Amato: attenti all’elezione diretta non ci serve un «sindaco d’Italia»
«Più poteri al premier». La critica: oggi fa politica solo chi ha i soldi, democrazia fuori gioco
di Dario Di Vico
ROMA - «Sto aspettando la nuova edizione del libro di Domenico Fisichella Democrazia e denaro . Il tema è quello giusto e non riguarda solo noi italiani, la tendenza è cominciata come sempre dagli Usa. Ha preso corpo lì la nuova politica post-partitica». Sollecitato a riflettere su riforme e premierato Giuliano Amato sembra volerla prendere alla lontana. Ma in realtà i riferimenti al dibattito in corso, dentro e tra i Poli, sono stringenti. «Una volta tutta l'organizzazione sociale era modellata attraverso la produzione - argomenta l'ex premier -. Da lì scaturivano le identità collettive dalle quali a loro volta pescavano i partiti. Oggi le aggregazioni, almeno per i grandi numeri, si formano avvolgendo gli individui con i mezzi di comunicazione». Berlusconi, quindi, non è l'eccezione ma solo una variante?
«E' un caso limite. E' il più bravo utilizzatore europeo di media, è entrato in politica e vi ha trasferito i moduli che conosceva. E finora hanno funzionato. Ma il fenomeno è più largo. Ogni deputato o senatore americano ha speso per farsi eleggere cifre folli giustificate dalla necessità di accedere ai media».
E' la plutocrazia dunque la malattia senile della democrazia?
«Oligarchia o plutocrazia, scelga pure. Certo è che la partecipazione democratica in queste condizioni è messa fuorigioco. In fondo gli unici eventi che hanno tolto la scena a Berlusconi lo scorso anno sono state le grandi manifestazioni della Cgil contro l'articolo 18. E il sindacato ha dovuto svenarsi. Quelle risorse l'Ulivo non le avrebbe avute».
E i girotondi non sono «partecipazione democratica»?
«Stiamo dicendo cose diverse. Io parlo di quella che in inglese chiamano deliberative democracy e che noi traduciamo democrazia discorsiva. Partecipazione che serve a produrre confronto, elaborazione, comunità. I girotondi sono una forma fortemente simbolica di protesta, sono un modo per affermare, in primo luogo davanti alla tv, "ci sono anch'io". Infatti queste manifestazioni vengono in genere anticipate da violente polemiche sulla ripresa Rai dell'evento».
Sostenere che stiamo precipitando nell'oligarchia non rischia di dare ragione a quanti a sinistra teorizzano l'esistenza di un regime e rifiutano qualsiasi negoziato con la maggioranza?
«No, è una cosa diversa e in fondo più inquietante. E' un restringimento del regime che chiamiamo democrazia».
Nel rischio plutocrazia lei include anche un'eventuale discesa in campo di Carlo De Benedetti?
«Che possa essere lui piuttosto che altri è comunque un segno dei tempi».
Il centrosinistra si appresta a sostenere la proposta del cosiddetto premierato forte.
«E' giusto che il presidente del Consiglio possa revocare i ministri e che possa proporre - e sottolineo solo proporre - al capo dello Stato lo scioglimento delle Camere. Ha anche ragione Fini quando dice che il governo deve essere un solido relais fra dimensione europea e pluralismo regionale. Detto questo non vedo una connessione meccanica tra rafforzamento dei poteri del primo ministro ed elezione diretta. In più, la descritta evoluzione delle nostre società sconsiglia meccanismi che accentuano la riduzione della partecipazione politica a tifo per i leader e a delega totale a loro dell'interesse comune».
Obietto che con l'indicazione del candidato-premier nella scheda siamo già di fatto nel campo dell'elezione diretta.
«Siamo arrivati al limite. Non chiedo di tornare indietro ma non vedo il bisogno di andare avanti. Ci siamo fatti prendere dall'idea sbagliata primo ministro uguale sindaco d'Italia. Ma ciò che ha senso nella piccola dimensione, non lo ha a livello nazionale. Chi ha in mente di rinunciare alle solide maggioranze che il sistema maggioritario garantisce e vuole tornare alla maggiore fluidità del proporzionale, può chiedere di rafforzare la legittimazione autonoma del premier. Ma chi vuole conservare il maggioritario all'italiana così come è, perché insiste per dare al primo ministro un'autonoma piattaforma di legittimazione? Il centrodestra quando ha voluto, ha dominato la scena parlamentare. E' vero che ha incontrato ostacoli nelle forze sociali ma in quel caso che differenza avrebbe fatto avere un premier eletto direttamente? Per me nessuna».
Il segretario del Censis Giuseppe De Rita va facendo considerazioni che mi paiono non diverse dalle sue.
«Mi riconosco nella società a rete che descrive De Rita. In passato ho sostenuto l'elezione diretta e la verticalizzazione della politica. Ma la società di oggi, la società post-partitica, dà ragione a lui. L'Ulivo delle origini era stato post-partitico. Molto per le virtù personali di Romano Prodi e la sua capacità di parlare a più mondi. Oggi però il centrosinistra ha smesso di esserlo, si è ossificato, dentro prevale la nomenklatura».
L'Italia oligarchica intanto declina. E ciò costituisce un doppio ordine di problemi.
«Ci si è accorti dei rischi di declino con l'esplosione della crisi Fiat. Ma i fenomeni regressivi non riguardano solo la grande industria. Sono assai più ampi e si intrecciano con le modificazioni della politica di cui parlavamo. Negli anni Cinquanta eravamo definiti i giapponesi d'Europa. Ci battevamo per conquistare un tenore di vita più alto e uscire dalla vita agra descritta da Luciano Bianciardi. L'abbiamo raggiunto e ci siamo fermati».
Ma si può dare la colpa solo alla politica? La società civile non ha rimorsi?
«Di questo sto parlando, del ripiegamento di ciascuno in sé, delegando ad altri il futuro comune. Le faccio un esempio pescato dalla cronaca. Il presidente Billè, di cui sono amico, ha chiesto al governo controlli sui prezzi dopo l'euro. Ma come, delega alla politica una vigilanza che avrebbe potuto lui esercitare in prima persona? Di questo passo, e sta avvenendo, delegheremo ad altri anche il concepimento dei nostri figli!».
Sui temi della mobilitazione della società civile è in corso un ampio dibattito. Guido Rossi sul Corriere ha scritto un importante articolo.
«Da 150 anni l'intellighenzia segnala in questo modo la sua distanza dai governanti. Sono nate così espressioni come "Italietta", "Paese alle vongole", e via dicendo. E' uno degli stilemi più ricorrenti, utile a tenere sveglia la politica, ma attenzione a vedere la società civile virtuosa solo nei girotondi o nei salotti anti-Berlusconi. Chi non fa rumore che cos'è? E' tutta società incivile? Pensi a chi in silenzio lavora nei centri di ricerca sull'ambiente e sulla geologia, sulle scienze della mente o sull'idraulica. Alla politica farebbe bene accorgersi anche di loro».
Si può uscire dalla litania del declino? Si può individuare una lista di priorità per rilanciare il Paese?
«In cima alla sua lista metterei il bisogno di avere una classe di governo con un'idea chiara e capace di diffondere fiducia nel Paese. Poi combattere il declino significa toccare tasti sgraditi ma necessari».
Sta accennando alla riforma delle pensioni?
«Non solo. Abbiamo aspettato tanto a toccare le pensioni di anzianità che ormai la fila dei fruitori si sta esaurendo, il vero problema è l'allungamento dell'età pensionabile. Questione che va affrontata ma in un contesto di maggiori sicurezze sociali e non il contrario. La gente ha paura del futuro e non parlo della gente di sinistra, è un sentimento che attraversa schieramenti e classi sociali. Combattere il declino vuol dire anche farla finita con l'idea che ci possa essere il massimo di benessere con il minimo di pressione fiscale».
Un sondaggio di Renato Mannheimer ha però accertato che la riduzione delle tasse rimane un tema assai popolare tra gli elettori.
«Certo, se vedo che tutto mi costa di più, è naturale che sia così. Ma nessuno mi spiega che, oltre un certo limite, è proprio la riduzione delle tasse che scarica sul mio bilancio familiare costi di servizi che sarebbero più bassi se pagati con la fiscalità generale. E rischio di accorgermene quando è troppo tardi».
Il governo ha cominciato a introdurre tasse di scopo. Aumento del prezzo delle sigarette per finanziare la ricerca.
«Da tecnico sarei contro le imposte di scopo ma devo dire che per questa via si recupera il senso del tributo imponendo trasparenza nell'uso che se ne fa. E su questa trasparenza si può lavorare».
C'è lo spazio per conciliare grandi progetti anti-declino con lo stato dei nostri conti pubblici?
«Le dirò che queste sono giornate di arida gioia. Si dice "abbiamo fermato il fabbisogno e l'indebitamento", ma il prezzo è il taglio di tutte le spese. Così la scuola non ha più soldi per il tempo pieno, il Comune non ha risorse per i servizi sociali, le imprese hanno meno incentivi e quindi investono meno di prima. I conti sono più in equilibrio, ma noi rischiamo la fine dell'asino di Buridano. Per questo occorre ripensare le strategie».
Colaninno al timone della Fiat può far parte della terapia contro il declassamento italiano.
«Lo stimo, ha coraggio ed è intraprendente. Ha il pregio di aver dimostrato all'Italia che esiste il mercato finanziario e Mediobanca, che gli è vicina, dovrebbe imparare da lui, uscendo dalla sua eterna ed unica ossessione di cercare i soldi sotto il materasso della vecchia zia "Generali". Detto questo anche lui avrebbe bisogno di qualcuno che sa fare le automobili. Il problema è quello, ci vuole il prodotto vincente».
Combattere il declino significa anche fare geopolitica. Battersi su quello che lei ha chiamato «il ring europeo» ma anche avere lo sguardo sui Balcani e il Mediterraneo.
«Sicuro. Ci sono in Europa interessi da far valere in relazione alla nostra collocazione geopolitica. Sia il corridoio 5, l'asse di collegamenti Lisbona-Trieste-Kiev, sia il corridoio 8, che collega la parte sud dei Balcani, sono per noi scelte vitali. Senza le quali saremmo tagliati fuori dai grandi traffici».
La vicenda del corridoio 5 non sembra però appassionare il centrosinistra?
«Il centrosinistra deve ricaricare le batterie. E presentarsi con un proprio ordine del giorno. Nella scorsa legislatura a un certo punto, in verità dal quarto anno, la destra ci strappò l'ordine del giorno con le sue critiche e le sue controproposte. Noi non riusciamo ancora a fare la stessa operazione, giochiamo di rimessa. Certo che di ordini del giorno ce ne deve essere uno, non otto, uno per ogni partito della coalizione. Prima di concludere, però, mi aspetto che mi faccia un'altra domanda».
Quale?
«Se è vero, come ha scritto, che da palazzo Chigi ho voluto nominare Biggeri all'Istat nonostante che fossimo nella zona Cesarini della legislatura. Si trattava di sostituire il dimissionario Zuliani, ne parlai con Gianni Letta e, se ricordo bene, con Antonio Marzano. In ogni caso Biggeri era fra i nomi dello stesso Marzano. Fu una scelta bipartisan».
Corriere della Sera
6 gennaio 2003
Il lessico della politica può ingenerare confusione Ecco un "breviario" per distinguere neofiti e vecchi seguaci del riformismo
Chi sono oggi i veri riformisti
di MARIO PIRANI
Le parole politiche dovrebbero avere una data di scadenza. Passata la quale andare obbligatoriamente fuori corso, salvo i casi in cui venissero impiegate nel loro significato originario, sotto il controllo, però, di un qualificato organismo tecnico di certificazione, quale l´Accademia della Crusca o la direzione lessicografica dello Zanichelli. Non se ne può più, infatti, delle parole multiuso che cominciano bene e finiscono malissimo, imbrogliando le idee e confondendo le acque. Prendiamo l´attuale inflazione di «riformismo» e «riformisti».
All´inizio, e per quasi un secolo, la definizione identificava quei socialisti che rifiutavano finalità di palingenesi rivoluzionaria e ambivano, invece, assicurare per via democratico-parlamentare un miglioramento graduale delle condizioni delle classi lavoratrici. Per contro i comunisti (affiancati in Italia dalla corrente massimalista del Psi, che, come dice la parola stessa, propugnavano un «programma massimo») inalberavano, sia pure in chiave più teorica che pratica, l´obiettivo finale di una rivoluzione proletaria, per instaurare un sistema alternativo a quello in vigore. Nella lunghissima fase intermedia - chè altre, almeno da noi, fortunatamente non se ne son viste - le lotte sociali e sindacali, sia quelle di matrice riformista che quelle di stampo comunista, non si differenziavano molto, se non, talvolta, per una qualche maggiore o minore attenzione alle compatibilità del sistema, ovverosia all´equilibrio economico. Come, ad esempio, quando, a cavallo del '68, venne escogitata la formula del «salario, quale variabile indipendente». Ma furono, quasi sempre, febbri passeggere, il buon senso riformista avendo la meglio in ambedue i campi, a dispetto del fatto che quell´aggettivo suonasse allora, per gli uni, timbro di autenticità e, per gli altri, sanguinosa ingiuria.
Poi, con la caduta del Muro di Berlino, la corazzata comunista si trasformò inopinatamente in un vascello fantasma, evocatore di incubi e tragedie, disertato da equipaggio e passeggeri, mentre il barcone riformista si presentò come un mezzo di salvataggio su cui tutti si aggrapparono. I più lesti a salire a bordo furono anzi proprio i postcomunisti che occuparono quasi tutti i posti di coperta, mentre i pochi, autentici titolari del marchio sociale, sopravvissuti alla tempesta casalinga di Tangentopoli, che aveva imperversato nel frattempo, dovettero accontentarsi di strapuntini nella stiva o rifugiarsi su scafi corsari di dubbia compagnia. Non sempre, peraltro, «nomina sunt consequentia rerum» e la riprova fu fornita da numerosi neoriformisti, i quali, pur non rinnegando formalmente il battesimo salvifico, riscoprirono presto la convenienza di andare dove batteva il cuore di tanti che, pur non sognando ormai la rivoluzione proletaria, avevano conservato, a guisa di rane di Pavlov, il riflesso automatico ad autodipingersi come alternativi al sistema, alle regole condivise, alle compatibilità (di Maastricht e no), agli impuri connubi internazionali (la Nato ma presto anche l´Onu) e a quant´altro la ragione suggerisse. Il barcone riformista, tra chi lo tirava secondo il suo verso e chi volgeva le vele dall´altra parte, concluse così nelle secche un periplo avviato col vento di Euro in poppa. A rendere ancor più confusa e impasticciata la competizione anche gli skipper avversari pensarono bene di innalzare stendardi riformisti, in nome della devolution, dell´art.18, del presidenzialismo e di tutto l´armamentario caro ad una destra, anch´essa obbligata a incanalare nell´alveo riformista le sue pulsioni rivoluzionarie.
Questa forse inutile premessa dovrebbe servire a cogliere il senso di un libro da poco uscito con l´intenzione di fornire sia un breviario di riconoscimento per i «veri riformisti», sia, ad un tempo, sulla base dell´esperienza vissuta nell´ultimo biennio, una mappa o portolano per riprendere la navigazione. Lo hanno scritto i riformisti doc di prima fascia (quelli che in funzione di teste d´uovo gravitavano attorno ai governi Prodi, D´Alema e Amato): Boeri, Debenedetti, Ichino, Lombardi, Manghi, Onofri, Ranieri, Rossi, Salvati, Targetti, Treu. Si intitola Non basta dire No!, con il punto esclamativo finale piazzato, a mo´ di riformismo grafico, al centro della ultima O e non, pedissequamente, al termine della riga, mentre la prefazione è del direttore dell´eponimo quotidiano, Il Riformista, giornale che, fedele alla tradizione e agli usi di famiglia, per tre quarti fa le pulci alla sinistra e per un quarto alla destra. Infine, per non smentire il carattere paradossale e trasversale dell´attuale riformismo, il volume è pubblicato da Mondadori, la casa editrice del presidente del Consiglio.
Scherzi a parte, i vari contributi sono fertili di spunti innovativi, critiche argomentate, tentativi intelligenti per orientare la sinistra su sentieri promettenti. Se, peraltro, un difetto ricorrente è dato riscontrare, esso riguarda l´eccessiva attenzione prestata alla riforma del mercato del lavoro, mentre «questa non era la vera priorità per il paese, ma la continuità dell´intero processo di riforme», come spiega Paolo Onofri nel suo saggio. Certo, «la radicalizzazione ideologica del dibattito sull´art.18» non ha consentito di concludere con una soluzione, a nostro avviso davvero riformatrice, quale quella proposta da un altro degli autori del libro, Pietro Ichino, che consisteva nell´estendere la protezione dai licenziamenti senza giusta causa anche ai dipendenti delle piccole aziende che ne sono esclusi, demandando, per contro, al giudice se imporre il reintegro o stabilire una congrua indennità pecuniaria sostitutiva. Resta, quindi, ben vero «che la sinistra avrebbe potuto e dovuto in questa occasione marcare la propria identità riformista» (Nicola Rossi), ma, ciò detto, che senso ha oggi dedicare a questo tema così ampio spazio?
Dopo tanto dibattere e manifestare, tonitruanti impegni del governo e fermissimi «no pasaran» cofferatiani, sventolar di referendum e di patti per l´Italia, tutto è stato riposto in soporiferi cassetti. La legge che doveva sventrare l´art. 18 è stata rinviata a tempi migliori e, nel frattempo, sembrano essersi volatilizzati i fondi promessi a Cisl e Uil per aumentare le indennità di disoccupazione. Mai «tanto rumor per nulla»; ma, se così è, perché sovrabbondare, come si fa nel libro, nel discettare in proposito, a ogni pié sospinto, sotto le più diverse angolature? Tanto valeva che i nostri autori, con la testa girata all´indietro, senza cambiar postura, si tuffassero a rievocare l´altra virulenta battaglia che, appena trascorsi 500 giorni di governo, su intimazione improvvida di Bertinotti, si concluse nell´ottobre del '97, con le prime dimissioni di Prodi sulla Finanziaria, peraltro rientrate qualche giorno dopo, grazie all´impegno del Presidente del Consiglio di presentare un disegno di legge sulla riduzione dell´orario di lavoro a 35 ore settimanali, a partire dal primo gennaio 2001, in tutte le aziende con più di 15 dipendenti!
Gli intellettuali riformisti che hanno collaborato al libro non stanno, peraltro, volti solo con lo sguardo al passato e alle occasioni perdute. Un programma qualificante per il futuro (un futuro che, però, può cominciare fin da oggi, con un ripensamento nell´azione quotidiana) viene articolato a più voci, con l´obbiettivo di «uscire - come teorizza Michele Salvati - dal modello mediterraneo di tutela del posto di lavoro per dirigerci verso una tutela del mercato del lavoro». Il punto di partenza è dato dalla verifica del persistente alto livello di disoccupazione (femminile e meridionale) nel nostro Paese, cui si accompagna un bassissimo livello di occupazione. Peraltro, l´area, relativamente ristretta, di addetti ai vari rami della produzione, appare tuttora più rigidamente protetta di quanto non avvenga nei paesi dell´Europa settentrionale, per non parlare degli Stati Uniti, dove, alla minor tutela sul posto di lavoro, si accompagna, non solo una più bassa disoccupazione e una più alta occupazione, ma anche un sistema di ammortizzatori sociali orientato a garantire chi resta disoccupato. Di qui l´ambizione di trasformare tutto il sistema degli ammortizzatori sociali, tenendo ben conto - avverte Ferdinando Targetti - che «non si può chiedere ai lavoratori di abbandonare l´antica liana della tutela a livello d´impresa, senza che sia offerta in cambio una nuova liana di tipo europeo». Come spiega Tito Boeri, che approfondisce l´argomento, «all´indomani dell´Euro e con un allargamento della Ue verso paesi con un più basso costo del lavoro, è legittimo cercar di trovare un diverso modo di proteggere i lavoratori contro il rischio di disoccupazione, un modo che sia meno costoso in termini di riduzione della crescita potenziale della nostra economia». Ma è in grado la sinistra italiana e il sindacato, senza lacerarsi tra chi difende la cittadella degli occupati a tempo indeterminato e chi cerca spazio per gli esclusi, di proporsi un modello, nel campo del lavoro, di Welfare sostitutivo: reddito minimo garantito, consistente indennità di disoccupazione, istituzioni di formazione continua in cambio di meno rigide difesa all´entrata e all´uscita dall´azienda, come anche degli ammortizzatori di vecchio tipo, quali la cassa integrazione, i prepensionamenti o altro?
Questo resta, comunque, un crocevia obbligato se si vuol ricomporre un quadro unificatore del mondo del lavoro, proponendosi, ad un tempo, un rilancio produttivo. Si tratta - deve essere chiaro - di una riforma che implica un notevole spostamento di risorse e di investimenti sociali, che i nostri autori indicano in almeno mezzo punto del pil.
L´interrogativo che, comunque, ci siamo posti non sarà, peraltro, risolto solo dalla maggiore razionalità della nuova impostazione rispetto a quella oggi predominante. In quest´ultima si identificano, infatti, strati e segmenti sociali deboli, non tanto in termini monetari, ma, come dice Nicola Rossi «in termini di saperi e di conoscenze non conseguite o ormai non più conseguibili... che chiedono di essere rassicurati e protetti rispetto ai mutamenti... di poter difendere una identità costruita spesso faticosamente e fatta non solo di posizioni di rendita ma anche di conquiste di civiltà». E, allora, come può il riformismo, oggi all´opposizione, «definire i termini di un nuovo compromesso sociale capace di tenere insieme le ragioni della competitività con quelle del modello sociale europeo... come liberarsi dai pesi del proprio passato per tornare a riflettere liberamente sull´evolversi della società italiana ed europea?».
Gli acrimoniosi dissidi all´interno della sinistra, la tenzone degli eterni duellanti, D´Alema e Cofferati, il proliferare patologico di clan e sigle del tutto superflue stanno ad indicare, oltre al persistere di personalismi esasperati, anche la difficoltà di fornire una risposta esauriente a quegli interrogativi. A meno di non concludere che in questa fase non esiste una prospettiva di governo per una sinistra riformatrice ma solo un arroccamento di lungo periodo all´opposizione. Se altro non è dato, sarebbe bene che quanti lo credono lo motivassero esplicitamente, e, del resto, il Pci è stato all´opposizione per quasi un cinquantennio senza smarrire la sua ragion d´essere né l´aspirazione a presentarsi come «un partito di lotta e di governo».
Chi, per contro, reputa ancora aperta una strada di rivincita sul centro destra non può limitarsi ad elaborazioni per quanto razionali o a impiegare il tempo attorno a temi quali «il portavoce unico» o le primarie per il 2006. L´Italia sta perdendo i pezzi, le grandi industrie tramontano, la scuola affonda, la ricerca scompare, la giustizia sembra ferita a morte. La prova governativa di Berlusconi appare largamente fallimentare ma anche alcune delle riforme varate dal centro sinistra, soprattutto quelle federalistica e scolastica, hanno inferto colpi gravissimi al Paese. La vicenda Fiat è esemplare. Come scrive Franco Debenedetti nella postfazione del libro di cui ci occupiamo, essa, a sinistra come a destra e nel governo, ha risuscitato l´invocazione all´intervento pubblico e al mantenimento delle vecchie rigidità. L´ipotesi di un ritorno all´auto di Stato, per quanto economicamente aberrante, può, peraltro, trovare molti ascolti compiacenti. Se i riformisti vi si accodassero o se vi contrapponessero, per contro, la loro tardiva vocazione alle privatizzazioni e liberalizzazioni, ne uscirebbero, comunque, perdenti. Occorrerebbe, forse, avere invece il coraggio di riproporre, in termini aggiornati, il discorso che caratterizzò la stagione del centro sinistra degli anni Sessanta e Settanta: il discorso di un governo capace di elaborare e applicare una programmazione economica indicativa, attraverso meccanismi selettivi ma automatici (e, quindi, non clientelari e politici) d´incentivazione. Tornare, quindi, ad avere una politica industriale che non risponda solo alla domanda immediata del mercato ma agli interessi a più lungo termine della competitività italiana nel quadro della nuova Unione europea e della globalizzazione. Una visione di questo tipo potrebbe avere due effetti: il primo, di ricostruire le basi oggettive per una riunificazione del popolo di sinistra e delle sue rissose rappresentanze; il secondo, di riempire di contenuti concreti un programma riformista che non si limiti a «dire No».
la Repubblica
28 dicembre 2002
L´INTERVISTA
Il commissario Ue Mario Monti: dibattito politico incivile, dissolvenza dell´economia
"Le riforme non bastano: l'Italia sta asfissiando"
di ANDREA BONANNI
MILANO - Non saranno ulteriori riforme istituzionali a salvare il Paese dalla «lenta asfissia» della capacità di governo, dall´ «inciviltà del dibattito politico» e dalla «triste dissolvenza dell´economia italiana». Solo prendendo coscienza che ci troviamo di fronte ad una nuova emergenza, senza scadenze definite, senza sanzioni immediate, ma ugualmente determinante «perché ci stiamo giocando il nostro futuro, e ce lo stiamo giocando male» , l´Italia potrà ritrovare la forza di far prevalere il senso di responsabilità collettivo sul «personalismo esasperato nel mantenimento del potere politico ed economico» .
La fine dell´anno si avvicina, e con essa il tempo di un difficile bilancio per Mario Monti, commissario europeo alla Concorrenza, una delle poche, riconosciute «autorità globali» del Pianeta. E´ il bilancio di un sofferto rapporto di vicinanza-lontananza con il Paese che otto anni fa lo mandò a Bruxelles. E che da allora, in molte occasioni, è stato tentato di chiedergli di tornare in patria. La prima volta fu all´indomani della designazione a commissario, fatta nel '94 dal governo Berlusconi che era nel frattempo caduto per il ribaltone di Bossi. Indicato dal centro e dalla sinistra come possibile capo del governo, Monti venne convocato da Scalfaro ma chiese di avere l´appoggio bi-partisan del Parlamento e fu bloccato dal veto di Berlusconi.
Sei anni dopo, a fine 2000, fu lo stesso Berlusconi a chiedergli di assumere, nel governo che avrebbe formato dopo le elezioni, l´incarico di ministro degli Esteri: proposta che Monti declinò per portare a termine il lavoro di commissario alla concorrenza.
Ma la determinazione con cui si è dedicato al suo compito europeo non ha impedito al «professore», come lo chiamano i suoi collaboratori, di seguire con attenzione, e a volte anche con trepidazione, le vicende italiane. E ora, in vacanza di fine anno nella sua casa milanese, traccia un bilancio di questi otto anni che è anche grido di allarme per un paese che rischia di perdere i vantaggi tratti dalla «rivoluzione europea» degli anni Novanta.
Vista dall´Europa, com´è cambiata l´Italia dal '94 ad oggi?
«Otto anni fa, quando venni nominato commissario, l´Italia era fuori da tutto: da Schengen, dal sistema monetario, dalla prospettiva di entrare nella moneta unica. Era un paese poco interessato all´Europa e poco rispettato in Europa. L´Unione, d´altra parte, era ancora a dodici e fortemente gerarchizzata: la Germania di Kohl e la Commissione detenevano le chiavi del potere condizionando le possibilità di adesione all´euro».
E oggi?
«Oggi l´Unione è ormai quasi a venticinque. E´ una realtà con un disegno strategico più chiaro: moneta unica, allargamento, costituzione. Ma molto meno gerarchizzata. La Germania da paese guida e disciplinante è diventato paese freno e da disciplinare. L´Italia, nel frattempo, ha cambiato sei governi: Berlusconi, Dini, Prodi, D´Alema, Amato, di nuovo Berlusconi. Un record. Malgrado ciò, l´Italia è riuscita ad entrare là dove prima era esclusa, da Schengen all´euro. E´ molto più attenta alle vicende europee e molto più presente sulla scena comunitaria con proprie personalità, come il presidente della Commissione Romano Prodi e il vicepresidente della Convenzione Giuliano Amato. Il presidente del Consiglio Berlusconi non è più considerato un oggetto misterioso, o un pericoloso antieuropeista. Eppure...»
Eppure?
«C´è qualcosa che non va. Oggi non esiste più lo stimolo del premio o della sanzione immediata, come era ai tempi della rincorsa all´euro. Questo rende meno visibile, ma non meno grave, la graduale perdita di posizioni dell´economia italiana. Con la moneta unica, senza possibilità di utilizzare le periodiche svalutazioni che peraltro minavano il tessuto economico e civile, la competitività si mantiene e si guadagna attraverso un´inflazione più bassa degli altri, un´innovazione più alta, infrastrutture adeguate e riforme strutturali che richiedono coraggio politico e capacità di programmazione» .
Ma come, professore, il governo promette grandi opere: faremo perfino il ponte sulle Stretto...
«Sa qual è l´ "infrastruttura" decisiva che manca in Italia?»
Dica...
«La qualità del dibattito politico. Posso assicurare che nelle valutazioni sul Paese, e anche nelle decisioni se localizzare investimenti in Italia o altrove, la serietà e la decenza del dibattito politico sono un fattore sempre più influente. Una democrazia evoluta prevede un confronto anche duro e aspro, ma nel rispetto reciproco. La politica non può essere un gioco continuo alla denigrazione vicendevole. Lo ricorda spesso, con la sua autorità fondata sulla pacatezza, il presidente Ciampi. Un livello adeguato del dibattito politico è un´infrastruttura essenziale, che tra l´altro non deturpa l´ambiente e non costa, se non un minimo di senso civico. Ma produce ricchezza, civile ed economica. Invece in Italia il dibattito è dominato dai personalismi. Maggioranza e opposizione sono impegnate a delegittimarsi reciprocamente. Da una parte c´è una guida forte, ma si stenta a vedere un forte disegno costruttivo, teso a mobilitare energie per il futuro del Paese piuttosto che a tenere vivi astii maturati nel passato. E l´opposizione, che ricambia di cuore, appare divisa, e un po´ futilmente rissosa, incapace di leadership» .
E le riforme?
«Non si vedono molte riforme strutturali proiettate al futuro. Si sperava che un governo di centro-destra caratterizzato da proposte liberali, stabile e con una larga maggioranza, riuscisse a dare al Paese, fin da inizio legislatura, una forte iniezione di riforme coraggiose come quella delle pensioni. E che questo avrebbe scatenato nuove energie imprenditoriali e dato un impulso alla crescita. E´ vero che le circostanze internazionali sono state sfavorevoli. Ma questo balzo in avanti delle politiche liberali non si è visto» .
Eppure Berlusconi ha vinto le elezioni su un programma liberale...
«Ci dev´essere una specie di magnetismo: chi acquisisce il potere politico appare a volte più intenzionato ad assicurarsene la conservazione tessendo legami con il mondo dell´economia piuttosto che dando regole. Alcuni governi del centro-sinistra non fecero diversamente».
Vuol dire che lei auspica un minor ruolo dei poteri pubblici?
«No. Al contrario. Auspico un ruolo semmai più forte del potere politico nel fissare le regole entro le quali svolgere il gioco del mercato. Ma anche una netta astensione dall´interferire nell´esito di questo gioco. E´ quello che, a livello europeo, dalla Commissione di Bruxelles facciamo con tutte le nostre forze, resistendo a quotidiane pressioni e interventi arbitrari di governi nazionali e di grandi lobbies industriali».
Forse il sistema istituzionale in Italia non è ancora abbastanza forte. Crede che la devolution e la transizione al presidenzialimo potranno rendere più efficace l´azione della politica?
«Eviterei di riporre speranze messianiche nelle riforme istituzionali. Per molto tempo in Italia si è stati convinti che la qualità della gestione della cosa pubblica, e in particolare un miglior governo dell´economia, dipendessero essenzialmente dalle riforme istituzionali, dalla cosiddetta governabilità. Su questo terreno si è fatto molto negli ultimi anni. Ora esiste un sistema elettorale che offre maggioranze parlamentari ampie e stabili. Sindaci e presidenti di regione sono eletti direttamente e godono di stabilità e autorevolezza. Eppure le riforme istituzionali, che forse sono condizioni necessarie, non si dimostrano sufficienti: almeno finora non hanno generato l´atteso salto di qualità nella capacità di governo e nella vita pubblica. E allora mi chiedo, e ci si chiede in Europa, se non ci sia qualcosa d´altro che non funziona in noi italiani. Se, più che alcune riforme istituzionali, non occorrerebbero infinite "riforme individuali" di noi singoli cittadini di questo straordinario Paese» .
E che cosa non funziona?
«Soprattutto il personalismo esasperato nel mantenimento del potere. Lo si vede nella politica, ma anche nell´economia. Negli ultimi anni, grazie in particolare ai venti europei come mercato unico, concorrenza, liberalizzazioni, il peso del mercato è aumentato. Ma non abbastanza da impedire che a volte le ambizioni personali di dirigenti o azionisti prevalgano anche contro gli imperativi del mercato. Le alleanze di potere e di conservazione hanno troppo spesso ancora la meglio» .
A proposito di mercato, questi otto anni hanno visto la scomparsa della grande industria italiana, dalla chimica all´informatica all´automobile...
«E´ vero. Assistiamo ad una triste dissolvenza di una larga parte dell´economia italiana. Che sarebbe stata un tracollo di più ampie proporzioni se il Paese non fosse salito in tempo su una nave di nome euro».
Ma le privatizzazioni...
«Anche su alcune privatizzazioni gli imprenditori italiani purtroppo si sono comportati con un´ottica speculativa di breve periodo. Invece di accettare in positivo la sfida della concorrenza che l´Europa schiudeva davanti a loro, hanno cercato riparo nei settori poco liberalizzati delle "public utilities". Non si illudano però: più lentamente di quanto vorrei, ma inesorabilmente, stiamo portando le liberalizzazioni anche lì».
Insomma, si direbbe che nonostante i progressi l´Italia stia peggio oggi di otto anni fa...
«Difficile rispondere. Otto anni fa il paese era messo male. C´era una minaccia, ma anche la speranza di farcela e le idee chiare sullo sforzo da compiere. Allora il problema era riuscire ad entrare in una casa solida e ben costruita, la casa europea con serramenti tedeschi. Adesso che l´Italia vi abita, si direbbe che non sappia bene come comportarsi per poterci restare da condomino autorevole. Un certo sbandamento è iniziato non con il cambio di maggioranza, ma prima, con l´ingresso nella moneta unica, perché la fine dell´emergenza ha permesso di far riemergere i personalismi: sciogliete le righe» .
E così l´emergenza ritorna...
«Sì. Ma in modo più insidioso perché non ci sono più scadenze immediate e punizioni in vista. Non ci sono più poteri teutonici che dicano agli italiani che cosa occorre fare e che stabiliscano le sanzioni in caso di fallimento. Eppure oggi come non mai ci stiamo giocando il nostro futuro e quello dei nostri figli. E ce lo stiamo giocando male. Sarebbe molto triste se un giorno i giovani italiani dovessero rimpiangere di essere rimasti orfani della Germania...».
la Repubblica
28 dicembre 2002
Le radici del declino italiano
di MICHELE SALVATI
L´ANTICA e ricorrente immagine del declino affiora di tanto in tanto nella stampa quotidiana, facendosi strada tra le baruffe chiozzotte del giorno per giorno. Sia benvenuta, se è l´occasione di riflettere un po´ più a fondo sui guai del nostro Paese. E soprattutto se è messa a fuoco in modo da suggerire cause ed effetti sotto il nostro controllo, e dunque percorsi che possano condurre ad un nuovo slancio di crescita. Affinché ciò avvenga la riflessione va severamente ristretta, distaccata dall´infinita storia di declini e risorgimenti, crisi e rinascite, corsi e ricorsi, che il nostro paese ha conosciuto nel suo passato, la storia che Mammarella e Ciuffoletti sorvolano in un libro di pochi anni fa (Il declino, Mondadori, 1995): il problema su cui dobbiamo concentrarci è la perdita di dinamismo dell´economia italiana a partire dagli anni ´70. E va condotta, questa riflessione, nel modo più asettico possibile, evitando gli eccessi ottimistici o piagnoni – poco plausibili primati o autocommiserazioni eccessive – che l´hanno caratterizzata in un lontano passato: il modello da seguire è la bella e sobria discussione sul "climaterio" britannico degli anni ´60 e ´70, prima che la riscossa thatcheriana e blairiana arrestasse il trend di declino relativo di quel Paese.
Cosa c´è alle radici del declino italiano
Fermiamoci allora allo sviluppo economico di questo dopoguerra. L´indicatore sintetico più semplice per una misurazione del declino l´ha utilizzato Mario Deaglio, in un libro facilmente disponibile e di cui consiglio la lettura, "La fine dell´euforia", (Guerini, 2001): si tratta dell´evoluzione temporale di un indice, il rapporto tra il tasso di crescita del reddito pro capite del nostro paese e quello della media dei Paesi dell´Ocse, i paesi sviluppati. Tale indice aumenta molto rapidamente dal 1950 al 1970; tra forti oscillazioni cresce ancora, ma molto meno, tra il ´70 e l´80; è stazionario (dunque l´Italia si sviluppa allo stesso tasso della media Ocse) nel corso degli anni ´80; diminuisce nel corso degli anni ´90, sino a tornare nel 2000 allo stesso livello del 1968. Insomma, negli ultimi 35 anni, l´Italia non ha migliorato la sua posizione relativa rispetto al gruppo dei Paesi sviluppati. Si potrebbero utilizzare indicatori più accurati, ma la morale sarebbe grossomodo la stessa: la molla che ci spingeva all´inseguimento dei redditi e degli standard di vita dei Paesi più ricchi si è rotta negli anni ´70 (e addirittura funziona a rovescio negli anni ´90), come se avessimo già raggiunto, alla fine degli anni ´60, il nostro massimo relativo e non potessimo fare di più e meglio rispetto ai Paesi con i quali ci confrontiamo. Si noti che il confronto è con Paesi Ocse come la Francia o la Germania, la Svezia o il Canada, la Spagna o il Regno Unito: quest´ultimo l´avevamo superato per un breve periodo nella seconda metà degli anni ´80 (chi non ricorda l´euforia di quegli anni, il "nuovo Rinascimento"?) ed è tornato in testa nel corso degli anni ´90. Che la Cina o l´India od altri Paesi che partono da livelli di reddito infimi crescano più di noi, e dunque che la nostra posizione relativa peggiori nei loro confronti, è spiegabile economicamente e giusto politicamente, in un disegno di distribuzione meno squilibrata della ricchezza mondiale. Ma perché fermarci o arretrare rispetto a Paesi nettamente più ricchi e sviluppati di noi? Avevamo forse risolto i nostri principali problemi? Quali impacci, quali forze ci hanno fermato?
Un gran numero. Ma se dovessi sceglierne una, la mia scelta ricadrebbe sulla inadeguatezza dei nostri ceti politici, e del sistema di cui fan parte, ad affrontare i problemi economico-sociali che lo sviluppo andava suscitando. Tra questi, oltre agli infiniti problemi congiunturali, i grandi problemi strutturali che ancora non abbiamo risolto: il sottosviluppo economico e civile del Mezzogiorno, una pubblica amministrazione di competenza e integrità inadeguate per un Paese sviluppato, una diffusa carenza di spirito civico e di sobrio orgoglio nazionale, imprenditori e ceti dirigenti privati di qualità inferiore alla media europea. Tutti questi problemi, naturalmente, potrebbero essere visti come altrettante cause che spiegano le "forze che ci hanno fermato". Le ragioni per cui credo sia utile, in prima battuta, isolare i ceti dirigenti pubblici ed il sistema politico sono sostanzialmente due: la prima è che si tratta, di per sé, di una causa di grande rilievo, di cui è facile vedere la connessione con i momenti di crescita o declino. La seconda è però quella decisiva. I ceti dirigenti pubblici ed il sistema politico determinano le politiche pubbliche in tutti i campi, anche nei campi che fanno problema: il Mezzogiorno, la pubblica amministrazione, le regole che le imprese e i cittadini devono rispettare, la stessa formazione di ceti dirigenti privati all´altezza della situazione. Dunque la politica ha in mano le leve per aggredire, o lasciar marcire, i problemi ereditati dal passato, o addirittura crearne di nuovi invece di risolvere i vecchi. Non avendo la possibilità di un´analisi distesa, mi limito a ricordare in breve la reazione perversa del nostro sistema politico ai due grandi shock politico-sociali di questo dopoguerra.
Il primo è uno shock comune a molti paesi avanzati: le grandi rivendicazioni studentesche e operaie, più in generale le turbolenze sociali, della fine degli anni ´60 e dell´inizio dei ´70. Shock comune, ma sviluppi diversissimi, perché i ceti dirigenti pubblici di altri Paesi ricondussero rapidamente a ragione, nei limiti delle risorse disponibili, le domande provenienti da questa esplosione di domande insoddisfatte. I nostri no, complici l´aggressività di un sindacato in precedenza non adeguatamente riconosciuto, le incertezze di un grande partito che era tenuto (e si teneva) al di fuori del sistema e non ultima la cedevolezza della controparte industriale. Inizia così una rincorsa inflazione-svalutazione di una intensità e di una durata che nessun altro Paese serio conosce, alla quale si aggiunge una serie ininterrotta di disavanzi di bilancio che rapidamente dà origine ad un debito pubblico di dimensioni allarmanti. Questi problemi macroconomici, evitabili da un ceto politico-sindacale-industriale consapevole, e di fatto evitati da quasi tutti gli altri Paesi, dominano gli anni ´70 e ´80 e vengono risolti solo a metà degli anni '90. Dominano e sottraggono attenzione e risorse ai problemi veri, quelli da cui dipende la competitività, la civiltà e dunque la crescita dell´Italia: dalle infrastrutture all´istruzione, dall´efficienza della magistratura al Mezzogiorno, dalla qualità dei servizi forniti dalla pubblica amministrazione alla promozione dello sviluppo e della ricerca.
Il secondo è uno shock politico sociale che riguarda solo noi, perché solo in Italia, tra i Paesi sviluppati, una sollevazione antipolitica ha avuto l´effetto di spazzar via un intero ceto dirigente, i due grandi partiti che quasi ovunque in Europa si alternano al potere. Fortuna ha voluto che nel vuoto politico della metà del decennio scorso alcune grandi personalità tenessero ben ferma la barra su una rotta europea e che il sindacato, questa volta, le assecondasse. Ma al di là del miracolo del risanamento fiscale e finanziario era molto difficile andare, anche se importanti riforme strutturali furono avviate proprio mentre infuriava la crisi politica. L´eliminazione della droga inflazione-svalutazione, gli sforzi fiscali per "entrare" nei parametri di Maastricht e restarci, hanno messo a nudo le debolezze della nostra struttura produttiva (e del sistema Italia nel suo complesso) accumulate nei decenni in cui l´attenzione prevalente del ceto politico era rivolta altrove: come abbiamo già osservato è in questi anni che l´Italia perde posizioni nella gerarchia dei paesi sviluppati e probabilmente si avvia a perderne anche nei prossimi. Perché, purtroppo, la crisi del sistema politico esplosa nei primi anni ´90 è ben lontana da una soluzione, se per soluzione si intende un sistema in cui si confrontino un centro-destra e un centro-sinistra normali, due coalizioni politiche che condividano un´analisi sobria della situazione e, pur nella differenza di soluzioni specifiche, le linee generali delle politiche per fronteggiare il declino. Che assumano la stessa responsabilità repubblicana, direbbero i francesi, nei confronti delle priorità nazionali. E che siano unite nel lanciare un messaggio di pazienza e responsabilità: non esistono soluzioni miracolistiche dietro l´angolo, ma solo la lenta ri-costruzione delle premesse, morali ancor prima che materiali, per tornare a competere e ad essere rispettati.
Queste, in una sintesi disperata, le cause principali del declino economico relativo dell´Italia: la successione di due sistemi politici entrambi incapaci di dominare le inevitabili tensioni che lo sviluppo porta con sé affrontando con lungimiranza e perseveranza i reali problemi strutturali del paese. Crollato il primo sistema, roso al suo interno dall´impossibilità di usare il Pci in un modello di alternanza democratica, si è finiti in un altro in cui l´alternanza è bensì possibile, ma dove una delle due coalizioni è guidata da una leadership populista e nell´altra fanno fatica ad affermarsi come egemoni le forze di un socialismo e popolarismo moderati. La prima anomalia –e soprattutto la posizione personale di Berlusconi - è di gran lunga la più grave e giustificato l´allarme che questo giornale non cessa di esprimere. Purtroppo anche gridare contro l´ingiustizia rende la voce rauca.
la Repubblica
27 dicembre 2002