IN
BIBLIOTECA - "Il delitto Matteotti", di Mauro Canali: quando il
deputato socialista si accinse a rivelare truffe e affarismi del partito
fascista…
IL DUCE
ORDINÒ' AI SUOI KILLERS:
"FATELO TACERE"
Casa Italia
nei primissimi anni Venti. Ai piani alti corsari della finanza, capitani
d'industria, faccendieri di grande e piccolo cabotaggio, lestofanti di varia
estrazione, "pescicani" arricchiti con le forniture militari a fattura
gonfiata o con il mercato nero, trafficanti di favori. Ai piani di sotto un
popolo povero, ancora vestito di nero per i suoi seicentomila morti inghiottiti
dall'Apocalisse della Prima guerra mondiale, alle prese con la disoccupazione o
la sotto-occupazione, con la battaglia quotidiana per un piatto di cibo. Al
potere il fascismo, una dittatura ancora nascosta sotto la redingote e il
cilindro di Benito Mussolini, l'uomo che fra poco sarà il "duce della
rivoluzione": un fascismo affamato di finanziamenti per la propria
organizzazione e per i leaders che sono arrivati ai "palazzi"
con le toppe ai pantaloni ma con un patologico bisogno di rivalsa e onnipotenza.
Questo lo scenario che fa da sfondo alle pagine del libro "Il delitto
Matteotti", scritto dallo storico Mauro Canali (Editrice "il
Mulino" - Bologna 1997). Dal 10 giugno 1924, data dell'assassinio del
deputato socialista, la bibliografia su questo cinico e premeditato delitto
politico si è arricchita sempre più, accumulando materiale alle volte
romanzato o basato su supposizioni, prove indiziarie, ricostruzioni di parte
viziate dalle ideologie degli autori.
Salvo
qualche eccezione, la strada della ricerca scientifica, della
rigorosa indagine condotta negli archivi storici non è stata molto frequentata
anche a causa, in tempi passati, dell'irreperibilità dei documenti decisivi. Il
lavoro di Canali chiude questo "buco nero" e mette a disposizione
degli specialisti e degli appassionati di storia uno studio di eccezionale
ampiezza e documentazione. Diciamo subito che la ricerca stabilisce
indiscutibilmente una verità, almeno per ora: non c'è la prova provata che il
"pericoloso" Matteotti, il quale si preparava a rivelare uno scandalo
che avrebbe fatto saltare all'aria il duce, tutti i suoi ras e i suoi
"colletti neri", sia stato fatto trucidare su ordine diretto di
Mussolini. Tuttavia il metodo investigativo di Canali, basato sull'analisi
incrociata di una miriade di fatti più o meno clamorosi, di una lunga serie di
elementi interdipendenti, innesca la reazione a catena di un procedimento
logico, indiscutibile come una formula matematica, alla conclusione del quale è
impossibile sottrarsi: fu Mussolini che diede ordine alla Ceka (la sua
polizia politica personale, un gruppo di killers da lui organizzato per
"mettere a posto" chi tentava di fermare la marcia verso la dittatura)
di chiudere per sempre la bocca di Giacomo Matteotti. Il deputato
socialista venne rapito il 10 giugno 1924 nelle vicinanze di casa
mentre, percorrendo il Lungotevere, stava andando verso il Parlamento. Dopo
averlo picchiato mortalmente gli uomini del commando della Ceka lo
caricarono in macchina e partirono a tutta velocità verso la periferia di Roma.
Circa due mesi dopo il cadavere venne trovato, malamente sepolto, in un'area
seminascosta da una fitta boscaglia. Nessuna traccia, accanto ai resti, della
borsa piena di documenti che Matteotti aveva con sé al momento del sequestro.
In quella borsa c'era la batteria di prove che avrebbe dovuto disgregare il
sistema fascista, un sistema ancora gracile che si reggeva sui fragili pilastri
degli imbonimenti mussoliniani. C'erano le prove che il regime fascista stava in
piedi anche e soprattutto con l'aiuto della corruzione, che i suoi uomini si
arricchivano truffando lo Stato, incassando jugulatorie tangenti. Il Pnf,
il partito nazionale fascista, esigeva parte dei proventi ("succhiati"
ai big della finanza e dell'industria che in cambio ricevevano favori e
appalti), per finanziare le federazioni che stavano sorgendo in tutta Italia, i
quotidiani fiancheggiatori, e, ultime ma vicinissime al cuore del duce, le
clientele di fedelissimi che avevano ben meritato prima, durante e dopo la
marcia su Roma e tuttora meritavano per ragioni che erano ai limiti o fuori
della legalità. Tipico esempio la Ceka, un
Ancora più grave e indicativo il caso della Standard Oil, il trust che puntava, nascondendosi dietro la controllata Sinclair Oil, alla conquista totale del mercato italiano nel periodo in cui, nel Paese, la necessità di benzina e di derivati del petrolio diventava sempre più pressante. Come aveva fatto negli Usa, finanziando nel 1920 la campagna presidenziale dei repubblicani in cambio di previlegi specifici per la compagnia, la S.O. puntò alla conquista dell'esclusiva italiana a suon di "percentuali" passate sottobanco ai big della nomenklatura fascista. In un primo momento l'operazione riuscì, grazie alla decisissima e imperativa azione di Mussolini. Che per non avere ostacoli spazzò via dal dicastero dell'Agricoltura il ministro De' Capitani e Arnaldo Petretti, capo della direzione generale per i combustibili, entrambi forti sostenitori della costituzione di un Ente petrolifero nazionale che avrebbe permesso all'Italia si sottrarsi alla dipendenza del monopolio Standard Oil-Sinclair. Anche nello specifico caso, considerata la dura offensiva scatenata dal capo del governo contro i due "avversari", appariva chiaro il motivo dell'interesse di Mussolini. In questo quadro l'intervento di Matteotti in Parlamento, annunciato proprio per il 10 giugno 1924, alla riapertura della Camera, rappresentava una carica di dinamite con la miccia già accesa. Quella miccia andava spenta prima dell'esplosione. E i killers di Dumini entrarono in azione.
Ringraziamo per
l'articolo FRANCO GIANOLA,
direttore di STORIA IN NETWORK ![]()
Un politico, oltre il mito del Martire
Esce il sesto volume delle Opere. Nel disinteresse della sinistra italiana e
della sua cultura
GIANPASQUALE SANTOMASSIMO
La pubblicazione delle Opere di Giacomo Matteotti, curata da Stefano Caretti e
patrocinata dalla Fondazione Turati, è giunta ormai al sesto volume (Velia
Titta Matteotti, Lettere a Giacomo, a cura di Stefano Caretti, prefazione di
Sebastiano Timpanaro, Nistri-Lischi Editori, Pisa, pp. 324, L. . 40.000). Nel
quasi totale disinteresse della sinistra italiana e della sua cultura. Abituata
a riscoprire e rivalutare il superfluo, quest'ultima sembra aver smarrito ogni
interesse per ciò che è essenziale e irrinunciabile. E anche la curiosità per
i suoi stessi simboli più diffusi. Eppure non si sta parlando di un
"bolscevico", ma di un socialista riformista, fondatore in questo
paese di quel socialismo democratico a cui gran parte della sinistra dichiara di
richiamarsi. La verità è che Matteotti, come vedremo, può restare simbolo
inoffensivo e politicamente corretto solo a patto di ignorare o edulcorare il
suo pensiero. Non che il nome di Matteotti sia ignoto agli italiani: ma finisce
per essere una via, una piazza, "il Martire" per antonomasia, un
simbolo morale di cui pare sia sconveniente approfondire i contenuti politici.
La stessa dimensione del martire, beninteso, non è priva di implicazioni
rilevanti. Come ha mostrato il volume dedicato al mito uscito nel 1994, in cui
Caretti ha raccolto anche le forme di "devozione popolare" suscitate
dall'assassinio: omaggi, scritte anonime, poesie, epigrafi, visioni,
"elaborazioni cristologiche". Ma è una dimensione divenuta nel tempo
esclusiva e che ha sacrificato lo spessore politico e la portata storica
dell'opera di Matteotti. In realtà non si diventava martiri per caso in quel
tempo, e il fascismo sapeva scegliere bene le sue vittime.
Dai volumi finora pubblicati - Scritti sul fascismo (1983); Lettere a Velia
(1985); Sulla scuola (1990); Sul riformismo (1992); Matteotti. Il mito (1994) -
emerge il profilo di un politico coerente e lungimirante, dal percorso ricco di
sorprese e di smentite per chi si accontenta di ragionare attorno a formule e
slogan. In un ciclo politico e culturale della sinistra che conosce una
straordinaria fortuna verbale del riformismo e in cui tutti si dichiarano
riformisti, è significativo il disinteresse per una delle pochissime esperienze
di un riformismo con la spina dorsale,anticapitalista e antimperialista, che
questo paese abbia conosciuto. L'opposizione alla guerra imperialista è
intransigente in Matteotti già al tempo della guerra di Libia. Quando matura
l'intervento nella prima guerra mondiale è favorevole all'insurrezione popolare
contro la guerra e giudica timida e compromissoria la formula ufficiale
socialista del "non aderire né sabotare". Entra in contrapposizione
frontale a tutto il mondo dei futuri socialisti liberali, entusiasti per la
"guerra democratica". Viene confinato in Sicilia nel 1916 dalle
autorità, il più lontano possibile dal fronte, per impedirgli di
"minare" lo sforzo bellico. Di qui si oppone a quelli che gli appaiono
cedimenti del suo partito in direzione di una "solidarietà nazionale"
dopo Caporetto. Nel breve periodo della sua attività politica (quattordici anni
in tutto) Matteotti è legato a una visione "gradualista" del processo
di costruzione del socialismo, che diffida delle scorciatoie demagogiche e del
verbalismo rivoluzionario, ma che non per questo è arrendevole o conciliante.
"Riformista perché rivoluzionario", come amava definirsi, non concede
nessuna apertura di credito alla classe dirigente, che pone costantemente sotto
accusa nella sua attività quotidiana di organizzatore e di polemista. Di fatto,
nella situazione italiana del primo dopoguerra, Matteotti denuncia proprio il
venir meno di uno dei presupposti di fondo del riformismo classico, cioè
l'esistenza di una borghesia disposta a "rispettare le regole del
gioco". Il fatto che essa "per difendere il suo privilegio esce dalla
legalità e si arma contro il proletariato" distrugge alla radice l'idea
stessa di democrazia, che viene percepita come "vuoto inganno" dalle
classi lavoratrici.
Matteotti è del tutto immune dal fascino della Rivoluzione russa, e la sua
condanna non è basata sulla invocazione di princìpi astratti e dottrinari ma
sulla constatazione concreta e realistica della impossibilità di costruire il
socialismo "senza l'autonomia e l'autogoverno delle classi
lavoratrici". L'episodio del gennaio '21 ha un carattere quasi simbolico, e
di amara sottolineatura di un paradosso e di un limite che sta sullo sfondo dei
dibattiti della sinistra. Partecipa a Livorno al congresso di fondazione del
partito comunista, dove dovrebbe parlare in rappresentanza della corrente
riformista, ma preferisce abbandonare subito i lavori, non appena giunge notizia
dei sanguinosi incidenti di Ferrara e dell'assalto delle squadre di Balbo alle
organizzazioni operaie. Una scorta armata fornita dai comunisti lo aiuta a
raggiungere incolume Ferrara e a tentare di organizzare una resistenza popolare.
E' una scelta di priorità che solo Matteotti sembra percepire con chiarezza in
quei mesi. Di fronte al fascismo è il primo politico che comprende la sua novità
e la sua torbida complessità, la sua essenza di reazione moderna, e anche la
possibilità di contagio in tutta Europa che l'esperienza italiana dischiude.
Non l'estremo sussulto di un capitalismo destinato a spegnersi. Non un governo
borghese che vale l'altro, come scrivono quasi tutti i comunisti e i socialisti
al tempo della marcia su Roma. Non una breve parentesi destinata a richiudersi
in maniera indolore. E' un nemico nuovo e pericoloso che va contrastato e
sconfitto in termini unitari e, anche, energici. Nei termini di lotta armata che
la situazione richiede. Nell'ultima lettera a Turati, poco prima
dell'assassinio, sosteneva la necessità di "prendere, rispetto alla
dittatura fascista, un atteggiamento diverso da quello tenuto fin qui... Lo
stesso codice riconosce la legittima difesa. Nessuno può lusingarsi che il
fascismo dominante deponga le armi e restituisca spontaneamente all'Italia un
regime di legalità e libertà...". La raffigurazione, ancor oggi
predominante, di Matteotti nelle forme di un profeta disarmato e che predica la
non violenza di fronte alle squadre fasciste prende corpo solo nei meccanismi di
costruzione del mito postumo del martire. Matteotti paga con la vita la sua
denuncia delle violenze e delle illegalità che hanno assicurato la vittoria del
fascismo nelle elezioni del 1924. Il suo assassinio interrompe un percorso di
cui nessuno può ipotizzare compiutamente gli esiti e priva l'antifascismo del
suo leader naturale.
Anche da questo carteggio emerge quella immagine di civiltà, pulizia e onestà
di sentimenti che spesso colpisce nei carteggi familiari dell'antifascismo. Nel
caso di Matteotti è anche parte integrante, risvolto privato di una costruzione
paziente e tenace, dal basso, di una alternativa di società e, al tempo stesso,
di una società alternativa che avverte come la vera essenza del riformismo
italiano. "Pare che tutti abbiano piacere della sconfitta in pieno del
socialismo -scriveva Matteotti alla moglie nell'estate del 1922 -; eppure non ne
rimangono sconfitti i difetti, ma la civiltà medesima". I conformisti che
vogliono convincerci ad ogni costo che il fascismo era un regime normale, sotto
il quale non si stava poi tanto male, che alla fine veniva accettato da tutti,
dimenticano - o ignorano del tutto - quale cammino democratico il fascismo aveva
interrotto con la violenza, quanti pensieri aveva impedito di pensare, a quante
alternative di maturare.
Il Manifesto
18 Luglio 2000
Ricordare Matteotti è ancora attuale
di Valdo Spini
Recenti battaglie toponomastiche hanno messo in luce la necessità di ricordare agli smemorati, veri o di comodo, la figura di Giacomo Matteotti, deputato socialista rapito e ucciso da una squadraccia fascista il 10 giugno 1924. Giacomo Matteotti, certo è un personaggio scomodo perché testimonia di come il fascismo sia andato al potere con la violenza e la sopraffazione e non per una supposta indifferenza dell'Italia di quel periodo. Giacomo Matteotti è anche l'emblema della validità della funzione parlamentare. La sua denuncia in aula delle violenze e dei brogli che avevano caratterizzato le elezioni del 1924 costituisce un esempio da manuale di esercizio nobile e altissimo del mandato parlamentare.
Se poi anche fosse vero, come pensano alcuni storici, che nella sua uccisione abbia contato anche la volontà di prevenire la sua denuncia di una Tangentopoli dell'epoca, il cosiddetto affare Sinclair che avrebbe potuto coinvolgere anche la Corona, il carattere esemplare della sua azione parlamentare non cambia.
Ma Giacomo Matteotti è anche il simbolo del riscatto socialista. Il partito socialista era stato alle elezioni del 1919 il primo partito italiano, aveva cioè ottenuto quella che potremmo chiamare una maggioranza relativa ma aveva potuto offrire alla difesa della libertà e della democrazia solo lo spettacolo delle sue divisioni e della sua incapacità di fare una politica realistica nel periodo del mito dell'ottobre sovietico. Il coraggio e la morte di Giacomo Matteotti che era segretario del Psu, il partito che organizzava lo spezzone riformista turatiano del movimento socialista stesso ne rappresentò l'espiazione e al tempo stesso il riscatto.
La biografia personale di Giacomo Matteotti è quanto mai affascinante. Coerente avversario della guerra, ma al tempo stesso socialista riformista serio e concreto impegnato nelle cooperative, negli enti locali, nella difesa delle camere del lavoro, egli rappresentava per la sua gioventù una grande speranza per il movimento socialista italiano.
Un episodio lo descrive molto bene. Durante il congresso di Livorno, quello della scissione comunista del 1921, Matteotti, avuta notizia che la Camera del Lavoro di Ferrara era assaltata dalle squadre fasciste, abbandona il congresso stesso per recarsi a portare lì la propria solidarietà. Del resto, ancor prima del suo rapimento e della sua uccisione era già stato nel Polesine sequestrato e seviziato dalle squadre fasciste, che, evidentemente, non lo avevano affatto scoraggiato o intimorito. L'Italia repubblicana, costituita proprio su quel patrimonio di lotte e di sacrifici di cui Matteotti è una delle espressioni, non può dimenticarlo; né si può parlare di problemi tecnici o di mera opportunità quando si toglie il suo nome ad una via o ad una piazza.
Oggi che ricorre il 78° anniversario della sua uccisione lo dobbiamo ricordare alto e forte e, se è permesso, tanto più alto e forte perché è al governo una maggioranza di centro destra. Perché ricordarlo sta a significare che l'alternanza di governo non deve modificare i grandi valori che presiedono alla Repubblica e alla Costituzione. Per questo dobbiamo difendere i simboli del suo ricordo, le vie e le piazze a lui intitolate.
Le squadre fasciste uccisero uomini come Don Minzoni. Manganellarono fino a provocarne successivamente la morte uomini come Giovanni Amendola e Piero Gobetti. Cercarono - senza riuscirci - di impedire al cervello di Antonio Gramsci di funzionare. Il Tribunale speciale comminò condanne durissime agli antifascisti, tra cui i più numerosi erano i militanti comunisti. Ma l'assassinio freddamente pianificato e perpetrato venne usato dal regime particolarmente in due casi: l'assassinio di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) e quello dei fratelli Carlo e Nello Rosselli (9 giugno 1937).
Segnale chiaro che proprio l'antifascismo democratico e antitotalitario era il più temuto dai fascisti stessi. Matteotti e Rosselli non sono accomunati solo dalla vicinanza di anniversari ma per l'attualità del messaggio che il socialismo democratico e liberale ci tramanda.
(questa mattina il presidente della Camera, Pierferdinando Casini, renderà omaggio, a Roma, alla memoria di Giacomo Matteotti, ucciso a Roma il 10 giugno del 1924. Alle 10,30 Casini deporrà una corona sul lungotevere Arnaldo da Brescia, davanti alla stele dedicata al parlamentare socialista. Sulla vicenda pubblichiamo un intervento dell’onorevole Valdo Spini, deputato dei Ds.)
Corriere della Sera
10 giugno 2002