IN BIBLIOTECA - "Il delitto Matteotti", di Mauro Canali: quando il deputato socialista si accinse a rivelare truffe e affarismi del partito fascista…

IL DUCE ORDINÒ' AI SUOI KILLERS:
"FATELO TACERE"

 

di FRANCO GIANOLA 

Casa Italia nei primissimi anni Venti. Ai piani alti corsari della finanza, capitani d'industria, faccendieri di grande e piccolo cabotaggio, lestofanti di varia estrazione, "pescicani" arricchiti con le forniture militari a fattura gonfiata o con il mercato nero, trafficanti di favori. Ai piani di sotto un popolo povero, ancora vestito di nero per i suoi seicentomila morti inghiottiti dall'Apocalisse della Prima guerra mondiale, alle prese con la disoccupazione o la sotto-occupazione, con la battaglia quotidiana per un piatto di cibo. Al potere il fascismo, una dittatura ancora nascosta sotto la redingote e il cilindro di Benito Mussolini, l'uomo che fra poco sarà il "duce della rivoluzione": un fascismo affamato di finanziamenti per la propria organizzazione e per i leaders che sono arrivati ai "palazzi" con le toppe ai pantaloni ma con un patologico bisogno di rivalsa e onnipotenza. Questo lo scenario che fa da sfondo alle pagine del libro "Il delitto Matteotti", scritto dallo storico Mauro Canali (Editrice "il Mulino" - Bologna 1997). Dal 10 giugno 1924, data dell'assassinio del deputato socialista, la bibliografia su questo cinico e premeditato delitto politico si è arricchita sempre più, accumulando materiale alle volte romanzato o basato su supposizioni, prove indiziarie, ricostruzioni di parte viziate dalle ideologie degli autori.

Salvo qualche eccezione, la strada della ricerca scientifica, della rigorosa indagine condotta negli archivi storici non è stata molto frequentata anche a causa, in tempi passati, dell'irreperibilità dei documenti decisivi. Il lavoro di Canali chiude questo "buco nero" e mette a disposizione degli specialisti e degli appassionati di storia uno studio di eccezionale ampiezza e documentazione. Diciamo subito che la ricerca stabilisce indiscutibilmente una verità, almeno per ora: non c'è la prova provata che il "pericoloso" Matteotti, il quale si preparava a rivelare uno scandalo che avrebbe fatto saltare all'aria il duce, tutti i suoi ras e i suoi "colletti neri", sia stato fatto trucidare su ordine diretto di Mussolini. Tuttavia il metodo investigativo di Canali, basato sull'analisi incrociata di una miriade di fatti più o meno clamorosi, di una lunga serie di elementi interdipendenti, innesca la reazione a catena di un procedimento logico, indiscutibile come una formula matematica, alla conclusione del quale è impossibile sottrarsi: fu Mussolini che diede ordine alla Ceka (la sua polizia politica personale, un gruppo di killers da lui organizzato per "mettere a posto" chi tentava di fermare la marcia verso la dittatura) di chiudere per sempre la bocca di Giacomo Matteotti.

Il deputato socialista venne rapito il 10 giugno 1924 nelle vicinanze di casa mentre, percorrendo il Lungotevere, stava andando verso il Parlamento. Dopo averlo picchiato mortalmente gli uomini del commando della Ceka lo caricarono in macchina e partirono a tutta velocità verso la periferia di Roma. Circa due mesi dopo il cadavere venne trovato, malamente sepolto, in un'area seminascosta da una fitta boscaglia. Nessuna traccia, accanto ai resti, della borsa piena di documenti che Matteotti aveva con sé al momento del sequestro. In quella borsa c'era la batteria di prove che avrebbe dovuto disgregare il sistema fascista, un sistema ancora gracile che si reggeva sui fragili pilastri degli imbonimenti mussoliniani. C'erano le prove che il regime fascista stava in piedi anche e soprattutto con l'aiuto della corruzione, che i suoi uomini si arricchivano truffando lo Stato, incassando jugulatorie tangenti. Il Pnf, il partito nazionale fascista, esigeva parte dei proventi ("succhiati" ai big della finanza e dell'industria che in cambio ricevevano favori e appalti), per finanziare le federazioni che stavano sorgendo in tutta Italia, i quotidiani fiancheggiatori, e, ultime ma vicinissime al cuore del duce, le clientele di fedelissimi che avevano ben meritato prima, durante e dopo la marcia su Roma e tuttora meritavano per ragioni che erano ai limiti o fuori della legalità. Tipico esempio la Ceka, un manipolo di criminali superpagati. Gli scandali ad alto potenziale distruttivo che minacciavano il regime erano soprattutto due: la sistematica truffa ai danni dello Stato rappresentata dal traffico dei residuati bellici e l'operazione Sinclair Oil con la quale Mussolini tentò di dare in concessione esclusiva i diritti per la ricerca petrolifera in Italia al gigante Usa Standard Oil. Il che, come appare ovvio, rappresentava un danno incalcolabile per il nostro Paese. Brevemente vediamo i particolari di queste due vicende, una delle tante, dell'affarismo e della corruzione fascista. Quello dei residuati bellici era un business enorme: dopo la fine della guerra nei magazzini militari si erano accumulati ingenti quantità di armamenti, vestiario, scorte alimentari che lo Stato vendeva in stock ai privati a prezzi di "saldo". Sistema incriticabile se non fosse che molti dei blocchi più importanti venivano assegnati a prezzi irrisori, ulteriormente e benevolmente tagliati, a fascisti di provata fede che agivano o come teste di turco del regime o per sé. Un esempio per tutti, l'affare Amerigo Dumini, braccio destro di Cesare Rossi, capo ufficio stampa della Presidenza del consiglio e fidatissimo complice e collaboratore di Mussolini. Dumini, che poi diventerà il capo della Ceka e parteciperà all'assassinio di Matteotti, aveva messo in piedi un inghippo che gli aveva permesso di acquistare, per rivenderla alla Jugoslavia, una partita di alcune centinaia di migliaia di fucili, proiettili ed altre armi, avuti in assegnazione dalla Direzione d'artiglieria. Come aveva potuto un piccolo squadrista con quattro soldi in tasca comprare uno stock di armi che stava a malapena nella stiva di una nave da trasporto? Semplice. Era stato finanziato da Alessandro Rossini, amministratore delegato della Banca adriatica di Trieste. "Dal contratto veniamo a conoscere - scrive Mauro Canali - che si trattava del solito sistema a trucco. Dumini si accaparrava il contratto che poi cedeva a Rossini e costui si impegnava a versare a Dumini la cospicua somma di un milione e mezzo (per quei tempi cifra astronomica, n.d.r.). L'affare appariva abbastanza grosso per credere che Dumini stesse lavorando in proprio. Stabilire tuttavia per chi Dumini stesse agendo non è impresa facile anche se tutti gli indizi conducono agli alti livelli del regime fascista".

Ancora più grave e indicativo il caso della Standard Oil, il trust che puntava, nascondendosi dietro la controllata Sinclair Oil, alla conquista totale del mercato italiano nel periodo in cui, nel Paese, la necessità di benzina e di derivati del petrolio diventava sempre più pressante. Come aveva fatto negli Usa, finanziando nel 1920 la campagna presidenziale dei repubblicani in cambio di previlegi specifici per la compagnia, la S.O. puntò alla conquista dell'esclusiva italiana a suon di "percentuali" passate sottobanco ai big della nomenklatura fascista. In un primo momento l'operazione riuscì, grazie alla decisissima e imperativa azione di Mussolini. Che per non avere ostacoli spazzò via dal dicastero dell'Agricoltura il ministro De' Capitani e Arnaldo Petretti, capo della direzione generale per i combustibili, entrambi forti sostenitori della costituzione di un Ente petrolifero nazionale che avrebbe permesso all'Italia si sottrarsi alla dipendenza del monopolio Standard Oil-Sinclair. Anche nello specifico caso, considerata la dura offensiva scatenata dal capo del governo contro i due "avversari", appariva chiaro il motivo dell'interesse di Mussolini. In questo quadro l'intervento di Matteotti in Parlamento, annunciato proprio per il 10 giugno 1924, alla riapertura della Camera, rappresentava una carica di dinamite con la miccia già accesa. Quella miccia andava spenta prima dell'esplosione. E i killers di Dumini entrarono in azione. 

 

Ringraziamo per l'articolo  FRANCO GIANOLA, 
direttore di STORIA IN NETWORK


 
Un plebiscito nazionale a favore della politica del governo fascista: questo il chiaro obiettivo che Benito Mussolini avrebbe perseguito con la consultazione elettorale del 6 aprile 1924. Nonostante Mussolini avesse tutto l'interesse a che la campagna elettorale si svolgesse nella maniera più calma possibile, essa sarebbe stata in realtà contrassegnata da violenze non soltanto contro i fascisti dissidenti, ma anche contro vari oppositori. I risultati delle elezioni avrebbero fruttato al "listone" fascista 374 deputati su un totale di 535. Il successo elettorale, se aveva fornito a Mussolini una sua maggioranza, gli aveva anche consentito di compiere una grande operazione trasformistica di tipo giolittiano sul centro-destra, approfittando del progressivo svuotamento e delle contraddizioni interne delle forze liberaldemocratiche, demosociali e popolari. Ad agitare ancora di più la situazione politica subito dopo le elezioni, vi fu il rapimento dei deputato socialista Giacomo Matteotti, avvenuto il 10 giugno 1924. L'impressione destata prima dalla scomparsa e poi dalla morte di Matteotti, fu vivissima a livello politico e di opinione pubblica e il sospetto che Mussolini vi fosse in qualche modo implicato sarebbe stato pressoché generale. La "secessione dell'Aventino", con l'abbandono da parte dei deputati delle opposizioni della Camera, per certi versi risultò utile a Mussolini, che poté di fatto affrontare la crisi montante senza almeno doversi guardare da possibili intralci parlamentari. Spinto da un lato dalle ali più intransigenti del movimento fascista e dall'altro lato da varie forze liberali che gli chiedevano la "normalizzazione", Mussolini il 3 gennaio 1925 tenne un discorso alla Camera, breve ma durissimo. Era l'atto di nascita della dittatura, l'affossamento insieme delle velleità della "rivoluzione fascista" e delle forze politiche di opposizione.

di Renzo De Felice


Un politico, oltre il mito del Martire 


Esce il sesto volume delle Opere. Nel disinteresse della sinistra italiana e della sua cultura 

GIANPASQUALE SANTOMASSIMO

La pubblicazione delle Opere di Giacomo Matteotti, curata da Stefano Caretti e patrocinata dalla Fondazione Turati, è giunta ormai al sesto volume (Velia Titta Matteotti, Lettere a Giacomo, a cura di Stefano Caretti, prefazione di Sebastiano Timpanaro, Nistri-Lischi Editori, Pisa, pp. 324, L. . 40.000). Nel quasi totale disinteresse della sinistra italiana e della sua cultura. Abituata a riscoprire e rivalutare il superfluo, quest'ultima sembra aver smarrito ogni interesse per ciò che è essenziale e irrinunciabile. E anche la curiosità per i suoi stessi simboli più diffusi. Eppure non si sta parlando di un "bolscevico", ma di un socialista riformista, fondatore in questo paese di quel socialismo democratico a cui gran parte della sinistra dichiara di richiamarsi. La verità è che Matteotti, come vedremo, può restare simbolo inoffensivo e politicamente corretto solo a patto di ignorare o edulcorare il suo pensiero. Non che il nome di Matteotti sia ignoto agli italiani: ma finisce per essere una via, una piazza, "il Martire" per antonomasia, un simbolo morale di cui pare sia sconveniente approfondire i contenuti politici. La stessa dimensione del martire, beninteso, non è priva di implicazioni rilevanti. Come ha mostrato il volume dedicato al mito uscito nel 1994, in cui Caretti ha raccolto anche le forme di "devozione popolare" suscitate dall'assassinio: omaggi, scritte anonime, poesie, epigrafi, visioni, "elaborazioni cristologiche". Ma è una dimensione divenuta nel tempo esclusiva e che ha sacrificato lo spessore politico e la portata storica dell'opera di Matteotti. In realtà non si diventava martiri per caso in quel tempo, e il fascismo sapeva scegliere bene le sue vittime.

Dai volumi finora pubblicati - Scritti sul fascismo (1983); Lettere a Velia (1985); Sulla scuola (1990); Sul riformismo (1992); Matteotti. Il mito (1994) - emerge il profilo di un politico coerente e lungimirante, dal percorso ricco di sorprese e di smentite per chi si accontenta di ragionare attorno a formule e slogan. In un ciclo politico e culturale della sinistra che conosce una straordinaria fortuna verbale del riformismo e in cui tutti si dichiarano riformisti, è significativo il disinteresse per una delle pochissime esperienze di un riformismo con la spina dorsale,anticapitalista e antimperialista, che questo paese abbia conosciuto. L'opposizione alla guerra imperialista è intransigente in Matteotti già al tempo della guerra di Libia. Quando matura l'intervento nella prima guerra mondiale è favorevole all'insurrezione popolare contro la guerra e giudica timida e compromissoria la formula ufficiale socialista del "non aderire né sabotare". Entra in contrapposizione frontale a tutto il mondo dei futuri socialisti liberali, entusiasti per la "guerra democratica". Viene confinato in Sicilia nel 1916 dalle autorità, il più lontano possibile dal fronte, per impedirgli di "minare" lo sforzo bellico. Di qui si oppone a quelli che gli appaiono cedimenti del suo partito in direzione di una "solidarietà nazionale" dopo Caporetto. Nel breve periodo della sua attività politica (quattordici anni in tutto) Matteotti è legato a una visione "gradualista" del processo di costruzione del socialismo, che diffida delle scorciatoie demagogiche e del verbalismo rivoluzionario, ma che non per questo è arrendevole o conciliante. "Riformista perché rivoluzionario", come amava definirsi, non concede nessuna apertura di credito alla classe dirigente, che pone costantemente sotto accusa nella sua attività quotidiana di organizzatore e di polemista. Di fatto, nella situazione italiana del primo dopoguerra, Matteotti denuncia proprio il venir meno di uno dei presupposti di fondo del riformismo classico, cioè l'esistenza di una borghesia disposta a "rispettare le regole del gioco". Il fatto che essa "per difendere il suo privilegio esce dalla legalità e si arma contro il proletariato" distrugge alla radice l'idea stessa di democrazia, che viene percepita come "vuoto inganno" dalle classi lavoratrici.

Matteotti è del tutto immune dal fascino della Rivoluzione russa, e la sua condanna non è basata sulla invocazione di princìpi astratti e dottrinari ma sulla constatazione concreta e realistica della impossibilità di costruire il socialismo "senza l'autonomia e l'autogoverno delle classi lavoratrici". L'episodio del gennaio '21 ha un carattere quasi simbolico, e di amara sottolineatura di un paradosso e di un limite che sta sullo sfondo dei dibattiti della sinistra. Partecipa a Livorno al congresso di fondazione del partito comunista, dove dovrebbe parlare in rappresentanza della corrente riformista, ma preferisce abbandonare subito i lavori, non appena giunge notizia dei sanguinosi incidenti di Ferrara e dell'assalto delle squadre di Balbo alle organizzazioni operaie. Una scorta armata fornita dai comunisti lo aiuta a raggiungere incolume Ferrara e a tentare di organizzare una resistenza popolare. E' una scelta di priorità che solo Matteotti sembra percepire con chiarezza in quei mesi. Di fronte al fascismo è il primo politico che comprende la sua novità e la sua torbida complessità, la sua essenza di reazione moderna, e anche la possibilità di contagio in tutta Europa che l'esperienza italiana dischiude. Non l'estremo sussulto di un capitalismo destinato a spegnersi. Non un governo borghese che vale l'altro, come scrivono quasi tutti i comunisti e i socialisti al tempo della marcia su Roma. Non una breve parentesi destinata a richiudersi in maniera indolore. E' un nemico nuovo e pericoloso che va contrastato e sconfitto in termini unitari e, anche, energici. Nei termini di lotta armata che la situazione richiede. Nell'ultima lettera a Turati, poco prima dell'assassinio, sosteneva la necessità di "prendere, rispetto alla dittatura fascista, un atteggiamento diverso da quello tenuto fin qui... Lo stesso codice riconosce la legittima difesa. Nessuno può lusingarsi che il fascismo dominante deponga le armi e restituisca spontaneamente all'Italia un regime di legalità e libertà...". La raffigurazione, ancor oggi predominante, di Matteotti nelle forme di un profeta disarmato e che predica la non violenza di fronte alle squadre fasciste prende corpo solo nei meccanismi di costruzione del mito postumo del martire. Matteotti paga con la vita la sua denuncia delle violenze e delle illegalità che hanno assicurato la vittoria del fascismo nelle elezioni del 1924. Il suo assassinio interrompe un percorso di cui nessuno può ipotizzare compiutamente gli esiti e priva l'antifascismo del suo leader naturale.

Anche da questo carteggio emerge quella immagine di civiltà, pulizia e onestà di sentimenti che spesso colpisce nei carteggi familiari dell'antifascismo. Nel caso di Matteotti è anche parte integrante, risvolto privato di una costruzione paziente e tenace, dal basso, di una alternativa di società e, al tempo stesso, di una società alternativa che avverte come la vera essenza del riformismo italiano. "Pare che tutti abbiano piacere della sconfitta in pieno del socialismo -scriveva Matteotti alla moglie nell'estate del 1922 -; eppure non ne rimangono sconfitti i difetti, ma la civiltà medesima". I conformisti che vogliono convincerci ad ogni costo che il fascismo era un regime normale, sotto il quale non si stava poi tanto male, che alla fine veniva accettato da tutti, dimenticano - o ignorano del tutto - quale cammino democratico il fascismo aveva interrotto con la violenza, quanti pensieri aveva impedito di pensare, a quante alternative di maturare.

Il Manifesto 
18 Luglio 2000


Ricordare Matteotti è ancora attuale

di Valdo Spini

Recenti battaglie toponomastiche hanno messo in luce la necessità di ricordare agli smemorati, veri o di comodo, la figura di Giacomo Matteotti, deputato socialista rapito e ucciso da una squadraccia fascista il 10 giugno 1924. Giacomo Matteotti, certo è un personaggio scomodo perché testimonia di come il fascismo sia andato al potere con la violenza e la sopraffazione e non per una supposta indifferenza dell'Italia di quel periodo. Giacomo Matteotti è anche l'emblema della validità della funzione parlamentare. La sua denuncia in aula delle violenze e dei brogli che avevano caratterizzato le elezioni del 1924 costituisce un esempio da manuale di esercizio nobile e altissimo del mandato parlamentare. 
Se poi anche fosse vero, come pensano alcuni storici, che nella sua uccisione abbia contato anche la volontà di prevenire la sua denuncia di una Tangentopoli dell'epoca, il cosiddetto affare Sinclair che avrebbe potuto coinvolgere anche la Corona, il carattere esemplare della sua azione parlamentare non cambia. 
Ma Giacomo Matteotti è anche il simbolo del riscatto socialista. Il partito socialista era stato alle elezioni del 1919 il primo partito italiano, aveva cioè ottenuto quella che potremmo chiamare una maggioranza relativa ma aveva potuto offrire alla difesa della libertà e della democrazia solo lo spettacolo delle sue divisioni e della sua incapacità di fare una politica realistica nel periodo del mito dell'ottobre sovietico. Il coraggio e la morte di Giacomo Matteotti che era segretario del Psu, il partito che organizzava lo spezzone riformista turatiano del movimento socialista stesso ne rappresentò l'espiazione e al tempo stesso il riscatto. 
La biografia personale di Giacomo Matteotti è quanto mai affascinante. Coerente avversario della guerra, ma al tempo stesso socialista riformista serio e concreto impegnato nelle cooperative, negli enti locali, nella difesa delle camere del lavoro, egli rappresentava per la sua gioventù una grande speranza per il movimento socialista italiano. 
Un episodio lo descrive molto bene. Durante il congresso di Livorno, quello della scissione comunista del 1921, Matteotti, avuta notizia che la Camera del Lavoro di Ferrara era assaltata dalle squadre fasciste, abbandona il congresso stesso per recarsi a portare lì la propria solidarietà. Del resto, ancor prima del suo rapimento e della sua uccisione era già stato nel Polesine sequestrato e seviziato dalle squadre fasciste, che, evidentemente, non lo avevano affatto scoraggiato o intimorito. L'Italia repubblicana, costituita proprio su quel patrimonio di lotte e di sacrifici di cui Matteotti è una delle espressioni, non può dimenticarlo; né si può parlare di problemi tecnici o di mera opportunità quando si toglie il suo nome ad una via o ad una piazza. 
Oggi che ricorre il 78° anniversario della sua uccisione lo dobbiamo ricordare alto e forte e, se è permesso, tanto più alto e forte perché è al governo una maggioranza di centro destra. Perché ricordarlo sta a significare che l'alternanza di governo non deve modificare i grandi valori che presiedono alla Repubblica e alla Costituzione. Per questo dobbiamo difendere i simboli del suo ricordo, le vie e le piazze a lui intitolate. 
Le squadre fasciste uccisero uomini come Don Minzoni. Manganellarono fino a provocarne successivamente la morte uomini come Giovanni Amendola e Piero Gobetti. Cercarono - senza riuscirci - di impedire al cervello di Antonio Gramsci di funzionare. Il Tribunale speciale comminò condanne durissime agli antifascisti, tra cui i più numerosi erano i militanti comunisti. Ma l'assassinio freddamente pianificato e perpetrato venne usato dal regime particolarmente in due casi: l'assassinio di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) e quello dei fratelli Carlo e Nello Rosselli (9 giugno 1937). 
Segnale chiaro che proprio l'antifascismo democratico e antitotalitario era il più temuto dai fascisti stessi. Matteotti e Rosselli non sono accomunati solo dalla vicinanza di anniversari ma per l'attualità del messaggio che il socialismo democratico e liberale ci tramanda.

(questa mattina il presidente della Camera, Pierferdinando Casini, renderà omaggio, a Roma, alla memoria di Giacomo Matteotti, ucciso a Roma il 10 giugno del 1924. Alle 10,30 Casini deporrà una corona sul lungotevere Arnaldo da Brescia, davanti alla stele dedicata al parlamentare socialista. Sulla vicenda pubblichiamo un intervento dell’onorevole Valdo Spini, deputato dei Ds.)

Corriere della Sera
10 giugno 2002 


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