino, Einaudi, 1973 (rist. 1978); La rivoluzione industriale e l'Impero. Dal 1750 ai giorni nostri, Torino, Einaudi, 1974-2a ed.; I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, Torino, Einaudi, 1974- 2a ed.; Il trionfo della borghesia. 1848-1875, Roma-Bari, Laterza, 1976 (rist. 1994); I banditi. Il banditismo sociale nell'età moderna, Torino, Einaudi, 1977 - 3a ed.; I rivoluzionari, Torino, Einaudi, 1978; Lavoro, cultura e mentalità nella società industriale, Roma-Bari, Laterza,1986 (rist. 2000); L'età degli imperi. 1875-1914, Roma-Bari, Laterza, 1987 (rist. 2000); Echi della Marsigliese. Due secoli giudicano la Rivoluzione francese, Milano, Rizzoli, 1991; Nazioni e nazionalismo dal 1780, Torino, Einaudi,1991; Il secolo breve .1914-1991. L'era dei grandi cataclismi, Milano, Rizzoli, 1995 (rist.2000); De historia, Milano, Rizzoli, 1997; Intervista sul nuovo secolo, Roma-Bari, Laterza, 1999; Gente non comune, Milano, Rizzoli, 2000. 

Corriere del Ticino
22.11.2001


La società secondo Berlusconi

Predatori a banchetto

di Andrea Ranieri

Alla fine del primo atto dell'opera di Mozart e Lorenzo da Ponte, Don Giovanni fa entrare gli invitati alla festa; cibi squisiti sono esposti sulla tavola, sui cavalletti; la gente è chiamata a fare a gara per servirsi: "è aperto a tutti quanti / Viva la libertà", sono le parole dell'eroe predatore, che invita tutti gli altri a farsi predatori al banchetto. È una pratica questa molto cara ai potenti. La sparsio, com'era chiamata nell'antica Roma, la distribuzione di beni, tanto più gradita - ai potenti - quanto più provocava competizione, a volte risse, percosse, morte, fra i beneficiati.
Starobinsky, che ha studiato questa pratica nel libro A piene mani: dono fastoso e dono perverso(1), la riteneva più o meno entrata in crisi con la rivoluzione francese. Il programma di Berlusconi la recupera, si presenta come una vera e propria sparsio, e identifica la libertà proprio come la possibilità per tutti di partecipare alla gara per accaparrarsi i beni che l'immancabile sviluppo metterà a disposizione. È chiaro, come è sempre stato chiaro, che non basteranno per tutti e che i veri potenti, a cominciare da colui che offre il banchetto, hanno già mangiato prima. 
Al mondo dell'individualismo massificato, che lui stesso come grande manager di televisione e di comunicazione ha contribuito a creare, si è rivolto con un messaggio semplice e chiaro, che promette beni e insieme scioglie da responsabilità collettive; affranca dai vincoli gli individui capaci di correre nel mondo della globalizzazione; libera dall'angoscia di dover crescere chi sa che non potrà farcela, promettendo sicurezze volte a rassicurarlo nella sua minorità, a inchiodarlo in un localismo vissuto senza traumi e nutrito di qualche sogno. Soprattutto promettendo di proteggerlo contro chi sta peggio di lui. Di fronte alla crisi delle politiche nazionali, delle grandi identità collettive, all'avanzare della globalizzazione, promette il mondo come opportunità e come ricchezza ai forti, e promette di proteggere dal mondo i deboli e gli insicuri. Affronta le diversità assumendole in quanto tali e irrigidendole, nella convinzione che gli individui amano essere quel che sono, e che l'angoscia più forte in tempi di cambiamento è appunto quella di dover cambiare.
A questo universo di riferimento, che è tutto l'universo sociale ridotto in frantumi, individualizzato, Berlusconi non può che promettere una crescita senza sacrifici né doveri. Non per tutti, naturalmente, ma a tutti, come il banchetto di Don Giovanni, disponibile. Se il merito fondamentale è l'individualismo, se i valori sono ridotti all'essere padroni in casa propria, non vi sono principi superiori, nessuna dimensione etica personale o collettiva, che possa spiegare limitazioni, fallimenti, semplice dilazione del benessere individuale o familiare da acquisire; meglio, può essere solo esterna, una dilazione causata sempre da altri.
Il buco nel bilancio di Amato o le torri gemelle, usate spregiudicatamente per spiegare l'impossibilità di dare subito a tutti quello che si era promesso. E soprattutto il comunismo, il cui significato è allargato fino a comprendere ogni vincolo al dispiegarsi senza limiti della capacità individuale di acquisire beni. È comunista, di volta in volta, la Magistratura, la televisione di Zaccaria, l'Europa intera, quando pretende di normare e regolare la libertà di arricchirsi. Il comunismo è l'invidia per chi ce l'ha fatta, ed è lo sbarramento da rimuovere sulla strada di chi ce la può fare.
Una crescita costante e senza limiti - una specie di euforia della borsa prolungata ed estesa a tutti i campi della vita civile e sociale - è l'orizzonte economico auspicato, promesso, l'unico che può tenere uniti gli individui atomizzati e massificati che sono la sua base sociale, coprendo e occultando in questo modo le disuguaglianze laceranti, il baratro sempre più forte tra globalisti e localisti identitari, che una crescita trainata dalla pura e semplice logica d'impresa promuove.
Il problema è che una crescita di questo tipo non c'è e non ci sarà più. E la possibilità di dare quanto promesso alla parte più lucida - e più ricca - del suo fronte, quella che ha consapevolmente scommesso sul venir meno di ogni vincolo di socialità e di solidarietà, che non sia compassionevole, senza toccare gli interessi e le tasche degli individualisti immaginari, non esiste.

I tagli alla spesa pubblica e al welfare devono essere anticipati per permettere il pieno dispiegarsi degli spiriti animali del mercato. Quelli che si aspettano tanto dallo Stato a prescindere da ogni dovere e responsabilità pubblica, stanno per fare i conti con le conseguenze che la caduta dello spirito pubblico avrà sulle loro pensioni, sulla loro salute, sull'istruzione dei propri figli. Le stesse grandi imprese che operano in una dimensione europea e globale, le piccole e medie imprese dei distretti e dei sistemi locali, impegnate a confrontarsi con le reti lunghe dell'economia globalizzata, saranno chiamate a fare i conti con i guasti che l'economia dell'aiutati che Dio - si fa per dire - ti aiuta provocherà proprio sui fattori decisivi per competere su un mercato sempre più globalizzato: gli investimenti in ricerca e formazione, le politiche a livello locale orientate alla innovazione e alla qualità, la coesione sociale necessaria a dare affidabilità alle reti locali e, nello stesso tempo, a sorreggere gli investimenti a medio e lungo termine necessari per promuovere l'innovazione. È necessaria, quindi, per i lavoratori e per il Paese una dura, seria, vigorosa politica di contrasto, che sia sorretta da due convinzioni preliminari: 
1) che alcuni dei temi che Berlusconi agita contro i valori della solidarietà e del collettivo, corrispondono a fenomeni reali, che davvero non è più proponibile la triade big industry, big labour, big State che segnò la storia del fordismo e della socialdemocrazia classica;
2) che non esistono più blocchi sociali stabili e coesi, e che proprio per questo la stessa difesa dalle proprie basi sociali di riferimento può aver successo solo se parla anche a quegli interessi e quei valori oggi egemonizzati dal centro destra.

L'individualizzarsi del lavoro e della vita, il differenziarsi, fino alla persona, dei percorsi lavorativi, la crescente autonomia necessaria a svolgere un numero sempre più ampio di lavori, qualunque sia la natura giuridica del rapporto, sono le basi oggettive per cui alcuni elementi della cultura imprenditoriale e di mercato sono entrati anche nel nostro campo, e non è possibile difendersi senza dare una risposta alla innovazione sociale che ci attraversa, più compiuta e più seria di quello che siamo stati in grado di fare quando la sinistra era al governo. Questa è oltretutto la condizione per poter puntare a incrinare il fronte degli altri, per evitare che dietro la formula della centralità dell'impresa si ritrovino le grandi multinazionali e le imprese dei distretti, i competitivi da costi e le aziende di qualità, i padroni delle televisioni e il popolo frammentato e disperso dalle partite Iva. È questa la partita aperta per il sindacato.
È un grande risultato aver ricostruito le ragioni di una risposta unitaria all'attacco del Governo ai diritti dei lavoratori, ma occorre sapere che le ragioni della divisione possibile sono ancora vive, stanno dentro di noi, stanno nella scomposizione della nostra stessa base sociale, e che una posizione puramente difensiva è destinata a farle emergere. C'è una vera e propria corsa contro il tempo da affrontare: incrinare il fronte che fa capo alla centralità ideologica dell'impresa è condizione perché non si incrini il nostro fronte.
Occorre allora scegliere la nostra scala di priorità, contrapporre alla logica del libro bianco sul lavoro e della Finanziaria, le nostre rivendicazioni, per affrontare l'innovazione economica e sociale in un quadro di rispetto dei diritti e delle libertà reali delle persone che lavorano. Nella consapevolezza che, al contrario di quanto pensano i deregolatori, la produzione di nuovi diritti e di nuove sicurezze è la condizione fondamentale per assicurare flessibilità al sistema e maggiori libertà per le persone.
Il primo terreno di proposte non può che riguardare le politiche della ricerca e della formazione. Il neo liberismo sempre più palesemente non è in grado di rispondere a quello che ormai la stragrande maggioranza degli economisti, le grandi istituzioni internazionali, l'Europa, considerano il problema centrale: il fattore decisivo, sia della crescita economica, sia dello sviluppo dei diritti umani e della coesione sociale, è la capacità dei sistemi territoriali di produrre e riprodurre sapere e di internalizzarlo nei propri modi di produrre merci e servizi. Bush in Usa è qui che taglia per ridurre le tasse, voltando in qualche modo le spalle a quella che è stata la ragione forte della crescita americana degli ultimi decenni: una forte innovazione produttiva sostenuta da forti investimenti pubblici in ricerca. Si rivela qui una contraddizione della economia di mercato governante, che ha a che fare con gli stessi destini dell'umanità: l'incapacità di sostenere politicamente e culturalmente forti spese in ricerca di base, senza l'assillo della minaccia esterna e della competizione con un sistema nemico. L'incapacità cioè di spostare nella lotta al cancro, all'Aids, nella promozione del benessere dei popoli e delle persone, le risorse per la ricerca che si trova normali investire di fronte alla minaccia esterna. Forse questo spiega - di fronte al possibile rallentamento della crescita della produttività americana, proprio per il diminuire degli investimenti in ricerca - la riedizione anacronistica dello scudo spaziale, palesemente inadatto a difendersi dai nemici di oggi.
La ricerca di base, e la formazione, non sono e saranno sempre meno producibili con pure logiche di mercato, anzi servono al mercato quanto più sono prodotte in libertà e autonomia. Lo sanno i premi Nobel, e lo sanno gli stessi imprenditori più avanzati, che vedono sempre più allontanarsi, per ragioni connesse alla stessa crisi del fordismo e della economia di scala, la possibilità di produrre ricerca in proprio, e affidano il proprio futuro alla capacità di connettersi in rete con i centri in cui il sapere viene prodotto e riprodotto. Lo sanno bene gli hackers di Pekka Himanen2, quelli che programmano con entusiasmo, che non avrebbero mai prodotto innovazione senza libertà, senza la costruzione e la difesa di connessioni aperte e orizzontali, contro le logiche verticali del comando d'impresa. Non lo sa il provincialismo della nostra destra, che pensa che la detassazione degli investimenti d'impresa possa compensare la non crescita, se non la vera e propria riduzione, degli investimenti pubblici in Università e Ricerca previsti dalla Finanziaria. Ma l'attacco allo sviluppo e alla coesione sociale si esprime anche nella derubricazione della centralità degli investimenti in scuola e formazione.
È questo, tra gli altri, l'aspetto peggiore del libro bianco, l'aver sganciato politicamente e culturalmente, la questione della flessibilità dall'innalzamento della qualità del lavoro, della sua crescita culturale e professionale. Il libro bianco è, da questo punto di vista, l'altra faccia della riforma della scuola della Moratti, con i suoi meccanismi di divisione precoce, di segmentazione dell'utenza prima dei 14 anni, nel modo in cui sarà declinato l'intreccio fra scolarità obbligatoria e facoltativa fin dalle elementari. Su questo terreno non basta opporsi, ma occorre produrre un'idea di libertà e di sicurezza in grado di rispondere all'articolarsi del mondo del lavoro, per coniugare in maniera nuova il differenziarsi dei percorsi e l'unità del mondo del lavoro, le ragioni dell'individuo e i nuovi spazi per la contrattazione collettiva.
La formazione per tutti e per tutto l'arco della vita può e deve essere il punto di partenza per costruire una nuova generazione di diritti e nuovi spazi di contrattazione. L'assicurare a tutti i lavoratori, qualunque sia il carattere giuridico del proprio rapporto, la possibilità di continuare a crescere culturalmente e professionalmente, di rispondere con un proprio progetto all'obsolescenza rapida dei saperi e delle professioni, deve diventare, in questo inizio secolo, una parola d'ordine capace di suscitare altrettante energie di quanto richiese, all'inizio di questo secolo, la conquista del diritto all'alfabetizzazione per tutti i bambini. 
Da qui può partire la stessa idea di un nuovo diritto del lavoro, e da qui un nuovo capitolo nella storia della contrattazione collettiva, per dare alla formazione lo stesso peso e la stessa dignità che ha la contrattazione del salario e dell'orario. Non c'è discussione possibile sulla flessibilità che possa prescindere da questa premessa, decisiva non solo per la tutela reale dei lavoratori in tempi di rapido cambiamento, ma anche dirimente per capire la direzione in cui le imprese intendono gestire il cambiamento: se verso una riduzione pura e semplice dei diritti e dei costi dei lavoratori, o verso l'innovazione e la crescita qualitativa del nostro sistema produttivo e di servizi, realizzando una flessibilità capace di coniugarsi con maggiori gradi di libertà delle persone. Il sistema ricerca - università - scuola - formazione è oggi il punto decisivo per ridefinire nell'epoca nuova il rapporto fra Stato e mercato, fra esigenze pubbliche di promozione umana e sociale e direzione dello sviluppo - o del non sviluppo - economico. Su questo terreno si gioca una partita che riguarda insieme la capacità di mantenere forti livelli di coesione sociale nel mondo del lavoro che cambia, e interrogare attivamente le imprese sulle proprie priorità.

La questione degli ammortizzatori sociali è l'altra grande questione, a questa strettamente connessa. Il Governo, nel suo libro bianco, usa i diversi livelli di copertura dal rischio di disoccupazione fra le differenti specie di lavoratori, come pretesto per una sistematica e puntuale opera di deregolazione, fino alla individualizzazione del contratto di lavoro, che la residua contrattazione collettiva dovrebbe limitarsi a registrare. Alla diversità, alla disuguaglianza in atto si risponde con la prospettiva strategica della polverizzazione dei rapporti. Ma non si può rispondere al Governo senza rispondere al problema. E allora la sfida non può che essere affrontata proponendo in positivo il terreno di una riforma degli ammortizzatori secondo i criteri, a dire il vero un po' troppo generali, definiti unitariamente col precedente governo, tesi a ridefinire reti di protezione dall'insicurezza insieme più universali e più mirate, ossia capaci sia di affrontare i problemi di una platea molto più ampia di quella attualmente coperta dagli ammortizzatori forti (la cassa integrazione straordinaria, gli aborriti ma mai abbandonati, soprattutto dalle imprese, prepensionamenti) sia di fare i conti con le esigenze di sicurezza dei lavoratori della piccolissima impresa e dell'artigianato, dei lavoratori a termine e di quegli insicurissimi imprenditori di se stessi che sono i nuovi lavoratori autonomi. Sapendo che una risposta di questo tipo, più universale e più specifica, non può che tenere insieme la richiesta di nuovi diritti esigibili con la costruzione di nuove reti di mutualità, che chiamino in causa, attivamente, in maniera bilaterale, i lavoratori e le imprese.
Il lavoratore, la cui vita è un percorso, e sempre meno un posto a vita, è però una persona che ha diritto di sposarsi, di fare figli, di accedere a un percorso di formazione, di accendere un mutuo per la casa. Sarà tanto più in grado di flessibilizzare la sua prestazione quanto più avrà sicurezze di fronte a questi eventi. Dal punto di vista del lavoro, la formazione e la rete dei nuovi ammortizzatori non possono che essere un'assoluta priorità, rispetto a qualsiasi altra proposta tesa a flessibilizzare ulteriormente un mondo del lavoro che, in assenza della generalizzazione di questi nuovi strumenti di opportunità e tutela, appare già eccessivamente precarizzato. A guardare bene è possibile scoprire che proprio a partire da questo è possibile affrontare e risolvere le questioni decisive che spingono fuori del mercato del lavoro le persone sopra i 55 anni e scoraggiano a entrarci le donne, che prolungano i tempi di attesa dei giovani, spaventati più che invogliati dall'appello a essere imprenditori di se stessi, senza che questo generi una nuova rete di sicurezze e di opportunità. Le questioni cioè che sono alla base del basso tasso di occupazione del nostro Paese, e che il libro bianco pensa di risolvere deregolando, mettendo in discussione l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Infine credo che il movimento sindacale debba rivendicare con forza il valore della concertazione. Non solo per quello che ha rappresentato per la nazione italiana la politica dei redditi rispetto alla sua possibilità di essere pienamente in Europa, ma per quei livelli di coesione sociale che la concertazione ha permesso e promosso e che stanno alla base dello sviluppo locale e dello sviluppo di qualità del nostro Paese. La concertazione, la capacità di individuare obiettivi di crescita territorialmente condivisa e di fare squadra rispetto ad essi, hanno coinvolto in Italia centinaia di amministratori locali, di imprenditori, di sindacalisti, molto al di là degli stessi patti territoriali o contratti d'area formalmente firmati.
Si è costruito nel concreto una cultura politica della società civile e degli attori economici capaci di tenere insieme le ragioni dello sviluppo e quelli della coesione sociale e della democrazia. Di costruire cioè quel capitale sociale di tipo nuovo che è oggi dai più individuato come fattore essenziale dello sviluppo territoriale nell'epoca della globalizzazione. Le politiche per l'impresa ridotte ad incentivi automatici, l'orizzonte culturale dell'individualismo massificato, la presa diretta fra stato e mercato, fra potere e individuo, senza il fardello di corpi intermedi, che è tipica del neo liberismo, rischiano di fare piazza pulita di esperienze attraverso le quali i distretti del nord e del centro hanno potuto affrontare la trasformazione dei modelli storici consolidati, e molti territori del sud hanno cominciato a sperimentare la possibilità di crescere contando sulle proprie forze.
La riduzione delle politiche dello sviluppo a politiche redistributive verso le imprese può provocare una rottura del legame faticosamente costruito fra politiche del territorio e politiche dello sviluppo, e il collasso di quelle nuove formazioni intermedie e concertative che, in maniera formale e informale, si erano assunte in questi anni la responsabilità dello sviluppo possibile e sostenibile. Il risultato di questo, l'accentuazione del carattere redistribuitivo dell'intervento statale a scapito della sua capacità di promozione di opportunità, può provocare, e già in parte provoca specialmente al Sud, un misto schizofrenico di aspettative eccessive nei confronti dello Stato centrale accompagnato ad una svalorizzazione generalizzata del suo ruolo come fattore di crescita economica e sociale. 
In questo quadro il liberismo proclamato può sfociare in nuove, pesanti richieste di assistenzialismo, in una competizione non economica ma politica fra i territori, sulla base della loro capacità di drenare risorse pubbliche.
Anche su questo terreno la riduzione degli spazi pubblici e delle concrete occasioni di democrazia economica, colpisce le ragioni della rappresentanza del lavoro e, insieme, quelle delle imprese che più coraggiosamente hanno scommesso sulla coesione sociale come fattore di sviluppo. Sono questi i motivi per i quali, anche su questi temi, la difesa è indistinguibile da una nuova capacità di proposta che colleghi l'iniziativa locale e nazionale a quelli che continuano a essere, piaccia o no a Berlusconi e a D'Amato, gli orientamenti fondamentali delle politiche europee per promuovere lo sviluppo. 

Note

1 Jean Starobinsky, A piene mani: dono fastoso e dono perverso, Torino, Einaudi, 1995.
2 Pekka Himanen, L'etica hacker e lo spirito dell'età dell'informazione, Milano, Feltrinelli, 2001

da "Gli Argomenti Umani" gennaio 2002


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