I RAPPORTI CON LA CASA DELLE LIBERTA´, LA GIUSTIZIA E LA GLOBALIZZAZIONE: PARLA IL PRESIDENTE DEI DS 


D´ALEMA «La sinistra non aiuti Berlusconi» 


ROMA IO vedo la possibilità di un'accelerazione politica. Purtroppo la seria crisi industriale del paese potrebbe aggravarsi: si rischia una crisi di tutto il manufatturiero maturo. A questo si aggiunge una situazione internazionale di grave tensione e pericolo. E il paese appare privo di una guida. Il presidente del Consiglio vive alla giornata, condizionato da Previti sulla giustizia, da Bossi sulle istituzioni. In una situazione così grave la sinistra deve assolutamente rilanciare una piattaforma riformista, tanto più oggi che il fallimento di Berlusconi mette in gioco parti importanti della società italiana. Io sono contro un uso strumentale dei movimenti che provochi uno slittamento massimalista dell'asse politico dell'opposizione. Contro un antiberlusconismo tanto rabbioso quanto sterile, che finirebbe per lanciare a Berlusconi una ciambella di salvataggio. Negli anni scorsi abbiamo dimostrato che Berlusconi si batte con una proposta al paese». Massimo D'Alema sta lavorando nel suo studio nella fondazione Italianieuropei. Prepara una conferenza sull'America Latina cui è stato invitato al rientro dal viaggio in Argentina, Uruguay, Cile, Bolivia e Brasile, dov'è stato il primo politico straniero a incontrare il nuovo presidente, Lula. «Ho incontrato anche un collaboratore dell'Unità, che mi ha detto: "Prima andavate a braccetto con Cardoso, finalmente avete scoperto Lula". Gli ho consigliato una verifica all'archivio del suo giornale: i rapporti con Lula sono decennali, e saranno coronati tra qualche settimana, quando finalmente il suo partito, grazie anche al nostro lavoro, entrerà nell'Internazionale socialista». 

Presidente D'Alema, nel giorno di Firenze Prodi ha posto due questioni: il governo della globalizzazione con la fine del pensiero unico e degli Anni '90; il dialogo con i movimenti. Cominciamo dalla prima. 

«La questione è riorientare la globalizzazione, in modo da sottrarre il comando all'economia e restituirlo alla politica. L'America Latina e l'Africa sono le aree che alla globalizzazione hanno pagato il prezzo più alto. La globalizzazione non ha prodotto solo miseria: in Asia ha contribuito a migliorare le condizioni di un miliardo e mezzo di persone, che non è piccola cosa. L'America Latina si è trovata a mezza strada tra il dinamismo asiatico e lo sviluppo tecnologico delle aree ricche, vittima di una globalizzazione ingiusta, che lascia sul terreno vincitori e vinti. Ha sperimentato il fallimento delle politiche liberiste. Il presidente boliviano Gonzalo Sanchez de Losada, un liberale cresciuto negli Stati Uniti, mi ha detto: sto rileggendo Keynes». 

Pochi anni fa si andava in America Latina a parlare di terza via. Dopo il fallimento di De la Rua, si riaffacciano i fantasmi del populismo e della polemica contro Washington. 

«Lula non è populista né antiamericano. Vuole evitare che il Brasile sia schiacciato dalla superpotenza, e per questo si rivolge all'Europa. Sta diventando un punto di riferimento per tutta l'America Latina. Spero possa trovare una forte intesa con uno statista che conosco da anni, Lagos, che guida il paese più solido, il Cile. Condivido anche il giudizio che Lula ha dato di Castro, nella sua bella intervista a Newsweek, distinguendo tra il fascino che la rivoluzione cubana ha esercitato sulla nostra generazione e il giudizio politico. Vorrei promuovere una sottoscrizione tra compagni per l'America Latina: soldi, non aiuti, perché i prodotti ci sono, mancano i soldi per comprarli. Si pagano anni di dissipazione di ricchezze sociali, corruzione delle classe dirigenti, egoismo e protezionismo dei paesi ricchi». 

E' un fatto però che i doveri cui soggiaciono i produttori europei comportino costi. Tremonti ha esposto una visione incentrata su New Deal e neocolbertism. 

«La via del neoprotezionismo è opposta a quella che dobbiamo imboccare. L'Europa dovrebbe smettere di dare sussidi alle esportazioni agricole, facendo concorrenza sleale ai paesi più poveri. Un nuovo ordine mondiale ha prezzi che vanno pagati, cui corrispondono benefici: stabilità, nuovi mercati, pace. Certo il problema del dumping sociale, dello sfruttamento del lavoro dei fanciulli, esiste, ma non si risolve con il protezionismo, sommando ingiustizia a ingiustizia, bensì rafforzando la dimensione della governance globale. Favorendo una politica di regolamentazione internazionale, anche attraverso il Wto, e di espansione dei diritti, anziché di difesa dei privilegi. Recuperando il deficit della politica». 

Veniamo al dialogo con i movimenti lanciato da Prodi. La questione la riguarda. I movimenti che hanno segnato il 2002 della sinistra italiana hanno un bersaglio polemico: lei. I pacifisti le rimproverano il Kosovo. 

«Sul Kosovo i fatti ci hanno dato ragione, e immagino la pensi così anche Prodi, che veniva designato presidente della Commissione europea la notte in cui cominciò l'azione militare della Nato. Noi non abbiamo portato la guerra in Kosovo. La guerra c'era già da 9 anni, e aveva fatto 300 mila vittime civili. Potevamo starne fuori, ma sarebbe stato un pacifismo abbastanza meschino. Comunque, io non confondo le cose. Una cosa sono i movimenti, altra sono quei gruppi della sinistra da sempre in polemica con la sinistra riformista, di governo. E' un confronto che non si è mai interrotto. Questo non implica l'obbligo di accettare posizioni sbagliate. Se noi, anziché puntare sull'Onu, avessimo detto no alla guerra sempre e comunque, avremmo aperto la strada all'intervento unilaterale americano. La guerra ci sarebbe già». 

Se ci sarà, il dialogo tra la sinistra riformista e il movimento pare destinato a finire. 

«Io ritengo che l'attacco militare all'Iraq sarebbe un grave errore, e non aiuterebbe la lotta al terrorismo. Su questo non c'è differenza tra la mia opinione e quella del movimento. Ma anche escludere in linea di principio il ricorso all'uso della forza per difendere la sicurezza e i diritti dell'uomo è un errore, perché lascia campo libero all'uso indiscriminato della forza. E' un errore la polemica contro l'Onu. La sfida della sinistra è anzi sviluppare una nuova statualità, costruire una dimensione transnazionale, contrastare l'unilateralismo americano costruendo istituzioni multilaterali; ad esempio un Consiglio di sicurezza economico delle Nazioni Unite, che affronti le crisi economiche e finanziarie. Il nostro compito è costruire le premesse affinché si possa governare il mondo, affinché il mondo non sia governato da un'unica superpotenza che prende le grandi decisioni e ne affida l'esecuzione a organizzazioni tecniche da lei dominate come il Fondo monetario. Abbiamo di fronte la sfida di un secolo: esportare su scala globale quel che nel secolo scorso abbiamo costruito nei grandi paesi europei. Condizionare lo sviluppo capitalistico. Civilizzare il capitalismo». 

Prodi ha parlato anche del movimento dei girotondi. Che nasce tecnicamente contro di lei. Moretti la punta da decenni, ben prima del noto tormentone, fin da Palombella Rossa. Perché? 

«Guardi, i movimenti non nascono contro di me. Nascono contro Berlusconi. Anche in altre stagioni ho polemizzato a sinistra con chi militava nei gruppuscoli. Sono vecchie storie di quartiere, dei primi Anni '70. Allora i fatti diedero ragione a noi. Ce la daranno anche adesso». 

Lei rimprovera a una parte della sinistra un residuo giustizialista non in sintonia con il paese. 

«Non in sintonia con le mie idee. Io sono sinceramente garantista. E sono completamente d'accordo con la posizione espressa dal mio partito sui temi della giustizia. Quando si sente chiedere a Sofri di restare in galera per dispiacere a Berlusconi si capisce a quali aberrazioni può arrivare il fanatismo. Anche così prende forma l'antipolitica, l'idea che la politica fa schifo. Io sono un vecchio militante della sinistra. Parto dall'idea che quando si distruggono i partiti, diventano più forti gli interessi forti». 

Anche Libertà e Giustizia nasce con una vena polemica nei suoi confronti. Eco le ha rimproverato di aver detto a Gargonza che la società civile doveva andare a casa. 

«Non mi pare la genesi sia questa. Comunque, mi spiace che Eco si sia lasciato andare a una ricostruzione così fantasiosa. Non ho mai detto che la società civile dovesse andare a casa. Invitai a non mitizzarla, a guardarla per quella che era e che è: nel '96 il 54% degli italiani aveva votato per Bossi Fini e Berlusconi, la spinta andava verso destra e non verso sinistra; noi li avevamo battuti perché eravamo riusciti a dividerli. La favola della società civile buona e giusta era appunto una favola. Questo avevo detto. Cosa ci posso fare? D'Alema è antipatico perché porta cifre, fatti...». 

Poi c'è Guido Rossi e la sua polemica sulla merchant bank di Palazzo Chigi. 

«Nessuno ha mai subito un'aggressione di questo tipo, così sgradevole, calunniosa, mistificatoria. Ho sempre evitato di querelare personalità e giornali di sinistra, ma quando simili accuse sono rimbalzate su altri giornali ho fatto 3 o 4 cause, e le ho vinte. E' stata una forma di snobismo, coprire di insulti persone che stavano facendo il loro dovere, che stavano governando bene il paese. E' stata aperta così una strada che Berlusconi ha subito imboccato. Gli è stato fornito un argomento, gli è stato usato un atto di cortesia. E' un male antico, che ci riporta indietro di decenni. Hanno stampato un supplemento di Micromega contro la mia presenza alla cerimonia per Escrivá, cui ho partecipato su invito del Vaticano insieme con altre 600 mila persone tra cui numerose personalità della sinistra, inventando commenti favorevoli che non avevo fatto. Calunnie e insulti come questi hanno sempre fatto danni enormi a sinistra, di carattere etico e politico. C'è tutto un mondo che si mobilita, e crea una frattura profonda». 

Pare quasi che il fine della mobilitazione sia l'azzeramento del gruppo dirigente che ha trasformato il Pci nei Ds. 

«Noi siamo un grande partito, anche in crescita, saldamente riformista, convinto che solo su questa base il centrosinistra potrà tornare a governare il paese. Abbiamo fatto un congresso per cui hanno votato 300 mila persone, e abbiamo la chiara percezione di quel che pensano». 

C'è poi chi le rimprovera di non essere all'altezza delle sue analisi. Il Riformista la definisce «uomo in convalescenza». Il Foglio, «signor Vorrei ma non posso». 

«Tutti sono liberi di fare critiche. Comunque, quando ti attaccano da destra e da sinistra, il più delle volte rischi di avere ragione. Non sono avventuroso, non vedo come sia possibile un dialogo sulla giustizia, sulle riforme con un governo che vive un fallimento di proporzioni disastrose. Il nostro vero problema è lavorare a una piattaforma riformista dell'opposizione, che non può apparire un confuso fronte del no». 

L'appuntamento potrebbe arrivare anche prima del 2006? 

«Un'accelerazione è possibile». 

E vi crea un problema di leadership, che lei ha posto dicendo che non ci si può far dirigere da due assenti. Come sono i suoi rapporti con Prodi? 

«Era un'ovvietà, da cui è stata montata una polemica. Io non ce l'ho con Prodi. Prodi guida la Commissione europea; se si dimettesse, potrebbe guidare il centrosinistra. Ci siamo parlati l'altro giorno, gli ho riferito una richiesta di Lula». 

Siamo alla vigilia dell'assemblea degli eletti dell'Ulivo: si riparlerà della sua candidatura a portavoce alla Camera? 

«Non mi sono mai candidato. Sto lavorando ad altro. Sono molto soddisfatto delle attività della Fondazione. Preparo un nuovo viaggio. Nel mondo arabo». 

Cofferati ha corretto il tiro sul riformismo: non è più una parola «malata»; solo «inflazionata». 

«E' una parola difficile per la sinistra italiana. Si è sempre sentito il bisogno di accompagnarla con un aggettivo: riformismo "forte", "di struttura". Con Cofferati a Firenze abbiamo avuto una discussione molto costruttiva nel merito. Quando parliamo di contenuti, le distanze sono molto meno marcate. Se invece c'è lo slittamento radicale, movimentista, allora si costruisce l'ultima difesa di Berlusconi. Si crea un argomento: il governo non va bene, ma di là non c'è alternativa. E' questo il mood. Lo indicano i sondaggi: cala la maggioranza, non cresce l'opposizione. Quando incontro i piccoli imprenditori li trovo delusi da Berlusconi, ma anche diffidenti nei nostri confronti; chiedono cosa vogliamo fare, se davvero sceglieremo una linea massimalista. E non è vero che con la radicalizzazione si batte l'astensionismo. A Pisa si è votato per le suppletive in un momento di girotondi, di scioperi, e il 63% degli elettori è rimasto a casa». 

D'Alema è antipatico per le cifre, ma forse pure per il puntiglio. Consideriamo la vicenda di quest'estate. Rettificare una notizia inesatta sulla sua barca ha innescato un altro tormentone. Non sarebbe stato meglio lasciar perdere? 

«Ma perché io dovrei accettare che si scrivano menzogne finalizzate a colpire la mia persona? Grandi o piccole che siano, ho il dovere di rispondere. E questo ho fatto. Sono in pace con me stesso. Sono un uomo di amori e di passioni. Non sono mai stato un opportunista. E' stato più difficile convincermi a entrare a Palazzo Chigi che ad andarmene. Non ho mai badato alle convenienze personali. Mai». 

Neanche quando, intuendo che Bertinotti si sarebbe sfilato, lanciò tra i piedi di Prodi e Veltroni la Bicamerale? Per porsi come rassembleur, ma finendo per lanciare un salvagente a Berlusconi? 

«Vorrei ricordarle che la Bicamerale era il punto numero uno del programma con cui Prodi vinse le elezioni, e noi avevamo il dovere di attuarlo. Ciò premesso, questa analisi è completamente falsa. La Bicamerale fu il punto più basso di Berlusconi. Una Via Crucis. Perché gli toglieva la sua arma principale: la delegittimazione dei comunisti. Per questo i suoi esperti lo convinsero a rompere. E durante la Bicamerale fu fatta la legge sul conflitto di interessi: una legge non particolarmente efficace e severa; ma non fu colpa mia, bensì di chi la fece. Vede questi faldoni? Sono gli atti del dibattito su quella legge. Se li studierà, capirà chi abbia rilanciato Berlusconi, e costruito una leggenda falsa. Capisco benissimo che Berlusconi ce l'abbia con me, come si è visto a Gallipoli in campagna elettorale. Capisco meno perché qualcun altro anche a sinistra si aggiunga alla campagna». 

La Stampa
27/11/2002


IL PAESE, IL GOVERNO DELL´ECONOMIA E IL FUTURO DELL´EUROPA: PARLA IL VICEPRESIDENTE DELLA CONVENZIONE 

Aldo Cazzullo 


ROMA "I segni del "declino" ci sono. Nel mondo, e in Italia. Penso non solo alla crisi della Fiat, ma anche alle difficoltà del Nord-Est, dovute al cambio di generazione nelle imprese, e del Sud, preda di un´economia sommersa". La discussione aperta da Romano Prodi sulla fine del pensiero unico e degli Anni Novanta, orientata da Giulio Tremonti nella prospettiva di un «New Deal», e collegata ora con il tema tutt´altro che eccentrico dell´unità nazionale e della devolution, riporta Giuliano Amato alle riflessioni del libro con cui ha idealmente chiuso la sua seconda esperienza alla guida del paese, «Tornare al futuro» (Laterza). Amato fa suo il punto di partenza del ragionamento di Prodi e Tremonti, l´idea del «"declino" dell´economia». A cui oppone «l´idea di trovare il senso di una missione nazionale, che coinvolga gli italiani, affinché non si limitino ciascuno ad arrabattarsi, ma condividano una direttrice comune: collocare il nostro paese con un ranking elevato in Europa e nel mondo». Anche per questo l´idea di un New Deal, per quanto «vaga», non è da respingere: «purché non implichi che lo Stato può entrare nel capitale di un´azienda in crisi, ma che sia in grado di indicare un´orizzonte, delle certezze. Il governo italiano sta dando invece un´impressione opposta. Una volta caduta l´ipotesi su cui le sue promesse erano costruite, cioè che la riduzione delle tasse avrebbe innescato lo sviluppo, l´impressione è che il governo non abbia una strategia alternativa e non sia in grado di prendere in mano il timone». La questione della devolution pare ad Amato il segno di un´incoerenza tra parole e fatti. Da una parte, l´indicazione di un New Deal, di una riscoperta del ruolo dello Stato, di una missione comune. Dall´altra «la sensazione di una specie di quadro astratto, in cui si incrociano i piani. C´è un governo che impugna leggi regionali adottate sulla base della riforma federalista della scorsa legislatura, e nel contempo progetta un federalismo ancora più spinto. La mano destra non sa quel che fa la sinistra. Nel governo c´è un´impostazione che al fondo pare più centralista di quella del centrosinistra, ma deve mandare a pagamento la promessa fatta alla Lega. Una promessa particolarmente importante perché la coalizione resti salda». Sulla devolution in effetti Berlusconi annuncia di essere pronto a porre la fiducia. «Evidentemente perché ha un problema non con l´opposizione, ma con la sua maggioranza. Anch´io lo facevo per questa ragione». Già quando nel `98 era tornato al governo come ministro delle Riforme istituzionali, Amato aveva messo in guardia il centrosinistra sui rischi insiti nella costruzione del federalismo all´italiana. Ora quei rischi gli sembrano considerevolmente cresciuti. «Noi abbiamo solidissime tradizioni autonomistiche comunali. Oggi la dilatazione delle sfere territoriali in cui agiscono i compiti pubblici comporta l´esigenza di regioni più forti». Ma il progetto del governo Berlusconi rischia nella visione di Amato di «recidere alcuni fili essenziali di una nervatura che non può non andare dalle Alpi alla Sicilia. E´ in questione la sensibilità degli italiani per i diritti e i livelli dei servizi, che devono essere unificanti in tutto il territorio nazionale. Il problema di non allargare il solco delle diversità, di non incrinare il tessuto di base, non riguarda solo l´Europa ma anche l´Italia. Ritengo che sotto questo disegno ci sia il "ciascuno per sé". E, con le diversità che noi abbiamo nei redditi e nei servizi, questo disegno può scavare una frattura pericolosa». Un primo antidoto è rappresentato dall´atteggiamento di Confindustria: «Mi colpisce che gli imprenditori abbiano preso le distanze dal governo anche su questo tema. Farlo solo sulla tassazione delle imprese sarebbe stato un po´ troppo semplice. Farlo sulla devolution esige una visione complessiva che Confindustria sta dimostrando». Quanto a Berlusconi, «ha confermato le sue capacità comunicative. Ma il suo governo si sta dimostrando incapace di elaborare una "exit-strategy" credibile, una via d´uscita appunto alla fine delle sue promesse e della logica su cui si basavano, l´equazione tra meno tasse e più sviluppo». La «fine del mito delle privatizzazioni» annunciata da Tremonti non pare sufficiente ad Amato: «E´ vero che le privatizzazioni sono state fatte prima che il nostro mercato finanziario avesse forti investitori istituzionali. E´ prevalsa l´esigenza del Tesoro di fare cassa; esigenza che non credo possa sfuggire nella sua intensità al ministro Tremonti, che si sta dedicando a un´opera intensa di cartolarizzazioni. A vendere futures». Il governo Berlusconi, nell´analisi del suo predecessore, «sta dando l´impressione di una crescente incertezza. Eppure che il nostro non fosse tempo di certezze era stato annunciato e studiato da tempo». Il riferimento di Amato è a un altro libro, «Le nouveau monde de l´ordre de Yalta au desordre des nations» di Pierre Lellouche. Il Mulino lo pubblicò nel `94, ma il saggio era uscito (da Grasset) due anni prima; e già esprimeva l´illusorietà della convinzione che «dopo il crollo del Muro il nostro mondo si sarebbe diffuso a macchia d´olio, e sarebbe stato un mondo felice. Questa è sempre stata anche la mia idea. Ora si sta cominciando a capire che la globalizzazione non è un processo di omogeneizzazione, ma di contestualizzazione di diversità». Per spiegare il concetto Amato usa la metafora dei due ragazzi al McDonald´s. «Entrano. Ordinano lo stesso hamburger. Poi il primo sale su un autobus. Il secondo ci si butta come kamikaze. L´effetto omologante si è limitato all´hamburger». Il vero problema è come far convivere le diversità. «Quel che è accaduto nell´anno aperto dall´11 settembre ha dato un colpo decisivo ai due corollari del pensiero unico: la visione di un mercato autosufficiente, e di un mondo che il mercato rende tutto uguale a se stesso. L´altro grande fatto distruttore di certezze è stato lo scandalo Enron, che ha reso evidente la necessità di regole perché il mercato non traligni». Se ne deduce che «il pensiero unico non ha mai avuto un vero tempo storico. E´ stata un´illusione che non si è mai inverata», né per i suoi sacerdoti, né per i suoi contestatori professionali. Quel che sta accadendo infatti spiazza non solo i «fondamentalisti del mercato, come li chiama George Soros, ma anche i suoi nemici, ossessionati dall´idea che il mercato stesse effettivamente omogeneizzando il mondo». Forse anche questa considerazione spiega la battuta di Amato dell´altro ieri, al convegno di Italianieuropei: «Dialoghiamo con i movimenti, poi vedrete che sarà Bertinotti a ritrovarsi con 4 amici tra i no global». L´ex premier condivide l´idea di Prodi per cui le voci di Firenze vanno ascoltate (a condizione che, come a Firenze, «si esca dalla logica della violenza»), e spiega che cosa intende per dialogo. «Non si tratta di andare al Forum a prendere appunti. Si tratta di tener conto di quelle proposte, scontando il fatto che nel movimento si infila anche chi spera di ritrovare nella vecchiaia la propria gioventù comunista; ma si ritroverà solo, se sapremo rivelarci interlocutori credibili. Questo movimento segnala che il mondo così com´è non va bene, e discute come renderlo migliore. E´ un movimento transnazionale: è stata Firenze a dare agli italiani che vi partecipano una centralità occasionale». Amato è consapevole che «qualsiasi azione militare contro l´Iraq» rischia di spezzare il filo tra la sinistra riformista e i no global: «La guerra non è certo il terreno più adatto per il dialogo con un movimento in cui è fortissimo un pacifismo ideologico». Ma aggiunge: «Dobbiamo essere chiari con noi stessi. Io non penso che si possa arrivare nel contesto della vicenda irachena a un mese di bombardamento a tappeto su Baghdad, fino a quando l´ultimo sito sotterraneo della città non sarà stato sventrato. Questo non lo dicono solo i pacifisti; lo ha scritto un mio amico, il democratico americano Gary Hart». Tutt´altra cosa, forse anche «meno rilevante», il movimento dei girotondi, della cui genesi Amato dà una lettura duplice. «I girotondi nascono dallo sconcerto e dallo sconforto dell´elettorato del centrosinistra, in quei primi mesi di dannazione in cui pareva si dovesse soggiacere quasi senza respiro, senza possibilità di contrattacchi, alla maggioranza che aveva vinto le elezioni. Poi, come accade, quelli che organizzano si sentono leaders, e si candidano a una leadership contrapposta a quella ufficiale dei partiti e della coalizione. Quando la società civile si sveglia, e guai alle società dove la società civile dorme o viene cloroformizzata, c´è sempre naïveté. C´è una tendenza della politica non istituzionale a porre in termini dilemmatici il rapporto tra società civile e Palazzo, tra i professionisti e la virtù, che ha sempre qualcosa di rousseauiano. Se un politico professionista dicesse: "Voi della società civile guardatevi la tv che ai vostri affari ci penso io", allora sarebbe l´occasione meritata per l´assalto al Palazzo. Ma sarebbe farsesco dipingere in questi termini quel che dicono i politici». A chi gli fa notare che il vero bersaglio polemico del movimento dei girotondi (e non solo di quello) sembra essere D´Alema, Amato ricorda però che «la famosa imprecazione di Moretti in piazza Navona era rivolta a tutti, e quindi in primo luogo a Rutelli e a Fassino, formalmente il leader e il vice della coalizione». Ma qui si entra in un tema, la guida dell´Ulivo e il dialogo Prodi-Cofferati, da cui Amato si mantiene lontano: «Sono prove d´orchestra, di cui non si conosce né quale sia l´orchestra né quale sia il direttore. L´attenzione ai movimenti ce l´ho anch´io da anni, ma dalle prove d´orchestra mi tengo fuori». Allo stesso modo Amato non intende replicare alle accuse di chi gli ha rimproverato di «avere un buco al posto del cuore», «una grossolana falsità - sussurra appena prima di cambiare discorso - che può avere solo lo scopo o l´effetto di danneggiarmi agli occhi di non mi conosce; perché chi mi conosce sa bene che il Padreterno mi ha dotato di tutto quel che un uomo deve avere». Al vicepresidente della Convenzione interessano di più le conseguenze che il ragionamento di Prodi sul modello di globalizzazione democratica possono avere sui lavori per la Costituzione europea. «Sono riflessioni che con Romano abbiamo cominciato a fare già prima della sua intervista alla Stampa. Il big-bang dell´allargamento, con l´ingresso di dieci paesi che portano nell´Unione il 30% in più della popolazione ma solo l´8 o il 9% del reddito, rappresenta una grande scommessa sulle nostre capacità di integrazione, sviluppo, coesione. Sarebbe un colpo grosso, più audace di quello riuscito ai tempi dell´ingresso di Spagna Portogallo e Grecia. Perché possa riuscire, noi abbiamo bisogno di creare una connessione tra il coordinamento dell´economia e le politiche sociali». E´ una prospettiva che mette in discussione l´attuale impalcatura dell´Europa, il patto di stabilità, il ruolo della Banca centrale. «Facciamo l´esempio dei bilanci, su cui si è concentrata quasi esclusivamente l´attenzione vera, cogente, degli organi europei. Come se l´unica cosa importante fosse rispettare o no i limiti, e si potesse prescindere dal resto. Come se l´importante fosse spendere non più di 10 euro, e fosse secondario spenderli tutti e 10 per ridurre le tasse e neanche uno per far funzionare il sistema educativo. Se passa il principio che si entra in Europa solo rispettando i limiti dell´indebitamento, non avremo né integrazione, né sviluppo, né coesione». Anche per questo Amato non si associa agli attacchi (l´ultimo, quello del cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown) alla Banca centrale europea, e non solo perché «non sono sicuro che ridurre i tassi dello 0,25% o di mezzo punto sia tutto quel che ci vuole». E´ che «sarebbe ingiusto chiedere alla Bce di farsi carico dell´assenza di una politica economica e sociale europea». Tocca alla comunità e ai paesi membri colmare la lacuna. Ma anche una sanzione costituzionale alla dottrina del modello europeo di globalizzazione democratica potrà servire. «Il fatto che nella relazione del gruppo di lavoro incaricato di studiare il coordinamento economico non si parlasse di Europa sociale ha suscitato una reazione critica acuta - spiega Amato -. Così la Convenzione ha deciso di creare un gruppo di lavoro sull´Europa sociale; e una delle domande è proprio stabilire quale connessione dev´esserci tra coordinamento economico e politiche sociali. Come si vede, la battaglia non è ancora perduta». 

La Stampa
24/11/2002


TREMONTI «Il mio new deal» 


ROMA GIULIO Tremonti, il primo ministro nella storia italiana a guidare un dicastero che concentra Tesoro, Finanze, Bilancio, Mezzogiorno, Partecipazioni Statali, l'uomo che Prodi accusa implicitamente di vegliare le spoglie del «pensiero unico» e Cofferati dalla Pirelli definisce apertamente il vero ideologo della destra, sorride: «Cofferati che lavora alla Pirelli? Mi ricorda un pensiero di Roland Barthes sul merletto come parodia del lavoro recitata dalle signorine borghesi dell'Ottocento, una finzione del lavoro. Dal lavoro come tragedia al lavoro come commedia. Pensiero unico? Non nel caso di Prodi. Ma troppo spesso è stato più unico che pensiero». Quel che pensa Tremonti sulla fine del pensiero unico e dell'era delle certezze si trova in un saggio pubblicato da Mondadori nel '94, «Il fantasma della povertà». Questo l'incipit: «La povertà del mondo ha cominciato a muoversi, da Sud verso Nord. Per contro, attirata da masse di manodopera a basso costo, la ricchezza dell'Occidente ha cominciato a migrare, da Ovest verso Est». «Mentre scrivevo quel libro - dice il ministro - c'erano pellegrini in cammino verso la City. Sacerdoti dell'utopia delle privatizzazioni, parroci di una retorica domestica come quella della casalinga "globalizzata" di Voghera che trova il salame ungherese al supermarket». Per Tremonti «il Forum di Firenze è certamente un fenomeno sociale rilevante. E' un mondo di valori: quelli del Forum sono rimasti a sinistra gli unici a parlare di valori e questo è positivo, perché ai valori l'ideologia costituzionale della sinistra ha rinunciato, a favore dei beni. E siccome le parole hanno una forza ideologica tremenda, parlare di beni invece che di valori svela un'ossessione, la mercificazione dell'esistente. Da parte della sinistra la lezione mercatista è stata appresa troppo di recente per essere abbandonata troppo improvvisamente. Un errore che può fare la sinistra è considerare questi ragazzi come no global. Sono global a ogni effetto. Un altro errore è considerarli in termini di massa. Non sono un blocco soreliano, sono tutt'al più somma di individui. Siamo passati dall'Arbeiter al computer, dalla massa all'individuo. La sinistra postcomunista questo ha enormi difficoltà a capirlo, non è nel suo patrimonio culturale. Ad un pensiero unico sono arrivati, da un pensiero unico erano partiti. Per capire il Social Forum bisogna guardare a un mondo di valori più cristiani che comunisti». Tredici anni fa, Tremonti scrisse sul Corriere della Sera una serie di articoli sulla fine dello Stato nazione e sulla smaterializzazione della ricchezza come conseguenza della nuova geopolitica. «Ora l'11 settembre ha radicalizzato una cascata di fenomeni già in atto e ha dimostrato l'infondatezza di quello che per anni i neofiti del capitalismo conformista avevano predicato: ha dimostrato che la vita non può essere stilizzata in un grafico, che l'econometria non è la filosofia, che la vita è fatta da fedi, passioni, sentimenti, virus». Lo choc di New York ha enfatizzato crisi latenti altrove. «In pochi anni sono scomparsi due continenti. L'Africa non fa più notizia. Il Sud America alterna tentazioni autarchiche e alleanze globali, finanza moderna sommata a politica arcaica. Scompaiono le strade, le reti dei commerci. Sulle mappe americane sono tracciate rotte con l'avvertenza: banditi. Tornano le aree proibite, si riprende come nel Medioevo a scrivere: hic sunt leones. A dieci anni dal crollo del Muro, crollano le certezze di una crescita continua. E tra le macerie dell'identità comunista e dell'illusione mercatista si aggirano senza pace gli apprendisti, i neofiti, i reduci dal pellegrinaggio alla City che ora imboccano la strada di Firenze. Sembrano avere più followship che leadership. Ripetono stereotipi privi di senso. Sono stati aspirati dal vortice della modernità. Hanno rinnegato la storia senza capire il futuro. Non colgono un collegamento che non è solo un "post hoc ergo propter hoc", ma deriva da un nesso causa-effetto che si stabilisce a catena tra fatti solo apparentemente sconnessi, tra l'11 settembre e la crisi della Enron, e così via. Una questione di crisi di fiducia». Sostiene Tremonti che «la sinistra sbaglia se pensa a una destra prêt-à-porter»; sbaglia chi, come Cofferati, lo accusa di voler sostituire la solidarietà con la carità, l'intervento statale con la filantropia. Il ministro cita come esempio la sua idea della Detax, lanciata con un articolo sulla prima pagina di Le Monde dell'11 settembre, a proposito della solidarietà verso il Sud del mondo. «La sinistra vuole invece la Tobin Tax. Una legge ideologica, che interviene verticalmente e discrezionalmente, e dirotta il flusso fiscale dalla finanza ai governi. Noi pensiamo alla Detax: l'esclusione dalle imposte della quota di consumi che la società destina al Terzo Mondo. Il fine è lo stesso, trasformare il male in bene. Ma la Detax interviene in modo orizzontale, arriva direttamente sul territorio, alla popolazione. E' un'idea che si sta facendo strada in Europa». La diagnosi di Tremonti parte da quella che definisce «l'utopia delle privatizzazioni», che in Italia non hanno dato vita a public company ma molto spesso a passaggi di proprietà segnati ogni volta dalla crescita dell'indebitamento, mentre le aziende rimaste in parte sotto il controllo del Tesoro godono di buona salute. «Anche da qui si deve cominciare per capire il "declino" del paese». E contro il «declino» Tremonti elabora quella che pare quasi un'agenda. «La nostra può essere anche la direzione di un nuovo New Deal. Usare lo Stato. La destra non sta ferma. In Italia, in Europa, in America. Se pensano che la destra rifiuti lo Stato, non hanno capito né la destra, né lo Stato». Il ministro dell'Economia non ha timore a parlare di «neocolbertismo», non considera eresia l'ipotesi di un «neoprotezionismo europeo», finalizzato non a ostacolare gli scambi ma a correggerne le asimmetrie. Il mercato per Tremonti non è un «idolo»: «Se in Oriente producono a costo 10 una valvola che a noi costa 100, non c'è competizione possibile, non c'è riduzione di imposta che tenga. Occorre intervenire. Un tempo si sarebbe reagito con l'imposizione di dazi. Ora si tratta di imporre condizioni di reciprocità. E' fondamentale stabilire una reciprocità tra prodotti e doveri. I paesi che fabbricano prodotti ma non impongono ai produttori i doveri sociali stanno spiazzando l'Europa, è un'asimmetria che bisogna correggere. Non per negare, ma all'opposto per stabilire condizioni di mercato. Sarà, dovrà essere una partita fondamentale». Tremonti non lo dirà mai esplicitamente, ma l'immagine cofferatiana dell'ideologo non gli è estranea: dalla legge obiettivo sulle grandi opere alla legge sull'immigrazione e quasi tutti gli altri materiali che hanno composto il programma della Casa delle Libertà sono farina del suo sacco. Il Tesoro è diventato in questi mesi un potente centro di elaborazione politica e culturale, ospita conferenze di Posner, Pejovich, Vatrin, decide nomine eterodosse come quelle di Siniscalco, Barca, Grilli, Turicchi, è al centro di una rete sempre più fitta di contatti con le «cancellerie economiche» d'Europa. Anche così è nata l'idea delle «correzioni del mercato a opera dello Stato». Tremonti accenna appena di sfuggita a un progetto allo studio in sede internazionale, il «Plan B», che farebbe passare il New Deal da una fase di studio ed elaborazione a una fase di interventi e riforme; ma sembra quasi pentito di averne citato il nome, e cambia argomento. 
L'accusa nei suoi confronti è di populismo. La replica: «Aumentare le pensioni minime, diminuire le imposte sui redditi bassi non è populismo. La riduzione delle imposte sui redditi bassi è la contropartita della riforma del mercato del lavoro. Non per caso è la raccomandazione fatta nei grandi orientamenti di politica economica europea di Barcellona. E' un modo per ridurre il cuneo fiscale. La filosofia politica delle nostre due prime finanziarie è quella della protezione sociale, indispensabile in una fase che dopo l'11 settembre era evidentemente una fase di progressive criticità». 
Però siete stati troppo ottimisti. «Se fossi ancora professore le direi che questo significa non avere capito del tutto il funzionamento dei cosiddetti stabilizzatori automatici». Cosa intende dire? «Che tutto il "buco di entrate" derivante dallo scarto tra crescita potenziale e crescita reale non deve essere coperto con manovre correttive. Chi parla di "trimestrale di cassa" utilizza un "topos" della Prima Repubblica, e con questo lascia la sua impronta digitale. Chi punta sulla ruota politica della manovra correttiva punta sul bingo sbagliato, non riserva sufficiente attenzione ai meccanismi tecnici del patto di stabilità e non ha proprio idea di quello che sta succedendo in Europa, dove la posizione italiana è e sarà reputata e rispettata. Fuori dalla congiuntura noi disponiamo dei mezzi culturali per correggere le asimmetrie del mercato, per progettare se del caso un nuovo New Deal». E se si aprirà la discussione su nuove forme di democrazia economica, quali la partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione delle imprese, «è da questa parte che accadrà, e non da quella. A sinistra sono ancora fermi ad una idea dogmatica e domestica dell'Antitrust, che è certo necessario ma non più da solo sufficiente. Noi siamo alla dialettica prodotti-doveri, al neocolbertismo, al New Deal, alla correzione delle asimmetrie dei mercati: tutti temi che sono stati scritti per tempo nella nostra agenda. Noi crediamo al mondo dei valori e non intendiamo trasformarli in beni». Il governo non si fa dettare il programma dalle imprese; «attua il suo programma, in modo molto poco dogmatico. La sinistra è rimasta alle prese con i suoi scheletri: le masse, le paure. Come tante altre volte nella storia, attende salvifica la crisi del capitalismo, nell'illusione che questa le porti la vittoria. Come tante altre volte nella storia, non avrà la vittoria. E' la borghesia che nella storia ha sempre vinto». 

La Stampa
16/11/2002


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