Tre punti-chiave nel programma del centrosinistra
GIULIANO AMATO
«NON più un´America dei ricchi e una dei poveri, ma un´unica, sola America per tutti». Quando ho sentito l´applauso che ha accolto queste parole di John Edwards alla Convention democratica di Boston, ho detto a me stesso: ecco, loro l´hanno trovata l´idea semplice che trascina l´elettorato, evocando in pochissime parole tanti dei problemi che assillano la gente comune e promettendo con quelle stesse parole che saranno risolti. Ma poi, quando dovranno dire come li risolvono, e quindi come faranno uscire dall´Iraq i figli dei poveri o come troveranno i soldi per dare assistenza sanitaria ai tanti americani che non l´hanno, sapranno rispondere con altrettanta chiarezza? Che cosa c´è, insomma, in quella bellissima idea semplice? Null´altro che l´intuizione di un bravo spin doctor, che ha capito come far leva su sentimenti collettivi fortemente sentiti, oppure la sintesi di un progetto capace di snodarsi poi in soluzioni persuasive e concrete?
Sono domande che dobbiamo porci anche noi dell´Ulivo, spronati da tempo da tanti editorialisti, più o meno amici, a trovarla un´idea finalmente semplice e ad uscire così da un´immagine che essi vedono verbosa e confusa. Intendiamoci, chi ci dice così ha ragione per almeno due motivi. Il primo è che quando tiriamo fuori idee, semplici o non semplici che siano, non ne tiriamo mai fuori una sola (a parte quella del "basta Berlusconi"), ma almeno due o tre in contrasto fra loro e questo è ciò che ci danneggia di più. Il secondo è che, se non siamo capaci di sintetizzare in messaggi semplici le nostre proposte, allora vuol dire che queste stesse proposte sono in realtà confuse. E a quel punto, piuttosto che una sintesi confusa di proposte confuse, finisce per sembrar meglio il messaggio semplice e accattivante che poggia solo su sentimenti e attese.
Tre punti-chiave per il centrosinistra
Lo sappiamo tutti, però, che un messaggio del genere non è la soluzione. Berlusconi ci ha vinto le elezioni, costruendolo accortamente sulla voglia diffusa di ricchezza. Ma intanto non è detto che una cosa analoga funzioni con l´elettorato di centrosinistra, il quale è molto più attento alla prova del nove dei modi e dei mezzi e molto più sensibile alla specificità dei bisogni delle figure sociali che convivono al suo interno. Insomma, è pronto a farsi trascinare emotivamente, ma non a farsi incantare dalle formule (né dalle formule si farà incantare lo stesso elettorato disamorato di centrodestra, dopo l´esperienza che lo ha portato a disamorarsi). E poi c´è il dopo, c´è il governare dopo le elezioni. È qui che il centrodestra è caduto ed è qui che molti sostenitori dell´Ulivo ci chiedono (me lo hanno chiesto giorni fa i rappresentanti degli oltre seimila italiani che si sono riconosciuti nel "patto per la scuola") di lavorare su proposte concrete, di cui si percepisca la fattibilità in tempi brevi.
Le aspettative a cui rispondere sono, come si vede, diverse e la loro diversità porta da una parte verso l´idea semplice che sia anche la sintesi di proposte chiare, dall´altra verso la necessità di un lavoro collettivo e ampiamente coinvolgente che permetta di radicare davvero il programma finale nella mente e nell´anima di chi ci si dovrà riconoscere. Se su questi criteri ci si può trovare - come spero - d´accordo, non ci si illuda, però, che basta applicarli correttamente perché alla fine il risultato venga fuori, come se fosse un gratta e vinci dove il risultato è già lì e aspetta solo chi lo scopre. Non è così e non lo è per ragioni profonde, che vanno dritte ai caratteri del tempo in cui viviamo, un tempo nel quale trovare idee semplici e proposte chiare per il governo dell´Italia e del mondo è senz´altro necessario, ma è anche tutt´altro che semplice.
Quella che viviamo, infatti, è una fase di turbolento trapasso da un passato di relativa stabilità a un futuro di cui tutti percepiamo la diversità, ma non sappiamo decifrarne i connotati. Lo so che cose simili le si è dette molto spesso per nulla di più della normale evoluzione della storia. Ma ora nelle nostre società il cambiamento è davvero radicale, forse non come quando crollò l´impero romano, di sicuro però come all´alba dell´industrializzazione. Chi le chiama società del rischio, chi società dell´incertezza e chi parla di disordine mondiale al posto di quello che, a suo modo, fu a lungo un ordine mondiale. Certo si è che per decenni noi siamo cresciuti entro l´economia, le regole e le istituzioni della società industriale matura in un mondo affidato all´equilibrio bipolare fra Stati Uniti e Unione Sovietica, nel quale il benessere era per noi, mentre i poveri li si accontentava con l´indipendenza. Oggi nulla di tutto questo è più vero: l´equilibrio bipolare non c´è più e i nuovi conflitti accendono focolai ovunque, anche in casa nostra; nel mercato globale ci sono nuovi paesi che si sviluppano mettendo noi alla frusta; nuove tecnologie entrano a velocità crescente nell´economia, modificando l´organizzazione della produzione e del lavoro e rendendo incerto il domani anche a chi, con gli studi di un tempo, se lo sarebbe assicurato sino alla vecchiaia.
Sono cose che sappiamo e che ci ripetiamo spesso. Eppure non so quanto siamo consapevoli del fatto che esse, espressive come sono di una forte discontinuità, mettono in crisi i nostri paradigmi culturali e quindi le nostre chiavi di lettura (come ha detto molte volte, e mai sufficientemente ascoltato, Luciano Gallino); con il risultato che un futuro insieme diverso ed incerto noi lo leggiamo con occhiali che non ci aiutano neppure ad imboccare la direzione giusta. Sul metro della nostra esperienza, è stato giusto passare alla pensione contributiva in modo che i vecchi in futuro si paghino la pensione col rendimento dei loro contributi e non con quelli dei figli e dei nipoti. Ma la pensione che abbiamo disegnato non presuppone essa stessa quella vita continuativa di lavoro che avemmo noi in passato ma che i figli e i nipoti non avranno? E come costruiranno loro la loro pensione? E´ un esempio fra i tanti dei rischi che corriamo quando adottiamo soluzioni che rimediano a mali noti, ma che a poco servono per quelli del futuro. Stiamo allora attenti alla data delle nostre ricette, misuriamoci con l´intelligenza di questo futuro e non ci chiudiamo nel farlo alle analisi di chi, a volte più a Porto Alegre che a Davos, ha scrutato il domani del mondo. Quali nodi dovremo affrontare? Ne indico qui tre, che già c´erano nel programma della Lista Unitaria.
Il primo è quello della vivibilità del pianeta, che oltre ad un piano per la salvezza e la salubrità dell´acqua, richiede l´abbandono dei combustibili fossili per produrre energia. Queste non sono fantasie da ambientalisti fanatici. Il giorno ormai prossimo che tre miliardi di indiani e di cinesi arriveranno a un consumo di energia vicino a quello attuale di settecentocinquanta milioni di americani e di europei sarà difficile capire se il pianeta sarà distrutto prima dalle guerre per il controllo di un petrolio ormai scarso o dai guasti giganteschi nel frattempo prodotti nell´atmosfera. Su tutti gli essere umani, quale che ne sia la figura sociale e il sindacato di appartenenza, incombe questo dilemma. Ed anche l´Italia avrà la sua parte da fare.
Il secondo nodo riguarda la cura a trecentosessanta gradi che dovremo avere per quello che gli economisti chiamano "capitale umano". In un´Europa e in un´Italia che invecchiano, il capitale umano si assottiglia, ma diventa una risorsa sempre più preziosa, perché il nostro sviluppo sarà sempre più affidato alle nostre conoscenze, alle nostre competenze, alla nostra inventiva. Come far sì, allora, che nessun bambino che nasce si perda nel deserto dell´esclusione, come assicurare ad ogni giovane i gradi più alti dell´istruzione, come fare dell´istruzione la palestra della conoscenza e non la fabbrica dei diplomi di carta, come dare vita davvero alla formazione permanente, come costruire un´economia che tutto questo lo valorizzi e non finisca poi per tenerlo ai margini? Ci vorranno le risposte, qui, e non più le sole domande.
Il terzo nodo è quello del rapporto fra pace e sicurezza, fra lotta al terrorismo e lotta alle cause del terrorismo. È un terreno difficile questo per la sinistra e forse al suo interno non ci sarà mai un accordo pieno sull´uso pur limitato delle armi. Ma l´accordo potrà esserci sugli interventi per sradicare la povertà, su quelli per promuovere i diritti democratici nel mondo, su ciò che va fatto, senza ipocrisie, per uno stato palestinese e uno stato israeliano che si riconoscano a vicenda. E sarà già moltissimo.
Non è tutto, ma basta a capire ciò che dobbiamo fare: entrare nel futuro guardando al futuro e non a ciò che abbiamo alle spalle. Solo su questa strada troveremo anche un´idea che possa essere semplice senza essere effimera.
la Repubblica
3 agosto 2004
La scommessa del centrosinistra
di GIORGIO RUFFOLO
La crisi del berlusconismo porta con sé quella del cripto-berlusconismo. I cripto-berlusconiani sono di due specie. Ci sono i maitres à penser che in nome di un olimpico imparziale liberalismo, in questi anni, hanno, con stomaco di ferro, ingoiato tutti i rospi, ma proprio tutti, dell´illiberalismo berlusconiano: dal populismo euroscettico al neo protezionismo "colbertiano", dal padanismo antinazionale ad alto grado alcolico alla impudica ostentazione del conflitto d´interessi (con lo spettacolo di un premier che minaccia un leader della sua maggioranza di scatenargli addosso le sue televisioni). E tutto ciò, senza neanche un ruttino, senza un fremito che turbasse la loro gravitas; seguitando a dare tre colpi al cerchio della sinistra e un colpettino alla botte della maggioranza. Ci sono poi i "migranti", per lo più delusi della sinistra, ma apparentemente titubanti (tranne eccezioni, s´intende). Si tratta di degne persone (tranne eccezioni, s´intende) che si sono fatte sedurre da un certo vitalismo neurovegetativo, che forse compensava le troppe "corazzate Potemkin" sofferte nei cineclub della sinistra; e, più seriamente dai rancori, spesso fondati, per i torti subiti dalla burocrazia comunista.
Ora, di fronte a una crisi della maggioranza così impietosamente esibita, la reazione comune di queste due categorie di "compagni di strada occulti" è di natura terzista: se Sparta piange, Atene non ride; se Berlusconi sta messo male, anche Prodi non si sente bene; insomma, tutti e due i poli sono in crisi: ambedue sono falliti, meglio tornare al buon tempo antico.
Eh no, maestri liberali e migranti delusi, le carte di riconoscimento storiche e le performance delle due coalizioni sono ben diverse, non fosse altro che per questo: che la coalizione di centro sinistra ha impedito che il Paese si staccasse dall´Europa, salvandolo dal baratro finanziario; mentre quella di centro destra, governando in questi tre anni con incompetente leggerezza, ha fatto quanto poteva per risospingervelo.
Ciò che è vero, invece, è che il Paese, dopo tante strepitanti fanfare, si trova in una condizione di angosciosa incertezza. Sarebbe ovvio che, dopo la sbornia berlusconiana, si rivolgesse decisamente all´opposizione, non fosse altro che per il divario di qualità professionale del suo personale politico, ampiamente dimostrato dall´esito delle elezioni amministrative. Se ciò non avviene ancora se non in parte a livello politico nazionale, a che cosa è dovuto?
Giuseppe De Rita risponde: a incertezza sul "blocco storico di riferimento". Francamente, non credo che De Rita intenda resuscitare l´antica e a suo tempo significativa metafora gramsciana, in questo nostro tempo di grande frammentazione degli aggregati sociali e intensa mobilità dei loro componenti (non era proprio lui, tra i più acuti interpreti di questo fenomeno?). Assistiamo, nel campo della gravitazione sociale, a una mutazione simile a quella che si è verificata nella politica economica: lo spostamento dell´asse dalla domanda all´offerta. Detto alla buona: non è più la domanda dei blocchi sociali a disegnare la risposta politica efficace; ma è un´offerta politica efficace a configurare il disegno dei blocchi sociali.
Se questo è vero, il problema della sinistra, in Italia, non è quello di individuare il blocco storico di riferimento, concetto divenuto sfuggente: ma di individuare l´offerta politica - le riforme sociali e istituzionali, i cambiamenti - capaci di mettere insieme pezzi e pezzetti della società: di suscitare il consenso necessario per aggregare un nuovo blocco sociale e politico.
È possibile, questo, costruendo nuove combinazioni delle forze politiche in campo? Nuovi partiti? Nuove spartizioni e ripartizioni di partiti vecchi? Questo è certo un esercizio appassionante per politologi iperspecializzati. Ma temo che questa micropolitica non susciti il minimo sex appeal nella gente comune.
Ecco allora riproporsi il vecchio indiscreto fantasma del grande programma? Vade retro! Un grande zibaldone onnicomprensivo non ci serve a niente.
Si tratta di presentare al Paese una proposta forte, di poche grandi operazioni di riforma ispirate a una filosofia umanistica e moderna, dell´equità efficiente, che quelle riforme rendano credibile e mobilitante. Una strategia non dissipativa, di attacco (o di difesa) debole su tutto il fronte, ma selettiva e concentrata, che lasci grande spazio alle tattiche di adattamento del tempo e del luogo. Giuliano Amato ha già offerto un valido contributo in questo senso.
Si tratta di raccogliere attorno a questo "pacchetto di punta" il massimo di unità politica delle forze politiche progressiste e riformiste, invertendo arditamente una deriva storica nazionale di divisioni gelose e rissose, devastante per lo sviluppo del Paese, come quella di cui la ex maggioranza di centro destra sta dando un così esemplare spettacolo. Senza pretendere accordi preventivi e patti onnicomprensivi, ma riconoscendo in premessa l´esistenza di zone sulle quali l´accordo non è (ancora) possibile.
Si tratta però, nella scelta dei temi, di non aggirare quelli ritenuti intoccabili perché scabrosi, ma fondamentali per l´avvìo di una autentica politica di sviluppo. E qui bisognerebbe passare dalla politica perdente del "non si tocca" a quella audace della ricerca di compromessi con contropartite vincenti: come si dice, compromessi a somma positiva. Due soli accenni. L´allungamento della vita di lavoro è necessario per l´equilibrio dei conti previdenziali in una condizione di invecchiamento; ma si devono ottenere garanzie concrete sulla qualità del lavoro degli anziani. La flessibilità del lavoro è accettabile nella misura in cui sia compensata da una piena e buona occupazione concretamente garantita dallo Stato attraverso politiche attive di formazione e di ricollocamento, non affidata alle speranze del mercato.
La scelta di queste riforme strategiche va fatta usando un potente rastrello che riduca la complessità delle istanze, rinunciando a un´illusoria completezza. Il rastrello più ovvio è quello del tempo disponibile: una legislatura non tollera, al massimo della sua efficienza, più di cinque o sei grandi riforme.
L´agenda delle riforme dovrebbe essere preceduta da un piano di breve periodo diretto a far uscire il Paese dall´emergenza creata dall´attuale governo. E dovrebbe essere accompagnato da "strategie del contesto": proposte che l´Italia dovrebbe avanzare in sede europea, per il rilancio politico ed economico dell´Unione; ed in sede internazionale, per la governance dell´ordine mondiale.
Dovrebbe identificare inoltre i principali "benchmarks", gli indicatori economici e sociali che il governo si propone di raggiungere in tempi determinati, non con le chiacchiere ma con le cifre. Dovrebbe, infine, predisporre le linee di quella riforma modernizzatrice di un´amministrazione programmatica e "in tempo reale", che richiederà certo più di una legislatura, ma che è la madre di ogni riforma, la riforma dello Stato: un obiettivo finora in gran parte mancato, anche dal centro sinistra.
Last but not least, c´è il problema della comunicazione politica. Forse, il più importante. Qui si inserisce la mia "modesta proposta" avanzata su questo giornale e ripresa positivamente da Piero Fassino, da Fausto Bertinotti e da altri autorevoli esponenti del centro sinistra: quella di aprire, su uno schema elaborato dai partiti del Centro Sinistra, una Convenzione Programmatica aperta a tutte le istanze rappresentative delle forze economiche sociali e culturali del Paese. Un Convenzione nazionale che abbia tutto il tempo per discutere, approfondire, rielaborare. Per giungere a una Proposta finale, da sottoporre alla coalizione, e da quella al Paese.
Non si tratta solo di una procedura tecnica. Si tratta di una scelta politica, diretta a fondare la coalizione di Centro Sinistra non sulle combinazioni geopartitiche, ma su una grande esplicita seria scommessa di rilancio dello sviluppo, ispirata al primato dell´interesse pubblico.
Questo Paese si è affidato per tre anni a una gestione privatistica, ispirata alla concezione dello Stato come Supermarket, del popolo come gente, del cittadino come cliente, del politico come attore. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. È tempo che si riconosca nel volto umano, solidale e civile di una Repubblica.
la Repubblica
31 luglio 2004
Prodi e l’Ulivo dieci anni dopo
L’OROLOGIO FERMO DEL CENTROSINISTRA
di STEFANO FOLLI
Le turbolenze all’interno della maggioranza hanno offerto all’opposizione comodo scudo dietro il quale far dimenticare tutto ciò che non va all’ombra dell’Ulivo. Ma il dibattito che si è svolto sul Corriere , aperto da un articolo di Giuseppe De Rita e scandito ieri da un intervento di Giuliano Amato, è servito a non perdere di vista l’altro corno del problema italiano. Che si riassume così: se è vero che il partito berlusconiano vive una crisi in cui si esaurisce il suo rapporto con l’Italia produttiva che fu all’origine della vittoria del 2001, nessuno crede che la sinistra sia oggi pronta a governare il Paese. E molti dubitano che sia cominciata la marcia trionfale dell’esercito prodiano verso Palazzo Chigi. Salvo alcuni tenaci ottimisti, tutti gli altri si rendono conto che è arduo trasformare in consenso elettorale il malessere del Paese, partendo da quel 31 per cento non esaltante raccolto dalla Lista Prodi alle elezioni europee. Nella discussione sul Corriere è emersa un’opinione netta: non si può ripetere l’esperienza del ’95-96 come se gli ultimi anni non fossero trascorsi. Non si può, in altri termini, immaginare che il ritorno di Romano Prodi sulla scena si limiti a un giro d’Italia all’insegna della buona propaganda, quasi che il pullman fosse in garage con il motore acceso dieci anni dopo. Probabilmente ci vuole altro.
Secondo Fassino, occorre rivolgersi alla «parte del Paese che vuol crescere»; e Amato osserva che si tratta di calare il progetto politico in una rete di energie e di interessi estesa all’intero territorio nazionale, ben oltre i vecchi partiti. Se è così, allora è inutile illudersi che le ricette di dieci anni fa siano valide ancora oggi, dopo il ciclo di Berlusconi.
Eppure nel centrosinistra si avverte una sensazione di déjà vu . Come dieci anni fa, il partito di Bertinotti si avvia a giocare un ruolo essenziale nella coalizione. Come dieci anni fa, i Verdi e gli altri segmenti più o meno «antagonisti» sono pronti a dettare le loro condizioni a Prodi. Come dieci anni fa, si profila un cartello elettorale in cui ogni contraente avrà «pari dignità», come se non si sapesse che quello che davvero occorre non è un contratto per garantire porzioni di potere, bensì un’idea dell’Italia non retorica. Un’idea su cui ricreare quel «blocco sociale di riferimento» di cui parla De Rita.
Oggi Tony Blair mostra segni di logoramento, ma il primo ministro inglese ha rappresentato a lungo il fenomeno politico più innovativo d’Europa. Ai suoi esordi egli non vinse le elezioni ritornando alle ricette laburiste del periodo precedente la Thatcher. Al contrario, Blair fu capace di assorbire il meglio del periodo thatcheriano lasciando il peggio. In tal modo riuscì a sedurre proprio quella parte del Paese che aveva sostenuto i conservatori e ne travasò il consenso nel nuovo partito laburista.
Forse il centrosinistra sarebbe più sicuro del suo futuro, se riuscisse a imitare Blair. Parlare (invece di disprezzarla) alla stessa Italia che ha votato Berlusconi e che gli ha chiesto in buona fede, magari senza ottenerlo, un lasciapassare verso la modernità. Per farlo servono due cose: un’idea semplice ma accattivante della società e del suo sviluppo; una forza politica credibile e coesa alle spalle. Al momento il centrosinistra non possiede né l’una né l’altra. In tanti aspettano che Prodi si metta al lavoro e hanno ragione, anche perché il tempo passa. Ma un dinamismo sterile nella sua frenesia non sarebbe d’aiuto, se non fosse sostenuto da un progetto concepito nel 2004 e non nel 1995: per gli italiani di oggi e non per quelli di dieci anni fa.
Perché in tal caso neanche la prospettiva di elezioni anticipate a breve termine colmerebbe il vuoto.
Corriere della Sera
25 luglio 2004
C'è poco da scherzare
di Giorgio Ruffolo
Se si volesse fare un gioco di parole si potrebbe dire che la convulsa e sconcertante crisi della destra proietta sul paese un'ombra sinistra. Ma c'è poco da scherzare.
Viene alla luce il drammatico scollamento di una maggioranza che sembrava solidissima. E l'impallidimento di una leadership che sembrava fortissima. Col passare del tempo, in soli tre anni, è apparsa chiaramente l'incapacità della maggioranza e del suo leader di governare questo paese; e il suo deleterio potere di sfascio.
In stridente contrasto con la sua tracotante immagine mediatica, la realtà è quella di un "governo passivo". Una politica estera agganciata acriticamente alla leadership americana. Una politica economica tutta concentrata nell' attesa di una ripresa; e, nell'attesa di quella, che tarda, a una serie di "trovate" e di "furbate" che hanno finora permesso di passare la nottata, ma che stanno venendo al pettine.
Invece di costruire un'azione efficace di governo, il Premier e la sua maggioranza si sono impegnati in una vasta azione di decostruzione della democrazia repubblicana: in un vero e proprio programma di opposizione e contestazione delle istituzioni repubblicane. Attacco alla Costituzione. Attacco alla magistratura. Attacco revisionistico ai fondamenti di legittimazione della Repubblica: l'antifascismo e la Resistenza, anzitutto. Attacco all'unità nazionale, in nome di un federalismo bastardo. Contestazione della tradizionale politica europeista e mutamento delle alleanze storiche all'interno dell'Unione. Per non parlare dell'attacco proditorio ai principi fondamentali di garanzia di una democrazia liberale, in nome degli interessi privati del Capo. Attacco, quest'ultimo, sofferto con virile fermezza, a parte qualche timida alzata di sopracciglio, dagli illustri sponsor liberali, o sedicenti tali, dell'attuale governo.
In nome di un decisionismo spavaldo, del ripudio della "vecchia politica" e dei suoi stanchi riti (le crisi di assestamento, le verifiche, i rimpasti) eccoci serviti da una crisi che più prima repubblica di così, proprio non si può.
Nessuno può prevedere l'esito di questa crisi.
E' possibile che precipiti in una crisi formale, con elezioni anticipate. Ma è più probabile - anche questo in perfetto stile prima repubblica - che le scuciture si ricuciano rapidamente col filo grosso; e che l'attuale governo, dopo qualche passaggio di lifting, sopravviva nei due prossimi anni, continuando ad inneggiare a sé stesso. In tal caso bisognerà vigilare sugli altri guasti gravissimi che ci si può attendere dal leader disperato di un aggregato scomposto.
In ogni caso, e per ogni evento, tocca all'opposizione il compito di accelerare la costruzione di una alternativa salda e credibile. Le alternative non cadono in grembo come mele mature: bisogna costruirle. E nessuna illusione è consentita sulle difficoltà dell'operazione. Nel suo insieme, per quanto variegata e sconnessa, la destra mantiene infatti nel nostro paese una grande forza, come le elezioni europee hanno mostrato. Ora, una grande forza priva di una direzione, è, per la democrazia, un grande pericolo.
Dunque, bisognerebbe costruire una seria proposta di governo. E una forza politica credibilmente capace di perseguirla.
Vorrei spendere, in breve, qualche parola su questi due aspetti.
Sulla proposta di governo.
Ho già scritto che non sarebbe utile un programma a tutto tondo, tableau entier, del tipo di quelli già più volte elaborati e dimenticati dai partiti della sinistra. Il discorso programmatico più sintetico, scritto recentemente con la consueta lucidità da Giuliano Amato per conto dell'Ulivo, è certamente utile come "manifesto" - ovviamente, a patto di essere conosciuto - ma condivide con i precedenti la natura del messaggio. Ora, c'è bisogno di qualche cosa di più di un messaggio. C'è bisogno di una intesa, di un patto, impegnativo e circostanziato.
Non parlo certo di quella buffonata televisiva del contratto tra Berlusconi e Vespa. Parlo di un patto vero, quello auspicato da Fassino, tra le forze di una opposizione che si proponga come governo, su un testo che sintetizzi una chiara proposta.
Per essere concreta, una proposta di governo deve indicare anzitutto le strategie per trarre l'Italia fuori dai rischi immediati, improvvisamente aggravati, di una crisi finanziaria e dalla malinconica via di un declino industriale. Qui bisogna essere consapevoli del fatto che solo una parte delle carte da giocare sono nelle nostre mani. La politica monetaria, tenacemente restrittiva, ha sede in Francoforte. Quella fiscale è costretta, per noi italiani, tra i vincoli del patto di stabilità e i rischi di un debito pubblico gigantesco. Ma proprio per questo è vitale, per l'Italia, giocare una partita europea di attacco: perché Eurolandia si trasformi in una Unione Economica capace di una politica fiscale espansiva, che utilizzi la forza dell'euro non come freno, ma come potenziale alternativa al dollaro nella raccolta del risparmio mondiale, per finanziare una politica espansiva. Il governo Berlusconi sta facendo esattamente il contrario. Si è iscritto nel club dei liquidatori dell'Unione, guidato dagli inglesi e promosso dagli americani (venghino, venghino, turchi, russi, israeliani, palestinesi, magrebini, c'è posto per tutti, dall'Atlantico a Vladivostock) e ha istigato una stupidissima campagna di denigrazione e di disinformazione sull'euro, il pilone provvidenziale cui è ancorata una barca altrimenti alla deriva.
Ci sono, comunque, delle carte in mano da giocare, per chi voglia e per chi sappia. L'economia italiana ha forze, intelligenze, energie sufficienti per riscattarsi dall'attuale fase di introversione. Occorre liberare queste forze con una vera politica di smantellamento dei protezionismi assistenziali e corporativi; e indirizzarle verso un rafforzamento delle dimensioni e una ristrutturazione delle specializzazioni e delle capacità di ricerca con una vera politica industriale attiva (a proposito, quanti critici attuali del nanismo delle imprese italiane ce l'hanno cantata e suonata a suo tempo con il piccolo è bello della creatività neurovegetativa!). Insomma, l'alternativa all'attuale pasticcio di lasciar fare e assistenzialismo, di liberismo leghista del Nord e corporativismo protezionista del Sud, è una politica autenticamente liberale e insieme programmatica della concorrenza e dell'innovazione.
Costruire una nuova politica macroeconomica dell'espansione e una nuova politica industriale della concorrenza e dell'innovazione: ecco un tema fondamentale per una intesa sulla strategia economica!
C'è, poi, il tema di una politica fiscale veramente innovativa. Sta venendo alla luce il bluff della grande defiscalizzazione "reaganiana" stentoreamente promessa. La totale incompetenza economica del Premier gli consente di vendere un elisir inesistente, come si addice a tutti i Dulcamara di questo mondo.
Primo: la ricetta Reagan non ha affatto funzionato, nel senso originario di una politica dell'offerta "alla Laffer" (la famosa curva che dovrebbe consentire di recuperare la contrazione fiscale iniziale con un aumento delle entrate dovuto all'espansione della domanda privata);
Secondo: ha invece scavato un gigantesco doppio disavanzo, fiscale interno e commerciale esterno, che l'America poteva permettersi, essa soltanto nel mondo, grazie alla posizione strategica del dollaro, le gibus solutus.
Terzo: non è certo questa la posizione dell'Italia, gravata da un debito enorme e vincolata alle norme di Maastricht: come è stato fatto notare duramente a Bruxelles dai Ministri dell'Ecofin a un neo Ministro italiano dell'Economia ridens.
La condizione di grande vulnerabilità non consente all'Italia che moderati ritocchi, soprattutto redistributivi, del carico fiscale, e redistributivi in senso contrario a quello, regressivo, immaginato dal capo del governo. Del resto, sotto la pressione degli alleati, lui stesso sta facendo macchima indietro. Il suo ex Ministro dimissionato aveva già introdotto correttivi, nel senso di pseudo aliquote "etiche". Lui ha già sbracato con una terza aliquota. Ed è comunque impossibile fare i conti con una "grande riforma" che cambia connotati ogni ventiquattrore.
E' venuto invece il momento di decidere responsabilmente sul modello fiscale che questo paese vuole adottare. I modelli fiscali europei sono tre, e ciascuno è strettamente connesso con un modello sociale, di welfare. C'è il modello anglosassone, che si ispira ormai a quello americano: pressione fiscale bassa (circa il 30% del PIL) e welfare tendenzialmente residuale; quello scandinavo, protezione sociale altissima e altissima pressione fiscale (oltre il 50% del PIL); e quello franco-tedesco, a protezione sociale e pressione fiscale intermedia.
Ciò che è incoerente perseguire è una protezione sociale alta e una pressione fiscale bassa: a meno di non caricare sul "terzo settore" - come predica Tremonti - gran parte dell'onere, snaturandone la funzione: che non è quella di sostituirsi allo Stato nei servizi sociali "generali", ma di sviluppare l'autogoverno comunitario nelle attività relazionali volontarie e tendenzialmente gratuite (di assistenza, di gestione del territorio, di cooperazione e sviluppo culturale).
Una chiara scelta di modello fiscale e sociale comporta una chiara definizione dei due ambiti, di prelievo fiscale e di protezione sociale, e delle rispettive responsabilità: dello Stato, dei privati, dei soggetti cooperativi.
E' poi il caso di affrontare il tema "deloriano" (v. Libro Bianco) dello spostamento radicale dell'asse fiscale dal lavoro all'ambiente, nel perseguimento del doppio obiettivo di una piena occupazione e di uno sviluppo sostenibile.
C'è il grande tema del lavoro e della protezione sociale, del welfare. Anche su questo non si deve più oltre evitare un chiarimento di fondo. Esiste o non esiste un problema di flessibilità del mercato del lavoro? Esiste o no un problema di sostenibilità finanziaria della spesa sociale? Se la risposta è affermativa (ed io credo che, almeno in parte, lo sia) occorre indicare una soluzione. Quanto al primo problema, penso che si possa coniugare la necessaria flessibilità del mercato del lavoro con la piena e buona occupazione, se questa ultima ridiventa, com'era in alcuni paesi, tra i quali gli Stati Uniti, dopo la guerra, un impegno politico dello Stato, e non una speranza da affidare al mercato. Ciò comporta una riforma radicale della politica del lavoro, con la creazione di una struttura di formazione permanente, di qualificazione riqualificazione e collocamento che non abbandoni neppure un solo lavoratore alla sua angoscia. Penso che si possa e si debba assicurare a tutti il diritto a una pensione dignitosa, se tutti accettano di contribuire al finanziamento della previdenza pubblica adattando la durata del lavoro alla durata della vita. Non ci sono pasti gratuiti.
C'è il formidabile problema dell'educazione. Fare della scuola non uno strumento del mercato capitalistico, ma il centro della vita sociale, significa porre in termini concreti, non come oggi, retoricamente, la questione dell'educazione permanente: non (soltanto) come marchingegno per aumentare l'occupazione, ma (soprattutto) come fine in sé stessa: l'aumento del tono culturale, la moltiplicazione delle chances di vita.
C'è il problema, finalmente e giustamente evocato da Amato, della valorizzazione dell'immenso patrimonio naturalistico e artistico di questo meraviglioso paese. Una nuova politica del Mezzogiorno, che facesse di questa il suo impegno centrale, attraverso una serie di grandi progetti tematici (per esempio, i viaggi nella storia) e integrati (tra infrastrutture, organizzazione turistica e promozione culturale) contrasterebbe lo squallore ambientale che costituisce tanta parte della depressione morale e culturale che alimenta le mafie e respinge le imprese: e promuoverebbe un flusso di ricchezza e di vitalità.
C'è infine il problema formidabile della gestione e comunicazione politica del programma: che è il cuore di ogni esercizio di seria programmazione. Il compito della classe politica della sinistra italiana, di fronte a un paese che chiede di essere riportato all'avanguardia dello sviluppo economico e culturale, dopo una parentesi così deprimente, non è quello di scrivere un ennesimo documento, ma di suscitare, attorno a una sua proposta, un grande confronto, un grande dibattito nazionale. L'obiettivo della Costituzione europea è stato realizzato, bene o male, soprattutto grazie al lavoro di una Convenzione, nella quale tutte le istanze politiche principali erano rappresentate, e che ha lavorato per mesi, sotto una direzione illuminata. E allora: perché non applicare il metodo della Convenzione ad una pubblica consultazione con tutte le istanze rappresentative delle forze economiche, sociali e culturali dl Paese, su una forte proposta di sviluppo? Una Convenzione nazionale che abbia tutto il tempo, settimane e mesi, per discuterla, approfondirla, modificarla. Una grande operazione di consenso politico, pienamente visibile, che animi un dibattito nazionale sul futuro dell'Italia. Che rianimi le passioni inaridite attorno a una politica che si è fatta piccola. Che identifichi la Politica con un progetto, e non con la deprimente quotidiana sfilata televisiva dei soliti noti.
Posso sbagliarmi. Ma spostare l'asse del discorso politico, nel centro sinistra, dalla geometria variabile degli schieramenti e delle combinazioni ai temi cruciali per l'avvenire del paese, consentirebbe di mettere il problema (che c'è, innegabilmente) della forma di una grande forza politica riformista e del processo della sua formazione, sui suoi propri piedi.
Attorno a un nucleo forte di impegni programmatici è più agevole realizzare una intesa politica tra forze di origine storica diversa, gelose della loro identità.
Non vedo alcun dramma nel fatto che queste forze si presentino distintamente nelle prossime elezioni regionali: a patto che questo non sia un ponte lanciato verso la ricostituzione di una configurazione politica travolta dalle vicende della storia.
L'importante è che si tratti di identità vere, autentiche, non di aggregati che è possibile identificare soltanto con nomi di alberi e di fiori.
Qui si pone un problema che con alcuni compagni abbiamo sollevato. Potremmo dire, con Umberto Eco, "il nome della rosa". Il nome socialista. Non è un problema di nostalgie. Con le nostalgie, e con i rancori, non si fa politica. Proprio nel momento in cui si profila la formazione di una grande alleanza federativa delle forze riformiste, diventa necessario che ciascuna componente si identifichi chiaramente con una identità storica e politica, e non con un logo pubblicitario. Che si manifesti con le sue proprie bandiere.
Qual è la bandiera con la quale si presenterà, all'interno della coalizione dell'Ulivo, il partito dei democratici di sinistra? A me non pare dubbio che debba essere quella stessa nella quale esso si riconosce e con la quale si identifica in Europa.
Una volta Massimo D'Alema captò la benevolenza di una platea socialista riconoscendo che dal lungo duello fratricida tra comunisti e socialisti, in Italia, erano questi ultimi a uscire moralmente vittoriosi, anche se politicamente fracassati.
Graecia capta, disse, ferum victorem cepit. Be', io non riesco proprio a capire perché, proprio nel momento in cui è fondamentale riconoscersi in una identità politica, non si debba più parlare di Grecia, ma di penisola balcanica.
Costruiamo una nuova forza riformista capace di riscattare questo paese dall'angolo angusto e pericoloso in cui una destra avventurista e scombinata lo ha cacciato. Costruiamolo come progetto futuro, sulla base delle identità vittoriose del passato, con il loro nome e cognome: nomi della storia, e non della pubblicità.
Convegno "Tre proposte per il centro -sinistra"
Roma, 9 luglio 2004 - Sala del Cenacolo
Sinistra di governo?
Un programma da Mastella a Bertinotti
di Michele Salvati
La sconfitta del centrodestra nelle elezioni amministrative e il duro colpo subito da Forza Italia nelle europee hanno creato una situazione politica che il centrosinistra deve valutare con attenzione, una volta sbollito il comprensibile entusiasmo di questi giorni. Ammettiamo pure che la tiepidezza mostrata dai leader dei due più importanti partiti, dei Ds e, ancor di più, della Margherita, nei confronti dell'accelerazione del processo costituente proposta da Prodi subito dopo il voto europeo (dalla lista unitaria al partito riformista) sia dovuta soltanto a buon senso e realismo. Insomma, basta con farneticazioni politichesi, con ulteriori modifiche di contenitori, l'Ulivo va bene così com'è, pensiamo ai programmi, tutti insieme e appassionatamente. Primum vincere, deinde gubernare , e in qualche modo si governerà.
Ma riuscirà il centrosinistra a vincere senza aver fornito prima agli elettori una prospettiva credibile di governo? Ciò è certamente possibile, se la crisi del centrodestra si approfondirà, se Berlusconi sempre di più sembrerà «inadatto a governare l’Italia» (per riprendere un famoso titolo dell' Economist ), se sostituirlo come candidato premier risulterà impossibile: in uno scontro bipolare non vince necessariamente il meglio, vince anche il meno peggio. Ma la politica riserva sempre molte sorprese, e una distinzione netta tra il problema del vincere e quello del governare non mi sembra un buon modo di affrontare la fase di turbolenza politica nella quale stiamo entrando: le prospettive di vittoria aumenterebbero di molto se si riuscisse a dare agli elettori un'immagine credibile di governo. E questa immagine non la si dà promettendo che non ci si occuperà più di contenitori ma solo di contenuti, che si farà un programma tutti insieme, ...da Mastella a Bertinotti.
La stessa distinzione tra contenuti e contenitori è mal posta, perché l'immagine credibile di cui stiamo parlando è fatta di entrambi. E' fatta di un leader riconosciuto e autorevole, di una grossa forza di centrosinistra ragionevolmente compatta, del programma che questa forza propone per affrontare in condizioni di equità il grave rischio di declino economico che il nostro Paese sta correndo. Poi, certo, il programma andrà contrattato in alcuni punti con gli altri partiti della coalizione. Ma un conto è contrattare da posizioni di forza e di autorevolezza, un altro è andare al tavolo del programma in nove o dieci partiti, ognuno d'essi, come si dice, in una posizione di pari dignità.
Una cosa hanno chiarito le migliori analisi disponibili dei recenti risultati elettorali. Il centrodestra ha perso, certo, ma il centrosinistra non ha ancora vinto. Più precisamente. Il centrodestra ha perso, e in buona misura per il maggiore assenteismo, ma non si è verificato uno di quei rari fenomeni che i politologi chiamano di «riallineamento», quando muta in modo fondamentale l'orientamento politico degli elettori: insomma, come avvenne, a vantaggio della sinistra, ai tempi del New Deal in America, o, a vantaggio della destra, ai tempi di Margaret Thatcher in Gran Bretagna. Gli elettori potenziali del centrodestra sono in stand-by , per così dire, e in un'elezione politica decisiva potrebbero tornare a mobilitarsi. Di qui l'importanza di un messaggio, da parte del centrosinistra, che riesca a erodere quote di elettori incerti tra i due schieramenti senza demotivare i propri elettori più tradizionali.
Ci sono due modi di affrontare questo problema. Uno è quello da sempre sostenuto da Romano Prodi, muoversi speditamente in direzione di un partito che raccolga in sé le principali componenti riformistiche della nostra tradizione politica, e segnatamente quelle di origine socialista-comunista e di origine cattolica. L'altro è quello di tener ben distinto il partito di centro «che guarda a sinistra» dai partiti di sinistra, l'idea essendo - nella versione più nobile - che tale partito è più adatto di un partito riformista ad attrarre voti di elettori moderati e incerti. Ho detto «nella versione più nobile» perché questa soluzione non esclude, in futuro, un ritorno al proporzionale o addirittura un superamento dello stesso bipolarismo.
Al di là delle parole di circostanza, dell'impegno a proseguire e rafforzare l'esperienza della Lista Unitaria, il vertice dei partiti che tale lista componevano, lunedì scorso, non ha sciolto l'alternativa. E quando a Prodi è stato chiesto di partecipare ad un'elezione suppletiva e di entrare in Parlamento, egli ha comprensibilmente rifiutato (come deputato di Margherita? Del gruppo misto?). Poteva rilanciare con l'unica posizione corrispondente alla sua strategia? («Sì, entro, se poi si fa il gruppo parlamentare unico dei partiti della lista unitaria e io ne sono il presidente»). Se non l'ha fatto, vuol dire che non lo poteva fare, che la costituzione di un unico gruppo parlamentare sarebbe stata considerata come una accelerazione impropria verso un partito riformista. Se penso che non pochi neo-eletti ulivisti nel 1996 - subito zittiti - già volevano porre il problema del gruppo parlamentare unico, mi viene da pensare che da allora non molto è cambiato.
Corriere della Sera
30 giugno 2004