Nasce "Futura" per dialogare con la società civile. Amato sui movimenti: non ci servono capetti
Sfida di D'Alema a Cofferati : "La politica si fa con i se e i ma"
GOFFREDO DE MARCHIS
ROMA - È la risposta di Massimo D´Alema al rapporto tra Cofferati e i movimenti. Nasce «Futura», associazione di chiara ispirazione dalemiana sostenuta anche da Giuliano Amato, che guarda alla società civile. Non una «nuova corrente» dentro i Ds, come assicura il presidente della Quercia. Semmai il contraltare a quelle piazze per cui «stare all´opposizione è quasi sostanza, identità, invece di essere una cosa sgradevole e soprattutto transitoria». Attraverso «Futura», D´Alema vuole costruire un legame con i rappresentanti dell´opinione pubblica per creare una classe dirigente.
Il battesimo avviene in un´affollata assemblea con interventi di professori universitari, alti dirigenti dello Stato, del sindaco di Cosenza Eva Catizone e del promotore dell´associazione Nicola Latorre. La chiusura è affidata a Amato e D´Alema. Il leader diessino non cerca la contrapposizione tra partiti e movimenti, dice che questo dualismo è una caricatura, ma alla politica spetta il compito di «offrire una prospettiva alla mobilitazione sociale altrimenti la gente se ne torna a casa». E la prospettiva, per Amato e D´Alema, è quella di tornare al governo. «È qualcosa di più» dei movimenti, dice il presidente dei Ds: «Abbiamo perso due anni, ma ora il centrosinistra si è rimesso in moto. Partiti e società civile possono vincere di nuovo». Stop alle divisioni, ecco perché «Futura» non è un club dalemiano come spiega anche il professor Luigi Bianchi. Anzi, D´Alema rilancia: «Io sono favorevole allo scioglimento di tutte le correnti dei Ds perché oggi c´è la possibilità di lavorare tutti insieme. E sono convinto che Fassino stia facendo molto bene. Figuriamoci quindi se io e Amato vogliamo fare una nuova corrente. Non apparteniamo neanche allo stesso partito».
Cofferati però è nei Ds. D´Alema non lo cita mai, ma invita tutti «a prendersi uno spazio di responsabilità». E contrappone la sua idea di sinistra a quella del Cinese. «La nostra identità non sono i diritti, è il cambiamento della società. Non possiamo ridurci a un´associazione di tutela dell´esistente, non è questo il nostro compito». Amato però avverte i riformisti: «Dobbiamo allargare le nostre tematiche anche alla nostra sinistra. Bisogna evitare che i movimenti guardino ai grandi problemi del mondo mentre noi ci occupiamo delle fondazione bancarie. Questo rischio c´è». Anche se, dice, la «politica non è di chi porta più milioni in piazza». Con la società civile, dice il dottor Sottile, è necessario parlare direttamente, «non servono capi e capetti». Su quale linea si deve muovere il dialogo però lo dice D´Alema parlando della guerra: «Teorizzare che tutto si risolva nella purezza del "no" è regressivo. La politica si fa con i "se" e con i "ma" perché dev´essere in grado di prevedere il futuro. Non basta l´esibizione di convinzioni inossidabili».
la Repubblica
5 marzo 2003
BOSELLI, OGGI ABBIAMO TOCCATO IL FONDO
Polemico abbandono del vertice dell'Ulivo da parte del presidente dello Sdi, Enrico Boselli, per la mancanza di chiarezza sulle posizioni da assumere in merito alla vicenda delle azioni dei Disobbedienti per i treni Usa. ''Penso - ha detto Boselli - che ci sia stata una sottovalutazione del problema. Penso sia necessario un chiarimento sulle questioni di fondo, a cominciare da quelle che agitano i temi della guerra: l'Ulivo deve essere molto netto nel dire il suo no alla guerra e ad un intervento unilaterale, ma che deve essere altrettanto chiaro a condannare anche ciò che sta accadendo in queste ore: l'occupazione di treni, stazioni ed aeroporti è una cosa verso la quale non si può rimanere indifferenti''.
''Oggi secondo me - ha continuato il leader dello Sdi - abbiamo toccato il fondo. Quello che ho chiesto - riferisce - è che con la stessa intensità con cui tutti noi ci pronunciamo contro la guerra, l'Ulivo si pronunci condannando anche gli episodi che stanno accadendo in queste ore nelle stazioni ferroviarie; il blocco dei treni; il blocco dei porti. Mi domando come si possa non condannare questo tipo di forme di lotta, che rischia di trasformare nell'opinione pubblica un movimento della pace sacrosanto, in un movimento contro la Nato''.
''L'Ulivo e' nato per essere una coalizione di partiti - osserva Boselli - che si candidano a governare il Paese. E per essere coalizione di governo, e' indispensabile che ci sia il coraggio di affrontare da riformisti delle decisioni. Non e' stato possibile e, per quello che ci riguarda, siamo in una situazione di profondo dissenso''.
''Penso - ha detto ancora Boselli - che prima di affrontare problemi organizzativi bisogna avere un chiarimento politico. Una cosa che chiedo già da qualche giorno, perché un episodio molto grave e' già avvenuto nel voto sulle mozioni parlamentari sull'Iraq. C'è una difficoltà che l'Ulivo ha nel dare l'immagine riformista che deve avere: e ogni deriva massimalista è buona''. Infine, Boselli ha affermato di ritenere giusto "incontrare oggi Di Pietro e tra una settimana Bertinotti. Se non ci fosse stata questa divergenza sulla questione dei treni Usa non sarei andato via".
(ANSA). Roma, 25 febbraio 2003
ULIVO: BOSELLI, INCOMPATIBILI BOICOTTAGGI E RIFORMISMO
"Ormai da tempo - sostiene il presidente dello Sdi Enrico Boselli - si sentiva la necessità di un chiarimento politico all'interno dell'Ulivo. Ora che viene manifestata da esponenti di rilievo della Margherita e della maggioranza dei Ds, come la Bindi e Violante, comprensione nei confronti di chi vuole boicottare e assediare le basi Nato il chiarimento non è più solo una necessità ma un'urgenza. Siamo infatti di fronte ad una vera e propria crisi dell'Ulivo come forza di governo. Non si può oscillare tra boicottaggio delle basi Nato e riformismo. Di questo passo si arriverà a discutere se l'Ulivo debba dare solidarietà o meno a chi fa azioni di interdizione sui binari o nei porti. Non c'è mediazione possibile tra chi vuole difendere la pace attraverso l'Onu e chi la vuole difendere assieme a Fidel Castro, firmando protocolli di intesa col partito comunista cubano, come ha fatto il segretario del Pdci Diliberto. A tutto c'è un limite. Interrompere subito questa deriva sciogliendo i nodi politici che si aggrovigliano sempre di più - conclude Boselli - è un compito non rinviabile sul tavolo della riunione di domani".
Roma, 25 febbraio 2003
La rana e lo scorpione apologo per l´Ulivo diviso
MICHELE SALVATI
NON riesco a capire perché tanti osservatori trovino complicata la politica italiana. Noiosa, esasperante, ripetitiva, a seconda dei gusti, sì. Ma complicata no, anzi, molto semplice e prevedibilissima. La mia lingua batte dove il dente duole: sull´Ulivo e il centro-sinistra. Chi non avrebbe previsto, dopo la sceneggiata delle cinque diverse mozioni sull´invio degli alpini in Afghanistan, una nuova divisione la settimana scorsa sulle comunicazioni del Presidente del consiglio? Questa volta ci si era preparati per tempo e all´ultimo minuto era stato raggiunto un compromesso che ha consentito a tutti i partiti dell´Ulivo di votare la stessa mozione. L´immagine di unità è però stata subito vanificata dal voto per la mozione di Rifondazione da parte di un grosso pezzo dell´Ulivo, correntone ds, verdi e comunisti italiani.
La rana e lo scorpione apologo per l´Ulivo diviso
Impossibile unire i "no alla guerra senza se e senza ma" con chi sostiene l´opzione Onu
L´opposizione non ha ancora una leadership efficace e sui partiti pesano divisioni interne
Siamo al solito apologo della rana e dello scorpione che fanno una tregua per attraversare il fiume: "ma perché mi pungi, così affoghiamo tutti e due?", "Non ci posso far niente, è la mia natura."
E chi non prevede una nuova spaccatura se il consiglio di sicurezza dell´Onu, a maggioranza e senza veti, coprirà la decisione americana di aggredire l´Iraq? È impensabile che chi è contro la guerra (o almeno questa guerra) "senza se e senza ma" possa trovare una posizione comune con coloro i quali, più o meno convinti, ritengono sufficiente la copertura dell´Onu per esprimere il loro assenso. Dico subito che, con poca convinzione e con un imbarazzante senso di resa al fatto compiuto e a considerazioni di realismo, quest´ultima è la mia posizione, e lo resterebbe anche se la Germania si isolasse in una atteggiamento intransigente. Aggiungo però anche non trovo insensati gli argomenti dei "senza se e senza ma", se sono limitati a questa guerra e non alla guerra in generale. Questo, però, non è un articolo sulla guerra, ma sulla sinistra italiana, e non mi sembra il caso di esporre i motivi con i quali potrei difenderei la mia decisione, se dovessi farlo in parlamento.
Insomma il centrosinistra è diviso sulla guerra. Anche il centrodestra, qualcuno aggiungerebbe subito: facciamo l´ipotesi che, o per l´esercizio del potere di veto di chi ce l´ha, o a maggioranza, il consiglio di sicurezza neghi il proprio consenso ad una guerra immediata e gli Usa e il Regno Unito ugualmente aggrediscano l´Iraq: questa volta sarebbe il centrodestra a soffrire e forse non sarebbe da escludere una clamorosa sconfitta del governo, se il centrosinistra manovra bene. Allora perché scandalizzarsi? In via generale un confronto politico binario (centrosinistra contro centrodestra) è sottodeterminato rispetto alla varietà di posizioni che possono ragionevolmente aversi su ogni singolo problema, e ottenere il consenso di tutti i membri del proprio schieramento è sempre frutto, in buona misura, di calcolo politico e di disciplina, raramente di piena persuasione. In particolare, in ogni schieramento, esistono partiti diversi, che connettono le risposte date ai vari problemi secondo ideologie unitarie, sicché le differenze di posizione dei singoli parlamentari sono sistematiche: chi vota contro la guerra "senza se e senza ma" probabilmente sarà anche contro una forma di governo che consenta al premier di chiedere lo scioglimento delle camere, e sarà probabilmente contro ad una riforma della legislazione del lavoro che alteri la vigente disciplina relativa al lavoro subordinato. E potrei continuare, mettendo in rilievo la coerenza tra le risposte a diversi problemi che una ideologia e una organizzazione partitica efficaci consentono di ottenere.
Anche in questo non vedo nulla di male e nessuna differenza di rilievo tra il centrosinistra e il centrodestra. Le differenze che giocano contro il centrosinistra sono due, purtroppo gravide entrambe di conseguenze negative. La prima è che nel centrosinistra non si è ancora riusciti a costruire una leadership efficace e un sistema accettato da tutti per prendere decisioni con la rapidità che spesso è necessaria in politica. Ovviamente non potrà trattarsi del sistema in uso nel centrodestra, che si impernia sullo strapotere di Berlusconi: ma un qualche modo lo si dovrà trovare, e presto. La seconda è che le differenze sistematiche tra posizioni politiche affini non dividono soltanto i partiti, ma anche i partiti al loro interno. Non si tratta del solo caso, perché differenze analoghe si sono anche nella Margherita: ma le differenze sistematiche interne ai Ds sono clamorose e costringono il segretario di questo partito a fatiche e contorsioni inenarrabili per unificare il suo partito su una posizione dotata di senso, e il più delle volte non ci riesce. La prima differenza è quella più preoccupante, quella che, se non viene eliminata, condurrà il centro-sinistra a una nuova sconfitta. Ma anche la seconda produce confusione e perplessità nell´elettorato e a questa limito il mio commento finale.
Che l´Ulivo (e il centrosinistra) sia, come il centrodestra, una coalizione di partiti con programmi parzialmente diversi, l´elettore ormai lo sa. Vota l´uno o l´altro a seconda del candidato premier che le due coalizioni hanno prescelto (e si tratta non di rado di un voto "contro" più che un voto "per"), a seconda del baricentro delle due coalizioni (più spostato a destra, o più spostato a sinistra), e infine a seconda di dove si trova il partito col quale maggiormente si identifica. A me piacerebbe capire come faccia un elettore moderatamente raziocinante a identificarsi in un partito che presenta come candidati Enrico Morando e Cesare Salvi, Lanfranco Turci e Marco Fumagalli, e potrei fornire almeno una cinquantina di nomi di parlamentari che sono sostenitori sistematici di posizioni tra loro molto diverse. Se quell´elettore è d´accordo con le posizioni di Morando e Turci probabilmente preferirà dare il suo voto allo Sdi, o anche a Margherita, per non farlo finire in un calderone in cui le sue posizioni rischiano di essere sottorappresentate; se è d´accordo con Salvi e Fumagalli, per gli stessi motivi sarà tentato di dare il voto a comunisti italiani o verdi. Insomma, non si tratta di un partito, di un´associazione di donne e uomini che condivide una visione politica ragionevolmente coerente; si tratta di una mini-coalizione. Ma l´Ulivo è già una coalizione: da un partito l´elettore chiede identità.
la Repubblica
24 febbraio 2003
Macaluso: ridicolo vedere l’Ulivo a pranzo con Aziz
ROMA - «No, io non sono andato alla manifestazione. Perché non ne condividevo la parola d'ordine, quel "no alla guerra senza se e senza ma". Naturalmente rispetto quella posizione, che stando ai sondaggi rappresenta le convinzioni della maggioranza degli italiani e degli europei; ma non mi ci posso identificare. Io mi sento minoranza…». Emanuele Macaluso conferma il suo ruolo di voce critica della sinistra e ci tiene a sottolineare che per lui «i se e i ma sono molto importanti». Quali sono i suoi distinguo?
«Pace è uno slogan, un presupposto politico troppo generico. Per me il riferimento costante deve essere l'Onu. Se le Nazioni Unite decidessero che è necessario intervenire militarmente in Iraq, credo che non ci si potrebbe ribellare all'unica autorità internazionale che abbiamo».
Un ancoraggio assoluto all’Onu, qualunque posizione prenda?
«L'Unione Europea è in difficoltà, la Nato sta attraversando una crisi gravissima... Non si può delegittimare l'Onu. Certo, probabilmente è arrivato il momento di aggiornare gli equilibri degli organismi internazionali, bisognerà rivedere anche il funzionamento del Consiglio di sicurezza, il sistema dei veti: revisioni, però, che vanno attuate attraverso un’azione politica. E nel frattempo deve essere mantenuta l'istituzione del diritto internazionale, altrimenti si trasformerà tutto in una giungla».
Però al corteo di ieri ha partecipato un numero molto elevato di persone.
«E' stata la manifestazione-specchio dello stato d'animo di molti, forse della maggioranza: la paura, il timore che oggi la rottura di certi equilibri possa determinare una situazione più grave dal punto di vista del terrorismo, della stabilità politica ed economica. E per la prima volta, a mia memoria, questo ha determinato una spaccatura così netta tra opinione pubblica e governi».
Si sono sentiti tanti slogan contro Bush, contro gli Stati Uniti e visti ritratti di Saddam Hussein e tante bandiere palestinesi. Un pacifismo ancora una volta in chiave antiamericana e indulgente con il terrore?
«Certo. Una forza di sinistra invece dovrebbe ricordare che il fondamentalismo islamico, come il terrore, è nemico della sinistra democratica, ne contesta tutti i valori per cui si è battuta da cento anni in tutto il mondo. Non si possono fare concessioni soltanto perché "loro sono contro gli Stati Uniti", non si può essere in preda a un tic pavloviano antiamericanista. Anche per questo non ho partecipato al corteo. Sarei andato se avessi potuto concorrere a definirne la piattaforma politica e se quindi la parola d'ordine fosse stata "comunque con l'Onu"».
Un’ultima cosa: come giudica il fatto che i capigruppo dell'Ulivo abbiano voluto incontrare Tarek Aziz, il braccio destro di Saddam Hussein?
«Ridicolo, perché in che cosa mai avrebbero potuto influire? Peggio: una legittimazione del regime. L'unica cosa che avrebbero dovuto dirgli sarebbe stata: "Saddam Hussein se ne deve andare". Invece, tutti a mangiare, con un bel brindisi magari…».
Daria Gorodisky
Corriere della Sera
16 febbraio 2003
Follini: e le bandiere dell’Onu dov’erano?
Il leader Udc: «Nessuna guerra senza le Nazioni Unite, non c’è pace senza il disarmo di Saddam»
ROMA - «Un fiume di persone, che induce a riflettere e merita rispetto». Ma anche il simbolo di «un pacifismo unilaterale», che se da un lato rappresenta «uno stato d’animo che è di tutti, l’aspirazione alla pace», dall’altro difende «un’idea su come realizzare la pace che è solo di alcuni». Marco Follini, segretario dell’Udc, giudica in questo modo manifestanti e manifestazione. «Trovo che questa piazza si mobilita pancia a terra contro le forzature della politica americana, ma spende molto meno parole contro i satrapi e i dittatori». Pacifismo selettivo e antiamericano?
«Basta fare il censimento delle bandiere. Molte arcobaleno, molto belle. Molte di partito, che forse non sono le più appropriate in questa circostanze. Qualche maglietta di Che Guevara, che fatico a riconoscere come icona del pacifismo, era un combattente comunista. Nessuna bandiera delle Nazioni Unite, che è il simbolo più importante per affrontare questa crisi. E poi molte parole d’ordine contro Berlusconi».
C’è anche un carro contro il premier.
«Certamente non giova la commistione fra politica interna ed internazionale. Tra la pace con Saddam e la guerra contro Berlusconi».
Sono i motivi per cui lei non ha partecipato?
«La pace è un conto, questo pacifismo è un altro. Il pacifismo è un moto dell’anima, la pace è figlia della politica e qualche volta della realpolitik. Sono contro la guerra, ma toglierei dallo striscione quel "senza ma e senza se", che evoca più lo spirito di Monaco che i doveri della comunità internazionale».
Questa manifestazione influenzerà i governanti?
«Nessuno può scrollare le spalle, di fronte a tante persone e a sentimenti così intensi. Detto questo noi a questi sentimenti dobbiamo dare una politica. C’è il momento in cui la parole tornano dalle piazze alle cancellerie e agli organismi internazionali. Se in questa crisi c’è una cosa particolarmente angosciante è la lacerazione che si è prodotta in tutti gli organismi internazionali, dalla Nato all’Unione europea».
Berlusconi dovrà in qualche modo rivedere la sua politica estera?
«A Berlusconi dico: prendiamo ago e filo e adoperiamoci per la ricucitura del tessuto delle organizzazioni della comunità internazionale. Questa è la priorità della politica italiana ed è anche la risposta giusta alle istanze delle manifestazioni per la pace».
E’ anche uno dei passaggi della lettera di Ciampi al premier.
«Sì. Da un lato adoperarsi per un Atlantico più stretto, per usare la metafora parola di Spadolini, dall’altro perché l’Europa sia una sola e non due o venticinque».
Per molti osservatori Berlusconi non ha giocato questo ruolo, producendo una politica di mera sponda a quella americana.
«Berlusconi può fare di più e sono convinto che farà di più».
Dopo le prime conclusioni di Blix gli Stati Uniti sono più isolati. Lo è anche il governo italiano?
«La posizione del governo italiano esprime comprensione verso la politica americana, ma sottolinea anche l’esigenza di un raccordo stretto fra gli Stati Uniti e le Nazioni Unite. Poiché siamo in tema di critica all’unilateralismo ripeto che non condivido la propensione dell’amministrazione americana di fare da sé e a pensare per sé. Una grande potenza è ancora più soggetta ai doveri di coalizione, di quella coalizione che proprio l’America riuscì a costruire dopo l’11 settembre».
Eppure in parecchie dichiarazioni del nostro governo questo distinguo non è marcato sin in fondo: Berlusconi ha detto più volte che una nuova risoluzione dell’Onu è «auspicabile», meno spesso che è necessaria.
«Il linguaggio della diplomazia conosce parecchie sfumature. Ma la sostanza è sempre la stessa: non ci può essere guerra senza l’Onu, non ci può essere pace senza il disarmo di Saddam».
Marco Galluzzo
Corriere della Sera
16 febbraio 2003
PRIMA DI TUTTO LA BANDIERA DELLE NAZIONI UNITE
di PAOLO GAMBESCIA
UN MILIONE, due milioni, tre milioni? Ma a che serve questa, tutto sommato, stupida esercitazione? Di sicuro è stata una delle più grandi manifestazioni che questo paese abbia visto. Di certo è stato il corteo più imponente tra quelli che ieri hanno attraversato le strade delle città di mezzo mondo. Roma è stata invasa gioiosamente dalla speranza: giovani e meno giovani, i "reduci" del vecchio pacifismo e le nuove generazioni new global, quelli della pace "senza se e senza ma" e quelli che mettono insieme il disarmo di Saddam e il no alle bombe, chi ragiona sul terrorismo e sulla guerra e i testimoni di un sentimento e di una morale antichi.
Le manifestazioni da sole possono fermare le armi? Probabilmente no, anche se la storia insegna che qualche volta dire no può aiutare a far pensare o a far ripensare ad una scelta. Ecco, se questa manifestazione servisse anche solo a far riflettere, a far moltiplicare gli sforzi per trovare strade che portino a coniugare la sicurezza con il rispetto per la vita umana, avrebbe raggiunto il suo scopo. Mai si erano viste contemporaneamente in tutto il mondo manifestazioni di questa ampiezza. Segno che il tema della pace è universale e nessuno può usarlo a fini di parte. Se è vero che il settanta per cento degli italiani è contro la guerra, pur con i distinguo, e che perfino negli Stati Uniti, così colpiti nell’animo dal brutale attacco terroristico dell’11 settembre, la maggioranza ritiene le bombe l’ultima delle opzioni, vuol dire che i milioni in corteo sono solo dei testimoni, l’avanguardia di un’idea del mondo che ripudia la violenza e la vendetta, la ineluttabilità del lutto.
L’arcobaleno ha unito idealmente chi era in strada a manifestare e miliardi di uomini e donne di buona volontà che ogni giorno pregano nel loro cuore che mai più una guerra porti morte e distruzione. La pace non ha colore politico ed è idiota cercare di mettere le bandierine su un sentimento così profondo e diffuso. Sono idiote le polemiche strumentali, sono idioti i calcoli meschini. E’ stato stupido, e francamente in questo caso non riusciamo nemmeno a capire il calcolo, rifiutarsi, come ha fatto la Rai, di testimoniare un evento che rimarrà comunque un alto momento di passione civile e di impegno morale. C’è chi ha pensato che una diretta avrebbe messo in difficoltà il governo? E perché poi, se è vero che il presidente Ciampi ha incoraggiato il premier a continuare nella ricerca di una mediazione e di una soluzione? Chi ha pensato, il presidente Baldassarre, il direttore generale Saccà, o tutti e due, di non mettere in imbarazzo il governo o parte della maggioranza, ha sbagliato. E grossolanamente. Una censura si ritorce sempre contro chi la pratica.
Si è persa una buona occasione per approfondire, come altre reti hanno fatto, nella libertà delle idee e delle opinioni, il significato di una così imponente testimonianza, ma anche i problemi enormi che la buona volontà da sola non può risolvere.
Perché è di tutta evidenza che il canto in un corteo, uno slogan, la disperata invocazione non possono spiegare e, tantomeno, cancellare alcune questioni che sono sul tappeto quando si parla di Saddam, del suo regime sanguinario, del terrorismo e della risposta militare che gli Stati Uniti chiedono per calcolo o per convinzione, della necessità di distruggere l’incubo raìs. O anche solo per esorcizzare la paura di quell’11 settembre. Di questo si sarebbe potuto parlare, si deve parlare. Si deve parlare di chi deve decidere eventualmente l’attacco, del valore di un’alleanza, quella atlantica e con gli Stati Uniti, che abbiamo fatto e che la stragrande maggioranza degli italiani vuole continuare a far vivere. Si deve parlare delle coscienze individuali e dei diritti dei popoli, dell’ordine mondiale e della legalità internazionale. Da parte nostra siamo convinti che l’Onu non sia un teatrino, anche se troppo spesso la sua impotenza riduce tale organizzazione ad un simulacro. Per intenderci non pensiamo che si possa dire no alla guerra “senza se e senza ma". Perché altrimenti è meglio svuotare il Palazzo di vetro. Cosicché si può e si deve dire di no ad una decisione unilaterale degli Stati Uniti che non possono decidere per tutti i popoli e le nazioni, ma si deve dire sì al rispetto delle decisioni dell’Onu. Anche nel caso in cui dovesse optare per un’azione militare. Entrerebbero in conflitto forse le nostre coscienze, ma non potremmo assumerci la responsabilità di disattendere l’imperativo di mantenere un ordine sul pianeta. Altrimenti sarebbe sempre la legge del più prepotente o del più forte a prevalere. L’Onu è il luogo nel quale si debbono prendere queste decisioni e ogni nazione in quella sede deve assumersi le proprie responsabilità.
Certo sarebbe auspicabile che la vecchia Europa si presentasse a questo confronto e a questo drammatico appuntamento con un’idea e una volontà comuni. Finora non è stato così e ciò ha finito per indebolire ulteriormente le speranze di ragionare sfuggendo alla logica della violenza e della vendetta.
Il mondo non può permettersi Saddam e non può permettersi di delegare agli Stati Uniti di dettare le regole e di imporre poi il loro rispetto. Contro il terrorismo e contro il dittatore, ma nell’osservanza di norme certe e di scelte condivise dalla comunità internazionale. Deve essere un impegno anche per il governo italiano. Chissà, forse nel prossimo corteo accanto all’arcobaleno potremmo vedere tante bandiere azzurre dell’Onu. Segno di un mondo migliore.
Il Messaggero
Domenica 16 Febbraio 2003
L'opinione di em.ma.
L'estremismo di sinistra e pacifista salva Berlusconi. Questa è la conclusione logica del dibattito sull'Iraq che si è svolto alla Camera. Era chiaro che il Cavaliere cavalcava due cavalli, quello di Bush e quello Onu. Un'opposizione intelligente doveva farlo
cadere da uno dei due destrieri. Per farlo occorreva però una posizione chiara e inequivoca sul ruolo dell'Ue e su quello dell'Onu. Per l'Europa occorreva criticare l'iniziativa separatista di Berlusconi e Blair, ma anche quella franco-tedesca. E presentare una mozione
che impegnava il governo a operare per la pace, a dire no ad interventi armati unilaterali e chiedere che in ogni caso l'Italia riconosca l'Onu come il solo soggetto legittimo per portare avanti le ispezioni e ogni altra iniziativa, anche estrema, nei confronti
dell'Iraq. Invece la scena che abbiamo visto è un'altra: proprio sull'Onu, equivoco il governo, equivoca l'opposizione. Questa, purtroppo è l'Italia di oggi.
Il riformista
08.02.03
Le difficoltà della sinistra e la "rifondazione socialista":
Giuliano Amato, se ci sei, batti un colpo
La costituzione di un Comitato per il programma dell’Ulivo, di cui non facciano parte i segretari dei partiti che lo costituiscono, come ha voluto Cofferati, è la formalizzazione della dichiarazione di resa dei segretari medesimi. Per quanto riguarda, poi, la dirigenza dei Democratici di sinistra, essa è puramente e semplicemente un suicidio. Perciò, questa volta, non assocerò al nome di Fassino il tradizionale «forza» perché non me la sento di incoraggiarlo a consegnarsi ai suoi avversari, a Cofferati e ai suoi alleati girotondini che, per parte loro, un programma l’hanno già varato con il contributo (è tutto dire) degli ayatollah della magistratura. Cofferati non uscirà mai dal partito (i Ds), ma neppure vi entrerà, se non dopo averlo espugnato. Se ci entrasse ora sanzionerebbe il successo dei suoi avversari, Fassino e D’Alema, al congresso di Pesaro; se ne uscisse formalizzerebbe la propria sconfitta di allora. Era, quindi, privo di costrutto inseguirlo nelle sue scorribande extraparlamentari come ha fatto finora Fassino in nome di una unità che non c’è. Le adunate fondamentaliste hanno un senso per lui, che sta fuori sia dal partito sia dal Parlamento e fa politica solo in piazza. Non ne hanno alcuno per chi è alla testa di un partito e deve fare politica anche in Parlamento. E’ senza senso, ora, consentirgli di redigere il programma dell’Ulivo, in assenza dei diretti interessati istituzionali, i segretari dei partiti.
Cofferati può permettersi il lusso di non riconoscere legittimità al governo, perché non è istituzionalmente obbligato ad averci a che fare e tanto meno a risponderne a qualcuno. I dirigenti dei Democratici di sinistra e dell’Ulivo non si possono comportare allo stesso modo perché altrimenti verrebbero meno alla propria funzione istituzionale di opposizione parlamentare e dovrebbero farsi politicamente carico d’essere saliti sull’Aventino.
Se, dunque, i dirigenti diessini vogliono evitare di essere spazzati via da Cofferati, nonché se non vogliono che il loro partito sia marginalizzato all’interno dell’Ulivo, devono anch’essi affrontare il mare aperto. Non si sconfigge il movimentismo, né si contiene l’avanzata degli ex democristiani dell’Ulivo e dell’ala fondamentalista della sinistra, tenendo ambiguamente il piede in due scarpe: facendo politica, nella scarpa realisticamente riformista e parlamentare; facendo demagogia, nella scarpa fondamentalista e utopistica della piazza per abbandonare, poi, l’identità politica dell’Ulivo nelle mani di chi ti vuol fare fuori.
C’è un solo modo di opporsi al «secessionismo continuo» di Cofferati: con «Rifondazione socialista», una sorta di definitiva secessione alla rovescia rispetto al proprio passato. Fassino, D’Alema e tutto il gruppo dirigente uscito vittorioso al congresso di Pesaro si buttino alle spalle la secessione comunista di Livorno (1921), tutto ciò che essa ha rappresentato e affrontino Cofferati sul suo stesso terreno. Che, sia pure in un contesto sociale e politico diverso e con protagonisti lontani da quelli di allora, è lo stesso del ’21: l’eterno conflitto fra due anime della sinistra. Ugualmente legittime, e tuttavia incompatibili in una prospettiva europea e di governo.
Fassino, D’Alema e i riformisti della sinistra ex comunista saranno sempre prigionieri del fondamentalismo di un Cofferati di turno, e finiranno col diventare subalterni agli ex dc, se non prendono atto che l’anomalia della sinistra italiana consiste oggi nella pretesa (che aveva una sua logica ai tempi dei due blocchi Usa- Urss e del «compromesso» comunista con la democrazia italiana) di continuare a essere, al tempo stesso, partito di governo e movimento palingenetico anche dopo la caduta del Muro di Berlino e la crisi del comunismo internazionale. La scomparsa del Partito socialista, al di là delle responsabilità di Craxi e del suo gruppo dirigente, è stata la tragica sanzione di tale anomalia; la sua rifondazione ne sarebbe la definitiva soluzione.
Giuliano Amato, se ci sei, batti un colpo.
Piero Ostellino
Corriere della Sera
8 febbraio 2002
A Davos il Gotha della finanza mondiale traccia scenari negativi sull´andamento dell´economia
"Anche nel 2003 niente ripresa"
Per gli economisti rischi da deflazione, dollaro e immobili
Esplode la bolla immobiliare. Gates: "C´è una calma piatta"
DAL NOSTRO INVIATO FEDERICO RAMPINI
DAVOS - Scoppio della «bolla speculativa» immobiliare, crollo del dollaro, deflazione. Se per l´economia mondiale il 2001 e il 2002 sono stati anni da dimenticare, il 2003 rischia di essere ancora peggio. Il Gotha della finanza internazionale riunito a Davos non era mai stato così pessimista. Perfino Bill Gates deve ammettere che l´economia è «piatta» e non c´è una «grande variazione al rialzo degli investimenti in tecnologia». Questo World Economic Forum, che per un decennio celebrò le magnifiche sorti progressive della globalizzazione, è dominato così dagli scenari più catastrofici. L´establishment politico e capitalistico ha registrato con trepidazione gli allarmi degli esperti. A cominciare dall´economista americano Shiller, ascoltatissimo da quando denunciò per primo l´«euforia irrazionale dei mercati» (fu poi copiato dal presidente della Federal Reserve Alan Greenspan) in pieno boom della New Economy, profetizzando il crollo del Nasdaq. Ieri a Davos lo stesso Shiller ha avvertito che esistono segnali di un´analoga bolla sul mercato immobiliare in almeno due paesi, Usa e Gran Bretagna. «I prezzi delle case hanno cominciato di recente a raffreddarsi e questo spesso è il segnale premonitore che precede la caduta», ha detto Shiller. Ha aggiunto: se si sgonfia la bolla immobiliare può fare più danno della Borsa, perché una maggiore quota dei risparmi delle famiglie è investita in case. Un crack immobiliare avrebbe l´effetto di una mazzata sulla capacità di spesa delle famiglie. Molte non riuscirebbero a rimborsare i mutui, accesi per comprare abitazioni ai prezzi massimi. Ne soffrirebbe la solidità delle banche, se si moltiplicano le insolvenze sui mutui. Ma che fare? «Le banche centrali hanno le mani legate - ha ammesso Shiller - ; la bolla immobiliare è stata alimentata dalla discesa del costo del denaro; ma le autorità monetarie non possono rialzare i tassi in un´economia così depressa».
Il dollaro è l´altra incognita. Il verdetto del World Economic Forum: una discesa graduale della moneta americana può servire a riassorbire il deficit commerciale Usa; ma il rischio è quello di strafare. Economisti autorevoli come Michael Mussa (ex direttore del Fondo monetario internazionale) hanno evocato un euro a quota 1,50 sul dollaro. Sembra cattiva fantascienza. Ma i mercati, una volta imboccata una strada, hanno una viziosa tendenza che gli economisti chiamano «overshooting»: passano da un eccesso all´altro. La storia della volatilità del dollaro ha già conosciuto sbandate brutali dalla troppa forza alla troppa debolezza (per esempio negli anni '80 nei confronti del defunto marco tedesco). I mercati sanno che oggi l´America presenta un mix di politica economica (bassi tassi d´interesse, crescenti deficit pubblici, una costosa guerra forse in arrivo) ideale per indebolire la moneta. I capitali europei - che avevano generosamente finanziato la crescita americana negli anni '90 - stanno rientrando a casa. Finora la discesa del dollaro è stata graduale perché Cina e Giappone continuano ad avere grossi investimenti in titoli del Tesoro Usa. Se anche gli asiatici dovessero convincersi che il dollaro è un cattivo investimento, la fuga rischia di diventare scomposta, la discesa del dollaro diventerebbe rovinosa. Sarebbe un handicap ulteriore per le esportazioni europee. Un´altra frenata per la crescita già anemica del Vecchio continente.
Dopo il dollaro, la deflazione. Per l´ex vicepresidente della Federal Reserve Alan Blinder «in Giappone e in Cina la deflazione c´è già, la Germania è vicina, per gli Stati Uniti basta una ricaduta nella recessione per provocare un calo generalizzato dei prezzi». Un incubo per le banche centrali: come ha detto l´ex segretario al Tesoro Usa Larry Summers «quando i tassi d´interesse sono all´un per cento come in America, la banca centrale ha poche munizioni per combattere una deflazione». Un calo generale dei prezzi fa paura perché toglie incentivi a spendere o investire, e ingigantisce il peso reale dei debiti. L´ultima grande deflazione seguì il crack del 1929. Sugli schermi Reuters e Bloomberg che collegano Davos con l´andamento dei mercati globali, quest´anno è tornata l´attenzione verso il prezzo dell´oro, tipico bene rifugio nelle deflazioni. E a nessuno è sfuggita una notizia dal Giappone, assurda e inquietante. I tassi d´interesse a Tokyo sono scesi sotto zero. Le banche pagano chi accetta di farsi prestare soldi.
la Repubblica
27 gennaio 2003