LA SINISTRA SI SFARINA
MIRIAM MAFAI 


DOPO mesi d´incertezza e esitazioni, ieri s´è saputo che Guglielmo Epifani intende proporre al Direttivo della Cgil di votare sì al referendum sull´art.18, un referendum che, nelle stesse parole di Epifani «divide anziché unire i lavoratori». Data questa premessa, del tutto ragionevole, la decisione di ieri appare assolutamente incomprensibile. O meglio si spiega solo come un cedimento alle spinte più radicali che vanno prendendo il sopravvento nella sua organizzazione.

Spinte che si accompagnano alla dichiarata ambizione di trasformare la stessa Cgil in autonomo soggetto politico, un´ambizione destinata a mutare profondamente la natura e il ruolo del sindacato.
Ma questa intenzione della Cgil è destinata a rendere ancora più confusa e difficile la situazione dei Ds, che finora non hanno ancora definito una loro posizione a proposito del referendum, incerti se votare sì, votare no, lasciare libertà di voto o addirittura promuovere l´astensione. Ognuna di queste soluzioni apre contrasti e polemiche all´interno dei Ds. Ma oggi, dopo la presa di posizione di Epifani e della Cgil la loro situazione si fa ancora difficile. Più difficile, forse impossibile, elaborare una posizione unitaria, condivisa da tutte le aree politiche, sociali e persino geografiche del partito. In Toscana e in Emilia, tanto per fare un esempio, un voto a favore dell´estensione dell´art.18 alle piccole e piccolissime aziende rappresenterebbe una rottura lacerante di quel sistema di alleanze che è stato costruito nel corso dei decenni e che fa, ancora oggi, la forza dei Ds.
In queste condizioni, divisi sulla posizione da assumere sull´art.18 altrettanto divisi nel giudizio sulla situazione internazionale (l´astensione responsabilmente decisa la scorsa settimana sull´invio degli aiuti umanitari in Iraq è stata duramente contestata da Cofferati) la crisi dei Ds, non può che aggravarsi. Il tessuto che dà forma e sostanza a un partito, fatto di comunanza di storia e di esperienze, di riconoscimento dei gruppi dirigenti, di concorde se pur faticosa elaborazione di nuove posizioni, questo tessuto è stato sottoposto a troppi strappi e appare ormai irrimediabilmente logoro. La estenuata pazienza di Fassino, la aggressiva intelligenza di D´Alema, la elegante prudenza di Veltroni non riusciranno, temo, a tenere insieme ancora a lungo i Ds. Il partito infatti è lacerato non solo da serie divisioni politiche ma anche da rivalità personali e sospetti che arrivano a mettere in dubbio non solo le scelte ma la moralità politica dell´avversario. Sono rivalità e sospetti che nessuno riesce più a controllare e nascondere e che rischiano di rendere impossibile la convivenza sotto lo stesso tetto.
Un partito che su due nodi programmatici essenziali (politica estera e politica del lavoro) non riesce ad assumere, in modo autonomo, una posizione chiara, rinuncia di fatto a cercare e organizzare sugli stessi punti il consenso della propria base e della pubblica opinione. Ma in queste condizioni un partito inevitabilmente rischia di smarrire la sua funzione e il suo ruolo, di diventare subalterno ad altre forze ed altre spinte culturali politiche ed ideali. Sia quando si parla di pace, sia quando si parla dell´art.18.
Ma ciò non significa ancora che sia prossima una scissione. Spinte in questa direzione si manifestano, senza dubbio, in alcuni settori della minoranza (o meglio di quella che è uscita come minoranza dal Congresso di Pesaro). Lo provano le impazienze e le invocazioni alla scissione che in questi giorni si esprimono liberamente sul sito web di Aprile. Ma i leader del "correntone" non hanno fretta. La loro linea sembra piuttosto quella di "sparare sul quartier generale" (per usare una vecchia parola d´ordine maoista) logorandone pazienza e resistenza. La maggioranza morde il freno, scalpita ma non può certo promuovere o provocare la rottura.
Niente scissione. Per ora. Poi si vedrà. Forse al posto della scissione dovremo prepararci ad una sorta di sfarinamento, un venir meno delle ragioni dello stare insieme, una perdita di vitalità e di alcuni pezzi dell´organismo-partito. In ambedue i casi, scissione o sfarinamento, dovremmo registrare il fallimento dell´operazione che venne avviata più di dieci anni fa, e che venne condotta avanti da Occhetto, poi da D´Alema, poi da Veltroni e infine da Fassino, con l´obiettivo di salvare, trasformandola, una parte vitale della sinistra italiana.
Ma se le ambiguità e incertezze dei Ds sono state finora la ragione essenziale delle difficoltà della coalizione di centrosinistra, vale la pena di chiedersi, oggi, se una loro crisi definitiva (scissione o sfarinamento) non possa invece mettere in moto un meccanismo positivo di riorganizzazione della coalizione. Lungo diverse coordinate o clivages più corrispondenti alla realtà attuale del nostro paese.

la Repubblica 
24 aprile 2003 


L’antica suggestione del Partito democratico. Ma quello di Salvati sembra il Partito Frankenstein 

di Claudio Martelli

Nei lontani anni Ottanta, cercando ciò che poteva unire e rinnovare la sinistra, argomentai l’idea di un Partito democratico, espressione politica dell’alleanza riformatrice tra il merito e il bisogno. Bettino Craxi, osservando che una simile prospettiva sarebbe rimasta aleatoria senza un solido ancoraggio internazionale, propose la trasformazione dell’Internazionale Socialista in Internazionale Democratica, aprendola ad altre forze progressiste non socialiste, quali per esempio il Partito democratico americano. I socialisti europei non si lasciarono sedurre e, dopo il 1989, cioè dopo il crollo dei regimi filosovietici, Craxi ritornò, con la proposta dell’unità socialista, nell’alveo dell’ortodossia socialista. 

Negli anni Novanta, è stato Romano Prodi a riproporre l’antica suggestione in una declinazione tesa a superare le contrapposizioni tra laici e cattolici e tra centro e sinistra. Neppure così la proposta ha fatto strada, surclassata dalla teoria e dalla prassi dell’Ulivo - cartello di moderati e antagonisti, riformisti e massimalisti - che ha travolto il governo Prodi ed è precipitato verso tre successive sconfitte elettorali. Due anni di opposizione non gli hanno giovato. Reagendo all’usura e alle incertezze dei gruppi dirigenti, si sono sprigionati movimenti che hanno riempito il vuoto di elaborazione dei partiti facendo il pieno di contestazione. No–global, pacifismo, giustizialismo girotondino, aggressivo conservatorismo sindacale hanno preso il sopravvento, incontrando flebili resistenze non solo nei riformisti diessini ma anche nei moderati della Margherita. 

Nell’attesa del ritorno di Romano Prodi da un’esperienza europea segnata da grandi traguardi ma anche da laceranti divisioni su pace e guerra, Francesco Rutelli e Piero Fassino - penelopi del centrosinistra - dedicano le loro energie a tenere insieme tutti i pezzi di un puzzle che non ha altro disegno che l’avversione a Silvio Berlusconi. Il prezzo pagato all’unità è la paralisi o il cedimento alle posizioni estreme, come si è visto e si vede in materia di articolo 18 e di referendum, ma anche nelle capricciose incoerenze che fanno dire no alla guerra persino in presenza di un avallo dell’Onu, ma anche negare aiuti umanitari al popolo iracheno senza il consenso ONU. 

Chi voglia un esempio delle contorsioni cui si costringe una persona per bene come Piero Fassino, per tenere insieme una simile Babele, compari la sua relazione e le sue conclusioni alla recente Convenzione programmatica dei Democratici di sinistra o, anche, la sua ultima sintesi dell’alleanza di centrosinistra: “Dobbiamo costruire un Ulivo flessibile a più velocità capace di consentire a quelli che vogliono andare avanti di farlo, senza però perdere l’articolazione più complessiva”. Poiché l’epicentro della confusione paralizzante è nei Ds, è logico che ai Ds si rivolgano tanto gli inviti all’unità in nome della salvezza del partito quanto gli inviti a separazioni chiarificatrici in nome di una politica. Sennonché, anche tra coloro che propendono ormai per il divorzio da compagni con i quali avvertono insuperabili incompatibilità onde convolare a nuove nozze con alleati affini, affiorano divergenze, ruggini, e isolotti di ostilità. 



Politologia e chirurgia E’ il caso dei recentissimi interventi di Giuseppe Caldarola e, sul Foglio, di Michele Salvati. Agli argomenti del primo per giustificare il divorzio dalla sinistra antagonista, il secondo ha risposto con un rilancio spropositato: separarsi da chi la pensa diversamente non è sufficiente, bisogna anche proscrivere dalla guida del nuovo partito anche Massimo D’Alema e Franco Marini e Giuliano Amato, perché in passato “furono piuttosto tiepidi nei confronti dell’Ulivo”. Questo fulgido esempio di tolleranza è solo il coronamento di una procedimento dissezionatorio e di un’ars combinatoria – un pezzo dei Ds, tre quarti di Margherita, un po’ di Sdi - che sposa gli schemi della politologia con la tecnica chirurgica del dottor Frankenstein: si fa l’autopsia del cadavere dell’Ulivo, si gettano le parti malate, si estraggono organi e membra utilizzabili, li si ricompongono in un corpo, si dà la scossa elettrica et voilà il mostro, pardon, il Partito democratico! 

Salvati non dice a cosa servirà, ma nello stile “I hade a dream” annuncia che finalmente potranno “sedersi accanto” l’indimenticabile eroina della corrente del Golfo, Rosa Russo Jervolino, e Nicola Rossi, Lapo Pistelli e Claudia Mancina, Natale D’Amico e Marina Magistrelli, bontà sua, aggiunge “…e via seguendo” e qualifica tutti “rappresentanti di grandi tradizioni riformiste che si sono venute moderando o che già erano moderate”. Se questo è il progetto non è difficile prevedere che fine farà. 

IL FOGLIO 
domenica 13 aprile 2003 


Il pacifismo non ha aiutato l’Ulivo
MAGGIORANZA
MINORANZA

Sondaggio: dopo la guerra, in crescita i giudizi positivi sul governo


Malgrado la straordinaria estensione del movimento per la pace, la vicenda dell’attacco all’I- raq non sembra, sin qui, aver giovato all’opposizione, almeno sul piano dell’immagine. Naturalmente molti effetti della guerra in Iraq sugli orientamenti dei cittadini saranno percepibili e valutabili compiutamente solo in futuro. Per lo più nel medio periodo e, forse, in parte, in occasione delle prossime elezioni amministrative. Per esempio, il «movimento per la pace», pur avendo subito, dopo la fine del conflitto, una significativa e continua erosione, ha sicuramente contribuito a formare (e, in certi casi, a modificare) la cultura politica di una porzione di elettorato, specie tra i più giovani. Almeno un effetto della guerra, però, è registrabile già ora: si tratta, dopo mesi di trend piatto o in ribasso, di un forte incremento di quanti esprimono una valutazione positiva per l’operato del governo. 
Subito dopo il termine del conflitto, la percentuale di giudizi favorevoli ha visto un rialzo di più di cinque punti. La crescita più consistente proviene, non a caso, dai settori che più di altri avevano manifestato perplessità sul comportamento del governo in occasione della guerra. E che, a torto o a ragione, hanno valutato l’esito del conflitto più rapido e meno costoso (in termini di vittime e disagi) di quanto essi stessi si aspettassero. E, di conseguenza, hanno mutato la loro opinione al riguardo proprio negli ultimi giorni. 
Ma le differenziazioni più rilevanti nel giudizio sull’operato del governo sono naturalmente quelle legate all’orientamento politico. L’elevato incremento di fiducia da parte degli elettori di centrodestra era forse scontato. Ma è assai meno ovvio il fatto che si registri una crescita di consensi per l’esecutivo (sia pure di entità più modesta) anche fra i votanti per i partiti del centrosinistra. Il fenomeno è correlato col (o forse addirittura è dipendente dal) calo di giudizi positivi per il comportamento delle forze di opposizione. Che vedono così aumentare la loro distanza dal governo in termini di valutazioni degli elettori. Ma che (questo è l’elemento più significativo) subiscono un’erosione di consensi in misura proporzionalmente maggiore dal loro stesso elettorato, in particolare dalla componente dei Ds. 
Proprio dai votanti per la maggiore forza politica della sinistra provengono le critiche mediamente più severe verso l’operato dell’opposizione nell’ultimo mese. I rilievi emersi sono assai diversi, talvolta anche in contraddizione fra loro. Ma l’elemento di insoddisfazione più citato, comune a quasi tutti gli intervistati del centrosinistra, non riguarda tanto l’una o l’altra posizione assunta in questo periodo, quanto la disunità delle forze di opposizione. È una nuova espressione dell’insofferenza crescente dell’elettorato del centrosinistra per la litigiosità interna della sua coalizione. Che pare avere avuto sin qui conseguenze sull’atteggiamento generale degli elettori ma non (ancora) sul piano delle intenzioni di voto. E che costituisce il segnale di un disagio latente che i leader del centrosinistra non dovrebbero sottovalutare. 
Subito dopo il termine del conflitto i pareri favorevoli sull’esecutivo hanno visto un rialzo di più di cinque punti 
L’insoddisfazione tra gli elettori del centrosinistra per la disunità e la litigiosità della propria coalizione 

Corriere della Sera
20 aprile 2003 


Né programma né linea politica 

Non mi è chiaro quali fossero gli obiettivi che lo stato maggiore DS si riprometteva dalla frettolosa convocazione di una Convenzione programmatica a Milano nei giorni 4, 5 e 6 di aprile.

Non il programma - o il contributo al programma dell'Ulivo- perché chiunque si sia dato la pena di leggere i testi può constatare quanto "leggero" - ed anche datato- sia risultato lo sforzo. 
Quella dei programmi - ed ancora più dei "progetti"- è una brutta storia in casa DS, così brutta da aver stancato ed allontanato uno come Giorgio Ruffolo che ostinatamente - ed a mio avviso a ragione- crede alla forza ed alla necessità dei progetti, sia perché costringono a piegarsi sulla realtà, a riflettere su quel che è cambiato e su quel che "deve" cambiare, sia perché i partiti - e più in generale le aggregazioni politiche- non vivono senza una prospettiva ed un disegno, soprattutto da quando l'ideologia è morta.
Nei DS di tutto ciò non c'è traccia.
Morta la vecchia fede- una ideologia totalizzante come nessuna - si tende a vivere alla giornata, naturalmente con continue dichiarazioni sull'importanza dei programmi, che tanto poi non vengono elaborati ( magari vengono scritti, tanto qualche "chierico" volenteroso lo si trova sempre.)

Ma la convenzione di Milano non era stata immaginata in funzione del programma.
Doveva, più semplicemente, servire a "fare propaganda", a mostrare che programma e progetto c'erano, a comunicarlo alla società italiana, a mobilitare la base e quant'altro sta negli usi e costumi di un partito dalla antica sapienza propagandistica.

Ma…., e qui casca l'asino, una organizzazione propagandistica postula alcune condizioni, di ampiezza e di unità, che si sono manifestate carenti.
L'ampiezza: non basta esibire intellettuali e personalità - ma come era più bravo a farlo il PCI!- occorre mostrare anche che il profilo del partito - non più comunista- è profondamente cambiato.
Invece…nessuno che non abbia frequentato le Frattocchie fa parte dello stato maggiore allargato del partito, e nessuno quindi dei non-PCI ha un minimo di autorità nei DS.
Stavolta la cosa è stata addirittura più evidente che a Pesaro, al Congresso, e neppure le "ombre" di quelli che furono dirigenti politici laici e socialisti si sono viste.

L'unità: per fare l'unità, almeno quella necessaria alla propaganda, non si può oscillare continuamente tra dichiarazioni di pluralismo e minacce di scomunica, predicando il libero confronto delle idee e praticando il centralismo burocratico, anche perché c'è nei DS un signore -Sergio Cofferati- che sa bene la sorte riservata a chi non viene dalla gerarchia di partito e che non ha la minima voglia di fare…il sindaco di Ameglia.(come toccò a Lama)

Fassino può fare tutti i tentativi di accordo che vuole con una parte dell'apparato "di sinistra", ma non va da nessuna parte se non affronta - se può farlo- la questione di un partito radicalmente diverso e senza proprietari.
Lo ha un po' detto - e vedremo cosa potrà significare, Bersani, che ha concluso che senza uno sforzo di ben altra dimensione i libri di storia probabilmente riporteranno che il più grande partito comunista dell'occidente non era mai riuscito a diventare un partito della sinistra democratica.

Se questo vale per quelle forze - mi riferisco a Cofferati ed ai suoi- da cui mi dividono molte opinioni, vale a maggior ragione per quanti -orgogliosamente socialisti riformisti- non sono disponibili nei DS a farsi esibire a comando a riprova di un pluralismo di là da venire.
La convenzione programmatica si è così conclusa senza programma e senza la sperata operazione propagandistica, con la stampa che ha impietosamente evidenziato limiti ed errori.

Non sempre in politica l'eccesso di furbizia paga. 

Mario Artali 
9 aprile 2003


FASSINO : C'è sempre un Mugello nel futuro dei diessini

C'è sempre un Mugello nel futuro della sinistra post-comunista italiana. Un confronto da fare, un dibattito da continuare. C'è sempre un abbraccio fraterno da esibire al mito dell'unità, una commozione profonda da dedicare al rito dell'unità. Dopo la Convenzione dei Ds a Milano, conclusasi secondo il tradizionale stilema giornalistico della tregua armata, si potrebbe facilmente far ricorso alle armi del sarcasmo o a quelle dell'ipocrisia. Sfottere Fassino perché invece di alzare il profilo riformista ha alzato solo la voce, o domandarsi stupiti come fa l'Unità perché non si faccia la pace, dopo aver impegnato tutte le proprie risorse a fare la guerra al gruppo dirigente.
Ma noi siamo degli originali, e vorremmo provare invece a capire che cosa sta tentando di fare Fassino. Alternando schiaffoni e carezze ad Aprile, il segretario dei Ds sta cercando di arrivare a maggio. Cioè alle elezioni amministrative. Il Botteghino è convinto di poter voltare lì il capo di buona speranza. Un buon successo, seppure parziale ma possibile e perfino probabile, metterebbe il segretario in posizioni di forza per affrontare il nodo della dissidenza interna. Quindi, per il momento, bastone e carota. E, soprattutto, lasciare nelle mani degli altri il cerino scissionista. Non c'è niente che faccia più effetto nella base diessina dell'appello all'unità. Infatti il correntone non se la passa bene da qualche settimana, e al suo interno gente come Veltroni e Bassolino fa di tutto per non tagliare i ponti già danneggiati del dialogo interno.
Certo, quello di Fassino non è un gran navigare. Ogni tanto la bussola del riformismo impazzisce sotto le convulsioni della dialettica interna. Il gruppo dirigente resta a sovranità limitata. Una ripresa elettorale alle amministrative non dirà molto sulla ripresa politica dell'opposizione. E dopo maggio ci sarà giugno, ossia il referendum. Ma il problema dei Ds sembra essere, al momento, primum vivere. Il punto è che per vivere un partito deve anche pensare ed agire. Cosa che a qualsiasi organismo vivente risulta difficile se è spaccato in due. 

EDITORIALE de 
"Il Riformista" (www.riformista.it)
8 Aprile 2003


OCCASIONE PERDUTA

La conferenza programmatica è stata un'occasione perduta. Non si poneva obiettivi ambiziosi, cioè non si trattava di adottare il programma fondamentale per il XXI^ secolo, ma di dare un contributo ai prossimi appuntamenti dell'Ulivo. Come ben si sa, malgrado l'enfasi, comune anche a Cofferati, con cui si parla dell'Ulivo il suo orizzonte non è epocale, ma è costituito dalle elezioni nazionali del 2006, neppure da quelle europee del 2004, che svolgendosi con la proporzionale vedranno i partiti del centro sinistra ciascuno per conto proprio. Malgrado la modestia dell'obiettivo è tempo sprecato parlare di programmi, che nel migliore dei casi restano patrimonio della commissione che li ha redatti, se non dell'estensore finale, come è più volte capitato al pur ottimo Ruffolo e come capiterà all'eccellente Bruno Trentin. Si pone a capo della commissione un compagno autorevole e non controverso, di alta levatura morale ed intellettuale ed il gioco è fatto. Tuttavia i documenti, che non sono discussi mesi e mesi nelle unità di base e nelle autonomie tematiche e, perché no?, nelle associazioni di tendenza e che alla fine non sono sottoposti ad una approvazione formale con possibilità di emendare la bozza licenziata dalla Commissione redigente, sono, per dirla con Ernesto Rossi, aria fritta. Si poteva comprendere il compromesso per mantenere aperto il clima unitario, consacrato dal voto senza sbavature dei gruppi parlamentari DS e Margherita nell'infelice episodio delle tre risoluzioni del centro-sinistra sulla pace e sulla guerra in Irak. Tale compromesso ha perso molto del suo significato di fronte al problema posto da Fassino dei rapporti tra maggioranza e minoranza e della incompatibilità con la disciplina di partito (le cui norme non sono mai state adottate dopo il congresso di Pesaro) l'appartenenza ad altre associazioni, che prevedano vincoli di fedeltà.
Pur non essendo nominato tutti hanno capito che lo strale o siluro era lanciato contro Sergio Cofferati, che la settimana prima era stato nominato copresidente di Aprile, l'associazione di riferimento della minoranza congressuale di Pesaro. Appare evidente che a quel punto del programma non si è parlato più: si era creato un fatto politico e mediatico ben più rilevante.
La chiusura di Fassino è stata poi corretta, più nella forma che nella sostanza (ma in politica la forma è rilevante) da Bersani e tralasciata da D'Alema. Per un osservatore esterno agli organi dirigenti appare quantomeno curioso che l'autonomia di Fassino si sia espressa su una questione così rilevante senza una consultazione con il Presidente del Partito, quando alla vigilia i rimproveri a Fassino da parte della sua maggioranza erano di segno opposto, cioè essere troppo tollerante nei confronti delle iniziative esterne di Aprile.
I DS sono un partito membro del PSE e dell'Internazionale Socialista, ma psicologicamente ed emotivamente un partito bolscevico, nel senso letterale del termine russo, cioè retto dal principio maggioritario, che scomparsa l'ideologia comunista si è ridotto ad un riflesso pavloviano. Un Partito incapace di gestire il conflitto e di assumere le differenze come una risorsa per ampliare la sfera di influenza e non come un problema statutario o disciplinare.
In tutta onestà non si può escludere che a ruoli invertiti non si produrrebbe lo stesso clima bolscevico, con altri nel ruolo del procuratore Vischinzkj. Un'estraneità ancora forte al socialismo europeo da parte della platea la si è avvertita durante l'intervento di Pietro Folena, l'unico con espresso riferimento ai problemi attuali della socialdemocrazia e senza il timore di usare la parola stessa. Su altro versante da apprezzare l'intervento di Michele Salvati, per cui sarebbe più utile per il Partito confrontarsi su opzioni chiare invece di ricercare mediazioni a priori, che saltano per una frase infelice od un aggettivo non meditato.

Felice Besostri
condirettore dell'Avvenire dei Lavoratori, Zurigo
8 aprile 2003


IRAQ: BOSELLI (SDI), SADDAM DEVE PERDERE LA GUERRA E BUSH LE ELEZIONI

"Da quando è scoppiata la guerra - afferma il presidente dello Sdi Enrico Boselli - il governo si nasconde alzando una cortina fumogena fatta di polemiche con le posizioni più estreme e radicali al fine di mascherare quella che è la questione di fondo: l'appoggio politico dato alla guerra unilaterale senza l'avallo dell'Onu. Ciò è avvenuto perché questo governo sa di avere un'opinione pubblica che non sposa l'antiamericanismo ma è in larghissima parte contraria ad una guerra senza l'Onu. Anche io mi auguro che Saddam perda la guerra ma mi auguro anche che Bush perda le prossime elezioni".

Roma, 26 marzo 2003

IRAQ: BOSELLI, NON SI POSSONO RINCHIUDERE I MILITARI USA NELLE BASI

"Non capisco - afferma il socialista Enrico Boselli - né tutto lo scandalo che è stato sollevato sulla dislocazione in Iraq di un contingente militare americano da una base Nato in Italia né tanto meno il balbettio con il quale il governo non ha saputo neppure spiegare ciò che è avvenuto. Dovrebbe essere evidente a tutti che qualsiasi forma di dissenso espressa da un Paese della Nato nei confronti dell'intervento militare americano non può impedire una diversa dislocazione delle forze statunitensi da un luogo all'altro. Altra cosa sarebbe se dal nostro Paese partisse una vera e propria operazione come avvenuto con l'Inghilterra con i B52 per andare a bombardare l'Iraq. In questo caso vi sarebbe stato un sicuro e inaccettabile coinvolgimento bellico. Ammesso pure che l'Italia avesse votato una mozione nella quale si fosse detto chiaro e tondo che gli Stati Uniti non potevano utilizzare le basi Nato in Italia - continua Boselli - non si sarebbe potuto impedire un trasferimento di mezzi e truppe sul teatro di guerra. Le forze armate americane, è perfino ovvio ricordarlo, dipendono dal governo degli Stati Uniti e non possiamo rinchiuderle nelle basi Nato. L'idea di mettere sotto assedio, bloccando addirittura il transito in uscita dalle basi, è contraria non solo alla nostra appartenenza alla Nato ma anche al buon senso. E infatti non lo fa nessun governo alleato degli Stati Uniti sia che sostenga la coalizione anti Saddam sia che abbia considerato illegittimo l'intervento. Tutto questo clamore -conclude il presidente dello Sdi - finisce solo per coprire la grave responsabilità che il governo Berlusconi si è assunto nell'appoggiare una guerra unilaterale senza l'avallo dell'Onu".

Roma, 27 marzo 2003


RIBALTONI. PERCHÉ L'ULIVO STA RISCHIANDO DI PERDERE IL POLSO DEL PAESE

Quell'Italia pacifica ma non pacifista

Massimo D'Alema ha detto qualche giorno fa che il governo non rappresenta più la maggioranza degli italiani. Forse sì, forse no. L'opinione pubblica è mutevole, e molti indizi suggeriscono che sta mutando. Pur restando fondamentalmente contrari alla guerra, gli italiani - secondo le rilevazioni di Mannheimer sul Corriere - cominciano a dire un paio di cose non proprio di sinistra: che gli Usa restano nostri alleati e dunque meritano diritto di sorvolo e uso delle basi; e che sarebbe meglio se vincessero. 

Dal canto suo Roberto Weber, dell'istituto Swg, ha sostenuto ieri sul Riformista che «gli ultimi giorni sono stati una bella boccata d'ossigeno per Berlusconi», che era costantemente in calo nei sondaggi da settembre.

Quando il gioco si fa duro, è normale che la pancia moderata di un paese si raccolga sotto le rassicuranti insegne di chi è al governo. Per riconquistarla dopo una difficile frattura - e la fase precedente allo scoppio delle ostilità è stata un calvario per tutti, a partire da Bush - i leader hanno due strade. La prima è quella di andare contro vento, di bolina, per raggiungere al più presto la boa; la seconda è quella di mettersi al lasco, col vento in poppa, andatura meno briosa ma più tranquilla. Indole personale e prerogative istituzionali hanno spinto Blair alla bolina e Berlusconi al lasco. Il premier inglese ha ritrovato la maggioranza (56% nell'ultimo sondaggio), quello italiano forse non l'ha mai persa.

Benché i sondaggi non siano tutto in materia di pace e di guerra, quando sono in gioco scelte etiche e geostrategiche di enorme rilievo, sarebbe bene che l'opposizione italiana riflettesse su questi spostamenti, rinunciando alla ingenua speranza di trovare in Iraq il filo smarrito alle elezioni. Se lo farà, si accorgerà che sta pagando ancora una volta la sua paura di vincere. La sua incapacità di vincere.

Fino a qualche settimana fa, infatti, l'Ulivo rappresentava davvero il volere della maggioranza degli italiani: star fuori dalla guerra. Andare anche in piazza perché non ci fosse. Dare una mano a chi, per varie e spesso non nobili ragioni, tentava di impedirla nei fori internazionali (pare che nei cortei pacifisti francesi si gridi «vive la France»). 

Da quando l'Italia è rimasta fuori dalla guerra, le cose sono cambiate. Gli italiani sono un popolo pacifico, non pacifista. L'opposizione, invece di certificare davanti all'opinione pubblica che Berlusconi - sotto la tutela di Ciampi - aveva ceduto alla pressione, ha respinto la palma della vittoria per inseguire una potenziale sconfitta. Ha tentato di trasformare un moto di opinione contro la guerra in un moto d'opinione contro gli Usa, presentati come aggressori cui nemmeno un vagone ferroviario doveva essere concesso. Ha tentato di trasformare l'Iraq in un Vietnam. Ha tentato di proseguire la mobilitazione con l'obiettivo di fermare i marines, cioè di consegnare la vittoria a Saddam. Soprattutto ha smarrito la sua dimensione politica per sciogliersi nel movimento. 

Con effetti al limite della pochade, come la doppia manifestazione di sabato. Senza capire che l'obiettivo numero due di chi muove il movimento è la leadership dell'Ulivo (il primo è Bush). Più la sinistra si radicalizza, più si imbertinotta. L'avvio delle ostilità ha cambiato radicalmente il campo di gioco. Prima si fronteggiavano due squadre: quella di Bush e quella di Chirac. Oggi è Bush vs. Saddam. La maggioranza silenziosa, in un paese come l'Italia, sta naturaliter con Bush. E' dentro quella metà del campo che va quindi giocata la partita. La sinistra italiana avrebbe un ruolo da svolgere. Per porre il problema del diritto dentro la guerra, oltre che della guerra, come ha scritto ieri Barbara Spinelli; cioè per un uso politico e non apocalittico della forza militare. E per dare forza all'ala sinistra di quel campo. A guerra finita - e in base a come andrà - si deciderà se il mondo prossimo venturo sarà quello di Richard Perle, che già punta a un regime change in Iran e Siria, o sarà quello di Blair, che già vorrebbe tornare all'Onu per una seconda risoluzione che garantisca un'amministrazione multilaterale dell'Iraq e del suo petrolio. 

Ala destra e ala sinistra del campo alleato. E' lì in mezzo che l'opposizione ha qualcosa di utile da dire, e che lo Berlusconi sfasciatutto di Bruxelles le lascia qualcosa da dire. Assaltare pompe di benzina è meno urgente, soprattutto mentre muoiono i marines. 

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EDITORIALE del 24 Marzo 2003


Se un solo paese governa la guerra e la globalizzazione
La crisi irachena ha portato a galla una questione latente: laleadership del mondo nell´attuale modello economico
La "formula" ha funzionato fino agli Anni ´80 poi, esportata a livello globale, si è inceppata, ampliando le ineguaglianze

di GIORGIO RUFFOLO


Ormai è chiaro. Guerra o non guerra, la crisi irachena, di per sé relativamente secondaria, ha fatto precipitare una molto più vasta crisi latente: quella del governo mondiale. È venuta allo scoperto la questione della leadership del mondo nell´era della globalizzazione. Se debba essere affidata esplicitamente a una Superpotenza o debba essere gestita, in qualche modo ancora indefinito, da qualche forma di governo multilaterale.
Questa questione se ne porterà appresso, fatalmente, un´altra, che scoprirà una seconda crisi latente: quella del modello economico mondiale. Quale sarà il modello di sviluppo dominante nell´era della globalizzazione? La questione del chi governerà il mondo, non può esser a lungo separata, è evidente, dalla questione del come. Ambedue son giunte a un nodo storico, all´inizio di questo secolo.
Dalla fine della II guerra mondiale a oggi, non ci sono dubbi: il modello economico mondiale dominante è stato quello del capitalismo democratico. Dominante e trionfante addirittura, se qualcuno ha potuto pensare che fosse ormai l´ultimo e definitivo e ormai irreversibile: la fine della storia. Un modello che ha assicurato, sia pure attraverso tutte le tensioni e disparità, un progresso generale della prosperità mondiale ineguagliato nel tempo. Che ha sconfitto "alla grande" il solo modello alternativo che gli si sia opposto: quello del socialismo autoritario. Che ha costituito il riferimento egèmone per quasi tutto il mondo non occidentale.
Il nucleo essenziale, la "formula" di questo modello è il binomio crescita-mercato: la crescita economica assicurata dal meccanismo del mercato, operante ormai a livello globale. Nei primi 30 anni dopo la guerra, questo binomio ha funzionato bene nei paesi capitalistici avanzati: non solo assicurando l´aumento costante della produzione e della produttività dei beni "privati"; ma anche, in misura minore eppur sostanziale, la riduzione delle disuguaglianze e l´espansione dei beni e dei servizi sociali. Ciò, grazie all´azione compensatrice e riequilibratrice, rispetto al mercato, di due grandi forze democratiche: quella dei sindacati e quella dello Stato nazionale. Tutto ciò è durato fino agli Anni '70 del secolo scorso. Ed è sembrato che questa formula potesse essere progressivamente estesa a tutto il mondo, superando il grande varco del sottosviluppo.
Negli Anni '80, gli anni dell´esplosione della globalizzazione, questa formula, questo "motore", ha cominciato a girare al contrario. La globalizzazione ha paralizzato la forza dei sindacati e indebolito quella degli Stati, annullando la loro azione riequilibratrice e compensatrice. E quindi, il nesso tra crescita economica e sviluppo sociale s´è dissolto. La crescita mercatistica si è tradotta in aumento delle disuguaglianze, a causa del crescente squilibrio nei rapporti di forza tra capitale e lavoro; e in impoverimento dei beni sociali, a causa del crescente assorbimento di risorse da parte delle imprese, coinvolte nella corsa senza traguardo della competitività mondiale.
Ma allora - ecco la causa generativa della prossima crisi – che senso, in termini propriamente filosofici, assume la crescita? Se non produce più "felicità pubblica" nei paesi capitalistici avanzati? Se cessa di essere un modello di riferimento per quelli, come si dice eufemisticamente, "in via di sviluppo"?
Se il Pil, metro della crescita, aumenta, ma aumentano contemporaneamente le diseguaglianze e si impoverisce la dotazione dei servizi sociali, l´equazione crescita economica=sviluppo sociale cessa di essere vera. È proprio ciò che è accaduto a partire dagli Anni '80. Non solo: al deperimento della coesione sociale si è aggiunta la consapevolezza dei guasti ambientali di questo tipo di crescita, dei danni irreversibili che essa provoca all´ambiente ecologico dell´umanità (non alla Terra, alla mitica Gaia, che può benissimo fare a meno degli uomini). Ora, ripeto: che valore, che senso, che significato ha una crescita economica che riduce la sostenibilità ambientale e la coesione sociale della società umana?
Se questo modello economico dominante produce questi risultati disgreganti, logica vorrebbe che ci s´orientasse verso un modello aggregante ed equilibrato: il quale è possibile, solo che si ripristinino quelle forze equilibratrici del mercato che sembravano averlo realizzato negli Anni '50-'60. Lo Stato nazionale? I sindacati? Non più, non è più possibile. A livello del mondo globalizzato, la responsabilità del "riequilibrio" dovrebbe essere assunta da una autorità politica globalizzata: insomma, da una qualche forma di governo mondiale. Ecco dove il problema del come si riannoda al problema del chi. Ecco dove la crisi della leadership mondiale, che ci attanaglia in questo momento angoscioso della nostra storia, rivela la sottostante crisi di un modello di sviluppo che è diventato manifestamente "impossibile".
Se gli economisti, il cui compito fondamentale sembra essere diventato quello di spiare ogni giorno le previsioni del Pil, come i benemeriti tecnici della nostra aeronautica fanno con le previsioni del tempo, annunciandoci le variazioni decimali previste per il prossimo semestre (il che non fa che accrescere le nostre angosce, e quindi influire negativamente sullo stato del Pil); se gli economisti si dedicassero al compito prezioso ed edificante di definire un modello economico normativo che permettesse d´equilibrare la prosperità economica con la coesione sociale e con la sostenibilità ambientale (l´ideale formulato, stavolta con buona ragione, da Ralph Dahrendorf), contribuirebbero efficacemente alla felicità pubblica e alla dignità della corporazione. Essi non dovrebbero mai dimenticare l´insegnamento d´uno dei più grandi economisti della storia, Alfred Marshall, sulle radici etiche della scienza economica: "... durante le vacanze, visitai i quartieri più poveri di diverse città e percorsi una strada dopo l´altra guardando le facce dei più umili. Infine, decisi di compiere uno studio il più accurato possibile dell´economia politica".

la Repubblica
17 marzo 2003


IDEE E DIALOGO

di PIETRO ICHINO


Il 19 marzo dell’anno scorso, alle otto di sera, Marina Biagi sentì alcuni spari; non comprese subito che cosa era accaduto. Poi scese in strada e trovò suo marito a terra, davanti alla porta di casa. La scorta gli era stata tolta nel settembre precedente e, inspiegabilmente, non gli era stata ridata neppure dopo che, in gennaio, i servizi avevano segnalato in modo molto preciso la minaccia che incombeva su di lui. È stato questo l’ultimo di una serie di attentati rivolti contro studiosi del mondo del lavoro particolarmente impegnati sul terreno delle riforme: da Ezio Tarantelli a Gino Giugni, a Massimo D’Antona. Negli ultimi anni e ancora recentemente i serial killer delle Brigate rosse hanno dimostrato in molti modi di volersi concentrare su questo obiettivo. Decine di professori di economia o diritto del lavoro sono sotto protezione, o lo sono stati negli ultimi tempi, perché consulenti del governo o membri di organismi amministrativi, oppure perché impegnati nel dibattito sulla riforma anche fuori delle aule universitarie. L’intera cultura del lavoro italiana è sottoposta a un’intimidazione inaudita, che lascia esterrefatti i nostri interlocutori stranieri. Se rifiutiamo di assuefarci a questa poco invidiabile peculiarità nazionale, non possiamo eludere due domande: perché in Italia? E perché nel mirino, proprio la politica del lavoro? Probabilmente non esistono risposte capaci di esaurire la complessità della questione; ma una riflessione sulla vicenda di Marco Biagi e del «suo» Libro bianco , pubblicato cinque mesi prima della sua morte, può aiutare a mettere a fuoco almeno un aspetto del problema. La critica che Marco muoveva al nostro diritto del lavoro nasceva essenzialmente dallo studio degli ordinamenti dei Paesi più progrediti: soprattutto di quelli nordeuropei, dove non soltanto il lavoratore medio, ma soprattutto l’ultimo della fila, il più debole, è effettivamente assai più garantito che da noi; dove un mercato del lavoro fluido e fittamente innervato da servizi efficienti dà sicurezza e forza contrattuale non soltanto a chi è già dentro la cittadella del lavoro regolare, ma anche a chi aspi ra a entrarvi. Il Libro bianco conteneva numerose proposte, tutte ovviamente opinabili, ma tutte ispirate all’intento di sperimentare anche in Italia rapporti e assetti del mercato del lavoro già sperimentati da tempo in Europa. Se non che proprio contro questo intendimento Marco ha visto erigere dai suoi interlocutori un muro, un rifiuto indiscriminato di dialogo; una volta mi parlò, a questo proposito, di un «cordone sanitario» che sentiva intorno a sé anche nell’ambiente universitario. È lo stesso cordone sanitario che Sergio Cofferati - esercitando un suo diritto, s’intende - ha voluto creare intorno al Libro bianco , col definirlo «limaccioso», col rifiutarlo in blocco, senza possibilità di discussione neppure su una singola sua parte. Ed è ciò che la sinistra politica e quella sindacale tornano a fare nei confronti della legge nata nei giorni scorsi da quel documento, per il solo fatto che essa è stata proposta dal governo di centrodestra (ma per la maggior parte avrebbe potuto essere proposta anche da un governo di centrosinistra). Molti dirigenti diessini o della Cgil, pur del tutto alieni dall’estremismo, fanno a ffermazioni che chiudono ermeticamente ogni possibilità di confronto: quella legge «azzera il diritto del lavoro»; e addirittura «da oggi ogni lavoratore è ridotto a merce». In Italia, unico tra i maggiori Paesi europei, non si dovrebbe dunque nemmeno parlare di forme di organizzazione del lavoro come lo staff leasing o il job sharing , che Oltralpe sono previste dalla legge e si praticano da decenni con il pieno consenso dei sindacati. Quella chiusura del dialogo - sia ben chiaro - è praticata da persone che con il terrorismo non hanno nulla a che fare. Essa però contribuisce a una drammatizzazione oltre misura dei problemi del lavoro che, coniugata con altre circostanze, può contribuire al nascere della mala erba della violenza politica diffusa; e dalla violenza diffusa al terrorismo il passo è breve. Chi pratica quella chiusura è nel suo buon diritto; sappia però che in Italia, oggi, al di là di ogni solenne dichiarazione di principio, essa è esposta a questo rischio di degenerazione. 

Corriere della Sera
19 marzo 2003


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