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Così si arriva a Schumpeter che inverte quella sequenza che dai rappresentati va ai rappresentanti, per partire da coloro che si propongono, con le proprie idee e la propria personalità ad esercitare il ruolo dei rappresentanti, si candidano. Si tratta – né più né meno – di quelli che la gente, non a caso, chiama "i politici" distinguendoli in un certo senso professionalmente, anche se non si tratta di una professione come le altre. L’area di scelta consentita al demos - in questa visione schumpeteriana – si restringe di fatto alle proposte che nascono nel mondo della politica, nel quale, dunque, si forma l’iniziativa. Questa è la cosiddetta teoria elitistica della democrazia, molto discussa e molto avversata, anche, ma che ha certamente un elevato grado di realismo. Oserei dire che, senza aver bisogno di professarla esplicitamente, molta storiografia politica, di fatto, più o meno, non fa che applicare questo modello interpretativo. In Italia, del resto, questo non è senza relazione col fatto che l’Italia è la patria di Mosca e di Pareto, la cui influenza, direttamente, o attraverso Croce e Gramsci, si è fatta certamente sentire sugli storici. Per altro verso il modello elitistico ha molto influenzato anche le intepretazioni sociologiche e pubblicistiche che hanno accompagnato il corso della storia italiana e, anche, specificamente, la storia della democrazia italiana della seconda metà del secolo XX, interpretazioni coeve, da cui la storiografia che ha affrontato questo tempo a noi così vicino spesso non si è sostanzialmente separata. Le polemiche che investivano il carattere "bloccato"della democrazia italiana, dello "stallo" di questa, prima del 1989, insistevano molto sulla natura blindata della élite politica – si parlò addirittura di "classe fortezza" - benché questa élite fosse certamente formata e sostenuta attraverso elezioni indiscutibilmente libere e ampiamente partecipate. Le elezioni – si diceva però– servono solo a omologare vecchie scelte e sono prive di capacità innovativa, inette a produrre vere scelte perché non animate da volontà proposititiva, quanto, piuttosto, inchiodate da una meramente negativa "paura". Era diagnosi sostanzialmente esatta, salvo che per la negazione della "paura" come motivazione politicamente valida: giusta o sbagliata che si potesse ritenerla, quella "paura" – lo è quasi sempre - era un sentimento politico in termini del tutto propri. Oggi potremmo chiederci come mai quella motivazione possa continuare, parzialmente, a funzionare, pur essendone venute meno le cause a livello mondiale. Ma, a questo punto, gli interrogativi dovrebbero moltiplicarsi. Dovremmo chiamare in causa tutti i meccanismi comunicazionali che collegano le due aree, quella dei rappresentati e quella dei rappresentanti, le loro forme tecnologiche e la loro messaggistica, se è lecito usare una espressione del genere, ponendoci il problema di stabilire se abbia un senso, e quale, distinguere fra messaggi normali e messaggi anormali. Come collocare, in questo contesto di problemi, le idee contenute nella nozione gramsciana di "egemonia", che ha tanto attratto buona parte degli storici italiani?

Ma sto divagando. Chiediamoci piuttosto – a questo punto - se abbia un senso l’idea che si possa pensare di azzerare o ridurre al minimo quella alterità del rappresentante rispetto ai rappresentati, che riproduce nella democrazia contemporanea la distinzione – di stampo, questa, piuttosto eternizzante – fra governanti e governati. Questo non metterebbe in gioco la essenza stessa di ciò che viene detto "politica" ? In altre parole, nella libertà del rappresentante, in democrazia, come già nella età liberale, non sono implicati, oltre a problemi di propensione o meno al rispetto di un codice etico, e di interesse personale, anche problemi di cultura, di volontà innovativa, di intuizione, di lungimiranza, di creatività? E qui però ci imbattiamo certamente in uno dei più grandi problemi della democrazia, un grande campo di tensioni. Sia nella età liberale (che possiamo considerare tocquevillianamente avviata alla democrazia ma non ancora "politologicamente" democratica) che in quella post-fascista, la storia italiana è piena di tensioni di questo tipo. Si pensi al trasformismo e ai fenomeni recenti o anche meno recenti (ad esempio al primo centro-sinistra) che si può essere tentati di mettere in analogia con la tradizione trasformista italiana.

Tutte le insoddisfazioni che possono nascere – e sono nate nel corso della storia della democrazia in Italia e altrove – dalle aporie, vere o presunte, della "alterità rousseauiana", tendono apparentemente a sboccare, o a farlo, per lo meno, in prima battuta, in un rifiuto all’esercizio del diritto di voto, in un discredito della specifica sfera stessa della "politica", a causa della sua "separatezza". Ma il fatto è che tendono inesorabilmente a sboccare in politica esse stesse. Più o meno, però, sboccano in una forma di politica che vuole negare o correggere le regole della democrazia, ovvero nutrirle di farmaci. Ma il doping – si sa – può uccidere.

5. E qui vengo a un altro punto che avevo prima lasciato in sospeso. Al telaio a maglia larga che ho cercato di tracciare relativamente agli equivoci semantici, da un lato, e ai problemi reali, dall’altro, che danno vita ai campi di tensione della democrazia, mancherebbe qualcosa di importante, per la frequenza con la quale si presenta, se non facessi cenno a un uso del termine democrazia che fuoriesce sia dalla accezione che ho chiamato sociologica (lo stato democratico della società) sia dalla accezione propria della politologia contemporanea. Si tratta dell’uso che riscontriamo in formule come quella di "democrazia plebiscitaria" o di "democrazia populista", oppure in quella famosa di Talmon che intitola un suo saggio alla "democrazia totalitaria". L’avere postulato una nozione di "democrazia come stato della società", nel senso di Tocqueville, permette però di comprendere il senso di queste espressioni. In esse , per sostenerle o per criticarle, sono individuate, infatti delle formule politiche che aspirano a soddisfare in forme diverse dalle procedure della democrazia rappresentativa le esigenze che nascono dalla "società democratica", cioè dalla società la cui ribalta non è più riservata a minoranze elette. E, in cui – ricordo qui alcune espressioni ricorrenti – "premono le masse", "la gente si vuol far sentire", "si svegliano le maggioranze silenziose". E così via. Le formule cui si ricorre per affrontare queste insoddisfazioni postulano modi diversi da quelli della democrazia procedurale: postulano una maggiore personalizzazione dell’interlocutore politico, una identificazione semplificata del "rappresentante". Su questa strada si può andare lontano. Si può cominciare in un modo e finire in un altro. Ma io credo sia importante osservare che una considerazione di queste istanze e di queste realtà fatta col solo metro di giudizio offerto dalla democrazia procedurale sarebbe fuorviante: esse sono espressioni della società democratica, nel senso che ho chiamato tocquevilliano, e perderlo di vista sarebbe sbagliato, anche dal punto di vista dello storico. I fenomeni di crisi della democrazia – crisi della democrazia rappresentativa e liberale - fanno parte integrante della storia della democrazia, della età della democrazia. In essi il "demos" non è assente, è presente. Si muove in maniera disillusa o irrazionale, ma è lui, è soggetto. Può diventare oggetto di qualcuno, ma, in qualche modo, in maggioranza, o in forte minoranza, con o senza un disorientato rifugio nella astensione, lo vuole.

6. Concluderò la mia escursione problematica ponendomi la domanda, se la riflessione teorica sulla democrazia offra spunti che permettano di valutare in modo meno drastico e pessimistico quella che ho chiamato la "alterità rousseauiana" fra rappresentanti e rappresentati, e che possano suggerire qualcosa allo storico. 

L’attenzione deve portarsi a questo punto su due grandi questioni. La prima è quella della natura della competizione politica e della efficacia delle sue forme. La seconda riguarda le forme di intermediazione fra le due aree, che poi sono quella dei cittadini della democrazia e quella degli operatori della politica. Credo che il lavoro degi storici che si occupano di storia politica o di storia sociale, in aspetti che hanno molta contiguità con la storia politica, coinvolga in gran parte temi che hanno a che fare con questi due ordini di questioni.

Accenno alla prima. Si tratta di una problematica che, per taluni suoi aspetti, è stata molto discussa in Italia in tempi recenti. La democrazia rappresentativa, e l’effettivo potere dei rappresentati, funzionano se la democrazia è competitiva, nella misura in cui è competitiva. Una delle obiezioni più forti alla teoria rousseauiana del "giorno unico" è che se i rappresentanti vivono il loro mandato tutti i giorni nell’ansia continua di non essere più scelti , quel giorno del potere del rappresentato non è più unico. Ma perché quella scelta diversa sia possibile deve concretamente esserci, non basta che sia sulla carta, bisogna che la competizione sia reale. Ma quale è più reale, la competizione fra due, o la competizione fra molti? La prima si presenta in termini di alternativa radicale. La seconda può sfilacciare i termini di scelta, favorire coalizioni, cambi di posizione e di campo di gruppi di rappresentati una volta eletti, addirittura sospingere verso una distribuzione di poteri e di ruoli di tipo "consociativo". Di qui la enunciazione di quello che è stato chiamato il "modello Westminster", il modello a due partiti principali e contrapposti. Di contro a questi starebbe il modello che Lijphart ha chiamato "consensuale", in cui ogni elettore, invece di arrendersi all’aut-aut di una scelta strettamente binaria (che però accresce il suo potere), preferisce massimizzare la sua convergenza, il suo consenso attraverso una affinità più stretta con un gruppo o partito tagliato su misura, per così dire, sulle proprie preferenze. Più ampio, allora, si fa però, lo spazio di manovra dei rappresentanti e dei loro gruppi rispetto alla scelta originaria di chi ha espresso il mandato.

Quanto alle forme di intermediazione e comunicazione fra rappresentati e rappresentanti queste esistono e anche la politologia le registra. L’eroica ricerca dele regole per il perfetto funzionamento della democrazia procedurale deve arrendersi di fronte alla loro empirica e variabilissima importanza. Ricordo le più rilevanti: i partiti politici, le associazioni , l’opinione pubblica. E’ in questi spazi che si attiva il rapporto fra rappresentati e rappresentanti nella democrazia rappresentativa, ed è qui che può essere veramente falsificato il teorema rousseauiano sul "giorno unico", quello del voto, come unico giorno veramente democratico di una democrazia rappresentativa. E’ qui che la realtà di una democrazia può essere riconosciuta e ciò può farlo, però, solo una ricostruzione di tipo individualizzante, storiografica, perché una formalizzazione rigida di che cosa siano , come operino, con quale efficacia. queste strutture di intermediazione è, più che impossibile, conoscitivamente depauperante. E’ chiaro che partiti politici, associazionismo, opinione pubblica sono teste di capitolo – anzi di libro – e io ne accenno solo per ricordare dove questi temi vengono a collocarsi nella problematica delle tensioni della democrazia. Si tratta di strutture che sono sostanzialmente indipendenti, nella loro formazione, consistenza, qualità, dalle pure e semplici regole procedurali della democrazia. E tuttavia è da esse che dipende il funzionamento di questa. Da esse dipende l’esistenza stessa, la qualità, lo spessore di un rapporto fra rappresentanti e rappresentati, fra politica e società. Se qualcuno di questi canali è troppo fragile, nonostante ogni perfetta costituzione, la democrazia è debole. Se qualcuno di questi canali degenera è il momento, allora, per la democrazia, di suonare l’allarme. Le forme di queste possibili degenerazioni: ecco dunque uno degli spazi maggiori per una esplorazione dei campi di tensione della democrazia. I partiti, il loro radicamento, le loro elasticità , i loro problemi di sostentamento, le loro subculture. L’associazionismo, la sua diffusione, i rapporti che nelle sue strutture passano fra interessi corporativi e cultura civica. L’opinione pubblica, i livelli di istruzione che la alimentano, le culture che la fanno lievitare, i canali massmediali che la informano e la formano, la pluralità effettiva di questi. La definizione della democrazia come "poliarchia" fa riferimento alla forza molteplice e convergente di questi diversi tessuti, che, insieme, controbilanciano e alimentano i luoghi specifici del potere politico. E’ la tematica della libertà liberale, quella di Constant, la libertà "da" - che, come è stato più volte osservato, è anche sempre libertà "di" – una libertà "da", che, proprio per questo, è entrata a far parte organicamente del concetto contemporaneo di democrazia, come liberaldemocrazia. Ma, attenzione! Una tensione importante e drammatica – rispetto alla quale l’area liberale spesso si divide – è data, però, dal fatto che al potere politico democratico si chiede, sì, di non prevaricare in proprio, ma si chiede anche di difendere la "libertà di" di tutti i cittadini, "da" quelli che possono essere gli eccessi di potere di "poteri forti"della società: grandi strutture di informazione, grandi imprese, grandi organizzazioni, anche sindacali, anche ecclesiastiche. Non è facile, in questo tiro alla fune dalle due parti , evitare che l’una approfitti in proprio dei limiti che riesce a porre all’altra.

Ciò rimanda, dunque, ancora una volta, i problemi della democrazia alle articolazioni e alla robustezza della società democratica, alla sua cultura, a quel "civismo" che, a suo tempo, Salvemini trovava, per esempio, carente in Italia. 

Ho iniziato dicendo che speravo di aiutare la discussione a non andare fuori strada. Concludo augurandomi di non avere conseguito l’effetto opposto.

Testo provvisorio dell'intervento al Convegno Sissco, Siena 9-10 Novembre 2000
La democrazia nel Novecento. Un campo di tensione
da : http://www.iue.it/LIB/SISSCO/info/sisscoweb.html 


LA DEMOCRAZIA LIBERALE E I SUOI NEMICI

di Giovanni Sabbatucci 



Prima di spiegare che cosa debba intendersi per "democrazia liberale" e chi siano (meglio, chi fossero) i suoi nemici, vorrei fare un paio di premesse.

La prima premessa è in realtà un dato, evidente e indiscutibile, anche se non sempre oggetto di adeguata riflessione. Negli anni fra le due guerre mondiali, la democrazia politica nell’Europa continentale attraversa una crisi spaventosa, che rischia di essere mortale, anzi lo è davvero fino al momento in cui sbarcano sul continente le armate americane e inglesi. Il fenomeno è tanto più sorprendente in quanto si sviluppa all’indomani di un conflitto che è stato combattuto certo non solo in nome della democrazia, ma anche (specie nella sua parte finale) in nome della democrazia e da cui la democrazia è uscita, almeno in apparenza, vittoriosa. Ed è tanto più impressionante in quanto si consuma nel breve volgere di un ventennio: quello che passa tra la fine della prima guerra mondiale e l’inizio della seconda (o, se si preferisce, tra la conclusione della conferenza della pace e l’invasione tedesca della Francia).

I dati sono notissimi, ma forse è il caso di ricapitolarli. Nel 1919-20, sull’onda della vittoria dell’Intesa e dei princìpi wilsoniani, tutti i paesi europei, tranne la Russia, sono dotati di istituzioni rappresentative. Ovunque si tengono elezioni a suffragio universale, mentre in tutti gli Stati di nuova formazione si intitolano vie e piazze al presidente Wilson o ai protagonisti delle rivoluzioni democratiche ottocentesche. Si trattava di costruzioni istituzionali messe su in fretta, senza basi solide. Ma questo lo si sarebbe visto dopo: allora nessuno poteva pensare che quelle costruzioni sarebbero presto cadute come birilli. Se una minaccia per la democrazia era percepibile, questa minaccia veniva dall’ondata rivoluzionaria che dalla Russia minacciava di dilagare in Europa centrale: l’alternativa era fra democrazia e rivoluzione (Wilson o Lenin), non fra democrazia e reazione. Facciamo un salto di dieci anni. Attorno al 1930, quando cominciano a farsi sentire gli effetti della grande crisi, un bel pezzo d’Europa meridionale e orientale (Italia, Spagna, Portogallo, Bulgaria, Polonia, Lituania, Jugoslavia, Romania e, per certi aspetti, anche l’Ungheria) è dominata da regimi autoritari o semi-autoritari, comunque poco rispettosi della sovranità popolare e delle prerogative dei parlamenti, in una vasta gamma che va dal totalitarismo imperfetto e tendenziale del regime fascista italiano al conservatorismo vecchio stile della Spagna di Primo de Rivera o dell’Ungheria di Horthy e Bethlen. Con l’avvento del nazismo in Germania, si accentua l’effetto-domino: cadono Austria, Lettonia, Estonia, Grecia, poi la Spagna (che fra il ’30 e il ’36 aveva vissuto una parentesi democratica), poi la Cecoslovacchia (ma questa per cause esterne). Allo scoppio della guerra, sul continente europeo (esclusa dunque la Gran Bretagna), la democrazia sopravvive solo – a parte la Svizzera e i paesi scandinavi – in Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo: da qui verrà spazzata via dall’attacco tedesco del maggio-giugno 1940. Dopo questa data, la democrazia europea può considerarsi non solo sconfitta, ma defunta, espiantata com’è dall’intero continente, salvo Svezia e Finlandia e Svizzera (dove peraltro la sua sopravvivenza è assicurata dalla neutralità e da un ambiguo rapporto di convivenza con i dominatori d’Europa). A livello mondiale, la democrazia liberale è in questo momento nulla più che una peculiarità anglosassone, prodotto dell’insularità britannica o dell’eccezionalità statunitense.

Una siffatta catastrofe – e questa è la seconda premessa da cui partire – non è solo il risultato di una sconfitta militare o di un’aggressione esterna. Questo può valere al più per la Francia (anche se basta aver letto La strana disfatta di Marc Bloch per capire quanto la democrazia repubblicana francese fosse malata e quanto la malattia abbia influito sulla mancata tenuta delle forze armate, al di là degli errori strategici), per la Cecoslovacchia e in parte per la Spagna: ma in tutti gli altri casi appena elencati le cause sono esclusivamente endogene. Nemmeno può dirsi – e qui sta il punto che mi interessa sottolineare – che la democrazia si indebolisce o soccombe sotto l’urto dei suoi nemici dichiarati, esterni o interni che siano. E’, in altri termini, semplificatorio e ingannevole lo schema a lungo invalso che vede la democrazia (identificata per lo più con la sinistra) battersi contro la reazione, rappresentata dall’alleanza fra il potere economico, il tradizionalismo ancien régime e il nazionalmilitarismo fascista. Lo schema è falso a) perché la sinistra non sempre ha difeso la democrazia (spesso ha fatto il contrario), b) perché non sempre la destra, non tutta la destra, la ha attaccata (Churchill e De Gaulle, non erano certo uomini di sinistra), c) ma soprattutto perché la democrazia è vittima, prima che degli attacchi dei suoi nemici, delle sue debolezze interne: delle sue contraddizioni, della sua scarsa autostima, delle sue incertezze nel definire i propri valori e la propria stessa identità. In molti paesi europei (non in tutti) i peggiori nemici della democrazia non sono gli antidemocratici di sempre o i nostalgici dell’antico regime, ma i democratici delusi dalla "democrazia reale" (che coincide, come vedremo, con la democrazia liberale) e per questo alla ricerca di nuovi miti e di valori forti in cui credere. La crisi, insomma non è solo della democrazia, ma anche nella democrazia.

La tesi qui sommariamente esposta va naturalmente modulata e corretta a seconda dei paesi cui ci si riferisce. Essa si applica solo in parte alla Germania di Weimar, dove gli antidemocratici espliciti sono numerosi e agguerriti (e attingono al gran serbatoio della tradizione völkisch), dove le forze che si richiamano alla tradizione democratica e liberale sono poche e divise (fra i partiti di Weimar, uno solo si definisce democratico, mentre i liberali-moderati preferiscono chiamarsi "popolari") e dove le istituzioni repubblicane si reggono soprattutto grazie all’apporto della Spd e del Zentrum: ossia di partiti che, per ideologia e tradizione, hanno nei confronti della democrazia un atteggiamento di semi-lealtà (o di lealtà condizionata).

Diversa la situazione in Francia. Qui le forze che si richiamano alla tradizione democratica e liberale ci sono, e sono anzi maggioritarie (sebbene non si definiscano mai "liberali", ma preferiscano dirsi "democratiche" e "repubblicane" anche quando si collocano a destra: la parola liberale ha nella politica francese scarsissima fortuna, per motivi che sarebbe interessante approfondire). Ma sono screditate, ben al di là dei loro demeriti, soprattutto presso gli intellettuali che si autodefiniscono "non conformisti" e che spesso ritroveremo come protagonisti della vita culturale francese del secondo dopoguerra (Maulnier, Jouvenel, Mounier ecc.). Nella Francia degli anni Trenta, come ha ben documentato Sternhell, pochissimi sono gli uomini di cultura che non si dedichino a un’opera di sistematica demolizione dei fondamenti della democrazia rappresentativa (intesa come regime pluralistico fondato sulla sovranità popolare e sulla istituzionalizzazione del conflitto), che non siano alla disperata ricerca di soluzioni politiche nuove, capaci di superare la mediocrità della politica di tutti i giorni, che non paghino il loro tributo intellettuale al luogo comune della maggiore vitalità e della superiore "moralità" dei regimi autoritari. E’ un fenomeno che solo in minima parte può essere spiegato con la mediocrità del ceto politico francese degli anni Trenta, che affonda le sue radici nelle esperienze culturali dell’anteguerra (da Barrès a Sorel) e che ci aiuta a sua volta a spiegare il dato impressionante della fortissima presenza di uomini provenienti dalla sinistra (socialista, comunista e radicale) fra i leader e i quadri di Vichy.

Se dalla Francia ci spostiamo all’Italia e dagli anni Trenta-Quaranta procediamo a ritroso a quelli del primo dopoguerra e della crisi dello Stato liberale, troviamo, pur nella evidente diversità del contesto politico e culturale, alcuni significativi punti di contatto. Il primo è l’atteggiamento critico (anche violentemente critico) degli intellettuali che per analogia potremmo definire "non conformisti" (quelli soprattutto che sono passati per la stagione delle riviste e poi per l’interventismo) nei confronti dei metodi e delle procedure della democrazia liberale e più ancora delle sue basi culturali. E’ un discorso che qui non è il caso di approfondire e che ha a che fare per un verso con l’autentica catastrofe patita dalla cultura positivista-progressista all’inizio del secolo, per un altro con gli effettivi malfunzionamenti di un sistema politico in evidente crisi di trasformazione, per un altro ancora con l’originaria debolezza della cultura liberale in Italia e con la sua congenita difficoltà a declinarsi in senso pluralista e competitivo (si pensi allo statalismo giuridico di un Orlando o al "liberalismo" etico di un Croce). Fatto sta che anche in Italia, prima e dopo l’avvento del fascismo, è difficile trovare intellettuali che difendano i valori della democrazia in quanto tale, senza ulteriori specificazioni (socialista, nazionale ecc.). Unica eccezione di rilievo, Giovanni Amendola.

Secondo punto di contatto fra la situazione italiana e quella francese è la provenienza politica della stragrande maggioranza dei fascisti, quasi tutti ex socialisti (rivoluzionari o riformisti), ex sindacalisti, ex repubblicani, ex radicali. Anzi in Italia il fenomeno è assai più accentuato, mancando quel canale "alternativo" di formazione e di reclutamento delle élites fasciste che in Francia è costituito dall’Action Française e dai movimenti affini. Ci sono, è vero, i nazionalisti, che si collocano visibilmente a destra. Ma anche nel nazionalismo italiano (che non può prescindere del tutto da una certa tradizione risorgimentale) confluiscono all’origine ex democratici e non pochi ex socialisti. Il maggior teorico del nazionalismo maturo (e poi del fascismo-regime), Alfredo Rocco, è un ex radicale che si pone come problema principale non la restaurazione di un ordine politico e sociale del passato, ma l’inserimento delle masse in uno Stato autoritario.

Certo, occorre fare le necessarie distinzioni. Non tutti i critici della "democrazia reale" sono destinati ad arruolarsi nel fronte dell’antidemocrazia. Né credo che sia giusto assimilarli – come a volte sembra fare Sternhell – nell’unica categoria di un protofascismo dai contorni, per la verità, assai incerti. Diversi, e opposti, possono essere i percorsi individuali (spesso tortuosi, non di rado nei due sensi). Ma un c’è un contenuto comune a tutti: l’avversione, anche violenta, per la democrazia com’è, per la forma storica assunta dalla democrazia nei paesi che l’hanno sperimentata, in tutto o in parte, a partire dalla fine dell’Ottocento: insomma per quella che possiamo definire "democrazia liberale" o "liberaldemocrazia".



E qui vengo al punto da cui forse sarei dovuto partire. "Democrazia liberale" è una locuzione che oggi usiamo abitualmente e che molti di noi (non tutti naturalmente) tendono a identificare con la democrazia tout-court, o comunque con l’unica democrazia possibile e auspicabile nel tempo presente. Fra Otto e Novecento, l’espressione non era usata comunemente (per quanto ne so, apparve per la prima volta in Italia come denominazione politica solo nel 1920, per designare uno dei gruppi parlamentari di area liberale formatisi in seguito alla riforma dei regolamenti della Camera di quell’anno): ove lo fosse stata, sarebbe apparsa a molti come un ircocervo concettuale, se non proprio come un ossimoro, dal momento che alludeva alla fusione fra due filoni culturali, fra due tradizioni politiche che erano state a lungo distinte o addirittura opposte: quella di un liberalismo che per lo più non era democratico e quella di una democrazia che tendenzialmente non era liberale. 

Di più: la democrazia liberale non ha alle spalle un retroterra dottrinario paragonabile a quello del liberalismo (che può vantare fra i suoi padri Locke, Montesquieu e Kant) e nemmeno a quello, pur meno prestigioso, della democrazia ottocentesca. Non viene annunciata e teorizzata nei libri (se non per qualche anticipazione nelle opere di un liberale come Mill; la teorizzazione forse più lucida, quella di Schumpeter in Capitalismo, socialismo, democrazia è del 1942). E’ messa direttamente in pratica, prima di tutto in Francia, da politici democratici e pragmatici come Gambetta, Favre, Ferry. Non ha un modello a cui rifarsi, se non quello, lontano e per molti aspetti inesportabile, degli Stati Uniti d’America. Non è l’attuazione di un progetto ideale, ma un compromesso, un adattamento alle condizioni date (lo stesso compromesso fra democratici e moderati di tradizione orleanista che rende possibile l’approvazione delle lois constitutionelles del 1875 e la nascita della Terza Repubblica in Francia). Il compromesso consiste semplicemente nell’innestare il suffragio universale e una prassi parlamentare di origine britannica (che si rivelerà tanto più necessaria laddove il vertice dell’esecutivo poggia su una legittimazione dinastica e non popolare) sul tronco di istituzioni originariamente concepite in una logica elitaria e censitaria e nell’ambito di una divisione dei poteri che lasciava ampio spazio all’azione della corona e dell’aristocrazia. L’innesto, tutto sommato, funziona (tant’è che a tutt’oggi non abbiamo inventato nulla di meglio). Ma nell’incontro fra le due tradizioni politiche va fatalmente perduta, assieme all’impianto censitario del liberalismo, tutta l’attrezzatura sostanzialistica e virtuistica («il passaggio dal crimine alla virtù», secondo la formula robespierriana) che era patrimonio della democrazia ottocentesca ed era più importante, agli occhi dei democratici, di qualsiasi tecnica istituzionale. 

La lotta politica quale si viene concretamente sviluppando in regime di democrazia liberale è in effetti cosa ben diversa dal sogno di un governo ordinato e solidale della cosa pubblica da parte del popolo: è piuttosto (o così appare), il regno della mediazione, del compromesso, se non della corruzione (si pensi ai grandi scandali di fine secolo in Francia e in Italia). Così come la società industrializzata e di massa che si va profilando a fine Ottocento è quanto di più lontano si possa immaginare dall’utopia democratica, dall’ideale jeffersoniano di una società di liberi agricoltori e artigiani, di capifamiglia capaci di portare le armi e di praticare le virtù repubblicane. Lo scarto fra i sogni e la realtà è per molti traumatico. E non manca di produrre reazioni di rigetto fra gli intellettuali e anche fra i ceti popolari. Anche qui l’autore di riferimento è Sternhell: che ha spiegato benissimo, fra l’altro, la forte presenza di componenti di sinistra delusa in tutti i movimenti di protesta populista e antiliberale (a cominciare dal boulangismo) che scossero la vita della Terza Repubblica.

Molte delle cose dette fin qui si applicano anche al caso dell’Italia, sia pure in un contesto istituzionale molto diverso (non c’è la repubblica e soprattutto non c’è il suffragio universale, dunque è improprio parlare di democrazia). Ma anche qui c’è un ceto politico di formazione democratica che, giunto alla guida del paese a prezzo di un adattamento alle condizioni date, si trova investito da una fortissima ondata di discredito proveniente soprattutto dagli intellettuali. E non è casuale che questi primi esperimenti più o meno parziali di democrazia calata in istituzioni liberal-parlamentari siano subito bollati con denominazioni tutt’altro che lusinghiere: opportunismo in Francia, trasformismo in Italia.

Sul rigetto delle istituzioni liberal-parlamentari e delle pratiche politiche correnti da parte degli intellettuali italiani fra Otto e Novecento non è il caso ora di tornare (lo farà Lanaro, ma v.Cafagna, Il giovane Gramsci...), se non per notare ancora una volta le molte affinità con la situazione francese. Ciò che va sottolineato è che l’attacco portato dalle schiere dei delusi non ha, fino alla grande guerra, effetti letali sulla tenuta della democrazia liberale: questa, per quanto sia oggetto di diffusa impopolarità e sia più sopportata che amata, si mostra capace, in Italia come altrove, di sopravvivere, grazie alle sue doti di elasticità e plasticità (che le permettono di resistere agli urti e di assorbire almeno una parte delle forze ostili) e grazie anche all’istaurarsi di un ciclo economico espansivo che consente un graduale innalzamento dei livelli di benessere. 

Il problema che dobbiamo porci a questo punto è: perché nel periodo fra le due guerre questa capacità di resistenza e di assorbimento si attenuò o venne meno? Perché i nemici occulti e palesi della democrazia riuscirono, prima o poi, a prevalere ovunque, anche se con mezzi e per vie diversi? 

Una risposta che si dà comunemente è quella che fa riferimento proprio alla grande guerra, alla spaventosa esplosione di violenza che scatenò, alla carica di irrazionalità che da essa si sprigionò, all’emergere di culture e di miti politici non sempre compatibili con la democrazia, men che meno con la democrazia liberale (Mosse, Galli d.L. sul "Mulino"). E’ tutto vero, ma non credo che la risposta sia esauriente. I lasciti politico-culturali della grande guerra furono molteplici e ambigui. Fra questi c’era anche l’idea del trionfo della democrazia come portato inevitabile del conflitto. Come ho detto all’inizio, l’ultimo anno di guerra era stato combattuto dagli eserciti dell’Intesa all’insegna di slogan democratici. E, a guerra appena finita, il mito democratico appariva trionfante: tanto che i politici di ogni estrazione si sentivano in dovere di tributargli il loro omaggio. C’era, è vero, la minaccia rivoluzionaria comunista, l’ombra incombente di una sfida radicale alla democrazia parlamentare, che era stata lanciata, con esiti opposti, prima in Russia poi in Germania. Ma questa minaccia era già sostanzialmente tramontata nell’estate del ’20 o al più nel corso del ’21: quando l’ondata rossa era stata arginata e ricacciata là da dove era partita. Restava, è vero, il fascino esercitato da quel modello rivoluzionario su strati consistenti (ma minoritari) di lavoratori e intellettuali; restava la sensazione diffusa di una debolezza delle democrazie, di una loro inadeguatezza di fronte al pericolo comunista. Ma tutto ciò poteva anche avere (come avrebbe avuto nel secondo dopoguerra) un effetto di stimolo sulla funzionalità delle democrazie. 

Ma allora, se a colpire a morte la democrazia liberale non fu (o non fu soltanto) la guerra e non fu nemmeno la rivoluzione, quali furono gli agenti effettivi della crisi? Proverò qui a esporre sinteticamente tre principali ordini di fattori: il primo è relativo al quadro internazionale; il secondo alle tendenze dell’economia (con riferimento sia all’economia reale sia alle teorie economiche); il terzo alla politica e al funzionamento (o al malfunzionamento) delle istituzioni.

Dal punto di vista del quadro internazionale, va tenuto presente il sostanziale fallimento di Versailles, ovvero la mancata realizzazione di quell’ordine stabile e pacifico che avrebbe dovuto costituire la premessa e lo sfondo per la definitiva affermazione della liberal-democrazia. In questo quadro, l’evento decisivo è costituito dalla sconfitta politica e dall’uscita di scena di Wilson, ossia dalla scelta isolazionista degli Stati Uniti. L’importanza di questo evento, su cui non si insisterà mai abbastanza, sta nel fatto che il wilsonismo – al di là dei suoi contenuti mitologici, ma forse anche in virtù di questi – aveva rappresentato l’annuncio e la garanzia (da parte della maggiore potenza mondiale) non solo di un avvenire nel segno della democrazia, ma anche di una declinazione della democrazia in senso liberale e pluralista, liberoscambista e pacifista. Il ritorno degli Stati Uniti al loro isolamento e alla loro ‘eccezionalità’, restituendo all’Europa una centralità peraltro illusoria, fa venir meno questa garanzia e questo ancoraggio, che è ideologico oltre che politico ed economico. 

Altrettanto decisivo – e ben noto nelle sue grandi linee – è il contesto economico. Non mi riferisco solo alla correlazione (non ferrea, non meccanica) che esiste fra il buon andamento dell’economia e la buona salute della democrazia, all’ondata di sfiducia che colpisce le istituzioni liberali in seguito ai traumi ripetuti e ravvicinati (prima l’inflazione postbellica culminata in Germania nella polverizzazione della moneta; poi la recessione produttiva e la grande depressione degli anni Trenta) cui la popolazione dei paesi industrializzati è sottoposta negli anni fra le due guerre. Non meno importante è il contesto culturale, quella sorta di senso comune dell’epoca che, già sulla scorta dell’esperienza bellica, proclama la crisi irreversibile dell’economia di mercato, tradizionalmente intesa come organismo capace di autoregolarsi; e con essa la fine imminente di quella forma politica – la democrazia liberale appunto – che, a torto o a ragione, è considerata il necessario corrispettivo, del laissez-faire in economia. Il segno più evidente di questo clima diffuso è il riemergere prepotente di un tema che in realtà non aveva mai cessato di serpeggiare, a volte sotterraneamente a volte palesemente, nel dibattito politico e costituzionale in età liberale: il tema della ‘rappresentanza degli interessi’. Questo tema può essere ovviamente declinato in modi diversi. Può portare a esiti estremi e distruttivi per la democrazia rappresentativa, come nel caso delle ideologie consiliari o ‘soviettiste’ da un lato, del corporativismo fascista dall’altro (si tratta in fondo delle due facce, di sinistra e di destra, di uno stesso fenomeno o di una stessa tendenza culturale: quella, già presente nel nazionalismo prebellico e nel sindacalismo rivoluzionario, che attribuisce il diritto alla rappresentanza non al cittadino, all’individuo in quanto tale, ma al produttore o al membro di un aggregato sociale). Ma lo stesso tema è presente, oltre che naturalmente negli ambienti cattolici, anche all’interno del mondo liberale e soprattutto fra le componenti non rivoluzionarie del movimento operaio, come il socialismo riformista italiano o la socialdemocrazia weimariana: l’uno e l’altra fortemente interessati al discorso sui ‘corpi tecnici’, come sede di mediazione fra gli interessi e come efficace integrazione, o al limite come alternativa, agli istituti rappresentativi tradizionali (Maier). Anche l’esperienza del New Deal viene spesso letta in Europa, non solo negli ambienti fascisti, in chiave di esperimento paracorporativo (il Nira) o anche come esempio di leadership forte e personalizzata, sostanzialmente analoga a quella degli Stati autoritari. Dovunque si cerchi l’alternativa (nella pianificazione collettivista, nel corporativismo più o meno spinto, nel cesarismo) la conclusione è sempre la stessa: la democrazia liberale non serve più, se mai è servita, per governare l’economia e per assicurare il benessere.

Siamo così arrivati al terzo ordine di fattori, quello relativo al quadro politico-istituzionale, che è poi quello decisivo e quello che più specificamente ci interessa. Da questo punto di vista, non basta dire che negli anni fra le due guerre si assiste al collasso della democrazia liberale. Quello che va in crisi non è un sistema statico, è un sistema che cerca di modificarsi, di diventare qualcosa di diverso da ciò che era stato sin allora: di trasformarsi insomma in "democrazia dei partiti". Anche in questo caso, a imporre l’esigenza del mutamento è la cultura diffusa, è lo spirito dei tempi nato dalla guerra. La guerra è stata una guerra di masse, dunque anche la politica dovrà basarsi sulle grandi aggregazioni. La democrazia sarà democrazia di massa o non sarà. E lo strumento per portare le masse nella democrazia, o la democrazia alle masse, non può essere che il partito. La forma-partito (come ha recentemente notato Emilio Gentile) conosce in questi anni un vero trionfo. Trionfo che, si può aggiungere, è destinato a essere tutt’altro che effimero, visto che nell’endiadi "democrazia e partito" sarà il primo termine, non il secondo a cadere.

Lo strumento principale che apre la strada alla nuova democrazia dei partiti, o al Parteienstaat di cui si parla nella Germania di Weimar, è la rappresentanza proporzionale con scrutinio di lista, che in Germania nasce (e muore) assieme alla repubblica e in Italia viene introdotta a larghissima maggioranza da una legge dell’agosto ’19. Anche in Francia viene introdotta nella primavera ’19 una riforma proporzionale: ma si tratta di una proporzionale corretta con forti elementi di maggioritario, che non darà gli esiti sperati e sarà accantonata nel ’27. La proporzionale dovrebbe servire non solo a moralizzare la vita pubblica, stroncando il sistema notabilare e le pratiche clientelari (sbrigativamente identificate con la corruzione, o comunque con l’adulterazione del voto), ma anche e soprattutto a superare l’individualismo e il personalismo del collegio uninominale e a dare adeguata rappresentanza ai partiti, divenuti, attraverso lo scrutinio di lista, titolari in proprio del consenso elettorale da semplici contenitori parlamentari che erano prima. La combinazione fra proporzionale e democrazia dei partiti dovrebbe infine consentire alla politica di meglio organizzare e rappresentare la società (e dunque anche gli interessi ‘corporati’).

Questo tentativo di transizione dal liberalismo alla democrazia di massa attraverso la proporzionale – che sarà ripreso e attuato nel secondo dopoguerra, anche se in forme e con esiti diversi in Italia, Germania e Francia – fallisce clamorosamente. Fallisce perché resta sostanzialmente inattuato in Francia (per inciso: la maggiore resistenza dei vecchi meccanismi di selezione della rappresentanza, è forse, assieme al radicamento della tradizione repubblicana, uno dei motivi che spiegano la sia pur precaria tenuta delle istituzioni liberali in quel paese). Fallisce perché attuato parzialmente e con risultati insoddisfacenti in Italia fra il ’19 e il ‘22. Fallisce perché attuato compiutamente e con esiti disastrosi in Germania (dove peraltro si sperimentava per la prima volta un sistema liberal-parlamentare). Il fallimento si può spiegare in vari modi. 

Bisogna ricordare innanzitutto che nemmeno la democrazia dei partiti, come la democrazia liberale di fine Ottocento-inizio Novecento, ha alle spalle un retroterra teorico di qualche spessore (Kelsen è un teorico post factum e, a mio parere, non sempre convincente). I teorici prebellici del partito politico, gli Ostrogorski e i Michels, erano stati in realtà dei critici della forma-partito. Anche negli anni Venti, la democrazia dei partiti avrà più critici che laudatori fra i costituzionalisti e gli scienziati della politica, ma anche fra i politici di area liberal-democratica che spesso l’avevano accettata obtorto collo, come male minore (Troeltsch) e che, nel momento decisivo, non la difenderanno; sarà sostenuta con convinzione solo dai socialisti e dai cattolici (forze considerate semi-leali rispetto alle istituzioni); né troverà grandi consensi popolari, non più comunque di quanti ne avesse trovati la democrazia liberale vecchio stile.

Ma, soprattutto, la democrazia dei partiti fondata sulla proporzionale mostra immediatamente i suoi difetti. In primo luogo, l’accentuata frammentazione cui dà luogo produce effetti di ingovernabilità che si riveleranno letali per le istituzioni, oltre che fonte di impopolarità. Insomma, quella forma politica che doveva modernizzare e aggiornare il sistema e costituire la risposta vincente alle tensioni generate dalla guerra finisce con l’essere accomunata nella stessa ondata di discredito: la lotta fra i partiti non è di per sé più trasparente e più nobile di quella fra i notabili, anzi accentua, agli occhi di molti intellettuali, i difetti (in particolare il deficit di ideali e di moralità) che venivano addebitati alla democrazia liberale prebellica. In secondo luogo la caduta di quei meccanismi di protezione che il calcolo maggioritario da un lato, il collegio uninominale dall’altro assicuravano al sistema liberale (garantendogli sempre e comunque maggioranze legittimate, ancorché discordi e instabili) apre spazi enormi alla crescita delle forze antisistema: il che, per un regime parlamentare, rappresenta di gran lunga il pericolo maggiore. Infatti, quando queste forze si rivelano irriducibili alle logiche e alle pratiche del sistema (o quando il sistema è troppo debole e non abbastanza collaudato o legittimato per assorbirle) nulla può impedire loro di piegare e stravolgere le istituzioni democratiche per trasformarle, con adeguate misure legislative, in dittature monopartitiche. L’esito finale è il passaggio da democrazie dei partiti malfunzionanti a efficienti dittature monopartitiche, «dallo Stato dei partiti al partito di Stato» (Pombeni, Gentile).

C’è, a questo punto, un ultimo problema da porsi. Perché quel sistema politico-istituzionale che nel periodo fra le due guerre aveva collassato nel confronto con i movimenti autoritari e fascisti viene riproposto con poche varianti nel secondo dopoguerra e questa volta si mostra capace di notevole tenuta (l’unica vera crisi istituzionale è quella francese del ’58, provocata soprattutto da cause esogene)? Perché la democrazia liberale nella sua forma partitica si afferma e si consolida nonostante continui a mostrare tutti i suoi inconvenienti e a suscitare scarsi entusiasmi e nonostante sia diffusa, soprattutto verso la fine del conflitto mondiale, l’attesa di mutamenti radicali non solo nell’organizzazione sociale ma anche nel modo di far politica? 

La risposta credo, in parte, di averla già data: si annullano dopo il conflitto mondiale, anzi si capovolgono, gli altri due fattori che ho indicato come cause scatenanti della crisi. Cambia innanzitutto il quadro internazionale. In particolare, l’egemonia americana in Occidente garantisce al tempo stesso l’equilibrio internazionale e l’assetto interno dei singoli Stati, mentre le urgenze del confronto planetario col mondo comunista suggeriscono di accantonare abbastanza in fretta i progetti radicalmente innovatori di cui sono pieni i programmi di quasi tutte le forze politiche. In secondo luogo – e anche questo ha a che vedere con le scelte degli Usa – le economie europee vivono, dopo la ricostruzione, una lunga "età dell’oro" che indubbiamente contribuisce al consolidamento delle istituzioni. Cambia, infine, l’atteggiamento delle forze politiche: i partiti fascisti non esistono quasi più, mentre i socialisti e gli stessi comunisti, oltre naturalmente ai cattolici, sono coautori delle nuove costituzioni e si sono convertiti, più o meno sinceramente, alla democrazia dei partiti, (che è pur sempre una variante, un’evoluzione della democrazia liberale), anche se tendono a declinarla in forme che non sempre possono dirsi liberali.

Nel cinquantennio postebellico la democrazia rappresentativa dell’Europa occidentale ha continuato a godere di scarsa popolarità (e molti intellettuali hanno continuato a vagheggiare modelli alternativi, spesso raccapriccianti). Ma questo non le ha impedito di affermarsi sempre più come il regime della normalità e della pacifica convivenza, come lo sfondo obbligato di un indiscutibile progresso materiale. E ciò ha fatto sì che potesse avvantaggiarsi del crollo dei modelli alternativi (in particolare quello comunista) e sopravvivere senza traumi al declino della forma-partito: nell’endiadi di cui sopra (democrazia e partito) questa volta è stato il secondo elemento a entrare in crisi per primo. Le istituzioni della democrazia liberale non sono oggi a rischio in nessun paese dell’Europa occidentale; e hanno qualche buona speranza di consolidarsi anche nell’altra metà del continente. Resta aperta la sfida più difficile: quella di un’estensione planetaria che appare ancora incerta e lontana.

Testo provvisorio dell'intervento al Convegno Sissco, Siena 9-10 Novembre 2000
La democrazia nel Novecento. Un campo di tensione
da : http://www.iue.it/LIB/SISSCO/info/sisscoweb.html


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