Una politica piccola piccola
Il continuo appello alla leadership di Berlusconi come collante della coalizione sta indebolendo la sua credibilità. La sinistra che si ostina ad inseguire il Polo su questo terreno ha smarrito la cultura del riformismo
Per chi ha scelto,con qualche rimorso, la posizione più tranquilla dell'osservatore, lo spettacolo è sconcertante. Si fronteggiano due schieramenti, nessuno dei quali crede più alle ragioni della sua esistenza; ricerca quindi motivi dello stare insieme o nelle convenienze tattiche, o nello stato di necessità politico, o nella contrapposizione all'avversario. In ciascuno dei due schieramenti fanno bella mostra di sé i mediatori di convenienza; gli sfascia carrozze professionali; i tessitori di alleanze future.
Una medaglia virtuale
Berlusconi e Prodi, come ha ricordato bene Formica su questo giornale, sono due facce della stessa medaglia. Va però ricordato come questa medaglia sia virtuale, inconsistente, falsa. Diverso sarebbe se vivessimo un bipolarismo reale, fatto di progetti alternativi, di programmi concorrenti, di identità politiche riconoscibili e conflittuali. Verifichiamo invece ogni giorno la inesistenza del bipolarismo politico; come ha detto recentemente De Mita, risulta incomprensibile un dibattito intorno alla proposta di liste unificate e contrapposte, che verrebbero a rappresentare il nulla politico ed identificarsi soltanto con un nome.
Ma il fatto più volte ripetuto, che dieci anni di intensa vita politica non ha prodotto un bipolarismo vitale e non ha fatto emergere dal caos e dalla emergenza degli anni successivi al 1994, un soggetto politico forte e capace di rappresentare in ciascuno dei due schieramenti l'anima del polo di centro-destra o del polo di centro-sinistra , non è privo di conseguenze.
Continuare a sostenere come ancora vitale una politica che non c'è, porta ad una graduale deformazione nell'esercizio della democrazia. La consapevolezza che alle parole dette, agli obiettivi dichiarati, non corrisponde una realtà fattuale possibile, e che quindi si può affermare ogni cosa perché ad essa non corrisponderà la prova di verifica, induce alla irresponsabilità ed al cinismo.
Facciamo un attimo mente locale alle molte cose che si stanno dicendo, alle diverse proposte che vengono avanzate, ai percorsi politici che vengono ipotizzati per ciascuno dei due schieramenti ed anche all'interno di ognuno di essi. Nessuno crede fino in fondo quello che dice.
Ogni proposta viene accompagnata da una riserva a volte esplicita, altre volte implicita ed affidata alle voci di corridoio, alle interpretazioni dei cronisti politici, alla esegesi del compagno di cordata. Molte volte la proposta avanzata viene giustificata da esigenze tattiche, dalla volontà di costringere l'alleato o l'avversario interno a prendere posizione, a scoprirsi.
Altre volte serve come bandiera di schieramenti che attraversano i partiti e determinano alleanze trasversali. Il commento più corrente, che vuole essere giustificativo delle proposte avanzate è : "tanto non si farà"; che è quanto di peggio possa avvenire in un confronto politico serio.
Le cattive versioni
Sia ben chiaro, tutto questo non sarebbe affatto rilevante, se queste schermaglie avvenissero all'interno di un robusto quadro conflittuale e di un forte sistema nel quale si confrontassero progetti politici diversi. Purtroppo questa rappresentazione sostituisce la politica, quella vera, e lascia tutto lo spazio possibile alle sue cattive versioni sulle quali si esercitano i diversi protagonisti nel teatro quotidiano.
La fine delle coalizioni-partito, e la crescita di alleanze fra partiti, ripropone la questione del soggetto politico in grado di esprimere a tutto campo una capacità di aggregazione, ispirando ed orientando le alleanze. Nel centro-destra, attraversato da ripetuti temporali e qualche volta da autentiche tempeste, questo ruolo dovrebbe svolgerlo Forza Italia; ma sembra non abbia ancora né la cultura né l'anima per poterlo fare.
L'idea che la leadership di Berlusconi possa tutto coprire e tutto risolvere, sta avendo come effetto quello di indebolire il Cavaliere, di costringerlo ad operare in condizioni di grande difficoltà, di restringere la sua capacità di rappresentanza e di riferimento.
I soggetti politici collettivi, i partiti vecchi o nuovi che siano, sono strumenti insostituibili nelle democrazie parlamentari, ed il loro annichilimento nella figura di un leader, autentico o artificiale, è sempre il segno visibile di una trasformazione dalla democrazia della partecipazione alla democrazia del voto; dalla democrazia effettuale alla democrazia virtuale.
La questione si pone in forme molto simili per il centro-sinistra, dove la proposta della cosiddetta lista Prodi, senza un progetto finalizzato ed una crescita di consapevolezza negli obiettivi e nei programmi, è una dichiarazione di nullismo politico e di impotenza progettuale.
L'idea di contrapporre la figura di un leader (Prodi) alla figura di un altro leader (Berlusconi) significa accettare un terreno di confronto politico che non è quello della cultura e della politica della sinistra italiana. Senza nulla togliere al valore dei due personaggi in questione, essi finiscono per rappresentare esattamente quello che non serve al Paese, alla democrazia politica, alla società civile.
Una classe dirigente
C'è bisogno di strumenti di partecipazione attiva, non di deleghe deresponsabilizzanti; c'è bisogno di una classe dirigente espressa attraverso il percorso difficile della selezione democratica, il confronto con gli interessi concreti, l'esperienza nella organizzazione delle comunità territoriali. Non serve una classe dirigente nominata dal leader ed esposta, come è avvenuto in questi anni, a tutte le disavventure dell'inesperienza e dell'incapacità.
Con buona pace di alcuni autorevoli commentatori non servono i leaders, ma l'esperienza e la maturità di chi accetta di impegnarsi per servire la comunità e partecipa quindi ad un progetto collettivo che trova nei partiti politici e nella loro capacità di governo delle istituzioni, lo strumento di realizzazione.
Abbiamo scritto un'altra volta che si sente il bisogno delle grandi identità: parlavamo evidentemente di identità politiche, non personali. Merita una riflessione attenta una ipotesi che è stata avanzata nella sinistra, e che riguarda il cosiddetto partito dei riformisti. Se non abbiamo mal compreso, questa ipotesi viene presentata in forma conflittuale al cosiddetto partito del socialismo europeo. Sarà bene chiarirsi su cosa è il riformismo, nella cultura politica europea.
Esso non è mai stato presentato con le caratteristiche di una ideologia a sé stante, ma come una cultura di governo delle istituzioni e nelle istituzioni; della società e nella società. Esso veniva quindi ad essere un fattore qualificante in quel sistema di valori che si configurava come ideologia.
L'ideologia socialista ha espresso il socialismo riformista; l'ideologia liberale ha espresso il riformismo liberale; l'ideologia cattolica ha espresso il cattolicesimo riformista. Anche l'ideologia comunista, nella sua versione euro comunista ha espresso il comunismo riformista.
Diventa difficile intendere il partito riformista se non come una federazione di identità politiche e culturali legate da un programma e da un progetto di riforma, che deve essere ben esplicitato e compiutamente elaborato. Non vi è quindi conflittualità fra partito riformista ed organizzazione e crescita delle grandi identità politiche; si tratta di comprendere bene metodi e tempi, e soprattutto non sovrapporre interessi personali ed illusioni leaderistiche alla concreta, seria, difficile verità della politica.
La penna di Italo Calvino potrebbe descrivere bene il campo di battaglia che rappresenta oggi la politica italiana. Pensiamo a due personaggi: il Cavaliere inesistente, che nella sua bianca armatura vuota, ha la mancanza di anima e di identità di questa politica; Gurdulù, lo scudiero tutto materia, che diventa ciò che mangia, beve, continuamente vive. Lasciamo al lettore la identificazione con personaggi o situazioni attuali, ma ogni riferimento non è puramente casuale.
la gazzetta politica
luglio 2003
L’INTERVISTA/ MASSIMO D’ALEMA
«Sì alla lista unica dell’Ulivo ma Prodi si metta alla guida»
«La proposta di Romano Prodi è seria: mettiamola in pratica. Ma operazioni così si fanno solo intorno a un leader. E il leader non può che essere Prodi». Così il presidente dei Ds Massimo D’Alema interviene sull’idea prodiana di una lista unica del centrosinistra alle elezioni europee. E sottolinea: «In Europa la casa comune è solo quella socialista e riformista. Ma va rinnovata e allargata anche a forze come la Margherita»
ROMA - «La proposta di Romano Prodi è seria. Ma la prova del budino è nel mangiarlo, non nel discuterne. Entro ottobre facciamo l’annunciata convenzione dell’Ulivo, avviamo un confronto programmatico, politico, in modo aperto alla società civile e ai movimenti, a Rifondazione, perché non possono essere quattro colonnelli a discutere di un progetto del genere. Ed evitiamo giochetti perché altrimenti non arriveremo da nessuna parte. Il rischio è tornare alla contrapposizione tra Ulivo e partiti: disastrosa». Massimo D’Alema accetta la scommessa. E rilancia: Prodi si sbrighi a mettersi alla testa delle sue truppe, le quali truppe dovrebbero convergere nella casa in via di ristrutturazione della socialdemocrazia europea. «Io - spiega il presidente dei Ds - ritengo le considerazioni di Prodi talmente importanti che sono abbastanza stupito per il modo in cui sono state proposte. Il rilievo è tale che avrebbe meritato una trattazione diversa: non la sensazione di una battuta estiva ma una preparazione tale da poter arrivare a un processo decisionale reale. Non si fa un’operazione di questa portata con quattro interviste a fine luglio».
Vuol dire che l’intervista di Prodi sul Corriere l’ha stupita?
«Conosco la dinamica di un processo politico di questo tipo, che richiede preparazione, una discussione democratica: non si prendono decisioni di questo livello con le interviste. Detto questo, la proposta è di altissimo significato e comporta modificazioni profonde. Non può essere interpretata come una mossa tattica, come un mero patto elettorale perché se così fosse non avrebbe alcuna forza di attrazione».
Condivide in pieno la proposta di Prodi?
«La condivido sul serio. Ma ci sono delle incognite».
Quante e quali?
«Innanzitutto, cosa si intende per lista dell’Ulivo: se intendiamo una lista alla quale devono aderire tutti i partiti e i movimenti dell’Ulivo, già non sarebbe possibile, visto che formazioni come Verdi, Comunisti italiani, Udeur hanno annunciato la loro contrarietà. Io non voglio escludere nessuno, ma un simile progetto non può essere precluso a chi è disponibile e in primo luogo alle forze maggiori. Penso insomma a qualcosa che va ben oltre il mero cartello elettorale. Aprirebbe la strada alla creazione di una grande formazione politica riformista».
Un grande partito unico della sinistra, cioè…
«Verso un grande partito, ma non unico. Ci sarebbero comunque altre forze. Lasciamo stare i partiti unici, mi accontenterei di ridurre la frammentazione. Un grande partito di centrosinistra: questo sì che darebbe una prospettiva nuova, nascendo oltretutto in chiave europea».
In Europa, appunto, dove dovrebbe sedere questo partito?
«Questa è la seconda incognita: è impensabile che si costruisca un’operazione di questa portata e poi, all’indomani delle elezioni, quelli che vi partecipano si spargano in tre gruppi parlamentari europei. Sarebbe un autobus: si parte insieme e poi ognuno scende a casa sua».
Lei quale famiglia propone delle tre?
«Un’operazione di questo tipo non può che guardare a un rinnovato polo socialista e riformista. Certo sarebbe sbagliato proporre agli altri partners di questo processo, agli amici della Margherita, di diventare socialisti, ma si potrebbe pensare, essendoci un anno di tempo, di aprire un discorso con le forze del socialismo europeo per allargare il polo riformista. L’operazione italiana potrebbe essere il primo passo di un obiettivo più coraggioso, di apertura e rinnovamento culturale del socialismo europeo. Non c’è nessuna pretesa ideologica di egemonia. Per come la vedo io, questa vicenda dovrebbe avere un respiro ampio, nella prospettiva di una semplificazione del sistema politico».
Come incardinare allora lo sviluppo di questa operazione?
«Occorre avviare un processo politico. Si era già deciso di andare a una Conferenza programmatica, in ottobre, che avesse al centro i temi dell’Europa: facciamola. Abbiamo una grande proposta politica e allora mettiamola alla prova. Non vorrei che avesse un effetto contrario, che paralizzasse anziché promuovere. Noi in questo siamo bravissimi».
Quanto potrebbe incidere, a proposito di effetti contrari, il fatto che alle Europee si voterà con il proporzionale?
«Sarebbe meglio correggere la legge elettorale, ma se c’è la volontà politica si supera tutto. Il tema evidentemente è reale perché, con una legge che fa eleggere un deputato europeo con lo 0,7%, avremmo interesse a presentarci con dieci liste, non con una. Ma il problema non deve essere questo: penso che una classe dirigente possa anche rinunciare a un vantaggio elettorale se c’è un grande disegno politico. Ma deve essere un grande disegno, non una mossa tattica».
Proprio per questo occorre un leader vero...
«Certamente: operazioni così si fanno intorno a un leader».
Ma Prodi nicchia e nel frattempo è ripartito il toto-leader
«Il tema leadership, almeno per noi, non esiste. Semmai, Prodi, nel momento in cui lancia questa prospettiva, è ragionevole che si ponga alla guida. Normalmente è così: un leader propone una cosa e la guida».
Prodi ancora non l’ha fatto
«Ma io continuo a respingere il dubbio di mossette tattiche».
E si aspetta che Prodi si metta alla testa dell’Ulivo
«Mi immagino che, ovviamente, se un’operazione di questo tipo si fa, chi la propone si metta alla testa. Altrimenti la gente non capirebbe».
Insomma, un leader con una sua proposta, cui segue un programma
«Sarebbe una grande operazione politica, importante, anche se non facesse il pieno delle forze del centrosinistra. Come in altri Paesi europei, ci sarebbe una grande forza riformista che si alleerebbe con altre minori. Con uno schieramento di questo tipo, che ha una sua forza centrale, che sta intorno al 30% dei voti, è chiaro che il leader di questa formazione sarebbe anche il leader della coalizione. Queste sono le vere implicazioni e su tutto questo io sono d’accordo».
Lei crede nel progetto, ma crede anche che si farà?
«Io non so se un processo di questo genere sia maturo, certo penso che la prospettiva è questa. Sono disposto a battermi, ma non dipende solo da me. E comunque bisogna essere gradualisti, non si può pensare al tutto e subito».
Anche perché, vinte le elezioni, bisogna governare
«Questo non mi spaventa di certo. Lo abbiamo fatto molto meglio di come stanno facendo adesso: e saremmo comunque pronti già adesso, subito, oggi pomeriggio…»
Governo o no, sul progetto Prodi ci sono pesanti incognite
«Il punto è completare la transizione italiana. Uscire, come dice giustamente Panebianco, da un bipolarismo zoppo, fragile, insidiato dalla debolezza dei soggetti politici. Se lo interpreto in questo senso alto, io sono con Prodi, ma lavoriamo, rimettiamo in piedi questo Ulivo. Altrimenti continueremo a sognare un Ulivo che non c’è e non metteremo in movimento una coalizione che c’è. Siamo tornati a essere vincenti nel Paese...».
Con l’apporto di Rifondazione
«E infatti dovremo discutere anche con Rifondazione delle basi programmatiche possibili di un’alleanza di governo. Bisogna creare il massimo dell’aggregazione per vincere e non sempre l’aggregazione è adeguata per governare. C’è una contraddizione, ma se ci fosse una robusta area riformista, che si allea con Rifondazione, l’equilibrio sarebbe più accettabile. Se invece Rifondazione diventa l’elemento determinante in un quadro frantumato, sarebbe più problematico».
Però, per creare questa area riformista allargata, c’è bisogno di un pieno consenso della Margherita. Che per ora non sembra esserci
«La Margherita ha un carattere nuovo. Come tale, è sospesa in una dimensione ancora in via di definizione. Eppoi, mentre la distinzione tra noi e la Margherita è molto chiara se si guarda al passato, alle provenienze, se si guarda al futuro non è così. Cosa mi divide da persone come Enrico Letta sul terreno delle analisi, delle proposte, del modo di vedere la società? Credo assai poco. Per questo fatico a vederlo come alleato di Aznar e di Berlusconi. Lo vedo come parte di un’area progressista, riformista, con una sua matrice cattolica. Insomma, se guardo al futuro, il progetto di Prodi mi sembra…».
Ineluttabile?
«Ritengo onestamente di sì. Con tutti i problemi di tempi e di persone che possono esserci».
Antonio Macaluso
Corriere della Sera
24 luglio 2003
Romano Prodi e la coalizione da ricostruire
ULIVO, NON BASTA UN CAPO NELL’OMBRA
di ANGELO PANEBIANCO
Chi si preoccupa per le sorti del fragile bipolarismo italiano guarda oggi soprattutto a quanto avviene nel centrodestra, ai conflitti fra le sue componenti, ai seri rischi di paralisi che corre l'azione di governo. Ma la comprensibile attenzione per le divisioni della maggioranza non dovrebbe fare dimenticare che il futuro della politica italiana dipende anche da quanto accade nell'area dell'opposizione. L'opposizione vive da troppo tempo in una condizione schizofrenica. Da un lato, essa conosce perfettamente, e da gran tempo, il nome del leader, del capo politico a cui, quasi certamente, si affiderà, e che dovrà guidarla in vista delle elezioni politiche del 2006. Dall'altro, si comporta come se quel nome le fosse sconosciuto, come se la «designazione tacita» del leader non fosse mai avvenuta. Né, per conseguenza, si è ancora impegnata a riorganizzare, in funzione di quel nome, la coalizione di centrosinistra. Tutti sanno, e tutti i dirigenti del centrosinistra ammettono privatamente, che Romano Prodi è il leader cui verrà affidato il compito di guidare il centrosinistra. Ma, ufficialmente, si comportano come se ciò non fosse vero o, per lo meno, come se il problema non li riguardasse.
C'era, naturalmente, fino a poco tempo fa, una spiegazione per tanta riservatezza: dipendeva dalla carica che Romano Prodi riveste, dal suo ruolo di presidente della Commissione europea. Si trattava di non mettere in imbarazzo Prodi in Europa, investendolo troppo in anticipo di una funzione di leadership incompatibile con i suoi compiti europei.
Ora, però, si avvicina il momento in cui la carica andrà a scadenza (Prodi lascerà la presidenza europea nell'autunno del 2004) e la riservatezza ha sempre meno senso. Soprattutto, la mancata designazione ufficiale del leader, candidato a sfidare Silvio Berlusconi nelle prossime elezioni politiche, impedisce al centrosinistra di lasciarsi alle spalle l'immagine che fin qui ha dato di sé, di una confusa accozzaglia di gruppi eterogenei e rissosi, uniti solo dall'ostilità per Berlusconi, ritarda il momento della costruzione di una coalizione più compatta, unita dietro a un leader, e pronta a presentare al Paese una proposta di governo.
Oggi, il centrosinistra, sotto la guida di Piero Fassino e di Francesco Rutelli, appare rianimato. Sia i successi ottenuti alle elezioni amministrative sia le divisioni insorte nella maggioranza, sono state boccate d'ossigeno per l'opposizione. Ma ci sono almeno due ragioni per le quali è auspicabile che il centrosinistra metta fine a tutte le sue esitazioni, designi ufficialmente Prodi come leader e, in attesa del suo ormai prossimo ritorno, cominci a lavorare per fare della coalizione una credibile alternativa di governo. La prima ragione, che riguarda direttamente l'interesse del centrosinistra, ha a che fare con la circostanza che, ancorché poco probabile, il ricorso a elezioni anticipate non può essere del tutto escluso (del resto, ne ha parlato lo stesso Fassino). E se elezioni anticipate ci fossero, sarebbe difficile per il centrosinistra affrontarle senza essersi preparato per tempo.
La seconda ragione ha a che fare con una esigenza, diciamo così, «sistemica». Coalizioni compatte sono necessarie al fragile e precario bipolarismo italiano. Se il centrosinistra si darà la coesione che gli serve e che solo una chiara scelta sulla leadership può garantirgli, questo sarà di aiuto per la nostra democrazia in una fase in cui le spinte centrifughe manifestatesi nella maggioranza sembrano preannunciare una nuova fase di frammentazione parlamentare e di tentazioni trasformistiche. Inoltre, un centrosinistra più compatto, e reso competitivo dalla scelta del leader, potrebbe finalmente mettere paura al centrodestra obbligandolo a ridare slancio all'azione di governo.
Corriere della Sera
15 luglio 2003
Berlusconi, Tognazzi e le battute che non fanno ridere
di Paolo Mieli
Cari lettori, nel merito dell’affaire Schulz-Berlusconi, cosa posso aggiungere all’incisivo editoriale di Ernesto Galli della Loggia pubblicato ieri dal nostro giornale? Niente. Del resto, chi segue questa rubrica sa benissimo quel che penso del conflitto di interessi da cui Silvio Berlusconi (assieme a tutti noi) rischia di essere inesorabilmente soffocato. Alcuni di voi mi hanno scritto per obiettarmi che il centrosinistra ebbe le sue colpe a non legiferare in materia e che c’è una buona fetta del nostro elettorato indifferente alla questione. Verissimo.
Posso aggiungere, di mio, che Berlusconi dieci anni fa si è presentato sulla scena a fare un lavoro indispensabile, quello di mettere assieme ed edificare il centrodestra, con il quale nessuno voleva cimentarsi per paura di sporcarsi le mani; era poi fisiologico che i primi passi di questo nuovo schieramento politico fossero incerti, contraddittori e talvolta ridicoli come quelli di un bambino; inoltre la storia d’Italia negli anni Novanta legittima (in parte) alcuni nervosismi della destra. Ma se Berlusconi non capisce che, dopo l’approvazione del lodo che lo ha liberato dai processi, ha il dovere morale di compiere un gesto clamoroso con cui segnalare inequivocabilmente (sottolineo: inequivocabilmente) la sua intenzione di liberarsi dal conflitto, vorrà dire che tutto ciò gli verrà rinfacciato sulla scena internazionale e con effetti ancora più dirompenti di quanto oggi si possa immaginare.
Non si faccia ingannare, Berlusconi, da chi gli suggerisce che i giornali dell’intero orbe terracqueo sono in mano ai comunisti o preda di una qualche campagna di disinformazione romana. Si fidi di chi questo mestiere lo conosce: non è vero (tra l’altro è evidente anche a uno sprovveduto che nessuna lobby è così ramificata da poter orientare centinaia di quotidiani, periodici e tv di tutto il mondo). Si convinca, cavaliere: se continua di questo passo la sua avventura politica non può che finire male. Molto male.
Ma, per rispondere al lettore Spadon, non voglio tralasciare un dettaglio. C’è un bellissimo film di una quarantina d’anni fa, «La voglia matta» di Luciano Salce, dove un maturo industriale, Ugo Tognazzi, prende una sbandata per una sedicenne, Catherine Spaak, e la segue nel suo gruppo d’amici guidato da Fabrizio Capucci. Per farsi bello con questi giovanissimi, Tognazzi racconta le barzellette che facevano ridere a crepapelle i suoi collaboratori in azienda; ma, con sua grande sorpresa, quelle storielle provocano negli amici di Spaak e Capucci nient’altro che un senso di disagio e di pena. Come Tognazzi, Berlusconi fa lo spiritoso a sproposito senza essere dotato (non è una colpa) di alcun senso dell’umorismo.
Quelle battute che provocano una scomposta e forse insincera ilarità tra le persone che lo circondano non fanno ridere, nel modo più assoluto, chi non ha nei suoi confronti qualcosa di simile alla devozione; la gestualità con cui le accompagna non è affatto irresistibile come gli fanno credere i suoi adepti; i tempi sono tutti sbagliati, le parole sono usate a sproposito; e il fatto che sia lui a sganasciarsi, spesso da solo, per quel che dice, rende la scena vieppiù imbarazzante. Fossi in lui, la farei finita con le facezie. Dopodiché mi guarderei attorno e licenzierei su due piedi chiunque negli ultimi dieci anni si è sbellicato alle mie spiritosaggini. Nessuno escluso.
Corriere della Sera
4 luglio 2003
UN PESSIMO INIZIO
di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
Ciò che si temeva è puntualmente avvenuto. Al suo esordio alla presidenza dell’Unione Europea, Silvio Berlusconi, incalzato dai più che prevedibili attacchi, talvolta magari anche oltre il segno, di alcuni membri del Parlamento di Strasburgo, non è riuscito a mantenere i nervi saldi e la lingua a posto. Per l’Italia e per il suo presidente del Consiglio, che pure fino a quel momento aveva svolto un intervento abbastanza equilibrato, il semestre europeo non poteva cominciare peggio (così come, bisogna aggiungere, per l’informazione radio-televisiva pubblica, resasi responsabile di un’edizione del Tg1 delle 13.30 omissiva e manipolatoria fino al grottesco). Quanto è accaduto a Strasburgo sottolinea per l’ennesima volta due questioni che affliggono fin dall’inizio il governo di centrodestra.
La prima questione è rappresentata dal carattere dilettantesco di Berlusconi in quanto uomo politico. Intendiamoci, può essere benissimo che il dilettantismo, apparendo indice di genuinità, sia uno dei segreti del successo elettorale del capo di Forza Italia. Ma è certo che è una delle cause delle sue figuracce come uomo di governo nonché un fattore destinato ad aggravare permanentemente tutti i problemi della sua immagine. Dilettantismo per esempio è non aver capito, nel caso specifico, che in previsione di critiche e attacchi sicuri al suo esordio sulla scena europea, sarebbe stato conveniente cercare di smussare le une e gli altri accennando con franchezza a certi aspetti anomali della propria figura, inquadrando però i medesimi nella più lunga serie di anomalie che ha caratterizzato la storia italiana dell’ultimo decennio. Dilettantismo, poi, è non capire che fare le corna o dare del nazista a un oppositore sono tutte cose che possono forse procurare consenso sul teatrino politico di casa ma sulla scena internazionale sono semplicemente rovinose. Già è politicamente gravissimo non aver ancora mosso un dito per risolvere il conflitto d’interessi: farci sopra lo spiritoso e l’insolente è un puro e semplice suicidio.
La seconda piaga aperta nel governo, e che il socialdemocratico signor Schulz non ha mancato di evocare, è costituita dalla Lega: dall’inarrestabile profluvio di dichiarazioni del suo capo, regolarmente improntate alla violenza, alla xenofobia, al più totale disprezzo verso ogni cosa, idea o persona che non gli vadano a genio.
Berlusconi non si accorge che in questo modo la Lega, non da oggi, sta facendo letteralmente a pezzi la credibilità del governo presso una parte decisiva del suo elettorato oltre che fuori dai confini del Paese, come si è visto. Non si accorge che con le sue continue sparate a metà tra capitan Fracassa e Goebbels, Bossi appare alla fine il vero padrone del governo. Ma quanto può durare ancora tutto ciò? Sta al presidente del Consiglio dimostrare che è ancora possibile cambiare strada, che egli ha la volontà e la capacità di salvare, insieme al significato politico della maggioranza e del suo governo, anche il ruolo del Paese sulla scena internazionale.
Corriere della Sera
3 luglio 2003
Perché il declino di politici e amministratori
LE SCUOLE (VUOTE) DELLA DEMOCRAZIA
di SABINO CASSESE
Una delle cause del declino economico italiano sta nella debolezza del personale statale. Il governo è composto di uomini nuovi. I parlamentari sono cambiati per il 60 per cento nel 1994 e per il 40 sia nelle elezioni del 1996 sia in quelle del 2001. Anche l'alta burocrazia è cambiata, perché precarizzata dal sistema delle spoglie. Ma né la politica né l'amministrazione sono mestieri per cui basti l'ingegno naturale, senza un noviziato. E i luoghi dove si svolgeva tale apprendistato in passato sono scomparsi o si sono indeboliti. Il primo di questi erano i partiti-apparato, che ora non esistono più, sostituiti dai partito-movimento e dalle coalizioni di partiti. La seconda «scuola» della democrazia erano gli enti locali: una volta, vi era una carriera ascendente, dal comune allo Stato. Poi, nelle elezioni nazionali del 1994 e del 1996, il numero dei parlamentari che avevano fatto un apprendistato nel governo locale è fortemente diminuito (per risalire nel 2001, ma non al livello del 1992). A questo indebolimento del corso ascendente si è accompagnato un corso discendente: parlamentari e persino ministri divengono sindaci e presidenti di Regione. Ne consegue un duplice inconveniente: meno politici nazionali già sperimentati nel governo locale e più politici locali che amministrano con l'occhio all'opinione pubblica nazionale, piuttosto che al proprio elettorato.
La terza scuola della democrazia è l'amministrazione stessa e specialmente il suo vertice. Qui, in passato, fungevano da vivai istituzioni come la Banca d'Italia, il consiglio di Stato, in parte le università. Senza il personale esperto tratto da questi corpi, lo Stato non può funzionare. Queste «scuole» di buona amministrazione vivono, però, tempi difficili, sotto le critiche sia dei populisti, per cui sarebbero corpi oligarchici, sia degli antielitisti, per cui sarebbero non democratici.
Senza le fucine in cui si forgia il personale statale, sia esso politico sia esso amministrativo, la macchina pubblica s'indebolisce. L'inesperienza produce errori di giudizio e di decisione che sono sotto gli occhi di tutti. Gli amateurs non riescono a tenere ferma una strategia. I programmi di governo diventano mere promesse.
Per invertire questo processo vi sono due modi. Il primo è quello francese, fondato sulle grandi scuole e sui grandi corpi, élites privilegiate formate nello Stato e prestate anche all'economia, alla società e alla politica (in quest'ultimo caso, attraverso l'elezione locale, anche in piccoli comuni, e consentendo con larghezza il cumulo di mandati pubblici).
Questo modo per formare il vertice dello Stato è tutto pubblico. All’opposto, c'è quello che fa ricorso al management privato, con immissione di dirigenti d'impresa e di un orientamento produttivistico nello Stato, e apertura delle imprese al personale pubblico. La legge Frattini, in modo un po' timido, lo prevede. Ma non ha avuto molto seguito.
Nella prima fase della storia repubblicana l'economia è stata affidata agli uomini del Nord, lo Stato agli uomini del Sud. Qualcosa è ora cambiato nel governo. Nell' élite amministrativa la vecchia tendenza sembra invece accentuarsi: dei 2.300 candidati a un recente concorso per dirigenti, l'85 per cento proveniva dal Centro-Sud. Si scelga presto uno dei due modi, quello dei mandarini o quello dei manager, se si vuole arrestare il declino della qualità della politica e dell’amministrazione al vertice dello Stato.
Corriere della Sera
2 agosto 2003
Si acuiscono i contrasti nella maggioranza
Un’alleanza senza radici
Le perdite elettorali sono in effetti la ragione di una divaricazione crescente e della crisi del Polo, che da latente può diventare esplicita
di Antonio Landolfi
Nel mentre Berlusconi si accinge a presiedere il semestre a guida italiana dell’Unione europea, tranquillizzato dall’esito per lui positivo, almeno temporaneamente della vicenda Sme, dalla Casa delle libertà continueranno a giungere gli echi di contrasti che nessuno, neppure il capo indiscusso della coalizione sarà mai in grado di sanare e di risolvere definitivamente.
Come la Casa dei Doganieri della poesia di Eugenio Montale, anche nella Casa delle libertà “ripullula il frangente”, e c’è una “balza che scoscende”: è quella del consenso elettorale che ormai non appare più facile da conseguire essendo ormai lontane le mirabolanti magie con le quali il padrone di casa estraeva dalle urne percentuali da capogiro, per sé e per i suoi federati, come un prestigiatore i suoi bianchi conigli dal cilindro.
Gli è che la Casa delle Libertà non è un edificio insonorizzato e quindi i suoi boati si avvertono sempre con chiarezza, specie se sillabati con forza nel dialetto lumbard.
Più si ascolta il vociare che proviene dalla Casa e si alza il tono dei contrasti tra i suoi litigiosi abitatori, più si comprende che nonostante gli artifici dialettici dei suoi propagandisti di grido e le cosmesi culturali degli intellettuali affluiti in massa, secondo il coraggioso soccorso del vincitore, l’alleanza di centro destra non è riuscita mai a trovare un suo amalgama politico e neppure programmatico tale da figurarla come un soggetto omogeneo anche se composito. Essa è rimasta sostanzialmente quel “network” iniziale inventato da Berlusconi dieci anni orsono, anche grazie alla sua perfetta conoscenza delle tecniche telecomunicative, e che da allora hanno permesso di tenere assieme soggetti politici, aree culturali, e perfino etniche, tra loro diverse e molte volte contrastanti.
Perché il network ideato da Berlusconi si tenesse e si rafforzasse è stato anche necessario che i suoi componenti mutassero pelle in qualche misura, troppe essendo le diversità iniziali. Il partito di Fini ha dovuto recidere il cordone ombelicale con il nostalgismo fascista del suo bozzolo d’origine, anche se qualche brandello di placenta gli è rimasto attaccato addosso. Gli ex democristiani non confluiti in Forza Italia hanno anch’essi preso qualche distanza dal loro passato. Più travagliato il percorso della Lega, che emersa dal pozzo di una storia celtica probabilmente mai esistita, ha dovuto faticare non poco per schiodarsi dalla iniziale “jacquerie” secessionista per annacquarla in termini riformistici di stampo federalistico.
Questo processo, che ha investito anche Forza Italia, che ha dovuto dismettere i primitivi panni di partito neo liberale per trasformarsi in campo di accoglienza della massa dei rifugiati dei partiti abbattuti da Tangentopoli, ha comportato per ognuno di tali nuovi soggetti un’operazione di separazione dalle proprie radici, ed un conseguente smarrimento della propria identità originale, non sostituita da un’identità nuova, altrettanto forte come quella precedente. Da cui anche l’indebolirsi di ogni titolo di legittimazione politica, che non sia quella, compensativa, del successo elettorale. In parole povere: Fini e Bossi possono dire ai loro partiti di allontanarsi dalle loro origini se questa proposta è accompagnata da una crescita elettorale e di potere, oltre che da qualche risultato programmatico. Se questo non avviene, essi sono costretti inevitabilmente a recuperare almeno una parte della loro identità, innestando un meccanismo di divaricazione che rischia di diventare micidiale.
In questa chiave si comprende ciò che è avvenuto con l’esito non positivo delle elezioni amministrative degli ultimi due turni. Bossi per primo e con più veemenza ha sentito il richiamo della foresta e ha disseppellito l’ascia di guerra. Non arriverà fino in fondo, non uscirà dal governo ma deve far sentire, innanzitutto ai suoi, che lui esiste ed è vivo, e che la lotta contro gli immigrati e contro i loro complici continua, come continua quella contro chi non vuole una devolution che assomigli ad una secessione del Nord dal resto d’Italia.
Fini deve dimostrare ai militanti ed agli elettori di An che l’eclisse non è cominciata, che il suo partito non è una sottomarca di Forza Italia, che le idee di Bossi non possono averla vinta nella coalizione, che l’economia non è solo appannaggio di Tremonti e dei suoi amici del Nord. Da parte sua il partito di Casini e Buttiglione, sapientemente guidato da Follini, ha già da tempo intrapreso un graduale e felpato cammino di ritorno verso l’oasi del suo passato democristiano moderato.
Le perdite elettorali sono in effetti la ragione di una divaricazione crescente e della crisi del Polo, che da latente può diventare esplicita. Ma, non è detto affatto che il recupero di identità, e le lacerazioni che ne derivano, aiutino a riconquistare consensi. Tutt’altro.
Quanto a Forza Italia, essa - si sa - è soltanto un sinonimo di Berlusconi. Le sue fortune dipendono esclusivamente dalle fortune del Cavaliere. Cui, com’è stato giustamente scritto, il “lodo Maccanico” (rispettiamo il diritto d’autore) ha dato un riparo non discutibile, ma che lo obbliga a vincere sempre. Però, diceva l’astuto Talleyrand, non c’è generale, anche il più fortunato, che possa vincere sempre.
Avanti! della domenica
anno 6 - numero 26 del 29 giugno 2003
Il ministro Pisanu: seguirò le leggi italiane, internazionali e la mia coscienza. Le critiche della Lega? Non ho letto
"I naufraghi si soccorrono: niente urla da osteria"
ROMA - "Qui ci sono dei poveracci morti in mare mentre cercavano di sfuggire alla miseria e alla fame. Nient'altro. Dovremmo fare tutti almeno un minuto di silenzio di fronte a questo dramma antico e modernissimo della disperazione, che ci arriva in casa. Silenzio. In segno di rispetto, di condivisione, e di impegno perché le cause prime di queste tragedie vengano affrontate alla radice. Chi sbraita, speculando sugli istinti più bassi, sulla chiusura della gente nelle nostre illusorie sicurezze, sulla paura egoista di capire, e di condividere, non merita risposta. E infatti io non raccolgo le polemiche. Non ascolto né grida né invettive. Resto qui al mio posto a lavorare".
Scelto da Umberto Bossi come il nemico politico di questa estate 2003, il ministro dell'Interno Beppe Pisanu va avanti per la sua strada. Cosa risponde alla Lega che contesta il suo "decretino" e lo definisce un ministro ormai aleatorio?
"Non ho letto e non ho sentito, non per superbia, ma perché avevo altro da fare. Abbiamo contato il numero di clandestini morti nel Mediterraneo, ci siamo chiesti quante altre carrette del mare con il loro carico di disperazione stanno partendo in queste ore per puntare sulle nostre coste, abbiamo cercato di individuare le emergenze prima che esplodano. Ecco la mia agenda".
E le polemiche con gli alleati di governo? Fino a quando potrà far finta di niente e andare avanti?
"Di tutto questo, morti, emergenze e strategia di contrasto e di sicurezza, ho scelto di parlare solo con il Presidente del Consiglio e con i colleghi di governo quando me lo chiederanno. Intanto c'è una richiesta di discussione in Parlamento. Deciderà il Presidente Berlusconi come procedere. Io intanto rispondo con i fatti".
E come?
"Adottando le decisioni di mia competenza e dicendo la verità ai cittadini, prima di tutto. Anche se è scomoda da ascoltare, e la demagogia sarebbe una facile scorciatoia. Ma è inutile fingere. Io sono angosciato per quanto è successo nel nostro mare. Ma non posso dirmi sorpreso".
Si aspettava sbarchi in massa di clandestini? O prevedeva il disastro? E perché?
"Da mesi martello tutti, i miei colleghi italiani ed europei sulla necessità di arrivare in fretta, subito, ad una gestione europea integrata delle frontiere a mare. E invece, il problema è cresciuto nel silenzio generale, nel disinteresse colpevole di molti, sotto la linea d'ombra della coscienza civica europea, qualcosa che dovremmo pur avere in comune, oltre l'euro che portiamo in tasca. Si è fatto finta di non vedere, di non capire, di non sapere cosa si stava preparando. Eppure bastava alzare gli occhi".
Tutti sapevano, dunque, e hanno fatto finta di niente, fino ad arrivare ai morti in mare?
"Le dico solo questo, tragga le conseguenze da solo. Abbiamo avuto giorni di mare così tempestoso che i traghetti per la Sicilia sono rimasti ancorati in porto. Ebbene, in quelle stesse ore le carrette del mare puntavano verso le nostre coste. Perché quando non hai né lavoro, né prospettive, né cibo, né futuro per i tuoi figli, la spinta alla sopravvivenza diventa inarrestabile. E' più forte di tutto: dei pericoli e dei negrieri, delle leggi e della paura. Si parte dal terzo mondo verso il primo, perché si pensa che un viaggio in mare, sia pure in condizioni disperate, possa annullare distanze di secoli, condanne al sottosviluppo, miserie che pesano come una condanna o una maledizione sui bambini. Perché non dovrebbero partire, se nessuno li aiuta a sopravvivere a casa loro, e soprattutto se con un viaggio posono abbandonare tutto questo e arrivare alla terra promessa"?
L'Occidente dunque deve pensare solo a politiche di accoglienza, perché un controllo dei flussi non è possibile?
"L'Occidente deve prima di tutto rispondere a una domanda. Che cos'è oggi Occidente? Che cos'è Europa? Abbiamo o no una storia alle spalle, che è anche una storia di lavoro e di emigrazione, noi europei? E abbiamo o no una civiltà alle spalle, che è più di tutto una civiltà cristiana, e non può farci dimenticare la solidarietà per abbandonarci agli istinti, primo fra tutti l'istinto egoista della paura? Oppure siamo solo un insieme di Paesi spaventati, che cercano inutilmente di cancellare il problema, ignorando che la paura non può diventare politica" ?
E lei crede che l'Europa sia in grado di dare una risposta comune?
"Sì, ma fino a ieri non lo ha fatto. Come le ho detto, ha chiuso gli occhi. Finalmente a Salonicco i governi lo hanno capito".
Che cosa cambierà in concreto?
"La cosa più concreta che c'è: soldi, e controlli. Soldi europei, con fondi della Commissione, finalmente, e controlli alle frontiere concertati e comuni, perché il problema è di tutti. Si faranno pattugliamenti europei in acque internazionali, cercando di intercettare le navi dei clandestini più al largo possibile. Fino ad oggi l'abbordaggio è realizzabile solo per tre reati: l'uso illegale delle frequenze radio, la pirateria e il traffico di esseri umani. Con il protocollo di Palermo, finalmente, il traffico di clandestini è stato equiparato a quello di esseri umani. Adesso il protocollo per entrare in vigore deve essere approvato da 40 Paesi. Lo hanno già sottoscritto 36, dunque ci siamo".
L'Italia lo ha firmato?
"Stiamo per farlo. Con queste nuove misure può cambiare molto. Stiamo discutendo con diversi partner europei e in particolare con Cipro e Malta per varare un controllo coordinato del mediterraneo centro-orientale. Potremo così creare basi comunitarie dove convogliare i clandestini dalle navi abbordate, e qui controllare le esigenze di cura, d'intervento, i rimpatri immediati, le domande d'asilo".
Lei sta dicendo che l'Europa può far finire gli sbarchi di clandestini?
"Naturalmente no. Ma può avviare un controllo, un governo del fenomeno. In acque internazionali prima, e poi nelle acque territoriali".
Ma chi arriva in Italia dal mare, sarà accolto come vuole la Lega? L'Europa non ha nulla da dire a Bossi e alle sue cannonate?
"Chi arriva in questo modo, su queste navi, dopo questi viaggi, è nella condizione tecnica, giuridica e soprattutto umana di naufrago. Non c'è altra parola possibile. E allora, bisogna essere onesti. La condizione di naufrago fa scattare l'obbligo di soccorso. Non serve il Consiglio dei ministri per deciderlo: l'ultimo pescatore di Mazara del Vallo lo sa benissimo. E nessun pescatore di sottrarrebbe al dovere di soccorso. Comunque col nuovo decreto sul contrasto a mare la Marina Militare potrà operare sulle acque internazionali e la Guardia di Finanza, con l'aiuto delle altre forze di polizia, sulle acque territoriali".
Lei sta dicendo che quando i clandestini-naufraghi arrivano c'è una sola politica possibile, per lei, per Martino e anche per Tremonti: è così?
"Se siamo essere umani, prima che portatori di inutili ideologie sì, praticamente è così. Infatti il problema del governo dei flussi non si gioca all'arrivo, ma in partenza. Bisogna evitare che queste navi partano. E bisogna usare la carta dell'Europa, la sua voce, che è più forte della voce dei singoli Stati. Si può, e l'Albania lo dimostra. Agendo in modo concordato e coordinato, nel giro di pochi anni si può ridurre il flusso quasi a zero".
Dopo l'Albania, con chi vuole negoziare un controllo dei flussi?
"C'è ormai un sentire comune tre i cinque maggiori Paesi europei che sono anche le mete principali dei migranti e stanno maturando ipotesi operative comuni con diversi Paesi nordafricani. Inutile nasconderci che la politica pan-africana della Libia, un Paese dove tutti entrano e da dove tutti escono, è oggi un grosso problema. L'accordo è faticoso, ma Gheddafi sembra pronto a collaborare. E' un passaggio obligato, e cruciale".
Perché?
"Le rispondo con un esempio. Fino a ieri i profughi dallo Sri Lanka finivano in mano alla mafia ucraina che per undici milioni a persona organizzava un viaggio di due mesi verso l'Italia partendo dall'Oceano Indiano per passare dal Mar Rosso, da Suez, e arrivare infine nel Mediterraneo. Adesso arrivano via terra fino alla Libia e da lì via mare fino all'Italia e nel resto d'Europa. Dobbiamo chiudere le frontiere libiche a questa penetrazione-uscita. L'Europa può farlo".
Si rende conto, ministro, che stiamo parlando di problemi migratori con spinte enormi? Non le pare che la barriera normativa europea, gli accordi bilaterali, siano uno strumento inadeguato di fronte alle motivazioni di chi fugge la miseria?
"Lo so benissimo. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare. Ad esempio credo in una lotta senza quartiere ai mercanti di uomini. L'Europa lo ha già fatto, molto tempo addietro, ribellandosi alla schiavitù. Bisogna capire che qui è peggio, drammaticamente peggio. Il mercante di schiavi organizzava il viaggio e il carico, ma era interessato a portare gli uomini a destinazione in buone condizioni, altrimenti non guadagnava. Qui tutto si ribalta, tempi, modi e convenienze. Con esiti drammatici. Il mercante è pagato alla partenza. Non gli importa nulla né del viaggio, né dell'arrivo. Le navi, non sono navi, la minaccia - al momento dell'intercettazione - di sequestrarle e distruggerle non serve, perché il mercante se le è già ripagate tre, quattro, dieci volte alla partenza. Anzi, abbiamo accertato che nel traffico dallo Sri Lanka c'è la consuetudine di addestrare durante la prima settimana qualcuno dei clandestini ad un governo sommario della nave: che così viene presto abbandonata dall'equipaggio al suo destino di sciagura".
La Lega tutto questo lo sa?
"Non saprei. Molti fanno finta di non vedere. E invece l'unica risposta è una politica realista, non la demagogia".
Che tipo di realismo propone?
"L'Europa deve contrattate con i Paesi del Terzo Mondo un numero di permessi regolari ogni anno, chiedendo in cambio una politica di controllo dei clandestini, e accordi di rimpatrio. Chi nega questa strada, nega l'evidenza".
Nega anche una necessità della nostra economia. Bossi sa che mentre urla contro i clandestini il suo ministro Maroni ha firmato pochi giorni fa un'autorizzazione per 19 mila ingressi stagionali?
"Non c'è altra via, salvo decidere di non raccogliere le mele in Trentino, o di non fare vendemmia. Per questo dico che il problema degli immigrati si affronta solo guardandolo in faccia, senza urla da osteria. Si crea un caso per quei disgraziati che riescono ad arrivare dal mare e si dimentica che da inizio gennaio sono in tutto 6500. Mentre nello stesso tempo gli irregolari espulsi sono 25 mila. Ha capito? Quasi quattro volte di più".
Lei sta difendendo la legge che la Lega giudica inefficace?
"Io dico che sotto l'aspetto numerico quella legge funziona, come le cifre dimostrano. E in ogni caso, di tutti quelli che arrivano solo il 20-25 per cento si ferma in Italia, gli altri si disperdono in tutta l'Europa. Ecco perché le chiavi della risposta sono soprattutto europee. In Italia comunque stiamo facendo tutto il possibile impiegando molte risorse e molti mezzi".
Lei però è dentro una polemica tutta italiana, come l'uomo che non controlla la frontiere. Se Bossi dovesse insistere, cosa farà?
"Farò quello che mi consentono gli accordi internazionali, le leggi del mio Paese e la mia coscienza. Nient'altro, perché non ne sarei capace. E soprattutto perché sarebbe sbagliato". (e.m.)
la Repubblica
22 giugno 2003