CHE COSA IMPARANO I GIOVANI IDIOTI ABBASTANZA PREPARATI

Non vorrei contribuire ad aumentare la frondosità del bosco di sigle in cui trascorriamo la nostra vita, ma dato che tutto si contagia (tranne la bellezza, come dice la sapienza popolare) l'altro giorno mi si è fatta incontro una nuova triade di iniziali: I.A.P. Discutevo con un amico degli allarmanti risultati di un'indagine internazionale sulla preparazione degli studenti.

Il mio interlocutore si scandalizzava per la mancanza di conoscenza in materia come scienze, storia, geografia e letteratura. Io, pur condividendo le sue preoccupazioni, gli ho risposto che non è tanto la carenza di preparazione scolastica a preoccuparmi nei giovani d'oggi.

Quello che invece mi spaventa è che ci siano sempre più persone con discreta competenza professionale ma con perfetta incompetenza sociale. Quelli che potremmo definire «Idioti Abbastanza Preparati». O per abbreviare, sia pure in modo un pochino idiota: I.A.P. Uso il termine «idiota» nell'accezione più aderente alla sua etimologia greca: persona carente di interesse civico e della capacità di esplicare le attribuzioni del cittadino.

In uno dei suoi ultimi libri, il venerabile John Kenneth Galbraith assicura, con cognizione di causa, che «tutte le democrazie attuali vivono nel timore permanente dell'influenza degli ignoranti». Sono convinto che, per «ignoranti», egli non intenda le persone che non conoscono l'ubicazione geografica di Tegucigalpa o non sanno chi fosse il padre di Chindasvinto, perché in questo senso saremmo tutti piuttosto ignoranti (per questo genere di carenze ci sono le enciclopedie o le banche dati).

Gli ignoranti di Galbraith, quelli che io chiamo «idioti», non sono tanto inadeguati accademicamente quanto malformati civicamente: non sanno esprimersi in modo pertinente su questioni di tipo sociale, non comprendono le domande degli altri per quanto intelligibilmente formulate, non sono capaci di discernere in un discorso politico quello che ha sostanza cerebrale e quello che è mera oratoria demagogica, non percepiscono i valori che vanno condivisi e quelli dai quali è invece lecito - e talvolta doveroso - ribellarsi. Intellettualmente restano sempre dei parassiti o, peggio, dei predatori.

Mi ha impressionato una pubblicità che ho visto su diversi giornali spagnoli. Era la pubblicità di una scuola e mostrava una grande foto di Bin Laden con la dicitura: «Osama Bin Laden, ingegnere». Più sotto si leggeva: «Formare professionisti è facile, il difficile è formare cittadini». In effetti, la preparazione tecnica ai nostri giorni non è peggiore che in passato, semmai il contrario; il male è che l'istruzione non va più in là.

Diplomiamo e laureiamo asociali che non si preoccupano d'altro che dei loro diritti e mai dei doveri, oppure fanatici, facili all'intransigenza e alla demagogia. Manca la preparazione dei cittadini. Questi hacker giovincelli, dediti alla divertita occupazione di produrre virus che distruggeranno il lavoro di persone sconosciute, non mancano di preparazione tecnica; al contrario, ne hanno fin troppa.

Però sono socialmente e moralmente idioti, ignoranti di quel che significa vivere in una comunità più ampia di libertà e di garanzie. Le persone che oggi, negli Stati Uniti o altrove, plaudono alla demolizione di queste libertà e garanzie in nome di una discutibile sicurezza, appartengono alla stessa specie di ignoranti a cui si riferisce Galbraith. Non meno di quelli che cantano slogan anti-yankee che non esprimono critiche politiche sostenibili, e che provano un'inconfessabile approvazione per i crimini commessi a New York e Washington.

Il problema non è quello che non sanno fare ma quello che non sanno essere: uomini fra gli uomini, liberi ma responsabili, critici ma non ossessivi né capricciosi seguaci degli archimandriti della superstizione apocalittica. Sono, sì, degli idioti, anche se abbastanza preparati. Educhiamo meglio, o cominciamo a tremare.

Fernando Savater

La Stampa
26 gennaio 2002


ANTEPRIMA Luciano Canfora rilegge in un saggio la storia del filosofo ateniese per mettere sotto processo i leader contemporanei. Compresi Berlusconi e Fassino

DEMOCRAZIA Socrate contro i potenti di oggi

di DARIO FERTILIO


Nanni Moretti? Certo che ha ragione. Ma il male che denuncia esiste da almeno duemilacinquecento anni. Potremmo definirlo così: professionismo politico, potere occulto delle élites, accettazione supina del conformismo di maggioranza. E potremmo anche dargli un nome: malattia democratica. Alt, qui fermiamoci. Perché se è vero che così parla Luciano Canfora, filosofo della classicità che ha fatto della provocazione attuale, benché fondata su esempi antichi, un modo d’essere opinionista, bisogna subito precisare che il suo ultimo pamphlet non deve essere considerato un attacco frontale contro la democrazia. Vero è che il titolo scelto, eccentrico e volutamente «antipatico» ( Critica della retorica democratica ) serve soprattutto a scandalizzare coloro che sono abituati a considerare l’aggettivo «democratico» come un valore assoluto, un assioma indiscutibile, ovvero un passaporto per il politicamente corretto, nonché il requisito indispensabile per il bon ton in salsa bipartisan. Tuttavia Luciano Canfora è consapevole del fatto che la democrazia, benché funzioni male, continua a essere migliore di tutti gli altri sistemi politici e almeno per ora non ha intenzione di proporci un diverso regime. Quel che gli dà fastidio, come traspare dalle pagine del saggio, è piuttosto l’uso strumentale che ne viene fatto, il considerarla equivalente alla «democrazia realizzata» in Occidente; un po’ come, in anni ormai lontani, i sostenitori del «socialismo reale» consideravano fuorilegge le critiche ai sistemi collettivisti, benché magari fondate sui sacri testi del marxismo-leninismo. 
E allora, si fa presto a dire che Moretti (nella sua critica a Fassino, D’Alema e Rutelli) ha ragione, come tanti fanno oggi, ma poi rifiutarsi di riconoscere che ormai, in tutto l’Occidente, il potere è nelle mani di piccoli gruppi, di élites ristrette e rapaci, sempre sul punto di trasformarsi in vere e proprie mafie. E che, comunque le si vogliano definire, queste forze occulte usano i mass-media come organi di manipolazione di massa, funzionali al loro potere; che sfruttano le campagne elettorali come occasione per manipolare il consenso; che rendono impossibile l’elezione a chiunque non sia in grado di raccogliere fondi o impegnare la sua personale fortuna economica nella lotta. 
Ogni riferimento all’impero politico e mediatico del presidente del Consiglio italiano, in un filosofo classicamente progressista come Luciano Canfora, non è naturalmente casuale; ma la polemica di parte è ben lontana dall’esaurire tutta la complessità del suo affresco. Perché qui si parte addirittura dal processo a Socrate, anno 399 avanti Cristo, per raccontare come la sua condanna per empietà sia avvenuta con l’appoggio dei mass-media di allora, cioè su istigazione di quegli autori di teatro (Aristofane in testa) decisi a squalificarlo agli occhi dell’opinione pubblica. E soprattutto la rievocazione di anni lontani serve a Canfora per denunciare un lugubre paradosso: la giuria popolare che condannò a morte il filosofo, con 280 voti contro 220, agì in modo impeccabilmente democratico. Rispettò, cioè, quel sacro principio cui tutti i cultori della «democrazia realizzata» non cessano di rifarsi: il diritto di decidere a maggioranza. Ma questo, va da sé, non tolse nulla all’ingiustizia del loro verdetto. 
Perché dunque Socrate fu condannato? Perché, spiega Canfora, il filosofo era un uomo del dialogo e soprattutto del dubbio, perché sottoponeva la politica a una critica sistematica e impietosa, contestando i sofismi che le attribuivano uno statuto particolare, quasi si trattasse di una scienza come l’ingegneria o la medicina. Ed è questo che non poteva essere sopportato nella Grecia di Socrate (ma Canfora allude evidentemente anche all’Italia di Moretti): il puntare il dito contro il ceto politico e i suoi riti, le sue certezze, il suo culto per la ricchezza, la diseducazione di massa cui si ricorre approfittando del prestigio e del potere d'influenza. Socrate fu condannato in un processo politico, benché mascherato con pretesti morali, in quanto uomo d’opposizione. Pagò caro il suo coraggio, proprio come avvenne ai pochissimi professori che non giurarono fedeltà al fascismo trionfante (Canfora ne ricorda uno in particolare, il coetaneo e amico di Gobetti Edoardo Ruffini). 
Resta da chiedersi, qui, che cosa sia mai la politica secondo la linea di pensiero Socrate-Ruffini-Canfora-Moretti. E’ la risposta sembra essere: essa si identifica soprattutto con una scelta morale, con il rifiuto della politica della forza e di qualsiasi tentazione retorica. Già, la retorica non gode di buona stampa nel saggio di Canfora. Forse perché le sue seduzioni gli appaiono pericolosamente affini a quelle mediatiche di Berlusconi. 
Ma non è soltanto lui il nemico. C’è anche il potere propagandistico della globalizzazione e quello delle autorità monetarie che governano l’economia. C’è lo stesso presidente Bush, «eletto con un colpo di mano da una minoranza» e che tuttavia non smette di appellarsi ai rituali democratici, quasi a ricordarci l’ipocrisia del sistema, il suo mascherare dietro a fiacchi riti elettorali il sostanzioso potere delle grandi élites economiche. C’è in fondo, fra i nemici di Canfora, quella stessa sinistra chiusa e corporativa che punta a un consenso di facciata per mascherare il suo sostanziale elitismo, i suoi privilegi, il gusto del potere uguale alla destra. Il che (nota acutamente Canfora) potrebbe anche spiegare come mai, in condizioni normali, le forze di sinistra tendano irresistibilmente alla sconfitta elettorale. Sorprenderà molti, questo è sicuro, il pamphlet di Canfora. Non tanto perché mette a nudo le miserie della democrazia, o perché tiene vivo il fuocherello dell’utopia socialista, magari cambiandole nome e collocandola in uno scenario storico ancora futuribile; e neppure soltanto per l’ardito parallelo che vi traccia fra l’antico filosofo greco e il suo modernissimo allievo di oggi, il regista della Palombella rossa (Moretti viene gratificato da Canfora della definizione di «estremo socratico»). Sorprenderà, il saggio, tutti coloro che immagineranno di trovarvi un racconto dell’antichità solo vagamente simile all’oggi. No, questa volta Canfora ha rinunciato alle parabole e alle allegorie, decidendo di chiamare uomini e cose con il loro nome. Stando con Socrate, cioè con il dubbio e la morale, e dichiarando guerra ai «retori democratici». I quali naturalmente gli chiederanno in risposta: vale davvero la pena di essere morali, se il prezzo da pagare è quello di ritrovarsi meno liberi? 


Il libro di Luciano Canfora, «Critica della retorica democratica» (Laterza, pagine 120, euro 9,50), sarà in libreria da domani 

Corriere della Sera
7 febbraio 2002


Global crack

di Giulietto Chiesa

Mi ha guidato, in queste considerazioni, l'esperienza di tanti anni come corrispondente da Mosca. Se non avessi visto con i miei occhi gli effetti della nascente globalizzazione sui resti dell'ex Unione Sovietica, credo non avrei capito molte cose. Ho avuto infatti la ventura di trovarmi in un luogo emblematico, in una specie di paradigma anticipatore di come l'Occidente stava affrontando il post guerra fredda: cioè con un programma di colonizzazione.

Progetto, programma facile, a prima vista. Perché era già chiaro, fin dall'inizio della perestrojka gorbacioviana (1985 e anni successivi) che l'Urss non sarebbe stata in grado di reggere a lungo e che i russi (i sovietici) erano pronti a diventare tutti capitalisti, cioè a diventare come noi. Nella loro grande maggioranza non aspettavano altro; l'Unione Sovietica era ormai un Paese proiettato verso l'Occidente. Usciva dall'esperienza sovietica distrutto, anche moralmente, anche psicologicamente.

Ebbene, sono bastati sei o sette anni di "cura americana" (poiché di questo si è trattato), ovvero dell'esportazione violenta, onnilaterale, sistematica, dell'ideologia, dei metodi di comportamento, della vita, della pubblicità, dell'informazione americane, per creare in Russia una reazione di rigetto pressoché generale. Pensai allora: se l'Occidente non riesce a conquistare un Paese che voleva solo diventare Occidente, come potrà conquistare, negli anni che vengono, il resto del mondo che non ha nessuna intenzione di diventare Occidente? Che non desidera diventare Occidente? Che ha paura di diventare Occidente? Che ha disgusto di diventare Occidente?

Poi quella riflessione sulla Russia, dall'interno della Russia, fu superata dagli eventi, Superata, non negata, semplicemente perché la linea degli Usa, sperimentata in Russia, divenne operativa su scala mondiale. Da qui nascono, io credo, molti dei disastri successivi. Dove ci troviamo adesso? Credo che siamo di fronte a una crisi epocale, di dimensioni che nessuno di noi ha mai conosciuto prima, una crisi mondiale che richiede, per essere compresa e affrontata, una vera e propria rivoluzione intellettuale. è una crisi mondiale, endogena, della globalizzazione americana.

Dico questo perché è evidente che essa non deriva da forze esterne al processo di globalizzazione, che ne hanno impedito il realizzarsi. Non vi sono all'orizzonte, infatti, forze paragonabili alla globalizzazione o in grado di ostacolarla. Mi pare importante questo punto perché nella tradizione di pensiero del movimento operaio europeo c'è l'idea, il concetto, dello sviluppo attraverso contraddizioni che dialetticamente si superano. La classe operaia prendeva coscienza, ad esempio, e si contrapponeva al capitale, creando le premesse per un cambiamento rivoluzionario ecc. Si può disquisire sottilmente su questo punto. Per esempio sostenendo che anche la classe operaia era "interna" al capitalismo etc. Ma questa è una vecchia disputa e non ci serve. Noi non abbiamo nulla di paragonabile alla potenza globalizzatrice in termini umani. C'è sì un movimento, il popolo di Seattle/Genova, ma è appena in fasce. è nato da un paio d'anni e ha avuto un battesimo rumoroso. Ma non è lui il soggetto di questa crisi. è, per ora, piuttosto un prodotto della crisi e non è certo ancora sufficientemente forte da creare una contraddizione dentro questo processo.

Dunque, ripeto, la crisi nasce dall'interno della globalizzazione americana.Cioè dall'interno di un processo entrato in funzione una trentina d'anni fa e che ha trovato un suo impetuoso sviluppo negli ultimi quindici. Questo processo è arrivato al capolinea e non è più capace di riprodursi per ragioni endogene.

I dati ce lo dimostrano. Prendiamo l'ultimo trentennio: il ritmo di crescita media annua del Prodotto interno lordo mondiale (Pil) si è venuto costantemente riducendo nel periodo indicato (lo dicono i dati ufficiali del Fondo monetario internazionale e dell' Ocse), anche se tutti i mass media lo hanno tenuto accuratamente nell'ombra. Il tasso di crescita medio annuo del Pil mondiale era del 4,4% negli anni Settanta; è sceso al 3,4% negli anni Ottanta; è ancora sceso al di sotto del 3% negli anni Novanta, e ora, alla fine del secolo siamo a una crescita che si avvicina disperatamente all'1%, e forse meno. Questo significa che siamo già da tempo in una pesantissima recessione mondiale. Anche questo non ci è stato detto. Il sistema dei media è centrale in tutto questo discorso. Non ci hanno detto che la recessione era già cominciata; ce lo hanno nascosto, per ragioni comprensibili peraltro, perché si temeva che ci sarebbe stato un contraccolpo drammatico nelle Borse e nell'economia mondiale.

Naturalmente si va in recessione non quando la crescita del Pil mondiale raggiunge il tasso zero: si va in recessione molto prima. Per di più, questo sviluppo era tutto americano, perché erano gli Stati Uniti che godevano di questa straordinaria crescita, il resto del mondo già da tempo non cresceva (Giappone) o cresceva assai meno (Europa). Non parliamo del resto del mondo. E la crescita americana era per i tre quarti dettata dalla cosiddetta new economy, cioè da una bolla speculativa che adesso è esplosa, ma la cui esplosione era incombente ormai fin dal 1998.

Già durante la guerra del Kosovo scrissi (in Roulette Russa) che "il sistema della globalizzazione commerciale e finanziaria americana non solo non sta producendo crescita globale, ma sta contraendo i ritmi mondiali di crescita. Ci troviamo palesemente di fronte a due fenomeni apparentemente distinti: - una contrazione della crescita mondiale; - la crescita impetuosa e senza sosta dell'economia americana e soprattutto della finanza. E anche a un pericolosissimo scollamento, del tutto inedito, tra crescita dell'economia reale e crescita finanziaria. Si richiederebbero misure urgentissime di controllo di processi che sembrano avere assunto una dinamica propria e incontrollabile, ma anche un controllo totale da parte di un qualche potere mondiale (oggi inesistente) comporterebbe decisioni, misure, correzioni che non sempre potranno essere piacevoli, che non necessariamente implicheranno atterraggi morbidi. E se quelli che stanno sul ponte di comando hanno visto tutto questo, ed è impossibile che non l'abbiano visto, non può non essersi affacciata di fronte a loro la domanda su come spiegare agli elettori americani che qualche cosa di spiacevole potrebbe accadere presto, che il livello di consumi cui sono abituati, nel quale sono cresciuti, non è sostenibile indefinitamente.

"Come si potrà imporre al resto del mondo, quando la crisi si affaccerà minacciosa, il mantenimento, anzi, l'accentuazione di un sistema di distribuzione diseguale della ricchezza mondiale a vantaggio di un quinto dell'umanità? E tutto ciò non in condizione di espansione, ma di contrazione dei ritmi di crescita, cioè in condizioni non di consenso, ma di crescente dissenso?".

Quando scrivevo queste cose era in corso la guerra in Kosovo. In quel momento gli Stati Uniti, con l'Europa consenziente, cambiavano le regole del gioco. Proprio in quel momento a Washington si riunì l'Assemblea generale della Nato e cambiò i confini d'intervento della Nato, cambiò le "ragioni sociali" dell'Alleanza, da difensive in offensive, quasi che nel 1999 già si prevedesse ciò che sarebbe accaduto due anni dopo. Tutte le decisioni prese dopo l'11 settembre sono state rese possibili nel 1999, quando le regole del gioco furono mutate, senza neppure informarne i relativi Parlamenti. A conferma dell'ipotesi che qualcuno, da qualche parte, abbia programmato con un certo anticipo molte delle cose che stanno accadendo adesso.

Io uso il termine "ponte di comando" perché sono convinto che ci sia qualcosa del genere che sta più in alto persino del presidente Bush, composto da un gruppo ristretto di uomini che conoscono le cifre vere dello sviluppo mondiale e che sono abbastanza intelligenti da capire dove conducono (altra cosa è decifrare se siano abbastanza intelligenti da sapere dove girare il volante). 

Forse non sono abbastanza intelligenti da trovare una soluzione per questi problemi. Ma si tratta di un gruppo di uomini che sfugge a ogni controllo, e che nessuno ha mai eletto. L'impressione, dopo l'11 settembre, è che questi uomini stiano adottando la soluzione più brutale, più terrificante e più drammatica tra quelle a disposizione: quella di difendere l'America e la sua "way of life" contro tutto il mondo, costi quello che costi.

Ci troviamo in questo punto, esattamente. Credo che questa sia la ragione vera di quello che sta accadendo. La motivazione geopolitica della guerra in Afghanistan è secondaria. Il fatto che la crisi sia esplosa in Afghanistan, cioè nel luogo del cosiddetto "grande gioco" petrolifero, non deve ingannare: la questione del controllo delle risorse è una questione importante, ma è faccenda del tutto subordinata. Il punto centrale è che è finita la globalizzazione americana e, con essa, il dominio americano basato sul consenso. Chi ha costruito questa globalizzazione vede che non ha più gli strumenti per gestire il sistema economico. Non funziona più la leva dei tassi di sconto. Greenspan ha abbassato il tasso di sconto di ben nove volte in un anno, senza riuscire a rimettere in moto la locomotiva. Anche l'Europa è stata costretta a seguire, per evitare che i flussi di capitale cessino di correre verso Wall Street (cioè in soccorso all'economia Usa). Ma non sta funzionando. La riduzione delle tasse a vantaggio dei più ricchi non aiuta a far marciare gli investimenti, nemmeno in America. Siamo in presenza di una crisi di sovrapproduzione di proporzioni inedite. Tutta l'economia mondiale si regge sostanzialmente sulla propensione al consumo dei cittadini americani. Se i consumi degli americani si contraggono i primi a soffrire una crisi drammatica saranno tutti i Paesi del "Pacific Rim" del Sudest asiatico e poi toccherà anche a noi.

Quindi siamo di fronte a una situazione in cui sia le misure monetarie che le misure fiscali non funzionano più. Si sta provando a sostituire l'egemonia dovuta allo sviluppo con una militarizzazione del dominio imperiale e decretando la fine dello stato di diritto. Questo è quello che sta accadendo dopo l'11 di settembre.

Ne consegue che la versione dell'11 settembre che ci è stata offerta (e che si è riusciti a far passare nelle teste di miliardi di abitanti del pianeta) non è vera. O è talmente deformata e stravolta da nascondere le vere ragioni del disastro. 

La prima questione è che ci troviamo di fronte a una militarizzazione del dominio imperiale sul piano planetario e alla fine del diritto internazionale, oltre che degli stati di diritto sovrani dei Paesi del mondo. Il tutto viene sostituito con l'assoluta, completa arbitrarietà delle decisioni prese dalla metropoli imperiale americana. Negli Stati Uniti il presidente George Bush, primo imperatore del pianeta, si è assegnato il diritto di istituire tribunali militari speciali, con una giuria composta da tre giudici militari americani, che opereranno fuori dai confini americani, per giudicare cittadini non americani, in forma segreta, cioè senza pubblicità, senza capi d'accusa regolarmente resi noti, con giudizi definitivi, cioè senza appello, e con la possibilità di comminare la pena capitale. Chiunque capisce bene che queste norme significano la fine di ogni sovranità nazionale e, nello stesso tempo, la fine del diritto, di tutti i diritti. Se questo è il contesto, è chiaro che la battaglia per un mondo diverso e sostenibile si farà istituzionalmente e politicamente molto più difficile. L'11 settembre ha avviato in molte parti dell'Occidente una riflessione che sarebbe stata impensabile prima dell'estate di quest'anno. Anche negli Stati Uniti una parte dell'intellighenzia e delle élites politiche cominciano a rendersi conto della impossibilità di gestire il mondo con questi criteri. Per lo meno di gestirli in pace.

L'altra cosa che ritengo importante è che gli sviluppi della crisi attuale, molto accelerati, possono aprire ampi varchi per un movimento mondiale di contestazione alla guerra e alla militarizzazione del dominio imperiale. Io ritengo che la scelta di cominciare la lotta al terrorismo internazionale con la guerra in Afghanistan sia stata una scelta disperata, non razionale. Chi l'ha presa non ha una strategia di lungo periodo o, più precisamente, ha una strategia di medio-corto periodo che punta ad avviare una svolta militarizzata del dominio imperiale. Ma non sa valutare tutte le conseguenze e non sa come uscirne.

Vengono così coinvolte nel conflitto masse sterminate di individui. Si comincia con un miliardo e 300 milioni di musulmani, ma non è detto affatto che ci si possa limitare a essi. La guerra, così concepita, sta già diventando davvero uno scontro di civiltà. Sappiamo che non è così, che questo è un inganno, ma tutto concorre - in primo luogo l'azione di mass media sottomessi e ipnotizzati anch'essi - a far vivere questo scontro come uno scontro tra civiltà. Questo accade sia tra "noi" che tra "loro" Questa guerra è pensata per farla dilatare nel mondo. I preparativi in corso a Washington dicono esattamente che è questo l'orizzonte in cui la leadership americana si sta muovendo. Pensano, evidentemente, di poter controllare gli eventi con la potenza militare, ma dobbiamo dubitare che siano in grado di farlo perché hanno messo in moto delle forze superiori alle loro capacità di controllo. 

In questo sta l'enorme pericolo di oggi: dobbiamo renderci conto che siamo nelle mani di un gruppo di persone disposte a gettarci in una fornace perché non vede vie d'uscita e perché non può invertire semplicemente la rotta. Non ci sarà nessun presidente degli Stati Uniti e neanche nessun dirigente europeo che avrà il coraggio di alzarsi in un'assemblea o in una televisione e dire ai suoi sudditi: "Cittadini, noi abbiamo vissuto negli ultimi trent'anni al di sopra delle nostre possibilità, abbiamo creato un mondo dove non si può sopravvivere, dunque non ci resta che cambiare rotta, nell'interesse dei nostri figli e della vita stessa sul pianeta".

Questa gente ci sta portando al massacro senza chiedere il nostro parere e senza neppure rendersi conto di ciò che fa. In questo sta il pericolo maggiore. Perché se ci fosse un leader, su quel ponte di comando, capace di spiegarci dove ci vuole portare, alla fine potrei anche decidere di mettermi una casacca americana, in nome della salvezza comune. Purtroppo vedo solo uomini ciechi e assolutamente irresponsabili. Del resto basta guardare alle biografie personali di Bush, di Rumsfeld, di Condoleeza, di Cheney per provare i brividi. Sarebbe in nome loro che dobbiamo sacrificarci?

Noi dobbiamo fare un salto concettuale per capire la drammaticità assoluta della situazione in cui ci troviamo. Più gente ci sarà che prova un brivido nella schiena - come io provo un brivido nella schiena dopo aver fatto quest'analisi - meglio sarà. Sfortunatamente c'è ancora un mare di gente che ritiene che questa sarà una delle tante crisi dalla quale noi usciremo più o meno come è avvenuto in passato. Quindi informare, allarmare, inquietare è un punto fondamentale. Io non sono un politico e non vengo qui a portare speranze: non lo faccio, programmaticamente. Se qualcuno ha delle speranze lavori perché queste speranze si realizzino. Io mi limito a esporre uno scenario che mi pare assolutamente evidente e, dove posso, a dimostrarne l'evidenza.

Ultimo punto, ma assolutamente cruciale, è quello dell'informazione. Innanzitutto ritengo che non ci sarebbe questa globalizzazione se non ci fosse stata una trasformazione radicale nel sistema della comunicazione mondiale. Il mondo in cui viviamo è ormai unificato da un possente sistema di comunicazione: questa è una novità assoluta nella storia dell'umanità e crea uno scarto radicale rispetto a tutti i processi di globalizzazione precedenti. Questa caratteristica nuova comporta che una piccolissima minoranza di persone può decidere dei sentimenti di 4-5 miliardi di persone. E se questo sistema non viene democratizzato noi siamo totalmente indifesi. Perché noi possiamo dirci quello che pensiamo, ma in un solo colpo Bruno Vespa informa come vuole (cioè della versione "ufficiale") alcuni milioni di persone per volta. E quei milioni non sono mai stati informati delle caratteristiche del sistema di comunicazione, non sono vaccinati, non possono difendersene.

Dobbiamo dunque organizzarci, costruire delle organizzazioni che comincino a mettere i mass media nella loro collettività sotto scrutinio multilaterale e permanente, li analizzino, chiedano ai giornalisti di rendere conto di quello che scrivono perché siano nuovamente responsabilizzati. Non sto, è chiaro, proponendo forme di censura, ma un controllo democratico diffuso e organizzato di ciò che viene ammannito al grande pubblico. Ciascuno di noi è solo di fronte ai giornali che compra o alla televisione che guarda; esempio: tutto il mondo occidentale è convinto che a Kabul le donne si sono tolte il burka e che tutti gli uomini afghani si sono tagliati la barba. Ebbene, queste due notizie, che sono state le notizie cruciali dopo la conquista di Kabul da parte dei mujaheddin tagiki, sono false. Chiunque lo capisce: le donne in Afghanistan hanno ancora il burka e continueranno a tenerlo per molto tempo, perché non è un bombardamento che cambia i costumi, che piaccia o non piaccia agli esaltatori dei bombardamenti.

Eppure tutti i giornali, tutti i telegiornali, hanno messo questa notizia in tutte le loro prime pagine per diversi giorni consecutivi. Essa serviva a dimostrare nient'altro che l'efficacia dei bombardamenti americani, l'efficacia della guerra, che ha consentito di annientare i taliban, quindi ha permesso di portare la libertà agli afghani. Il fatto che le notizie fossero false non aveva nessuna importanza: il fine giustifica i mezzi. Il bello è che questa operazione non è stata il frutto di una velina ministeriale. Non c'è alcun comando unificato. Ma i direttori di tutti i giornali e telegiornali sanno perfettamente, a memoria, cosa si deve dire e fare. Non c'è nessun bisogno che qualcuno glielo dica. Sebbene non scritta, esiste una legge che tutti conoscono, una specie di formidabile meccanismo che funziona automaticamente e ci determina. Stabilisce gusti, costumi, idee. è il campo di forza del sistema mediatico, che ha le sue leggi, apparentemente imperscrutabili, oggettive: regole che stanno portando il mondo in una strada senza uscita. Contro questo sistema di regole la controinformazione non sarà sufficiente.

Ritengo che Porto Alegre e tutte le tappe successive di questo movimento potranno essere incisive se noi contemporaneamente riusciremo a capire e a far capire che dobbiamo considerare la situazione del sistema mediatico mondiale come assolutamente decisiva per il futuro della nostra esistenza. è un compito tremendamente difficile. Il minimo risultato che possiamo ottenere è di moltiplicare la quantità di persone che saranno capaci di dotarsi di un apparato critico per analizzare i messaggi che ricevono. Per ottenerlo occorre costruire organizzazioni capaci di creare sistematicamente, multilateralmente, diffusamente una coscienza critica nei confronti del messaggio mediatico. E di trasformarla in azione politica. Un altro mondo, migliore, più solidale, più democratico, non sarà possibile senza un'altra informazione.


da "Linus" - www.linus.net


PORTO ALEGRE S'INFIAMMA PER CHOMSKY


Porto Alegre, 2 feb. (Adnkronos) - Ressa all'entrata, servizio d''ordine costretto a fare accedere alla sala solo giornalisti e delegati, lasciando fuori gli osservatori e i semplici curiosi, che hanno protestato rumoreggiando a lungo. Tutto per lui, Noam Chomsky, l''intellettuale americano piu'' anti Usa che ci sia e che nella vita di tutti i giorni e'' uno dei massimi teorici della linguistica contemporanea: i suoi scritti, ferocemente critici nei confronti della politica imperiale del suo Paese, sono amatissimi dal popolo che rifiuta il neoliberismo. 

Il movimento a Porto Alegre ieri sera gli ha dimostrato ancora una volta il suo affetto, ascoltandolo dissertare per un''ora e venti sulla politica estera statunitense, o meglio, sulla politica dei "masters of the universe" (i padroni dell''universo, come ha preso a chiamare l''establishment del suo Paese. Per prima cosa, Chomsky mette in chiaro un concetto che molti analisti, lui compreso, hanno gia'' evidenziato: l'attacco dell'11 settembre e' stato utilizzato dal potere nordamericano come "una finestra" per iniziare a fare le cose che servivano alla tutela degli interessi statunitensi nel mondo, presenti e futuri. Di qui, ha sottolineato, la guerra in Asia centrale, ma soprattutto l'accelerazione verso la "militarizzazione dello spazio", ossia lo scudo spaziale, il sistema di difesa missilistica per sviluppare il quale George W. Bush ha denunciato unilateralmente i trattati Abm stipulati a suo tempo l''Unione sovietica. 

Chomsky non ha tralasciato, vista la platea, cosmopolita ma in prevalenza latinoamericana, per ovvie ragioni, di citare la Colombia, oggetto del "Plan" omonimo, che sotto la cortina della lotta al narcotraffico ha fatto di quel paese "la piu grande palestra di allenamento per le Forze armate statunitensi". Per il linguista, i "master of the universe" hanno paura di democratizzare le decisioni e "il conflitto in atto e' simboleggiato dalla contrapposizione tra il Forum sociale mondiale qui e il Davos world economic forum a New York: quelli riuniti la' ci considerano dei fricchettoni contestatori". Secondo Chomsky, la propaganda usata dai sostenitori del neoliberismo contro il movimento e' basata su giochetti quali il rinfacciare al movimento di essere "contro la globalizzazione", mentre il movimento non e' contro la globalizzazione, ma contro le politiche neoliberiste che governano il presente tipo di globalizzazione: "I fricchettoni dell''anti forum -dice- sono dipinti come contrari alla globalizzazione, ma questa e' una propaganda che dovremmo rigettare duramente, per la globalizzazione non e' altro che la migrazione internazionale di persone e merci e nessuna persona sensata si opporrebbe ad essa in quanto tale". Per Chomsky "il Forum sociale mondiale di Porto Alegre e' la realizzazione piu' eccitante del movimento operaio dalle sue origini, per la costruzione di un nuovo internazionalismo". 

In platea, ad ascoltare Chomsky, che ha inaugurato la sezione del Forum "un mundo sem guerra e' possivel" ("un mondo senza guerra e'' possibile"), c'era anche il magistrato spagnolo Baltazar Garzon Real, a Porto Alegre per il Forum mondiale dei magistrati, che si e' cortesemente ma fermamente sottratto a domande riguardanti l'Italia. Questa sezione del Forum durera' due giorni e si propone di analizzare i possibili percorsi verso la pace per 4 Paesi martoriati dalla guerra civile, ad alta e bassa intensita': il Paese Basco (partecipa l'argentino Perez de Esquivel, premio Nobel per la pace nel 1980), il Chiapas (presente il dirigente del Fronte zapatista Sergio Rodriguez Lazcano), la Palestina (parlano un rappresentante arabo e uno israeliano) e la Colombia (partecipa la guatemalteca Rigoberta Menchu' Tum, premio Nobel per la pace nel '92). Alla fine, la conferenza produrra' un "manifesto per un mondo senza guerra". 

Ieri a Porto Alegre sono riaffiorate le tensioni carsiche che percorrono il movimento, tensioni che vengono quasi sempre da SINISTRA. In una lettera aperta ai partecipanti del Forum un gruppo di sindacalisti brasiliani hanno accusato il Forum medesimo di tentare di dare "un volto umano alla globalizzazione", attraverso "riforme minori" come la Tobin tax e non rivolte alle realta' strutturali del "capitalismo globale". "La globalizzazione capitalista ha distrutto le Nazioni, la democrazia e la sovranita' dei poveri. Non puo' essere umanizzata", afferma la lettera, che e' firmata da oltre 20 dirigenti sindacali incluso Julio Turra, del comitato esecutivo nazionale della Cut (Central unica dos trabalhadores), che e' uno degli organizzatori del Forum sociale mondiale. I firmatari della lettera hanno deciso di boicottare tutte le discussioni, i seminari e le sessioni ufficiali del Fsm. 

Un motivo del malumore all''interno del movimento e' anche la posizione del Forum sociale mondiale riguardo la guerra globale al terrorismo dichiarata dagli Stati Uniti d'America. Il seminario "un mondo senza guerra e' possibile", infatti, affronta discussioni sulla Palestina, sul Paese Basco, sulla Colombia e sul Chiapas, ma non sul conflitto in corso in Asia Centrale. Mentre la giornata di ieri e'' stata dedicata al tema "la produzione della ricchezza e la riproduzione sociale", oggi il Forum sociale mondiale si occupera' di "accesso alla ricchezza e sostenibilita", con 7 differenti conferenze dedicate al tema. 

2/02/2002 


THANK YOU, MRS THATCHER

"Grazie Signora Thatcher". Grazie per aver ricordato agli uomini la disuguaglianza di classe nel moderno occidente democratico e sviluppato avendo smantellato pezzo per pezzo, bullone per bullone il quasi secolare welfare state di Sua Maestà, lo stato sociale e del benessere in salsa britannica. 
È questo ciò che hanno pensato gli operai e, soprattutto i minatori, britannici che hanno pagato in prima persona sulla propria pelle i costi del liberismo selvaggio e delle ristrutturazioni del decennio thatcheriano. Operai e minatori che sono stati ben rappresentati dai protagonisti di "Grazie Signora Thatcher", pregevole pellicola di critica al liberismo thatcheriano diretta da Ken Loach datata 1998.
Minatori costretti a difendere (e a perdere) i propri diritti uno dopo l'altro, ma che non perdono la propria dignità. Dignità ribadita a guisa di canto del cigno sulle note dell'Overtoure del Guglielmo Tell nell'ultima uscita pubblica dell'orchestra di una miniera chiusa dalle "ristrutturazioni" del leader conservatore e diretta da un anziano minatore straziato da una malattia professionale, la tisi, che lo costringe ad aiutarsi con l'ossigeno per respirare.
Margaret Thatcher conquista la guida della Gran Bretagna nel 1979 diventando Primo Ministro sconfiggendo i laburisti di John Callaghan nelle elezioni politiche generali di quell'anno che segnano la fine di anni di alternanza tra conservatori e laburisti e l'inizio di una lunga egemonia conservatrice nell'isola.
Non si trattò soltanto di una svolta politica, ma anche sociale ed economica senza precedenti nel secondo dopoguerra europeo. 
La Lady di Ferro, questo era infatti il soprannome del nuovo leader tory, fu l'avanguardia di una rivoluzione (o sarebbe meglio dire controrivoluzione) conservatrice e liberista che investì l'occidente democratico ed industrializzato per tutti gli anni '80 e che solo nella seconda metà del decennio successivo segnerà un'inversione di tendenza.
Le basi dell'azione tatcheriana si basarono essenzialmente su un progressivo ed inarrestabile smantellamento dello stato sociale, proprio di quel welfare state che aveva caratterizzato lo sviluppo sociale ed economico dell'occidente a partire dai primi decenni del XX secolo.
Le ragioni delle imprese e delle dinamiche produttive presero il sopravvento rispetto ai diritti sociali: in nome dell'autodeterminazione dei singoli e della propria autorealizzazione si diede il via ad una spirale di provvedimenti liberisti che portarono alla diminuzione delle soglie di sicurezza sociale. 
Ci sembra lecito poter affermare che a circa quattro decenni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e della nascita delle organizzazioni di pubblica assistenza e previdenza sociale (sanità e pensioni pubbliche) la giustizia sociale non fosse più il tema all'ordine del giorno dell'agenda del dibattito politico inglese.
Partendo dalle teorie politologiche di Olson che accusava lo stato sociale e le assicurazioni sociali (cassa integrazione, sussidi di disoccupazione, altre forme di sussidi, ecc. …) di essere essi stessi fonte di disoccupazione in quanto non stimolavano la gente a sufficienza a impegnarsi nell'autorealizzazione professionale, la Lady di Ferro inizio un rapido e incisivo processo di massicce privatizzazioni e un cruento disboscamento delle reti di assistenza sociale del tradizionale welfare state britannico.
La società fordista fino ad allora esistente prevedeva che l'operaio diventasse esso stesso acquirente dei beni che produceva. 
Si era avuta così una società dei consumi (spesso degenerata in una società consumistica) in cui era necessario assicurare lavoro, sicurezza sociale (sanità, certezza della pensione, possibilità di aiutare la crescita dei figli con servizi e sgravi fiscali) alla maggior parte della classe lavoratrice. 
Operai ed impiegati sicuri della propria posizione sociale e lavorativa e che disponessero di un accettabile portafoglio e disposti, quindi, a spendere, erano la condizione base perché potesse continuare a crescere una società basata sui consumi di massa da parte della massa stessa.
Una società come quella sopra descritta aveva dato origine a una miriade di forme di associazione e di coesione sociale da parte delle classe sociali salariate. 
I lavoratori dipendenti non erano altro che i figli o i nipoti di quei proletari diseredati di Liverpool e di Manchester che tanto avevano impressionato Karl Marx nel XIX secolo. Figli o nipoti che, migliorata la condizione lavorativa ed economica rispetto ai propri padri o nonni si apprestava a godere di tutti i benefici del welfare state.
Si trattava di una società ricca di sindacati, circoli aziendali o di dopolavoro che permettevano di ridimensionare di incanalare tutte le possibili tensioni sociali. 
La Gran Bretagna del XX secolo era fino ad allora stata una nazione in cui la ridistribuzione della ricchezza aveva permesso al crescita di una casse operai e di lavoratori dipendenti sufficientemente compatta e coordinata che, senza arrivare alle forme di neoconsociativismo e cooperazione scandinave analizzate e descritte da Schumpetter nei suoi studi, aveva permesso di armonizzare e risolvere i conflitti e le tensioni all'interno della classe lavoratrice dipendente.
Le numerose forme di associazionismo possono essere identificate con il termine di "agenzie di socializzazione", elementi molto importanti in grado di coordinare ed ordinare la società in modo da ridurre al minimo le tensioni intestine.
Ogni miniera in Inghilterra aveva la propria banda musicale, ogni fabbrica il proprio circolo sindacale, sportivo e di dopolavoro.
Anche i gruppi di tifosi più o meno organizzati erano fonte di coesione sociale. 
I tifosi del Liverpool, ad esempio, erano in massima parte membri della classe operaia e soprannominati reds non solo per il colore sociale delle maglie dei giocatori, ma anche per una palese affiliazione politica con il Labour Party.
Il thatcherismo trionfante dei primi anni '80 si fa portatore di tutta una serie di politiche pubbliche, volendo ridurre al minimo le voci di spesa del bilancio pubblico e, allo stesso tempo, attuare un deciso cut tax (la Thatcher aveva fatto, infatti, della riduzione del carico fiscale il proprio cavallo di battaglia) finì per ridurre il grado di protezione sociale esistente in Gran Bretagna.
Forte di un'ampia maggioranza alla Camera dei Comuni, che i conservatori controllavano pur non avendo una reale maggioranza nel paese grazie alla legge elettorale maggioritaria uninominale, la signora Primo Ministro procede ad una serie di privatizzazioni che un commentatore come lo storico Hobsbawm definì "selvagge" e alla chiusura i tutta una serie di miniere e industrie ritenute non più sufficientemente produttive.
La prima conseguenza di questi provvedimenti fu un aumento esponenziale della disoccupazione, soprattutto fra i più giovani e i meno abbienti.
L'uscita dai posti tradizionali di lavoro, che per usare un eufemismo potremmo definire forzata, ma che in realtà fu una vera e propria cacciata, escluse tutti i disoccupati dalle tradizionali sedi di ritrovo (sindacati, leghe operaie, circoli del dopolavoro, ecc. …). 
Sicuramente queste dinamiche furono assai gradite alla nuova dirigenza conservatrice che vedeva così drasticamente minata la forza delle Trade Unions e del Labour Party, organizzazioni forti al limite dell'egemonia nelle suddette organizzazioni.
Ma l'elemento che più ci interessa di questi fenomeni è che entrarono in crisi, così, tutte le principali agenzie di organizzazioni britanniche. Prima conseguenza di ciò fu una crisi di coscienza degli esclusi che finirono così per essere facilmente adescabili e inseribili in dinamiche di emarginizzazione.
Le periferie londinesi, città operaie come Manchester e Liverpool, le campagne del Galles erano state caratterizzate per quasi un secolo dalle sedi di associazioni politiche, culturali e sportive che avevano unito e fatto crescere aderenti e popolazione. Ogni città e ogni borgo aveva il proprio circolo operaio, ogni miniera la propria banda musicale, orgoglio dei minatori e della città intera. 
Erano state queste agenzie di socializzazione che avevano permesso una crescita sufficientemente armoniosa (o per lo meno il più armoniosa possibile) e garantito un controllo democratico e capillare del territorio in grado, anche di contenere fenomeni di microcriminalità. 
La loro crisi, oltre che cambiare lo stesso aspetto geografico delle periferie e di località come le già citate Liverpool e Manchester che vissero in condizioni di degrado, consegnava migliaia e migliaia di persone alla disperazione ed all'incertezza. 
Persone allo sbando su cui cominciarono a far presa idee anche pericolosamente razziste e xenofobe.
Come ha ben osservato il filosofo Norberto Bobbio, una società tendenzialmente atomizzata ed individualista è più preda di fobie collettive isteriche e non sempre veritiere.
Un aumento della criminalità e del degrado fu favorito dalla crisi di forme associativa territoriali e tradizionali.
La mancanza della sicurezza del posto di lavoro tipico della società di precari ed interinali che si stava profilando all'orizzonte, non solo corse il rischio di dare il via ad uno scontro tra generazioni falsamente mascherato da competizione, ma fece sì che la crescente popolazione immigrata extracomunitaria venisse vista come pericolosa concorrenza da parte dei disoccupati autoctoni che si vedevano pericolosamente insidiati dagli stranieri pronti a lavorare per stipendi di minore entità, al limite dello sfruttamento.
Il partito di estrema destra razzista inglese (British Party) e altri gruppi xenofobi (naziskin, ecc. …) trovarono fertile terreno di crescita e di reclutamento proprio tra gli esclusi.
Gli studi su questi fenomeni condotti dal Professor Piero Ignazi dimostrano come i maggiori consensi per i partiti fascisti e razzisti in Gran Bretagna (ma anche in altre realtà europee continentali interessate da fenomeni e dinamiche simili) non venivano raccolti nei quartieri e nelle realtà già urbanizzate ed abitate da decenni da stranieri, ma in quelle dove si temeva l'arrivo di questi nuovi cittadini visti come pericolosi competitor.
Il razzismo dell'ultra destra conservatrice (interna ed esterna al Conservative Party) degli anni '60 e '70 che aveva avuto in Powell il proprio campione e che si può ben esemplificare in questa sede con la maschera dell'anziano razzista descritto nel film East is east, si basava sulla difesa acritica e moralistica della superiorità delle tradizioni inglesi con accenni che potremmo ricondurre al "fardello dell'uomo bianco" di Kipling. 
I fenomeni razzistici e neonazisti degli anni '80 più gravi e più pericolosi (e quindi più condannabili) dei precedenti furono invece inquadrabili in una disperata lotta fra poveri, tra nuovi e vecchi disoccupati, tutti figli del liberismo selvaggio e delle privatizzazioni altrettanto selvagge realizzate dai governi conservatori di Margaret Theatcher.
Se la Francia rivoluzionaria, dalla Rivoluzione del 1789 alla Presidenza Mitterand passando per il fronte Popolare del 1929, aveva, per usare un'espressione di J. P. Sartre, "condannato gli uomini ad essere liberi" a noi sembra lecito poter dire che l'Inghilterra di Margaret Thatcher ha dannato gli uomini alla precarietà facendo della diseguaglianza sociale la propria bandiera, la propria unica ragione d'essere.


Luca Molinari

1) Piero Ignazi, L'estrema destra in Europa, il Mulino, Bologna 1994


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