Quel contenitore unico pieno di rischi per l´Ulivo

di LUCIANO GALLINO


Se due commercianti desiderano aprire entrambi una drogheria in una strada di grande passaggio, quasi certamente eviteranno di collocare i due negozi uno a fianco dell´altro, o di fonderli in uno solo più grande. Come minimo li apriranno su lati diversi della strada, o alle estremità opposte della medesima. Sanno infatti che in tal modo attireranno ciascuno più clienti di quanto non accadrebbe con i due negozi appaiati nello stesso punto della strada. Da queste semplici considerazioni formulate da un economista americano alla fine degli anni Venti, Harold Hotelling, ha tratto origine, per induzione, un vastissimo corpo di teorie spaziali della competizione elettorale. Applicate al caso italiano, esse fan pensare che l´entusiasmo con cui i dirigenti dell´Ulivo parlano d´un contenitore solo per tutte le formazioni politiche da loro rappresentate in vista delle prossime tornate elettorali, europee e nazionali, potrebbe essere non del tutto fondato.
Ridotta all´osso, una teoria spaziale dei processi elettorali dice che le preferenze degli elettori si distribuiscono da sinistra a destra su un asse continuo. A seconda della posizione in cui si colloca su tale continuum in base al suo programma, ma anche della sua immagine e della sua storia, nonché delle risorse di cui dispone da spendere in pubblicità, un partito capta le preferenze d´un certo segmento di elettori. Esteso o corto che sia, tale segmento per ogni dato partito è di lunghezza pressoché costante nel tempo, seppure con ampie variazioni contingenti. Quando i dirigenti sono capaci e le circostanze favorevoli, allora la lunghezza del segmento, misurata in percentuale di voti, aumenta. In caso contrario quel partito perde voti e il segmento si accorcia. Resta però ferma la relativa costanza del segmento di elettori intercettato da un partito, dovuta al semplice fatto che se un partito si sposta a destra, perde voti sulla sinistra, e viceversa.
L´idea di un solo contenitore emersa tra i dirigenti dell´Ulivo è evidentemente quella di sommare i tre segmenti di elettori rappresentati dai loro partiti in modo che il totale dei voti faccia quattro invece di tre. Il rischio è che ove si progetti un contenitore unico o unitario, in termini di voti il risultato finale potrebbe essere non quattro né tre, bensì due e mezzo. Parlo di tre segmenti di elettori distribuiti dal centro a sinistra sull´asse delle preferenze politiche, piuttosto che contare il numero dei partiti e partitini del centrosinistra, perché mi pare che i loro elettori si suddividano appunto in tre grandi gruppi.
Al centro dell´asse politico si collocano i moderati insieme con una forte componente di cattolici "sociali", attenti ai valori dell´equità, della famiglia, della solidarietà. Accanto a loro, ma spostati verso sinistra si trovano i liberal-riformisti della terza via, convinti che la sinistra quale il Novecento ha conosciuto, anche quella socialdemocratica, sia ormai out, che il mondo globalizzato presenti caratteristiche oggettive ineludibili, tali da richiedere una revisione profonda dello stato sociale e del mercato del lavoro. Infine vi sono quelli che continuano a credere che la parola socialismo non sia un´offesa, che i diritti del lavoro istituiti nel corso di oltre un secolo siano una conquista di civiltà irrinunciabile, e che le attuali disuguaglianze internazionali e intranazionali siano un male pubblico globale.
L´esito della proposta fatta agli elettori dell´Ulivo di far confluire le loro preferenze in una lista unitaria o in un contenitore unico o in un´unica formazione politica si gioca per intero su ciò che potrebbe succedere ai margini interni ed esterni dei tre segmenti di elettori. Nella formazione per la quale vota o vorrebbe votare, un elettore consapevole cerca non solo un programma aderente alle sue preferenze, ma anche il riflesso della propria identità sociale e culturale, nonché il senso che le une e l´altra saranno adeguatamente rappresentate negli organi che saranno eletti. Ci si può chiedere come farebbe a trovare tutto ciò in un contenitore unitario. Tanto per cominciare, un programma elettorale che volesse abbracciare tutte le preferenze politiche che vanno dalla destra della Margherita alla sinistra Ds risulterebbe per forza talmente generico da far perdere – o da non riuscire a captare – numerosi voti sui margini di tutti e tre i segmenti. Gli elettori posizionati sul margine destro di ciascun segmento scorgerebbero in esso una manovra subdola della sinistra, la propria o quella degli altri raggruppamenti, mentre gli elettori più a sinistra lo troverebbero troppo smorto a fronte degli interessi che li motivano al voto.
In tema di identità politica, un elettore geloso della propria può essere largamente disposto a dialogare con chi professa un´identità diversa, allo scopo di trovare un comune terreno di intesa per vincere le elezioni. L´Ulivo, in fondo, è nato proprio sulla base di questo presupposto. Ma per quali motivi uno dovrebbe votare per qualcosa o per qualcuno che renderebbe la sua identità del tutto irriconoscibile? E come potrebbe sentirsi rappresentato da candidati che giudica degnissimi, ma anche del tutto estranei alle sue convinzioni e interessi ideali e materiali?
Per queste ragioni, se si affermasse l´idea del contenitore in cui tutto si colloca, la somma dei tre segmenti di elettori vicini all´Ulivo potrebbe risultare inferiore a tre. Ma nemmeno andrebbe ignorato il potenziale bacino di voti esistente al di là del lato sinistro di ciascun segmento, anche se il grosso si trova, lungo l´asse delle preferenze politiche, prossimo o al di là della sinistra Ds. Si tratta presumibilmente di due-tre milioni di voti – la stima è stata avanzata da Asor Rosa, con cui concordo – che potrebbero provenire da varie direzioni. Dai milioni di persone che nel 2002 hanno riempito strade e piazze per difendere i diritti del lavoro, oggi privati di un punto di riferimento con l´uscita di Sergio Cofferati dalla scena politica nazionale. Dai grandi movimenti per una globalizzazione diversa e per la pace. Dai dieci milioni e mezzo di persone che hanno osato andare a votare sì al referendum sull´articolo 18, avendo contro il 95 percento delle formazioni politiche, il 95 percento della stampa, e due grandi sindacati su tre. Se le istanze di questi vari raggruppamenti trovassero un posto adeguato nel programma dell´Ulivo, soprattutto il terzo segmento dei suoi elettori potrebbe prolungarsi notevolmente sul lato sinistro. E rendere anche più facile un accordo con chi si colloca ancora più a sinistra, cioè Rifondazione.
In un contenitore, come sa ogni spedizioniere, si possono sistemare tante merci diverse, magari premendole un po´. Ma in politica la sua immagine traspone inopportunamente l´idea meccanica di pareti e soffitti, d´un volume fisso che non c´è verso di allargare, di portelli che si aprono ma si possono anche bloccare, di cose che stanno sopra e di altre che stanno sotto. Rischi di asfissia a parte. Allo scopo di vincere le elezioni sembra più efficace, e in ogni caso più attraente, l´idea d´uno spazio aperto dove le varie formazioni esistenti nell´Ulivo rafforzano la loro identità politica piuttosto che affievolirla; si confrontano su programmi esplicitamente differenziati, nella ricerca convinta di luoghi di intersezione, e cercano di captare le preferenze di un ampio spettro di elettori mediante la varietà e la ricchezza delle loro differenti proposte. Presentandosi quindi nel ruolo d´una sorta di confederazione articolata ed aperta, seppur robustamente connessa da alcune opzioni condivise, piuttosto che in veste di un singolo soggetto costruito a tavolino che offre un prodotto omogeneizzato racchiuso in un contenitore.

la Repubblica
16 ottobre 2003 


A congresso

di Alfiero Grandi



La discussione sulla lista unica per le elezioni europee ha uno sviluppo curioso, per certi aspetti confuso e non è francamente convincente un atteggiamento minimalista. Molto meglio chi descrive una prospettiva in cui collocare questa proposta, evitando- come fa qualcuno- di dare l'impressione di volere disvelare il disegno politico complessivo un po' per volta. Tutti dovrebbero avere il necessario rispetto per gli altri, tanto da sentirsi obbligati a spiegare con chiarezza ragioni di fondo e prospettive. Altrimenti che forza potrà mai avere un disegno "consegnato" a rate come un romanzo d'appendice ? La proposta della lista unica è rilevante proprio perché suggerisce, per quanto a grandi linee, una prospettiva e quindi merita di essere affrontata come tale. Mi soffermerò su alcuni aspetti di rilievo. Il primo riguarda il rapporto tra la lista unica e i partiti della coalizione. Si afferma che la lista unica guarda al rapporto tra l'Italia e l'Europa e non prefigura una riorganizzazione delle strutture partitiche, ad esempio sul modello del partito democratico. Questo argomento sembra essere più volto ad evitare reazioni che reale. Rutelli, ad esempio, in un'intervista su Repubblica, avverte il problema e indica che la legittima volontà dei singoli partiti di verificare il consenso dell'elettorato potrebbe meglio esprimersi nelle elezioni locali e regionali. L'argomentazione è curiosa, infatti le elezioni locali e regionali avvengono sulla base di un doppio meccanismo elettorale che vede compresenti nel voto sia i partiti che il candidato della coalizione che ne rappresenta il cemento e porta un premio alla coalizione vincente. Quindi le elezioni locali e regionali hanno un punto di forza nelle liste dei partiti. Anzi più liste ci sono più voti si prendono. Ma è altrettanto vero che il loro ruolo è condizionato dall'esigenza di dare vita ad una coalizione vincente costruita attorno al candidato. Tutta la discussione dopo i risultati elettorali delle amministrative è andata nella direzione di esaltare il valore della coalizione più larga possibile per vincere, attorno al candidato. Quindi caratteristica delle elezioni locali e regionali è sia il presentarsi che il coalizzarsi. Basta guardare a Rifondazione, ad esempio, per constatare che viene premiata quando si coalizza ed esercita un ruolo "utile"a tutto lo schieramento. Non sembra essere questa l'occasione per misurare il ruolo dei partiti perché viene incentivata la diffusione delle liste, e i dati sono difficilmente sommabili, e perchè l'accento è posto sulla loro capacità di coalizzarsi per vincere.
Il secondo riguarda l'insistenza sulla presentazione di una lista dell'Ulivo nello stesso momento in cui si riconosce, sia pure con diverso entusiasmo, che per battere il centrodestra occorre avere in campo la coalizione più larga possibile. Coalizione da allargare anche ai movimenti che hanno una loro fisionomia e autonomia politica. Si pone l'accento sulla lista unica per le europee dando per scontato che non parteciperà neppure tutto l'Ulivo e sottovalutando che il problema sul tappeto da tempo (tuttora non risolto) è la capacità di coalizzare tutta l'opposizione. Qualche novità c'è e va valorizzata. Ma se l'obiettivo è una coalizione capace di essere non solo contro Berlusconi ma di mettere in campo una credibile alternativa, il cammino è in buona misura da percorrere.
Per di più il sistema elettorale per le europee è il più proporzionale che esiste in Italia e c'è anche la concorrenza tra i candidati, dovuta alle preferenze. A meno di improvvise novità, andremo a votare con un sistema elettorale che premia le diversità, anche tra i candidati nella stessa lista. E' difficile comprendere quale sia la razionalità della proposta di andare alle elezioni europee con una lista unica di una parte dello schieramento di opposizione in un'occasione elettorale iperproporzionalista. Semmai è ragionevole che l'opposizione cerchi di evitare gli eccessi di concorrenza preoccupandosi di indicare una soglia non superabile, attraverso punti programmatici comuni e simboli unificanti. Sarebbe certamente utile avere una posizione comune di tutta l'opposizione sui problemi più rilevanti dell'Europa.
Il terzo problema è l'affiliazione europea delle diverse liste. Non sarebbe facilmente comprensibile l'abbandono dei socialisti europei da parte dei DS per dare vita ad una casa d'impronta italiana proprio nel momento in cui si vuole dare un respiro europeo al prossimo appuntamento elettorale. Non si può sostenere che dall'Italia dovrebbe venire un forte contributo per dare peso e ruolo alla dimensione europea chiudendosi in un'ottica tutta nazionale. Ancora più incomprensibile sarebbe stare uniti per le elezioni e separarsi dopo in diversi gruppi parlamentari. 
Le famiglie europee sono in evoluzione, come dimostra l'entrata nel PPE di Forza Italia. Ma un conto è la loro evoluzione condivisa, altro è andare per conto proprio vagheggiando un raggruppamento su base nazionale che sarebbe difficilmente collocabile nel parlamento europeo. Per i DS poi c'è il loro rapporto di affiliazione con il PSE, troppo recente e agognato per essere archiviato tra le cose inutili. Si può discutere su un'evoluzione del PSE, ma si potrebbe fare anche nella direzione di forze di sinistra radicali. Chi l'ha detto che l'unica prospettiva del PSE è verso il centro?
Il quarto aspetto riguarda il presunto venire meno di una differenza tra centro democratico e sinistra. Mi sembra che in questo caso la tattica prevalga sulle questioni di fondo. La sinistra, o meglio le sinistre hanno fondamenti e radici sia culturali che politiche e sociali. Ma anche per il centro democratico che non vuole stare con il centro destra è così. Perché mai il raggiungimento tra loro di un compromesso politico e programmatico trasparente dovrebbe indebolire la loro credibilità ? Anzi quando c'è un percorso trasparente si salvaguardano sia le originalità che la sintesi politica raggiunta. La verità è che in questi anni ci sono stati scavalcamenti e tensioni che non derivavano dalle differenze ma dalla tentazione ricorrente di fare, ciascuno, l'asso pigliatutto. In ogni caso mi interessa un percorso unitario di tutte le sinistre che vogliono allearsi e dialogare con il centro democratico per mandare a casa il centrodestra.
Concludendo, la discussione sulla lista unica alle europee chiama in campo una prospettiva politica. Discutiamo apertamente di questa prospettiva, senza fingere che il problema sia tecnico o trascurando di vederne tutte le implicazioni. 
Se la prospettiva è quella indicata da Morando, di una nuova forza politica che favorisca il percorso di unificazione dei riformisti in Italia trovo il ragionamento è coerente ed è chiaro il fine a cui si sacrificano contingenze e perfino convenienze. Non condivido questa prospettiva, ma ne capisco la suggestione.
Se l'obiettivo è costruire una nuova forza politica riformista italiana, anche a costo di privarsi di un'area politica ritenuta non essenziale e con la quale semmai fare patti politici ed elettorali in seguito, occorre misurarsi con questa proposta non con i suoi surrogati. Questa ipotesi si muove, come hanno detto Salvati ed altri, nel quadro di una più complessiva ristrutturazione dell'opposizione italiana su due gambe: una riformista e una più radicale. Ovviamente chi propone questa via pensa all'egemonia della prima. Se è così discutiamo di questo, apertamente e senza drammatizzazioni, non di tattiche che allo stato delle procedure istituzionali e dei percorsi politici risultano in sé poco comprensibili.
Queste sono le ragioni che portano a chiedere il congresso dei DS, ritenendo il referendum un modo inadeguato per discutere una prospettiva politica strategica. 
Senza trascurare inoltre che il centro destra è sicuramente in difficoltà per un forte disincanto del suo elettorato che non vede mantenute le promesse, ma non è "un cane morto" come appare da certi discorsi. Intanto perché un colpo di coda è sempre possibile e sottovalutare gli avversari, dovremmo averlo ormai imparato, è un errore imperdonabile. Trasformare una crisi evidente in una stabile egemonia dell'opposizione richiede che il progetto alternativo risulti chiaro e netto, mentre vedo riaffiorare periodicamente la tentazione di giocare di rimessa sia in materia di riforme istituzionali che sui grandi temi sociali come pensioni e mercato del lavoro, diritti compresi. Mi piacerebbe, ad esempio, avere l'accordo di tutti per chiedere l'immediato rientro dei militari italiani dall'Iraq, per impegnarsi ad abrogare la famigerata legge 30 e la controriforma fiscale Tremonti che prende ai redditi bassi per dare a quelli alti. Ma se si continua a rinviare l'individuazione dei punti chiave delle posizioni comuni non si va da nessuna parte e il carattere alternativo dell'opposizione sbiadisce e fornisce al centro destra più tempo per sopravvivere. Una chiara indicazione programmatica di tutta l'opposizione darebbe il segnale di unità di cui c'è bisogno e che gli elettori chiedono. In questo modo il progetto sarebbe forte e chiaro e parlerebbe al paese, mentre la lista unica con sullo sfondo il partito riformista è destinato a dividere e a concentrare l'attenzione su una ristrutturazione interna della coalizione. 

la Rinascita della sinistra 
03/10/03


Il centrosinistra e il futuro credibile

di GIOVANNA ZINCONE


Chi vuole vincere una competizione elettorale deve presentare una proposta di futuro appetibile. Berlusconi lo ha fatto nel 1994 e nel 2001 quando ha promesso un nuovo miracolo economico. Gli italiani che lo hanno votato erano disposti a perdonargli un pedigree etico non proprio impeccabile pur di diventare tutti un po´ più ricchi, pur di vedere tornare a correre l´economia nazionale. Così non è stato. E non tiene l´argomento che le cose vanno male per tutti, perché l´Italia perde punti non solo in valori assoluti, ma anche e soprattutto rispetto alle altre economie avanzate. Il World Economic Forum ha rilevato una caduta della competitività italiana in termini di capacità di crescita economica dal 24esimo al 39esimo posto tra il 2001 e il 2002.
In compenso (si fa per dire), se l´economia va male non è certo per le esose richieste salariali dei lavoratori italiani. Da gennaio 2001 a luglio 2003 le remunerazioni sono aumentate del 5,1%, mentre i prezzi, anche a voler prendere per buoni i dati ufficiali sull´inflazione, sono cresciuti del 6,1%. Questo significa che i salari italiani hanno perso potere di acquisto. E non si può nemmeno dire che il governo abbia rinunciato a margini di crescita perché troppo virtuoso sul piano della finanza pubblica: l´avanzo primario dei conti pubblici è andato drasticamente riducendosi rispetto ai governi ulivisti, e la tenuta del rapporto deficit/Pil, a forza di una tantum e sanatorie, maschera la crescente drammaticità del peso del debito rispetto agli altri paesi europei.
A dire il vero, nelle fosche tinte del quadro nazionale, un miracolo economico Berlusconi è riuscito a realizzarlo: quello per la propria azienda, Mediaset, a scapito dell´azienda di stato, la Rai, che il suo governo contemporaneamente controlla. Perciò, nell´identico contesto recessivo italiano, il fatturato pubblicitario della Rai ha avuto una contrazione tra il 3 e il 4% nel secondo semestre del 2003, mentre l´impresa del premier ha guadagnato un bel 1%. Mediaset è tra le poche imprese italiane che continuano a fare grossi utili: 362 milioni di euro nel 2002. Il successo di Mediaset si deve certo anche ai suoi manager, così come le cause dei pessimi risultati italiani non si possono attribuire soltanto ai governi Berlusconi; ma certo questi – rispetto ai governi ulivisti – hanno fatto molto meno per invertire la rotta.

Nella lunga campagna elettorale per le europee, già da tempo iniziata, chi vuole battere Berlusconi deve sottolineare non solo la sua scarsa sensibilità nel confronti dei valori di una democrazia liberale, ma anche la sua incapacità a rilanciare l´economia nazionale, unita alla sua costante capacità di aumentare la propria ricchezza personale. Ha ragione Foa quando rileva che non vale neanche la pena di continuare a controbattere le insensatezze di Berlusconi, ma che occorre arginare l´opera di distruzione che sta compiendo sul nostro Paese. Una distruzione che non riguarda solo l´economia, ma anche relazioni internazionali, a loro volta cruciali per il rilancio. Nel semestre in cui si concludono i lavori della Convenzione e si dovrebbe portare a termine la riforma della costituzione europea, l´Italia è alla guida dell´Unione, ma "il premier di tutti noi" non riesce a superare le idiosincrasie personali contro il Presidente della Commissione, Prodi, che si sta battendo per rafforzare i poteri decisionali delle istituzioni europee, né pare interessato ad appoggiare non dico Amato, ma neppure Fini su una linea che riporti l´Italia tra i promotori di una maggiore integrazione.
La politica estera di Berlusconi appare diretta soprattutto a servire gli interessi degli Stati Uniti, a conquistare quei segni di benevolenza da parte del presidente Bush, che dovrebbero servire a rabberciare la rispettabilità internazionale in frantumi del nostro premier. Così si spiega, nonostante le ambiguità, il sostanziale appoggio alla guerra in Iraq, nella quale anche i carabinieri italiani si trovano oggi impegolati e un ambasciatore è fatto oggetto di 'fuoco amico´.
Il sondaggio sul voto, a cura di "Polena", dava a giugno un testa a testa: ancora un leggerissimo vantaggio del Polo in termini di intenzioni di voto, ma – per la prima volta - un piccolo vantaggio dell´Ulivo rispetto alle previsioni degli elettori su chi può vincere. Il sondaggio Abacus, di questi giorni, dà il centrosinistra al completo -compresa Rifondazione - già quasi al 51% senza che sia in campo la lista unitaria (Ds, Margherita, Sdi), quasi al 53% se trainato dall´effetto Lista unitaria. La partita è aperta ma, se il centrosinistra vuole essere certo di vincerla, deve affrontarla allargando il campo di gioco. Non può continuare a puntare soltanto sulle pecche democratiche di Bossi e Berlusconi, deve sottolineare di più e meglio i fallimenti economici, evitando di rinchiudersi nella trincea antiriforma delle pensioni. Non può scommettere soltanto sui fallimenti e le impopolarità altrui, deve conquistare fiducia sulla propria capacità di costruire un futuro italiano. Per ora – stando sempre al sondaggio Polena - non è solo il governo ad aver perso fiducia, ne ha persa anche, e ben di più, l´opposizione (passata nella fiducia degli italiani dal 31,4% di gennaio al 14,2% di giugno). Il centrosinistra non può continuare a sperare in voti dati più per disperazione che per convinzione.

Esiste un futuro italiano convincente che il centrosinistra è più in grado di costruire del centrodestra? Credo di sì. E´ un´Italia più rispettabile e rispettata che recupera con impegno anche un po´ di benessere economico. Questo obiettivo richiede il rientro dell´Italia tra i Paesi promotori di una maggiore integrazione europea, l´attivazione delle istituzioni europee per il rilancio dell´economia (vedi la bozza Chirac-Schroeder di azione congiunta). Il ruolo attivo dell´Europa non può escludere a priori la revisione delle relazioni commerciali con Paesi che fanno uso di lavoro forzato, come da tempo propone gran parte dei sindacati europei; e deve prevedere seri investimenti in infrastrutture, ricerca, sviluppo, istruzione e promozione della natalità. E´ quantomeno stravagante che la sinistra italiana si faccia scavalcare da Tremonti quando si tratta di individuare i rischi di una globalizzazione non governata, o pensare ricette di sapore keynesiano. C´è però uno strumento di recupero che la destra non può prendere in prestito dal ricettario dalla sinistra: un ambiente amichevole per un´immigrazione di alto livello. La popolazione italiana è sempre più vecchia e, se vediamo i risultati dei test, relativamente più ignorante, in particolare in campo scientifico e persino grammaticale. Rimontare questa china è difficile, rimediare ad alcune lacune appare oggettivamente impossibile. I bambini ormai non sono nati, i giovani ormai non hanno studiato, il capitale umano italiano è impoverito, qualche sporadico rientro assistito di cervelli non basta. Una politica migratoria aperta alle intelligenze e alle competenze si presenta perciò come uno strumento indispensabile alla difficile rimonta. Accaparrarsi cervelli sottraendoli ai magneti degli Stati Uniti e del Canada è un´impresa terribilmente difficile: la Germania ci ha provato inutilmente. L´Italia ha da offrire, rispetto alle mete concorrenti, una certa gradevolezza del vivere materiale, ma deve accompagnarla con una pari gradevolezza del vivere civile: non può permettersi sindaci e ministri xenofobi, non può permettersi nostalgie dialettali padane. Il futuro italiano deve prevedere una lenta rimonta basata sulla determinazione a diventare un Paese più competente, più europeo, più tollerante e cosmopolita. Questo è un futuro che solo il centrosinistra può credibilmente proporre. Se vuole.

la Repubblica
1 ottobre 2003 


La sinistra senza nome paradosso italiano

di MARC LAZAR


VISTA dall´Italia – ma anche dal resto dell´Europa – la sinistra di questo Paese presenta alcuni tratti specifici che accentuano la cosiddetta anomalia italiana. In poco più di un decennio, il Partito Comunista – che era stato il più potente e abile del mondo occidentale, e aveva esercitato sulla sinistra un dominio quasi esclusivo – ha deciso di darsi la morte, mentre il Partito Socialista è sprofondato, anima e corpo. In nessun altro dei grandi Paesi dell´Europa occidentale la sinistra si è vista costretta non solo a coalizzarsi con formazioni centriste, ma ad accettare come leader un uomo proveniente da un´altra cultura, che non apparteneva a nessuno dei suoi partiti. I Ds, principale formazione della sinistra, si ritrovano di conseguenza in una strana situazione. Hanno perduto buona parte del radicamento di cui l´ex Partito Comunista disponeva nella società, e sul piano elettorale sono nettamente minoritari. Hanno alle spalle una grande storia, ma anche pesante e controversa, motivo di orgoglio e di imbarazzo. Avendo perduto i loro capisaldi ideologici, non fanno più riferimento né al comunismo né al socialismo, e di fatto neppure alla socialdemocrazia.

Dopo aver respinto più o meno nettamente il proprio passato, la sinistra italiana, confrontata con una destra aggressiva, vive il presente e guarda al futuro senza più un nome, né un volto, né un´identità. Ma a un´osservazione comparata a livello europeo questa singolarità della sinistra italiana appare assai meno netta. In effetti, in tutta l´Unione europea la sinistra socialista affronta problemi analoghi. I partiti socialdemocratici o socialisti sono stati destabilizzati dalla fine del comunismo. La globalizzazione rimette in discussione la vecchia politica economica e sociale che dispiegavano nell´ambito degli stati – nazione, e li costringe a tentare di conciliare su nuove basi l´efficienza economica del mercato e forme di politica sociale esenti dalle insidie dell´assistenzialismo di stato. I loro programmi e le loro prassi di governo non si differenziano più tanto chiaramente da quelli della destra; e ciò contribuisce a confondere le linee di demarcazione politico – culturali che strutturavano gli antagonismi politici e definivano le identità collettive. Hanno compiuto sforzi reali, molte volte coronati da successo, per attirare i ceti medi urbani impiegatizi spesso a reddito elevato, culturalmente aperti, dotati di un cospicuo capitale sociale di relazioni, in larga misura figli del boom demografico degli anni del dopoguerra; ma non senza danni collaterali, quali la disaffezione della loro base tradizionale – operai, impiegati e dipendenti statali, categorie subalterne, disoccupati, anziani – e l´indifferenza delle giovani generazioni. Dato che svolgono spesso un ruolo di ago della bilancia nei sistemi politici nazionali, e partecipano abbastanza regolarmente al potere, passano per partiti tradizionali e di gestione: e divengono quindi facile bersaglio degli attacchi rivolti contro quei sistemi, e contro le istituzioni e le élites. Un po´ dovunque, ma soprattutto in Francia e in Italia, la loro ricollocazione al centro ha consentito alle componenti più a sinistra di rinnovarsi e fustigare la loro moderazione. Messi così con le spalle al muro, i partiti socialdemocratici e socialisti esitano tra tentazioni diverse: restare fedeli e se stessi, cambiare nella continuità, o esplorare nuove vie.
È in questo senso che la sinistra italiana potrebbe avere una funzione interessante da svolgere. Negli anni ´90 la sinistra europea è stata letteralmente sconvolta dalla "terza via" di Tony Blair. Il capo del New Labour ha preso atto della fine della lotta di classe, del socialismo e della socialdemocrazia, se non addirittura della sinistra. Deciso a combattere il populismo e il conservatorismo di destra e di sinistra, ha cercato di coniugare, nella teoria come nell´azione di governo, l´accettazione delle più recenti mutazioni del capitalismo in senso liberista e una politica sociale imperniata sull´accesso al lavoro, sul rispetto della legge, sulla responsabilità individuale e sulla sicurezza delle persone. Blair è stato ed è tuttora alle prese con numerose opposizioni nel suo partito e nei sindacati, così come da parte della sinistra europea, che ha costretto però ad analizzare le mutazioni in atto nell´economia, nella società e nei comportamenti, suscitando un vero dibattito sul suo futuro. L´effetto Blair è tuttavia un po´ smussato. Quando tutto sembrava sorridergli, dai sondaggi alle elezioni, è stato indebolito dall´impopolarità conseguente al suo allineamento con gli Usa, e dalla defezione dell´elettorato popolare, che gli rimprovera il mancato sostegno ai più deboli. Perciò ci chiediamo se non sia venuto per la sinistra italiana il momento di riprendere l´iniziativa. L´idea potrebbe apparire incongrua, dato che come abbiamo detto questa sinistra è debole, divisa, criticata. Ha appena digerito il trauma della sconfitta del 2001, e la rimonta registrata nelle consultazioni elettorali è dovuta soprattutto agli errori della Casa delle Libertà e alle delusioni suscitate dal governo di Silvio Berlusconi. Eppure la sinistra italiana, con la sua la proposta di fondare un grande partito riformista, capace di aggregare, anche al di là delle tradizionali frontiere della sinistra, le diverse componenti di sinistra e di centro, ha dato prova di spirito innovativo. Evidentemente quest´operazione corrisponde a un preciso contesto nazionale, e rimane incerta, azzardata e rischiosa. Essa presuppone un chiarimento dei contenuti delle politiche riformiste che si prospettano, delle forme organizzative del futuro partito così come delle modalità di designazione dei suoi leader. Si scontra con le reticenze delle organizzazioni, e strapazza le sensibilità degli individui. Se andasse in porto, aprirebbe sul suo fianco sinistro uno spazio in cui si riverserebbero forze radicali di diversa obbedienza. Ma se una tale prospettiva dovesse realizzarsi, potrebbe avere effetti sulle sinistre di altri paesi, costringendole a una riflessione sui contenuti del riformismo e sulle alleanze che la sinistra è necessariamente chiamata a concludere. Di fatto, questo progetto ha il merito di sollevare un grande interrogativo sulla natura del riformismo: una versione rinnovata della socialdemocrazia, o piuttosto il suo superamento, se non addirittura quello della stessa sinistra? Sebbene ancora anemica, la sinistra italiana potrebbe, paradossalmente, ridivenire il laboratorio di sperimentazione della sinistra europea che è stata negli anni ´60.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

la Repubblica
26 settembre 2003


LA SFIDA DELLA LISTA UNICA

di MASSIMO D'ALEMA

ALLE POLEMICHE con i giornali, mio malgrado, sono abituato. E' un ambito nel quale godo persino di una certa fama. Il che, negli anni, mi ha causato un numero elevato di fastidi e alcune cause legali. Non nascondo che eviterei volentieri sia gli uni che le altre. Ma, come si dice, la questione non dipende da me. Anche perché non sempre la deformazione o l'interpretazione sbagliata di una frase dipendono soltanto dal cronista. Talvolta il danno si produce per un suggerimento malizioso. Un'imbeccata maligna. Con i danni che ne possono derivare e il bisogno conseguente di chiarire a fin di bene ciò che si riteneva d'aver già chiarito in precedenza. Siccome, ripeto, in situazioni del genere capita d'imbattersi, conviene aver pazienza e approfittare dell'equivoco per sgombrare il campo da dubbi e sospetti. Dunque, secondo la ricostruzione di alcuni, nel corso di una riunione riservata avrei accusato la Margherita e il suo gruppo dirigente d'aver fallito la sfida all'origine della nascita di quel partito, vale a dire ricostruire la gamba di centro dell'Ulivo sì da equilibrare, in una logica di competizione, il ruolo preponderante della sinistra riformista. L'insinuazione, a parte il fatto d'esser falsa, è particolarmente velenosa poiché allude all'idea che qualcuno intenda la proposta avanzata da Romano Prodi di una lista unitaria del centrosinistra alle elezioni europee come occasione e pretesto di una rinnovata egemonia dei Ds sulle altre componenti della coalizione. Insomma un tentativo di assimilazione l'idea dell'unità come reclutamento con buona pace della premessa fin qui sbandierata di un percorso condiviso e rispettoso delle identità di ciascuno. Torno sull'argomento non tanto per bisogno di chiarezza, ma perché lo considero davvero centrale ai fini del successo dell'operazione. Ridotta all'osso la questione si riassume in questo. Non ha alcun senso leggere il tentativo in atto la sollecitazione di Prodi e le reazioni da essa innescate usando lo stesso impianto d'analisi e gli stessi parametri del 1996. Semplicemente, se si sceglie quella via non si coglie il vero, principale elemento di novità che abbiamo davanti. E che coincide esattamente col superamento di una concezione rigida del centrosinistra e dei ruoli da ciascuno ricoperti al suo interno. Nel '96, l'atto di nascita dell'Ulivo, in questo senso, apparve chiaro a tutti. La sinistra riformista, all'epoca rappresentata principalmente dal Pds, scelse l'alleanza strategica con un centro democratico che si esprimeva ancora, in forma prevalente, nel popolarismo di matrice sturziana. Non era una novità di poco conto. Tutt'altro. E non a caso sortì la vittoria elettorale del centrosinistra e la prima severa sconfitta di Berlusconi. Cosa è mutato da allora? Molte, moltissime cose sono cambiate. L'Ulivo ha governato, e bene, una fase decisiva di aggancio dell'Italia all'Europa. Raggiunto quel traguardo, esso è caduto malamente di sella senza riuscire a ritrovare il bandolo di un progetto comune e di un'offerta politica ritenuta convincente da una maggioranza degli italiani. Causa questa non ultima della sconfitta nel 2001. Ma soprattutto è cambiato qualcosa, in profondità, nella geografia politica dell'Italia e dell'Europa. Qualcosa che ha messo in movimento le famiglie politiche tradizionali, scombinato i recinti delle appartenenze classiche e rimescolato i soggetti politici, come testimoniano le scelte più recenti del Ppe o lo stesso dibattito in casa socialista. Di fronte a un tale rivolgimento è del tutto evidente che non regge più lo schema del decennio passato. L'idea di una cultura socialista confinata nel proprio campo e di un centro votato a temperare l'eccessiva radicalità dell'ala sinistra dell'alleanza. La verità è che il processo politico avviato, non solo in Italia, muove sempre più nel senso di rafforzare i caratteri peculiari e la forza attrattiva di un centrosinistra percepito come nuovo soggetto politico. Come altro decifrare quella insistita domanda di unità che sale dal basso e che stimola da mesi i vertici dell'Ulivo a trovare il senso e le ragioni di una missione comune? E lasciando pure perdere il fatto che da tempo i laburisti britannici amino definire se stessi come forza di center-left (di centrosinistra) o che addirittura il cancelliere Schroeder abbia battezzato l'Spd come neue zentrum (nuovo centro), il punto è cogliere la forza di un progetto in grado, nello scenario sin qui frammentato dell'Ulivo, di rappresentare, per programma e consenso, la vera alternativa possibile a una destra pericolosa e confusa. So che non conviene mai costruire castelli di sabbia sulle cifre dei sondaggi. Ma qualcosa vorrà dire se istituti diversi segnalano, proiezioni alla mano, le notevoli potenzialità espansive di una lista unitaria del centrosinistra. E dunque, appare per lo meno discutibile l'atteggiamento di chi considera prematuri i tempi di una scommessa che, forse, avremmo già dovuto giocare. Ecco il senso di una riflessione che voleva indicare la sfida come davanti a noi, alla Margherita e alle altre forze che vorranno partecipare all'impresa. Tutt'altro che un'esibizione di potenza muscolare. Piuttosto la convinzione che una prova del genere richiede una visione non statica dei soggetti in campo e delle loro culture. Detto ciò, trovo sempre molto sgradevole che il pensiero di qualcuno venga stravolto ai fini di una polemica di giornata o di qualche copia di gazzetta in più. Ma confesso che trovo ancora meno apprezzabile, l'atteggiamento di chi, usando con furbizia i giornali come cassa di risonanza, suggerisce ricostruzioni parziali e bugiarde al solo fine di seminar zizzania. Ex malo bonum , dicevano gli antichi nella loro infinita saggezza. Resto convinto che qualche volta prevenire il problema ci aiuterebbe a lavorare meglio, rispettandoci di più.

Il Messaggero 
giovedì 25 Settembre 2003


Dalla teoria alla pratica
Quattro domande al riformista Fassino


di PIERO OSTELLINO 


Che Fassino sia un onesto riformista lo dice ogni pagina del suo libro («Per passione», editore Rizzoli, pagine 428, 16). Ma, singolarmente per un ex marxista, egli non sembra ancora capace di passare dal riformismo come teoria critica del passato (che condivido), al riformismo come prassi programmatica (che auspico: forza Piero).
Perciò, in questa recensione, userò le sue stesse parole per porgli alcune domande sul futuro. Fassino lancia nel 1979 «una iniziativa inconsueta: un questionario sociologico di massa, distribuito a venticinquemila lavoratori di ottocento squadre in quindici stabilimenti Fiat» (pagina 103). Ma, allora, non sembra accorgersi che, con l'adozione del questionario, quell'«astrazione collettiva» chiamata classe operaia è uscita dal suo orizzonte teorico, sostituita da tanti «individui» in carne e ossa quanti sono gli operai cui si è rivolto.
Domanda: perché, adesso, non ne trae le conseguenze nella prassi, e continua a opporsi alla riforma (anche) della prima parte della Costituzione che di quelle «astrazioni collettive» è anacronisticamente infarcita? «Craxi - scrive con sincerità Fassino - interpreta le domande di dinamicità di una società che cambia e che chiede alla politica di stare al passo», mentre il Pci vede nei cambiamenti un'insidia, anziché un'opportunità» (pagina 156). Ma Fassino non sembra voler fare, ora, un ulteriore passo avanti teorico e trarne le conseguenze su quello della prassi. Sotto il profilo della teoria, Fassino non aggiunge che a Craxi non si oppose solo il Pci, ma anche e soprattutto l'establishment industriale-finanziario, che guardava alla prospettiva del compromesso storico come a un'occasione insieme di stabilità e di conservazione, e quello intellettuale, che del Pci era l'«utile idiota». Sotto il profilo della prassi, Fassino non sembra accorgersi che fra la «politica delle riforme» (la modernizzazione) nella quale dovrebbe concretarsi programmaticamente la sua vocazione riformistica, e il rapporto privilegiato che il centrosinistra continua ad avere con i due establishment c'è una contraddizione in termini. Domanda: è consapevole Fassino che il conservatorismo autoreferenziale dell’establishment industriale-finanziario: 1) ha prodotto la scomparsa della grande industria nazionale; 2) continua a mortificare gli investimenti e lo sviluppo con una politica del credito miope e degna di un usuraio; 3) fa sistematicamente razzia del piccolo risparmio contrabbandando obbligazioni spazzatura e usando la Borsa valori come una bisca; e che l'establishment intellettuale è solo idiota?
Scrive Fassino: «Si tratta di reinventare la politica estera, dopo che la caduta del muro di Berlino ha rivoluzionato il mondo e gli equilibri di cinquant'anni» (pagina 284). Domanda: che senso ha, allora, nella prassi, ancorare la politica estera italiana all'anti-americanismo e al tardo neo-colonialismo della Francia, complice di Saddam, che fa nell'Africa francofona, in funzione della propria grandeur , quello che gli Stati Uniti, sola potenza globale rimasta, fanno in Iraq in nome della democrazia come strumento di stabilizzazione politica e strategica ?
Sull'Europa, Fassino si compiace sbrigativamente dell'avvenuto trasferimento di una parte delle sovranità nazionali «a istituzioni dotate di poteri, strumenti, risorse adeguate» (pagina 339). Ma non sembra ricordare la lezione di Montesquieu sulla divisione dei poteri tanto bene interpretata da James Madison, uno dei fondatori del federalismo americano: «Non gli Stati dovrebbero rinunciare ai loro poteri per cederli al governo nazionale, ma piuttosto i poteri del governo centrale dovrebbero essere grandemente estesi», così che il governo centrale «dovrebbe essere istituito come organo di controllo sull'esercizio, da parte dei governi degli Stati, dei considerevoli poteri che ad essi ancora rimangono». Domanda: la nascita di un'Europa burocratica, centralistica, napoleonica, analoga ai vecchi Stati nazionali, è davvero in sintonia con la sua idea di riformismo? Sono, queste, le stesse domande che a suo tempo si era posto Craxi e si è posto persino Berlusconi (vincendo solo per questo le ultime elezioni), ma alle quali l'uno per le ragioni storicamente note e l'altro per debolezza non hanno risposto.
Personalmente, dubito che lo saprà fare il centrosinistra che, per le idee e gli uomini che sta mettendo in campo, mi pare più orientato alla conservazione che al cambiamento. Per questo, ripeto: forza Fassino.

Corriere della Sera
9 settembre 2003


Il cantiere dei riformisti 
MICHELE SALVATI 


SULLA questione della lista unica del centrosinistra alle elezioni europee dell´anno prossimo, come premessa alla costruzione di un grande partito riformista, Eugenio Scalfari domenica scorsa ha detto tutto quanto c´era da dire in un giornale attento alle ragioni di una sinistra liberale. Posso solo aggiungere alcune osservazioni che provengono dall´esperienza di chi ha combattuto da sempre per questa finalità in politica e la sostiene tuttora, al di fuori della politica, come passaggio utile per il paese, assai prima che per la sinistra.

Il cantiere dei riformisti tra spinte e nostalgie

Il dado è tratto: dopo la proposta di Romano Prodi del luglio scorso e i suoi ripetuti interventi in seguito, dopo l´incontro e l´accordo tra Prodi e D´Alema pochi giorni fa, tornare indietro è molto difficile e comunque molto costoso, per entrambi e per l´intero centrosinistra. Insieme i due hanno la forza politica per andare avanti, per costruire una lista unica per le elezioni europee, per chi ci sta, e per compiere ulteriori e irreversibili scelte nella direzione del partito riformista (continuo a preferire democratico, ma basta intendersi) prima delle elezioni politiche del 2006: sempre per chi ci sta, naturalmente. Se solo esiste un minimo margine di incertezza, se uno dei due esita di fronte a scadenze che stanno facendosi urgenti, se non danno entrambi l´impressione di "tirare", e di tirare con forza, il processo non solo s´interrompe ma regredisce rapidamente, con conseguenze a cui preferisco non pensare. È un processo difficile e rischioso, quasi una mission impossible, e l´entusiasmo, ancor più d´una fredda determinazione, è l´ingrediente essenziale per portarlo a compimento.
Non mi soffermo su Prodi. Si è legato le mani in modo credibile, rischia e sa di rischiare: data la sua attuale carica di presidente della Commissione europea non c´è molto altro che gli si può chiedere. Niente da chiedere anche allo Sdi: se la sua posizione è quella che Intini ha illustrato ieri su questo giornale, esso si candida a essere in prima fila nella nostra mission impossible. Ci sarebbe molto da chiedere alle varie anime della Margherita, ognuna con un suo "capo-anima" orgoglioso e tenace: tuttavia le dichiarazioni di Rutelli, il ruolo di Parisi, il prestigio di Prodi, l´ineluttabilità dell´iniziativa se la tentazione di "rifare la Dc col proporzionale" è respinta (non tanto dalla forza d´animo dei democristiani del centrosinistra, quanto dal rifiuto di quelli del centrodestra), possono indurre a un cauto ottimismo. Con qualche distinguo, qualche esitazione da parte dei leader di secondo piano, la Margherita dovrebbe esserci e fare la sua parte nel processo a due tappe (prima la lista unica, poi il partito riformista) di cui stiamo parlando. Se i Ds s´impegnano decisamente, senza riserve, nel processo, la pattuglia di sfondamento è fatta e la mission comincia a diventare possible: un impegno vero dei Ds rincuorerebbe i perplessi della Margherita e soprattutto altererebbe il quadro di scelta di quelle forze minori che, all´interno dell´Ulivo e del centrosinistra, oggi vedono con sfavore l´idea della lista unica e del partito riformista. Niente ha più successo del successo. Il problema vero, come al solito, sono i Ds, e soprattutto la determinazione dei suoi leader, Fassino e D´Alema. Dopo l´incontro con Prodi, D´Alema ha sempre confermato la sua determinazione ad andare avanti; le dichiarazioni di Fassino sono state solo un poco più caute con una comprensibile divisione di ruoli tra lo stratega e il responsabile della logistica. Purché la spinta ci sia, e forte, questa distinzione può rimanere.
Ma ci sarà la spinta? D´Alema può stupire solo chi non lo conosce, chi di lui pensa si tratti di un "politico della convinzione" (quasi un ossimoro, ma non del tutto: Berlinguer era un politico della convinzione, che è vissuto e morto su un´idea sola, perseguita fino alla sconfitta) e non un politico della responsabilità, ovvero delle occasioni, che cambiano e vanno colte al balzo. Io stesso, quando scrivevo che la presenza di D´Alema alla guida del partito democratico (o riformista, lo si chiami come si vuole) mi sembrava difficile dato che era appena reduce dalla sconfitta dell´ipotesi da lui preferita, quella del partito socialdemocratico, sottovalutavo la sua rapidità di apprendimento o, meglio, sopravvalutavo la memoria degli italiani. Meglio così: un qualsiasi progetto, che abbia come suo nucleo centrale la partecipazione attiva dei Ds, senza D´Alema non si può fare e D´Alema non è un politico che si tiri graziosamente indietro per ragioni di coerenza. E poi una coerenza di fondo esiste: il partito che aveva in mente D´Alema, fatto di socialisti ed ex comunisti, non era in grado di raccogliere il riformismo d´origine democristiana e di superare la pregiudiziale anticomunista, mentre il partito riformista (o democratico) lo è. Anzitutto, perché esso diluisce la presenza ex comunista in una leadership ben più larga, di cui gli ex democristiani saranno parte consistente; e poi perché i socialisti veri, quel manipolo che ha tenuto alta tra avversità immani la bandiera del socialismo, questa volta ci stanno mentre non ci stavano al partito socialdemocratico di D´Alema. Ma sempre di un grande partito riformista si tratta, di un partito che definisce la coalizione ed è in grado di proporsi come dirimpettaio credibile di Forza Italia, che può avviare l´Italia non a un confuso bipolarismo ma a un quasi-bipartitismo, stabilizzando politicamente la svolta indotta dalla legge elettorale. E in fondo questo D´Alema voleva, insieme a un ruolo autocratico che invece deve abbandonare. C´è dunque coerenza, capacità di autocritica (anche se fatta a denti stretti), apprendimento, tutte doti da politico vero, da Florentin: chi non ricorda le svolte di Mitterrand? E poi si fa più festa in cielo per un peccatore pentito che... eccetera, eccetera. Questa volta, però, di svolte a U non ce ne possono più essere: alla lista unica si deve andare, e si deve poi procedere alla costruzione del partito riformista e democratico: D´Alema e Fassino si devono legare le mani e iniziare da subito una campagna per convincere il partito a seguirli, mettendo su questa scelta tutto il peso della loro autorità, non ammettendo neppure come lontana ipotesi delle possibili diverse strategie.
Non sarà per nulla facile, con una militanza e un quadro intermedio saturi di orgoglio di partito, di recente rinfocolato dal (relativo e molto sopravvalutato) successo delle elezioni amministrative: se uno ha orecchio, i brontolii già si avvertono, e non solo nei militanti e nei quadri di base. Ma come, eravamo andati così bene con l´Ulivo allargato! Che cos´è quest´idea balzana? E poi, passi per la lista unica: si rischia di avere meno voti che con liste divise, ma tutto finisce lì. Ma perché associare a questo tentativo un processo di fusione? Quando mai questi processi sono finiti bene? Quando parlavo di mission impossible scherzavo fino a un certo punto, al cinema andava a finir bene. Per farla finir bene nel mondo politico italiano, e soprattutto per generare tra i Ds quella convinzione e quell´entusiasmo senza le quali la battaglia rischia di finire in una sconfitta, l´impegno, la determinazione, il coraggio di Fassino e D´Alema devono essere estremi. E finora, di queste doti, essi non hanno dato grande prova all´interno del partito, troppo forte essendo la tentazione di lisciarne il pelo per il verso giusto.

la Repubblica
3 settembre 2003 


Solone e il voto degli immigrati

di GIOVANNA ZINCONE


Libero per Solone è l´uomo sottoposto soltanto alle leggi che ha contribuito a formare. Quando si concede agli immigrati il diritto al voto locale si dà loro un po´ di quello status, un po´ della dignitosa condizione di uomo libero. D´altra parte, oggi tendiamo a considerare proprio l´antica democrazia ateniese una creatura molto imperfetta non solo perché tagliava fuori dalle decisioni pubbliche le donne e gli schiavi, ma anche perché escludeva i meteci, i lungo-residenti stranieri. Dare il voto agli immigrati significa quindi sia rispettare le nostre tradizioni, sia evitare di far girare all´indietro l´orologio della democrazia, ricreando nei nostri regimi politici nuovi strati di meteci. È un´importante scelta di etica politica. Non è molto di meno, ma neanche molto di più. Non costituirebbe uno strappo istituzionale nel nostro paese: già oggi, in Italia, i cittadini degli Stati membri dell´Unione europea votano per le amministrative, in base al Trattato di Maastricht. Semmai si può notare che il nostro è uno dei paesi che non solo non dà il voto ai non comunitari, ma nemmeno incoraggia particolarmente quello dei comunitari: a esempio, mentre non chiede la registrazione nelle liste elettorali ai propri cittadini, la chiede a quelli dell´Unione. Né, peraltro, il voto agli immigrati non comunitari rappresenterebbe una stravaganza in Europa. I paesi scandinavi e l´Olanda sono stati precursori, ma anche la Spagna s´è aggiunta di recente, e il Belgio ha votato una riforma costituzionale che gli consentirà di farlo. Molti paesi dell´Europa dell´Est, tra i quali l´Ungheria, la Repubblica ceca, la Slovacchia, la Slovenia, hanno introdotto il voto per gli stranieri lungo-residenti. In altri paesi il principio s´è realizzato in modo incompleto o frammentario. Così il Portogallo lo concede sulla base della reciprocità, o ai cittadini di paesi di lingua portoghese. In Svizzera c´è solo in tre cantoni, in Austria solo nell´area metropolitana di Vienna. Ma, insomma, c´è, e non meraviglia più nessuno.
Quanto alle conseguenze politiche, non credo che queste saranno dirompenti nell´immediato, e avranno pro e contro nel futuro. In parte si anticipa quanto comunque accadrà: gli immigrati originari dei paesi candidati a entrare nell´Ue al momento opportuno potranno comunque votare (e la nazionalità con il più forte incremento delle presenze regolari in Italia è oggi la Romania). D´altra parte, non si tratterà di cifre enormi di nuovi elettori: dopo le ultime regolarizzazioni la percentuale di stranieri in Italia s´aggirerà intorno al 4%, ma da questa cifra vanno tolti i minori, gli ultimi arrivi e tutti i regolarizzati, che non hanno accumulato un numero di anni di residenza sufficiente. Gli immigrati si concentrano però nei centri urbani, in particolare, in Italia, in grandi città come Roma e Milano, o in distretti industriali come Prato o Vicenza. Con il tempo, in alcune città e in alcune circoscrizioni, il loro voto potrà diventare determinante, e potrà essere utilizzato sia in forma clientelare, sia come uno strumento di riequilibrio contro le derive razziste. Potrà arricchire la democrazia, come speriamo, potrà però anche non esprimersi, sprofondare stancamente nell´assenteismo: gli immigrati, e le minoranze d´origine immigrata, più spesso dei nazionali non votano. Le tre sindromi – la vitalità democratica locale, il clientelismo, l´assenteismo – si sono già verificate in diversa misura in Francia, dove gli immigrati accedono direttamente al voto politico attraverso la cittadinanza, o in Gran Bretagna, dove ci arrivano per questa via o perché già cittadini del Commonwealth, o in Olanda, dove hanno da tempo il voto locale. In ogni caso, il vero problema non sarà per chi voteranno: un tempo si pensava che avrebbero votato più a sinistra, ma l´aumento dell´immigrazione dall´Europa dell´Est dovrebbe riequilibrare questa propensione. Un´inchiesta de l´Espresso condotta da Swg in 19 città italiane nel 2001 dava un 16% ai Ds e un 13% a FI, e ben il 52% d´incerti. In una città tipicamente multi-etnica come Marsiglia gli elettori appartenenti alle nuove minoranze votano sempre più spesso per i partiti di centro. Insomma, non è detto che Fini e Follini, sostenendo una tesi eticamente e politicamente pregevole, lo abbiano fatto a scapito delle proprie sorti future. Il vero quesito è se, una volta ottenuto il diritto di voto, i nuovi potenziali elettori sapranno e vorranno usarlo, e non scivoleranno nell´apatia. Su un punto, tuttavia, si può essere ottimisti: non voteranno per la Lega.

la Repubblica
8 ottobre 2003


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