Una Convenzione per il centrosinistra

di GIORGIO RUFFOLO


Altri due anni di governo di questa maggioranza? Cinicamente, i partiti del centro sinistra dovrebbero augurarselo, per la forza che si accumula all´opposizione di fronte a una direzione politica così scatorcia. Purtroppo, ci va di mezzo il Paese. Ma è probabile che, di verifica in verifica (altro che prima repubblica!) questa legislatura si consumi fino alla naturale estinzione. In ogni caso, e per ogni evento anche improbabile, l´opposizione dovrebbe accelerare la costruzione di una alternativa salda e credibile. Cominciando da una seria proposta di governo.
L´eterno ritorno del programma? E dell´insignificante disputa sul contenuto e sul contenitore, se venga prima l´uovo o la gallina? Giustamente, Fassino invoca un patto tra le forze politiche del centro sinistra. Tutte: altrimenti non si vince. Quindi, non un programma-dizionario, ma un´intesa chiara e salda su pochi punti essenziali (tre o quattro cose, si dice sempre: poi sono sempre un po´ di più: non credo comunque che ci sarà bisogno di Vespa come notaio, dopo quella indecorosa sceneggiata della lavagna). Il problema, naturalmente, sta nei temi da scegliere. E nel modo di comunicarli.
Sul primo punto, non si manca di materiali. I partiti del centro sinistra ne hanno già sfornati tanti, di programmi, negli ultimi anni. Con due caratteristiche essenziali. Ciascun programma ignorava totalmente i precedenti. E passate due o tre settimane dalla pubblicazione, veniva totalmente ignorato e di fatto dimenticato dal committente, che continuava a fare politica nel solo modo appreso a scuola di partito: alla giornata. Si può fare qualche cosa di più serio e di più pratico? Si può.
Anzitutto, la scelta dei temi. Un buon punto di partenza dovrebbe essere il documento scritto da Amato per conto dell´Ulivo: purtroppo, ignorato dai più. Sta per fare la fine degli altri? Sarebbe un vero peccato. Per evitarlo si potrebbero enucleare dal "discorso" le scelte strategiche, collegate con l´ispirazione centrale del programma ed esprimibili con indicatori di traguardo e con la proposta delle riforme necessarie per realizzarli.
L´ispirazione centrale che definisce l´identità esistenziale del centro sinistra, mi pare non possa essere che questa: il perseguimento di una economia efficiente nel quadro di una società giusta; il che comporta il primato della politica sull´economia e dell´interesse generale sugli interessi particolari.
Attorno a questo nucleo generativo ruotano le scelte strategiche. In primo luogo, quelle relative all´economia, che preoccupano sommamente la gente.
Per esempio: la scelta di uscire dal ristagno rilanciando la crescita, che è necessaria per tenere insieme una società dinamica e complessa; che postula una politica economica espansiva, resa difficile dai vincoli paralizzanti posti agli Stati dell´Unione (vedi patto di stabilità, politica monetaria restrittiva); ma che può essere realizzata solo al livello dell´Unione Europea, e solo se accanto all´unione monetaria nascerà una Unione economica.
Per esempio: una nuova politica industriale nazionale che arresti il declino puntando sull´aumento delle dimensioni e sul rinnovamento della specializzazione delle imprese (oggi tutti si lamentano del loro nanismo: ma quanta retorica è stata profusa sul "piccolo è bello", creativo e un po´ arrangione e furbastro della via italiana alla crescita!) con adeguati incentivi fiscali alla ricerca e all´innovazione.

Per esempio: una politica fiscale che sposti il peso delle imposte dal lavoro all´ambiente (è un´antica proposta di origine americana, rilanciata a suo tempo da Delors) perseguendo contemporaneamente l´obiettivo della crescita economica e della sostenibilità ecologica.
Per esempio: una vera, radicale politica liberale che smantelli le posizioni corporative, le rendite, i privilegi, le protezioni fiscali e politiche che invischiano la concorrenza.
Le scelte relative all´occupazione, al lavoro e allo Stato sociale. Si può coniugare flessibilità del mercato del lavoro e diritto alla piena e buona occupazione? Sì, se la piena occupazione ridiventa (come lo era in alcuni paesi, e tra questi, nessuno se ne ricorda, gli Stati Uniti d´America) un impegno politico dello Stato e non una speranza da affidare al mercato. Ciò comporta una riforma della politica del lavoro, con la creazione di una struttura di formazione permanente, di qualificazione, riqualificazione e collocamento che non abbandoni neppure un solo lavoratore, donna o uomo, vecchio o giovane, alla sua angoscia. Si può assicurare a tutti, e non soltanto ai più poveri, il diritto a una pensione dignitosa? Sì, se tutti accettano di contribuire al finanziamento della previdenza pubblica adattando la durata del lavoro alla durata della vita; a condizione che le norme sul lavoro degli anziani siano adattate alle loro esigenze.

Le scelte relative all´educazione. Qui è diventato d´obbligo il richiamo alla formazione permanente. Ma c´è qualcuno che finalmente ci spieghi in che cosa concretamente consiste? C´è qualcuno che spieghi che non è (soltanto) un marchingegno per aumentare l´occupazione, ma (soprattutto) un fine in sé stesso: l´elevazione del tono culturale, l´aumento delle chance di vita?
Le scelte relative alla gestione dell´immenso patrimonio naturalistico e artistico di questo paese che, secondo l´Unesco, conta per un terzo del patrimonio mondiale. Giustamente, Amato tocca questo tasto. Ma la valorizzazione del patrimonio storico culturale e ambientale non è solo l´occasione per creare una nuova Agenzia per la conservazione e il restauro, ma un enorme potenziale di progetti integrati, soprattutto nel Sud, dove essi contrasterebbero lo squallore ambientale che costituisce tanta parte della depressione morale che alimenta le mafie e respinge le imprese; e promuoverebbero un flusso di ricchezza e di vitalità. Amato ricorda certamente che questa proposta, dei progetti territoriali integrati di sviluppo, era il fulcro del Progetto 80.
Insomma. Il programma non dovrebbe essere un discorso o un proclama, ma, come dice la parola stessa, un elenco di progetti e un´agenda di grandi iniziative, di riforme, di impegni legislativi e amministrativi: se si vuole, prosaicamente, una lista di cose da fare. Con l´indicazione dei traguardi da raggiungere, non in espressioni generiche, ma in precise misure quantitative (indicatori sociali). L´innovazione non è soltanto caratteristica dell´impresa privata. C´è anche una innovazione pubblica, di cui ha sempre più bisogno una società che ha un disperato bisogno di beni collettivi. Dopo tutto, l´Italia, questa imprenditorialità dell´impresa pubblica, l´ha saputa esprimere al meglio in un´epoca non remota, quando la sua economia era guardata dal mondo grazie alle iniziative dell´ENI di Enrico Mattei, e non a quelle della Parmalat.
C´è poi il problema formidabile della gestione e comunicazione politica del programma: che è il cuore di ogni esercizio di seria programmazione. Il compito della classe politica della sinistra italiana, di fronte a un paese che chiede di essere riportato all´avanguardia dello sviluppo economico e culturale, dopo una parentesi così deprimente, non è quello di scrivere un ennesimo documento, ma di suscitare, attorno a una sua proposta, un grande confronto, un grande dibattito nazionale. L´obiettivo della Costituzione europea è stato realizzato, bene o male, soprattutto grazie al lavoro di una Convenzione, nella quale tutte le istanze politiche principali erano rappresentate, e che ha lavorato per mesi, sotto una direzione illuminata. E allora: perché non applicare il metodo della Convenzione ad una pubblica consultazione con tutte le istanze rappresentative delle forze economiche, sociali e culturali del Paese, su una forte proposta di sviluppo? Una Convenzione nazionale che abbia tutto il tempo, settimane e mesi, per discuterla, approfondirla, modificarla. Una grande operazione di consenso politico, pienamente visibile, che animi un dibattito nazionale sul futuro dell´Italia. Che rianimi le passioni inaridite attorno a una politica che si è fatta piccola. Che identifichi la Politica con un progetto, e non con la deprimente quotidiana sfilata televisiva dei soliti noti.

la Repubblica
2 luglio 2004 


Il centralismo democratico di Giuliano Amato

Con un’intervista a Repubblica, Giuliano Amato ha detto basta con le interviste. Ed ha fatto l’autocritica per una sua intervista, in cui aveva detto che il listone aveva sbandato sull’Iraq. Amato è un uomo intelligente e leale, e lo stile non gli fa certo difetto. Però la generosità del suo mea culpa è stavolta un pò esagerata. Se non fosse stato per quell’intervista e per altre precedenti, infatti, noi tutti non avremmo mai conosciuto il pensiero di Amato sulla mozione del ritiro, e sarebbe stato un male, non un bene, per la chiarezza del dibattito politico nel centrosinistra. A giudicare dagli sviluppi successivi - la risoluzione all’unanimità del Consiglio di sicurezza - Amato aveva infatti ragione, non torto, a chiedere di aspettare l’Onu. L’invito di Amato a mettere a tacere il dissenso in pubblico ricorda un pò quella prassi che nel Pci si chiamava centralismo democratico, prassi della cui democraticità già si dubitava allora, in tempi così diversi da quelli attuali. Ma almeno il centralismo democratico imponeva le sue severe regole di unanimismo dopo un dibattito interno, seppur segreto, e molto animato. Giorgio Amendola, che spesso non era d’accordo con quanto si decideva, parlava in direzione, argomentava e combatteva la sua battaglia politica. Se perdeva, taceva in pubblico, ma si era fatto sentire prima. Nel centrosinistra dei giorni nostri, invece, che non è neanche un partito unico e non si avvia ad esserlo, non è chiaro dove avvengono analoghi dibattiti, più o meno democratici. Nella riunione dei capi della lista unitaria che decise per la mozione del ritiro, per esempio, non ci risulta che Amato potè o volle esprimere il suo dissenso. E non lo fece neanche al Senato, dove il parlamentare non ha vincolo di mandato, e dove pure la voce dei dissidenti si espresse in maniera collettiva nell’intervento del senatore Tonini. Ma allora, se negli organismi dirigenti non si parla, e in parlamento nemmeno, dio salvi le interviste ai giornali. Come dice Amato in un altro punto della sua intervista autocritica, «dio benedica le differenze». Meglio ancora se rese pubbliche.

Il Riformista
25 giugno 2004


IL PROGRAMMA AMATO: "È IL RIFORMISMO, BABY"
di MARIO PIRANI


Michele Salvati sul "Corriere" si chiede il perché così poco si parli dell´ottimo programma elaborato da Giuliano Amato e da alcuni altri collaboratori per la lista Prodi, ricco di proposte condivisibili sia sotto il profilo dell´efficienza che della giustizia sociale, come si conviene a una intelligente piattaforma riformista. Viene però avanzato il dubbio che la flebile eco del programma sia dovuta alla incerta consistenza del soggetto che dovrebbe incarnarlo e alla sua problematica attesa di sopravvivenza postelettorale. Un interrogativo intriso di eccessivo pessimismo che non si confà a chi si proclama quotidianamente militante riformista in servizio permanente. Il fatto è che la sindrome del programma ha, almeno dalla nascita del Pds in poi, intristito alquanto gli animi di chiunque venne incaricato del prestigioso compito, pur trattandosi di personaggi fra i più autorevoli, preparati e sperimentati la sinistra avesse a disposizione. Prima di Amato, infatti, il mandato venne affidato a Giorgio Ruffolo (ricordate la Cosa 2?) e, successivamente, a Bruno Trentin, i quali espletarono il sofferto impegno con eguali risultati: sia i Ds che il centrosinistra seguitarono a farsi dettare l´agenda politica da Berlusconi, contrastandola più o meno efficacemente, o dagli eventi che lo scenario internazionale imponeva. Così oggi la campagna elettorale è dominata, da un lato, dalla guerra in Iraq e, dall´altro, dalla favolistica fiscale del Cavaliere.
Eppure non credo sia inutile la fatica di Giuliano Amato, così come quella dei suoi predecessori perché è riuscita, almeno, a far sedimentare, per accumuli successivi, la stratigrafia di una cultura del riformismo, destinata a fungere come riserva patrimoniale del centrosinistra se, come spero col conforto dei pronostici, le prossime elezioni segneranno una netta svolta di tendenza nei confronti del predominio disastroso del centrodestra. Da questo punto di vista, anche se nata col forcipe di un volontarismo di vertice e non da un movimento rinnovatore di base, la lista unitaria può rappresentare davvero un fatto nuovo, anche se non consolidato. Il punto di non ritorno è ancora di là da venire ma non vi è dubbio che se esso verrà raggiunto - prima tappa la vittoria elettorale - i due grandi filoni del riformismo socialista e del solidarismo cattolico che hanno dominato la storia sociale della Prima Repubblica, avranno scelto un alveo comune o, comunque, confluente (nel caso la forma prescelta fosse una federazione con componenti ancora distinte) per affermare una nuova cultura di governo.
Su questo crinale si giocherà nel prossimo futuro la partita, in un arco temporale compreso tra le elezioni europee e quelle di fine legislatura. Senza ignorare, però, che se il centro sinistra è tornato negli ultimi tempi ad assaporare il gusto di una possibile affermazione, ciò è dovuto più alla deplorevole prova di governo fornita da Berlusconi che alla capacità propositiva e alla dimostrazione di unità dell´opposizione. Ciò detto la sensazione che l´era di Berlusconi stia per finire sta producendo indubbi effetti terapeutici sul centro sinistra, smorzando la tendenza suicida alla rissa interna. Qui il valore della lista unitaria come anche della relativa ragionevolezza dell´ultimo Bertinotti. Ora, se questo clima migliore si tramuterà in una nuova primavera del riformismo italiano, la fatica programmatoria di Giuliano Amato potrà dare i suoi frutti anche dopo il 12 giugno. Non riesco qui ad elencare neppure i principali punti contenuti nell´opuscolo di presentazione ma desidero segnalarne almeno tre. Il primo riguarda il famoso patto di Maastricht, fin qui finalizzato principalmente al contenimento del deficit, per estenderne la validità alla crescita economica, attraverso un incentivo nella valutazione dei saldi alle voci riguardanti gli investimenti in formazione, ricerca, innovazione e infrastrutture, mentre andrebbero penalizzate le entrate una tantum come i condoni. Il secondo punto riguarda le università, oggi sempre più anchilosate da forme di localismo territoriale, per garantire, invece, la piena mobilità di professori, ricercatori e studenti di tutta Europa. Il terzo punto riguarda i bambini, soprattutto quelli da zero a tre anni, attraverso la creazione di una rete di asili territoriali per combattere le diseguaglianze che già nell´età pre-scolare, come dimostrano recenti inchieste, predispongono i bambini delle famiglie povere all´esclusione culturale e sociale. Tre esempi diversi che dimostrano, però, un modo nuovo di «fare programma». Vorremmo dire, parafrasando un vecchio film: «E´ il riformismo, baby!»

la Repubblica
7 giugno 2004 


IL DOCUMENTO / Si parla poco del lavoro coordinato dall’ex premier: nel centrosinistra non esiste ancora il nucleo di un soggetto riformista riconoscibile
La solitudine di Amato e un programma per l’Ulivo che non c’è


di Michele Salvati


Come mai si è parlato così poco del programma redatto dal gruppo di lavoro coordinato da Giuliano Amato per la Lista Prodi? Non perché sia malfatto o contenga il solito bla-bla elettoralistico: al contrario, è scritto bene e fa proposte serie, incisive persino, nella misura in cui si può essere incisivi essendo al tempo stesso ragionevoli e realisti. Come «biglietto da visita» di un ceto politico riformista è dunque eccellente : in esso si respira la stessa aria che circola nel rapporto Sapir ( Europa: un'agenda per la crescita ), un bellissimo documento, appena tradotto dal Mulino, sulle ragioni del ristagno europeo e nel contempo un articolato insieme di raccomandazioni per superarlo. Parte della risposta me la sono appena data: per come le cose vanno nel nostro bipolarismo sgangherato, il programma Amato è «troppo» civile, ragionevole, europeo, cosmopolita. A cominciare dallo stile, dove i riferimenti critici all'attuale governo sono molto contenuti e per lo più espressi in modo indiretto; dove tutto ciò che può unire è approvato e ciò che divide è criticato. E continuando con le proposte, che sono fatte per persone colte e ragionevoli, che non credono ai miracoli, a tagli delle tasse che non si sa come finanziare e a contratti con gli italiani che nessun notaio sottoscriverebbe. Si tratta di misure quasi sempre condivisibili sia sotto il profilo dell'efficienza, sia sotto quello della giustizia sociale; di suggerimenti discussi in tutta Europa, anche se non facili da attuare; di politiche che nel medio periodo possono migliorare questo Paese e avvantaggiare un gran numero di persone, ma nel breve ne scontentano non poche, e soprattutto molto reattive e ben organizzate. (Per non parlare solo in termini generali: ciò che il programma Amato propone per l'Università e la ricerca - molto simile a quanto consiglia il rapporto Sapir - non è certo facile da digerire per l'organizzazione localistica e poco competitiva dei nostri studi superiori: le risorse sono scarse e dovranno essere concentrate sul serio, non a parole, nei punti d'eccellenza. E se in Italia ce ne sono pochi, le risorse europee, anche quelle che derivano dalla nostra contribuzione, non saremo in grado di recuperarle e andranno fuori del nostro paese, destinate da commissioni imparziali ai veri punti di eccellenza esteri).
Ma questa è solo una parte, e la parte minore, della risposta alla domanda: perché si parla poco del programma Amato? Alla parte maggiore ci si arriva se ci chiediamo: va bene, un programma è un biglietto da visita, ma il biglietto da visita di chi? Più sopra ho detto: di un ceto politico riformista, e non è poca cosa che Amato sia riuscito a far sottoscrivere un programma di chiaro stampo liberal-solidaristico (forse espressione più adatta di «liberal-socialista», nel caso dell'Ulivo) a numerosi esponenti politici, di Margherita e dei Ds, che liberali certo non sono. C'è riuscito bene, non rendendo confuse le proposte che ha scritto, ma omettendone alcune che in un programma per le prossime elezioni poteva anche omettere (ad esempio, bioetica e famiglia) o restando sul vago su altre che invece, in un programma europeo, dovevano essere meglio definite (ad esempio la guerra in Iraq). Ma il ceto politico riformista di cui il programma dovrebbe essere il biglietto da visita, anche se numeroso e diffuso tra i principali partiti della Lista Prodi, ancora non agisce come un soggetto politico autonomo: il carro (il biglietto da visita, il programma) è stato messo innanzi ai buoi, forse come stimolo affinché i buoi comincino a tirarlo.
I buoi non sembrano tirare con molta forza, tuttavia, e la Lista Prodi dà ancora l'impressione di essere una coalizione elettorale momentanea il cui futuro è incerto e dipendente dallo stesso esito elettorale. In parte per la concomitanza con le elezioni amministrative, i cui soggetti principali sono chiaramente i singoli partiti; in parte per il metodo di voto, proporzionale e non maggioritario; ma soprattutto per la presenza di disegni diversi sul dopo-voto, non esiste ancora il nucleo di un soggetto riformista chiaramente riconoscibile dall'opinione pubblica. Di questo nucleo esiste il capo, Romano Prodi e nei partiti coalizzati esistono molti disposti a seguire Prodi nella sua avventura; ma non pochi sono in varia misura riluttanti. Se è ancora incompleta, a quanto sembra, la conoscenza dello stesso simbolo elettorale della lista «Uniti nell'Ulivo», come si può pretendere che ne sia noto il programma?
Peccato. Perché lo spirito che aleggia su questo programma - forse fin troppo irenico ed europeistico - è lo stesso che è emerso con forza nelle dichiarazioni di questi giorni di Montezemolo, Fazio, Bazoli, dei principali esponenti della nostra economia, oltre che nei continui interventi del Presidente della Repubblica. Uno spirito insofferente verso le polemiche corrosive tra i poli e al loro interno, verso la rissosità della nostra politica. Una disponibilità ad assumersi responsabilità collettive, di fronte ai rischi di declino del nostro paese. E soprattutto un invito rivolto alle forze politiche ad assecondare questa domanda, a fare squadra, sistema, rete.


Corriere della Sera
2 giugno 2004 


POLITICA ED ECONOMIA
Per una scossa serve fiducia (ma con il modello Churchill)

di MICHELE SALVATI


Il dibattito sulla «scossa» da dare all'economia italiana si concentra ovviamente su misure da prendere ora e subito, altrimenti che scossa sarebbe? Sono queste le misure che i politici chiedono agli economisti, alla vigilia di consultazioni elettorali in cui si sentono minacciati dall'esasperazione dei loro potenziali elettori. Gli economisti rispondono sostenendo che rimettere in moto una macchina ingrippata è molto difficile. La via maestra sarebbe quella di un forte afflusso di nuova domanda verso le imprese. Escluso che essa possa provenire da ulteriori disavanzi pubblici - il nostro Paese, oberato da un debito superiore al Pil, dovrebbe scrupolosamente attenersi al Patto di stabilità - com'è possibile che lo Stato riduca le aliquote d'imposta fidando in un miracoloso incremento di reddito? I paragoni con gli Stati Uniti di Laffer e Reagan (o anche di Bush) hanno poco senso: la potenza egemone ha una capacità di sostenere disavanzi imparagonabile, non dico con la povera Italia, ma con l'intera Europa. Ma non potrebbe, la nuova domanda che riavvia il sistema, provenire dall'estero? Non potrebbe provenire da un ritorno alla capacità di esportare che caratterizzava il nostro Paese ai bei (?) tempi in cui si poteva svalutare la lira? C'è metà del mondo, la metà lambita dal Pacifico, che sta crescendo a ritmi forsennati: non potremmo agganciarci a loro? Per ora questa metà del mondo, e soprattutto la Cina, le nostre imprese la soffrono come un pericoloso concorrente e non la godono come un grande mercato: espressi in dollari, i nostri costi e i prezzi delle nostre merci sono troppo alti. E' in questo contesto che l'idea dell'abolizione di qualche festività non è poi così insensata come gran parte dei politici (fiutando, immagino, l'umore dei loro elettori) hanno subito gridato. E' solo un'idea modesta, che aumenta di poco e una tantum la produttività per addetto. Basterà a dare la scossa richiesta?
Gran parte dei nostri esperti ne dubitano. E così, bloccati sul lato della domanda e dubbiosi sul lato dell'offerta, essi si rifiutano di fornire le ricette miracolose che i politici richiedono loro per l'immediato e il loro coro unanime è che occorre un'iniezione di fiducia. Verissimo, la fiducia, e con essa la voglia di rimboccarsi le maniche, di fare bene il proprio mestiere, di non perdersi in recriminazioni reciproche, sarebbe una gran bella cosa: le imprese investirebbero, le famiglie tornerebbero a consumare e a fare figli, la produzione crescerebbe e con essa anche la produttività, e senza perdite per l'occupazione. Ma la fiducia è di due tipi. C'è una fiducia facile, quella che si alimenta spontaneamente quando le cose vanno bene, quando la domanda tira e la produzione aumenta: «Niente ha più successo del successo», recita una frase famosa. E c'è una fiducia difficile, quella che Churchill riuscì a infondere negli inglesi durante la guerra, promettendo loro lacrime e sangue. La fiducia di cui avremmo bisogno, purtroppo, è più vicina a questo secondo tipo e, se è così, solo la politica può darla: gli italiani devono poter credere che i politici che li governano hanno la volontà e la competenza di tirar fuori il Paese, con i tempi e i sacrifici che occorrono, dalla palude di bassa produttività e bassa crescita in cui si è insabbiato, per colpe antiche e recenti.
Credere una cosa simile diventa sempre più difficile. Martedì sera Berlusconi ha annunciato che «entro aprile» intende ridurre le tasse di almeno 6 miliardi di euro: si tratta di mezzo punto del Pil, circa un terzo dell'intero pacchetto Tremonti (un quarto circa era già stato attuato con la prima tranche , quella relativa ai redditi medio-bassi, e probabilmente il governo terrà come ciliegina di fine legislatura il regalo per i redditi più alti) e dovrebbe essere compensato da un (quasi) equivalente taglio di spese. Ci sono due problemi: quanto il governo taglierà e dove; e quale sarà l'effetto di «scossa», di riavvio della macchina, derivante dall'intera manovra. Esclusa esplicitamente una riduzione delle spese sociali, probabilmente non rimane che disboscare la selva dei trasferimenti alle imprese, come suggeriva Giavazzi martedì 30 sul Corriere . Si farebbe comunque opera meritoria, sia che le risorse recuperate fossero spese per altre destinazioni, sia che venissero restituite ai cittadini.
Nel caso in cui questa fosse la manovra (che immagino verrà annunciata nel prossimo Dpef e attuata con la finanziaria, e dunque andrà ad effetto nel 2005), quale sarà il suo effetto di «scossa»? Difficile dire: se l'effetto negativo dei tagli di spesa non sarà troppo forte e forte invece la propensione al consumo di chi si vede aumentare il reddito disponibile, una scossetta potrebbe pur esserci. Non è invece difficile intendere la logica politica dell'operazione: più che di una scossa economica il Berlusconi si è fatto guidare dall'esigenza di una scossa elettorale, perché è indubbiamente apprezzabile un governo che cerca di tener fede al suo programma nonostante le avversità. Apprezzabile, naturalmente, da chi condivide un programma fiscale dalle connotazioni del pacchetto Tremonti: se neppure gli alleati di Forza Italia lo condividono, il premier rischia di perdere sia la scossa economica sia quella elettorale.

Corriere della Sera
1 aprile 2004


Il riformismo non è minimalismo

di Riccardo Terzi

La parola "riformismo" richiede, per poter essere ancora utilmente impiegata, un preliminare lavoro di ridefinizione, perché anch'essa è entrata, come quasi tutte le parole del dizionario politico, nel vortice delle manipolazioni e degli stravolgimenti, fino a divenire qualcosa di irriconoscibile. Una parola ha un significato in quanto segna una linea di demarcazione e si inserisce quindi in un determinato campo conflittuale. Ma se tutti si dichiarano riformisti, a destra come a sinistra dello schieramento politico, ciò vuol dire che il significato è andato perduto. Ciascuno si sente autorizzato a stiracchiare a suo piacimento la categoria del riformismo e a piegarla alle più diverse interpretazioni. Per questa ragione, molti ne sconsigliano l'uso, trattandosi di una parola "malata", equivoca, ormai definitivamente compromessa.
Ma se dovessimo archiviare tutte le parole malate, temo che ci troveremmo condannati al silenzio. Penso piuttosto che si tratta di ricostruire la significatività del linguaggio, di farne un uso rigoroso, di capire che anche le parole sono divenute un terreno di battaglia. 
Prendiamo allora in esame i possibili significati, storici e attuali, del riformismo. In una prima accezione, la politica riformista si definisce in opposizione alla pratica rivoluzionaria. Qui il discorso verte sui mezzi, non sui fini. Qual'è la via più efficace per realizzare la trasformazione socialista, la rottura politica violenta o il metodo democratico di una graduale accumulazione di forza organizzata e di consenso popolare? Sono i termini del confronto, al Congresso di Livorno del 1921, tra le due opposte strategie di Bordiga e di Turati, ed è su questa base che si consuma la scissione comunista. Ma tutto ciò ha ormai solo un interesse storico ed ha perduto, almeno per la realtà dell'Occidente democratico, qualsiasi attualità. Che la lotta politica e sociale, anche la più aspra, si svolga nel quadro delle istituzioni e delle regole democratiche è ormai per tutti un presupposto assodato. Sotto questo profilo, dunque, il riformismo ha perso senso perché non ha più un avversario con cui competere.
Secondo una diversa versione, l'antagonista del riformismo è il massimalismo. Qui non si tratta solo dei mezzi, ma del fine: programma massimo o programma minimo. Ma è proprio questa definizione, oggi largamente diffusa, che favorisce un progressivo slittamento del riformismo verso un approdo moderato. Se il riformismo consiste in un processo di delimitazione del campo progettuale, di ridimensionamento degli obiettivi, su questa strada sarà sempre possibile procedere all'infinito, nella direzione di un minimalismo che alla fine diviene il nulla, il mero galleggiamento tattico nella realtà data dei rapporti di forza. Nella pubblicistica corrente, è questa l'interpretazione prevalente. Ma essa non ha nessuna seria motivazione storica e teorica.
Mario Tronti ha messo bene in luce, nel suo libro "La politica al tramonto", il rapporto di forte complementarietà che ha legato storicamente il pensiero rivoluzionario e la pratica riformista. "Il riformista pratico che non ha più in testa un pensiero rivoluzionario assolve solo a una funzione provvisoria di razionalizzazione, normalizzazione e neutralizzazione di meccanismi vincenti e nemici. D'altra parte, non c'è nessuna rivoluzione possibile, comunista, e tanto meno operaia, senza una lunga marcia lenta, profonda, graduale, dentro quei meccanismi, economici e istituzionali, per smontarli dall'interno. Il rivoluzionario a parole, incapace della pazienza riformista, tiene solo accesa la lampada votiva davanti all'icona di un santificato antagonismo."
In questa formulazione c'è sicuramente una certa forzatura semplificatrice, come se riformismo e pensiero rivoluzionario fossero convissuti pacificamente come due lati dello stesso processo. Il rapporto, nella realtà storica, è stato meno indolore. Ma è comunque vero che il riformismo sta all'interno di un processo storico che tende a rovesciare la realtà data dei rapporti di forza: non è la minimizzazione dell'obiettivo, ma è la pratica politica concreta che dà realtà e materialità al progetto di trasformazione sociale.
Per questo, l'opposizione di massimalismo e minimalismo ha un effetto del tutto deviante. Essa non ha nessun significato sotto il profilo della teoria politica, ma ha solo un valore empirico, come rappresentazione del temperamento soggettivo e delle predisposizioni tattiche, dell'essere disposti all'audacia o alla prudenza. La teoria politica può dire solo questo: che è un errore proporsi obiettivi massimi quando le condizioni oggettive non lo consentono, e che è un errore altrettanto grave fermarsi ai primi parziali risultati quando tutta la situazione storica è matura per un processo di cambiamento più profondo. Tutto dipende dalla valutazione delle forze in campo e delle condizioni storiche concrete. Un politico intelligente non è sempre audace, o sempre prudente, ma sa adattare la sua tattica alla situazione reale, e si pone quegli obiettivi che sono alla sua portata, non di più e non di meno. 
Va quindi respinta l'equazione di riformismo e minimalismo. E anche la contrapposizione tra "riformismo moderato" e "riformismo radicale", su cui da qualche tempo insiste Alberto Asor Rosa, non ha un vero fondamento teorico, perché cristallizza due momenti dell'agire politico e li trasforma in categorie ideologiche, mentre è solo l'esame della realtà che può decidere dell'efficacia di una determinata linea tattica. 
In un'altra prospettiva, il riformismo può essere considerato nella sua opposizione al populismo. Qui si coglie una verità, ma solo parziale. Il populismo, nelle sue manifestazioni attuali, può essere semplicemente definito come l'anti-politica, in quanto fa leva sull'immediatezza, sul movimento spontaneo, sulla protesta, e a questa immediatezza offre come prospettiva non un programma politico, ma una mitologia, e spesso il mito si riduce alla divinizzazione del leader. Le celebrazioni per il decennale di Forza Italia sono l'ultimo esempio di un tale processo, con Baget Bozzo nel ruolo di officiante del nuovo rito pagano, e con Berlusconi nelle vesti ridicole di un novello profeta. Il populismo ha sempre questo carattere di sublimazione del ridicolo, il che non gli impedisce, in determinate condizioni, di essere una forza politica reale. Altrettanto evidenti sono i tratti populistici nella politica della Lega, con tutta la mitologia etnica del dio Po e della Padania come nuova terra promessa. 
Ma l'ondata dell'anti-politica ha un carattere trasversale. Anche nel campo della sinistra, c'è chi punta tutto sull'immediatezza, sulla spontaneità dei movimenti contro le forme politiche organizzate: l'immagine della "carovana", l'idealizzazione della società civile, la soggettività contro l'organizzazione, l'utopia contro il realismo della politica. Ma la discussione intorno al populismo riguarda solo indirettamente il tema del riformismo, perché qui è solo in gioco la razionalità del discorso politico, il che rappresenta naturalmente un discrimine molto importante, ma non sufficiente: è evidente infatti che vi possono essere politiche "razionali" anche nel campo conservatore. Nell'opposizione di politica e anti-politica, il riformismo è saldamente collocato nel primo campo. Ma poi, dentro questo campo, c'è tutto un ampio ventaglio di politiche possibili. 
Fin qui, interrogandoci intorno ad alcune categorie astratte della politica, abbiamo solo potuto dire qualcosa su ciò che il riformismo non è, ma senza afferrarne la sostanza positiva. Qual'è l'oggetto del riformismo? Che cosa si tratta di riformare? Solo così ci avviciniamo al nocciolo del problema.
Il riformismo nasce storicamente come un insieme di progettazioni e di iniziative politiche per la riforma del capitalismo, per costruire quei meccanismi sociali e istituzionali che siano capaci, anche all'interno di un'economia di mercato, di far valere i principi dell'eguaglianza e della solidarietà. Forse si può dire che il suo opposto è l'utopismo, il mito di una società radicalmente altra. Il riformismo agisce nella realtà data e non attende l'avvento di un nuovo ordine: è azione pratica, realistica, che punta all'efficacia e alla concretezza dei risultati.
La realtà è sempre modificabile, è sempre aperta a diverse possibili evoluzioni, e non c'è quindi nulla di deterministico nella storia, ma tutto dipende dal gioco incrociato dell'azione dei diversi soggetti, il quale non obbedisce a nessuna legge storica predeterminata. Non c'è quindi un "sistema", chiuso e compatto, al quale si può solo opporre una diversa logica di sistema. Ciò che il riformismo rifiuta è proprio questa estrema ideologizzazione dell'analisi sociale, per cui o c'è un salto di sistema, un mutamento ontologico, oppure ci sono solo mutamenti irrilevanti, inessenziali, apparenti. Il dogmatico pensa per sistemi, il riformista pensa per situazioni concrete. In questo senso, il riformismo rappresenta il momento alto e creativo dell'azione politica, proprio perché intende la politica come prassi, come invenzione, come azione che irrompe nella realtà e la modifica, senza schemi ideologici aprioristici. 
Alla categoria del riformismo appartiene ciò che c'è stato di vitale nella storia del movimento operaio. La stessa politica del PCI, nei suoi momenti più maturi, è stata di fatto una politica riformista: stava dentro un forte impianto ideologico, ma questo impianto costituiva solo uno scenario di sfondo, senza precludere una grande flessibilità dell'iniziativa politica concreta. In ogni caso, il campo d'azione del riformismo, in quanto progetto di riforma sociale, sta tutto all'interno del campo della sinistra, nelle sue diverse forme e accezioni, e questa reciproca appartenenza, della sinistra e del riformismo, la dobbiamo oggi riaffermare con forza, perché questo è il senso profondo della nostra storia.
Fuori da questo orizzonte storico-politico, il riformismo diviene davvero una parola priva di senso. E oggi il tentativo è proprio quello di spezzare questo legame storico e di "neutralizzare" il riformismo, di collocarlo fuori dal suo contesto originario, in uno spazio socialmente neutro. Se il riformismo non ha più una qualificazione sociale, allora diviene riformista qualsiasi ipotesi di cambiamento, quale che sia il suo oggetto e il suo orizzonte teorico. Certo, tutto può essere riformato: la legge elettorale, il codice della strada, il regolamento per le partite di calcio, lo statuto di una società cooperativa, e così via all'infinito. E allora la destra, che vuole smantellare le conquiste storiche del riformismo socialista, lo stato sociale e i diritti del lavoro, si autorappresenta come riformista, perché aperta al cambiamento, mentre la sinistra, che quelle conquiste difende, diviene di conseguenza conservatrice.
E' una campagna ben orchestrata, e non mancano intellettuali servili che la sostengono, politici disinvolti, anche a sinistra, che stanno al gioco, e non manca, come sempre, la stupidità di chi non capisce di che cosa si parla. Il risultato che si tenta di ottenere è un vero e proprio rovesciamento storico: la sinistra, per essere riformista, deve rinnegare se stessa. Alla fine, in questa generale babele delle lingue, il vero capostipite del riformismo finirà per essere Licio Gelli, il quale ha progettato, in tutti i campi decisivi del nostro sistema politico, una linea audace e spericolata di cambiamento. E in effetti la classe dirigente attuale è stata largamente reclutata nella sua loggia massonico-eversiva, e il suo preteso riformismo da lì discende, da un progetto di rovesciamento dei principi costituzionali, nella direzione di un potere oligarchico che sia finalmente liberato da ogni controllo democratico dal basso. Dobbiamo dunque ridefinire con nettezza il senso delle parole, se non vogliamo essere trascinati nella melma di questo trasformismo reazionario. 
Il riformismo non è la rincorsa del cambiamento, quale che sia, l'esaltazione acritica del nuovo, indipendentemente dai suoi contenuti. Questo atteggiamento ha avuto un preciso precedente storico: il futurismo, che non a caso è stato suggestionato dal mito fascista, dal vitalismo retorico di chi predicava la necessità di far piazza pulita di tutto l'ordine tradizionale. E nella Russia sovietica avviene, con segno rovesciato, un processo culturale parallelo, fino a quando la logica brutale del potere fa giustizia delle troppo facili illusioni. Ora, a me sembra di vedere, nel clima politico dei nostri giorni, in una parte della società, qualcosa di simile a quell'irrequietezza disperata e senza principi del primo novecento: una miscela di cinismo, di disprezzo delle regole, di esaltazione egocentrica, di spirito di avventura. E appunto su questi spiriti vitali fa leva la politica della destra. Ma tutto ciò, come è evidente, è l'esatto rovesciamento del progetto riformista. 
Cerchiamo di chiarire ancora più a fondo l'elemento sostanziale: il riformismo ha a che fare con un processo sociale, nel quale si dà forma alla società, si costruiscono le legature sociali, si fa coesione, si organizzano e si rappresentano gli interessi collettivi. Riformare vuol dire qui dare alla società un'ossatura, una forma politica. Mentre il mercato, lasciato a se stesso, frantuma la compagine sociale, privatizza gli spazi pubblici e innesca un meccanismo di pura competitività nelle relazioni interpersonali, il riformismo è il lavoro continuo che la società stessa compie per non essere destrutturata e disgregata. In una parola, la causa del riformismo si identifica con la causa della socialità, è il bisogno di socialità che si organizza e si afferma.
E' molto importante, a mio giudizio, cogliere questo nesso e capire che il riformismo ha un profilo sociale prima che politico. E' un modo di pensare e di agire che si oppone al decisionismo politico, al giacobinismo, alla rivoluzione dall'alto. Proprio per questo, per questa sua matrice essenzialmente sociale, il riformismo non appartiene solo alla tradizione socialista, ma c'è un filone importante di riformismo cristiano, che va riconosciuto e analizzato, il quale ha sperimentato in varie forme diversi modelli possibili di socialità e di solidarietà. 
Nell'esperienza del movimento sindacale, i diversi filoni del riformismo, socialista e cristiano, trovano una convergenza e, nei momenti migliori, una sintesi unitaria. E' nel processo dell'unità sindacale, processo contrastato e altalenante, ma tutt'ora aperto, che i diversi riformismi, integrandosi, superano le loro unilateralità: la tradizione socialista corregge i suoi difetti di astrattezza dottrinaria, e il pensiero cristiano supera la dimensione strettamente morale e scopre, oltre la cerchia delle relazioni umane immediate, i meccanismi più generali che organizzano il processo sociale.
Il sindacato, quindi, è un protagonista decisivo dell'azione riformista, non in virtù delle sue appartenenze politiche, ma per il lavoro che sa svolgere, quando lo svolge nella pienezza della sua autonomia, quando non si lascia spingere sul binario morto di un'azione solo di propaganda e di denuncia. Ciò che sta ora accadendo, nelle relazioni sindacali, mi sembra riproporre questa esigenza di sintesi e di superamento delle unilateralità. La Cgil si rende conto che ha bisogno di"risindacalizzarsi" dopo una fase di eccessiva esposizione politica, e la Cisl capisce che solo in un quadro unitario si può davvero esercitare l'autonomia della rappresentanza sociale. E' un processo nuovo, in cui ciascuno sta correggendo le sue precedenti parzialità. 
Molto più complesso e difficile è il discorso sulla politica. Quando si parla di partito riformista, che cosa si intende? La sfera politica, in questi anni, ha allentato il suo rapporto organico con il processo sociale, per cui essa appare come la competizione per il potere all'interno di una ristretta oligarchia. Le "novità" della cosiddetta seconda repubblica vanno tutte in questa direzione: personalizzazione, enfasi sul ruolo del leader, battaglie televisive che si sostituiscono alle battaglie sociali, politica di slogan e di sondaggi, dove ciò che conta non è fare, ma comunicare, apparire, essere visibili. 
Sì, ci sarebbe davvero bisogno di un partito riformista, che sia il contrario di tutto questo, che interpreti il riformismo come riscoperta del bisogno di socialità e di partecipazione popolare. Ma per raggiungere questo obiettivo non basta certo l'assemblaggio delle forze politiche esistenti, ma serve un loro ripensamento, una loro riforma. Io continuo a vedere una situazione di ambiguità, di indeterminatezza, in cui tutto può ancora succedere. Non si tratta, a questo punto, di difendere vecchie identità, ormai declinanti e residuali. Si tratta piuttosto di mettere mano alla costruzione di qualcosa che sia effettivamente nuovo, di pensare a quello che può essere oggi il profilo di un partito riformista, riformista nei fatti, nell'azione sociale concreta, e non secondo un'ambigua rappresentazione ideologica. Questo spazio di ricerca è ora aperto. Se un vero partito riformista ora non c'è, lavoriamo per costruirlo.

da "Argomenti Umani"
17 marzo 2004


Riformisti soli perché senza progetti
di Fausto Bertinotti

Caro Direttore, Ernesto Galli della Loggia si interroga sui motivi per cui oggi i riformisti (e il riformismo) non piacciano agli intellettuali. E perché il progetto riformista manchi di quel retroterra sociale che è il popolo con le sue articolazioni e le sue organizzazioni. E' una domanda importante alla quale vorrei tentare di dare una risposta. Intanto vorrei precisare che la situazione descritta da Galli della Loggia riguarda l'oggi, non è una condanna inscritta nella storia o nella cultura del Paese. E' di oggi la solitudine del progetto riformista. Non è sempre stato così. Il riformismo ha raccolto nella sua storia nel nostro Paese sia la partecipazione di parte importante di intellettualità che di popolo. Eppure era sfidato da culture più intransigenti e antagoniste: da quella comunista a quella radicale a quella di tendenze critiche del cristianesimo. E, tuttavia, ha tenuto.

Se oggi non è più così i motivi non vanno cercati nella forza delle opposizioni a quella cultura o in problemi di timidezza o di paura nell'affermazione delle proprie idee da parte dei suoi sostenitori, ma all'interno dello stesso progetto riformista, alle sue ragioni di essere, al suo profilo programmatico, alla sua proposta politica. Altrimenti dove sta la debolezza di forze che raccolgono in termini numerici più di un terzo dell'elettorato italiano e si avvalgono della rendita di essere la parte più consistente dell'alternanza al polo di centrodestra in un sistema elettorale maggioritario? Il problema è evidentemente altro, la riflessione deve cominciare da un altro punto. Perché nel passato quel riformismo contrariamente ad oggi aveva forza e protagonisti forti tanto che lo può ben riconoscere anche chi a questa tradizione non appartiene? Perché nel passato il riformismo ha avuto per un lungo periodo da Turati a Nenni, da Prampolini a Capitini un progetto forte, quello della costruzione di una diversa società, di una società socialista. Su questo progetto ha raccolto i consensi fra gli intellettuali e il popolo e ha condotto una battaglia per l'egemonia con i comunisti dall'inizio del secolo fino al secondo dopoguerra. La necessità di una idea forte di società è rimasta viva nel riformismo italiano anche negli anni successivi. Il riformismo (e non parlo di quello rivoluzionario come fu chiamato quello di Lombardi o Ingrao) anche negli anni successivi, anche negli anni del primo centrosinistra, si poneva il problema di cambiare a fondo la società capitalistica attraverso le riforme di struttura e ipotizzando profondi cambiamenti economici e rilevanti spostamenti di forza fra le classi. Dunque i progetti di cambiamento sociale hanno caratterizzato la sua storia dotandolo di una sua capacità di attrazione. Diversa è la realtà del secondo centrosinistra, quello guidato da Romano Prodi con il quale - si sa - i nostri dissensi sono stati molti e ci hanno portato alla rottura. Esso è stato fondato su un progetto di modernizzazione sociale. Un progetto che non ha coinvolto come nel passato il popolo, ma ha sicuramente conquistato parte di esso su una base diversa (buono o cattivo questo è il nostro governo) e le istituzioni e le organizzazioni che lo rappresentavano.

Oggi siamo di fronte ad una cesura. Quella modernizzazione, che costituiva il progetto dell'ultimo riformismo, si è rivelata un'illusione. E' stata cancellata dalla seconda fase della globalizzazione capitalistica, quella che ha portato nel mondo una regressione sociale, fino a qualche anno fa inimmaginabile, e la terribile realtà della guerra preventiva. All'opposto è cresciuto nel mondo un movimento inedito che costituisce - io credo - il fatto politico più importante del nuovo secolo. E' questa la duplice realtà che rende impraticabile fino a farlo scomparire il progetto di modernizzazione. Per chi pensa come me è un bene, ma rende il re nudo. Questa è la questione: l'assenza del progetto di società rende impossibile il sostegno militante degli intellettuali e la costruzione di un popolo attivo oltre l'esercizio del voto. Se i riformisti rinunciano - non possono fare altro - al progetto di modernizzazione. Se Massimo D'Alema riconosce - come di recente ha riconosciuto - che non si può ritornare agli anni 90. Se non si può più pensare di dare un insieme di regole alla globalizzazione, come si proponeva il liberismo temperato, allora il riformismo che cosa è oggi? Esso rischia di essere, come nel racconto di Alice, «il sorriso senza il gatto», una definizione senza forte contenuto, uno schieramento senza progetto. E quindi senza protagonisti forti fuori dalla società politica. 

Corriere della Sera
8 marzo 2004


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