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Cina, l'impero che produce di tutto

 

Sull'Islam Imperi Eco: la fine del pianeta Terra L'ultimo erede di Gengis Khan

Dei cannibali :sul relativismo culturale

Rodinson: fascino e paura dell'Oriente Cercando la vita su altri mondi Solferino Eco: scrivo dal medioevo da Carlomagno il romanzo della lira
Una rivoluzione chiamata medioevo Carlo, padre dell'Europa Il regno longobardo del sud Gilgamesh, suicidio al tempo dei Sumeri Canfora: cristiani che incendiarono Roma?
La città di Troia L'antenato comune Una cometa contro l'impero Se le crociate..... Stonehenge

MISERIA E NOSTALGIE SOVIETICHE NELLA TERRA DI GENGIS KHAN CHE TEME DI ESSERE ASSORBITA DALLA CINA 

di Jas Gawronski
inviato a ULAN BATOR

S'ALZA lentamente dalla sua poltrona da premier, Natserengiin Enkabjar, e mi parla con un filo di voce, questo piccolo uomo tondo a capo di una nazione che nessuno sente più nominare e che elemosina un rapporto con l'Europa, eppure è l'ultimo erede del grande Gengis Khan che ha fatto tremare il mondo, che ha conquistato l'impero più grande che la storia abbia mai visto. Benvenuti fra i Mongoli, potevano far sparire il mondo sotto di loro e invece sono loro che rischiano di sparire. Ridotti a 2 milioni e mezzo di abitanti, in una terra 4 volte l'Italia, sperduti: meno di due abitanti in un chilometro quadrato. Con un reddito nazionale di un miliardo di dollari, un ventesimo dei debiti della Telecom Italia. Sono un po' tutti dei «Dersu Uzala, piccolo uomo delle grandi pianure», il rassegnato ex guerriero mongolo che non capisce più cosa ci sta a fare nel mondo d'oggi, nel film di Akira Kurosawa. Desolati come lui, sono gli ultimi sopravvissuti delle tribù mongole che imperversavano (han fatto 10 milioni di morti) dall'Estremo oriente asiatico, dalla Corea al Mar Caspio, da Pechino alle porte di Vienna al centro dell'Europa, 900 anni fa. Sopravvissuti a pestilenze e carestie, soprattutto alla dominazione cinese che ha cancellato sanguinosamente l'impero mongolo, finita poi nel 1925 quando sono arrivati i sovietici. Eppure, se ancora gonfiano il petto per Gengis Khan, «principe dell'oceano» - di cui con grandi complessi monumentali si celebrano gli 840 anni dalla nascita in questi giorni - i mongoli hanno nostalgia dei sovietici (anche se si sono subito ripresi i cognomi della tradizione, cancellati da Stalin). Russi meglio dei cinesi di cui hanno ancora paura, temono che li facciano sparire, nella Mongolia Interna cinese c'erano 3 milioni di mongoli, Mao ha deportato nella regione 20 milioni di cinesi ed ora nessuno sa più di che razza è. Basterebbe una emigrazione infinitesimale dalla Cina, insignificante per il suo miliardo di abitanti, per annullare etnicamente e politicamente la Mongolia. Il potere della demografia gioca contro la Mongolia, ormai. Poi i mercanti cinesi fanno valere (illegalmente) un altro potere, quello del cash con cui comprano a quasi nulla la lana Kashmir negli altopiani mongoli approfittando del bisogno dei pastori. Invece i sovietici con la loro idea di pianificare tutto avevano rassicurato i mongoli dalle millenarie paure che circolano nelle grandi, infide tundre: «Volevano dare la pensione anche ai cammellieri nomadi» dice Jamsrangiin Byambadors vicepresidente del parlamento mongolo. Poi li avevano indottrinati di marxismo leninismo, ma per questo avevano dovuto alfabetizzarli tutti, meglio di adesso. Anche se Tserenhuu Sharavdorj, presidente della commissione per i diritti dell'uomo ipotizza che proprio fra quelli educati in Urss si nasconda l'anticomunismo: «Si sentono offesi - dice, senza nessuno humour - a Mosca venivano trattati da mongoli». Un anticomunismo che si arrende di fronte ai dati dell'economia, i mongoli stavano meglio fin che c'era l'Urss. Senza i sussidi sovietici, il reddito nazionale è calato di botto del 20%, nel '2000 il 35% della popolazione era al di sotto della soglia di povertà dei 17 dollari al mese. Altroché pensioni ai nomadi, negli ultimi 3 anni le infide tundre, con inverni gelidi pieni di Zud (tempeste) e poi estati secche peggio della Sicilia, hanno ammazzato 3 milioni di capi di bestiame e i redditi arrivano per il 35% proprio da agricoltura e allevamenti. Dunque gloria postuma ai Soviet, tanto è che, anche qui, il partito al potere è l'ex partito comunista, con un nome che sarebbe piaciuto a Woody Allen: Mongolian People's Revolutionary Party (Mprp). Una chance era stata data anche, nel `96, al centro-destra, che aveva vinto le elezioni ma non riusciva a governare, ha cambiato 4 governi in 4 anni e si è preso infamanti accuse di corruzione. Che in realtà è malattia trasmessa dal sistema sovietico, dilaga ancor di più quando cosa sia legale e cosa no non è chiaro, come in quasi tutte le repubbliche ex Urss. Dove spesso la corruzione porta grandi ricchezze ai pochi, alle mafie di Stato o dell'imprenditoria selvaggia in cambio della povertà dei molti «fuori dal giro». Invece in Mongolia la diffusa corruzione sembra fra poveri, sembra un infinito provare a ingannare l'altro per sopravvivere. Un polverone di corruzione e un tanfo d'alcol s'alza da tutte le macerie dell'impero sovietico (il consumo di vodka nelle città mongole è di 32 litri a testa l'anno). Contro la corruzione dice di essere Enkabjar, il primo ministro dal soffio di voce, infagottato nei suoi abiti da erede minimo dell'esagerato passato mongolo. Prova anche a indossare la maglietta dell'ex comunista ma modernizzatore, ama essere chiamato il «Tony Blair delle steppe», anche se poi quando l'interprete sbaglia durante il nostro colloquio ha gesti di stizza alla Stalin e lo ripudia mettendosi a parlare un ottimo inglese, il traduttore serviva solo a ostentare, all'orientale, il potere, sempre un po' da satrapo. O forse anche a guadagnar tempo per le risposte. Comunque, stalinista mascherato o riformatore sincero, vorrebbe rendere meno corruttibile l'amministrazione anche aumentando gli stipendi di doganieri e giudici (ora prendono 60 euro), e poi vorrebbe privatizzare, come progettava il centro-destra. Ma si scontra con chi stalinista si dichiara, e cioè il presidente del paese Natsagiin Bagabandi, che ha dietro tutta la vecchia guardia che finora ha dettato le regole dei giochi talvolta non puliti. Anche se ovviamente nega che ci sia un controllo politico della giustizia a favorire la corruzione. Dice Tserenhuu Sharavdorj, presidente della commissione per i diritti dell'uomo: «I giudici sono nominati a vita dal presidente ma sono totalmente indipendenti dal potere esecutivo». E' possibile che lo scontro porti alla spaccatura del partito. Ma intanto gli avversari di centro-destra sono messi peggio, ridotti a quasi nulla in parlamento, perché qui il sistema è fortemente maggioritario, con il 50,2% dei voti gli ex comunisti han preso 72 parlamentari su 76. Janlavin Narantsatszalt, uno dei rappresentanti dell'opposizione, mi confessa: «Non si può fare lotta seria, si renda conto, questo è un paese abituato al partito unico, cerchiamo almeno di salvare le privatizzazione, loro han distrutto l'autonomia delle province che noi avevamo creato e pensano a riperpetuarsi al potere più che al paese». Ma i mongoli non sono mai stati granché portati alla politica, loro sono più natura che cultura. Anche se hanno l'enormità di 525 giornali politici relativamente liberi, il rapporto vero del mongolo non è con lo Stato, ma con la terra, con le pianure di un irresistibile verde-Engadina, con le magiche quattro montagne che assediano la moderna capitale Ulan Bator (Eroe Rosso, tanto per non dimenticare l'Urss) e che sono protette dal 1774, ovvero sono il più antico parco naturale del mondo. L'anima mongola continua a correre selvaggia, come Gengis Khan, al richiamo delle infinite steppe che ingoiano il loro piccolo Stato, il loro piccolo presente. Corre selvaggiamente come uno dei simboli nazionali, il cavallo di razza mongola che non a caso si chiama Takhi: spirito, figlio dei grandi altopiani di cui prende i colori, cambiando le tinte del pelo a seconda delle stagioni. Anche se i cavalli mongoli in realtà sono sopravvissuti grazie all'Europa. Li scoprì nel secolo scorso un colonnello polacco Przewalski che li fece acquistare dagli zoo europei (dove si chiamano cavalli Przewalski) e poi furono gli zoo a ripopolare la Mongolia dei suoi cavalli perché lì, per uno dei tanti scherzi dello strapotere della natura, si erano estinti. Strapotere che i mongoli vivono con timorata sacralità, fanno tutto quel che possono per accontentare l'ecosistema, vero dominus della nazione (quasi inevitabile in un posto che ti atterrisce col freddo a -45° d'inverno e ti rinsecchisce d'estate con +45°). Un popolo felicemente e fatalmente in balia di una natura che fa sopravvivere solo i giovani: due terzi della popolazione ha meno di 25 anni (per giunta la mortalità infantile è del 54%). Chissà se è questo rispetto-soggezione della natura a far sì che i mongoli non sfruttino quasi per nulla le grandi risorse minerarie offerte dalle pance delle loro montagne. Di certo montagne, altipiani e steppe parlano attraverso la politica internazionale della Mongolia. Che chiede, non potendo ottenere di più, collaborazioni e partnerariati per la protezione ambientale. «Siamo molto soddisfatti - dice il ministro degli esteri Luvsangiyn Erdenechulunn - della collaborazione con la Nato sull'ambiente, vorremmo averla anche con l'Europa, il Giappone già ci paga il 50% delle spese per conservare l'ambiente». L'accettazione totale della natura, spiega il ministro, arriva anche dalla religione buddhista, quella che li fa anche distaccare dalle altre repubbliche ex sovietiche centroasiatiche che sono musulmane. «Molto più interessante il rapporto con l'Europa e con l'Italia dove vorremmo aprire una ambasciata. E' l'unico paese dei G8 a non ospitarla ancora». 


La Stampa 
19/8/2002


Dei cannibali :sul relativismo culturale

"Ognuno chiama barbarie quello che non è nei nostri costumi; come veramente sembra che noi non abbiamo altra pietra di paragone della verità e della ragione, che l'esempio e l'idea delle opinioni e delle usanze del paese in cui siamo. Ivi si trova sempre la religione perfetta, l'uso perfetto e rifinito di ogni cosa (...) Tre di loro, non sapendo quanto sarebbe costata un giorno alla loro tranquillità e alla loro felicità la conoscenza delle corruzioni di qua, e che da quel commercio sarebbe nata la loro rovina, che del resto io suppongo che sia già avanti, assai dolenti di essersi lasciati ingannare dal desiderio della novità e avere abbandonato la dolcezza del loro cielo per venire a vedere il nostro, furono a Rouen al tempo in cui ci stava il fu re Carlo IX. Il Re parlò loro a lungo: fu mostrato loro il nostro modo di vivere, la nostra magnificenza, l'aspetto di una bella città. Dopo di ciò qualcuno domandò il loro parere e volle sapere da essi che cosa avevano trovato da ammirare di più: essi risposero tre cose, di cui ho dimenticato la terza e ne sono molto dolente; ma ne ho ancora nella memoria due. Dissero che trovavano in primo luogo molto strano che tanti uomini grandi, con la barba, forti e armati, che si trovavano attorno al Re (è verosimile che alludessero agli Svizzeri della guardia) si assoggettassero ad obbedire ad un fanciullo, e non se ne scegliesse piuttosto, per comandare, qualcuno di essi; in secondo luogo che essi si erano accorti che c'erano fra noi uomini pieni fino alla gola di ogni sorta di comodità, e che le loro metà erano a mendicare alle loro porte, smagriti dalla fame e dalla povertà; e trovavano strano che queste metà così bisognose potessero sopportare tele ingiustizia, e non prendessero gli altri alla gola o mettessero fuoco alle loro case. Parlai con uno di essi a lungo; ma avevo un interprete che mi seguiva così male e si trovava così impacciato per la sua ignoranza a comprendere le mie idee, che non potei trarre alcun piacere da quella conversazione. Domandai a quello che risultato aveva dalla superiorità che possedeva fra i suoi (poiché era un Capitano, e i nostri marinai lo chiamavano Re); ed egli mi disse che era di marciare avanti a tutti in guerra; da quanti uomini era seguito, ed egli mi mostrò uno spazio per significare che erano tanti quanti potevano stare in quello spazio, e potevano essere quattro o cinquemila uomini; se, fuori dalla guerra, tutta la sua autorità era finita, ed egli disse che gli restava questa, che quando visitava i villaggi che dipendevano da lui gli si preparavano sentieri attraverso i cespugli dei boschi, per i quali potesse passare molto comodamente. Tutto ciò non va male; ma essi non portano calzoni fino al ginocchio"


Giovanni Scirocco
30.9.2001

Michel de Montaigne, Dei cannibali, in Saggi, vol. I, 1580


UNIVERSO Cercando Dio oltre il Big Bang

Il direttore dell’osservatorio pontificio crede alla vita su altri mondi: «Non possiamo essere un’eccezione»


CASTEL GANDOLFO - I cieli si sono aperti. Intorno a stelle lontane gli astronomi hanno scoperto numerosi pianeti simili ai nostri che forse nascondono la vita. I telescopi hanno portato l’occhio quasi sulla soglia delle nostre origini quando l’Universo si accese 15 miliardi di anni fa con un poderoso Big Bang, mostrandoci i primi passi della creazione. Gli scienziati più avventurosi ipotizzano addirittura altri universi esistenti in spazi paralleli e in dimensioni inconcepibili alla comune immaginazione. Il cielo, insomma, è cambiato profondamente negli ultimi anni sollevando qualche domanda sul possibile, nuovo rapporto tra l’uomo e le sue idee sul mondo astrale che lo circonda. George Coyne, gesuita e astronomo, alza gli occhi dalla Specola Vaticana che ha ancora le sue cupole a Castel Gandolfo dove Pio X decise di sistemarle, portandole via dal Vaticano dove un altro Papa, Leone XIII, le aveva volute nel 1891. «Ma qui ormai possiamo solo collaudare strumenti e far lezione agli studenti - dice -. Il nostro vero osservatorio è su un’alta montagna dell’Arizona, negli Stati Uniti, dove l’aria è tersa e trasparente». 
George Coyne è americano. A dirigere la Specola lo chiamò Giovanni Paolo I, Papa Luciani, nel 1978. Tra i misteri celesti ama studiare il «cannibalismo cosmico», un violentissimo fenomeno nel quale i grandi astri divorano i più piccoli. 
Come guarda un uomo di chiesa e di scienza al nuovo universo, a un creato dove forse esistono altri esseri pensanti? 
«L’universo è la culla dell’umanità e, in noi, la passione di conoscere non è mai soddisfatta. Ma più conosciamo più riconosciamo la nostra ignoranza. Indubbiamente non c’è mai stata un’epoca in cui l’astronomia, la cognizione celeste, sia stata tanto progredita. C’è una bella storia degli indiani d’America. Quando il governo decise di costruire il primo grande osservatorio nazionale in Arizona scelse una montagna sacra agli indiani i quali, dopo lunghe trattative, furono contenti dello scopo per cui veniva utilizzata. Però gli indiani non sapevano come chiamare gli astronomi perché loro abitavano sotto il cielo, lo ammiravano ma non lo studiavano e quindi erano privi di un termine che indicasse colui che indaga. Allora inventarono una parola nella loro lingua che tradotta significa "gli uomini dagli occhi lunghi". In effetti questi strumenti non sono soltanto delle macchine ma il prolungamento della nostra curiosità di sapere. Il fatto che sia un gesuita non cambia il modo in cui faccio ricerca, ma certamente influisce sulla mia interpretazione. 
Di fronte alla possibilità di vita su altri pianeti qual è il suo pensiero e la posizione della Chiesa? 
«E’ una prospettiva che appassiona, ma bisogna andarci cauti. Per il momento non c’è alcuna evidenza scientifica della vita. Ma stiamo accumulando osservazioni che indicano tale possibilità. L’universo è tanto grande che sarebbe una follia dire che noi siamo l’eccezione. Il dibattito è aperto e complesso. Immaginiamo dunque che ci sia. Questo ci dimostrerebbe che Dio ha ripetuto altrove ciò che esiste sulla terra e nello stesso tempo toglierebbe dalla fede quel geocentrismo, quell’egoismo, se posso dire, che ancora la caratterizza. Se io incontrassi un essere intelligente di altri mondi e mi rivelasse una sua vita spirituale e mi dicesse che anche il suo popolo è stato salvato da Dio mandando il suo unico figlio, mi domanderei come è possibile che il suo "unico" figlio sia stato presente in luoghi diversi. Pensieri simili sono una grande sfida. Un’eresia dopo l’altra ha cercato di negare l’umanità di Dio nei secoli. Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo. E questo vero uomo può apparire anche su altro pianeta? Non so, non so negare ma nemmeno affermare. La possibilità di vita extraterrestre intelligente e spirituale ci presenta molte domande. La scienza per un credente, comunque, non demolisce la fede ma la sprona». 
Si deve credere anche a un’evoluzione della fede? 
«Sì. Quando da giovane seminarista studiavo, non immaginavo che oggi sarei stato qui a parlare di simili argomenti. In cinquant’anni l’umanità è arrivata a questo punto. Purtroppo la Chiesa non sempre tiene il passo, specialmente oggi». 
L’accelerazione della scienza ha messo forse a disagio i teologi che non la vedono come una sfida oppure non colgono la necessità di un’evoluzione? 
«Non so dire. Io trovo un certo ambiente ideologico nella Chiesa che sembra dire: "Sono affari tuoi, di voi scienziati". Cioè non credono che l’argomento debba essere studiato, affrontato. Non credono ai risultati scientifici e assolutamente non vogliono affrontare le discussioni che potrebbero far tremare un po’ le dottrine». 
Dopo il pronunciamento del Papa su Galileo e la sua riabilitazione agli occhi della storia cattolica, non c’è stato un cambiamento anche da parte dei teologi? 
«Su questo non devo proprio parlare. Gli studi nei seminari non offrono una formazione scientifica. Chi entra in seminario è un sacerdote che esercita un ministero e non è un uomo del mondo di oggi; lavora a metà, è un prete dimezzato». 
Le osservazioni astronomiche ci rivelano con sempre maggiore precisione ciò che accadde dopo la creazione, dopo il Big Bang da cui tutto ebbe origine. Ciò influisce sulla visione della Chiesa? 
«Si, ma bisogna andarci cauti. E’ vero che la cosmologia del Big Bang è ormai sicura come modello scientifico. Ma esso dice poco della creazione, forse niente, perché la creazione com’è intesa nella Bibbia, non risponde alla domanda sull’origine dell’universo ma al perché c’è qualcosa anziché il nulla. E questa è una risposta teologica a una domanda di fede. Invece la scienza si occupa di scoprire da dove sia venuta la materia che conosciamo. In altri termini, la Sacra Scrittura e la teologia stessa non intervengono sul modo con cui Dio ha creato l’universo. Le due domande tuttavia non sono in conflitto, non si incontrano e quando sembra che ciò accada possono nascere dei fraintendimenti molto gravi. Per questo stava sbagliando anche Pio XII. Quando uscì la teoria del Big Bang, impressionato dal risultato, egli voleva pronunciare un discorso solenne per affermare che gli scienziati stavano scoprendo ciò che la Chiesa sapeva già dalla Genesi. Allora il presidente della Pontificia Accademia andò dal Santo Padre, gli spiegò come l’ipotesi degli scienziati non avesse alcun legame con le Sacre Scritture e lo convinse a non dire nulla. Dell’argomento ho discusso anche con il famoso astronomo inglese Stephen Hawking secondo il quale l’universo non avrebbe avuto origine perché non sarebbe mai esistito un tempo zero dal quale possa aver avuto inizio. E quindi, conclude Hawking, per la nascita dell’Universo non abbiamo bisogno di Dio. In realtà, anche se la sua idea fosse giusta, non esclude affatto Dio perché Dio non è una realtà di cui abbiamo bisogno in quanto si è dato spontaneamente a noi. Ma Hawking non ha alcuna cultura filosofica e teologica. Lui è solo uno scienziato». 
Papa Giovanni Paolo II è sensibile all’astronomia? 
«Si, fin dall’inizio del papato ed è venuto anche a trovarci alla Specola. E’ soprattutto aperto al confronto tra scienza e fede. Ma oltre al caso Galileo, quando ci fu la ricorrenza della pubblicazione dei "Principia" di Newton ci domandò: "La Chiesa deve celebrare questo evento, che cosa facciamo?" Invece di affrontare una vuota celebrazione gli proponemmo una serie di conferenze sui temi scientifici che avevano attinenza con la fede. Ne fu contento e il primo incontro fu lui stesso ad aprirlo».


G. Caprara

Corriere della Sera
7 gennaio 2002 


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