L'attualità e la portata storica di Matteotti
Non solo un'icona
di Fabrizio Achilli
Una limpida esperienza di riformismo- Con lui scompare il leader naturale della lotta al fascismo, che è tra i pochi a capire alla sua nascita - Dal suo sacrificio si genera l'etica antifascista
Stupisce che in un'epoca in cui tutti si scoprono riformisti non venga abbastanza valutata, né forse conosciuta fino in fondo, un'esperienza di riformismo così limpida e coerente, come quella che ha impresso nella storia italiana Matteotti. Non è stato, infatti, solo un'icona, un profeta disarmato ed eroico dell'antifascismo. Il suo essere profondamente antifascista non è disgiunto dal suo essere profondamente riformista.
Il suo socialismo maturato tra le leghe, le cooperative e i circoli che egli organizzò nel suo Polesine, piuttosto che sui sacri testi, ne fece un interprete non dottrinario del riformismo turatiano, facendolo approdare ad una visione gradualista del processo di costruzione del socialismo, che si teneva distante sia dalle scorciatoie demagogiche sia dal verbalismo rivoluzionario del suo tempo, ma senza per questo essere permeabile ad alcun cedimento. Non fu contagiato dal mito della rivoluzione sovietica, perché riteneva impossibile costruire una società giusta senza fare i cittadini stessi protagonisti del processo di elevazione umana e sociale. Il socialismo, per lui, è la costruzione faticosa e quotidiana di masse sempre più consapevoli, non può nascere dal colpo di mano di una minoranza.
Anche la sua tenace opposizione alla guerra si collegava alla visione di un processo storico da compiersi , al timore per ciò che effettivamente sarebbe seguito al conflitto mondiale: uno sconvolgimento della civiltà europea, quale l'andavano costruendo la democrazia liberale e il socialismo riformista, e l'apparizione dei mostri del bolscevismo e del fascismo.
Il suo riformismo fu capacità di cogliere i nessi e le coincidenze - come le chiamava lui - fra le idee e la realtà circostante, di collegare gli interessi della classe lavoratrice a quelli generali e nazionali. Luigi Einaudi ammirò in lui il fondersi di un'ideale fermo con un atteggiamento scientifico rigoroso nell' affrontare i temi politici ed economici.
Nella drammatica e cruciale crisi italiana del primo dopoguerra ebbe una visione lucida e intransigente, che lo distaccava dal massimalismo rivoluzionario della maggioranza socialista e nello stesso tempo gli faceva cogliere l'essenza antidemocratica e reazionaria del fenomeno fascista. Con la lucidità di pochissimi dell'epoca, capì la novità del fascismo e ne intuì lo sviluppo e gli sbocchi, individuando in esso il pericolo vero e primario da combattere, al di là delle dispute ideologiche che attanagliavano la sinistra e per cui ebbe un certo fastidio. Al Congresso di Livorno del 1921, quello della scissione comunista, abbandonò i lavori per accorrere in difesa della Camera del Lavoro di Ferrara assaltata dalle squadre di Balbo. Una scelta emblematica. Gli era chiaro che cosa rappresentasse la distruzione del patrimonio di conquiste dei lavoratori: "Pare che tutti abbiano piacere - scrive alla moglie - della sconfitta del socialismo, eppure non ne rimangono sconfitti i difetti, ma la civiltà medesima".
Il suo ultimo j'accuse alla Camera fu anche una fiera difesa della sovranità popolare. Da riformista autentico, da "riformista perché rivoluzionario", non poteva soggiacere al seppellimento delle regole della democrazia rappresentativa, indispensabili come l'aria per il processo di crescita civile del popolo italiano: "Noi deploriamo- concluse così il discorso- che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo al mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Molto danno avevano fatto le dominazioni straniere. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l'opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro…".
Con lui l'antifascismo perse il suo leader naturale. Lo capì allora Piero Gobetti, che sulla sua Rivoluzione liberale imputò la sua uccisione ad una precisa volontà del fascismo di eliminare il nemico più insidioso: "Ci vuole un'intelligenza fredda e calcolatrice per scoprire l'avversario vero in Matteotti…Nulla di fortuito nel suo assassinio…si è voluto colpire il capo di uno Stato maggiore".
La sua morte colpì a fondo l'animo dell'opposizione al fascismo, che allora non seppe trovare la strada giusta. Claudio Treves vi vide il segno quasi biblico della volontà di caricare su se stesso e riscattare le colpe e gli errori di tutti. Con lui si interruppe un percorso, ma non morì l'idea come disse il canto popolare. E l'antifascismo, inteso come contenuto positivo di valori, entrò con lui a far parte - come disse Arfè - dell' ethos politico del Paese.
12 giugno 2004
80 anni fa veniva assassinato Giacomo Matteotti
di Vittorio Valenza
L’omicidio. A Roma, il 10 giugno di 80 anni fa, cinque banditi aggredivano, sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, mentre, uscito da casa, si recava a piedi verso Montecitorio, il deputato socialista Giacomo Matteotti. L’aggredito cercò di resistere. Si difese e invocò aiuto. Ma venne pugnalato a morte. Il corpo fu sepolto in una località di campagna, detta Quartarella, dove, nell’agosto successivo, fu scoperto per caso da un poliziotto in libera uscita. Gli assassini (lo squadrista toscano Amerigo Dumini e gli “arditi” milanesi Albino Volpi, Giuseppe Viola, Amleto Poveromo, Augusto Malaria) appartenevano alla cosiddetta “Ceka”. Prendendo a prestito l’acronimo della famigerata polizia leninista, fondata dal polacco Felixs Dzerzinskij, Benito Mussolini, aveva dato ordine di organizzare una banda che mettesse fuori gioco oppositori e dissidenti. I delinquenti, che avevano già compiuto numerosi delitti in Italia e all’estero, erano finanziati daI segretario amministrativo dei Partito nazionale fascista, Giovanni Marinelli, e avevano rapporti con il capo dell’Ufficio stampa del Presidente del consiglio, Cesare Rossi. Sul movente dell’omicidio, da sempre, si sono prodotte diverse ipotesi. Ogni tanto riemerge la teoria secondo la quale Giacomo Matteotti sarebbe stato ucciso perché sul punto di denunciare loschi traffici: le tangenti che la compagnia Siclair Oil avrebbe sborsato agli esponenti fascisti per ottenere il monopolio della ricerca petrolifera nel sottosuolo italiano. Ma, come scrive in un suo recente saggio Ferdinando Cordova: “Quale che sia l’attendibilità di questa ipotesi, mai del tutto convincente, va ribadito, a nostro avviso, che il significato principale del delitto fu politico.”
Le elezioni del 1924. Il 6 aprile precedente, si erano svolte le elezioni politiche con la nuova legge maggioritaria ideata dal deputato fascista Giacomo Acerbo: alla lista che avesse raggiunto almeno il 25 percento dei suffragi sarebbe andato il 75 percento dei seggi. Una “Legge truffa” ante litteram, prototipo di tante cattive idee che, purtroppo, hanno trovato in questi ultimi quindici anni ampi consensi. L’appuntamento elettorale si presentava, pertanto, più che decisivo: si giocava il tutto per tutto. Nulla, quindi, fu lasciato al caso: nelle operazioni di voto, le violenze, le intimidazioni e i soprusi si sprecarono. La nuova Camera, così eletta, si riunì il 24 maggio: il nono anniversario della dichiarazione di guerra. Come sottolinea Cordova: “Il giorno era stato scelto con il preciso intento di rivendicare al fascismo la gloria della vittoria e di incoronare la nuova maggioranza come la vera rappresentante dello spirito nazionale.” Il discorso della Corona legittimò questa interpretazione. Vittorio Emanuele III dichiarò, infatti, che “oggi la stessa generazione della vittoria regge il governo e costituisce la grande maggioranza dell’Assemblea elettiva”. Il 30 maggio, la giunta delle elezioni propose di convalidare in blocco la totalità degli eletti. A parlare contro, si alzò Giacomo Matteotti. Il suo discorso è rimasto memorabile. La denuncia fu dura, esplicita, circostanziata. Nomi, fatti, date: le formalità notarili impedite, l’incetta di certificati, l’impedimento agli antifascisti di essere presenti nelle sezioni, i fascisti introdotti nelle cabine per controllare gli elettori…. Sulla base di tutto ciò, Matteotti chiese che le elezioni fossero annullate. Urla, schiamazzi, interruzioni. Ai compagni che si congratulavano, Matteotti rispose con un sorriso: “Ed ora potete anche prepararmi l’orazione funebre”. E, infatti, commentando l’episodio sul Popolo d’Italia del giugno successivo, Benito Mussolini scrisse che la maggioranza era stata troppo paziente e che la provocazione del deputato socialista meritava qualcosa di più concreto di una risposta verbale.
Biografia. Giacomo Matteotti era nato, il 22 maggio del 1885, a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo. La famiglia del padre, artigiano calderaio, aveva origini trentine. Gli affari a Gerolamo Matteotti andavano discretamente bene. Riuscì anche ad aprire una bottega dove si vendeva un po’ di tutto. Sposato con Elisabetta Garzarolo, ebbe sette figli, dei quali, tuttavia, sopravvissero ai primi mesi di vita solo Matteo, Giacomo e Silvio. Mentre quest’ultimo manifestò interesse agli affari della famiglia, Matteo e Giacomo si dimostrarono portati per gli studi. Matteo, benché malato di tisi, che lo portò a prematura morte nel 1909, studiò a Venezia e poi a Torino, e a soli 24 anni, collaborava già con la prestigiosa rivista La riforma sociale e aveva pubblicato un volume su L’assicurazione contro la disoccupazione. Già dai temi dei suoi lavori scientifici, s’intuisce l’impegno socialista. Le condizioni di vita e di lavoro dei braccianti del Polesine lo avevano, infatti, indotto ad aderire al Partito socialista italiano: fu consigliere provinciale, sindaco di Villamarzana, consigliere comunale e ispettore scolastico a Fratta.
Anche Giacomo brillava negli studi. Il 3 dicembre del 1903, conseguita la licenza liceale, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza di Bologna. I suoi interessi si concentravano sui temi della pratica criminale, della scienza penitenziaria e della legislazione penale. Prese anche a viaggiare all’estero per migliorare la sua conoscenza dell’inglese, del francese e del tedesco. Si laureò, con il massimo dei voti, il 7 novembre del 1907. La tesi, La recidiva fu pubblicata, nel 1910. Il volume sembrava il prodromo di una carriera accademica. Ma la passione politica prevalse. Giacomo, che aveva aderito, ancora studente, al Partito socialista. E, nel 1910, mentre si trovava a Londra per i suoi studi, fu eletto consigliere provinciale di Rovigo. Da Oxford, il 5 agosto, inviò una lettera al consiglio provinciale, nella quale metteva a disposizione il mandato. Ma le dimissioni vennero respinte. Iniziava così un’intesa attività di amministratore locale. Tra il 1912 al il 1919, fu, infatti, sindaco, consigliere o assessore in alcuni centri del Polesine. Nel 1916, fu addirittura eletto segretario della Lega dei comuni socialisti. Nell’aprile del 1914, al congresso di Ancona, Matteotti non solo prese, per la prima volta, la parola in un’assemblea nazionale del Psi, ma si scontrò per la prima volta con Benito Mussolini. L’occasione fu data dall’ordine del giorno presentato da quest’ultimo sull’incompatibilità tra militanza socialista e appartenenza massonica. Mussolini chiedeva di “espellere” coloro che fossero contemporaneamente iscritti al Psi e alla liberomuratoria. Matteotti condivideva il principio, ma gli sembrava indegno “dire alle sezioni di prendere per la schiena i massoni e cacciarli fuori”, dando luogo “ad un processo inquisitorio”, “alle liste di proscrizione”, in un clima di sospetto. Il documento, da lui proposto, venne, però, largamente battuto. Siamo ormai alla vigilia della Grande guerra. Da lì a qualche mese, Mussolini, il barricadiero direttore dell’Avanti!, che aveva costruito il suo prestigio, rivendicando la purezza rivoluzionaria del partito, sarebbe passato tra i fautori della guerra. Invece, Matteotti non perse occasione per pronunciarsi contro la guerra, al punto che, verso la sua persona, il Corriere del Polesine, giornale degli agrari, indirizzò feroci insulti, fino a intimare in un titolo, con strana preveggenza: “Il dottor Giacomo Matteotti deve scomparire.” L’episodio più noto di questa battaglia politica avvenne, il 5 giugno del 1916, nel consiglio provinciale di Rovigo, in cui un suo intervento scatenò una gazzarra e provocò una denuncia del prefetto all’autorità giudiziaria, che, il 5 luglio, lo condannò a trenta giorni di carcere. La sentenza verrà, tuttavia, ribaltata, qualche tempo dopo, in Cassazione. Un mese più tardi, fu richiamato alle armi. Giudicato, dalle autorità militari, “un pervicace, violento agitatore capace di nuocere in ogni momento agli interessi nazionali”, fu relegato, per cautela, in Sicilia.
Dopoguerra. Congedato il 16 agosto del 1919, Matteotti riprese l’attività politica. E nel novembre, venne eletto, per la prima volta, deputato. Come noto, il Dopoguerra fu contrassegnato da una difficile crisi politica. L’inflazione, la difficile riconversione industriale, le aspettative di riforma agraria si intrecciarono con le delusioni diplomatiche, con le attese innescate da quanto accaduto in Russia. Il Psi ingrossava le sue fila. Alle elezioni del 1919, le prime tenute con la legge elettorale proporzionale voluta da Filippo Turati, era risultato il primo partito con oltre 150 deputati. Alla fine del 1920, poteva contare su 200 mila iscritti. E la Confederazione generale del lavoro ne annoverava, alla stessa data, 2 milioni e mezzo. Ma non era tutto oro quel che luccicava. Alla grande forza non corrispondeva, però, una chiara politica. La maggioranza del partito si riconosceva nella posizione dei massimalisti. Questi si cullavano nell’illusione che il crollo del sistema fosse inevitabile e ormai prossimo. Lasciarono spazio alla metafisica e all’avventurismo dei gruppetti comunisti, quello torinese capeggiato da Antonio Gramsci e quello napoletano di Amadeo Bordiga. I massimalisti tollerarono, giustificarono, favorirono, ma non governarono le violenze diffuse. Spaventarono la borghesia senza colpirla. Gli unici ad avere una strategia erano i riformisti. Per Filippo Turati e i suoi, tra i quali militava anche Giacomo Matteotti, la situazione dell’Italia, al pari di quella dell’Europa occidentale, non era affatto da paragonare a quella russa: era il momento non della conquista violenta del potere, ma di una sua profonda trasformazione, da realizzare gradualmente, fino a un pacifico trapasso tra la classe che aveva esaurito il suo compito e quella che aveva per se l’avvenire. E questa trasformazione poteva essere intrapresa costruendo un nuovo quadro politico con la partecipazione dei socialisti al governo insieme al neopartito dei cattolici democratici e sociali. Ma se l’idea era abbastanza chiara, mancò ai riformisti il coraggio politico. Benché controllassero il gruppo parlamentare e la Cgl non ebbero la capacità di rompere per tempo con i massimalisti e si fecero immobilizzare da questi ultimi. I 156 deputati socialisti rimasero una grande forza inutilizzata. Trionfò il “nullismo”. Cosicché, passata la grande paura del cosiddetto “biennio rosso”, cominciò, partendo da palazzo d’Accursio a Bologna, la reazione. In questo conteso, Giacomo Matteotti si impegnò, da vero riformista, nei comuni e nelle leghe. Nell’impegno per i miglioramenti concreti, lontano dalle pericolose fumisterie dei perdigiorno. Per esempio, diede vita a una sorta di “consorzio” dei 63 municipi socialisti della zona, con l’idea che questi enti, rivendicando la loro autonomia, potessero diventare strumenti della ricostruzione democratica e socialista del Paese. Riuscì a stipulare, nel 1920, un nuovo contratto di lavoro per i braccianti agricoli, il quale prevedeva i principi dell’ufficio di collocamento e dell’imponibile di mano d’opera. Si occupò, inoltre, in Parlamento, di molti temi da vero esperto di economia e di finanza, da ottimo conoscitore della macchina statale. Quando il 3 ottobre del 1922, maturò la tardiva scissione e i riformisti diedero vita al Partito socialista unitario, ne divenne, all’unanimità, segretario. La sua linea d’intransigenza antifascista, le sue coraggiose denunce lo misero nel mirino dello squadrismo. Già il 12 marzo del 1921, mentre si recava alla Lega di Castelguglielmo, nel Polesine, venne sequestrato, malmenato, sputacchiato e abbandonato in aperta campagna. Altra aggressione a Padova il 16 agosto. Gli venne, infine, dato il bando da Rovigo. Pubblicò, nel febbraio del ’24, Un anno di dominazione fascista, nel quale demistifica, con numeri e fatti, la demagogia di Mussolini. Con Il fascismo della prima ora, pronto anch’esso nei primi mesi del ’24, ma pubblicato postumo, denuncia, invece, la contraddizione del fascismo: l’intolleranza, la faziosità, la violenza, il malvivere di chi si presentava come “partito d’ordine”.
La vita e l’opera di Giacomo Matteotti sono lì a dimostrare quanta menzogna è contenuta nella propaganda comunista che per tanti, troppi, anni ha descritto il riformismo come una devianza fatta di compromissioni imposte dalla debolezza, dalla paura, dal tradimento. Come opportunismo. Il riformismo è, invece, il coraggio agli interessi concreti dei lavoratori, il fondare l’azione non già sulle mitologie, ma sulle idee chiare e distinte, sulla conoscenza della realtà, nella prospettiva di modificarla attraverso il consenso democratico. È l’intransigenza della democrazia: la forza delle buone ragioni. Per questo Giacomo Matteotti era soprannominato “Tempesta”.
La Tribuna di Lodi
Sabato 17 Aprile 2004
Quel delitto che sconvolse l´Italia
IL LEADER SOCIALISTa ucciso 80 anni fa dal fascismo
Escono dalla famiglia le foto inedite scattate da un grande reporter dopo l´omicidio
A volerle fu la moglie del parlamentare
Da allora nessuno le ha più viste
MAURO CANALI
Matteotti venne rapito alle 16.30 del 10 giugno 1924 sul lungotevere Arnaldo da Brescia, mentre si stava dirigendo alla biblioteca di Montecitorio, dove da qualche giorno si recava per preparare il discorso che avrebbe dovuto tenere l´11 giugno alla riapertura della Camera. Dopo essere stato violentemente percosso, era stato caricato tramortito su una Lancia, che si era poi allontanata a folle velocità verso Ponte Milvio. L´operazione venne organizzata da due pupilli di Mussolini, Amerigo Dumini e Albino Volpi, e da altri tre ex arditi milanesi. L´uccisione avvenne nell´abitacolo dell´auto, pochi minuti dopo il rapimento, con un colpo di coltello al torace, vibrato quasi certamente da Volpi. Il cadavere, in avanzato stato di decomposizione, venne ritrovato il 16 agosto a 20 chilometri da Roma, in una boscaglia che costeggiava la via Flaminia. Il cadavere giaceva rannicchiato in una fossa talmente piccola che per costringervelo, era stato brutalmente compresso tanto da provocargli la frattura di alcune costole. Il ritrovamento del cadavere era stato preceduto da quello della giacca, rinvenuta tre giorni prima in un chiavicotto sulla via Flaminia a pochi chilometri dalla fossa. Lo stato della giacca fece escludere ai periti che essa potesse essere rimasta per due mesi nel chiavicotto; sembrava assai più probabile che vi fosse stata messa solo pochi giorni prima. Evidentemente doveva servire a ?pilotare´ il ritrovamento del cadavere. All´identificazione degli assassini si giunse grazie a colpo di fortuna. Una coppia di portieri di uno stabile vicino all´abitazione di Matteotti, aveva notato da qualche giorno Dumini e compagni aggirarsi nei paraggi, e credendoli dei ladri, si era per precauzione appuntato il numero della targa della Lancia. Gli assassini di Matteotti appartenevano tutti alla Ceka fascista, un´organizzazione di polizia segreta, che Mussolini stava allestendo da tempo e la cui direzione era stata affidata a due degli uomini a lui più vicini: Cesare Rossi, capo del suo ufficio stampa, vera ?eminenza grigia´ del fascismo, e Giovanni Marinelli, segretario amministrativo del Pnf. I due furono in definitiva i secondi mandanti del delitto.
Le indagini vennero affidate ai magistrati Mauro Del Giudice e Guglielmo Tancredi, che, approfittando delle difficoltà in cui si dibatteva il partito fascista dopo il delitto, poterono condurre l´istruttoria senza pressioni e condizionamenti. Essi impostarono le indagini istruttorie sul movente politico del delitto, influenzati anche dagli echi non ancora spenti delle violentissime reazioni che il fascismo aveva riservato al discorso pronunciato da Matteotti alla Camera il 30 maggio, con il quale il deputato socialista, tra urla e invettive provenienti dai banchi fascisti, aveva coraggiosamente denunciato il clima d´intimidazione in cui s´erano svolte le elezioni del 6 aprile. Lo stesso Matteotti s´era mostrato consapevole di quanto si era pericolosamente esposto con il discorso e ai compagni che si congratulavano con lui aveva replicato tra il serio e lo scherzoso di cominciare a preparare il suo necrologio.
Il giudizio degli storici sulle responsabilità morali del fascismo e di Mussolini appare abbastanza unanime. A dividerli sono i dubbi sul movente. Non convince certo la versione del delitto involontario, cioè che Mussolini avrebbe ordinato alla Ceka di dare a Matteotti una ?lezione´, che per una esecuzione maldestra si sarebbe involontariamente trasformata in tragedia. Non convince perché non fornisce una spiegazione del sequestro. Se si fosse trattato solo di una azione squadristica, perché allora rapire la vittima? Le ?lezioni´ ad Amendola, Forni e Misuri avevano seguìto schemi diversi ed erano tutte terminate con il pestaggio della vittima, lasciata poi sanguinante sull´asfalto. Lo stesso Dumini, quando uscì dal mutismo, si guardò bene dall´affidare la propria difesa alla versione della ?lezione´, preferendo ammannire ai magistrati alcune fantasiose amenità, soccorso in questo frangente da una impudente testimonianza di Curzio Malaparte, allora ispettore del Pnf. Non convince del tutto nemmeno la versione ?classica´, cioè la necessità da parte di Mussolini di eliminare con Matteotti un avversario politico tenace e pericoloso, poiché la decisione appare troppo in contrasto con gli effetti disastrosi facilmente prevedibili, e poi perché essa non spiega come mai allora non si aspettasse un´occasione più propizia, meno affrettata. Appare invece più ragionevole ricercare il movente nei timori, accertati documentalmente dalle ultime ricerche, che agitavano alcuni settori del governo Mussolini, nell´imminenza della riapertura della Camera, per il discorso-denuncia che probabilmente Matteotti avrebbe fatto in Parlamento l´11 giugno, - da qui la necessità di agire in fretta quel 10 giugno, - su pratiche illecite presenti nella stipulazione della cosiddetta ?convenzione Sinclair´, un accordo tra il governo fascista e la compagnia petrolifera americana Sinclair Oil, una delle ?sette sorelle´. Il contratto, fortemente voluto da Mussolini, assegnava alla Sinclair il monopolio della ricerca petrolifera in Italia, ed era stato raggiunto a fronte di una cospicua tangente versata tramite Arnaldo Mussolini nelle casse del Popolo d´Italia. Furono i due principali protagonisti della tragedia a suggerirlo: Dumini con un suo memoriale, venuto alla luce negli anni ottanta, che chiama in causa Arnaldo Mussolini, e Matteotti, con un articolo uscito postumo sulla rivista londinese English Life, nel quale dichiarava senza mezzi termini di essere venuto a conoscenza che l´accordo era stato raggiunto con la corruzione di alti esponenti del governo fascista. Di fatto, i documenti che Matteotti portava con sé quando venne rapito, e che, come raccontò più di un testimone, vennero raccolti da terra da uno dei rapitori, non furono mai ritrovati.
la Repubblica
17 aprile 2004
Una mostra su matteotti si apre lunedì a firenze
L´uomo, il mito e la storia
MICHELE SMARGIASSI
«Al Dio Matteotti». Non amavano mezze misure i socialisti di Costa Polesine. Evocarono le sommità del sacro per piangere il loro martire, a lettere d´oro, sul nastro di raso rosso-fiamma che brilla ancora dopo ottant´anni sotto la teca di vetro. Era il 21 agosto 1924: salutato da un rito quasi pagano (la bara sollevata e posata tre volte sulla «terra madre») il corpo straziato del segretario del Psu scendeva in una fossa del cimitero del suo paese, Fratta.
Due mesi erano trascorsi da quel 10 giugno che Mussolini avrebbe descritto a D´Annunzio come il giorno in cui «mi hanno fatto barcollare e soffrire», quando cinque suoi sicari rapirono il capo dell´opposizione e lo fecero sparire per sempre, scatenando una reazione popolare imprevedibile. Settanta giorni appena, e Matteotti era già diventato per migliaia di antifascisti, sulla soglia della quaresima del Ventennio, un «nuovo Cristo» in croce. Proprio lui, laico, socialista, innamorato delle cose precise e razionali, il Diritto sopra tutto. Ma vent´anni di attività politica e intellettuale furono travolti dal martirio. Esempio di una morte che si sostituisce a una vita.
È ancora così. Nell´immaginario collettivo, quando non è solo una riga sulla targa di una piazza, il nome di Matteotti non evoca un uomo ma un simbolo: l´Antifascista. Non era proprio questo che voleva la moglie Velia quando, all´indomani del delitto, commissionò al più famoso fotoreporter italiano dell´epoca, Adolfo Porry Pastorel (aveva immortalato l´arresto del Mussolini interventista nel 1914: il Duce non glielo perdonò mai) un rischiosissimo reportage privato sulle indagini. Decine di scatti rubati, eccezionali per contenuto informativo, di un dinamismo sconosciuto al fotogiornalismo coevo, tranne ai grandi pionieri: le macchine coi magistrati e i carabinieri che corrono sulle strade polverose, i sopralluoghi dei magistrati, il ritrovamento della giacca insanguinata, il recupero pietoso della salma, i leader socialisti Turati e Treves convocati per il riconoscimento, la simulazione giudiziaria del rapimento, i ritratti dei testimoni: alcune immagini apparvero nei giornali antifascisti dell´epoca, ma l´intera sequenza, un fotoracconto eccezionale, viene ricomposta solo oggi per la mostra Giacomo Matteotti, storia e memoria (promossa dal Consiglio regionale della Toscana, il cui presidente Riccardo Nencini la inaugurerà lunedì al palazzo Panciatichi di Firenze, dall´Associazione Pertini e dalla Fondazione Turati).
Ma per Velia, che le raccolse in un album istoriato d´oro, erano documenti per i posteri. L´ora dei posteri è arrivata, e quelle foto, assieme a documenti e memorie, escono per la prima volta dagli archivi familiari dove dormivano avvolte in delicate veline nere, ciascuna etichettata con cura certosina. «Era un´archivista devota», osserva l´architetto Monica Mengoni, che ha scelto di esporre questi 450 oggetti per quello che sono diventati: reliquie di un culto. «Per riportare Matteotti nella storia, come finalmente merita, bisogna andarlo a cercare nel mito», suggerisce lo storico Stefano Caretti, curatore scientifico della mostra. «Certo, fu un mito molto operativo...».
A volte è il mito che produce la storia e non viceversa. Ciò che accadde nell´estate del ´24 fu il primo scontro politico combattuto con le armi dell´immaginario di massa. Religione della politica, nutrito di riti e miti, il fascismo rischiò paradossalmente di essere travolto da un altro culto, da un´iconologia contrapposta. Non ci furono insurrezioni, neppure veri scontri di piazza dopo il delitto: fu una battaglia tutta simbolica. Eppure violentissima. I manifesti con la faccia di Mussolini cominciarono a grondare sangue, «imbrattati d´una bava color vermiglio». Una croce dello stesso colore sul parapetto del Lungotevere identificò il sito del martirio: attorno crebbe una selva di fiori e candele. La gente passava e s´inginocchiava. A tempo di record si stamparono migliaia di "santini" col volto di Matteotti. Antifascisti come Nitti e Salvemini rimasero impressionati dall´esplosione di devozione, dalla mistica sacrale ma combattiva che immediatamente si sprigionò da quel corpo straziato e assente (come il corpo di Cristo).
Il fascismo ancora debole vacillò sotto l´offensiva, ma prese presto contromisure per abbattere o almeno ridicolizzare il culto del «santo di Fratta Polesine». Furono misure simboliche anch´esse: canzoncine («Avevi un posticino in Parlamento / te l´ha levato il Fascio in un momento»), manifesti irridenti, la spavalderia voodoo degli squadristi che «portavano al cinturone il ritratto di Matteotti traforato da uno spillo». Non bastando, l´iconoclastia anti-martire si spinse fino alla profanazione: fu distrutto il sacrario nel bosco della Quartarella, dove il 16 agosto il corpo di Matteotti era stato finalmente ritrovato.
Ma frenare l´antifascismo mitopoietico si rivelò molto più difficile del previsto, quasi impossibile. Benché avvenuto di notte, il trasporto della salma da Roma a Fratta Polesine si trasformò nella traslazione di una reliquia, con altri inginocchiamenti e preghiere ad ogni stazione. Perfino inumato quel corpo inquietava il regime: i parenti temettero nuove profanazioni. Invece furono gli antifascisti (repubblicani) a vagheggiare il trafugamento all´estero della salma, per farne, scrive nelle sue memorie Vera Modigliani, un «santuario di fede, meta di pellegrinaggi e di voti».
Il «sepolcro pauroso» turbò a lungo i sonni del Duce, terrorizzato all´idea che l´Italia potesse «tornare a matteottizzarsi». Non accadde: il culto del martire della Quartarella, almeno in patria, diventò catacombale, s´interrò metaforicamente nelle coscienze e letteralmente sotto i mattoni o dentro i materassi dove gli antifascisti continuavano a conservare le immaginette, le cartoline, ma anche le spille, i francobolli, i bottoni col volto di Matteotti, estraendoli di nascosto, magari per un bacio furtivo, e riponendoli fino alla resurrezione pasquale del 25 luglio, quando il volto santo tornò ad essere portato in processione nelle piazze.
Era un volto ormai icastico, ricavato sempre dalla stessa fotografia, scontornato, stilizzato, iconizzato dalla ripetizione in migliaia di esemplari: successe all´immagine di Matteotti, con cinquant´anni d´anticipo, ciò che sarebbe accaduto a quella di Che Guevara. Non ci fu regia: forte di un carico emotivo naturale (il David democratico ucciso per aver sfidato il Golia fascista in Parlamento) il mito si moltiplicò da sé, come non accadde per altre vittime del regime (don Minzoni, Rosselli, Amendola, Gramsci). Scorno dei comunisti: «Il più grande martire antifascista non è comunista», si crucciò Togliatti. Antidoto formidabile contro l´accusa di socialfascismo: «La socialdemocrazia farà tesoro del sangue di Matteotti come Roma del sangue di Cristo», profetizzò Trockij anch´egli vittima della metafora religiosa.
Ma fu ovviamente sul capo di Mussolini che quell´ombra volteggiò a lungo: glielo ricordavano ogni giorno i fogli dell´emigrazione politica, le vignette satiriche della stampa antifascista straniera, che si possono sfogliare a decine sui computer della mostra fiorentina. Una di queste, apparsa su un foglio madrileno, recitava: «Matar a un vivo es cosa fácil, pero cuan dificil es matar a un
muerto...».
la Repubblica
17 aprile 2004
I LIBRI
IL SUO RUOLO STORICO ALL´INTERNO DELLA TRADIZIONE SOCIALISTA
Il riformista che amava gli ideali
MIMMO FRANZINELLI
«Rivoluzionario riformista»: questa definizione di Matteotti ne definisce l´approccio politico-esistenziale, di un gradualismo coniugato con la fedeltà ai principi basilari del socialismo, per la trasformazione degli assetti sociali in una prospettiva emancipatrice. L´ossimoro coglie la specificità di una strategia alternativa al massimalismo dogmatico e settario di Costantino Lazzari e Giacinto Menotti Serrati ma irriducibile alla socialdemocrazia annacquata di Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi. Una linea maturata negli anni giovanili, a stretto contatto con le masse rurali del Polesine, di cui Matteotti interpreta aspettative di riscatto, ricollegandosi al socialismo municipalista, in veste di amministratore comunale, di consigliere provinciale di Rovigo, di organizzatore sindacale delle masse bracciantili.
Nel biennio rosso, con la sinistra italiana abbagliata dall´esempio russo, il deputato del Polesine contrappone alla scorciatoia della «dittatura di pochi sul proletariato» la via maestra dell´educazione all´autogoverno; incalzato dalle critiche della sinistra estrema, augura pacatamente «agli improvvisati e catastrofici neofiti del dopoguerra altrettanto ferma e inalterabile fede per il cosidetto comunismo, quanto io ne ho serbata al socialismo».
Per nulla attratto dalle contese ideologiche, segue con distacco angosciato le lotte intestine al partito socialista: appassionato sostenitore dell´unità, è sconcertato dalle lacerazioni dell´assise nazionale del PSI (convocata a Livorno nel gennaio 1921) e abbandona il congresso quando i lavori sono ancora in corso, per recarsi a Ferrara e assumere la segreteria della Camera del lavoro, decapitata dalle violenze fasciste. Mentre i suoi compagni si scomunicano vicendevolmente, egli utilizza la tribuna parlamentare per denunciare l´illegalità dilagante: «Oggi in Italia esiste una organizzazione pubblicamente riconosciuta e nota nei suoi aderenti, nei suoi capi, nella sua composizione, nelle sue sedi, di bande armate le quali dichiarano apertamente (hanno questo coraggio, che io volentieri riconosco), che si prefiggono atti di violenza, atti di rappresaglia, minacce, violenze, incendi, e li eseguono non appena avvenga, o si pretesti che avvenga, alcun fatto commesso dai lavoratori a danno dei padroni o della classe borghese. È una perfetta organizzazione della giustizia privata» (dall´intervento alla Camera del 31 gennaio 1921). Simili discorsi lo rendono l´obiettivo privilegiato della violenza: il 12 maggio, recatosi per un comizio in un una borgata in provincia di Rovigo, è sequestrato, caricato su di un camion e rilasciato alcune ore più tardi dopo avere subito umilianti sevizie.
L´aspettativa dei Soviet lascia il campo a forme di reazione sanguinaria, ma Matteotti si trova emarginato dentro il PSI, tollerato dai massimalisti come un corpo estraneo. Quando l´ala riformista viene estromessa, Matteotti costituisce con Filippo Turati il Partito socialista unitario e ne diviene il segretario. Il progressivo soffocamento della democrazia italiana trova proprio nei due dirigenti del PSU i testimoni più lucidi, assertori di un socialismo che si fa anzitutto carico della difesa delle «libertà borghesi», battaglia assolutamente fraintesa dai comunisti e dai social-massimalisti.
Una volta divenuto presidente del Consiglio, Mussolini gioca nei confronti delle opposizioni le carte della repressione e della lusinga, invitando politici e sindacalisti social-riformisti alla collaborazione col suo governo. Inviti che seducono autorevoli leader della Camera del lavoro (da D´Aragona a Buozzi) e del PSU. In quel frangente l´opposizione di Matteotti è totale, perché - più che da una valutazione di opportunità politica - scaturisce da un giudizio morale. Nell´aprile 1924 scrive a Turati con l´amarezza di chi avverte attorno a sé il vuoto: «Io non posso continuare a fare il segretario del Partito; dirigere un esercito che continua a scappare è ridicolo. Ognuno fa quello che vuole, cioè fa nulla». Matteotti è un uomo solo, segretario di un partito i cui dirigenti propendono - tranne poche eccezioni - per una linea di compromesso: egli è un profeta disarmato, un uomo privo di illusioni sull´avvenire, che si batte per fedeltà ai propri ideali nonostante sappia di essere destinato alla sconfitta, che auspica l´unità socialista «non tanto in sé, ma per farci di nuovo tornare in comunicazione con lo spirito delle masse, che altrimenti andranno al comunismo o al fascismo».
La campagna elettorale dell´aprile 1924 è costellata di violenze, puntigliosamente ricordate da Matteotti all´inaugurazione della nuova legislatura, in un discorso - quello del 30 maggio - che rimarrà negli annali parlamentari come il più elevato esempio di dedizione di un deputato al mandato elettivo, nonostante attorno a lui si addensi una spaventosa spirale di violenza, attraverso continue interruzioni e minacce di morte: «Onorevole Matteotti, se ella vuol parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente!» gli intima, dopo aver cercato di togliergli la parola, il presidente della Camera, Alfredo Rocco (che legherà il suo nome a un codice penale liberticida); l´oratore reagisce rivendicando i propri diritti: «Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente!». La tensione tocca l´apice quando l´esponente socialista denunzia l´esistenza di «una milizia armata composta di cittadini di un solo partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse». Un minimo campionario delle interruzioni da parte dei deputati fascisti lascia intendere la sorte riservata a Matteotti. Farinacci: «Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto!»; Teruzzi: «È ora di finirla con queste falsità!»; alcuni deputati, in coro: «Vada in Russia!». Mussolini è livido e si sfoga con Cesare Rossi: «Ma cosa fa Dumini?!? Quell´uomo dopo questo discorso non dovrebbe più circolare!».
la Repubblica
17 aprile 2004