Condanna dei gulag, non violenza assoluta: la lunga marcia del segretario di Rifondazione
Dal proletariato ai no global la Bad Godesberg di Bertinotti
In articoli e convegni l´allontanamento dal solco della tradizione comunista
Il segretario nega ogni volontà di abiura, ma recide i legami con l´ideologia
La "scoperta" delle foibe: "Anche da parte dei giusti, soppressione di umanità"
di GOFFREDO DE MARCHIS
ROMA - Anche abbandonare una storia, rimanere comunisti di nome ed esserlo sempre meno di fatto, è una lunga marcia. E lenta, e problematica, a volte noiosa nello sforzo di essere una cosa seria, non una «svolta» da annunciare in tv e basta. Fausto Bertinotti scrive, risponde, puntualizza, corregge spostando sempre un po´ più in alto l´asticella, magari solo di qualche centimetro alla volta ma a lui sembra l´unico modo per saltarla davvero. Niente abiure, nel frattempo continuiamo a dirci comunisti, avverte. Si può? Lui dice di sì, declinando in maniera nuova il concetto, la storia, contagiandola con la realtà. È una Bad Godesberg allungata, una corsa a tappe, non uno sprint, che si arricchisce ogni giorno di ragionamenti, lettere, interviste, convegni, di tante «svolte». È il «confronto delle idee» nel solco dell´unica parte della tradizione comunista, quella intellettuale, che il segretario di Prc ha deciso di salvare. Ovviamente il comunismo è stato qualcosa di più del confronto delle idee. È stato culto, ideologia, «religione», si è fatto tragicamente Stato per milioni di uomini. E qui il segretario di Rifondazione non ha dubbi: la statua deve lentamente ma inesorabilmente venire giù.
In questi ultimi due anni, Rifondazione ha scattato alcune nuove fotografie della storia comunista condannando il massacro di Kronstadt e i gulag, «15-20 milioni di persone sterminate». Cancellando dal suo Statuto i richiami allo stato leninista e agli insegnamenti di Gramsci. Rileggendo la Resistenza «per lavorare sui nostri errori». Scoprendo le foibe e ammettendo che sono state per tanto tempo «minimizzate». Impegnandosi quindi a sciogliere il legame con il ?900 e scegliendo l´adesione a una logica totalmente non-violenta della politica. Non caso Bertinotti ha «ripudiato» gli episodi più cruenti della storia comunista. L´approdo è quello del pacifismo assoluto, è il suo indirizzo offerto ai movimenti, alla piazza, ai no global.
Durante il cammino, la domanda è sempre stata la stessa: bene, allora siete pronti a cambiare nome, ad abbandonare la «ragione sociale» comunista? Anche la risposta di Bertinotti è rimasta uguale: «Noi siamo comunisti». Ma con mille punti interrogativi, critici, problematici. Non quelli del secolo scorso. Oggi il comunismo di Bertinotti è un «processo aperto e indefinito», come ha scritto in una lunga lettera di risposta a Adriano Sofri sull´Unità. Una definizione di per sé rivoluzionaria visto che il comunismo non aveva niente di indefinito, era regola, disciplina, autoritarismo. Basta rileggere, 64 anni dopo, Buio a mezzogiorno di Koestler. Se è così, se il comunista di oggi dev´essere tanto diverso da quello di ieri per stare nel mondo del terzo millennio, Sofri chiede al segretario di Prc se sia giusto usare la falce e martello solo come bandiera o nostalgia. Bertinotti parla di nuovi obbiettivi, di un cambio di soggetto politico dal proletariato al «movimento dei movimenti». Ma alla fine allarga le braccia: «Non saprei come chiamare questo compito se non comunismo».
Eppure sempre di più di comunista Bertinotti lascia che nella vicenda di Prc rimanga soltanto il nome. Viene reciso il cordone ombelicale con l´ideologia, con il «grande cambiamento promesso» nel nome del quale il comunismo ha perpetrato i suoi «orrori». Nell´intervista a Repubblica sul dibattito aperto da Sergio Segio a proposito delle possibili infiltrazioni Br nel movimento, Bertinotti ha usato le forbici della memoria: «Non mi appartiene più il Brecht che diceva: Vogliamo un mondo gentile ma per averlo non possiamo essere gentili». Oggi la scelta non può essere altra che respingere ogni atto di violenza». Dopo quelle parole ha aperto un confronto con Marco Revelli e Paolo Mieli sui rapporti tra comunismo e violenza politica. E ha rialzato l´asticella organizzando a metà dicembre a Venezia un convegno sulle foibe, «minimizzate», esempio di come anche «dalla parte dei giusti c´è stata oppressione e soppressione di umanità», l´occasione per «estirpare la violenza entrata in noi». Quell´appuntamento ha celebrato anche rivisitazione di alcuni passaggi che il comunismo italiano aveva trasformato in bandiere indelebili. «C´è stata un´angelizzazione della Resistenza. Sarà pure un problema se Pavese scrive del suo orrore per il sangue e Pintor ci racconta del ribrezzo per le armi», ha detto a Venezia il leader di Prc. E lì ha unito gulag, lotta di liberazione italiana, il massacro di migliaia di italiani per mano dei partigiani fedeli a Tito, per condannarli, per «non giustificarli». Lo ha fatto nel nome dell´anticomunismo? No, lo ha fatto perché è «comunista davvero».
Il travaglio personale e collettivo è accompagnato da una prudente ed elaborata «operazione politica», il lento avvicinarsi ai movimenti, soggetto politico che «non ha niente a che vedere con la storia del ?900», diffidente verso i partiti, verso il Palazzo, verso il passato compreso quello comunista che fu più partito di tutti fino a trasformarsi in partito-stato. Nel collegamento con la piazza l´iconografia comunista appare dunque un peso e quello spazio lasciato libero dall´uscita di scena di Sergio Cofferati candidato a Bologna va guidato con parole d´ordine chiare (la non violenza) ma con il massimo di apertura e indefinitezza. La prossima tappa è dietro l´angolo: il 10 e l´11 a Berlino Rifondazione, i comunisti francesi, gli spagnoli di Izquierda unida e il Pds tedesco firmano un protocollo d´intesa per le elezioni europee. Si presenteranno con i loro simboli ma sotto l´insegna di «partiti della sinistra alternativa». Dopo il crollo della statua, vacilla anche la targa, il richiamo al comunismo.
la Repubblica
27 dicembre 2003
Radicali e no
L’America e l’Italia: due destre
di MICHELE SALVATI
Paul Krugman ha anteposto alla raccolta dei suoi editoriali sul New York Times ( The Great Unraveling , Norton, 2003) una introduzione in cui sostiene che il movimento politico di destra radicale oggi al potere negli Stati Uniti - controlla la Casa Bianca, il Congresso, buona parte del sistema giudiziario e dei media - è un movimento rivoluzionario. Krugman usa questa espressione nello stesso senso in cui la usò Henry Kissinger nel suo primo lavoro importante, A World Restored del 1957, che trattava delle reazioni delle potenze europee alle politiche espansive della Francia di Napoleone: come un movimento che non accetta la legittimità dell’ordine costituito e si propone di mutarlo radicalmente. E, soprattutto, come un movimento che fa seguire alle parole i fatti: le parole che gli esponenti della destra radicale americana pronunciano - questa è la tesi che Krugman dimostra - vanno prese esattamente per quel che significano, come manifestazione di intenzioni e programmi che verranno effettivamente realizzati.
Dopo una rassegna di affermazioni radicali seguite da fatti radicali in alcuni campi significativi dell’ordine costituito (l’impiego bellico del potere egemonico degli Stati Uniti, il vecchio sistema di welfare e il suo effettivo smantellamento, l’eliminazione dell’imposizione fiscale sulla proprietà, i rapporti tra Stato e Chiese), Krugman cita un passaggio del libro di Kissinger che spiega la debolezza della reazione dei poteri tradizionali di fronte a un movimento rivoluzionario, un passaggio - dice così - che gli ha spedito un brivido lungo la schiena: «Assuefatti da un periodo di stabilità che sembrava permanente, essi (i poteri tradizionali) trovano impossibile prendere sul serio le affermazioni di un potere rivoluzionario...».
«I difensori dello status quo - prosegue Kissinger - sono portati a intenderle come se si trattasse di semplice tattica, come se l’ordine esistente in realtà non venisse minacciato, ma si esagerasse nell’attaccarlo verbalmente per scopi negoziali, per poi mettersi d’accordo...
Coloro i quali tali affermazioni prendono sul serio sono considerati degli allarmisti, mentre coloro che consigliano di adattarsi alle circostanze sono considerati come equilibrati e saggi.
Ma l’essenza di un potere rivoluzionario è che esso ha il coraggio delle proprie convinzioni, che intende sul serio condurle alle loro ultime conseguenze, anzi, che non vede l’ora di farlo».
Per Krugman la destra oggi al potere negli Stati Uniti è un movimento rivoluzionario, e dunque hanno ragione gli allarmisti e torto gli equilibrati e i saggi. Lo è anche il centrodestra italiano?
Lasciamo da parte le differenze di scala: un movimento rivoluzionario al potere nel Paese egemone può fare danni imparagonabili a quelli di un movimento analogo in un Paese periferico. Ma si tratta di un movimento analogo?
Anche dagli editoriali di Krugman, come da tante altre fonti - si veda soprattutto la splendida sintesi storica di Kevin Phillips, Wealth and Democracy - una differenza emerge con chiarezza: coincidenze di interessi sospette, truffe e disonestà, ci sono anche negli Stati Uniti, come da noi; ciò che da noi manca del tutto è lo straordinario movimento ideologico (anzi, l’insieme di movimenti ideologici) che sta dietro la destra radicale americana.
Dozzine di think tanks nei campi più diversi, dalla politica estera a quella fiscale, dagli anti-evoluzionisti delle Chiese radicali ai libertari più fanatici in economia, si sono fusi nel sostegno di un potere politico che appoggia gli indirizzi estremi da loro predicati, indirizzi che danno forma a idee e umori da molto tempo diffusi in quel Paese.
Si tratta di ideologia, sostenuta in modo militante da migliaia di persone intelligenti, oneste e in buona fede. E quando l’ideologia è appoggiata dagli interessi le cose si fanno pericolose e un brivido lungo la schiena avverte del pericolo. E da noi? Da noi vedo, certo, interessi; di ideologia dura e pura ne vedo poca. E quel poco che vedo non è ideologia di destra radicale, ma spezzoni di liberismo vecchiotto e non di rado ragionevole, intrisi in un denso brodo democristiano.
Certo, ci sono le volgarità di Bossi e le gaffes del Cavaliere, se così vogliamo chiamarle. Se estendessero il loro appeal oltre i confini della Lega, le prime sarebbero preoccupanti perché, dietro di esse, c’è un’ideologia rozza ed endemica in Europa; le seconde preoccupano non tanto come espressione di un’ideologia autoctona, ma come adesione superficiale ad una ideologia altrui, e sto ovviamente pensando alle dichiarazioni di Berlusconi al New York Times .
Riprendiamo allora la definizione di Kissinger sull’essenza di un movimento rivoluzionario, il coraggio delle proprie convinzioni e la volontà di metterle in pratica, sino alle conseguenze estreme: c’è qualcuno che vede segni di questo movimento «rivoluzionario» nel centrodestra italiano? Sicuramente gli allarmisti nostrani obietteranno che la pura difesa dei propri interessi, il «coraggio» di anteporli al comune senso del pudore, non sono belle cose e ne convengo.
Ma non a caso Kissinger parla di convinzioni e non di interessi.
Interessi non accompagnati da convinzioni radicali possono suscitare sensazioni sgradevoli, ma non scatenano un brivido di pericolo lungo la schiena: denunciarli, combatterli, è il normale gioco della democrazia.
Corriere della Sera
8 dicembre 2003
Per l’ex capo dello Stato, l’Italia è ora in una «posizione equivoca». E si è ormai infilata «in un vicolo cieco»
«In Iraq con l’Europa, oppure ritiriamoci»
Cossiga rivendica il suo «no» alla missione: «Sono con i nostri ragazzi, ma esiste il diritto di critica»
ROMA - «O Silvio Berlusconi spinge l’Unione Europea a farsi affidare dall’Onu la gestione dell’Iraq, o è bene che i nostri soldati tornino a casa». Al solito, la sua proposta sa di provocazione: come le lettere e gli articoli che produce in abbondanza, col proprio nome o con pseudonimi. Ma Francesco Cossiga, 75 anni, sardo di Sassari, ex «amerikano» col kappa, ex presidente del Consiglio degli euromissili, ex capo dello Stato picconatore della Prima Repubblica, ritiene la missione irachena un vicolo cielo; e il governo Berlusconi in condizioni mediocri. «E’ stato un semestre fin qui scialbo, senza successi ragguardevoli» sostiene Cossiga. Il premier «potrebbe riscattarlo convocando una sessione straordinaria del Consiglio europeo, perché l’Ue prenda un’iniziativa a livello internazionale e si assuma politicamente e militarmente la sua parte di responsabilità nella gestione della questione irachena». Senatore Cossiga, la sua proposta sarebbe più credibile se lei avesse votato a favore della missione.
«Rivendico il mio no. Non potevamo dire di sì senza un’autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. E aggiungo che continuo a non capire il contesto politico e militare nel quale gli Stati Uniti si sono infilati. Quando dico che la situazione in Iraq si sta "vietnamizzando", sono fin troppo buono. La guerra in Vietnam aveva una logica: serviva a bloccare l’espansione sino-sovietica nel Sud-est asiatico. In Iraq hanno trasformato la resistenza di un partito né religioso né fondamentalista ma nazionale come il Baath, in una guerriglia religiosa».
Ma se l’Ue non trova ancora un accordo neanche sul Trattato costituzionale, come può assumere un’iniziativa come quella che propone lei?
«Lasciamolo stare il Trattato, che è tutta una balla. L’Europa è già intervenuta in passato in altri casi: basti pensare alla Bosnia Erzegovina. Dunque, credo che il tentativo vada fatto. D’altronde, il segnale sulla difesa comune che stanno dando Francia, Germania e Gran Bretagna dice che le cose si stanno muovendo».
E’ sorpreso dal fatto che questa intesa non comprenda l’Italia?
«Nemmeno un po’. L’Italia mi pare a forte rischio di emarginazione europea, in termini politici e militari . D’altronde, un grande uomo politico tedesco me lo preannunciò anni fa: sappiate che se volete davvero un’Europa allargata, non potrà funzionare senza un ruolo egemone dei Paesi fondatori. E cioè Francia e Germania».
E la Gran Bretagna ?
«La Gran Bretagna non può non farne parte come potenza nucleare che ha diritto di veto nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Di fatto, l’Italia è già fuori da questo direttorio».
Chi era il politico tedesco che le fece questa sorta di profezia?
«L’ex cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt. Fu lui a dirmi che avremmo dovuto accettare l’egemonia franco-tedesca. D’altronde, ad avviare l’unificazione europea sono stati loro».
Pensa che le truppe italiane in Iraq possano esserle grate, sentendo dire che sono lì per una missione assurda?
«Non mi interessa questo aspetto. I nostri soldati debbono sapere che fino a che rimarranno lì, io sarò accanto a loro: right or wrong, my country . Giusto o sbagliato, è il mio Paese. Ma questo non può impedire il diritto di critica politica in Italia. La democrazia è fatta così. Tutto il resto è patriottismo patriottardo. E’ il tentativo di riprendersi un’idea comune di nazione e di Stato che non è mai esistita».
Be’, ultimamente sta riaffiorando, non crede?
«Sì, e credo che un grande contributo l’abbia dato Gianfranco Fini con il suo viaggio in Israele e le posizioni che ha assunto. Ha rimosso il macigno del fascismo. Così come alcuni anni fa Massimo D’Alema aveva portato unitariamente l’Italia all’intervento militare in Kosovo».
Lei considera quello di Fini uno strappo?
«Certo, è stato uno strappo con il passato. Uno strappo vero, che ad esempio non è mai riuscito a fare il Partito Popolare spagnolo rispetto al regime franchista».
Parlare di «riscatto» in extremis del semestre di presidenza italiana non sa di colpo di teatro, privo di strategia?
«Dobbiamo partire dalla premessa che siamo andati in Iraq in violazione della Costituzione. E in una posizione equivoca, perché non si sa nemmeno che cosa siamo, se forze di occupazione o che cos’altro. Le nostre unità militari hanno un impiego operativo indefinibile».
Ma sono lì, senatore. E lei ne chiede il ritiro.
«Ne chiedo il ritiro se non parte l’iniziativa italiana, o se non avrà successo».
Qual è per lei il termine ultimativo? Il 2003?
«Non mi spingo a tanto. Prendiamo l’iniziativa noi, e poi si passi il testimone all’Irlanda che avrà la presidenza nel prossimo semestre. Ma se l’Ue si rifiuta di agire, meglio ritirarsi dall’Iraq. Non si può accettare che Francia e Germania aspettino senza intervenire, per poi spartirsi i contratti petroliferi. Quando si deve muovere, l’Europa, se non adesso che l’Onu ha detto che occorre ricostruire l’Iraq? Anche se, voglio ricordarlo, non ho fiducia in queste Nazioni Unite. Al suo interno ci sono sostenitori del terrorismo islamico, Kofi Annan compreso».
Non ne ha sparata una un po’ troppo grossa, senatore Cossiga?
«Non è grossa per niente. Annan è stato pavido e modesto nei confronti del terrorismo, a causa del suo atavico odio razziale verso i bianchi americani. Io non dimentico le parole sprezzanti che l’attuale segretario generale dell’Onu disse contro le truppe italiane in Somalia».
Ritorniamo alla sua proposta, senatore. Lei ritiene che ci si debba ritirare se l’Europa rifiuta di prendere in mano la situazione?
«Esattamente. Ma che ci stiamo a fare altrimenti in Iraq? Siamo alle dipendenze degli inglesi. Non sappiamo bene quali siano i nostri compiti, anche se è vero che siamo andati lì in buona fede, pensando ad un’operazione di pace: come gli Stati Uniti, che non hanno compiuto un atto imperialistico, ma un atto che manca di respiro politico. Noi italiani rischiamo di rispettare la nostra tradizione di affittacamere della Nato: diamo basi d’appoggio a tutti. E’ stato questo il nostro ruolo».
Anche il suo ruolo, senatore Cossiga.
«Salvo che il mio governo obbligò gli Usa a rivedere la propria strategia nucleare. L’America schierò alle frontiere dell’Italia e della Germania del mio amico Schmidt i missili Cruise e Pershing, per scoraggiare le mire dell’allora Unione Sovietica».
Massimo Franco
Corriere della Sera
3 dicembre 2003
Carabinieri
di Nando dalla Chiesa
Carabinieri. Nel giorno del lutto si corre certo il rischio della retorica. Ma anche quello di non dire e di tacere ingiustamente, per paura della retorica. È difficile la misura quando il paese vive uno dei momenti più dolorosi della sua storia recente. E ha riscoperto per l'ennesima volta di volere bene all'Arma. Difficile, specie per chi ha la mia storia, non parlare di questo rapporto, intenso, secolare, che unisce i carabinieri al popolo italiano. Rapporto dalle mille sfumature. Cresciuto nel tempo, impreziositosi nel tempo. Non c'è istituzione dello Stato, salva (e non sempre) quella del presidente della Repubblica, che raccolga intorno a sé la stessa fiducia o la stessa considerazione. E non è un caso. L'Arma ha tenacemente cercato questo rapporto, che sta anzi all'origine della sua stessa funzione e divisa. Basta risfogliare i calendari dell'Arma, le loro copertine oleografiche, per misurare - nelle forme più mutevoli - la forza di questa cultura. Il carabiniere che tiene per mano il bambino, il carabiniere che soccorre un bisognoso, il carabiniere che porta aiuto alle popolazioni.
Cambiano le tecnologie che fanno da sfondo (perché anche la modernità del messaggio è d'obbligo nell'Arma), ma uguale resta la funzione, la «mission» si dice oggi, dell'istituzione. Così anche i discorsi dei comandanti, almeno di quelli più interni alla lunghissima storia degli alamari, non riescono mai a evitare i riferimenti, a volte asciutti a volte ampollosi, all'ideale del sacrificio per gli altri, si tratti di Salvo D'Acquisto o dei «militi» impegnati nei soccorsi in qualche terremoto, delle vittime del terrorismo o della mafia, fino - oggi - a quelle delle missioni di pace. Il carabiniere, insomma, immaginato come diga o appiglio di fronte alle abiezioni sociali o alle catastrofi naturali.
C'è chi pensa, per convenzione mentale, ma anche perché spesso il linguaggio militare tradisce aulicità e influenze dannunziane, che tutto ciò sia puro apparato retorico. Di fronte al quale si staglierebbe una verità più prosaica. Comprensiva sì di slanci altruistici e di dedizione quotidiana, ma anche di misteri politici (dal bandito Giuliano a De Lorenzo al caso Moro) o di abusi di piazza, alcuni dei quali conclusisi con fatti di sangue e di violenza in danno dei manifestanti (ultimo esempio quello di Carlo Giuliani a Genova). Insomma, una verità di luci e ombre, in chiaroscuro, nella quale bisogna distinguere tra fatti e fatti, tra persone e persone. Fermo restando che questa distinzione debba sempre essere la nostra stella polare nel giudicare le umane cose, la storia dell'Arma è però cosa diversa da questo ritratto in chiaroscuro. In essa si produce infatti, per orgoglio, per tradizione, per senso - appunto - della missione, un enorme e collettivo sforzo quotidiano di selezione degli uomini (e ora anche delle donne), e di promozione delle loro qualità migliori sul piano umano e professionale. È un lavoro incessante che inizia con gli allievi carabinieri e termina con gli ufficiali superiori. Fatto bene e fatto più superficialmente. Ma volto a produrre regole di comportamento, modalità di pensiero, confini tra ciò che si può e non si può fare. A predisporre e rimotivare all'obbedienza e alla lealtà verso le istituzioni. Spesso, lo sappiamo, l'attività concreta può essere soggetta a critica. Ma è attività condotta assai spesso in mezzo all'imprevisto, alla difficoltà operativa; perché gli ordini superiori possono arrivare fino a un certo punto, poi però c'è qualcuno che in quel secondo, in quello specifico secondo, deve affrontare quel rischio, quel problema, magari avendo alle spalle gli studi che a un normale cittadino non consentirebbero nemmeno di evadere una normale pratica burocratica.
«Usi obbedir tacendo e tacendo morir» non è dunque un motto pomposo ed esangue al tempo stesso. Riflette la storia concreta di un'Arma che ha coltivato con gelosia il suo status di «prima Arma dell'Esercito» e che della propria lealtà ai governi e alle supreme istituzioni ha fatto un vanto, tanto da fornire la guardia scelta (i corazzieri) alla massima istituzione repubblicana e da essere stata prima, durante il ventennio, assai più fedele alla monarchia che al duce, offrendo adesioni ed eroismi ben noti alla stessa Resistenza. Mi si permetta in proposito di citare un «Galateo del Carabiniere» edito nel 1873 a uso degli allievi carabinieri. Un Galateo che dovrebbe essere riletto oggi dai cittadini per capire quali siano state le basi etiche dello Stato risorgimentale e - al suo interno - di questa Arma che si paragonava alla Gendarmeria repubblicana della rivoluzione francese, facendo così risalire la propria origine ai grandi principi di cittadinanza e di uguaglianza dell'Europa contemporanea. Si trovano già lì, infatti, gli insegnamenti che fanno dei Carabinieri un «corpo» sociale diverso che, pur volendo essere «espressione del popolo», non vuole però essere, come diremmo adesso, «fotografia del popolo». Vediamo dunque cosa recitava quel Galateo, al paragrafo «Sentimento del dovere»: «Ecco dunque perché pel carabiniere si proibiscono cose che sebbene sieno per se stesse innocentissime e sieno da altri giornalmente usate, tuttavia scemerebbero quella dignità che al suo carattere specialmente è dovuta». È questo, non altro, il centro di ogni riflessione sull'Arma (e su ogni democrazia funzionante). L'onore e il prestigio della divisa vietano non solo le cose illecite ma anche tante scelte e tanti comportamenti perfettamente ammissibili per legge. Messaggio, questo, che può ovviamente essere tradito nella pratica quotidiana. Ma che nel suo stesso enunciato è assolutamente rivoluzionario se applicato alla vita pubblica di oggi e a coloro che, ben più che l'allievo carabiniere, vi esercitino ruoli di responsabilità e di comando. Messaggio rivoluzionario se applicato a una società in cui troppe volte, di fronte al degrado che tocca questo o quell'ambito sociale, ci sentiamo opporre la ragione che un' istituzione o la politica in generale non fanno, in fondo e incolpevolmente, che fotografare la società in cui operano.
È insomma questo sforzo di «dare di più» che va compreso, per capire la storia dell'Arma e di coloro che, con la famiglia al seguito - silenziosa anch'essa -, hanno vissuto al suo servizio da una parte all'altra d'Italia. È qui, in questo sforzo (che può non riuscire e spesso non riesce, ma che segna pur una distanza dall'etica pubblica dominante), che trova ragione non solo il coraggio di chi è caduto affrontando consapevolmente il rischio più alto, negli anni o nelle regioni di piombo; ma anche l'eroismo imprevisto e certo indesiderato di chi, nella più rituale attività in luoghi tranquilli, ha - per dovere - perso la vita a un posto di blocco, affrontando un rapinatore, portando soccorso a uno sconosciuto.
Oggi l'Italia guarda con dolore affettuoso i suoi nuovi carabinieri caduti, e insieme con loro gli altri caduti militari e civili. Di nuovo piange un'obbedienza silenziosa, sia pure incentivata dal sogno di pagare le cure al figlio, di soddisfare un mutuo per la casa, o da altre umanissime ragioni. Di nuovo, quale che fosse la strategia del governo, viene pagata la convinzione e la volontà di portare le proprie capacità al servizio di un ideale di altruismo, di aiutare qualcuno, sia pure più lontano, molto più lontano del solito. I cittadini guarderanno alla Basilica di San Paolo con occhi più o meno pronti a inumidirsi. In ognuno di noi però sta il senso della tragedia immanente, che non vorremmo assorbita dai rituali e dalla frenesia dei media che si mangiano il tempo e lo strazio.
In me che in Senato, lo scorso 19 marzo, ho partecipato al voto che benedisse l'appoggio a questa guerra, oltre al dolore starà l'angoscia di un'immagine. Quella di mezzo Senato e più in piedi ad applaudire festante, all'ora della cena, 20,35, l'appoggio che avrebbe poi legittimato l'invio dei nostri militari. Ne scrissi a suo tempo su queste pagine. Fu una scena sconvolgente. Gli applausi da gran festa, da cerimonia che ci innalza a vincitori. Quasi la standing ovation che chiude o apre uno spettacolo di gala. Gli evviva di chi sarebbe rimasto a casa. Poi qualcuno partì. E tutti scoprirono che non era una festa. Che non è una festa. Riposino in pace. E che nessuno ne perda la memoria.
l'Unità
18.11.2003
AMATO: «Abbiamo applaudito Martino
Ma la guerra resta un errore»
«Dopo il discorso del ministro della Difesa, Antonio Martino, abbiamo applaudito anche noi dell’opposizione: non tutti, ma abbiamo battuto le mani. E ci siamo alzati in piedi in segno di rispetto per i nostri soldati e civili morti in Iraq. Oggi è il giorno della compostezza e della compattezza delle forze politiche davanti a questa tragedia. Domani? Di domani preferisco non parlare». E’ il tardo pomeriggio del 12 novembre più funesto della storia militare italiana nei cinquantasette anni di Repubblica. E il senatore Giuliano Amato, 65 anni, torinese, socialista, per due volte capo del governo, attualmente vicepresidente della Convenzione intergovernativa incaricata di redarre il nuovo trattato costituzionale europeo, non se la sente di rompere questa tregua tacita. Magari, la riconciliazione durerà soltanto una manciata di ore. E somiglia tanto alle calme piatte che precedono i maremoti. Già si indovina qualche brutta increspatura, soprattutto a sinistra. Eppure, le notizie e le immagini della strage a Nassiriya, nel sud dell’Iraq, hanno fatto il piccolo grande miracolo di aprire una parentesi di legittimazione reciproca fra due schieramenti litigiosi fino all’insulto. Amato è a Palazzo Madama, sta seguendo il dibattito in aula. Sa che Carlo Azeglio Ciampi è partito dall’Italia per la sua visita ufficiale di sette giorni negli Stati Uniti, pronunciando parole di fiducia. «Lascio» ha detto ieri il capo dello Stato «un Paese forte e unito». Amato è convinto che non vada smentito.
Il problema, presidente, è se al suo ritorno Ciampi troverà ancora un’Italia unita.
«Non lo so, e non voglio pensarci. Aprire una disputa politica adesso, significherebbe fare il contrario di quanto abbiamo deciso oggi (ieri, ndr ) in Parlamento. Sappiamo tutti che la guerra in Iraq pone un problema politico. Mi sembra che alla Camera, il presidente dei Ds, Massimo D’Alema, l’abbia spiegato in modo chiaro. Ma abbiamo deciso tutti insieme che affronteremo la questione al momento e nei modi opportuni. Oggi occorre mantenere soprattutto compostezza e unità, per rispetto verso quegli italiani che sono stati uccisi dai terroristi».
E’ per questo che ha applaudito il discorso del ministro Martino?
«Nelle file dell’opposizione abbiamo applaudito in molti, anche se non tutti. E ci siamo alzati in piedi. Fatta questa premessa, se mi dovessi mettere a parlare del conflitto in Iraq, non potrei che ripetere cose già dette. E cioè che la guerra contro il regime di Saddam Hussein si è rivelata un errore, nel momento in cui è stata decisa dagli Stati Uniti senza una valutazione approfondita dei problemi che si sarebbero presentati nel dopoguerra, nella costruzione della pace».
Sec ondo lei non si è valutato fino in fondo la possibile trappola tesa dietro una vittoria così facile e repentina degli alleati angloamericani?
«Non è stata fatta una valutazione di quanto fosse governabile o meno l’Iraq del dopo-Saddam Hussein. La tesi che circola, e sulla quale di certo non siamo noi che possiamo scavare a fondo, è che il dittatore iracheno decise fin dall’inizio di sottrarre il proprio esercito ad una guerra in campo aperto contro Stati Uniti e Gran Bretagna. Se è vera, è chiaro che quell’esercito si è dileguato, per ricomparire con la guerriglia e il terrorismo. E’ la stessa tecnica che usarono i sovietici con le armate di Napoleone due secoli fa, e con i nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. E poi, ho l’impressione che nell’ultima fase possano essere entrati in Iraq anche elementi di Al Qaeda».
Presidente Amato, lei non vuole parlare dei contrasti che rischiano di scatenarsi fra governo e opposizione in Italia.. Ma ammetterà che questa quiete somiglia molto a quella che precede una tempesta.
«Può essere. Ma francamente, non lo so . E poi, non voglio rompere l’immagine di composta unità delle forze politiche che il Parlamento ha deciso di darsi. E che spero anche i giornali di domani (oggi, ndr ) riescano a riflettere e trasmettere al Paese».
In realtà, proprio una parte dell’opposizione, quella di Rifondazione comunista, della minoranza dei Democratici di sinistra, dei Verdi, questo patto tacito sembra non averlo rispettato, presidente.
«Non voglio rispondere, altrimenti ricaschiamo nel giochetto che intendo evitare. Lo ripeto: non è il momento delle dispute politiche. Non oggi».
Massimo Franco
Corriere della Sera
13 novembre 2003
RIFORME E RIFORMISTI
di PAOLO FRANCHI
Non commentare le sentenze, e soprattutto non farlo prima di conoscerne le motivazioni, è un ottimo esercizio di galateo politico e istituzionale, sempre auspicato ma, almeno fin qui, mai praticato, a destra come a sinistra. La sentenza di primo grado che sabato, a Milano, ha condannato Cesare Previti e altri per corruzione, ma li ha assolti, perché il fatto non sussiste, per la vicenda Sme, fa parzialmente eccezione. Dal centrodestra, infatti, commenti ne sono venuti, eccome. E un po’ tutti, sottolineando che quella di Previti sarebbe una mezza condanna, mentre lo sgonfiamento del caso Sme suonerebbe per Silvio Berlusconi come un’assoluzione, anzi, come la premessa di una meritata medaglia al valore, insistono sulla possibilità finalmente concreta che adesso, nel rapporto a dir poco tormentato tra politica e giustizia, si volti pagina.
Il centrosinistra, invece, ha taciuto come mai gli era capitato di tacere nel corso di questi anni. E, nella sostanza, a fargli rompere questa nuova regola del silenzio, non sono valse neanche le parole di fuoco con cui Ilda Boccassini ha denunciato su Repubblica , proprio mentre per la riforma dell’ordinamento giudiziario inizia l’esame dell’aula del Senato, il rischio che ora siano i corruttori a fare le leggi per riformare la magistratura.
Sugli entusiasmi e le indebite euforie del centrodestra ci sarebbe molto da dire e molto da polemizzare, cominciando col dire che è proprio questa sentenza a smentire anni di propaganda martellante sulla magistratura giudicante asservita a una magistratura inquirente «rossa», sempre a caccia degli scalpi degli avversari; e che tutta la legislazione ad personam prodotta sulla giustizia non suona davvero come la premessa di una buona svolta riformatrice. Ma il silenzio sin qui mantenuto a sinistra, non sembri un paradosso, è ancora più interessante, visto che, ovviamente, a dettarlo non è il galateo. Di mezzo, certo, c’è anche una buona dose di imbarazzo, tanto più forte se si considera che, dopo il tribunale di Milano sulla Sme, è arrivata ieri la Cassazione, che liquida come un inammissibile «teorema accusatorio» quello che doveva inchiodare Giulio Andreotti per l’omicidio Pecorelli. Due storie ben diverse, si capisce, ma che testimoniano entrambe della crisi, con ogni probabilità definitiva, di una cultura e di una pratica secondo le quali l’iniziativa giudiziaria era la prosecuzione della politica con mezzi diversi, e ben più risolutivi. O, più prosaicamente, e all’apparenza più realisticamente, come la via migliore per veder cadere le teste di avversari che a lungo si erano rivelati ben più difficili da battere sul terreno politico.
Ma, se è così, questa difficoltà, questo imbarazzo, dovrebbero riguardare una parte, e una parte sola, anche se importante, della sinistra e del centrosinistra, quella che su una visione siffatta della politica e della giustizia ha continuato a puntare le proprie carte. E viceversa uno spazio ampio di riflessione sul passato e di iniziativa politica per il presente e il futuro si apre certo ai pochi che del giustizialismo sono stati sempre nemici; ma anche a quanti (parecchi di più) hanno avuto modo e tempo, in questi anni, di capire che, in fondo a una simile strada, ci sono solo la sconfitta della sinistra e della giustizia. A chi oggi si dichiara riformista non c’è da chiedere di alzare bandiera bianca di fronte alla (presunta) rivincita dell’Italia dei corrotti ma di produrre, anche dall’opposizione, anche se al governo c’è Berlusconi, buone riforme. Quelle riforme per le quali dieci anni fa dimenticò di battersi nella speranza vana che a portarlo al potere avrebbero provveduto i magistrati.
Corriere della Sera
25 novembre 2003
Violante ha avvelenato la politica italiana
Ottaviano Del Turco accusa l’ex presidente dell’antimafia
Sulle responsabilità politiche dei Ds nel caso Andreotti dice cose durissime, ma le accompagna a quella che definisce “una mano tesa”. Su quello che chiama “il decennio giustizialista” cita nomi e cognomi degli uomini che hanno segnato una stagione, “non per imbastire un controprocesso, ma perché ognuno possa realizzare una civile autocritica”. Ottaviano Del Turco, ex presidente dell’Antimafia e senatore Sdi vorrebbe che al “chi sa parli” di taglio giudiziario, si sostituisse un “chi vuole cambiare, parli” di spirito costruttivo. Il primo a parlare, dice, dovrebbe essere il suo predecessore, Luciano Violante. Non per aprire “un nuovo processo”, precisa, “ma per mettere fine alla stagione dei veleni”. Nel periodo in cui fu gestita dall’attuale capogruppo dei Ds alla Camera, dice il senatore socialista senza troppe perifrasi “l’Antimafia fu l’incubatore infettivo che ha avvelenato il sistema dei partiti”. Su Leoluca Orlando il giudizio è severissimo: “Pochi ricordano che Alfredo Galasso, difensore della famiglia Pecorelli a Perugia, era allo stesso tempo difensore del superpentito Angelo Siino e coordinatore della Rete, un movimento eversivo che usava ogni arma possibile contro il sistema che voleva abbattere”. I rapporti tra Quercia e magistrati? “Per aver definito sudamericana una riunione dei senatori Ds con Caselli fui querelato da un ambasciatore”. Il senatore Guido Calvi? Del Turco è sarcastico: “Lui è un ossimoro: è l’unico avvocato giustizialista che io conosca”. E i leader della Dc? “Attaccarono Andreotti sperando di salvare il loro partito, svolgendo insieme a tutti gli altri leader in commissione Antimafia il ruolo di killer politici”.
Senatore Del Turco, lei usa parole pesanti come macigni, ma non vuole che il processo Andreotti sia celebrato contro altri. Non le pare contraddittorio?
“Assolutamente no. Io faccio un ragionamento politico, e dico: non c’è nulla di male se nella sinistra si apre una riflessione autocritica su errori, esasperazione e contraddizioni del passato. Nulla di male nel riconoscere questi limiti. Tre dei più grandi leader italiani del dopoguerra hanno costruito le loro fortune politiche su un’autocritica: Togliatti aprì la revisione sull’Urss con l’intervista a Nuovi argomenti, Nenni chiuse la pagina del Fronte popolare con il congresso di Venezia, Moro pose le fondamenta della sua grande stagione politica con il congresso di Napoli”.
Questo per dire che i Ds dovrebbero per lei fare una “Bad Godesberg giustizialista”, una revisione sugli anni Novanta?
“Ne sono convinto. La sentenza su Andreotti lascia sul campo temi duri come macigni. La cosa che mi fa diventare matto è che in questo quadro diventano quasi secondarie le responsabilità di Violante, che pure ci sono, e di cui parleremo. Capisco bene che i Ds difendono Violante a spada tratta: è stato un pezzo cruciale della loro legittimazione sulla via del governo”.
In che senso?
“Grazie al giustizialismo e al suo legame con la politica, i post comunisti, mentre in tutto il mondo il comunismo crollava, sono andati al governo portando un leader a Palazzo Chigi. Le pare poco? Non sono fattispecie di reato…
“Per carità: faccio un ragionamento politico. Ma mi pare difficile negare il fatto che di questa stagione Violante sia stato protagonista indiscusso. Sa cosa trovo paradossale? Che ancora ieri il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Edmondo Bruti Liberati, abbia censurato il fatto che il presidente del Senato abbia preso atto con sollievo dell’assoluzione di Andreotti da un’accusa infamante”.
La considerava un’ingerenza indebita, le non trova?
“Ingerenza? Anomalia è l’idea che un senatore fosse in regime di… libertà provvisoria. Che Pera gioisca di una assoluzione è ovvio. Che nella stessa sede dica che sarebbe necessario partire da questo evento per una riflessione sugli eccessi del giustizialismo è banale. Soprattutto dopo i tanti silenzi dell’Anm”.
Me ne citi uno in particolare.
“Ma insomma! Cosa ha detto Bruti Liberati quando Caselli, durante il processo di Palermo, partecipava addirittura ad una assemblea al gruppo parlamentare Ds?”.
Cosa si disse in quella sede?
“Ma è un fatto che non ha eguali nella storia del mondo! Una violazione plateale del più banale principio di separazione dei poteri”.
Ma era al Senato, non c’entrava l’amicizia tra Violante e Caselli…
“Assolutamente no: furono altri senatori a invitare Caselli, Cesare Salvi, Guido Calvi. L’intento, il più nobile del mondo, confermare l’impegno dei Ds nella lotta alla mafia, ma insomma: per aver detto che era una pratica sudamericana un ambasciatore latinoamericano mi minacciò di querela”.
Chi condivise quella battaglia?
“Nessuno: sono l’unico presidente dell’Antimafia colpito da mozione di sfiducia. Fu firmata dall’Ulivo, la mia coalizione, e dai leghisti Borghezio e Pezzetti, scriva i nomi. Per aver detto che i pentiti non possono riscrivere la storia d’Italia!”.
Chi, secondo lei, dovrebbe rivedere le sue posizioni?
“Approfitto di questa intervista per un appello al direttore di Radioradicale, Massimo Bordin, che ha un archivio prezioso. Ritrasmetta le relazioni dei commissari all’Antimafia su Andreotti! Non solo i diessini ma tutti gli altri, dissero ogni cosa, denunciarono qualunque nefandezza. Solo Taradash si sottrasse”.
Lei accusa anche gli ex Dc. Chi?
“Non voglio fare il gioco dei nomi, ma per fortuna è tutto scritto, registrato: svolsero il ruolo di killer, gli uomini della Dc fecero quasi a gara, chi per convinzione politica, chi convinto di affrontare Andreotti per salvare il proprio partito: Paolo Cabras, Clemente Mastella, ma anche il liberale Alfredo Biondi…”.
Lei però dice: niente imputati.
“Sì, non servono: quello che mi preme è che la storia d’Italia non passi agli atti come un sordido complotto che tiene insieme la mafia, De Gasperi, il Kgb, Scelba, Pio XII. Tutto in base a teoremi: usando questi teoremi la Sicilia l’hanno governata tutti. Applicando il parametro che Orlando ha applicato ad Andreotti, alle sue due elezioni a sindaco, anche quelle dovrebbero essere inquinate da voti mafiosi”.
Che lei non ami Orlando è noto…
“Pochi ricordano che Alfredo Galasso, difensore della famiglia Pecorelli, era allo stesso tempo difensore del superpentito Angelo Siino e coordinatore della Rete, un movimento eversivo che usava ogni arma possibile contro il sistema che voleva abbattere. Sciascia scrisse su questo pagine memorabili”.
I professionisti dell’antimafia?
“Non solo, anche I Pugnalatori. La Rete fu un movimento eversivo che fra il ’93 e il ’96 ha contribuito alla fine del sistema politico. Giovanni Falcone, pochi lo ricordano, fu accusato da Orlando, e dovette lasciare la procura di Palermo per andare a Roma perché non applicava i metodi del sospetto”.
Ma non credo che lei voglia un’abiura da Violante, no?
“No. Violante deve ammettere un solo errore: aver mantenuto la toga da accusatore sia da magistrato che da politico. Ora non vorrei che diventasse imputato. Trovo assurdo che Roberto Centaro voglia trasformare l’Antimafia in una cura omeopatica contro il giustizialismo. Durante la presidenza Violante fu l’incubatore infettivo del virus giustizialista che ha avvelenato il sistema dei partiti. Ora non va commesso l’errore opposto”.
Lei vorrebbe da lui e dagli altri diessini un “chi sa parli” che aiuti a voltare pagina?
“Vorrei un… chi vuole cambiare prenda atto dei suoi errori e volti pagina. Perché se si continua così non si va da nessuna parte”.
Luca Telese
Il giornale
3 novembre 2003