L'identità nel dolore

di GIULIO ANSELMI 

LE NOTE del silenzio, i passi cadenzati, le bandiere abbrunate, le carezze alle bare, il volto impietrito di Ciampi. È il rituale del dolore che accomuna l´Italia: i familiari e i commilitoni presenti nella basilica, la folla che ha fatto ala ai feretri lungo il percorso, le migliaia di cittadini sconosciuti che per ore, la notte della vigilia, hanno sfilato all´altare della patria lontano dalla luce dei riflettori. E poi i molti milioni che ieri mattina, via radio e tv, sono stati in qualche modo presenti perché anche loro volevano esserci.
Nulla di simile era mai accaduto: nessun fatto, nessuna tragedia della nostra storia recente aveva avuto la forza schiacciante di trasformare il cordoglio in un sentimento complesso fatto di orgoglio, di dignità, di fierezza, di rifiuto dell´ostentazione.

È questo l´amor di patria? Certo è senso di appartenenza, bisogno di unione, ritorno a qualcosa che sembrava sommerso dal tempo. Dal cratere di Nassiriya è emerso un paese sconosciuto che, di fronte alla morte di diciannove suoi cittadini, dimentica le solite frammentazioni di tifo politico, calcistico, di campanile; un paese civile, che per una volta riesce a superare quella complessa mistura di autodenigrazione e di senso di inferiorità che forma gran parte della nostra psicologia collettiva; un paese serio, che non si è fatto catturare dalla retorica che in questi giorni gli è stata somministrata in dosi massicce.
Questa Italia non ha cambiato opinione rispetto alla guerra e all´opportunità della missione italiana, non è stata frastornata dal grande sventolio di bandiere, non è caduta nella melassa patriottarda del "siamo tutti carabinieri, siamo tutti soldati". È stata scossa dall´emozione, ma non ha perso di vista gli obblighi e i problemi che il futuro ci porta. Grosso modo come nei giorni della fine della guerra in Iraq, il sessanta per cento degli italiani si dichiara contrario all´intervento e continua a considerare sbagliato il conflitto voluto dagli Usa. Ma al tempo stesso percepisce in maniera più netta la sua identità. I tricolori che sono comparsi a molte finestre, affiancando a volte le bandiere per la pace, rappresentano questo sentimento diffuso: si può essere orgogliosamente italiani senza che questo comporti adesione alle decisioni del governo.
Non c´è nessun bellicismo, né alcun rigurgito di nazionalismo nel comportamento collettivo di questi giorni, ma solo una commozione spontanea e diffusa che idealizza i caduti senza indulgere in arrischiate iperboli che si sono spinte a definire i nostri morti "nuovi martiri cristiani". È per rispetto alle vittime dell´attentato, prima che per considerazioni strategiche e geopolitiche, che la grande maggioranza degli intervistati ha risposto ai sondaggi che non si può lasciare l´Iraq: prima che un disastro politico sulla scena internazionale, scappare significherebbe tradire chi ha perso la vita.
...Questo stato d´animo è stato percepito dai politici della maggioranza e dell´opposizione che, sobri come mai era accaduto, hanno in grande parte osservato la consegna di riservare al "dopo" le polemiche e gli interrogativi. Ma il "dopo" ora è arrivato, con tutto il suo carico d´incertezze e di ambiguità. E occorre sottolineare che stare dalla parte della democrazia e contro il terrorismo significa anche che la politica deve ritrovare il suo ruolo. È necessario cercare di coinvolgere i paesi, come Francia e Germania, che si sono opposti alla strategia Usa; è urgente trasformare la lotta al fanatismo islamico e l´impegno per la normalizzazione irachena in una sfida dell´intero Occidente. Si tratta di una partita complessa, cui anche l´impero insabbiato in Iraq guarda con occhi diversi. L´Italia deve giocarla senza indugio e senza subalternità, consapevole del rispetto che il sacrificio dei suoi soldati le ha guadagnato.
L´errore più grave sarebbe strumentalizzare il senso di responsabilità di cui gli italiani hanno dato prova e confondere la loro prova di unità con l´accettazione di una politica. Riferendosi all´ambiguità frettolosa con cui fu deciso l´intervento, nella convinzione che si trattasse di missione di pace, il vicepremier Fini ha messo le mani avanti: «Non si dica domani che sono stati mandati in guerra». Ma si è visto che l´equivoco non ha aiutato i nostri fanti e i nostri carabinieri, come non gli è valsa da scudo la convinzione che bastasse uno stile diverso per non essere trattati come occupanti al pari degli americani. Oggi nessuna illusione è possibile: diciannove bare ci mostrano che siamo in guerra. Cerchiamo di far sì che tanto sacrificio e tanto dolore non siano stati vani.


I veri pericoli 
di ROSSANA ROSSANDA 

Ci sono dei limiti alla faziosità: chi avesse avuto notizia soltanto dal televisore o dagli editoriali di alcuni grandi giornali del sondaggio promosso dall'Unione europea sulla guerra all'Iraq non poteva dedurre se non che, presa da un raptus, la Ue avesse sollecitato sornionamente un pronunciamento contro Israele da parte dei suoi cittadini. Scandaloso, improprio, riprovevole, hanno dichiarato con volto funesto Casini e Fini (quale pulpito). Ecco l'antisemitismo che salta fuori, si è precipitata a scrivere su Repubblica Miriam Mafai, è il male oscuro dell'Europa. Mettiamo alcune cose in chiaro. Anche se il sondaggio fosse costituito, come si è voluto farci intendere, di una sola domanda: quale paese consideri più pericoloso per la pace?, sarebbe stato forse poco diplomatico ma non inammissibile e le risposte dovevano prima di tutto far riflettere. Non c'è ragione per la quale non si possa criticare la politica del governo d'Israele, che è uno stato come gli altri e per di più si pretende democratico dunque aperto alla critica; né di tacciare di antisemitismo chi dice che Sharon come Bush parla e straparla di guerra e la fa, e non soltanto una guerra di difesa, e occupa territori non suoi. E' un'accusa ricattatoria e alquanto mascalzonesca. C'era dunque qualcosa che non quadrava in tutta questa agitazione.

Senonché ora che internet ha scaricato le 128 pagine del questionario, risulta che si è trattato di tutt'altra cosa: l'Unione europea non ha fatto interrogare da un sondaggio telefonico i cittadini dei vari paesi per sapere quale stato ritengano più pericoloso per la pace, ma per sapere che cosa pensano della guerra all'Iraq. Si tratta di dieci domande nove delle quali riguardano il dossier oggi aperto fra gli Usa e il mondo: se la guerra era giustificata sì o no, poco, abbastanza, o molto, e la risposta è stata che non era giustificata né poco né molto. Se bisogna aderire alla richiesta del Dipartimento di stato di inviare adesso in Iraq truppe e denaro, e la risposta è stata no, l'occupazione essendo illegittima i danni li paga chi li ha fatti. Se l'Europa deve mandare aiuti umanitari, e la risposta è sì. Chi deve decidere su questioni internazionali come questa? La risposta è stata: l'Onu. Ha fatto il possibile l'Europa? No, non ha fatto tutto quel che poteva e doveva fare nel Medio oriente. Infine ritiene che ci sia un pericolo di terrorismo nel suo paese? La risposta è sì. Soltanto l'ultima delle domande era non «quale paese le sembra costituire il maggior pericolo per la pace?» ma «ritiene lei che il tal paese (e giù separatamente una dozzina di nomi a cui rispondere sì o no) sia un pericolo per la pace?». Che il 59% dei chiamati abbia messo «sì» accanto ad Israele può far pensare che ci sia fra loro anche una quota di antisemiti, e sotto questo aspetto è interessante vedere come hanno risposto i diversi paesi. Ma non deve essere una entità che modifica granché l'opinione: il 53% ha risposto che considera pericolosi per la pace gli Usa, l'Iran, la Corea del nord e l'Iraq. Non piacciono né le guerre infinite né le atomiche detenute qua o là.

Il sondaggio dunque è diverso da quello che si è andati agitando in Italia in questi due giorni, e l'agitazione ha nascosto quel che è lo schiaffo più bruciante ricevuto dagli Usa: malgrado che - eccezion fatta per Francia, Germania e Belgio - i governi europei abbiano appoggiato la guerra americana, le loro genti non li hanno seguiti. Né allora né ora. Il movimento pacifista ha scavato bene, giovane talpa. Sarebbe utile che chi in questi giorni ha tanto starnazzato ci pensasse. 

Il manifesto 
4 novembre 2003


Anticomunista immaginario
di Barbara Spinelli 

Finora le democrazie occidentali avevano taciuto, sulla singolare democrazia illiberale che regna nella Russia di Putin. Avevano taciuto sulla guerra che l’esercito russo sta conducendo in Cecenia: guerra cominciata da Eltsin nel ‘94 e poi ripresa da Putin il 30 settembre ‘99. Avevano taciuto sulle costanti violazioni dei diritti dell’uomo nella repubblica caucasica, sulle elezioni truccate, sulle torture e le sparizioni di civili ceceni. Ma anche sul resto le democrazie avevano taciuto: sulla stampa sempre più privata di libertà, sulle televisioni indipendenti messe a tacere, sui due oligarchi Berezovskij e Guzinsky costretti a chiedere asilo in Occidente. Perfino l’ultimo episodio dell’autoritarismo russo - l’arresto brutale dell’imprenditore petrolifero Mikhail Chodorkovsky, il 25 ottobre - aveva allarmato gli occidentali senza tuttavia suscitare speciali proteste. Ma adesso non è più solo col silenzio o l’indifferenza che si fa fronte a quello che l’oppositore Igor Jawlinski, a Mosca, chiama nuovo capitalismo russo dal volto stalinista. Adesso Putin ha trovato addirittura un avvocato che s’impegna volontariamente al suo fianco, un politico europeo che parla il suo stesso linguaggio, che come lui ostenta un profonda diffidenza verso l’opinione libera, verso la stampa indipendente dal potere, e verso quello che in democrazia è l’essenza: il controllo continuativo dei governi tramite organi indipendenti come stampa, televisione o giustizia, e non solo il controllo saltuario di tali poteri attraverso le elezioni. 

Chi si è presentato con questo nuovo abito, di avvocato e complice di Putin, è Silvio Berlusconi, che giovedì scorso in occasione del vertice euro-russo ha parlato non solo a proprio nome, ma a nome di tutta l’Europa. L’Unione europea, che pure non ha un comportamento esemplare sulle libertà in Russia, non gli aveva dato questo mandato, e la Commissione di Bruxelles lo ha detto. L’8 ottobre, un consiglio dei ministri europei aveva commentato le recenti elezioni-truffa in Cecenia (un solo candidato, tutti gli altri obbligati a ritirarsi) e «constatato elementi negativi quali, tra l’altro, la mancanza di pluralismo reale delle candidature e l’assenza di media indipendenti». Lo stesso consiglio europeo, presieduto dal governo italiano, aveva espresso «viva preoccupazione per le condizioni in cui queste elezioni si sono tenute», e accennando alla violazione dei diritti umani aveva dichiarato: «L’Unione vuole esprimere ancora una volta la speranza che un miglioramento immediato e sensibile della situazione dei diritti umani in Cecenia possa colmare il fossato che separa le autorità dalla popolazione». 

Tutto questo Berlusconi ha finto di ignorarlo, quando ha parlato della guerra cecena come di una «leggenda» inventata da giornali ostili, quando ha messo sullo stesso piano le critiche che la stampa italiana rivolge a lui stesso e le critiche che la stampa internazionale rivolge a Putin, quando ha difeso le elezioni in Cecenia o quando ha giudicato del tutto legittimo l’arresto di Chodorkovsky. Proprio lui, che si vanta d’aver costruito una visione del mondo sulla lotta al comunismo e che sempre ricorda i disastri prodotti dal totalitarismo comunista, abbraccia oggi un regime che di quel disastro è figlio e continuatore, e sul quale regna sempre più fortemente l’ex Kgb da cui Putin proviene. 

Così, piano piano, l'anticomunismo di Berlusconi perde parecchio del senso che aveva, così come perde senso l'anticomunismo di tanti intellettuali e politici che l’appoggiano, e che non hanno speso una parola di protesta sull’appoggio dato dal capo di governo al genocidio in Cecenia. Per il momento ha protestato solo l’opposizione, anche se il più esplicito è stato il partito radicale: «Berlusconi ignora un genocidio», così Daniele Capezzone ha commentato la requisitoria del premier contro la libera stampa che denuncia i massacri ceceni. In effetti, non si può non vedere quel che ancora lega il nuovo regime russo al regime totalitario dell’Urss, controllato ieri dal Kgb e dal partito comunista e sempre più controllato, oggi, dall’ex Kgb ribattezzato Fsb. 

Per come è condotta e per l’accanimento contro i civili che la contraddistingue, la guerra in Cecenia ricorda l’offensiva di Breznev contro l’Afghanistan, e somiglia assai poco a una operazione antiterrorista. Se oggi esiste un terrorismo ceceno è perché il Cremlino ha deciso di distruggere un popolo, volendo debellare una o due centrali eversive. Grozny rasa al suolo, la tortura sistematica, la persecuzione in tutta la Russia dell’etnia caucasica, e 200 mila morti civili nel teatro di guerra (su un totale di meno di 1 milione di abitanti): tutto ciò non è assimilabile a un’operazione contro il terrorismo. Tutto ciò crea i terroristi anziché debellarli, come già è accaduto con la guerra sovietica in Afghanistan. Da queste guerre sono nati in Afghanistan Bin Laden e Al Qaeda, è nato Bassaiev in Cecenia. 

Non meno giacobino-postcomunista è il rapporto che Putin intrattiene con la stampa libera, con le opinioni contrarie, con gli imprenditori indipendenti. Tre televisioni private sono state chiuse d’arbitrio negli ultimi tre anni (Ntv, Tv6, Tvs) e la stessa lotta tra potere e oligarchi che si sono arricchiti con le privatizzazioni ha aspetti sordidi, illiberali. Di tutti gli oligarchi esistenti in Russia, quello che oggi dà più fastidio a Putin - Mikhail Chodorkovsky - è quello che più aveva tentato di democratizzare e rendere infine trasparente l’azienda Yukos che fino a ieri dirigeva. Chodorkovsky si era rivolto a un organismo occidentale per «ripulire» i propri conti, e non si limitava a finanziare partiti d’opposizione come il Yabloko di Jawlinski e l’Unione delle Forze di Destra di Anatoli Ciubais. Aveva anche cominciato a dedicarsi a attività caritative, e teorizzava la nascita, «non più prorogabile, di una società civile russa» che apprendesse la discussione libera e aperta. 

Cento milioni di dollari all’anno venivano destinati da Yukos a progetti di educazione e specializzazione di giovani imprenditori in Occidente. Chodorkovsky non nascondeva di esser stato, alla fine degli Anni Novanta, un capitalista rapinatore (un robber baron come quelli che affollavano l’America alla fine dell’800). Ma ammetteva che da questa corruzione bisognava uscire, perché essa danneggiava immensamente il prestigio del suo paese e la sua stessa stabilità. Per questo si era legato alle Fondazioni «Società Aperta» che George Soros ha creato in Russia, e aveva lui stesso dato vita a una Fondazione chiamata Società Aperta. Soros, che gli è vicino, ha avuto un’esperienza non meno traumatica nei giorni scorsi. Gli uffici moscoviti della sua Fondazione sono stati saccheggiati da forze speciali di sicurezza, in connessione forse con l’affare Chodorkovsky. Soros ha speso più di un miliardo di dollari per promuovere la società civile in Russia, investendo in strutture sanitarie e biblioteche, centri d’educazione e tirocinio in internet. Queste attività erano sorrette da Chodorkovsky, ultimamente. 

In realtà è proprio quando gli oligarchi si ravvedono che Putin e il cosiddetto partito dei soloviki - così son chiamati i burocrati dei servizi e dell’esercito - sembrano adombrarsi. E’ come se Putin preferisse a un industriale divenuto onesto un industriale ricco ma tuttora corrotto, perché quest’ultimo sarà sempre ricattabile dallo Stato. Chodorkovsky voleva liberarsi dell’alleanza insana fra oligarchia finanziaria criminale e burocrazia statale corrotta - un’alleanza che ha trasformato la rivoluzione democratica russa in rivoluzione criminale, negli ultimi quindici anni - e probabilmente è stato punito proprio per aver rotto tale patto. Pochi in Russia e Occidente credono che dietro i procuratori russi non ci siano Putin e i soloviki. 

Finora l’Europa ha accettato le devianze di Putin sperando che questi desse, in cambio, stabilità e prevedibilità, crescita economica e appoggio all’antiterrorismo. Ma da questa Russia gli europei dipendono sempre di più, per le forniture di petrolio e gas, e in cambio hanno un’instabilità che cresce e un paese minacciato da fughe di capitali. Già oggi un terzo delle importazioni tedesche in gas e petrolio provengono dalla Russia, e il settimanale Die Zeit prevede che la dipendenza raggiungerà il 50 per cento. Questa Russia non è stabile, al momento attuale, perché la stabilità ha bisogno di una società aperta, dell’imperio della legge, di un’opinione pubblica che aiuti a controllare e correggere gli errori dei governanti: è la consapevolezza che cominciava a farsi strada in uomini come Chodorkovsky. Tanto più grave è l'appoggio che Berlusconi dà a un regime che questa consapevolezza non la condivide, e che tanto deve ancora al comunismo sovietico e ai suoi organi. 

Berlusconi non solo mostra di non conoscere la Russia, come teme Prodi. Non conosce nemmeno da dove veniamo noi: da quale idea della democrazia, della correttezza istituzionale, della libertà di stampa. Finge di ignorare e mostra di sprezzare tutti coloro che, in nome di questa libertà, si oppongono oggi a Putin: giornalisti indipendenti come Anna Politkovskaja, che sulla Cecenia raccontano non già leggende ma fatti, ed ex dissidenti come Vladimir Bukowski, Sergej Kowaliov, o la vedova di Sacharov Elena Bonner. In Russia torna la paura che vivemmo sotto il comunismo, scrive sull’International Herald Tribune del 7 novembre lo scrittore Viktor Eroféev. Non ha molto senso a questo punto immaginare un Fassino comunista, e vedere in Putin un democratico esemplare vittima di una stampa malevola. Chi, dei due, è più legato al passato? E se l’avversione al comunismo è un argomento che muove ancora tanti elettori italiani, non si capisce perché si debba solidarizzare con chi, del comunismo, sta risuscitando davvero i metodi, lo stile, e le iniquità. 

La Stampa
9 novembre 2003 


«Uniti contro le Br, apprezzo il premier.Infiltrati? No, attaccano anche noi»

Intervista a Epifani: ma ora il governo riconosca il sindacato come interlocutore «Il partito di Berlusconi ha condotto un sondaggio sleale, il leader lo condanni»


ROMA - «Dal punto di vista di Berlusconi, è una mossa intelligente. Dal nostro punto di vista, al netto dei dubbi che possiamo nutrire sulla sua strumentalità, una mossa che va apprezzata». Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, commenta così l’appello di Silvio Berlusconi a maggioranza e opposizione perché partecipino insieme alla manifestazione nazionale dei sindacati contro il terrorismo del 19 novembre. Quali sono, Epifani, i suoi dubbi su una possibile strumentalità dell’appello di Berlusconi?
«Preferisco risponderle in positivo. Questa scelta, se si rivelasse sincera, significherebbe la fine della pessima stagione inaugurata dall’infelicissima battuta di Berlusconi che equiparava le piazze dei lavoratori e le pallottole dei terroristi. E significherebbe anche qualcosa di più: il riconoscimento per il sindacato, al tavolo delle trattative sulle politiche economiche e sociali, di un ruolo analogo a quello attribuitogli nella lotta al terrorismo. Non voglio dire, è chiaro, che il governo dovrebbe sostenere il sindacato. Dovrebbe assumerlo come interlocutore, cosa che non ha mai fatto nella vicenda delle pensioni».
Capisco. Ma non mi sembra troppo convinto.
«Giudicherò dai fatti se questa di Berlusconi è stata solo una sortita o è l’inizio di un ripensamento. Anche molto di recente esponenti di primo piano di Forza Italia, Brunetta, Bondi, Cicchitto si sono distinti per le loro uscite strumentali e sleali. E segnalo al presidente del Consiglio il sondaggio provocatorio su Cgil e terrorismo sul sito di Forza Italia. Mi aspetto da lui una reazione analoga a quella avuta a proposito del sondaggio della Ue sui Paesi pericolosi per la pace».
Fuor di polemica: per sconfiggere il terrorismo, la mobilitazione comune di partiti, sindacati e istituzioni è uno strumento politicamente efficace, o no?
«Sì, ma non credo a una riedizione, illusoria, di una qualche union sacrée . Ho un’idea più moderna dell’unità, penso a parti distinte e anche in conflitto che mantengono tra loro una dialettica rigorosa, ma fanno della lotta al terrorismo e del riconoscimento senza aggettivi del metodo democratico un valore condiviso. Per il sindacato, questo è scontato. Vedo qualche difficoltà in più per le forze di governo».
Ma Cgil, Cisl e Uil hanno vissuto una stagione di fortissime divisioni. E la Cisl ha subito uno stillicidio di attentati.
«Dissi subito dopo uno dei primi attentati contro la Cisl: chi colpisce uno, colpisce tutti, perché il suo nemico è il movimento sindacale. Lo penso ancora, ovviamente. E penso anche che, se questo è vero, è vero anche il contrario: chi attacca la strategia della Cgil, attacca anche quelle della Uil e della Cisl. Fortunatamente, a vederla così non siamo solo noi della Cgil. Il tessuto unitario tiene, e questo ci dà forza anche quando siamo divisi su singole questioni».
E il tessuto unitario, come lo chiama lei, non rischia di essere almeno smagliato dal terrorismo?
«Non credo proprio. Il terrorismo mira al sindacato perché il sindacato è irriducibile alla sua logica. E non parlo solo dei mezzi, come è ovvio, ma anche dei fini: noi cerchiamo di allargare la rappresentanza in un quadro di mediazione sociale, di governare processi reali che investono assieme la vita delle imprese e la vita dei lavoratori. È molto sleale dire che la Cgil è contro il terrorismo, ci mancherebbe, e poi far seguire questa affermazione da una valanga di ma per metterla in dubbio...».
Di qualcuno di questi «ma» occorre pure parlare, Epifani. Si dice, per esempio, che il terrorismo ha ripreso fiato con il riaccendersi del conflitto sociale; e che a questa riaccensione la Cgil ha dato un bel contributo...
«Non è così. Le Br ricompaiono con l’assassinio di Massimo D’Antona, un uomo molto vicino alla Cgil, in una stagione in cui il sindacato era tutto schierato per la concertazione, e il conflitto praticamente non c’era. Poi uccidono Marco Biagi in un contesto tutto diverso, con i sindacati divisi, e la Cgil mobilitata a difesa dell’articolo 18. Ed erano le stesse Br, probabilmente le stesse persone. Io sono convinto che la caratteristica principale di questo terrorismo sia la più assoluta autoreferenzialità».
Autoreferenziali, basta rileggere le loro risoluzioni, le Br lo erano anche 25 anni fa.
«Sì, ma si muovevano dentro uno scontro reale, e riuscirono a mettere qualche radice, prevalentemente al Nord, in fabbrica. La battaglia fu dura e difficile: ma l’avversario riuscimmo a identificarlo. Oggi, invece, le indagini ci raccontano una storia diversa, molto più opaca. Con ogni probabilità, la storia di un nucleo di terroristi di seconda fila che si inabissa per più di un decennio e poi decide di riemergere. Come se il quadro, ormai, non fosse totalmente cambiato, e si potesse continuare a uccidere in nome dell’antagonismo irriducibile tra classe operaia e Stato».
E perché i brigatisti di secondo piano inabissati avrebbero deciso di riemergere, dandosi proprio quegli obiettivi?
«Queste sono domande vere, su cui non abbiamo ancora risposte convincenti. Ma, insisto, le risposte non le troveremo mai se non partiamo dall’autoreferenzialità di questi terroristi. Figure anonime, persone senza storie politiche importanti».
Si dice anche, da ultimo lo ha detto Pier Ferdinando Casini: il sindacato è contro il terrorismo, ma deve tornare ad alzare la guardia. Significa, di fatto, che la avevate abbassata?
«Neanche per idea. E le parole del presidente della Camera mi hanno ferito. Io conosco bene la Cgil: è ancora molto centralizzata. E se mettiamo il nostro treno su un binario, come abbiamo fatto nella lotta contro il terrorismo, stia tranquillo, non lo facciamo deviare. Ma il problema vero è contro chi la si alza, la guardia. Quando ho sostenuto che oggi nelle fabbriche il rifiuto del terrorismo è generalizzato, e un tempo non lo era, ho detto la verità. Ho detto la verità anche quando ho sostenuto che la stragrande maggioranza dei movimenti per la pace e no global è per il rifiuto della violenza. In ogni caso in questi movimenti, di cui siamo parte, il rifiuto della violenza e il rispetto del principio di legalità li abbiamo posti e li poniamo come una discriminante assoluta».
Già. Ma le infiltrazioni nella Cgil ci sono state.
«Alcuni arrestati avevano scelto per copertura la tessera sindacale, è vero. Ma nessuno ricorda un loro impegno significativo sul luogo di lavoro. Erano figure anonime, silenti, spesso con una doppia vita, proprio come altri arrestati, che per reddito, casa, storia familiare definiremmo del ceto medio. Chi vorrebbe per questo mettere sotto accusa la Cgil, dovrebbe fare lo stesso con le Poste, o con chi ha concesso a un terrorista il nulla osta di massima sicurezza».
Paolo Franchi

Corriere della Sera
6 novembre 2003 


Fausto Bertinotti: "Sergio Segio ha imbucato una lettera giusta ma col destinatario sbagliato" "Questo Movimento è nuovo la violenza non attecchirà" 
di CARLO BONINI

ROMA - Il segretario di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, lo dice con un sorriso compiaciuto, quasi lusingato: "Finalmente uno squarcio di luce e l'opportunità di parlare di politica. Quella vera...".

Sergio Segio ha colto nel segno? "Diciamo che Segio, persona che stimo, e il mio amico Marco Revelli hanno imbucato una lettera sbagliandone il destinatario che ritengo non sia e non possa essere il Movimento. E spiegherò poi il perché. Ma non c'è alcun dubbio che il tema del rapporto tra lotta armata e cultura politica può essere una straordinaria occasione offerta alla sinistra e non solo per affrontare un nodo cruciale della cultura del '900. La violenza. Vede, credo che Segio abbia usato un verbo di estrema precisione, parlando di infiltrazione, perché il termine evoca il tentativo di innestare nella carne viva dell'esperienza politica, un virus coltivato altrove, in una segreta, e la capacità di quel virus di entrare in cortocircuito con culture non libere dal germe della violenza. Il resto, ovviamente è di scarso se non nullo interesse".

Cosa è di scarso interesse? "Una certa patologia della discussione seguita all'intervista di Segio, in cui vedo affollarsi i soliti attori. I consueti tentativi strumentali della destra di piegare il senso e l'approdo di un dibattito che si è aperto; le altrettanto consuete e prevedibili voci di una certa sinistra riformista interessata soltanto a definire la propria diversità rispetto a una sinistra radicale; le beghe interne al Movimento e ai suoi leader. Ripeto, a me tutto questo annoia. Mentre trovo interessantissimo il merito dei tre termini della discussione. Terrorismo, Violenza, Movimento".

Cominciamo allora dal primo. Nelle nuove ma vecchie Br c'è traccia di un album di famiglia? "La lunga esperienza torinese mi ha insegnato che il terrorismo nasce in una sfera autonoma della politica. Non sono la società e il conflitto che generano la lotta armata. Semmai, e al contrario, è nella società che si pongono le condizioni perché quel virus si infiltri. Detto questo, vedo nel tentativo eversivo brigatista un segno tragico, ma irrilevante, di un'impotenza politica. Propria, per altro, di tutti i terrorismi. Nei pochi documenti recenti delle Br che ho letto, ho trovato un po' di sociologia, l'assenza di temi di una qualche consistenza. E ancora: un segno di disperazione esistenziale".

E l'album di famiglia? "Se con l'album di famiglia vogliamo evocare il tema della violenza politica propria della storia della sinistra e del movimento operaio, e dire dunque che chi abbiamo di fronte è figlio della nostra storia, sarò netto. Tutte le culture politiche che escono dall'esperienza del '900 hanno il loro album di famiglia. Tutti i pensieri forti, religiosi e politici, contengono un irrisolto problema con la violenza. Noi siamo figli oltre che del crocifisso, della Bibbia. Ed è nella Bibbia che troviamo l'idea dell'annientamento del nemico. Le culture terzomondiste sono imbevute di violenza, lì dove arrivano a teorizzare che 'l'identità del colonizzato passa per l'uccisione del colono'. Nell'intera storia del movimento operaio è presente la distruzione dell'avversario. Dunque, tutti e ripeto tutti, sono chiamati oggi a fare i conti con il concetto di violenza. A me, la prima volta, lo insegnò Pietro Ingrao. Vent'anni fa".

Come e dove? "Ingrao era presidente della Camera e venne alla Fiat, a Torino. Ora, non ricordo esattamente la circostanza. Se dopo la scoperta che uno dei nostri delegati apparteneva alle Br o dopo l'ennesimo, sanguinoso, agguato. Mi sembra di vederla ancora quella sala sprofondata in un silenzio sospeso e Pietro svelarci la più semplice e decisiva delle verità. Disse: 'Noi siamo nati per dare valore alla vita. Le lotte della classe operaia hanno lo scopo di migliorare, anche solo di un nulla, la vita di ciascuno di noi. Vi pare che si possa accettare sia pure in ipotesi il progetto o l'idea di chi vuole cancellarne anche soltanto una di vita?'. Ecco, Ingrao già allora demoliva due capisaldi di una certa cultura socialista e comunista del novecento. Primo: che il valore della vita di una persona debba essere misurato in quanto simbolo del potere che rappresenta. Secondo: che nella lotta all'eversione si possa procedere per aggregazioni omogenee, dunque in ordine sparso. Le cose non stanno così. Il terrorismo è il nemico di tutti. E tutti insieme lo si combatte".

E dopo la "lezione" di Ingrao, cosa le è accaduto? "La racconto con un episodio credo significativo non solo del mio percorso, ma di quello del mio partito e del suo approdo. Conosce 'la Battaglia di Algeri' di Pontecorvo? Bene, ho visto quel film almeno dieci volte. Ne conosco a memoria le sequenze. Ora, per una vita mi sono riconosciuto, di più, mi sono immedesimato nella bellissima algerina che si fa saltare in un bar affollato di vita e di civili nella parte francese di Algeri, durante l'operazione di insurrezione - anzi no, chiamiamo le cose con il loro nome -durante l'operazione terroristica contro le truppe francesi. Istintivamente, politicamente, ero con lei. Sarei voluto essere lei, se soltanto ne avessi avuto il coraggio. Ero, lo dico senza timori, corresponsabile politico di quel massacro. Oggi, mi capita di rivedere quella sequenza e quella complicità si è dissolta".

Perché? "Perché il Brecht che diceva 'vogliamo un mondo gentile, ma per averlo non possiamo essere gentili', non mi appartiene più, né appartiene più alla storia della sinistra e del Movimento di questo secolo. Perché oggi, la scelta non può essere altra che respingere ogni atto di violenza. In un mondo in cui la violenza si riassume nel binomio guerra preventiva-terrorismo, non può aver diritto di cittadinanza alcuna violenza politica. Perché in quel binomio è inevitabilmente risucchiata".

Questo dibattito a sinistra, nel Movimento e fuori, fatica ad affacciarsi e, soprattutto, è in grave ritardo. Perché? "Lo dico senza alcuno spirito polemico, ma credo che oggi, paghiamo gli errori di chi, a sinistra, ha pensato di poter chiudere i conti con le eredità del '900, semplicemente offrendo di sé un'idea di rispettabilità. Dichiarando chiusa una pagina di storia non parlandone più. Il problema è quello del cambiamento. Se si smette non dico di condividere, ma semplicemente di ascoltare un pezzo di società perché la si ritiene impresentabile, quel pezzo di società resterà prigioniera della sua solitudine e disperazione. E allora, in assenza di interlocutori nelle cui parole si legga un progetto di cambiamento, difficilmente si prosciugherà completamente quell'acqua in cui il virus della violenza potrà avere un suo luogo per attecchire".

Che non è il Movimento? "Che non è e non può esserlo. Per un motivo molto semplice. Questi ragazzi sono estranei alla storia del novecento. Sono di un'altra era. Gli è estraneo il concetto operaio del potere come terreno di conquista prima che di cambiamento. Il loro Palazzo d'Inverno non è Palazzo Chigi. Sono privi dell'idea stessa di avanguardia. No, il Movimento è antidoto a quel virus. Bisogna solo aiutarlo e ascoltarlo".

Anche quando scende in piazza con caschi e mazze? "Penso che esista un solo metro per riconoscere, in una manifestazione, la differenza tra un'espressione di inaccettabile violenza ovvero di legittima tutela dei propri diritti sia pure attraverso strumenti di coazione. E questo metro di giudizio è una donna incinta. Se una donna incinta è costretta a scappare dalla piazza, allora vuol dire che quella piazza non ha legittimazione. E' accaduto a Roma, nella coda del corteo del 4 ottobre scorso e l'ho stigmatizzato. Continuerò a farlo ogni volta che sarà necessario".

la Repubblica 
2 novembre 2003


E Umberto Bossi votò in America...

di GIAN ANTONIO STELLA


Il giovane Umberto Bossi da Fossato sbarcò all'Ellis Island il 12 dicembre 1909 e, se scelse di andare a vivere in Stati come il Wiscounsin o il Minnesota, gli fu permesso di partecipare alle elezioni fin dal giorno dell'arrivo. Al suo omonimo Umberto Bossi da Cassano Magnago non importerà un fico secco, ma nell’America del 1900, spiega lo storico Stefano Luconi, il 27 per cento degli stranieri immigrati risiedeva in Stati dove il voto era un diritto anche di chi non aveva la cittadinanza americana.
Bastava la semplice dichiarazione che questa cittadinanza sarebbe stata richiesta.
Eppure, non è che negli States ci vedessero allora con particolare benevolenza. Col tempo sì, ci saremmo fatti onore dimostrando di essere un popolo che meritava stima, rispetto, riconoscenza. Ma allora noi italiani avevamo un tasso di analfabetismo intorno al 56% contro il 3% degli immigrati tedeschi o dell'Europa settentrionale, un tasso di specializzazione così basso da umiliarci (7% contro 40%) perfino nei confronti degli immigrati russi dall'impero zarista, un tasso di mortalità infantile così spaventoso che l'età media in cui si moriva era di poco superiore ai 15 anni, un tasso di omicidi quattro volte più alto di quello austriaco, cinque di quello francese o scozzese, otto di quello tedesco. Ma votavamo. Col sistema che abbiamo detto in molti Stati, con il diritto acquisito insieme con il passaporto in altri.
Si dirà: appunto, col passaporto! Vero: ma veniva concesso dopo una attesa di 5 anni fin dal 1801. Basti ricordare la storia di Giovanni Martino, il trovatello di Sala Consilina che, entrato negli Usa clandestinamente (come illegalmente espatriarono almeno altri 4 milioni di italiani) si arruolò due anni dopo col nome di John Martin nel Settimo Cavalleggeri proprio per avere la cittadinanza Usa, finendo diritto dentro la tragedia di Little Big Horn dalla quale fu l'unico a trarsi miracolosamente in salvo. O ricordare i bisticci tra il nostro governo e quello americano intorno a decine di nostri emigrati linciati senza processo, con Washington che rifiutava di pagarci ogni forma di risarcimento sostenendo che questo o quel poveraccio, a volte arrivati sul posto da meno di due anni, erano ormai da considerare cittadini americani a tutti gli effetti.
Votavamo quasi subito negli States, votavamo quasi subito in Australia dove fin dal 1901 c'era la possibilità di essere naturalizzati dopo solo 5 anni di residenza, scesi di recente a due anni. E votavamo quasi subito in Sudamerica, dove anzi, come ricorda Fernando Devoto nel saggio La partecipazione politica in America Latina nell'enciclopedia dell'emigrazione di Donzelli curata da Emilio Franzina, «il numero e la forza della comunità italiana» erano tali che proprio sulla base di «considerazioni relative alla "sicurezza" nazionale» si pensò che «per risolvere il problema un modo d'integrare gli immigrati fosse il coinvolgimento nel sistema politico». Al punto che in Brasile a partire dal 1889 i nostri diventavano brasiliani dopo due anni di domicilio e che in Argentina fin dal 1901 fu «disegnato un complicato meccanismo giuridico per far votare gli stranieri senza una esplicita dichiarazione di nazionalità».
L'idea d'integrare i nuovi arrivati coinvolgendoli quanto prima come concittadini, del resto, era diffusa. E si rivelò vincente ovunque, a maggior ragione quando un italiano di origine assumeva responsabilità di rilievo. Gli italiani di Francia a lungo chiamati «babis» (rospi) o «français de Coni» (francesi di Cuneo) si sentirono per la prima volta sul serio un po' francesi quando arrivò al potere Leon Gambetta. E così gli italiani del Cile si sentirono più cileni quando laggiù diventò presidente Arturo Alessandri, e quelli dell'Uruguay si sentirono più uruguagi quando lì brillò la stella di Domenico Arena e quelli d'Australia si sentirono più australiani quando diventò governatore del Victoria Giacomo Gobbo e quelli d'America si sentirono americani quando a San Francisco diventò sindaco Angelo Rossi, l'uomo che avrebbe costruito in pochi anni il famoso Golden Gate, e a New York Fiorello La Guardia, che sarebbe diventato il più amato di tutti i sindaci newyorchesi vendicando finalmente decenni di emarginazione e insulti e ironie.
Certo, non dappertutto è andata così. La Svizzera, fatta eccezione per quei Cantoni dove gli stranieri residenti da 10 anni hanno il diritto di voto fin dal 1850 (Neuchatel) e dal 1879 (Giura), è sempre stata riottosa a dare i diritti politici a quegli stranieri che in certe fasi, come a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, producevano un quinto del suo Pil. Ma è quello il modello da seguire? Quel modello che i nostri emigrati hanno tenacemente combattuto per anni e anni chiedendo, visto che lì lavoravano e producevano ricchezza e pagavano le tasse, di poter dire la loro su come i «loro» soldi venivano spesi? Mirko Tremaglia, che da sempre si occupa di questi temi, sa quanto hanno patito i nostri emigrati. Non a caso è stato il primo, lui, un «ragazzo di Salò» rispettato anche dalla sinistra, a sostenere la tesi oggi coraggiosamente sposata da Gianfranco Fini. Il primo a spiegare che riconoscere il diritto di votare alle amministrative e partecipare alla vita collettiva a chi è venuto a lavorare qui, rispetta le leggi e paga le tasse, non è solo un dovere in un'Europa che in vari Paesi questi diritto lo riconosce spesso da decenni. Non è solo la scelta intelligente di rompere l'isolamento e coinvolgere comunità che in paesi come i vicentini San Pietro Mussolino o Crespadoro sono ormai il 20% della popolazione e producono ciascuna 8 milioni di euro e non danno quasi più (lo dicono i sindaci, non di sinistra) problemi di ordine pubblico. E' anche un modo che guardare alla storia dei nostri nonni con un po' più di rispetto.

Corriere della Sera
9 ottobre 2003


Gli ex ministri della Margherita Enrico Letta e Treu, il sindaco di Torino Chiamparino (Ds): il centro-sinistra non può dire solo dei «no» I riformisti dell'Ulivo al sindacato: «Opporsi non basta più, serve una proposta»


ROMA - «Non basta dire no» è stato un libro a più mani pubblicato un anno fa per iniziativa di Franco Debenedetti. Allora Tito Boeri, Nicola Rossi, Michele Salvati, Tiziano Treu, Antonio Polito ed altri sostennero, in occasione della battaglia sull'articolo 18, che una politica riformista si può e si deve fare anche dall'opposizione.

Non esistono due verità, una per i comizi e l'altra da applicare una volta arrivati nelle stanze dei bottoni. Ora quelli di «Non basta dire di no» sono tornati a farsi sentire, stavolta sulle pensioni. Chiedono, con accenti diversi, che il centro-sinistra definisca un'ipotesi di riforma previdenziale senza far sconti al governo ma anche senza farsi condizionare dal sindacato.

Non si sono messi d'accordo preventivamente e non è nemmeno l'identica squadra di un anno fa, ma nei giorni scorsi Debenedetti, Treu, Rossi, Boeri, Il Riformista sono usciti allo scoperto. Accanto a loro si sono schierati anche Enrico Letta e il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino. Ma altri verranno.

A cominciare dall'ex presidente della Consob, Luigi Spaventa, che dichiara: «Un intervento sulle pensioni è necessario, sia per un problema di sostenibilità future della spesa sia per ridistribuire risorse ad altre voci del welfare. 

La riforma Dini, che fu assai incisiva, ne anticipava la possibilità». A giudizio di Spaventa, «l'atteggiamento di chiusura dei sindacati sembra non riconoscere quest'esigenza ed è incomprensibile». Non c'è bisogno di attendere il 2005 per conoscere quello che già si sa. «Le previsioni demografiche sono fra le poche certe».

L'opposizione, dunque, non deve ripararsi «dietro al secco "non possumus" del sindacato», deve avanzare soluzioni alternative al progetto governativo «più graduali, più eque e con risparmi di spesa non minori». Anche l'ex ministro Treu la pensa così e usando il gergo pokeristico dice che «dobbiamo andare a vedere».

E il senatore Debenedetti chiosa: «Se siamo una sinistra di governo il tema delle pensioni non ci deve procurare imbarazzo». Rispetto alla battaglia sull'articolo 18 c'è da registrare uno scambio di posizioni tra Cisl e Margherita. Il sindacato sottoscrisse il Patto per l'Italia mentre il partito si oppose senza mezzi termini. Ora le parti sono invertite, sono i Letta e i Treu a sostenere la necessità di darsi una tattica più accorta ed è invece Pezzotta ad essere salito sulle barricate e a ventilare manifestazioni più o meno oceaniche.

Ma una volta usciti allo scoperto quelli di «Non basta dire no» cosa faranno? Un test importante lo si avrà da Orvieto dove è riunita in questi giorni l'associazione Libertà eguale che raggruppa i liberal Ds. Uno di loro, Chiamparino, dalle pagine del Riformista ha addirittura proposto la creazione di «un gabinetto ombra che segua i passi della riforma previdenziale e coordini l'intervento del centro-sinistra».

Treu è più cauto: «Aspettiamo lo sciopero dei sindacati e solo dopo l'Ulivo può decidere di scendere in campo con una proposta più precisa». Intanto il verbo del «Non basta dire no» guadagna terreno a sinistra non solo sulle pensioni. 

Il diessino Claudio Petruccioli ha scritto ai deputati del suo partito un lungo promemoria nel quale sostiene come anche nella battaglia contro la legge Gasparri il centro-sinistra avrebbe dovuto «presentare un progetto di legge suo, unico, che disegnasse il modello di televisione e di servizio pubblico che ha in mente».

Dario Di Vico

Corriere della Sera
4 ottobre 2003


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