Rilevazione Ispo-Corriere: giudizio positivo per l’azione in politica estera, preoccupazioni per l’economia
Due anni di governo, consenso in calo
Il sondaggio: ma 2 votanti del Carroccio su 3 approvano il premier. Casa delle Libertà ancora in vantaggio
di RENATO MANNHEIMER
Bene l’azione del governo in politica estera. Qualche preoccupazione invece per l’andamento dell’economia. Ma soprattutto un calo di popolarità tra gli elettori del centrodestra (Lega e An in testa, anche se due leghisti su tre ancora esprimono fiducia verso l’operato del premier). Questo, in estrema sintesi, il bilancio di due anni di governo Berlusconi tracciato da una rilevazione «Ispo-Corriere della Sera». Rimane comunque ben salda nelle mani della Casa delle Libertà la maggioranza dei consensi. Qual è la causa che ha innescato la disaffezione tra gli elettori di centrodestra? La possiamo riassumere nella percezione che le promesse fatte in campagna elettorale non siano state ancora mantenute. Una per tutte: la diminuzione della pressione fiscale.
Governo, dopo 2 anni cala la popolarità Ma a Berlusconi resta la maggioranza
Disagio nell’elettorato della Cdl, economia decisiva per invertire la tendenza Il premier perde consensi, però due leghisti su tre lo giudicano positivamente
Sono passati grossomodo due anni dall’insediamento del governo Berlusconi. Ed è inevitabile, quasi obbligatorio, stilare un bilancio. Dal punto di vista degli atteggiamenti e degli orientamenti degli elettori, esso appare per molti versi contraddittorio e, specialmente, passibile di sviluppi in direzioni assai diverse. Da un verso, a due anni di distanza, la coalizione guidata dal Cavaliere sembra mantenere comunque la maggioranza dei consensi «virtuali», rilevati cioè tramite sondaggi e non attraverso elezioni vere. Anche se, negli ultimi mesi, questo vantaggio è apparso, secondo le rilevazioni della maggioranza degli istituti di ricerca, erodersi in qualche misura, specie nell’ambito del voto per il maggioritario.
Se si analizzano anche altri indicatori di popolarità, il quadro si fa più preciso e, al tempo stesso, più articolato. Ad esempio, per ciò che concerne il trend delle espressioni di approvazione per l’operato del governo, emerge una crescita notevole subito dopo l'insediamento dell’esecutivo e un successivo andamento tendenzialmente decrescente. Il motivo sta nell’accumularsi delle aspettative nei primi mesi dell’attività del governo, anche in relazione agli impegni presi nella campagna elettorale, e ad un progressivo senso di delusione sviluppatosi successivamente. Era forse scontato che la diminuzione di consensi si manifestasse, com’era accaduto in passato per gli altri governi, principalmente tra gli elettori dell’opposizione. Una parte dei quali, specie coloro che si collocano al centro (ad esempio, un settore dei votanti per la Margherita), aveva peraltro espresso inizialmente un giudizio positivo sull’attività del governo, legato soprattutto alle aspettative di sviluppo economico, che però è andato notevolmente scemando nel tempo.
Meno consueto è invece il fatto che la diminuzione di consenso sull’operato dell’esecutivo si sia manifestata anche nell’elettorato dei partiti che lo sostengono. In misura ovviamente diversa in relazione alle varie forze politiche e, com'era prevedibile, assai più consistente tra i votanti per la Lega Nord. Tanto che appare decrescente perfino l’entità del consenso espresso personalmente verso Berlusconi, ma, anche in questo caso, il 68 per cento dei leghisti conserva comunque un giudizio positivo.
Il fatto significativo è che il disagio appare presente anche all’interno dei votanti per il partito del Cavaliere, Forza Italia. Ove, beninteso, la grandissima maggioranza degli elettori continua a valutare positivamente l'operato del suo leader. Ma ove, al tempo stesso, questo supporto è andato comunque diminuendo rispetto ad un anno fa.
Gli effetti di questo andamento poco positivo all'interno dell’elettorato di centrodestra si sono già visti nell’ultimo periodo. Essi consistono principalmente in una accentuazione delle fratture interne alla coalizione (si sa che quando si percepisce un trend negativo, è assai più difficile mantenere l’unità) che a sua volta ha notevolmente contribuito alla sconfitta elettorale in occasione delle ultime consultazioni amministrative. E ciò malgrado il Cavaliere - che di certo conosce puntualmente l’esistenza di questo andamento in tutti i suoi dettagli - avesse tentato di scongiurarne (riuscendo forse a limitarne la portata) gli effetti, mutando radicalmente il suo stile di comunicazione e concentrandolo assai più sulla sua persona (da sempre molto efficace sul piano comunicativo) che sulle problematiche economiche e sociali del Paese.
Quali sono i motivi di questo trend poco soddisfacente per l'esecutivo? Lo si può evincere in qualche misura dagli esiti dell'ultima rilevazione sulle «questioni più importanti che il governo deve affrontare in questo momento». Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni, esse riguardano principalmente le tematiche del lavoro e dell’economia. E non le vicende giudiziarie del Cavaliere (che paiono interessare solo una quota minoritaria di elettorato), né la questione del conflitto di interessi, che è citata solo da chi è già orientato al centrosinistra e non pare invece toccare gli elettori del centrodestra né far parte, di conseguenza, delle ragioni del disagio rilevato tra questi ultimi.
Viceversa, emerge anche da altre ricerche come la ragione principale della perdita di consenso per Berlusconi e i suoi alleati risieda (secondo la percezione soggettiva - che è però quella che determina poi il consenso elettorale - dell'elettorato, compresa buona parte di quanti lo hanno votato due anni fa) proprio nella mancata realizzazione delle promesse fatte in campagna elettorale. Tra le quali appaiono particolarmente importanti - e prioritarie agli occhi degli elettori - quelle relative al rilancio dell'economia e, in particolare, alla diminuzione della pressione fiscale.
Proprio questo stato di cose rende plausibile l’ipotesi che il trend rilevato sin qui possa assumere in futuro andamenti anche opposti tra loro. Alle prossime elezioni politiche mancano, si sa, ancora diversi anni. Se in questo lasso di tempo il governo riesce a far percepire agli elettori un rilancio dell'economia e una diminuzione della pressione fiscale, è ragionevole supporre che esso possa riconquistare i consensi perduti e, forse, acquisirne anche qualcuno nel centrosinistra. Se questo non accadrà, si può sostenere che la probabilità di una sconfitta elettorale si accresca notevolmente.
La gran parte degli economisti ritiene però che il rilancio dell’economia del nostro Paese - e la conseguente possibilità di diminuire le tasse - dipenda in larga misura da fattori di carattere internazionale che, per buona parte, vanno al di la delle possibilità di azione e di controllo del governo italiano. Che, beninteso, nel caso di una ripresa economica internazionale, deve mostrare di essere in grado di far partecipare pienamente il nostro Paese al trend positivo.
Da questo stato di cose è andata maturando in molti osservatori la convinzione, un po' paradossale, che l'andamento dei consensi per Berlusconi e il suo governo - e l’esito stesso delle consultazioni politiche e di quelle, assai più vicine, per il Parlamento europeo - siano legati più ad elementi economici internazionali che alle scelte del governo stesso. Si tratta, ovviamente, di una visione semplicistica. Che contiene tuttavia un elemento di verità: senza una ripresa dell'economia a livello internazionale, pare assai difficile arrestare il trend decrescente di consensi per l'esecutivo manifestatosi nei suoi primi due anni di vita.
Corriere della Sera
23 giugno 2003
| I PREDECESSORI D’Alema: discesa di dieci punti Prodi debutto record, poi giù L’esistenza di una diminuzione del grado di popolarità del governo tra la popolazione, dopo un certo periodo dal suo insediamento non è un fenomeno manifestatosi solo in occasione del governo Berlusconi. Si tratta invece di un andamento consueto, rilevato per quasi tutti gli esecutivi, in Italia e all’estero, forse inevitabile. Legato alla fine di un periodo iniziale di vita dei governi che, non a caso, è chiamato dagli osservatori la «luna di miele» tra l’esecutivo e suoi elettori. Destinata inevitabilmente ad esaurirsi. Non sorprende dunque il fatto che anche gli esecutivi che hanno preceduto quello attuale abbiano "subito" il calo dei consensi. Nell’aprile 2001, ultimo mese di vita del governo D'Alema, quest’ultimo godeva del consenso del 31% dell’elettorato, 10% in meno del dato iniziale rilevato nell’ottobre 1998, poi cresciuto (con un trend analogo a quello manifestatosi per il governo attuale) sino al 45% nel gennaio 1999 e successivamente calato di mese in mese. Diverso è stato il trend per il governo Prodi, suo predecessore. Esso contava, nel giugno 1996, al momento della sua designazione, sul 52% dei consensi, il più alto mai raggiunto. Ma anche Prodi subì un calo di popolarità, che lo portò nel dicembre del 1996 al 31%, lo stesso valore riscontrato nel giugno 1998, a 2 anni dall’insediamento. |
Dov'è la vittoria?
A costo di dar ragione a Scajola, vorremmo ricondurre alla sua onesta dimensione quella che il centrosinistra saluta come una travolgente vittoria e che travolgente non solo non è, ma che, se proprio vogliamo chiamarla vittoria, continua a non avere le caratteristiche di un rovesciamento di fronte.
Cominciamo dalle regionali. Saltando a piè pari la Val d’Aosta, dove, fra vette imbiancate e gole fronzute, la politica - per fortuna dei valdostani - di italiano ha ben poco, ci soffermiamo sul Friuli Venezia Giulia. Era terra del centrodestra e ora è terra del centrosinistra. Ma la sorpresa dov’è? Più che l’affermazione del buon candidato Illy, colpisce quella della signora Guerra, che è riuscita a farsi distaccare solo di 10 punti nonostante fosse stata imposta da Bossi e nonostante la sua coalizione fosse squacquerata da antagonismi, liti e ripicche. Duello perso in partenza, poteva essere una catastrofe e catastrofe non è stata. Non solo. Forza Italia, malgrado sia finita in pezzi alla vigilia del voto, risulta essere il primo partito della regione.
Prendiamo ora i ballottaggi delle provinciali. Tutto come prima. Caltanissetta e Siracusa erano e restano del centrosinistra. Trapani era e resta del centrodestra. Le novità arrivano invece nelle comunali, e anche qui l’elenco è facile. Il centrosinistra porta a casa Pescara e Ragusa, che erano del centrodestra, ma il centrodestra conquista Sondrio, che era del centrosinistra. Nessun cambio di scena a Brescia, Treviso e Vicenza. Nella stessa Sicilia, innaturale - e finanche democraticamente imbarazzante - era il monopolio politico, non alcune parziali riscosse dell’opposizione.
Si può, a conti fatti, parlare di travolgente vittoria del centrosinistra, come sostiene Fassino, e di disfatta del centrodestra?
Onestamente no. L’avanzata dell’Ulivo, spesso insieme a tutto ciò che è reperibile fra Rifondazione comunista e Di Pietro, è in gran parte simmetrica agli errori e alle divisioni locali della Casa delle libertà, oltre ad essere favorita da un astensionismo che però, dati alla mano, sembra fisiologico e che - come in tutte le amministrative, fin dai tempi della DC - penalizza la maggioranza di governo, sia per pigrizia sia per manifestare tiepidezze o delusioni.
Del resto, il test di domenica e lunedì scorsi non è certo il primo dal 2001 ad oggi. Ad ogni tornata, l’Ulivo, persino quell’Ulivo appena sconfitto e che a Moretti proprio non piaceva, ha avuto modo di registrare successi. Non si può dimenticare che due anni fa, a poche settimane dal trionfo di Berlusconi alle politiche, Veltroni saliva le scale del Campidoglio, Chiamparino si teneva stretta la città della Mole e Rosa Russo Jervolino non cedeva Napoli.
Come al solito, il Cavaliere esagera quando dice che la sinistra resterà all’opposizione finché campa. Ma farebbero bene a non esagerare anche i capi dell’Ulivo, i quali dovrebbero aver imparato che la politica nazionale è altro dalle amministrative e che non si può governare soltanto sommando le forze. Se non è bastata la lezione di Bertinotti a Prodi, potrebbero ripassarsi la “rivoluzione copernicana” di Occhetto, che nel lontano 1985, allora braccio destro di Natta, proclamò che il PCI era pronto a fare accordi di programma con chiunque. La fortuna non gli arrise.
In soccorso del centrosinistra potrebbe però venire di nuovo il centrodestra. Quali ulteriori regali possono fare ora i capi della Casa delle libertà agli avversari? Il primo è quello che si accingono a fare: una pignola e puntuta verifica, appuntamento che noi, stimandoli più acuti, immaginavamo volessero risparmiarsi. Il secondo - un vero capolavoro - potrebbe essere quello di imporre linee autonome. Se Fini, Bossi e Follini (con la benedizione di Casini) si allontaneranno fra di loro e da Berlusconi, vuol dire che hanno deciso di imboccare allegramente la via del tunnel. Dopo aver dato ragione a Scajola, ci tocca quindi dar ragione a Buttiglione. Il governo di centrodestra, per resistere, non deve solo assicurare fatti al suo elettorato, ma deve assicurarli collegialmente.
Giuliano Lanfranchi
la gazzetta politica
http://www.gazzettapolitica.it/
n°24-2003
Il governo, Berlusconi e i pannicelli caldi
ULTIMO AVVISO PER IL MEDIATORE
di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
Il governo Berlusconi sembra essere arrivato all'ultima stazione: quella, per intenderci, dopo la quale c'è solo il capolinea. Un risultato elettorale mediocre (anche se tutt'altro che rovinoso) ha improvvisamente illuminato tutte le cose che fin qui non hanno funzionato e tutti i motivi che hanno impedito e impediscono il loro funzionamento. Si tratta - ed è bene dirlo subito come premessa - di una situazione di fronte alla quale i rimedi annunciati («vertici», «consiglio di gabinetto», «rimpasto», «tagliando»), oltre ad avere un suono alquanto grottesco, rievocativo di stagioni politiche che credevamo finite per sempre, appaiono privi di qualunque efficacia: i malanni seri, infatti, non si curano con i pannicelli caldi. I malanni del governo sono almeno tre. Il primo riguarda la sua composizione. Molti ministri e sottosegretari, perlopiù di Forza Italia e della Lega, non hanno spessore politico e autorevolezza personale. Appaiono perennemente incerti, incapaci di iniziative, confermando in tal modo la decisione di chi li ha voluti al loro posto solo perché fedeli e obbedienti. Ma agli italiani della loro fedeltà e obbedienza importa assai poco. Quel che conta è che così l'immagine dell'esecutivo e la sua capacità di dialogare con il Paese sbiadiscono e svaniscono progressivamente. Il secondo malanno riguarda le promesse elettorali non mantenute. Per la stragrande maggioranza dei cittadini il carico fiscale è rimasto sostanzialmente invariato: che poi per alcune categorie sia invece diminuito è solo motivo di sconcerto per tutte le altre. Egualmente, il governo non ha fin qui messo mano ad alcuna seria riforma dell'ordine giudiziario. Anche qui: sono andati subito in porto gli interventi che favorivano direttamente il premier e i suoi amici; di quelli che invece sarebbero dovuti andare a beneficio della collettività non se n'è fatto nulla. Allo stesso modo è fin qui caduto nel dimenticatoio il solenne impegno preso ripetutamente da Berlusconi di sanare il conflitto di interessi che lo vede coinvolto in prima persona. È bene su questo punto essere chiari: anche chi quel conflitto non glielo ricorda ogni giorno tuttavia di esso non si scorda mai, non può scordarsi mai. Il terzo non è un malanno, è soprattutto un problema: si tratta della leadership di Berlusconi. Al presidente del Consiglio non è ancora riuscito di trasformarsi da padrone elettorale della sua coalizione in suo effettivo padrone politico. La sua personalità - che pure ha modo di rifulgere quando può muoversi in piena libertà nella dimensione istrionico-personale, come nel caso della politica estera - appare invece spegnersi quando si entra nell?ambito della politica interna. Qui egli svolge sì un ruolo di mediazione (come farà sicuramente anche stavolta), ma si tratta di una mediazione per così dire sempre al ribasso, incapace di rappresentare una sintesi superiore, di inserire tale sintesi in una prospettiva dotata di qualche consistenza ideale e incapace altresì di alimentare uno slancio politico forte. Dunque una mediazione che finisce per esaurirsi rapidamente in se stessa, proprio perché soltanto pura e semplice mediazione. Berlusconi appare, infatti, incapace di decidere davvero. Ancora peggio: l'impressione che comunica all'esterno è che su quasi tutto ciò che non riguarda le sue personali necessità egli non abbia un'opinione precisa, o meglio un'opinione per la quale sia disposto a impegnare davvero se stesso. La parabola del governo è a un punto critico: più che di mediazioni oggi c'è bisogno di scelte, e le scelte non può che farle il presidente del Consiglio. Lui ha vinto le elezioni, e dunque scelga e governi, se è capace.
Corriere della Sera
16 giugno 2003
I CAPITANI CHE (non) FECERO L’IMPRESA
La sconfitta di Bertinotti e della Cgil, nonché del Correntone Ds, dei Verdi e dei succedanei della sinistra parlamentare, tutti sempre ansiosi di andarsi a contare e a scontrare, ha generato commenti variegati tra i promotori del referendum sull’ articolo 18. Al di là della posizione del segretario di Rc che ha ammesso con onestà intellettuale “sono stato sconfitto”, si devono registrare per la cronaca le evoluzioni degli altri capitani partecipanti all’impresa.
Pecoraro Scanio, loquace condottiero delle rade schiere Verdi, se la piglia con i media e quelli che hanno invitato a non andare a votare. Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, cui Cofferati ha lasciato in mano il cerino acceso prima promuovendo l’idea del referendum con le manifestazioni e gli scioperi del marzo e dell’aprile 2002 e i mesi di agitazioni regionali a seguire, poi accortamente defilandosi, pateticamente si consola contando i voti del Sì che sono ben superiori agli iscritti del suo sindacato. Come da tradizione, nessuno di costoro pagherà personalmente per il fallimento dell'insana impresa. Tutti resteranno al loro posto.
Paradossalmente il risultato più positivo potrebbe averlo ottenuto proprio lo schieramento ulivista. Infatti la sconfitta di Bertinotti & C., dovrebbe spingere tutta l’ala non riformista a diminuire le sue pretese e a moderare la conflittualità (Fabio Mussi: “Non apriamo la fase del rinfaccio, cerchiamo un terreno unitario”), condizioni essenziali per rinnovare il patto di desistenza e gli apparentamenti elettorali all’interno del Centrosinistra, rendendo possibile il confronto elettorale con il Centrodestra.
In questo senso la costosa riprova referendaria non è inutile, e una qualche utilità potrebbe averla pure per il governo e per le sue mai materializzate proposte di riforme, se mai fosse in grado di vararle scendendo nel concreto. Attualmente esse vagano nella terra di nessuno dei programmi governativi, stazionando tra le Grandi Opere, l’assicurazione malattie, la riforma della giustizia con la divisione delle carriere dei magistrati, la questione carceraria, l’ordine pubblico, l’immigrazione…Né le cannonate del fido Janez , né le balle continue del Superbossi sembrano in grado di rianimarle. (rt)
17. 06. 06
da www.socialisti.net
CASTRO, BERLUSCONI E LA SINISTRA
La marcia di Fidel? Fotocopia d’Italia
di FRANCESCO MERLO
La manifestazione oceanica guidata da Castro contro l’Italia e la Spagna, con quegli slogan su Berlusconi «fascista» e «bandito» e «buffone» troppo somiglia a una delle tante manifestazioni italiane, alle invettive dell’ Unità , agli insulti nelle strade e sui giornali. La santificazione della massa, quel milione in corteo all’Avana così simile al milione di piazza San Giovanni, il ricorso pavloviano al fascismo come paragone di misura e di contromisura, la tristissima allegria da scampagnata della vociante folla solitaria..., insomma quel che è successo a Cuba, dimenticando per un momento le esecuzioni capitali e gli ergastoli, è lessico politico italiano, è la prova che Castro vede l’Italia di Berlusconi con gli occhi della sinistra italiana.
Grazie al cielo, non c’è più alcuna complicità intellettuale tra l’eliminazione fisica dei dissidenti cubani e la sinistra italiana. Da Ingrao all’Unità quasi tutti hanno ormai preso le distanze da quel mattatoio politico e da quel bordello socialista che è Cuba. Ed è sicuramente una bella novità che rende tollerabile anche l’eccezione degli oltranzisti ex stalinisti, dei comunisti di Cossutta, proprio perché li confina nell’eccezione, li marginalizza in frangia, tra il pittoresco e l’archeologia, una fran gia che una sinistra moderna può anche subire. E tuttavia il linguaggio di Castro è lo stesso di Moretti, di parte dei Ds e di parte della Cgil, persino della Margherita. La marcia di Castro contro «Benito Berlusconi» e contro Aznar «piccolo Führer» è stata come ricalcata sulle nostre, era la fotocopia di una marcia italiana. Anzi Castro ha detto su Berlusconi e su Aznar «servi dell’imperialismo yankee» proprio quel qualcosa di sinistra di cui in Italia il regista Moretti sentiva un tempo la mancanza. Adesso invece nei girotondi italiani si parla «alla Castro», e nei cortei si grida «alla Castro»; dotti saggi e presuntuosi articoli «alla Castro» vengono spacciati per liberali, e chi non si adegua, chi non parla «alla Castro» è ovviamente «un venduto», proprio come i tre ragazzi che sognavano di scappare dall’isola prigione e perciò, senza spargere sangue, tentarono di sequestrare un traghetto e di raggiungere la Florida. Castro li ha fatti fucilare come «fascisti», come «banditi», come «servi dell’imperialismo yankee». Come si vede, c’è un rapporto molt o stretto tra il parlare di Castro e l’agire di Castro, mentre, per fortuna, in Italia, c’è ancora una grande distanza tra il dire e il fare. Ma certo, a forza di dire... Ecco il punto. Quando il presidente Ciampi invita ad «abbassare i toni» è anche a questo lessico castrista che si riferisce. Il nostro lessico politico infatti, ancora ottocentesco, è una tradizione italiana che ci fa cubani, è un alito pesante, una puzza d’aglio che a sinistra ci rende castristi e a destra leghisti della Bassa, tutti ses sonerboruti, tutti visionari, tutti esaltati, condannati per sempre a portare la croce fascista o quella comunista. Senza nulla togliere alla legittimità della critica civile, alla denunzia del conflitto di interessi o della giustizia trattata come l’asino che il padrone attacca dove vuole, Ciampi ci ricorda che si può essere alternativi e non infilarsi le dita nel naso, che si può avere forza polemica e non snervare il pensiero, essere rigorosi ma non rigidi, semplificare ma non banalizzare. Così, alla fine, per prendere davvero le distanze da Cuba bisognerebbe smetterla di parlare come Castro, girare alla larga dalle piazze alla Castro, dal carnevale della politica, dalle adunate oceaniche che, nate dal fascismo, denunziano i fascisti. E Cuba tornerà definitivamente lontana quando non ci saranno più somiglianze tra le loro e le nostre manifestazioni, tra le loro e le nostre proteste, tra la loro e la nostra cultura, tra la loro e la nostra storia, quando rinnoveremo il nostro lessico all’altezza della complessità delle cose da nominare, e dei Berlusconi da sconfiggere che nulla hanno da spartire con Fulgencio Batista.
Corriere della Sera
14 giugno 2003
Undici anni dopo
Alla fine l'Impresa si sciolse dall'abbraccio con Di Pietro
di Dario di Vico
ROMA - Con la richiesta di «un’autentica pacificazione nazionale», di una sorta di amnistia, la Confindustria è tornata a mettere i piedi nel piatto della giustizia. Antonio D’Amato alla sua quarta relazione da presidente non ha avuto timori nel contraddire pubblicamente il partito giustizialista. Ha parlato di politicizzazione della magistratura, di «un continuo massacro» che non giova alla politica, ma nemmeno «alla credibilità dell’azione giudiziaria». Erano anni che da un palco degli imprenditori italiani non si ascoltavano concetti tanto ruvidi nei confronti delle toghe. Ieri si è rotto definitivamente un lungo fidanzamento iniziato a ridosso degli anni di Mani Pulite e andato avanti per anni. Ancora quindici mesi fa, ad applaudire il discorso d’addio del procuratore generale di Milano Francesco Saverio Borrelli - «resistere, resistere, resistere» - c’era in prima fila Leopoldo Pirelli.
Nell’era Tangentopoli il presidente della Confindustria si chiamava Luigi Abete e a capeggiare i Giovani Imprenditori era Aldo Fumagalli. La linea adottata fu quella della massima trasparenza, dell’appoggio pieno ai giudici e della critica radicale ai politici della Prima Repubblica. Nel giugno del ’92 a rivestire i panni della star del convegno di S. Margherita Ligure fu nientemeno che Antonio Di Pietro. Interrotto da continue manifestazioni di consenso, il magistrato simbolo di Mani Pulite chiese agli industriali di «fare una scelta di campo, isolare e denunciare i casi di malcostume, prima che sia troppo tardi». Gli fece immediatamente eco il giovane Fumagalli: «Di Pietro ci dà fiducia, bisogna avere il coraggio di schierarsi con il cambiamento». Pressappoco negli stessi giorni, sul settimanale Il Mondo , Giovanni Agnelli sentenziò: «I magistrati stanno lavorando. E’ bene che lo facciamo serenamente e tranquillamente. Non credo alle mezze misure. Credo che in certe situazioni sia determinante la chiarezza totale».
L’abbraccio tra Di Pietro e la Confindustria continuò negli anni successivi. A Cernobbio nel settembre del ’94 il pm fece ancora il pieno vantando i meriti del metodo kyosei , una proposta per uscire alla giapponese da Tangentopoli collaborando tutti insieme: politica, imprese e magistrati. L’anno dopo gli industriali presentarono addirittura un organico piano di riforma della giustizia, in cui pescavano a piene mani dalle idee fornite loro in un seminario da due magistrati, Marcello Maddalena e Alfredo Robledo. Finita la presidenza Abete e archiviata l’emergenza tangenti, in Confindustria è stata la volta di Giorgio Fossa. Una presidenza dai tratti «sindacali»: pochissima politica, battaglia contro le 35 ore e per l’ingresso in Europa. L’unica giustizia di cui si parlò, in quella stagione, fu quella civile. Ma i Giovani Imprenditori continuarono a tessere la tela dei rapporti con i magistrati. Fu del ’98 la presenza, sempre a Capri, del pm Piercamillo Davigo. Solito j’accuse nei confronti dei funzionari pubblici corrotti, solita standing ovation e un solo industriale, Diego Della Valle, in controtendenza si alzò e obiettò che «ci sono persone che attraverso la magistratura riescono a fare più mestieri».
Prima di ieri, nei tre anni di presidenza, D’Amato non aveva mai sollevato il tema del rapporto tra politica e giustizia. Tanto che un suo oppositore, Edoardo Garrone, solo un anno fa l’aveva accusato di aver fatto poco in materia e invece «la giustizia interessa molto gli imprenditori». Ma stavolta D’Amato non ha cercato ripari e ha detto come la pensa. Anche a costo di passare per un paladino del Cavaliere. Scioccando i tanti che in sala ricordavano quel Masaniello che guidava i Giovani Imprenditori alla fine degli anni ’80 e nei convegni confindustriali prendeva di petto Giulio Andreotti, chiedeva di tagliare con l’accetta i nodi tra politica ed economia e sollecitava addirittura una riforma elettorale.
di DARIO DI VICO
Corriere della Sera
23 maggio 2003
L'ABC della democrazia
di Barbara Spinelli
COMINCIANO a fare una certa impressione, i terremoti che il presidente Ciampi provoca ormai sistematicamente con gli appelli contenuti nei suoi discorsi o nelle sue risposte ai giornalisti. Sono appelli a principi fondamentali del convivere civile, che in una democrazia sviluppata vanno generalmente da sé. I Capi di Stato o i monarchi li evocano di tanto in tanto perché così ordinano la tradizione, l’etichetta, e il prestigio connesso alla natura morale del loro magistero. In alcuni momenti difficili questi appelli si fanno più intensi, ma i momenti sono scelti con sobria sapienza e senso del risparmio verbale.
Invece in Italia è oggi tutto diverso: ogni giorno, ogni ora il Capo dello Stato è chiamato a recitare il decalogo che fonda la democrazia, come se si trovasse di fronte a edifici in rovina. Deve ricordare a tutti che «in democrazia è indispensabile il rispetto reciproco», che «la collaborazione non esclude ma richiede un dibattito forte e schietto», che stampa e televisione devono essere libere di criticare, che i giudici obbediscono solo alla legge. E ancora: che le contrapposizioni sono lecite ma non devono superare il limite del rispetto dovuto alle «opinioni altrui: anche le opinioni diverse, profondamente diverse dalle nostre». Che le opposizioni e minoranze devono avere un ruolo riconosciuto, e uno statuto. Queste cose, in una democrazia sviluppata, fanno parte degli esordi: sono lo strato primitivo della sua geologia. Sono spiegate nelle sue scuole elementari, nei suoi giardini di infanzia. Non si rompe il giocattolo del vicino perché è più bello. Non si sputa né sul compagno né sulla maestra né sul bidello. Non si ruba e non si traduce l’invidia in odio. Imparate una volta, queste regole diventano leggi che si conoscono a memoria. Ciampi non ha dunque torto, quando al giornalista accalorato replica: «Ma quale terremoto? Io cerco solo di portare un po’ di tranquillità».
Eppure ogni volta è scossa tellurica, quando il Presidente evoca le norme imprescindibili della disputa politica, e prima o poi verrà il momento di domandarsi perché. Perché questa singolare sensazione di trovarsi in un paese dove tutto ogni volta deve ricominciare da zero, come nelle nazioni appena uscite da guerre, carestie o dispotismi. Un paese che non vive nella sua tangibile realtà e nella sua storia effettiva, ma nel «come se». Come se fosse una dittatura, come se la Costituzione dovesse essere redatta per la prima volta dopo decenni di regime, come se le sue istituzioni giacessero, a pezzi, sotto bombardamenti. Di questi tempi abbiamo sentito parlare spesso di paesi simili: sono paesi come l’Iraq o la Russia, nei quali occorre ricostruire non solo la nazione e lo Stato ma la rule of law, l’imperio della legge. Nel linguaggio degli specialisti quest’opera di civilizzazione si chiama nation-building, riedificazione della nazione: in Italia siamo ancora a questo livello. Stiamo facendo nation-building, non diversamente dall’Iraq, e come il Presidente Karzai in Afghanistan Ciampi deve intervenire ogni giorno, per mettere pace tra i clan ed evitare che la società politica torni alla guerra permanente che caratterizza il primevo stato di natura.
Tra le varie ragioni di questo primitivismo politico, e del suo abnorme dilatarsi odierno, vorremmo citarne solo due. Primo: l’assenza o la carenza di un controllo sociale che selezioni e vagli in modo continuo i comportamenti: nel mondo delle istituzioni come in quello economico e scientifico. Un homo novus della politica come Berlusconi ha potuto compiere la sua ascesa senza che fossero prima vagliati la sua correttezza, il suo passato di cittadino e imprenditore, la sua effettiva indipendenza. Il processo contro la presunta sua corruzione dei giudici, risalente ai tempi in cui non era un politico ma un privato cittadino, avrebbe dovuto svolgersi prima che accedesse alle massime cariche dello Stato e non dopo, come si è unanimemente accettato che avvenisse. Lo stesso si può dire per l’esame critico del conflitto d’interessi.
Mancato all’inizio, il controllo sociale occorre adesso esercitarlo in vivo. L’intero ceto politico - e non solo il Quirinale - è chiamato a riportare ordine nel rapporto fra legge e cosa pubblica: sono chiamati gli oppositori ma anche gli alleati riformisti di Berlusconi, la stampa, la televisione. Altrimenti si accetta che la democrazia venga corrotta da dentro, sia riportata al grado zero, e si avalla la norma secondo cui un uomo privato può usarla piuttosto che servirla, una volta abbattute le prime barriere del controllo sociale e ottenuta l’acclamazione delle urne.
Quando Berlusconi si scaglia contro i giudici e li definisce golpisti e criminali, o quando accusa la stampa di tendergli «agguati», egli fa propria una concezione della democrazia che non conviene a nessuno, neppure a lui: se consiste solo nel verdetto degli elettori - verdetto che prevale su ogni altra cosa, compresi tribunali e imperio della legge - la democrazia può divenire facilmente dittatura della maggioranza. Qualsiasi controllo è inviso, tra due scadenze elettorali, se mette in causa quel primitivo verdetto di cui non si vuol vedere l’insufficienza. In particolare, sono invisi i controlli che più impauriscono i governi autoritari: la magistratura e l’informazione. La giustizia e il pluralismo d’opinione non sono più valori esterni al potere contingente, che perdurano anche quando i governi cambiano: sono oggetti di rissa politica, dunque sono valori mutevoli, sporadici, e mercanteggiabili.
La seconda ragione è la tendenza, vigorosa in Italia, alla smemoratezza politica. Qui si dimentica, ogni mattina, quel che si è detto la sera prima. Qui il logos comincia ogni giorno da capo, senza rapporto con la realtà e la storia ma con un rapporto tanto più forte con le convenienze del momento. Anche questo è caratteristico del nation-building successivo alle guerre o alle tirannidi.
Nei giorni scorsi, ad esempio, si è parlato molto di immunità per le cariche dello Stato o i parlamentari. Si è parlato dei danni inferti da Mani Pulite negli anni Novanta, degli eccessi di una parte della magistratura e dell’uso che la sinistra ha fatto di Tangentopoli. Si è parlato assai di meno di come la destra formatasi attorno a Berlusconi preparò oltre dieci anni fa il terreno per la rivoluzione giudiziaria italiana, di come la Lega e Alleanza Nazionale si trovarono allora ad attaccare, con virulenza estrema, chiunque criticasse il pool di Milano o consigliasse il ritorno alla protezione immunitaria delle cariche dello Stato.
C’è qualcosa di indecente, in quest’oblio sistematico di sé e di quel che si è detto pochi mesi o anni prima. Qualcosa che corrompe le menti di un’intera classe dirigente (politici e imprenditori, giornalisti e studiosi). Qui in Italia non si riscrivono solo la storia e le colpe passate. Qui si riscrive sfacciatamente la storia nel momento stesso in cui essa si fa. I moderati di destra, le persone indipendenti nel governo e nel parlamento non possono a lungo mortificarsi, in questo degrado del senso della verità. Se vogliono avere attorno a sé cittadini non primitivi, dovranno ritrovare un loro rapporto civile con la giustizia, la storia e la stessa verità.
Il male che affligge l’Italia non è solo la corruzione sanzionabile nelle aule giudiziarie. E’ la corruzione dei cervelli, è il guasto arrecato alla facoltà di ragionare, giudicare, ricordare. Magistrati e giornalisti non osano più parlare a chiare lettere, e lasciano questo compito ai giornali stranieri. All’Economist che giudica Berlusconi inadatto a guidare la presidenza dell’Unione Europa. Alla Frankfurter Allgemeine, che paragona la paura suscitata nei nostri governanti da magistratura e stampa alla paura provata dai dittatori. La corruzione dell’intelligenza e la primitivizzazione della politica conducono a guasti che sono poi difficili da sanare: al tumulto disordinato, o a un’obbedienza cieca verso il capo che svaluta la virtù stessa dell’obbedire e servire. I tedeschi danno a questa falsa docilità il nome di vorauseilende Gehorsamkeit: l’obbedienza che si affretta a precedere l’immaginato ordine del capo. La nostra televisione pubblica già si affretta - più ancora di quella posseduta in prima persona da Berlusconi - offrendo impropriamente la propria arena a imputati politici alle prese con la giustizia ordinaria: a Previti prima e a Berlusconi poi, rispettivamente a Porta a Porta e a Excalibur.
La democrazia è in pericolo quando l’autocensura interviene prima ancora della censura. Quando è costretta ad accordarsi intorno a leggi dell’immunità che si rivelano necessarie per proteggere molto più le maggioranze che le minoranze. Quando le maggioranze fingono di essere opposizioni, e i regimi si difendono dall’accusa di prepotenza lamentandosi di essere essi stessi vittime di un regime. Tutti noi - cittadini e giornalisti, politici e magistrati italiani - siamo a questo grado zero della cultura politica. Ed è difficile non provare una certa vergogna, quando Ciampi ci ricorda l’abbiccì della civiltà e ci tratta, di fatto, non già come adulti ma come scolari di un ineducabile, screanzato, vociferante giardino d’infanzia.
La Stampa
11 maggio 2003
L’ATTACCO ALLA CISL
I fischi a Pezzotta e i rischi di Epifani
di DARIO DI VICO
Si è ampiamente passato il segno. Ormai con cadenza quasi quotidiana la Cisl e il suo leader Savino Pezzotta sono oggetto di contestazioni, scritte intimidatorie e altre manifestazioni di ostilità. Di volta in volta gli autori cambiano. Il 25 aprile a Milano sono stati settori di Rifondazione a far partire i fischi, il 1° maggio ad Assisi l’iniziativa l’ha presa un gruppo di militanti della Cgil, a Lucca giovedì scorso è stata la volta degli operai metalmeccanici che avevano aderito a uno sciopero della Fiom- Cgil.
Le scritte sui muri della sede torinese della Cisl sono state firmate con la stella a cinque punte mentre l’ultima prodezza spray di ieri a Rimini («Pezzotta vai in fonderia») sembra essere stata opera di qualche delegato dei Cub presente in riviera per l’assemblea nazionale. Mettendo insieme questi semplici dati è facile concludere che non c’è un’unica regia, non c’è un luogo dove è stato deciso il varo di una campagna anti-Cisl, ma non per questo le preoccupazioni scemano. Anche perché le parole usate («Pezzotta venduto») sono le stesse gridate in piazza e vergate sui muri di Torino. Delegittimare il leader cislino è quindi un’operazione ad alto rischio, crea un bersaglio. Non basta che ci sia un capro espiatorio per scatenare la violenza ma per tutto quello che abbiamo studiato e appreso negli anni del terrorismo, sappiamo che non bisogna concedere spazi e alibi a nessuno.
Le intimidazioni contro Pezzotta accadono «dentro» una vicenda sindacale delle più complesse. Per la seconda volta è stato firmato un contratto separato dei metalmeccanici ed è alle viste il referendum sull’articolo 18. Le due questioni teoricamente sono indipendenti l’una dall’altra, ma nella realtà non è così. Sarà un caso eppure la decisione del governo Berlusconi di mettere mano allo Statuto dei lavoratori cadde proprio nel giorno (il 16 novembre 2001) in cui la Fiom-Cgil organizzava una manifestazione nazionale contro l’accordo separato del 2001. E oggi il sì al referendum appare l’unico sbocco politico, l’unica chance di rivincita che i metalmeccanici della Cgil hanno dopo il nuovo accordo separato. Insomma se c’è qualcuno che si illude di poter mettere tra parentesi il referendum - nel cui comitato promotore c’è, oltre a Fausto Bertinotti, anche la Fiom - si illude. La radicalizzazione del conflitto sindacale parte dalle fabbriche, si intreccia con la vicenda referendaria e rischia di fare prigioniero Guglielmo Epifani. Il segretario della Cgil ha scelto la logica dei due tempi: oggi mi divido dalla Cisl sull’articolo 18 e domani, dopo il responso delle urne, torno all’unità sindacale.
Ammesso che una manovra così spericolata sia possibile, un consiglio a Epifani lo si può dare. Per farla riuscire abbia, adesso e non dopo, la pazienza di spiegare ai suoi chi è davvero Savino Pezzotta. Tra gli ultimi segretari generali della Cisl il sindacalista bergamasco appare sicuramente il meno legato al Palazzo. Non è un animale politico come lo sono stati, invece, i suoi predecessori Franco Marini e Sergio D’Antoni. Chi conosce la storia della Cisl accosta la figura di Pezzotta a quella di Eraldo Crea, uno dei dirigenti degli anni di Pierre Carniti, personaggio al di fuori degli schemi. Figlio di un alpino che rifiutò di arruolarsi con i repubblichini, Pezzotta ha iniziato a lavorare a 12 anni e la sua militanza nella Cisl si è inserita in un mondo fatto di oratorio, Azione Cattolica, parroci antifascisti e vita spartana. Raccontano i suoi amici come il giovane Savino nei primi anni ’60 fosse persino incuriosito dal comunismo, andò a un comizio di Palmiro Togliatti e si sottopose persino alla lettura de «Il Capitale». Nel ’72 si è addirittura candidato con il Mpl di Livio Labor e oggi è impegnato attivamente nella promozione delle Ong, le organizzazioni non governative che si battono per la pace. Lo scorso autunno durante un incontro sindacale con il governo a Palazzo Chigi il segretario della Cisl si alzò in piedi e sillabò: «Sono contro la guerra. Per ragioni di principio e perché sarebbe un disastro economico». Silvio Berlusconi rimase di sale.
Questo, dunque, è Savino Pezzotta. Un sindacalista che, come sintetizza il suo amico Luigi Bobba che dirige le Acli, «si batte per evitare che il bipolarismo sgangherato della politica italiana si trasformi in un bipolarismo sociale». Più che riempito di fischi, forse andrebbe aiutato.
di DARIO DI VICO
Corriere della Sera
10 maggio 2003
GIUSTIZIA: BOSELLI ALL'ULIVO, PERCHÉ SERVE IL LODO MACCANICO
"Cari amici e colleghi, ci rivolgiamo a voi, in quanto segretari dei partiti dell'Ulivo, con grande preoccupazione per il rischio che uno scontro muro contro muro sul tema della giustizia produca almeno tre effetti disastrosi" È quanto si legge in una lettera inviata ieri dal presidente dei Socialisti democratici italiani Enrico Boselli ai segretari dell'Ulivo, per sostenere la validità della proposta Maccanico sulla sospensione dei processi a carico delle più alte cariche dello Stato, fino al termine del loro mandato. Gli effetti da evitare, scrive Boselli sono: "un ritorno indietro di dieci anni, a un clima di intolleranza; un bipolarismo non europeo, bensì nel peggiore stile sudamericano, dove maggioranza e opposizione, anziché legittimarsi, si delegittimano a vicenda; uno scontro istituzionale tra la politica e la magistratura con conseguente perdita di credibilità sia dell'una che dell'altra e con un colpo grave allo stato di diritto. Se è vero che ricade sul Presidente del Consiglio, sul Governo e sulla maggioranza la responsabilità di aver portato la situazione politica ad un punto di esasperazione e di rottura, è altrettanto certo che spetta anche all'opposizione contribuire alla tenuta del nostro sistema democratico. Crediamo - continua la lettera - che nell'opposizione questa nostra valutazione sia condivisa molto al di là dei nostri partiti. Riteniamo che nella maggioranza esistano forze consistenti disponibili a frenare la deriva in atto. Il problema non è di tecnica giuridica perché, se c'è la volontà politica di trovare soluzioni, come ad esempio il 'lodo Maccanico', le soluzioni si trovano. La volontà, per senso dello Stato, bisogna manifestarla chiara e forte, con la consapevolezza che l'opinione pubblica non vuole la politica delle risse e degli insulti, ma quella delle idee e delle proposte. Animati dallo spirito critico e autocritico che è necessario per trovare vie di uscita equilibrate, per fare politica anziché propaganda, vi invitiamo ad agire con il coraggio che la gravità della situazione richiede.
L'opposizione - conclude il leader dello Sdi - deve sviluppare una ragionevole iniziativa, tale da evitare la devastazione delle istituzioni. Deve essere chiaro che esiste un'opposizione matura che oggi, nella sua stragrande maggioranza, non vuole una scorciatoia giudiziaria, ma vuole seguire una via politica per contrastare il governo.
Roma, 9 maggio 2003