Convegno del Prc a Venezia

Bertinotti e la non violenza: rivisitare criticamente il ’900 e rivedere le tesi dei marxismi
Revelli critica Trotzky, ma salva la Luxemburg Assenti Casarini e Agnoletto, che sarà candidato


VENEZIA - Dice Fausto Bertinotti che non è un’operazione elettoralistica, che il salto dal marxismo ai no global - passando per Gandhi e Marcos - si può fare. Certo la svolta richiede tempo e, una volta proclamata la scelta strategica del rifiuto della forza, bisogna sforzarsi «di cercarne le tracce nella storia delle Resistenze, perché effettivamente - spiega il segretario di Rifondazione - nel marxismo la teorizzazione della non violenza proprio non c’è». Se non è un addio alle origini, è certamente un invito a scavare nel passato, a interpretare, anche a costo di una «revisione della teoria politica dei marxismi e di una rivisitazione critica del ’900». 
Parole pesanti, nella due giorni di studio a Venezia, sullo sfondo della prossima campagna per le Europee, con il timore che l’opzione non violenta non sia capita da chi è attaccato all’identità politica di Rifondazione e non ama l’idea del partito della sinistra europea in cui Bertinotti ha impegnato le forze. Al dibattito non c’è Casarini, che polemicamente rifiuta la scelta bertinottiana, e non c’è neppure Vittorio Agnoletto che a giugno sarà in lista con Rifondazione. 
Finora Bertinotti, nella sua marcia di rinnovamento, aveva rifiutato lo stalinismo salvando tutto il resto, cercato di puntare l’attenzione più sulla Rifondazione che sull’aggettivo che l’accompagna (il titolo dell’ultimo congresso recitava «Rifondazione, rifondazione, rifondazione» i militanti ci hanno aggiunto a mano «comunista, comunista, comunista»). Ieri si parlava del marxismo in generale o, per dirla con Bertinotti, dei «marxismi»: la relazione teorica della giornata è stata affidata a Marco Revelli, che ha impietosamente tracciato la strada che porta dal fallimento del modello rivoluzionario marxista alla non violenza. Ha spiegato che «sulla Russia del suo tempo Marx la pensava come oggi Rumsfeld sull’Iraq» non ha lesinato critiche a Trotzky (la minoranza del partito non ha approvato): si salva l’icona di Rosa Luxemburg. Nel dibattito c’è chi contesta il partito gerarchico, chi il leninismo. Un giovane militante prende la parola per dire che «tutto questo discutere su Stalin e Lenin non mi appassiona». 

Gianna Fregonara 
Corriere della Sera
29 febbraio 2004


LA LETTERA
Dalla lista unitaria al partito riformista
MASSIMO D´ALEMA


CARO direttore, è stato giusto da parte del capo dello Stato invitare gli italiani a non abbandonarsi allo sconforto e al disgusto ma cercare la via per riprendere la fiducia e il cammino. Il Paese ha in sé le risorse, le forze, le energie necessarie. Occorre naturalmente coscienza dei mali e dei rimedi. A questo proposito, qualche giorno fa Ilvo Diamanti rifletteva su queste colonne intorno al tramonto del "mito dell´imprenditore". Spiegava il declino di un´ideologia che ha segnato un quindicennio di storia dell´Occidente: la fine della politica, il prevalere del mercato e della cultura d´impresa come criteri d´organizzazione della società. Oggi si mostra tutta l´angosciosa incertezza d´un mondo non regolato dalla politica. L´esplodere di conflitti laceranti e disuguaglianze profonde, di paure paralizzanti.

Dalla lista unitaria al partito riformista
La proposta Prodi serve a far nascere una forza nuova, non un partito di ex, capace di elaborare una cultura della trasformazione, dell´innovazione sociale
L´Italia ci appare ora priva d´una guida: una parte crescente della società guarda con sfiducia al governo, ma appare anche scettica verso l´opposizione
Torna il bisogno d´istituzioni forti, di regole condivise, di "statualità", per ripristinare la pace, combattere il terrorismo, garantire i diritti umani e uno sviluppo più equo

Torna il bisogno di istituzioni forti, di regole condivise, di "statualità". E ciò vale a livello globale per ripristinare la pace, combattere il terrorismo, garantire i diritti umani e uno sviluppo più equo. Ma anche a livello delle singole nazioni dove si fa strada la necessità di ritrovare le ragioni di coesione e solidarietà che segnano un destino comune.
Non è forse questa la ragione profonda della grande popolarità di Carlo Azeglio Ciampi? E del servizio prezioso che egli rende a un paese diviso e lacerato dove rappresenta con forza e dignità un punto di riferimento per milioni di persone? Non ha tutti i torti Berlusconi quando lamenta che in fondo è la fortuna a essergli mancata in questi disgraziati anni di governo. Il fatto è che egli si è trovato contro lo spirito del tempo che a lungo, invece, aveva saputo interpretare. L´eroe dell´antipolitica, dell´individualismo ripiegato sul proprio "particolare", del mito dell´arricchimento facile, della "deregulation" all´italiana si è trovato a governare nel tempo delle sfide più ardue e drammatiche. Era difficile pensare un confronto altrettanto impari e la sequela di gaffes, fraintendimenti, esaltazione e autocommiserazioni hanno messo in luce in modo quasi grottesco l´inadeguatezza non solo di un uomo ma di una visione politica.
Anche se una parte del Paese pare ancora "stregata" dalla sua tecnica affabulatoria, il declino del "grande comunicatore" segna ormai la vicenda pubblica italiana con un governo privo di slancio e di capacità realizzativa, e tuttavia attaccato al potere e capace di intorbidare le acque di uno scontro politico aspro e confuso. L´Italia ci appare così priva di una guida. Una parte crescente della società guarda con sfiducia al governo, ma nello stesso tempo appare scettica verso la capacità dell´opposizione di proporsi in modo maturo come alternativa in grado di prendere nelle sue mani il destino del Paese. Non si tratta soltanto delle divisioni e dell´inguaribile litigiosità. Si tratta di quale classe dirigente e quale progetto per l´Italia il centrosinistra è oggi in grado di mettere in campo. E questo proprio nel momento in cui vengono al pettine nodi intricati che vanno sciolti per restituire agli italiani fiducia nel futuro; questioni non riducibili ai guasti ? pure non piccoli ? che la destra sta producendo, ma problemi che vengono da lontano e di fronte ai quali non sarebbe sufficiente riprendere il cammino intrapreso negli anni ? pure positivi ? dei governi dell´Ulivo.
Sono anch´io contrario alla retorica autodistruttiva sul declino dell´Italia ma non c´è dubbio che la crisi dei grandi gruppi industriali e la perdita di competitività in alcuni settori tradizionali non segnano solo una difficoltà congiunturale ma fanno emergere problemi di tenuta complessiva del Paese. Non solo viene alla luce quanto fosse fasulla la lettura della crisi italiana fondata sulla dicotomia tra una società civile sana e una partitocrazia aggressiva e corrotta. Ma appare anche chiaro che né la scelta con l´euro di una più stringente integrazione europea, né il rigore finanziario sono stati sufficienti a costruire un nuovo e più trasparente rapporto fra industria e finanza rispetto al tradizionale intreccio tra banca pubblica e capitalismo familiare che ha rappresentato uno degli aspetti più opachi del rapporto tra economia e politica nel nostro Paese. Insomma se appare evidente che il berlusconismo sta respingendo l´Italia verso le pratiche peggiori del passato ? l´arroganza, la furbizia, lo scarso rispetto delle regole e delle leggi ? è anche vero che i problemi attuali indicano l´insufficienza dei cambiamenti prodotti nel tempo dai nostri governi e chiedono una rinnovata capacità e volontà riformatrici. Restituire fiducia al Paese è possibile indicando obbiettivi condivisi a fondamento di un nuovo patto tra gli italiani. Si tratta di restituire vitalità all´economia e alla società investendo sul capitale umano, spostando grandi risorse sull´innovazione, la ricerca, la formazione, ma anche rimovendo gli ostacoli, le barriere corporative che impediscono ancora alle nuove generazioni, a tanta parte del mondo femminile, al talento, alle intelligenze di affermarsi nella società e di guidare la trasformazione.
Tutto ciò non è in contraddizione con la necessità di ridurre le disuguaglianze che la destra ha reso più drammatiche, di combattere la povertà vecchia e nuova che rischia di emarginare milioni di italiani e di avvilire tante energie necessarie al progresso del Paese. Si tratta di un progetto di non breve periodo e di grande impegno che richiede coraggio e determinazione. Di fronte a un compito del genere fa sorridere un certo modo di discutere a sinistra di riformismo e radicalità. In realtà nulla è più "rivoluzionario" e radicale in questo nostro paese che intraprendere un progetto ambizioso di riforme e nulla è pericoloso come confondere la retorica con la passione politica, la verbosità e gli ideologismi con la radicalità dei valori e delle convinzioni. Continuo a pensare che la condizione perché l´Italia riesca a riprendere un cammino di progresso e di trasformazione sociale sta innanzitutto nel dare forza alle istituzioni e al sistema politico. Qui c´è la risposta al bisogno di una guida che sia insieme democratica e autorevole. Un sistema politico frantumato e litigioso, debole perché sradicato dalla società, non è in grado di generare speranza e fiducia fra i cittadini. Noi stessi abbiamo misurato le difficoltà e le incertezze di ciò che definiamo un "riformismo dall´alto", incapace di generare passione e partecipazione e perciò più debole e isolato. Per tutte queste ragioni la proposta lanciata da Romano Prodi e sulla quale egli è tornato nell´intervista a Repubblica di ieri, è importante non solo per le forze politiche cui si rivolge ma per l´Italia e costituisce un´occasione preziosa da non sprecare.
Voglio essere chiaro, non mi riferisco soltanto alla scelta ? pure di grande rilievo ? di un´alleanza elettorale, di una rinuncia a competere tra di noi nel nome di un programma comune per il futuro dell´Europa. Penso a un´aspirazione e a una speranza più grandi. Alla possibilità cioè che, a partire dalla lista unitaria, possa crescere una grande forza politica riformatrice e di governo. Non un partito di tipo tradizionale, ma una realtà aperta, capace di unire in forma federata forze politiche esistenti, ma anche associazioni, gruppi e singoli cittadini. E che sia tuttavia una forza unitaria, che esprima gruppi dirigenti comuni, che abbia proprie rappresentanze nelle istituzioni e nelle assemblee elettive. Penso a un grande soggetto popolare che potrebbe contare ? sulla base dei dati di oggi ? su quasi un milione di iscritti, presente sui luoghi di lavoro, nelle città, nei paesi, nel Nord e nel Sud dell´Italia. Penso a una forza che abbia le sue radici nelle culture e nelle esperienze del riformismo italiano, delle grandi correnti popolari della sinistra e dell´arcipelago cattolico che hanno animato la vita politica dell´Italia democratica del dopoguerra. Ma penso soprattutto a una forza nuova, non un partito di ex. Nuova nella capacità di elaborare una cultura della trasformazione, dell´innovazione sociale, all´altezza dei tempi e di sfide per le quali non bastano più le ricette del passato. Penso infine a una forza che ? come ha sottolineato Fassino ? sia per l´Italia ciò che in altri paesi europei sono i grandi partiti socialisti, laburisti o socialdemocratici. E cioè la componente prevalente (raramente esclusiva) delle coalizioni di governo di centrosinistra e ambientaliste.
Questo non significa ovviamente imporre al centrosinistra italiano un modello culturale, organizzativo o ideologico ma riconoscere l´esistenza di un campo di forze riformiste che va certamente oltre la socialdemocrazia in Europa, alla cui unità e al cui allargamento noi potremmo concorrere in modo significativo e innovativo. Questo nuovo soggetto non può realisticamente proporsi di rappresentare l´intero centrosinistra. Sono scettico verso l´idea di un partito unico per ragioni che riguardano la storia e la complessità della nostra vicenda, ma anche guardando alle esperienze largamente prevalenti nei diversi paesi europei.
Per questo la costruzione della lista unitaria non deve andare a discapito della più larga unità politica e programmatica del centrosinistra in vista delle prossime elezioni amministrative e nella prospettiva delle elezioni politiche. Non credo, per quanto mi riguarda, di avere mai peccato di ingenerosità o chiusura verso Antonio Di Pietro e non condivido il metodo dei veti. Ma ritengo sia ragionevole chiedersi se il suo apporto al progetto della lista unitaria possa essere davvero utile. O se egli non rischia di perdere per strada una parte del suo elettorato poco attratto da questa prospettiva finendo quindi per indebolire l´apporto prezioso che egli può dare all´insieme della coalizione. Anche per questo è urgente riprendere il filo di una riflessione comune non solo di carattere programmatico ma politico e culturale. C´è una responsabilità che l´opposizione ha di fronte al paese. C´è un vuoto politico da riempire. Non basta la forza della protesta e dell´invettiva? pure giustificate ? a restituire fiducia e speranza nel futuro. E nessuno si illuda che possa esservi ora il momento della competizione e delle polemiche, rinviando a dopo l´ora della ricomposizione unitaria. Nelle settimane che verranno e nella prossima primavera si giocherà in gran parte il futuro politico del paese e si misurerà la capacità del centrosinistra di proporsi come la guida in grado di ridare fiducia e futuro all´Italia.

la Repubblica
3 gennaio 2004 


«Bankitalia ha commesso errori. Ma tuteliamo la sua autonomia»
Amato: impariamo dagli Usa con Enron, nuove regole entro primavera


«Per funzionare correttamente, il capitalismo ha bisogno di regole condivise, di sanzioni credibili, di un’etica. Alcuni di questi fattori negli ultimi decenni sono venuti meno, e non solo in Italia. Ma gli scandali del 2002 e quelli dell’anno appena concluso, non solo la vicenda Parmalat, hanno aspetti addirittura paradossali: campioni del grande capitale finanziario dai nomi altisonanti hanno dimenticato la regola basilare del funzionamento del sistema che persino un leader della sinistra come Olof Palme cercava di inculcare nei riottosi socialisti svedesi: prima di tosare la pecora, bisogna nutrirla». Giuliano Amato parla volentieri delle disfunzioni di un’economia di mercato, di regole e garanzie, argomenti coi quali si è dovuto spesso confrontare. Primo ministro che nel ’92 avviò l’era delle privatizzazioni e si scontrò con le banche estere sul caso Efim, presidente dell’Antitrust che per anni ha cercato di seminare in Italia la cultura della concorrenza, l’esponente più accreditato della sinistra riformista italiana ammette tuttavia di sentirsi in qualche misura corresponsabile del terremoto che ha per epicentro Parma. «Vedo ovunque gente che si defila: non sapevo, non era mia competenza... Io, almeno per gli anni del governo dell’Ulivo, sento di avere delle responsabilità per non aver capito, intuito. Certo, meno di chi aveva a disposizione strumenti ben più efficaci. In quegli anni, ad esempio, la Banca d’Italia mi ha parlato di cento cose, ma non del problema delle emissioni obbligazionarie effettuate da operatori che sfuggivano a ogni verifica del titolo di credito. Non c’era una responsabilità formale? Va bene, potevano metterci in allerta, segnalare comportamenti devianti, esposizioni eccessive».
Nel dibattito corredato da aspri conflitti in atto sul nodo dei controlli, Amato non ha certo una posizione attendista: «Il sistema ha dimostrato di non funzionare e va cambiato. In fretta, mi aspetto tempi analoghi a quelli che si è data la politica americana dopo lo scandalo Enron. Il che significa avere la legge con le nuove regole in vigore entro la primavera».
Molti a sinistra vorrebbero prendere tempo, temono di assecondare una sorta di vendetta del governo insoddisfatto, anche per motivi politici, del comportamento di Fazio. Il disegno di legge che sta per essere presentato da Giulio Tremonti trasferisce molti poteri dalla Banca d’Italia a una nuova autorità guidata da esponenti di nomina governativa e parlamentare. E poi c’è chi, come Bertinotti, legge nel caso Parmalat una profonda crisi di sistema e chiede che il Parlamento indaghi sulla crisi del capitalismo più che sul fallimento del sistema dei controlli.
«Dobbiamo decidere e in fretta ma senza punire in alcun modo Via Nazionale. La Banca d’Italia ha fatto grossi errori, ma la sua autonomia va salvaguardata. Poteri da trasferire? Nuove autorità? Ne discuteremo in Parlamento. Non ho pregiudizi, valuteremo le ragioni per modificare compiti e responsabilità. Con un punto fermo: nessun governo, neanche quello del più splendente Ulivo, dovrà collocarsi al di sopra di una autorità indipendente».
Cossiga ricorda che la vigilanza sulle banche originariamente apparteneva al Tesoro che mezzo secolo fa scelse di trasferirla a Via Nazionale.
«Infatti non sto difendendo un principio religioso. Dico solo che ormai viviamo in un sistema caratterizzato - in Italia come all’estero - da autorità indipendenti che sono una preziosa articolazione delle democrazie. Quanto all’altra questione, quella posta da Bertinotti, non ne farei oggetto di indagine parlamentare che in questa fase va limitata alla questione dei controlli e deve esaurire la sua istruttoria in poche settimane, proprio per l’urgenza di un intervento legislativo. Ma un problema di sistema sicuramente esiste, un problema politico e di cultura del mercato che non è certo solo italiano. E che non è sentito solo dalla sinistra. Nei seminari dell’Aspen Institute, ad esempio, mi è capitato spesso di ascoltare industriali preoccupati dagli squilibri prodotti dal modo di operare di una finanza che fugge lungo le autostrade del mercato globale, che è più veloce nella ricerca di attività profittevoli attraverso le quali alimenta continuamente il meccanismo delle aspettative. E così impone logiche di breve periodo anche a imprenditori che invece dovrebbero programmare le loro produzioni in un orizzonte temporale medio-lungo».
Sono 15 anni che le imprese Usa denunciano la schiavitù dei conti trimestrali dai quali dipende il giudizio di Wall Street. Se non è ancora cambiata l’America...
«È vero, nonostante gli scandali, viviamo ancora in un sistema che soffre dei postumi di una grande ubriacatura finanziaria. E certe disfunzioni sembrano appena intaccate. Però, dopo la vicenda Enron l’America ha reagito ed è stata varata la legge Sarbanes Oxley».
Che, secondo molti, è troppo blanda. Lo ha spiegato qualche giorno fa proprio sul Corriere Marco Vitale che, anche in virtù della lunga esperienza nell’Arthur Andersen, conosce assai bene i meccanismi della finanza americana.
«Ho letto l’interessante analisi di Vitale, ne condivido molte parti. La mia conoscenza della nuova legge americana non è profonda. Registro giudizi scettici ma c’è anche chi, come il responsabile italiano di Vodafone, Vittorio Colao, è convinto che nel lungo periodo quelle norme daranno buoni frutti perché, differenziando le responsabilità dei diversi livelli amministrativi e di controllo dell’impresa, scardinerà le collusioni e le omertà che hanno portato alla patologia attuale».
Era così difficile, per la politica che oggi processa i controllori, capire quel che stava avvenendo?
«Per ripristinare un corretto funzionamento del sistema c’era bisogno di uno scossone. Fu così anche negli anni ’20. Non so se la nuova legge americana basterà, ma con la Enron e gli altri scandali lo scossone è arrivato. E ora è arrivato anche in Italia. Serve a rimetterci davanti agli occhi una realtà elementare ma che abbiamo dimenticato: l’essenza di un sistema democratico sta nella capacità di garantire la maggior libertà possibile ma anche nella tempestività e nell’efficacia del sistema di sanzioni contro i comportamenti devianti. Questo vale in tutti i campi, vale per l’economia, vale a maggior ragione per la finanza che, muovendosi in un mercato particolarmente aleatorio, ha bisogno di un’enorme trasparenza, di un grande flusso di informazioni e di forti regole prudenziali».
Torniamo a Parmalat, cosa imputa agli intermediari finanziari?
«Il finanziamento delle imprese col metodo del "confessionale" non mi è mai piaciuto. Si andava dal direttore della filiale locale della banca che, senza troppa trasparenza, decideva se erogare o meno il credito. Anche da ministro del Tesoro ho sempre invitato le imprese ad andare sul mercato dei capitali. Qui, però, siamo davanti a ben altro: ci sono imprese che da dieci anni emettono obbligazioni senza dover esibire a nessuno il proprio titolo di credito. Praticamente hanno scoperto il motore ad acqua: le banche non rischiano i loro soldi e quindi non controllano, collocano le obbligazioni sul mercato e incassano una lauta provvigione. Le imprese che prendono i soldi non devono mettersi in casa nuovi azionisti che magari farebbero domande inopportune. A rischiare sono i risparmiatori che mettono i capitali, ma restano lontani dal tavolo verde sul quale si gioca la partita. Per questo trovo indegno il fuggi-fuggi dalle responsabilità. Sarà anche vero che nessuno ha una responsabilità giuridica diretta, ma davanti a fenomeni così abnormi ed evidenti, qualcuno ha chiesto alle banche se si stavano comportando come per l’emissione di un mutuo o se pensavano solo a incassare commissioni insolitamente elevate? Mi chiedo dov’era la Banca centrale, ma anche la Consob. La giustificazione dei poteri limitati è valida ma fino a un certo punto, su certi fenomeni si poteva intervenire anche senza poteri sanzionatori, si potevano almeno accendere i riflettori».
Ora la frittata è fatta. Oltre al danno economico immediato ci sono rischi per la credibilità dell’Italia. Alcuni giornali stranieri - Financial Times in prima fila - sono stati molto duri col nostro Paese, trattato come una miniera di junk bond. Undici anni fa lei, da capo del governo, liquidò l’Efim, ma poi ammise di aver sbagliato nel riconoscere alle banche creditrici il rimborso intergale del capitale ma non degli interessi. Vede qualche similitudine con la situazione attuale? Il governo ha fatto le mosse giuste?
«Allora feci bene a liquidare l’Efim. L’errore fu quello di non valutare fino in fondo l’impatto di un rimborso parziale sulle banche straniere che consideravano lo Stato responsabile ultimo dell’Efim. Ma la Parmalat non è dello Stato, il governo ha fatto bene a non prevedere un intervento pubblico. I controlli non hanno funzionato in Italia come all’estero. Giornali come il Financial Times in questa vicenda mi sembrano troppo attenti ai grandi interessi finanziari, rischiano di non fare un’informazione equilibrata».
Massimo Gaggi

Corriere della Sera
3 gennaio 2004


I PROTAGONISTI


ROMA - Pierre Carniti, 68 anni, ex segretario della Cisl. Il 14 febbraio dell’84 spinse Bettino Craxi a sfidare, e sconfiggere, il Pci di Enrico Berlinguer. Poi rifiutò la presidenza della Rai perché gli volevano imporre un vice, il socialdemocratico Leo Birzoli. E andò via anche dall’Iri non appena si accorse che i suoi progetti per il Sud finivano nelle sabbie mobili della politica e della burocrazia. Un uomo che ha sempre remato controcorrente. Eccolo, vent’anni dopo, il vincitore della battaglia per la scala mobile. «Non ho rimpianti né nostalgie». Sorride, mentre si accende l’immancabile sigaro, un compagno di strada che non ha mai abbandonato nonostante l’ulcera e i problemi cardiaci. Ma furono tre o quattro i punti di scala mobile tagliati? 
«Non ci fu un taglio, ma una predeterminazione. L’accordo prevedeva una modulazione degli scatti in funzione di un obiettivo. Le cose andarono meglio del previsto. Non tanto per un miracolistico effetto macroeconomico ma perché si dimostrò che l’inflazione ha anche una forte componente psicologica. Alla fine dell’83 avevamo ereditato un’inflazione del 13 per cento. L’obiettivo era di portarla al 10. Arrivò all’8, per cui alla fine i punti di scala mobile che non scattarono furono tre». 
Lo rifarebbe? 
«Sì. L’alternativa reale era una politica monetaria restrittiva. Ma quello sarebbe stato l’accordo del boia». 
Perché il boia? 
«Perché avrebbe significato, con un forte aumento dei tassi di interesse, strangolare gli investimenti, ridimensionare la crescita e quindi ridurre l’occupazione». 
Perché il Pci si oppose in maniera così strenua all’accordo? 
«Già il 7 gennaio la direzione del Pci aveva definito inaccettabile lo scambio politico tra il sindacato e il governo. Era così affermata una doppia teoria: il primato del partito sul sindacato, non perché considerato cinghia di trasmissione ma perché gli si riconosceva un’autonomia limitata, e il primato del Parlamento sull’esecutivo. E’ questa la sfida lanciata da Enrico Berlinguer. Dimostrare che senza il Partito comunista non si poteva fare nulla. Non credo che del merito della questione gli interessasse più di tanto». 
E Bettino Craxi? 
«Craxi era disprezzato dal gruppo dirigente del Pci. Già nel ’78 una nota di Antonio Tatò a Berlinguer lo dipingeva come un avventuriero e un bandito. Era detestato dai comunisti e guardato con sospetto dai democristiani. Una volta a Palazzo Chigi ricevette in eredità dal governo Fanfani l’intesa raggiunta nell’83 dal ministro del Lavoro Vincenzo Scotti che, con un’abilità partenopea del taglia e cuci, aveva di fatto ridotto surrettiziamente il grado di copertura della scala mobile. Quell’intesa rinviava appunto all’84 una verifica con le parti». 
Quindi partì il negoziato. 
«Sì, ma Craxi non se ne occupò. Non credo che gli interessasse molto. Ci fu una lunga fase di gestazione. La proposta della predeterminazione era nata proprio in casa Cisl. Il teorico ne fu Ezio Tarantelli, poi ucciso dai terroristi, che mi era stato indicato da Franco Modigliani. La Cgil aveva delle riserve ma non sembrava una pregiudiziale insuperabile. Il confronto lo guidò il ministro del Lavoro Gianni De Michelis. Arrivammo al 12 febbraio, tutto sembrava definito e si decise di firmare due giorni dopo. Il 14 andammo a Palazzo Chigi e qui Craxi entrò in scena per la prima volta. Lama, con evidente difficoltà, annunciò che la parte maggioritaria della Cgil, cioè i comunisti, non era d’accordo. Craxi tentò un rilancio per portare a casa un risultato unitario. Lo bloccai subito dicendo che l’intesa doveva essere quella concordata. A toglierci tutti dall’imbarazzo fu lo stesso Lama, il quale specificò che loro non avrebbero firmato alcunché. Il Pci aveva messo il veto». 
Che fece Craxi? 
«Non poteva certo accettare di governare con un mandato limitato dai comunisti. E fu costretto, suo malgrado, a firmare l’intesa. L’alternativa sarebbe stata quella di dimettersi». 
A quel punto partì la campagna del Pci. 
«Sì, prima in Parlamento, con uno strenuo ostruzionismo. Poi con la decisione di indire il referendum. Lo annunciò Gerardo Chiaromonte in Senato il 7 giugno, giorno della definitiva approvazione del decreto. La sera stessa Enrico Berlinguer, durante un comizio a Padova, viene colpito dall’emorragia cerebrale che nel giro di quattro giorni lo porterà alla morte». 
Piero Fassino ha scritto che Berlinguer, come un giocatore di scacchi che vede la propria sconfitta, muore prima di subire lo scacco matto. 
«Non sono d’accordo. Berlinguer era convinto di vincere. Fino al 14 febbraio pensava che l’accordo non si sarebbe fatto. Poi scatenò l’ira di Dio in Parlamento per far saltare il decreto. Quando capì che stava per essere varato ricorse al referendum abrogativo nell’assoluta convinzione che il Paese gli avrebbe dato ragione perché il Pci era l’unico a rappresentare davvero i lavoratori. E così pensavano gli altri dirigenti. Io stesso cercai alla fine di evitare la prova di forza proponendo di far mancare il quorum ma non vollero darmi ascolto. Per la verità anche la Confindustria era convinta che avrebbero vinto i "sì" all’abrogazione». 
C’è chi sostiene che il vecchio Pci muore allora, ben prima della caduta del muro di Berlino e del cambio del nome. 
«Muore quando Berlinguer sceglie la via della diversità comunista e agita la questione morale indicando socialisti e democristiani come uomini di malaffare. Il Pci solo contro tutti, in isolamento arrogante e astratto fino al giorno del giudizio universale. Una cosa priva di senso». 
Lei incontrò Berlinguer privatamente. Un paio d’ore di colloquio in casa di Tatò. 
«Sì, ma non ci capimmo assolutamente». 
E Luciano Lama? Combattè una battaglia che non voleva. Quando si ebbero i risultati del referendum disse affranto a chi gli stava attorno: "Aiutatemi a tessere la tela unitaria, non a stracciarla". 
«Lama era un riformista. Si può forse dire che se avesse avuto più coraggio le cose sarebbero andate diversamente ma lui era una persona molto leale, con un forte senso di appartenenza politica e sociale. Se ne sarebbe dovuto andare dal Pci e dalla Cgil ma non se la sentì. Quando la direzione del partito decise il referendum lui si pronunciò contro, quasi da solo, eccetto qualche riserva espressa da Giorgio Napolitano e Gerardo Chiaromonte». 
Ma poi andò a firmare la richiesta di referendum al banchetto di una festa dell’Unità. 
«Sì, con l’ufficio stampa del Pci che aveva organizzato la presenza dei fotografi. Lo vollero umiliare. L’umiliazione della chiesa ad un proprio adepto con tendenze eretiche». 
Vent’anni dopo si riparla di scala mobile. 
«Nell’84 fu combattuta una battaglia scriteriata, all’arma bianca, intorno un simbolo. E poi per non discutere di quel che era davvero accaduto si è abolita ogni forma di indicizzazione. Indietro non si torna ma il problema della tutela del potere d’acquisto dei lavoratori esiste. Ci possono essere mille strumenti, compreso un salario minimo indicizzato annualmente. L’importante è che il sindacato sia capace di elaborare proposte complessive e che non vada avanti con sussulti di malcontento e giocando solo di rimessa. Ma confesso di essere un po’ pessimista». 

Marco Cianca

Corriere della Sera
13 febbraio 2003


L’INTERVISTA / Il leader prc e l’arresto del suo consigliere D’Erme: ma sfido a trovare un sindacato che cacci un iscritto per eccesso di protezione in un picchetto


Bertinotti: ai cortei si va a mani nude e a volto scoperto


ROMA - Onorevole Bertinotti, è violento o non violento partecipare alle manifestazioni con casco e bastone? «Io di bastone non porto neppure quello della bandiera. E invito gli altri a fare altrettanto: alle manifestazioni si va a mani nude e a volto scoperto». 
Non tutti la pensano così tra gli eletti del suo partito, almeno a vedere i filmati della Digos e a leggere le parole del consigliere romano di Rifondazione Nunzio D’Erme. Arrestato per i disordini e inchiodato da una foto che lo ritrarrebbe mentre corre con un bastone verso i poliziotti, ha spiegato che alle manifestazioni si va «con casco, bandana e scudo». 
«Io, che vengo dalla storia sobria del movimento operaio torinese, faccio una battaglia culturale per la non violenza. È una battaglia che non va confusa con un disinvolto processo ad alcuni atti, pratica tra l’altro che non corrisponde ad uno Stato di diritto. Detto questo, non considererei pericoloso chi porta l’asta della bandiera e il casco non mi sembra un’arma impropria». 
Niente processi prima dei processi, però c’è la foto che ritrarrebbe Nunzio D’Erme mentre corre verso i poliziotti con il bastone, il casco e il volto coperto, pubblicata dai giornali. Lei l’ha vista? 
«Ma non sono in grado di giudicarla. Invito comunque a non essere garantisti a senso unico quando sono coinvolte persone note e facoltose e non esserlo quando si parla dei disobbedienti. Non facciamo come se fosse già passata in giudicato una sentenza che non c’è. Aspettiamo». 
Il segretario di Rifondazione Fausto Bertinotti è a Strasburgo per la sessione dell’Europarlamento, è stato a Berlino a fondare nel weekend il partito della Sinistra europea, comunista, pacifista e altromondista, e al ritorno si imbarcherà per l’India dove si svolge il Mondial Social Forum. A trovare D’Erme agli arresti per ora non andrà: «Vedremo al ritorno, ma non ho nessun problema ad incontrarlo». 
Segretario, lei predica la non violenza, ma... 
«So già dove vuole arrivare. Io combatto una battaglia perché si arrivi a forme condivise di non violenza, ma non faccio di questa mia teoria politica un elemento discriminante nei rapporti con il movimento. La non violenza è il traguardo, ma non metto sotto la stessa definizione di violenza qualsiasi forma di resistenza e di lotta. Se ci avessero divisi tra buoni e cattivi non avremmo avuto né Genova né Firenze. Quanto alla manifestazione del 4 ottobre a Roma non ho la coda di paglia: fino all’ultimo ci siamo battuti, e abbiamo sofferto che non si sia potuto fare, per una manifestazione unitaria, pacifica e ampia: purtroppo la piattaforma di critica più moderata della Cgil alla Costituzione europea lo ha impedito». 
E così una vostra parlamentare ha affittato il camion dei disobbedienti e vi è salita sopra, come si legge nel rapporto dei magistrati. 
«Graziella Mascia dice che era sul camion che andava alla manifestazione ma che non c’erano né mazze né oggetti contundenti. Non ho motivo di dubitare delle sue parole. Piuttosto trovo un po’ sospetti questi interventi reiterati contro il movimento, vedo un eccesso di zelo». 
Vendette, come dice D’Erme? 
«Non dico quello che dice lui. Trovo però sospetto questo tipo di intervento contro le azioni di disobbedienza che non sono le mie ma che non sono atti di violenza. Mi colpisce che siano agli arresti domiciliari perché considerate socialmente pericolose persone la cui frequentazione è possibile a tutti. Mi sembra che siano andati oltremisura». 
Pensa che se alla fine fossero accertate responsabilità il suo partito potrebbe prendere provvedimenti? 
«Della questione per ora si occupa la federazione romana. Se c’è un reato vedremo, ci sarà un percorso. Un consigliere comunale che occupa una casa per darla a chi non ce l’ha fa bene il suo mestiere. Un militante che fa gesti violenti fa male. Vedremo, sentiamo le persone, c’è anche la legittima difesa. Ripeto però che in una società che ha la vocazione alla repressione, la divisa della non violenza è l’unica possibile. Io dico mani tese e volto scoperto, ma di professione non faccio né il giudice né il poliziotto». 
Ma il segretario di un partito... 
«Una colluttazione in Parlamento è un messaggio di violenza anche peggiore. Non penso che si debba pensare sempre ad escludere qualcuno. E se invece provassimo a convincere che si può fare anche senza violenza? La sfido a trovare un caso in cui il sindacato abbia cacciato un suo iscritto perché c’è stato un eccesso di protezione in un picchetto. Siamo impegnati in una battaglia senza precedenti a persuadere tutti ad una pratica che ancora non esiste. Oggi con il cumulo di violenza che c’è nel mondo non ci possiamo permettere altra violenza e dobbiamo avere come obiettivo quello di arrivare alla non violenza di tutti». 
Questa volta ci sono coinvolti membri delle istituzioni, non militanti dei gruppi dei disobbedienti. 
«Non tutte le azioni non violente di disobbedienza sono legali: lo sciopero senza preavviso dei tranvieri in questi giorni è contrario al codice di regolamentazione, così come l’occupazione della ferrovia a Scanzano o dell’aeroporto a Termini Imerese. Tutte queste sono forme di disobbedienza che rivendichiamo. A questo aggiungo che ormai ci sono forme di protezione del conflitto come i picchetti durate lo sciopero (la cosiddetta muraglia umana) che sono non violente ma corazzate». 
Quando Nunzio D’Erme rovesciò tre bidoni di letame davanti alla casa di Berlusconi, Veltroni gli revocò la delega al «bilancio partecipato» del Comune e lei fu d’accordo. Questa volta pensa che si debba fare qualcosa? 
«Quella volta ci fu un processo condiviso, dopo una discussione che coinvolse tutti i soggetti interessati. Ho già detto che quel gesto non l’avrei fatto, però non lo considero violento». 

Gianna Fregonara 

Corriere della Sera
14 gennaio 2004 


Parmalat, o la ricchezza "invisibile" che uccide il capitalismo

di GIORGIO RUFFOLO


Questa bruttissima faccenda Parmalat costituisce un peculiare intreccio tra una sana imprenditorialità padana e un torbido mondo finanziario mondiale. Chi sa quando e se sapremo quel ch´è successo, veramente. Per ora, non possiamo dirne molto più di questo: che si sono scremati, per un decennio, buoni profitti della produzione per dissiparli in dissennate speculazioni finanziarie. Non sappiamo quanto sia profondo il buco e, soprattutto, quanto sia vasto il territorio inquinato.
Non si tratta certo della prima multinazionale che salta in aria. Ma l´occasione - a parte i timori per le conseguenze sulla economia italiana - può esser propizia per una riflessione sulle forme parossistiche che ha assunto, in generale, il rapporto tra economia e finanza nel capitalismo attuale. La funzione della finanza non è una escrescenza parassitaria del capitalismo. È la sua espressione essenziale, la sua forma più pura. Essa spiega la superiorità storica del capitalismo occidentale, di cui svela il "mistero" (uso un´espressione di De Soto): la capacità di trasformare in titoli commerciabili (in capitale finanziario) gli strumenti della produzione; così come l´impresa capitalistica ha trasformato in merce la forza di lavoro. Questa trasformazione, che ha reso l´economia occidentale particolarmente disposta allo sviluppo, è stata resa possibile dall´infrastruttura giuridica creata dall´Occidente, a partire dall´Italia medievale, come ricorda Braudel: la rigorosa definizione della proprietà e delle regole del commercio. Ora, la contraddizione paradossale della finanza è che la sua forza deriva dalla mercatizzazione regolata del capitale, ma tende a sottrarsi a quella regolazione. Nata dalla regolazione, tende alla sregolatezza.
C´è qualche esagerazione ma molta verità nella raffigurazione del mercato finanziario attuale come un gigantesco casinò. È incontestabile ch´esso porti in sé un meccanismo autoesplosivo. Gli economisti hanno insistito al di là d´ogni credibilità sulle virtù autoregolatrici del mercato capitalistico. Sappiamo come quest´immagine sia intrisa d´ideologia compiacente: ma è vero che nei mercati dei beni e dei servizi reali un meccanismo frenante che tende a correggere le derive, c´è, e spesso funziona. Quando i prezzi dei pomodori crescono anormalmente, c´è chi si mette a produrre pomodori anche sul terrazzino di casa, finché l´offerta sovrabbonda e il rialzo si smorza.
Ora, quel meccanismo, nel caso del mercato dei titoli, non manca del tutto, ma è molto più debole. Come dice chi parla difficile, il mercato finanziario è provvisto di retroazioni positive (acceleratori) molto più robuste delle reazioni negative (freni). Crescono i prezzi dei titoli? La gente ne compra di più. La ricchezza sembra a portata di tutti. Questa reazione epidemica si chiama euforia finanziaria; e, a memoria d´economista, non c´è una grande euforia finanziaria che sia finita bene. Presto o tardi i prezzi dei titoli crollano e "gli sciocchi vengono separati dal loro denaro" (Galbraith).
Le grandi speculazioni sono sempre state un aspetto affascinante di quella che Carlyle definì la scienza tetra. A esempio: la grande avventura dei tulipani, nel XVII secolo, in Olanda. Quel bel fiore dai diversi colori non era nato lì, tra le brume del Nord, ma nelle più calde regioni del Mediterraneo orientale. Eppure quel popolo freddo, calmo e giudizioso fu travolto dalla febbre di quel fiore, dalla tulipanomania; e dalla crisi del prezzo dei bulbi che ne seguì. Altro esempio la grande truffa genovese dei luigini d´oro, tanto apprezzati dalle signore ottomane come gioielli da farne salire il prezzo molto al di là del loro valore monetario. Quando i genovesi se n´accorsero, cominciarono a coniare anche loro luigini, solo risparmiando sull´oro (non tutte le fame sono usurpate) e la Francia del Re sole ne fu inondata, con danni erariali gravissimi. Lo racconta con verve Carlo Maria Cipolla. Allora non c´erano Banche centrali, né Autorità di controllo (oggi, invece...). E che dire dell´avventura dei mari del Sud (la famosa South Seas Bubble)? Fino alle bolle del secolo scorso: ai ruggenti Anni ´20, quando bastava comprare un pezzo di carta a Wall Street per arricchirsi. E poi le follìe più recenti, degli Anni ´80, il mondo dei "predatori" descritto da Tom Wolfe nel "Falò delle vanità": le scalate spericolate d´imprese gigantesche compiute dai commandos yuppies con i risparmi raccolti attraverso l´emissione d´obbligazioni spazzatura, i certificati "paradiso e inferno", i derivati, i futures e le altre complicate diavolerie inventate da personaggi che predicavano il vangelo dell´avidità, come il pittoresco Michael Milcken.
Quell´euforia fu stroncata alla fine degli Anni ´80 con il crollo della Borsa e col disastro delle Casse di Risparmio, pagato dal contribuente americano 200 milioni di dollari (400mila miliardi di vecchie lire, altro che privatizzazione!). Eppure, i danni e lo scorno furono diretti, non sul sistema che l´aveva provocato, ma sui pochi che l´avevano previsto. Tra questi Galbraith, che dopo essersi rotto una gamba sciando, ricevette dai risparmiatori rovinati telegrammi compiaciuti. È proprio Galbraith che ha scritto un libretto corrosivo, "Breve storia dell´economia finanziaria" (Rizzoli 1991) ricavando la conclusione che la memoria dei risparmiatori è cortissima, e il dramma si svolge sempre secondo la stessa partitura: primo atto: l´occasione percepita da pochi; secondo, la "bolla" speculativa, alimentata da molti; terzo, il crollo. La riprova? Negli Anni ´90, l´euforia riprese a gonfiare le vele della Borsa, stavolta sostenuta da una politica monetaria altrettanto entusiasta.
Questo significa che la finanza è nient´altro che un turpe inganno? Mai più! Chi negherebbe il merito dell´avventuriero scozzese, John Law, che per la prima volta, in Occidente (in Cina l´avevano già inventato) dimostrò come fosse più ragionevole portare in saccoccia smilzi biglietti vergati con eleganti ghirigori, anziché pesanti e deformanti biglioni di rame, oro e argento? Chi non riconoscerebbe che la finanza è per l´economia ciò che il buon vino è per la mensa, l´euforico lubrificante d´una buona digestione: a patto di non esagerare. Il fatto spiacevole è che l´esagerazione fa parte integrante, intrigante e irrinunciabile del gioco.
È un fatto che le grandi egemonie economiche della modernità, quella italiana del Rinascimento, quella olandese del XVII secolo, quella britannica del XIX secolo, attraversano tutte tre fasi: quella commerciale, quella industriale e quella finanziaria. E quest´ultima rappresenta al tempo stesso un luminoso tramonto e una fatale decadenza.
Sarà così anche per l´egemonia americana? Quest´ultima, a differenza delle altre, abbraccia il mondo intero e investe tutta l´economia. Parmalat non è solo un caso italiano e lattiero-caseario. È, come Enron e Worldcom negli Usa, come Vivendi in Francia, eccetera, l´espressione d´una sempre più invadente supremazia della finanza che ha finito per liberare il capitalismo da ogni controllo politico e da ogni regola: e cioè proprio da quelle infrastrutture giuridiche che hanno determinato la sua storica superiorità.
Le conseguenze? Non è affatto detto che la turbolenza precipiti in un crollo mondiale, troppe volte annunciato e smentito dai fatti. Le turbolenze possono durare secoli, cambiando continuamente direzione. Almeno un centinaio di crisi finanziarie, alcune delle quali gravissime, sono state fronteggiate e superate grazie alla disponibilità dei governi, di quello Usa soprattutto, a fornire, diversamente da quanto non si fece nel 1929, la liquidità necessaria a superare la crisi. Ma a quale costo? E chi lo ha pagato?
Sul secondo punto ci sono pochi dubbi. Non certo i responsabili, grandi banchieri, finanzieri e avventurieri, se non in parte minima (solo qualcuno in galera, per qualche tempo, dopo opportuni patteggiamenti). Il costo è stato pagato dai poveracci dei paesi poveri a causa delle durissime misure di risanamento assunte dai loro governi dopo i disastri valutari e finanziari; e dai contribuenti meno ricchi dei paesi ricchi, a causa delle generose esenzioni fiscali accordate ai più ricchi. Ciò ha significato più instabilità e più ingiustizia: molta più instabilità, molta più ingiustizia. Ma forse la conseguenza più grave è stata l´invisibilità accordata al capitale. La deregolazione salutata con tanto liberale entusiasmo ha permesso la sommersione d´enormi ricchezze, sottratte a ogni visibilità fiscale e a ogni controllo di sicurezza (lasciamo stare la morale e la religione: i cammelli passano di continuo attraverso le crune degli aghi, senza neppure esser notati). Queste ricchezze sono disponibili per le avventure più disumane: dal traffico di droghe al traffico d´armi; e al terrorismo, che si combatte con le bombe e si finanzia con la deregolazione.
È questo un mondo accettabile? Ha la sinistra una sua risposta? Può, questa risposta, limitarsi a prendere posizione per Tremonti o per Fazio? Sono, queste, domande inutili?

la Repubblica
21 gennaio 2004


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