DE MARTINO: IL PROFESSORE CHE HA ONORATO LA POLITICA

di Luigi Vertemati

Chi ha avuto la fortuna di frequentare Francesco De Martino oltre l'ufficialità ha potuto capire il suo modo di essere contemporaneamente professore, uomo pubblico e leader; in lui si fondevano l'amore per l'insegnamento della storia del diritto romano, l'amore per l'Italia, il desiderio di concorrere a cambiare in meglio il paese con forti e solide istituzioni democratiche.
E' partendo da questo "Professore" che possiamo leggere meglio l'impegno politico di militante, dirigente e leader del Partito Socialista Italiano. Il suo impegno è sempre stato totale anche quando dava l'impressione di essere distaccato, di pensare ad altro; la conferma viene da un curriculum di tutto rispetto che lo ha visto protagonista per decenni della storia d'Italia alla testa dei socialisti italiani.
Durante la resistenza si schiera con il Partito D'Azione al quale si era avvicinato per combattere il fascismo, preparandosi a dare un contributo all'Italia del dopoguerra. Le vicende, divisioni del Partito d'Azione comprese, lo portano, insieme a Lombardi e Foa, a scegliere il PSI come "casa" per la nuova democrazia.
Sono anni difficili. La scissione di Palazzo Barberini indebolisce in modo decisivo la forza dei socialisti, ma sono anche anni di buone notizie: la vittoria repubblicana nel referendum tra monarchia e repubblica e l'approvazione della Carta Costituzionale.
Le basi per una stagione nuova sono state gettate ma l'Italia non sfugge alle regole della "Guerra Fredda". Lo slancio unitario dell'antifascismo e della resistenza si affievolisce e le divisioni si aggravano. E' la stagione dello scontro frontale del 1948, la sinistra esce sconfitta anche per l'errore dei socialisti di accettare il Fronte Popolare; responsabile non solo della sconfitta, ma del "sorpasso " del PCI sul PSI che ha pesato per l'intero mezzo secolo che ci separa da quei giorni.
Dopo queste sconfitte Francesco De Martino, con Lombardi, Mancini e tanti altri rafforzano il gruppo dirigente del PSI guidato da Nenni per incominciare il cammino dell'autonomia socialista.
Lo dicono le pagine dei dibattiti congressuali socialisti degli anni cinquanta a Milano, Torino e Venezia; esse rappresentano lo sforzo e la fatica dei socialisti tutti, nel quale il gruppo dirigente si impegnano a fondo, per far uscire il paese dal clima di guerra fredda, liberandosi contemporaneamente dagli interessati richiami "unitarie" del PCI di Togliatti.
Sono gli anni della rivoluzione democratica ungherese che il PSI sostiene, del "Rapporto Segreto" di Krusciov sul fallimento del comunismo che Nenni e De Martino valorizzano per rafforzare le spinte autonomiste socialista, l'incontro di Pralognan tra Nenni e Saragat, i capi socialisti che nel 1947 non furono capaci di stare insieme. 
I primi effetti del boom economico richiedono capacità di governo nuove, in grado di garantire i lavoratori e i governi centristi si dimostrano inadeguati ad affrontare le nuove sfide dell'Italia dell'industrializzazione.
In quegli anni De Martino diventa braccio destro di Nenni, insieme, preparano il terreno per il centro sinistra che, dopo le elezioni amministrative dell'autunno del 1960, non casualmente, trova la sua prima realizzazione con la giunta di centro sinistra al comune di Milano.
La nascita del centro sinistra è operazione difficile. La borghesia industriale rimasta prevalentemente codina è contro, una buona parte della chiesa pone ostacoli, il quadro internazionale non è favorevole; ma le esigenze dell'Italia lo richiedono e, nonostante tante iniziative pericolosamente messe in campo contro, penso al governo Tambroni, nel 1963 nasce il primo governo di centro sinistra.
L'operazione politica socialista iniziatasi nella seconda metà degli anni cinquanta ha successo, è il risultato frutto del lavoro della maggioranza del PSI guidata da Nenni, con De Martino vice segretario.
Dopo il messaggio di Nenni vice presidente del Consiglio: "Da oggi siamo più liberi", l'impegno politico dei socialisti si estende. Bisogna reggere l'opposizione interna di coloro che, di li ad un anno, organizzeranno la scissione del PSIUP, poi confluito nel PCI a conferma di accordi preventivi.
Le responsabilità di governo impegnano il partito in un confronto sempre più serrato con le varie realtà civili, economiche e sociali che vedono nel centro sinistra l'opportunità per l'Italia di entrare nel novero delle democrazie solide, con un'economia forte e uno stato sociale di garanzia per i lavoratori. 
E' una delle stagioni più importanti e produttive per la qualità del confronto politico e civile che investe tutto il paese e il PSI ne è il motore..
La guida del partito in quei primi anni di governo caricano sul segretario De Martino responsabilità grandi e il "Professore" regge bene; guida il partito in mezzo a tante opportunità ma anche a moltissime difficoltà. Siamo alle riforme del centro sinistra in tutti i settori dalla sanità allo statuto dei lavoratori, dalla riforma della scuola all'istituzione delle regioni, dalla corte costituzionale alla legge sul referendum; tutte conquiste, insieme ad altre, che hanno cambiato l'Italia, la vita di milioni di uomini e donne "dalla culla alla tomba".
I nemici non sono mancati dentro e fuori il parlamento. Penso alle stragi, alla brigate rosse, ai conservatori annidati nei più diversi settori della vita pubblica e nel "privato arretrato", ma il PSI ha sempre retto lo scontro assumendosi in tutti i casi le proprie responsabilità. 
Una pagina amara, non solo per De Martino, è quella dell'unificazione socialista e della scissione: 1966/1969. In poco più di due anni la speranza di unità viene sconfitta e i socialisti italiani, ancora una volta, dimostrano poca capacità a stare insieme rinunciando a percorrere il cammino di quell'unità socialista che Turati considerava strada obbligata anche per gli scissionisti del 1921. 
De Martino lascia la segreteria del partito quando è chiamato alla vice presidenza del consiglio; sono anni molto difficili per lo scatenarsi del terrorismo stragista.
Al governo De Martino non si trovò sempre a suo agio, non era "gestore del potere"; ciononostante seppe svolgerlo con autorevolezza.
Il ritorno di De Martino alla guida del partito avviene nel congresso di Genova del 1972 per l'ottantesimo della fondazione del partito.
Il risultato congressuale consegna la maggioranza all'alleanza tra i demartiniani e gli autonomista guidata da Craxi. Alla segreteria è rieletto De Martino con vice segretari due milanesi: Giovanni Mosca e Bettino Craxi.
Inizia una nuova difficile fase. Nella DC si moltiplicano i distinguo e gli ostacoli all'alleanza con i socialisti crescono; probabilmente c'è il timore di una possibile "concorrenza" socialista tra l'elettorato riformista; nel contempo, a sinistra, il PCI, è impegnato a cercare accordi con la DC aumentando le polemiche con il PSI. 
Il clima politico è teso, l'instabilità è quotidiana, come lo sono gli attentati e le stragi. 
Ricordo il clima che c'era a Brescia ai funerali dei lavoratori assassinati in Piazza della Loggia. 
La necessaria unità contro i criminali che attentavano alle istituzioni democratiche esponevano la democrazia italiana ma, soprattutto a sinistra, il PCI cercava accordi separati con settori della DC mettendosi, spesso, di traverso all'azione politica socialista. 
Gli errori di allora pesano ancora oggi nei rapporti a sinistra perpetrando l'anomalia italiana che continua a non avere un grande partito del socialismo riformista come è in tutta Europa.
Il PSI viveva quell'esperienza con disagio e preoccupazione, spesso, nei dibattiti interni alla direzione e al comitato centrale si confrontavano opinioni divergenti, ma le risposte non venivano e la situazione restava bloccata dalla politica di unità nazionale di Berlinguer.
Non erano solo i socialisti ad avere difficoltà, la DC era divisa su tutto, la "maggioranza silenziosa", un movimento di pressione con caratteristiche populistiche, era la manifestazione più vistosa; nel PCI, che sentiva arrivare il vento negativo dall'est e temeva per il suo futuro, le difficoltà non mancavano.
Ma la politica non poteva abdicare, doveva vincere e il PSI cercò di farlo. 
Ricordo due iniziative politiche milanesi di quel tempo per dimostrare quanto era forte e determinata l'azione socialista per un futuro diverso della sinistra.
Non ho mai dimenticato il festoso e soddisfatto sorriso di De Martino e di tutti i dirigenti socialisti al Castello Sforzesco di Milano quando, il 31 Maggio 1975, la federazione socialista milanese organizza, nel cortile della Rocchetta del Castello, una manifestazione del socialismo europeo con: Felipe Gonzales, François Mitterrand, Andrea Papandreu, Maria Soares e Francesco De Martino con la presenza di Carlos Altamirano. 
Il socialismo democratico e riformista dell'Europa del sud con Francia, Spagna, Portogallo, Grecia ed Italia, unitamente al segretario socialista del Cile in esilio, sono a Milano per dire insieme che il socialismo democratico è vivo e vincente.
Il secondo fatto politico importante è la formazione, sempre nel 1975, di una Giunta di Sinistra al comune di Milano.
Di questi due momenti dell'iniziativa socialista milanese De Martino colse il segnale, unità socialista per una sinistra più forte. Il PCI, impantanato ancora nella logica del comunismo internazionale nonostante i tanti segnali di crisi che ormai arrivavano, fece scelte opposte.
Uno dei crucci di De Martino era proprio l'ostilità a sinistra. L'incapacità del PCI a capire che il tempo per una reale riorganizzazione della sinistra non era molto e passava dal socialismo riformista. Per De Martino la parola socialista continuava ad avere fascino "finche ci sarà disuguaglianza"; come ebbe a dire due anni fa a Paolo Franchi .
Il 1976 è l'anno che vede De Martino sconfitto al Comitato Centrale del Midas.
Le verità su quei giorni non sono ancora note. Troppi "giochi" personali crearono le condizioni per mettere in minoranza il segretario. 
La "sconfitta elettorale", che pure c'era stata, è stata un pretesto. Nelle elezioni politiche degli anni settanta il PSI non arrivò mai al 10%.. Non ci arrivò nel 1972 con Mancini che ottenne il 9,4%; ne ' con De Martino nel '76 con il 9,6%, ne con Craxi nel '79 con il 9,8%. 
Le difficoltà elettorali erano proprie di una stagione difficile che vedeva i socialisti accerchiati. 
Resto convinto che se De Martino e Craxi si fossero parlati prima del Comitato Centrale del Midas probabilmente la storia sarebbe stata diversa; d'altro canto nel PSI era noto che al congresso il "Professore" avrebbe lasciato la segretaria e che il "più adatto" a prendere le redini del PSI era Craxi.
Negli anni successivi De Martino si è gradualmente allontanato dalla vita politica attiva pur continuando a mantenere salda la sua fiducia nel movimento socialista.
Grande fu la soddisfazione del popolo socialista quando il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo nominò senatore a vita
De Martino è stato un uomo giusto, un intellettuale stimato, un leader di grandi qualità; diversamente non si spiegherebbe il suo essere stato leader del PSI per oltre quindici anni; anni pieni di successi, di speranze e di difficoltà, sempre affrontate con la convinzione di essere dalla parte giusta, dalla parte di chi tutela le libertà e garantisce pari opportunità.
L'ultimo dei "padri del socialismo italiano" ci ha lasciato.
A lui dobbiamo gratitudine per l'insegnamento e per le speranze che ancora recentemente ci ha trasmesso con i suoi scritti e le sue sobrie conversazioni di uomo giusto.
Grazie compagno De Martino. 

Milano 20 Novembre 2002


IL PERSONAGGIO
Le scissioni, gli "equilibri più avanzati" nel ´75, la sconfitta davanti all´astro nascente Craxi
Una vita per l'unità socialista dai governi con la Dc al Midas
Sua la formula degli "equilibri più avanzati" che irritò Moro e fece insospettire Berlinguer
MIRIAM MAFAI


Nella nostra storia politica e parlamentare, ci sono leader anche di primo piano, la cui attività e proposta tende, nel corso degli anni, a venire riassunta in una formula secca, quasi uno slogan che dovrebbe definirne tutta la storia.
Così Francesco De Martino, morto ieri a 95 anni nella sua casa di Napoli, senatore a vita dal 1991 (venne nominato da Francesco Cossiga assieme a Gianni Agnelli, Giulio Andreotti e Paolo Emilio Taviani) resta nella nostra cronaca politica come l´inventore degli «equilibri più avanzati». La formula in effetti è sua. Con questa formula, avanzata in un articolo di fondo dell´Avanti del 31 dicembre 1975, De Martino, allora segretario del Psi, chiedeva una qualche associazione del Pci al programma di governo. Moro, allora presidente del consiglio, si irritò per questa imprevista manovra del Psi, Berlinguer impegnato nella definizione del «compromesso storico» con la Dc si insospettì. Tra sospetti, incomprensioni e polemiche, il governo Moro-La Malfa andava in crisi. Si arrivò così, il 20 giugno del 1976, a nuove elezioni anticipate, che videro un successo della Dc e del Pci e la sconfitta del Psi, che scendeva bruscamente sotto il 10% dei voti. Alle regionali dell´anno precedente aveva superato il 12% .
Poi, fu il Midas, l´inevitabile regolamento dei conti di un partito umiliato e sconfitto che si ribellava al vecchio segretario, inventore degli «equilibri più avanzati». Sull´ondata di questa emozione venne eletto segretario il giovane Bettino Craxi, con il compito di stabilire nuovi rapporti sia con la Dc sia con il Pci.
Nel 1976 Francesco De Martino, alle soglie dei 70 anni, esce dunque dalla vita politica attiva. E si ritira a Napoli, la città, nella quale era nato, nella quale aveva studiato e nella quale aveva cominciato la carriera universitaria nel 1936 come docente di storia del diritto romano. Continua a studiare e scrivere. Gli studenti affrontano ancora oggi i suoi testi di diritto e di storia economica di Roma antica. Uomo di grande cultura non sembra soffrire dell´obbligato distacco dalla politica attiva, ma non si sottrae, quando richiesto, ad un giudizio severo sulle vicende del socialismo italiano.
«Da studioso», confessava qualche tempo fa a Pasquale Cascella dell´Unità, «so che la storia non perdona chi ha perso. E non posso che essere onesto con me stesso riconoscendo che lo sbandamento del Psi fino al suo crollo è anche una mia sconfitta: ho perso come dirigente politico sulla strada della ricomposizione socialista. Ma da socialista no, non mi sento perdente, perché questa grande idea sempre più coincide con gli sviluppi della società».
Singolare vicenda, in realtà quella di Francesco De Martino. La ricomposizione socialista, una ricomposizione che andasse dalle forze liberaldemocratiche fino ai comunisti, è stata una sorta di stella polare nella sua azione, un´ambizione che si è consumata tra una serie di rotture e scissioni. A cominciare dalla prima, quella che si operò nel Partito d´Azione, cui De Martino aveva aderito nel 1943, proprio per la pretesa di definirne il carattere «socialista», una definizione per la quale si battè il giovane professore napoletano ma che venne respinta da Parri e dai suoi. La seconda scissione alla quale De Martino assisterà, impotente, è quella di Palazzo Barberini , quando nel 1947 Saragat uscì dal Partito Socialista da lui giudicato troppo legato ai comunisti. «Ad ogni scissione» ricordava con amarezza De Martino «quelli che erano ieri i più vicini diventano i peggiori nemici». Aveva ragione.
Membro della direzione del Psi dal 1957, e vicesegretario dal 1961, Francesco De Martino, convinto sostenitore con Pietro Nenni della opportunità del centro sinistra, dovrà, proprio per questo, soffrire l´esperienza di una nuova scissione: quella dei molti dirigenti socialisti, da Basso a Foa, che lasciano la vecchia casa e danno vita allo Psiup.
Con Nenni al governo De Martino assumerà la segreteria del Psi e sarà lui a preparare la riunificazione con i compagni che, con Saragat, avevano lasciato, nel 1947 la vecchia casa socialista. L´operazione si farà nel 1966 e De Martino sarà, con Tanassi, il cosegretario del nuovo partito . Sarà un´esperienza che durerà solo tre anni, breve e infelice.
L´unità delle forze di orientamento socialista è proprio difficile da conquistare, come dimostra nel 1966 il fallimento della riunificazione, nel 1976 quello della formula degli «equilibri più avanzati» e, a distanza di una generazione, il tentativo di Massimo D´Alema di dare vita alla cosiddetta «Cosa 2», la casa comune di comunisti e socialisti.
Ma il vecchio Francesco De Martino, pure passato attraverso tante esperienze, e tanti tentativi e tanti insuccessi, non aveva mai rinunciato a immaginare la riunificazione delle forze socialiste. Ci credeva, ci sperava. Per questo, nel 1983 volle essere eletto in Senato come unico rappresentante del Pci e del Psi. Nella successiva tornata elettorale, non essendo stata possibile la candidatura unica, rinunciò al seggio.
L´ultima apparizione di De Martino sul grande palcoscenico della politica risale, per quanto ricordo, al 1997, quando venne festeggiato in Senato per i suoi novant´anni. E ancora una volta, in quella sede, si espresse per l´unità di tutte le forze di sinistra. «Ma non basta» raccomandava «un po´ di ingegneria elettorale. Ci vuole altro: intelligenza, passione, generosità....»

la Repubblica
19 novembre 2002


FRANCESCO DE MARTINO,
DAGLI "EQUILIBRI PIU' AVANZATI" ALLA RICERCA DI UN "NUOVO MARX"


di Luca Molinari


"Il Socialismo non deve mai dimenticarsi della sua origine, del suo compito di difendere sempre i più deboli". In queste parole, pronunciate quando già era anziano sta la "summa" del pensiero politico di Francesco De Martino, padre nobile della Repubblica italiana e figura storica del Socialismo, della sinistra e del movimento operaio. Nasce a Napoli nel 1907 e, laureatosi in giurisprudenza fa il tirocinio da avvocato nello studio di Enrico De Nicola, già Presidente della Camera ed esponente di spicco dell'Italia liberale. Nello studio di De Nicola, De Martino lavora fianco a fianco con Giovanni Leone, altro futuro personalità della Repubblica Italiana. Le strade dei due si incontreranno di nuovo nel 1972, in occasione dell'elezione del nuovo Capo dello Stato: Leone, votato dal centrodestra con l'appoggio determinante del Movimento Sociale di Giorgio Almirante è eletto al Quirinale, mentre De Martino raccoglie i voti di tutta la sinistra comunista e socialista. 
Antifascista storico, De Martino partecipa alle proteste contro il regime e, come molti fra i giovani democratici dell'epoca, chiede una linea meno isolazionista rispetto all'Aventino. Negli anni della dittatura si dedica agli studi universitari con un saggio sulla libertà nel diritto romano. Suona come una dura critica, quest'inno ai diritti dell'individuo, alla dittatura fascista e, soprattutto al nazismo appena arrivato al potere in Germania.
Vince la cattedra di diritto romano all'Università di Napoli e inizia la carriera d'insegnamento, un'esperienza che durerà per quarant'anni facendone uno dei massimi esperti di storia del diritto romano. 
Nozioni e conoscenze che non lo abbandoneranno mai nemmeno nella sua attività di politico che inizia subito dopo la Liberazione. La sua militanza politica attiva inizia nel Partito d'Azione e si basa sul tentativo di coniugare libertà, democrazia e giustizia sociale. Frutto dello studio e dell'impegno, il progetto di cui De Martino si fa portavoce si basa sulla speranza di unire tutta la sinistra, dalle componenti liberaldemocratiche ai comunisti ai quali, pur condividendone l'attività politica e sindacale in materia economica e di allargamento della partecipazione politica nazionale, non risparmia critiche per gli errori e le violenze perpetuate da Stalin in Unione Sovietica. 
Dopo lo scioglimento del Partito d'Azione, mentre Ugo La Malfa e Ferruccio Parri confluiscono nel Partito Repubblicano Italiano, il professore napoletano aderisce al Partito Socialista Italiano, dove ritrova molti ex azionisti suoi antichi compagni di partito come Emilio Lussu e Riccardo Lombardi.
Non passa un anno che una nuova scissione divide la sinistra italiana. a Roma nel 1947 Giuseppe Saragat fonda il Partito Socialista Lavoratori Italiani (Psli), poi Partito Socialdemocratico (Psdi) che collabora al governo con i moderati della Dc, del Pri e del Pli. Saragat rompe il Psi in polemica con il gruppo dirigente guidato da Pietro Nenni, accusato di avere legami troppo stretti con il Pci di Togliatti. De Martino rimane nel Psi e il 18 aprile 1948 viene eletto deputato nelle liste del Fronte Democratico Popolare, la lista comune tra comunisti e socialisti presentatisi uniti sotto il simbolo della faccia di Garibaldi su richiesta di Nenni e duramente sconfitti dalla Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi. Saragat, presentatosi con una lista comprendente socialdemocratici ed ex azionisti come Piero Calamandrei (Unità socialista) ottiene un buon 7 %, massimo storico mai raggiunto dal Psdi.
La storia di De Martino segue quella di Nenni e del Psi. Stretto collaboratore del leader socialista ne è vicesegretario e ne condivide la svolta a favore della collaborazione con la Dc di Fanfani e Moro e il Pri di La Malfa ai tempi del centrosinistra degli '60. Nel I governo Moro del 1963 Nenni è vicepresidente e De Martino lo sostituisce alla segreteria del Psi. Apertura ai comunisti, necessità di riunificare tutta la sinistra, collaborazione con la sinistra Dc e le parti avanzate del pensiero laico. Sono queste le tappe e le ambizioni del segretario De Martino. Gli anni della riunificazione socialista che vedono Psi e Psdi convivere sotto lo steso tetto per tre anni dal 1966 al 1969 lo vedono in prima linea come uno dei due cosegretari (l'altro è il socialdemocratico Tanassi) del Psu, il "partito della bicicletta" per via del simbolo che vedeva affiancati come le ruote di una bicicletta i due simboli dei due partiti socialisti italiani. 
Non solo politica attiva, ma anche tanta attività teorica e intellettuale. Il pensiero socialista, che De Martino vede come pungolo al Pci, ma indissolubile dalla collaborazione con i comunisti, mentre gli ex socialdemocratici intendono come terza via tra democristiani e socialisti, ma in netta concorrenza con questi ultimi, si manifesta su "Mondo Operaio", rivista fortemente influenzata e orientata dallo stesso De Martino. Giuseppe Tamburrano, Federico Coen e Francesco Forte rappresentano solo alcuni degli intellettuali che scrivono sulla rivista che è la vera e propria vetrina dell'intelligenza socialista degli anni '60. 
Il fallimento della riunificazione, la nuova scissione del 1969 e il '68 influiscono duramente sul socialismo italiano.
De Martino guida il Psi in questi difficili anni e nel 1968 è vicepresidente del Consiglio nei governo Rumor. Lo rimane fino al 1972 quando i socialisti escono dal governo per la svolta di centrodestra rappresentata dal governo Andreotti-Malagodi (Dc-Pli, con l'appoggio esterno del Psdi).
I socialisti tornano ben presto al governo con due governi Rumor e De Martino é ancora alla guida del Psi. Nel 1975, con la sua richiesta di "equilibri più avanzati" fa entrare in crisi il IV° governo Moro, spianando la strada alle elezioni anticipate del 1976 vinte dal Pci che supera il 35% dei voti e non perse dalla Dc dell'onesto Zac (Benigno Zaccagnini, galantuomo di Ravenna eletto alla segreteria nel 1975 dopo la defenestrazione di Fanfani sconfitto sul referendum sul divorzio nel 1974 e sconfitto alle regionali del 1975 che videro la grande avanzata dei comunisti di Berlinguer),che recupera dopo la disfatta dell'anno prima.
Il Psi per la prima volta è sotto il 10% e al congresso del Midas Bettino Craxi prende la guida del partito defenestrando la vecchia guardia legata al professore. Inizia il craxismo, rappresentato da un leader che, forte del fatto di essere l'ago della bilancia tra Dc e Pci, avrà un ruolo di regolo nella politica italiana con potere e ruolo di molto superiore ai voti (sempre sotto il 15%) raccolti. La fine del Psi corrisponderà, nei primi anni '90 con la parabola umana, politica e giudiziaria dello stesso Craxi.
"Vidi che c'era stata una mutazione genetica". Così De Martino ha sempre ricordato il craxismo contro il quale si è sempre battuto e caratterizzato dallo scontro con il Pci di Berlinguer e l'alleanza con la parte destra della Dc (Piccoli prima, Forlani e Andreotti poi).
Sostenitore della necessità di un rapporto con i comunisti nel 1983 accetta la ricandidatura al Senato solo in una lista congiunta Pci-Psi. Nel 1987, a fronte dell'impossibilità di una riedizione dell'esperimento, rinuncerà ad un collegio sicuro offertogli da Craxi e resterà fuori dal Parlamento. Nel 1991 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo nomina Senatore a vita. Aderisce al gruppo del Psi e poi a quello Socialisti-Laburisti e poi a quello dei Democratici di Sinistra.
Fu anche un grande intellettuale e un attento meridionalista. A Napoli, negli anni '50-'60 si struttura una parte importante del pensiero meridionalista fortemente influenzato dalla "Questione meridionale" di Antonio Gramsci e cresciuta nell'analisi del pensiero di un conservatore come Giustino Fortunato.
Una scuola che raccoglie comunisti come Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano, Maurizio Valenzi (futuro sindaco della città nel 1975), un repubblicano come Francesco Compagna e, appunto, un acuto professore socialista come Francesco De Martino. Li accomunava una critica ai ritardi strutturali del nostro sud e sulla necessità che il meridione trovasse in se stesso le risorse intellettuali, intellettive e umane per crescere e progredire.
Negli ultimi anni, di fronte alle difficoltà, alle vittorie (nella sua Napoli rappresentata dalla "buona amministrazione" di Antonio Bassolino) e alle sconfitte della sinistra De Martino ha sempre cercato l'unità, invitando tutti gli eredi del movimento operaio a riunirsi in un solo grande partito. Quella che un comunista come Berlinguer chiamava "unità nella diversità", doveva, per citare un socialista come Nenni, "far andare avanti chi la storia ha condannato a restare indietro".
Di fronte alle difficoltà e alle sfide di un mondo sempre più complesso e più ingiusto, De Martino invocava "un nuovo Marx", capace di portare a sintesi i problemi e dare risposte sempre con l'occhio attento e rivolto ai più deboli.
È morto a Napoli nel 2002 all'età di 95 anni tra il cordoglio di tutto il mondo politico.

20 novembre 2002 


IL LIBRO DI FRANCESCO DE MARTINO
SOCIALISTI E COMUNISTI NELL'ITALIA REPUBBLICANA
di Mario Casalinuovo

"Socialisti e comunisti nell'Italia repubblicana" (La Nuova Italia, Milano, 2000): ho appena finito di leggere il libro di Francesco De Martino (presentato a Roma in una bella e commovente manifestazione) e sento già il desiderio di rileggerlo. Anche se ora non posso, lo riprenderò quando la nostalgia di tempi andati si farà ancora sentire. Ma non solo per questo.
Francesco De Martino, insieme agli uomini che egli stesso ricorda e che non ci sono più, rappresenta un'epoca: quella della ripresa democratica e della Costituente; della vita intensa dei partiti nel dopo guerra e della ricostruzione del Paese; della opposizione della sinistra ai primi governi centristi e dei primi governi di centro - sinistra. Può, quindi, parlare ancora oggi da protagonista; ma egli è un rigoroso storico del diritto. Ogni sua analisi, sempre, è un prezioso approfondimento di fatti e di uomini e le sue opere sono state in ogni tempo importanti contributi alla storia ed alla storia politica del nostro Paese. Anche questa volta il linguaggio asciutto ed a volte tagliente, senza fronzoli e senza retorica, è della massima chiarezza, da storico insomma, sempre documentato ed obiettivo.
Nella mia passata attività politica feci un lungo percorso accanto a Francesco De Martino, fino a quando egli non decise di sciogliere la sua forte componente interna,dopo la sconfitta del PSI nelle elezioni del 1976 che si volle collegare alla sua teorizzazione degli "equilibri più avanzati" e quando già, per questo, si era dimesso da segretario del partito nello "storico" Comitato centrale del Midas di Roma. Anche quella sua posizione aveva rappresentato,negli anni settanta, uno stimolo, per socialisti e comunisti, verso l'unità delle sinistre, pur nella chiarezza delle diverse collocazioni politiche di quel tempo.
Dopo la "Intervista sulla sinistra italiana", curata da Sergio Zavoli (Laterza, 1998), in cui i fatti prevalsero sugli uomini, il nuovo libro, che comprende scritti, interventi e discorsi tra il 1980 e il 1999, scandisce i tempi attraverso gli uomini che hanno particolarmente segnato, a sinistra, gran parte del Novecento : Emilio Lussu, Lelio Basso, Ferruccio Parri, Ruggero Grieco, Antonio Gramsci ( sulla "questione meridionale"), Dario Valori, Giacomo Brodolini, Luigi Longo, Pietro Nenni, Rodolfo Morandi, Giuseppe Saragat e Palmiro Togliatti, " tutti uomini di assai alta qualità intellettuale e morale" tanto che "a più di uno di loro compete la qualifica formulata non da un poeta, ma da un maestro della sociologia, di eroi della politica, di quelli che non conoscono la viltà e non temono il sacrificio, che puntano sull'impossibile per conquistare il possibile, che misurano la validità di un' idea non dai suoi successi, ma dalla sua capacità di sopravvivere alle sconfitte, che conobb


ero anch'essi le ambizioni, le gelosie, le invidie e i rancori, ma che non subordinarono mai - ne erano incapaci - le ragioni della politica a quelle dell'opportunismo spicciolo o dell'interesse personale". E poiché la politica non ha fine, ma è storia in divenire, essa "ha ricorrente bisogno di innesti, nelle sue file, di autentici eroi". Non è possibile dissentire, io penso, da quanto ha scritto Gaetano Arfè nell'approfondita prefazione al libro, considerando i tempi ed i modi della politica che oggi viviamo.
Vorrei, seguendo De Martino, riferirmi un po' a tutti, ma, ovviamente, non è possibile. Mi siano consentiti soltanto due riferimenti, a Giuseppe Saragat ed a Pietro Nenni, anche nel ricordo di anni lontani della mia impegnata giovinezza.
Su Giuseppe Saragat, c'è oggi, in tutta la sinistra e tanto giustamente, una attenta rivalutazione del suo pensiero e della sua storia personale. Fu il leader della scissione di Palazzo Barberini, nel 1947. Con lui, anche compagni allora giovanissimi : Matteo Matteotti, Giuliano Vassalli, Mario Zagari. Nacque il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, ed io fui con loro, insieme a tanti compagni calabresi, in polemica con il "fusionismo" della maggioranza e con il patto di unità di azione con i comunisti, considerando il successo che nelle elezioni del 2 giugno 1946 i socialisti avevano ottenuto, riportando più voti del PCI e secondi dopo la DC.
Nel 1948, il Fronte popolare non vinse per i due milioni di voti che il PSLI, con liste autonome, riuscì ad avere. Insomma, la storia d'Italia imboccò una strada piuttosto che un'altra : se ne è discusso tanto e se ne discuterà ancora. Ma qui mi preme ricordare che Saragat, pur avendo voluto nel 1941 e nell'esilio francese, il patto di unità di azione, valutò severamente la politica dell'URSS, che aveva imposto con la forza il modello comunista, perfino peggiorato, agli stati confinanti ed ebbe il timore che la spinta espansionista potesse anche colpire l'Occidente. Ecco perché, osserva De Martino, "dal lato storico nessuno può contestare che Saragat avesse ragione nella sua critica al sistema comunista che aveva nell'URSS la sua espressione concreta", pur ricordando che, nel 1947, vi erano altre ragioni a sostegno della continuità dell'azione comune della sinistra. Saragat pensò sempre di poter costituire, insieme al PSI, un forte partito socialdemocratico italiano accanto alle gran


di correnti del socialismo europeo. "Egli", conclude De Martino, "rimane una figura di alto livello della storia del XX secolo, un campione del socialismo inseparabile dalla libertà. La sua visione ha anticipato i tempi storici. Lascia all'intera sinistra un patrimonio di valori che non si devono disperdere e si possono trasfondere nel socialismo umanistico del XXI secolo".
Pietro Nenni entrò nel PSI nel 1921, lo stesso anno della scissione dell'ala comunista nel congresso di Livorno e prima dell'espulsione dei riformisti, nel 1922. Infuriava già la violenza fascista e fu strano che nel momento in cui vi era maggiore necessità di compattezza, i socialisti si divisero. Nelle elezioni del 1919 avevano conquistato 151 seggi alla Camera, triplicando i 53 seggi del 1914.
Nenni non aveva condiviso la scissione dell'ala estremista e propugnava una decisa azione del partito per superare la posizione "aventiniana", dopo il delitto Matteotti. Deluso, non gli rimase che la via dell'esilio in Francia, fino all'arresto da parte della "Gestapo" nel 1943. Partecipò alla guerra di Spagna, riprese il presagio di Filippo Turati, secondo il quale il fascismo era la guerra, ed egli stesso ammonì che la vittoria di Hitler in Spagna sarebbe stata l'inizio della guerra mondiale.
Alla ripresa democratica in Italia, condivise e perseguì la ricomposizione unitaria, guidando il partito verso il Fronte popolare del 1948. La revisione critica arrivò nel 1956, dopo il XX congresso del PCUS, la denuncia dei crimini di Stalin da parte di Krusciov ed i fatti di Ungheria e di Polonia, e lo portò fino alla politica di centrosinistra che fece pagare al PSI il prezzo di una nuova scissione. Egli ritenne così di scongiurare una nuova temuta crisi del sistema democratico, specialmente dopo il governo Tambroni, nato con il voto di fiducia del Movimento Sociale Italiano. L'ultima sua battaglia fu quella della unificazione socialista del 1966 che purtroppo non resse e si esaurì nel giro di tre anni. In definitiva, può dirsi che Nenni combatté una vita per trasformare uno "Stato debole con i forti e forte con i deboli" e, tra libertà e potere, fu sempre dalla parte della libertà: in questo era il senso profondo del suo socialismo.
Il ricordo di Nenni si conclude con un "poscritto" ricco di analisi politiche e di giudizi storici, con profonde riflessioni sul futuro del socialismo dopo i grandi mutamenti epocali tuttora in atto, che fanno nascere in De Martino giustificati "timori che i prossimi decenni siano quelli del diffondersi di una concezione individualistica della società e sotto il manto suadente della competitività si nasconda l'egoismo senza freni, ed al progresso di una parte si accompagni l'oppressione dei più deboli. Fino a quando esisteranno nel mondo la disuguaglianza e la penuria dei beni resteranno validi i valori del socialismo, i cui modi di essere dovranno rinnovarsi per superare la rottura tra individuo e collettività e ricomporre l'unità in una umanizzazione della vita".
E' la conclusione di un Maestro, che ha avuto sempre una visione unitaria e democratica della politica socialista, cui va ancora la nostra gratitudine.

Mario Casalinuovo


 

 

Sintesi dell'intervista a Francesco De Martino
di Giuliano Capecelatro
"l'Unità"
28 febbraio 1999


Un sole sfolgorante, primaverile, illumina la città. Si intrufola morbido tra la mobilia austera dello studio, tra i grandi scaffali che si arrampicano fino al soffitto sovraccarichi di libri. Macchiavelli, opere giuridiche, classici greci e latini. Dal balcone spunta la distesa dei palazzi che scendono al mare; la striscia asfaltata di via Caracciolo, il porticciolo di Mergellina.
"Il passato è passato. Non mi interessa. Il mio interesse è per il futuro. Anche ad un'età in cui non è certo possibile proiettarsi troppo in avanti; una settimana, un anno chissà? Ma guardo ai giovani, alle loro aspirazioni, alle loro speranze". Il sole dell'avvenire ha brillato per un'intera esistenza sul cammino di Francesco De Martino, 92 anni a maggio, ispiratore e artefice, dalle file del Partito socialista italiano, di un'importante epoca di riforme nell'Italia lanciata verso la modernità industriale.

Il socialismo, oggi, domina lo scenario politico europeo. Ma aggiogato al suo grande nemico storico, il mercato, e alle sue leggi che nessuno si azzarda più a mettere in dubbio. Paradosso? Astuzia della storia?
"Una conseguenza delle vicende del secolo. Il fallimento dello statalismo sovietico e delle sue derivazioni si è trasformato in un'arma per gli avversari del socialismo, di qualunque tipo di socialismo. Ma il successo del liberismo, che considero temporaneo, ritengo sia dovuto anche ai ritardi della sinistra nel dare risposte proprie, originali, adeguate ai problemi dell'epoca. Primo fra tutti, come il progresso tecnico-scientifico applicato all'economia possa trasformarsi in un vantaggio generale, non in un profitto di alcuni a danno di altri. Questo è il problema da risolvere. Riaffermando la fiducia in un socialismo che vuol dire razionalità nell'economia, cioè un certo controllo, non tirannico, non poliziesco, ma democratico".

Per l'Italia una sinistra divisa e un socialismo frammentato vanno al IV congresso del Partito del Socialismo europeo che si apre domani a Milano. Annunciando, anche se non si scorgono in giro nuovi Marx o Engels, un Manifesto del XXI secolo".
"Dove affiorano contraddizioni evidenti. Si legge, tra l'altro: siamo per l'economia di mercato, non per la società di mercato. Ma mi chiedo se sia possibile la distinzione. L'economia di mercato, che è solo un modo gentile per non dire capitalismo, è dominata da leggi su cui predomina quella del profitto, cioè dell'interesse individuale che scatena una concorrenza spietata che culmina nella vittoria del più forte. Come conciliarla con una organizzazione della società che deve essere il suo esatto contrario?".

Ma la sinistra sembra più presa dalla ricerca di paternità. Riproponendo anche Carlo Rosselli
"Credo che Rosselli, di cui sono stato seguace, abbia influito molto sulla cultura politica sia delle forze direttamente legate al suo pensiero, come il Partito d'Azione, sia di altri partiti, in seguito alla trasmigrazione di ex azionisti e perchè quelle idee erano vitali".

Ben trovato Rosselli, allora?
"Rosselli va considerato nella sua integrità, non per scopi di parte, sottolineandone solo il còté liberale. Ma ricordando anche il Rosselli dell'ultimo periodo, l'uomo che, dopo la guerra di Spagna, sentiva incombere il conflitto mondiale. Perciò propugnava l'intesa con i comunisti; spingendosi a scrivere: "Questa rivoluzione - e intendeva la rivoluzione sovietica - è anche nostra e noi la difenderemo". Posizioni che fanno conoscere il valore dell'uomo. Ma non possono costituire una dottrina politica dei nostri tempi, fornirci risposte, perchè i problemi che abbiamo davanti noi, allora non si erano neppure formati".

Come giudica, allora, la situazione della sinistra italiana?
"Desolante. Ma di sicuro sono influenzato dalle mie opinioni, che miravano all'unità dei vari rami dispersi nati da un tronco comune. C'è la frammentazione del vecchio Psi. La divisione, che considero altrettanto grave, del comunismo. Da qui sono nati due problemi. Il primo è la definizione del partito, della sua natura, dei suoi valori e finalità. Per me, e spero per molti Ds, non può risolversi che ancorandosi al socialismo democratico europeo, ovviamente rinnovato per rispondere ai problemi di questa nostra epoca".

E l'altro problema?
"E' quello delle alleanze, necessario sotto il profilo numerico se non si ha la maggioranza assoluta, soprattutto con partiti di origine cattolica democratica, ma anche laici; alleanza che si realizza con l'accordo su un programma di governo. Può anche darsi che nel lungo periodo le diversità si superino e si giunga ad un solo partito. Ma è un processo che non sappiamo se e quando potrà svilupparsi e consolidarsi. Solo che se, fin dall'inizio, non si tengono distinti i due piani, si genera una ricerca del nuovo che sembra non aver mai fine, e che viene variamente definita Cosa1, Cosa2, poi forse anche Cosa3".

Un passaggio delicato per la sinistra italiana

"Sono pessimista. Oggi è così. Ma non è detto che debba essere sempre così. La speranza è che in tempi brevi si superi quel distacco tra la politica come viene proposta con i mezzi attuali e quello che realmente pensa e vuole la gente comune".

Battendo quale strada?
La democrazia esige riferimenti certi, altrimenti genera sfiducia. E, aggiungo, valori certi; che poi è stata la grande forza dei socialisti in altre epoche, più difficili dell'attuale. Tra questi, va citato il marxismo; anche se oggi, come altre dottrine politiche, è largamente superato. Ma di per sè, con l'idea dell'ineluttabilità della vittoria della classe operaria, ha dato una spinta possente per l'affermazione degli ideali e degli interessi delle classi subordinate".

Per alcuni il congresso deve servire ad una rilettura dell'ultimo lustro del Psi, la fiammante parabola del segretario Bettino Craxi. Che nel 1976 uccise metaforicamente e politicamente, i padri del riformismo
"Una richiesta che sa di stalinismo alla rovescia. Non ho mai nutrito rancore personale per Craxi. Semmai, disprezzo per quanti lo esaltavano e poi lo hanno abbandonato. E, sotto l'aspetto giuridico, spero si trovi modo di tener conto delle condizioni in cui vive quell'uomo. Non penso che il Psi si fosse trasformato in una banda di delinquenti. Ma che prevalessero metodi non ortodossi è un pò diffile negarlo. La riabilitazione, comunque, è un fatto politico. Se i socialisti sopravvissuti si mostreranno in grado di indicare soluzioni convincenti e proporre comportamenti ineccepibili, rappresentando una forza reale, allora sì, ci sarà stata riabilitazione".
Il sole è allo zenit. Il vecchio professore di Storia del diritto romano ha un sorriso largo, da bambino, dietro cui fa capolino l'uomo politico con la sua passione e la sua ironia. "La storia ci può insegnare quello che non si deve fare. Quello che si deve fare, lo dobbiamo inventare noi. E' questo, oggi, il nostro compito: prevedere, nella misura del possibile, gli sviluppi della tecnica applicata non solo all'economia, ma al funzionamento della società nel prossimo futuro. Se il socialismo o un nuovo movimento socialista europeo, che auspico, darà queste risposte, sopravviverà. Se non le darà, la sua sorte è già segnata".


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