Ora vacilla l'impero fragile
Senza il suo leader più vicino l´epilogo di una storia centenaria
L´AUTO
Da Mirafiori e Rivalta sono uscite tutte le auto che hanno motorizzato il paese
Nel monopolio il germe stesso della sconfitta: bassi salari, poca concorrenza
La Fiat ha accompagnato il miracolo economico
Servono investimenti, oggi non basta più una family-company: il futuro è negli Usa
FEDERICO RAMPINI
La scomparsa di Gianni Agnelli e la possibile scomparsa dell´industria automobilistica italiana: la tentazione di far coincidere la storia di un uomo e la parabola di una grande industria nazionale oggi è inevitabile. In realtà questa coincidenza è del tutto eccezionale, frutto di un´anomalia storica che non ha eguali in altri paesi, e che non era scontata a priori neanche in Italia. Autobianchi, Lancia, Alfa Romeo, Maserati, Ferrari: negli anni Cinquanta e Sessanta, nel periodo del «miracolo economico» che coincise con la motorizzazione di massa, gli automobilisti italiani avevano la scelta fra tante marche indipendenti di automobili, concorrenti nazionali del Lingotto. Ma a più di un secolo dalla fondazione della Fiat, l´azienda torinese è rimasta sola.
La Fiat è ormai il sinonimo di auto italiana e ne è il simbolo esclusivo: finchè c´è lei l´Italia è presente in uno dei settori fondamentali dell´industria moderna. Gianni Agnelli prima di morire volle preparare come un esito possibile l´ingresso della Fiat Auto fondata da suo nonno nell´orbita della General Motors, il numero uno mondiale: questo fu il senso della sua scelta di Paolo Fresco alla presidenza. Se la Gm non si tira indietro e se alla fine l´esito sarà quello disegnato da Fresco per conto di Agnelli, non ci sarà più un´industria italiana dell´auto in senso proprio perchè gli azionisti di controllo saranno americani. L´intera storia della Fiat sembrava predestinarla a un forte legame con gli Stati Uniti: dall´attrazione del nonno che negli anni Venti fu il primo industriale italiano ad andare a Detroit per studiare il fordismo e applicarne i metodi a Torino, fino ai ripetuti tentativi dell´Avvocato di unirsi alla Ford (1985) e poi alla Chrysler (1990). Se la Gm assumerà il comando nella Fiat Auto la produzione forse finirà sempre di più all´estero e sarà l´ultima tappa di un declino in atto da anni: perché non soltanto la maggioranza degli italiani ormai compra auto straniere, ma come nazione produttrice l´Italia è già una presenza marginale nel mondo, sorpassata perfino dalla Spagna e dal Brasile. Finchè Gianni Agnelli era vivo, l´atto finale di questa vicenda era implicito ma la sua realizzazione era sospesa. L´Avvocato non voleva passare alla storia per aver ceduto l´attività industriale creata dal nonno. Ora la fine dell´auto italiana è possibile. Se l´Italia è diventata la quinta potenza industriale del mondo, senza dubbio lo deve anche al fatto di avere avuto una grande industria automobilistica. Il modello di sviluppo fondato sulla motorizzazione di massa trainava anche altri settori importanti (siderurgia, pneumatici, petrolchimica) e alimentava grandi investimenti pubblici nelle autostrade.
«Ciò che è bene per la General Motors è bene per gli Stati Uniti»: quel celebre motto negli anni Sessanta viene tradotto in italiano per la Fiat. Nel 1966 Gianni Agnelli prende il timone dell´azienda dalle mani di Vittorio Valletta. La Cinquecento, la Seicento, la Millecento mettono su quattro ruote un popolo intero, la grande rivoluzione della mobilità geografica (le vacanze al mare) investe ogni classe sociale. Protetta nel suo mercato domestico da barriere doganali (le auto straniere tassate fino al 45%), alleata con i governi del centro-sinistra, forte anche della qualità dei suoi ingegneri, la Fiat può permettersi di progettare alleanze all´estero come quella con la francese Citroen nel 1968.
Torino capitale dell´auto è un avamposto della modernizzazione del paese, ma anche un laboratorio di nuovi conflitti sociali. Per un decennio il problema principale di Gianni Agnelli e della Fiat è come risolvere l´elevata conflittualità sindacale (poi addirittura l´infiltrazione del terrorismo rosso in fabbrica) in un contesto in cui il modello di sviluppo auto-centrico vacilla sotto i colpi degli sceicchi arabi. I vertici dell´azienda - riecheggiando anche idee nate a sinistra - teorizzano a turno un «nuovo modo di fare l´auto» o addirittura la fine dell´automobile. In parte questo spinge a una ulteriore diversificazione industriale del gruppo.
In Italia le peripezie dell´auto si intrecciano strettamente con quelle della sinistra sindacale e politica. Nel 1975 Agnelli da presidente della Confindustria firma col segretario generale della Cgil Luciano Lama l´accordo sulla scala mobile pesante, una costosa indicizzazione salariale per comprare la pace sociale in fabbrica. Nel 1980 la lunga occupazione degli stabilimenti di Mirafiori sostenuta anche dal Pci di Enrico Berlinguer si conclude con una sconfitta sindacale; il 14 ottobre la «marcia dei quarantamila» segna la rivincita della Fiat e l´avvio di una svolta moderata nel paese. Per l´automobile torinese sembra riaprirsi un periodo di grazia, con il trionfo della Uno voluta da Vittorio Ghidella a metà degli anni Ottanta. In realtà il successo nasconde i limiti del sistema Fiat: un´azienda abituata ai bassi salari, a un tasso modesto di ricerca e innovazione, al protezionismo; è un modello più adatto alle fasi iniziali della motorizzazione che al mercato di una nazione sviluppata.
Abituata ad avere il 90% del mercato nazionale agli albori dell´integrazione europea, la Fiat vede scendere precipitosamente quella quota negli anni Ottanta. Riesce a rinviare l´invasione giapponese strappando misure di contingentamento delle importazioni. Impedisce a qualsiasi produttore straniero di comprare marche italiane: la Ford ci riprova nel 1986 con l´Alfa Romeo ma dietro pressione di Agnelli il governo Craxi vende l´azienda milanese alla Fiat. L´Italia diventa l´unica tra le potenze industriali ad avere un solo produttore nazionale e nessuna fabbrica straniera di auto; l´effetto è negativo: dagli Stati Uniti alla Germania, chi ha i concorrenti stranieri in casa impara a competere molto meglio. La Fiat diventa sempre più dipendente dagli aiuti pubblici, come per l´apertura dello stabilimento di Melfi nel 1994 o la rottamazione nel 1996. Il protezionismo tutela anche gli assetti proprietari: grazie al sistema delle «scatole cinesi» Gianni Agnelli riesce a mantenere un potere decisionale raro nel panorama della grande industria automobilistica mondiale. Ancor più di Ford e Peugeot la Fiat si identifica con una dinastia, anche se la famiglia è avara di capitali e nelle difficoltà chiama sempre in aiuto le banche e i piccoli azionisti. Nella crisi del 1993 l´Avvocato sembra perdere il controllo a favore di Enrico Cuccia, il patron di Mediobanca che organizza il maxiaumento di capitale con Deutsche Bank, Alcatel, Generali. Ma in seguito è ancora Gianni Agnelli a guidare il passaggio da Cesare Romiti a Paolo Fresco.
Più che per le peripezie finanziarie, è sul progetto industriale che la Fiat accelera il suo declino. Negli anni Novanta arriva in ritardo alla rivoluzione elettronica che trasforma in profondità la natura del prodotto-automobile: una quota crescente del valore delle vetture si sposta dalla parte meccanica alle sofisticate strumentazioni informatiche. Nelle nuove tecnologie l´industria tedesca e giapponese si conquistano un vantaggio incolmabile; la Fiat non riesce a uscire da una pericolosa concentrazione nella fascia delle auto piccole dove i margini di profitto sono scarsi e cresce la concorrenza dai paesi a basso costo del lavoro. Con il progetto di una «world car» insegue una strategia di globalizzazione nei paesi emergenti (Brasile, Polonia, Turchia, India); è quasi un tentativo di ripercorrere la storia italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, il periodo d´oro della Fiat legato alla prima motorizzazione di un paese in decollo. Ma non si può parlare di «world car» senza essere presenti sul mercato degli Stati Uniti, il più grande e il più competitivo del mondo: nonostante il forte legame dell´Avvocato con l´America, la Fiat ne è uscita da tempo.
In realtà non è ineluttabile che con la scomparsa di Gianni Agnelli l´Italia debba perdere le ultime fabbriche di automobili che ha. Nel distretto industriale torinese esiste ancora una concentrazione di know how e competenze specialistiche di livello mondiale: per esempio nel design con Pininfarina e Giugiaro. E un´area come quella di Stoccarda - la «Silicon Valley» tedesca dell´automobile - ha dimostrato quanto siano importanti le sinergie di prossimità geografica e culturale fra case automobilistiche, fornitori di elettronica, progettisti, forza lavoro di alta qualità e specializzazione.
La General Motors non ha ancora deciso se nel 2004 vorrà comprarsi tutta la Fiat Auto. La Gm ha già una marca europea grossa e in difficoltà, la Opel. In un´integrazione più stretta oltre ai risparmi ci sarebbero tanti doppioni da tagliare. Quanta produzione resterebbe in Italia? Molto dipenderà dal quadro di convenienze e di efficienza generale che il sistema-Italia saprà offrire agli americani. Per la Fiat auto la sopravvivenza passa attraverso forti investimenti di ricerca e innovazione tecnologica: solo un grande gruppo internazionale può sostenerli, non una «family-company». Altre soluzioni nazionali, improvvisate chiamando a raccolta cordate finanziarie con la benedizione della politica, sono molto al di sotto degli standard di competenze industriali in vigore nei grandi gruppi stranieri dell´automobile.
Anche se Umberto succederà a Fresco, anche se la famiglia si è riunita attorno a lui e ha riaffermato la sua volontà di restare legata alla Fiat, senza l´Avvocato nulla sarà come prima. Quella missione storica che lui sentiva fortemente - quasi un debito morale verso il nonno e verso Torino - nei fatti si era già appannata per la lesina delle risorse finanziarie che la famiglia praticava nei confronti dell´automobile. Gianni rifiutava di trarne le conseguenze estreme, non voleva sancire l´uscita finale della famiglia; dopo di lui tutto è possibile. L´industria globale dell´auto ha dimensioni di scala che il capitalismo dinastico di Gianni Agnelli aveva rinunciato comunque a inseguire.
la Repubblica
25 gennaio 2003
Da Togliatti a Berlusconi, aiuti pubblici e liti private
Il re di Torino e la politica storia di un amore difficile
"I leader politici sono parziali e egoisti, io non lo sarò mai.."
È stato anticomunista: "D´Alema è il più bravo di tutti, ma resta sempre uno di quelli..."
Fu antiberlusconiano: nel 1994 telefonò a Scalfaro, e gli disse "non gli dia l´incarico"
"Lo trovai sempre d´accordo con me sulla centralità del Parlamento"
"Durante il settennato veniva spesso al Quirinale, c´era un dialogo molto libero"
MASSIMO GIANNINI
ROMA - Se per un personaggio come lui si può immaginare un «testamento politico», lo lasciò sei anni fa sulla terrazza del Lingotto affacciata sulle creste innevate delle Alpi: «Scendere in campo come Berlusconi? Per me sarebbe impensabile. Non ho nessuna passione per la politica né per i politici. Riconosco che è un´attività necessaria, ma non mi piace la parzialità dei partiti e l´egoismo di chi li guida...». Agnelli e la politica si sono frequentati, spesso senza capirsi, quasi sempre senza amarsi. Ma hanno imparato a sfruttarsi. L´Avvocato ha pompato aiuti pubblici per la Fiat. La politica glieli ha concessi, per tenere buoni i Poteri Forti e accreditarsi presso la business community internazionale.
Il grande patriarca del capitalismo italiano non poteva «prendere partito». Per due ragioni. La prima: non gli conveniva. In mezzo secolo il suo motto non è mai cambiato: «La Fiat ha un tale peso nella società italiana, che non si può combinare con uno schieramento politico». Destra, sinistra: con tutti e con nessuno. Per quel misto di responsabilità istituzionale e di opportunismo aziendale, che gli faceva dire: «Noi siamo governativi, con qualunque governo...». Il secondo motivo: un «partito», in fondo, ce l´aveva già. Era quello della sua «monarchia» privata. La politica, con i suoi primi ministri e i suoi parlamenti, governava sulla Repubblica. Lui, con la forza e il blasone della casata, «regnava» sulla famiglia, su Torino, sull´automobile, sul capitalismo, sull´establishment. Con la sua nota attitudine all´appropriazione di tutti i simboli positivi, il Cavaliere ha definito Agnelli «un protagonista regale». A suo modo lo è stato davvero.
Un vero re. Con suoi riti e la sua corte post-sabauda. Ma dentro un´Italia repubblicana. Ne ha vissute e viste troppe, il vecchio monarca torinese, per fidarsi del Palazzo romano. «Nel giugno del ´40, il giorno in cui Mussolini entrò in guerra a fianco di Hitler, ero a pranzo con mio nonno. Pochi giorni prima aveva detto a Mussolini: 'Le maestranze della Fiat vi sono grate perché le tenete lontane dalla guerra´. E il duce aveva risposto: 'Tranquillo senatore Agnelli, questa è la nostra linea...´. Una settimana dopo eravamo al fronte». Ma vent´anni dopo, salito al trono della Fiat, a Roma gli toccò prendere casa. «E´ una bella casa, ma ci vado tre o quattro giorni al mese: Roma non è una città che amo molto...». Per lui la Capitale è stata una corvè. Se la imponeva, per il doveroso pellegrinaggio nel «triangolo istituzionale»: Quirinale, Banca d´Italia, Palazzo Chigi. Quell´attico a 100 metri dal Colle è l´unico per il quale ha dato disposizioni precise: «Vendetelo dopo la mia morte: a nessuno della famiglia deve venire in mente di andarci a vivere». Eppure, per quasi 40 anni, sul suo divano color crema, nel salone sovrastato da un capolavoro futurista di Balla, si sono seduti i leader di quasi tutto l´arco costituzionale.
Spesso li invitava, quasi mai li stimava. «Fanno un mestiere difficile, ma non si può dire che lo facciano sempre al meglio...». Oltre i confini del suo «regno», il tarlo del monarca è stato sempre lo stesso: «Chi comanda, in questo momento?». Saperlo lo incuriosiva. E soprattutto gli serviva. Ma il monarca non aveva corona. È stato un laico. «Ho sempre votato Partito repubblicano, perché sono persone per bene». Uno dei pochi che ha stimato, oltre a Giovanni Spadolini, fu Ugo La Malfa. Per assecondarlo, è stato anche tentato dal grande passo. «Nel ´76 ho pensato che l´Italia potesse prendere una forte tinta di rosso. Un´ipotesi che non mi auguravo: se si fosse realizzata avrebbe richiesto la presenza a Washington di qualcuno con un po´ di credito. È stata l´unica volta in cui ho pensato seriamente ad un impegno». Una scelta che avrebbe deviato per sempre il suo destino, portandolo lontano dal Lingotto. Non l´ha fatta, né allora né mai.
«Quello che va bene alla Fiat va bene all´Italia»: il suo slogan ha resistito 50 anni. La sua visione torino-centrica del mondo era al servizio dell´azienda, ma è servita anche al Paese. Con questo spirito, l´Avvocato è sceso a patti con la Dc. Fino agli Anni 80 ha munto a dovere i monocolori, tra leggi di ristrutturazione industriale, casse integrazioni e prepensionamenti. Ma a costo di tanti litigi. Nel '74 Fanfani tuonava: «Basta con quelli di Torino!». Un giorno il Rieccolo lo aggredì personalmente, per i corridoi di Palazzo Giustiniani: «Era infuriato con me per gli articoli di Gorresio sulla Stampa. Non gli diedi retta...». Un altro giorno le cantò a Bisaglia, ministro delle PpSs nel ´78: «Sono sorpreso che vicende delicate siano trattate con accorgimenti da boss di provincia o di corrente dorotea...». A Ciriaco De Mita, poi, appiccicò addosso uno di quei «marchi» che restano per la vita: «L´intellettuale della Magna Grecia». Poi fecero pace. Ma in privato, parlando degli anni di piombo, l´Avvocato raccontava un aneddoto: «A Roma non avevo mai paura. Solo una volta mi spaventai. Ero a piedi, dalle parti di Montecitorio, e mi vennero incontro due figuri che da lontano mi insospettirono, con gli impermeabili e i cappelli calati sulla testa. Poi si avvicinarono, e li riconobbi: erano Gava e De Mita...».
Della Balena Bianca Agnelli non apprezzava l´inclinazione al baratto. Ma più di una volta è stato al gioco. Era utile alla Fiat. E nella Dc vedeva un argine istituzionale, negli anni in cui il «pericolo rosso» si faceva concreto. Da Togliatti a D´Alema, da Krusciov a Gorbachev, i leader li ha conosciuti tutti. Ma da buon re è stato sempre un convinto anticomunista. «Per essere credibile, un comunista deve essere di Torino, o tutt´al più sardo...». Nel '76, in piena alta marea elettorale per il Pci, Agnelli tirò su una diga: «Se vinceranno le sinistre bisognerà lottare perché rimangano spazi di libertà per tutti....». E sempre da buon re, all´inizio degli Anni 80 si infatuò di Craxi, attratto dall´autoritarismo con il quale Ghino di Tacco brandiva il «bastone del comando». Allora ripeteva spesso, quasi impaziente: «Quanti anni ci vogliono ancora, prima che il Pci scompaia?».
Togliatti lo incrociò allo stadio: «Era juventino, mi raccontava dei pranzi al Cremlino insieme a Stalin». Frequentò Longo e Natta. Stimò Luciano Lama. Ma il suo vero cruccio è stato Enrico Berlinguer. Lo conobbe alla Federazione giovanile. «Si capisce subito che è un leader: come in un film, lo vedi scorrere insieme a tanta gente, la sua faccia spicca, ti rimane impressa, e ti dici: questo non passerà via così». Infatti non è passato via così. In un tetro settembre dell´80 si fermò alla Porta 5 di Mirafiori, a portare la solidarietà agli operai durante la terribile vertenza dei 14 mila licenziamenti alla Fiat. Per l´Avvocato fu una ferita mai rimarginata: «Quello che è successo rafforza il parere di chi ha poca fiducia nella possibilità del Pci di convivere in una società democratica». Dopo la sua tragica scomparsa, il giudizio si è sfumato: «Con Berlinguer eravamo troppo lontani in tutto. Era un uomo molto arcaico, molto puritano, molto isolano. Amava il partito come si ama un´Entità...».
Negli Anni '90 un doppio trauma lo ha reso ancora più disincantato. Mani Pulite prima di tutto, che svelò la corruzione anche a Corso Marconi. Per lui è stato un dolore vero: «Mi sono sempre vantato che la Fiat fosse rimasta fuori dallo scandalo della P2. Quanto avrei voluto poter fare lo stesso per Tangentopoli...». E poi il declino dei partiti storici. Si è aggrappato allora all´unica istituzione che, al di fuori del suo regno, gli pareva ancora solida: la presidenza della Repubblica. Come era stato sempre in contatto con Pertini e Cossiga, diventò amico di Oscar Luigi Scalfaro che nel ´93, caduto Amato, gli telefonò a Torino: «Avvocato, tocca a lei...». Anche quella volta resistette. «Non posso, presidente: se fallissi io, dopo ci vorrebbe solo un carabiniere, o un cardinale...». In un´Italia allo sbando, ha tentato di riaprire un dialogo a sinistra, con D´Alema: «Mi pare il intelligente di tutti. Peccato che ha quel carattere...». L´ha incontrato tante volte, prima del governo del ´99. Ci sperava, anche se non era del tutto persuaso. «L´ho visto qualche mattina fa insieme a Kissinger - raccontò ad ottobre del ´98 - si è discusso per due ore di temi molto interessanti. Poi, quando è uscito, ho chiesto a Kissinger 'cosa le è sembrato?´. Mi ha risposto: 'È un uomo serio, di qualità. Ma si vede che è uno di quelli...´». Dopo la conquista di Palazzo Chigi, con D´Alema è andata anche peggio. Non tanto per dissenso ideologico, quanto piuttosto per questioni di bottega. Colaninno tentò la scalata a Telecom, il premier lo appoggiò accusando i «capitalisti straccioni» di Torino. L´Avvocato reagì con stile: «Hanno voluto dare una batosta a noi, quelli del 'piccolo mondo antico´: peccato...». Ma le porte del Lingotto si chiusero per sempre alla sinistra. Visti dalla linea del Po, i cinque anni di legislatura dell´Ulivo sono stati deludenti. Al novizio Prodi il monarca concesse una benedizione prima del voto del giugno 1996: «È uno dei pochi italiani con esperienza internazionale». Ma vinte le elezioni, liberi tutti: il Professore andò Palazzo Chigi dicendo: «Non lucideremo le maniglie di casa Agnelli». L´Avvocato prese atto. Non prima però di aver spuntato un altro «aiutino»: il decreto sulla rottamazione. Ma ormai da quella parte non gli restavano che Amato e Ciampi: gli piaceva l´onesta tenacia della loro visione europeista.
Se ha chiuso le porte a sinistra, non le ha aperte a destra. Per il monarca di Torino Silvio Berlusconi è stato un oggetto misterioso, seducente ma non convincente. Nel ´94, quando il Cavaliere fece la prima discesa in campo, Agnelli lo invitò a colazione a Villa Frescot. Il vulcanico Silvio gli spiegò il suo progetto: «Ho tutto pronto, il partito, i ministri, gli hangar pieni di gagliardetti. Mi manca solo il suo appoggio, e quello dei suoi giornali...». L´Avvocato glielo negò, anche se non glielo disse. «Questo ragazzo è in gamba - sentenziò dopo averlo riaccompagnato all´elicottero - ma non ha mai visto una fabbrica né mai trattato con un sindacato. Se ce la farà, avrà vinto uno degli imprenditori italiani. Se fallirà, avrà perso solo Berlusconi...». Oggi il Cavaliere nega il fatto. Ma il fatto è vero. Come è vero che poi il Cavaliere vinse. E allora, all´amico Scalfaro, Agnelli chiese l´impossibile: «Presidente, non gli dia l´incarico...». L´incarico arrivò, ma durò poco. E non fu un idillio. In una visita allo stabilimento Fiat di Melfi, il camaleontico Silvio si lasciò sfuggire una frase improvvida: «Tengo la foto dell´Avvocato sul mio comodino...». Un «abbraccio» imbarazzante e fuori tono, per il monarca di Torino. Dopo pochi mesi, nella famosa cena a Roma proprio a casa sua insieme ai 13 grandi industriali del Paese, diede il benservito all´uomo di Arcore.
Con il trionfo del 13 maggio di due anni fa Berlusconi si è preso la rivincita. Il patriarca si è adeguato al cambiamento di fase. Al Cavaliere ha fornito un ministro, Ruggiero, e uno scudo politico oltre confine: «L´Italia non è la Repubblica delle banane», disse. Ma anche in quel caso, lui negava la favoletta del «governo Berlusconi-Agnelli». «Come nel ´76 con La Malfa, mi sono esposto solo per il bene del Paese, per tutelare la sua credibilità». La conferma è arrivata pochi mesi dopo: «Vedo un Paese di fichi d´India», sibilò di fronte alle smargiassate del premier. Poco dopo venne un´altra pace. Ma di nuovo, senza convinzione. Lo lasciò intendere a fine ottobre, nella sua ultima uscita pubblica al Senato: «La politica non ci ha mai amato, non è ora di tirare i remi in barca».
Con la malattia, quell´ora è poi arrivata. E il dolore di questi ultimi mesi ha risparmiato all´Avvocato almeno l´ultima, intollerabile umiliazione: la Fiat in ginocchio, i suoi manager «convocati» ad Arcore con il cappello in mano, e quasi «processati» a Villa San Martino da un ceto politico arrogante e privo di qualunque senso delle istituzioni. Se fosse stato ancora sul suo trono, non l´avrebbe mai permesso. Un ultimo ricordo torna a un 31 maggio del 1991. Quando Cossiga lo chiamò al telefono per informarlo che l´avrebbe nominato senatore a vita Agnelli era a Torino, in macchina. Il Capo dello Stato gli disse: «Domattina la nomino, spero che lei non sia superstizioso: i senatori a vita o muoiono subito, o non muoiono più». Dopo undici anni, l´Avvocato è morto. Forse non aveva molte cose in cui credere, al di fuori della sua «monarchia» privata. Ma la Repubblica finirà comunque per rimpiangerlo.
la Repubblica
25 gennaio 2003
I libri del Cinese e le cravatte di D'Alema
Ha ragione Francesco Rutelli quando dice (lui non lo dice, ma è come se lo dicesse) che un intenso aroma di vecchio piccì si sprigiona dalle polemiche di questi giorni nella sinistra. E a diffonderlo nell'aria non è soltanto - e forse non è tanto - Sergio Cofferati, che dialoga con i fatidici movimenti neanche fosse Luigi Longo alle prese col '68. Ancor di più si sente nella cucina del Botteghino, e nelle risposte che Fassino, D'Alema, Violante e altri hanno dato all'accelerazione del Cinese. E' tutto un parlare di Gengis Khan e di Pol Pot, di rispetto delle maggioranze di Pesaro e di conte da farsi in comitato centrale, o come adesso si chiama. Un lessico politico autoreferenziale e d' altri tempi, in cui spicca l'atroce dilemma «libro o cravatte», capace da solo di aprire uno squarcio rivelatore sul vizio della sinistra post-comunista italiana: l'ostinazione ad affrontare i problemi dell'oggi con le categorie mentali di ieri, o dell'altro ieri Per riepilogare: Cofferati a Firenze ha invitato i giovani, sempre in nome della sobrietà, o se preferite dell'austerità berlingueriana, a comprare libri invece che cravatte. Pierluigi Bersani, esponente della maggioranza ds, ha dato voce a quanti trovano un pò demagogico e passatista questo appello, e ha difeso la libertà della gente di sinistra di comprar cravatte, «perché il modello che ho in testa io è questo: gente che sta bene, ma che è felice solo se anche gli altri stanno bene» Non scomoderemo Gaber o Jannacci per ironizzare su questa merceologia delle appartenenze così anni '70: il jeans è di sinistra, la piega è di destra, la marlboro è di destra, la canna è di sinistra, e così via. Ma sommessamente segnaliamo che oggi il problema della sinistra non è quello di scegliere tra i giovani che comprano libri e quelli che comprano cravatte, bensì di trovare qualcosa da dire a quei giovani che non comprano nè libri nè cravatte. E che si orientano, nell'ordine, per dvd, cd-rom, playstation, telefonini di terza generazione, maglioni dolcevita (tornati di moda), pashmina, t-shirt e «chiodo» di pelle, motorini carenati, tv satellitare e stivali a punta acuminata. Fuor di metafora: il problema della sinistra è parlare a giovani che sono antropologicamente diversi da quelli che ha sempre conosciuto, ma non per questo devono essere considerati persi alla causa della democrazia; esteticamente alieni, ma non per questo intrinsecamente di destra. Giovani che hanno affisso un cartello ideale sulla porta della loro cameretta, che si applica alla politica quanto ai loro genitori: «Prima di entrare, bussate» Che piaccia o no, la vita della gente normale (dell'elettore medio), non si svolge lungo il discrimine libro-cravatta, impegno-disimpegno, ma è un misto di individualismo e partecipazione, egoismo e cittadinanza. Se si considera questo mondo estraneo alla sinistra, la sinistra sarà estranea a questo mondo Crediamo (speriamo) che questo volesse dire Rutelli quando ha invitato la sinistra a non guardare al passato. E che il nuovo «linguaggio riformista» da lui promesso sappia parlare anche ai giovani che non comprano nè libri nè cravatte
http://www.ilriformista.it
14 Gennaio 2003
D´Alema e l´ex leader Cgil: "Questa strategia apre ferite continue"
"Non ci serve un Gengis Khan"
di MASSIMO GIANNINI
Il pessimismo di D'Alema: ci vorrebbe un federatore, di questo passo invece sarà un disastro
"Dico no a Gengis Khan non siamo terra di conquista"
"Dicono che Piero e io saremmo perdenti. Ma quelli che persero le elezioni, i Mussi e i Folena, a Firenze erano in prima fila"
L´amarezza dell´ex premier: una leadership non si costruisce sulle bugie, quando Prodi cadde la Cgil vide con favore l´incarico a me
Massimo D´Alema è preoccupato. Per lui, l´ex leader della Cgil ormai non è più neanche "il Cinese", l´uomo saggio e mite che siede sulla riva del fiume e aspetta il transito fatale del nemico defunto. Cofferati sembra diventato piuttosto "il Mongolo", il conquistatore che arriva trascinato dalle sue tribù (i movimenti) e si impossessa dell´impero (la Quercia), e rimette in riga le sbandate orde cinesi, iraniane e turche (i leader dei Ds, della Margherita e dei cespugli minori). Inizia una resa dei conti tra le due anime della sinistra. Sarà lunga e dolorosa. Ma sarà inevitabile.
«C´è bisogno di un federatore, non di un Gengis Khan...», ripete il presidente della Quercia. Non vorrebbe parlare. Non vorrebbe rispondere all´amico Sergio, perché più si va avanti nel vortice dei botta e risposta, più la sinistra si fa del male e Berlusconi ne trae del bene. Preferirebbe il silenzio perché, dice, «io voglio davvero un Ulivo unito, mentre se andiamo avanti di questo passo sarà un disastro per tutti». D´Alema si sforza di prendere per buone le rassicurazioni di Cofferati. Ma la coerenza del ragionamento lo costringe a cogliere le contraddizioni dell´illustre «impiegato Pirelli». «Io non voglio delegittimare nessuno - ha scandito a Firenze - ma voglio parlare a tutte le anime della sinistra...». Ma come - riflette a voce alta il presidente dei Ds - non c´è già un gruppo dirigente? Se qualcun altro si fa avanti, fuori dal partito e dai partiti, e si dice pronto ad assumersi un ruolo di rappresentanza, non sta forse delegittimando chi quel ruolo l´ha già acquisito col voto dei delegati? Cos´altro è questo, allora, se non un tentativo di «conquistare» la leadership? Può essere spacciata per una conquista «dolce», mascherata da collaborazione. Ma, al contrario, D´Alema non ha dubbi: «Questa strategia fa solo male, apre ferite continue...».
Non potrebbe essere altrimenti, se si prende per buona la metafora di Gengis Khan. Quello che dispiace di più, all´ex primo premier ex comunista della Repubblica, è che la delegittimazione del gruppo dirigente in carica, e la legittimazione del nuovo «conquistatore», sia fondata «su una versione totalmente falsa della storia di questi anni». «Si vuole far passare la tesi che tutti gli errori siano colpa nostra...». A partire dalla caduta di Prodi, e dall´arrivo dello stesso D´Alema a Palazzo Chigi. «Si doveva andare alle elezioni, dice oggi Cofferati: ma non fu proprio la Cgil di cui era segretario generale, allora, a lanciare un appello contro le elezioni anticipate, e a salutare con favore l´incarico di governo al leader del più importante partito della sinistra?». Il presidente della Quercia si dice «amareggiato»: una leadership non si costruisce sulla bugia. E comunque, aggiunge, a chi giova continuare a insistere sul passato, se non a chi vuole ripulirsi la coscienza del proprio carico di responsabilità? E qui il pensiero dalemiano non corre tanto al Gengis Khan della Pirelli, quanto alle sue tribù dentro la Quercia, al Correntone che continua a considerare il congresso di Pesaro come una specie di forum permanente. «Vogliono fare di noi il capro espiatorio di tutto: io, Fassino e gli altri dirigenti della maggioranza, noi saremmo i perdenti!». Brucia ancora l´anatema di Nanni Moretti, riaggiornato durante la kermesse fiorentina: «Con questi dirigenti non vinceremo mai, e oltre tutto non ci riscaldano neanche il cuore...». In realtà, a sentire D´Alema, i «veri perdenti» stavano in prima fila proprio al Palasport: sono «i Folena e i Mussi, candidato a Milano, che hanno perso le elezioni mentre io facevo una durissima campagna elettorale e vincevo a Gallipoli!».
Gli «integralismi» non servono. Il «finto moralismo» fa solo danni. La «fuga dalle responsabilità» non giova. Ognuno se ne deve assumere una parte, senza criminalizzare l´altro. Questo pensa D´Alema. Questo lo induce a guardare con viva apprensione alla «campagna di conquista» avviata da Cofferati. Non è ancora una questione di merito: cioè di «quale riformismo» o «quale radicalismo» esprimano i movimenti che l´ex leader della Cgil rappresenta, e quanto dell´uno o dell´altro serva per tornare maggioranza. Questo è un problema ancora irrisolto, per il futuro della sinistra e per i destini dell´intera opposizione. Ma prima ancora c´è una questione di metodo: che contributo si dà a una causa comune, se si sta fuori dai centri e dagli organi decisionali e si continua a criticare chi invece ci sta, per interposto convegno o per interposta conferenza stampa? Si costruisce una leadership condivisa, su queste basi? Il presidente della Quercia lo esclude. E teme che fatalmente, se non si ferma questo processo, prima o poi la conquista dal basso diventi una guerra contro l´alto. «Così - sostiene - resteranno sul campo molte scie di sangue...».
D´Alema scommette che questa strategia sia dannosa. Per tutto l´Ulivo. Ma anche per quelli che la praticano, cioè per lo stesso Cofferati. L´idea che la nuova leadership debba nascere dal basso, dalla società civile e fuori dai partiti, è fortemente radicata nei girotondi, e in quella «cultura politica» che li ha allevati, persuasa che anche a sinistra possa e debba nascere un Berlusconi: l´uomo nuovo, estraneo alla politica politicante. «Ma queste forme di legittimazione semi-plebiscitaria - ragiona il leader - non funzionano a sinistra. Hanno funzionato a destra, per due motivi: il Cavaliere ha potuto contare su una potenza di fuoco mediatico di cui nessun altro può disporre, e quando è sceso in politica, nel '94, nella sua metà campo c´era il deserto post Tangentopoli. Oggi, a sinistra, le cose non stanno così. Noi siamo diversi anche culturalmente. E la sinistra non è una terra di nessuno, da conquistare. Ci sono gruppi dirigenti in carica, partiti in piena operatività, organizzazioni e strutture».
Per questo D´Alema ripete: «Se Cofferati vuole rendersi utile, venga a tirare la carretta insieme a noi». Per questo insiste: «Alla sinistra serve un federatore, non un Gengis Khan...». Forse «l´amico Sergio» non punta a un obiettivo personale. Forse si muove così per preparare il terreno e fare asse con Romano Prodi. Anche rispetto a questa ipotesi, il presidente della Quercia obietta: non si può delegittimare un gruppo dirigente che c´è, in nome di un leader che forse ci sarà.
Soprattutto perché di questa confusione c´è solo un vero, grande beneficiario: è Silvio Berlusconi. «Gli stiamo dando un enorme vantaggio...», si rammarica D´Alema. E´ sicuro che il premier non abbia lanciato a caso la sua intemerata sul semipresidenzialismo e sulle riforme: «Sapeva che ci avrebbe diviso». L´Ulivo è riuscito ad evitare il peggio con il vertice di mercoledì. Ma la «pregiudiziale Cofferati», il «no al dialogo» a priori, consente al premier di poter continuare a giocare sul solito equivoco: «Vorrei trattare con l´opposizione, ma non si può, non si sa chi comanda». Purtroppo un po´ di ragione ce l´ha, il Cavaliere. E se l´analisi di D´Alema è giusta, per la Quercia andrà sempre peggio. La «conquista dal basso» del partito massimalista è solo agli inizi. La «guerra contro l´alto» del partito riformista prima o poi comincerà. Dalle pensioni all´Iraq, ogni occasione è buona. Se non per una scissione, per uno scontro che politicamente parlando farà morti e feriti tra i Ds. Il presidente del Botteghino incrocia le dita, ma non vede un futuro roseo. E ricorda una vecchia frase di Marc Lazard sulla sinistra italiana: «La più brillante e inconcludente del mondo». Non è colpa di D´Alema? Può darsi. Ma allora non è neanche colpa di Cofferati. Può darsi invece che sia un po´ colpa di tutti e due: se avessero fatto una vera e buona riforma del Welfare e del mercato del lavoro, quando uno era a Palazzo Chigi e l´altro era alla Cgil, forse oggi racconteremmo una storia diversa.
la Repubblica
12 gennaio 2003
Il grande gioco delle riforme tra bluff e schermaglie
Quel che manca è la fiducia tra le parti e la cultura di cooperare per il bene comune Per questo anche la Spagna è divenuto per noi un modello a cui guardare
Su nuove forme istituzionali esistono in Parlamento due proposte simili degli opposti schieramenti e vi sarebbe anche una maggioranza trasversale
di MICHELE SALVATI
Nelle vacanze appena trascorse ho lavorato sull´introduzione a un libro di Victor Pérez-Diaz, "La Spagna dalla transizione democratica a oggi", che sarà pubblicato dal Mulino la prossima primavera. Credo d´aver già accennato su questo giornale ai motivi per cui la vicenda spagnola dovrebbe interessarci, e molto. La Spagna è un paese che viene da un´esperienza tragica, da una guerra civile nei confronti della quale quella italiana tra il '43 e il '45 è insignificante, da conflitti nazionali, sociali, ideologici e religiosi ancor più laceranti dei nostri, da una dittatura trentennale, durissima nella sua prima fase, finita per morte naturale del dittatore nel '75. Se s´esclude il problema basco, problemi tragici come quelli che diedero origine alla guerra civile non esistono più: la Spagna dispone d´un sistema politico sostanzialmente bipartitico nel quale si riconoscono gran parte degli elettori, di un´opinione pubblica vivace ma moderata e di giornali che non aizzano contrapposizioni estreme. Questo è il vero "miracolo spagnolo", non quello economico, che è una semplice conseguenza d´una società civile non spaccata tra Guelfi e Ghibellini, d´un sistema politico semplice, in cui i due grandi partiti in lizza condividono in buona misura la stessa visione delle priorità nazionali. E che, soprattutto, riconoscono l´uno all´altro piena legittimità di alternanza al governo. Non piccola cosa. Il partito di Aznar è l´erede diretto di Alianza Popular, il movimento politico di Fraga Iribarne, un ministro dell´ultimo governo di Franco. Quando, nel calore dell´ultima fase d´una recente campagna elettorale, di fronte a sondaggi che lo davano per sconfitto, per galvanizzare i suoi elettori Felipe Gonzalez proruppe nel famoso grido della Pasionaria, "No pasaran", questo fu percepito da gran parte dell´opinione pubblica come una grave scorrettezza, come il richiamo a un passato tragico che gli spagnoli avevano deciso di lasciarsi alle spalle.
A questo riflettevo in questi giorni: come mai gli spagnoli, con problemi così più gravi dei nostri, sono riusciti a costruire nell´ultimo quarto di secolo un sistema politico tanto più adatto del nostro ad affrontare le sfide della modernità? Ovvero: come mai gli italiani si ritrovano, a sessant´anni dalla loro transizione alla democrazia, con un sistema politico così rissoso e inconcludente, a scambiarsi come insulti termini d´un lessico che appartiene a un secolo morto e sepolto?
La spiegazione naturalmente esiste, ha a che fare anche con la natura estrema dei conflitti che avevano spaccato la Spagna, ma non è il caso di entrarci ora. Questo lungo richiamo ai miei compiti delle vacanze serviva solo a far comprendere il sentimento che ho provato – un sentimento strano, fatto di noia, disgusto e disperazione - di fonte al riaccendersi della discussione sulle riforme istituzionali. Ma come? Fini è disposto a una forma di governo basata sulla designazione del premier da parte degli elettori (ha parlato di elezione diretta, ma probabilmente s´accontenta della designazione del capo della coalizione sulla scheda elettorale e del conferimento dell´incarico in Parlamento). Berlusconi acconsente, mentre mugugnano leghisti e centristi. Dall´altra parte proprio questa è la proposta della maggioranza dei Ds e di parte della Margherita: naturalmente mugugnano i partiti piccoli e, per diverse ragioni, parte dei Popolari e la sinistra ds.
Dovrebbe dunque esistere in Parlamento un´ampia maggioranza trasversale e di fatto esistono due proposte di riforma da parte di singoli senatori dei due schieramenti (Tonini e altri, A.S. 1662; Malan e altri, A.S. 1889) tra loro simili e comunque facilmente integrabili: il punto chiave della riforma è ovviamente quello di dare al premier sfiduciato la possibilità di richiedere al presidente della Repubblica (e di ottenere) lo scioglimento delle Camere, ed entrambe le proposte adottano il modello svedese, facilmente trasferibile nel nostro sistema parlamentare. Entrambe inoltre prevedono garanzie per le opposizioni, più robuste e meglio congegnate, a mio modo di vedere, nella proposta Tonini. Ma è inutile entrare nel merito con maggior dettaglio: non se ne farà niente. Di qui il sentimento che descrivevo prima.
A parole e in via di principio credo sia difficile trovare un politico che non faccia proprie le seguenti due affermazioni: (a) la riforma della forma di governo è il punto nodale dell´intero problema delle riforme costituzionali, quello che consentirebbe di dare stabilità, certezza e garanzie alla riforma di fatto provocata dalla crisi politica dei primi Anni '90 e dal sistema elettorale quasi maggioritario introdotto nel 1993; (b) è necessario, o quantomeno opportuno, che le decisioni sulle regole del gioco vengano prese, se non da tutti, almeno da una grande maggioranza dei giocatori, liberi da schieramenti di gruppo preconfezionati. Se alle parole e ai principi corrispondessero i fatti e la realtà, in presenza di posizioni così vicine la riforma dovrebbe avere buone probabilità di successo. Comunque, da subito, si metterebbero al lavoro le Commissioni affari costituzionali per verificare se esiste la possibilità di arrivare a un testo comune che ottenga una maggioranza sufficiente. In altre parole, per verificare se i leader politici che emettono segnali e rilasciano interviste stanno bluffando o parlano sul serio. Così avverrebbe in un paese civile, in cui tra maggioranza e minoranza esiste sì contrasto, ma anche cooperazione per il bene comune. In cui esiste, tra le due parti, quel minimo di fiducia reciproca senza la quale una democrazia non funziona.
Questa fiducia non esiste. Ciò nondimeno, poiché le procedure parlamentari hanno una loro routine e una loro inerzia, è possibile che le Commissioni affari costituzionali si mettano stancamente e sospettosamente al lavoro, salvo improvvise accelerazioni e forzature se il governo avrà un interesse contingente e tutto politico a far passare il disegno di riforma che più gli conviene (che so, Bossi si impunta sulla devolution, Berlusconi interroga i suoi aruspici ed essi gli dicono che vincerebbe alla grande un referendum: insomma, motivi di questo spessore costituzionale). D´altronde non è forse avvenuto così anche nella scorsa legislatura con la riforma del Titolo V, osteggiata genericamente e pretestuosamente dal centrodestra anche se era stata discussa fino alla nausea in Commissione bicamerale e poi in Parlamento, e infine imposta colla forza dei numeri (pochi) in doppia lettura a Camera e Senato? Se le cose andranno così; se la maggioranza "premierista" del centrosinistra non si impegna su un ragionevole progetto trasversale (una miscela Tonini-Malan, per esempio); se, per evitare grane interne, lascia voce a tutte le sue componenti e fa lo stesso tipo di opposizione che il centrodestra aveva fatto sul federalismo, può saltar fuori di tutto: Fini è per convinzione un presidenzialista, Berlusconi è quel che gli conviene essere al momento.
Aggiungo una riflessione di cui mi vergogno, perché mischia considerazioni politiche contingenti a valutazioni di ordine costituzionale. Dal punto di vista di queste ultime, credo che il premierato "alla svedese" sia un´efficace razionalizzazione della forma di governo che ci è casualmente cascata addosso, del tutto compatibile con forti tutele dell´opposizione e del ruolo del Parlamento. Dal punto di vista delle prime, esso soprattutto giova a chi guida la coalizione più frazionata e divisa al suo interno: Berlusconi è il padrone della sua coalizione, mentre il malcapitato che guiderà la coalizione di centrosinistra avrà un gran bisogno del potere di scioglimento del Parlamento per tenere unite le sue truppe. Ma neppure queste considerazioni di basso conio convinceranno gli oppositori a oltranza: parafrasando Don Abbondio, la fiducia, se uno non ce l´ha, non se la può dare.
Potrei concludere qui, avendo già speso la battuta di fine articolo. Ma dei problemi che ho sollevato non ci si può sbarazzare con una battuta. Il riferimento alla Spagna è a un paese che ha costruito un sistema politico moderno, un´eccellente politica economica e una società civile moderata su un´operazione condivisa di rimozione della memoria storica. Sto forse dando un giudizio positivo di questa operazione? Sto forse anche suggerendo – ammesso sia possibile il confronto tra la tragedia e la farsa - che il centrosinistra dovrebbe agire "come se" Berlusconi e il suo centrodestra fossero avversari politici normali, con i quali si può collaborare oltre che scontrarsi? Per dare quel giudizio e questo suggerimento sarebbe necessaria un´analisi più approfondita. Il centrosinistra ha molte ragioni di diffidare di Berlusconi: timeo Danaos et dona ferentes. Ma un´opposizione per principio e un rifiuto totale di collaborazione non sono senza costi per il paese. Può darsi che questi costi siano più che compensati da un vantaggio più grande, da una più sicura vittoria del centrosinistra, dalla più rapida eliminazione di una anomalia vistosa nella nostra democrazia. Può darsi, intanto i costi ci sono.
la Repubblica
9 gennaio 2003