Ds: passa la linea di Fassino
"Ulivo, ok per decisioni a maggioranza"
Con 178 sì, 59 no ed un astenuto, la Quercia ha approvato la linea politica di Piero Fassino che, con la sua relazione alla direzione nazionale del partito, aveva sottolineato l'esigenza che l'Ulivo e le singole forze che lo compongono, compresi i Ds,
adottassero il principio che riconosce come valide le decisioni prese "a maggioranza". Perdente la linea del Correntone, il cui documento che criticava la linea del segretario è stato respinto.
PASSA LA LINEA DI FASSINO
Dunque la direzione nazionale della Quercia ha approvato l'ordine del giorno presentato dalla maggioranza interna e firmato dal presidente del partito, Massimo D'Alema e dai capigruppo Gavino Angius e Luciano Violante: un documento che avalla la relazione di Fassino e
dice sì alla regola della "doppia maggioranza" che vincola al rispetto delle decisioni prese "a maggioranza" e non all'unanimità, all'interno del partito e della coalizione.
Con la sua relazione, Piero Fassino aveva inoltre sottolineato l'esigenza di rilanciare l'Ulivo puntando sull'assemblea dei parlamentari convocata per il 23 ottobre, sede in cui procedere anche all'elezione del portavoce unico della coalizione alla Camera e al Senato,
avviare un confronto per dialogare con le altre forze dell'opposizione (Di Pietro e Rifondazione) ed individuare nelle primarie lo strumento per eleggere il nuovo leader. Con il segretario anche i liberal di Enrico Morando, oltre a Vincenzo Visco, Livia Turco, Anna
Finocchiaro, Franco Bassanini, Pierluigi Bersani, Giorgio Bogi e Claudio Burlando.
L'INTERVENTO DI D'ALEMA
Soddisfatto Massimo D'Alema per il quale i lavori della direzione hanno dimostrato che "c'è una dialettica e si è dimostrato che si può discutere e lavorare insieme". Nel suo intervento, il presidente dei Ds aveva invitato i compagni di partito a
"prendere uniti la bandiera dell'Ulivo" sottolineando la necessità di "lavorare e stare tutti insieme" nella coalizione, considerando "essenziale" e non di antagonismo il rapporto tra Ds e Margherita. D'Alema ha poi auspicato che
l'opposizione torni a darsi da sola delle regole ed una "disciplina ferrea come ai tempi del governo Dini": "E' la condizione per poter tornare al governo", ha detto.
BOCCIATA LA LINEA DELLA SINISTRA DEL PARTITO
La direzione dei Ds ha respinto l'ordine del giorno presentato dal Correntone di Cesare Salvi e Pietro Folena, che avevano presentato un documento (bocciato con 178 contrari e 60 voti favorevoli) che criticava la relazione del segretario. La sinistra del partito avrebbe
voluto "un no alla guerra comunque", perché secondo Vincenzo Vita, portavoce dell'area, "l'Onu non può essere assecondato qualunque cosa decida".
Per il Correntone, inoltre, Fassino "sottovaluta la pericolosità del governo Berlusconi" e avrebbe dovuto appoggiare lo sciopero generale della Cgil "con maggiore nettezza".
Ma quel che a Salvi e compagni non va proprio giù è il principio che passa la linea decisa a maggioranza: "Si riprende la vecchia logica del centralismo democratico - ha detto ancora Vita - mentre noi siamo un partito plurale".
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15-10-2002
Quando per i torinesi era la mamma padrona
di GIORGIO BOCCA
Dalla Fiat "sabauda" di Valletta all´era dell´automazione: la parabola di una fabbrica e della sua città
Torino e l'azienda-mamma
il tramonto di un'epopea
I primi anni, quelli della cultura del lavoro: il dialetto piemontese come unica lingua, Milano remota e affarista, Roma a distanze africane
Con gli immigrati dal Sud localismo e supponenza etnica, ma in una struttura civile che escludeva il razzismo duro
La marcia dei quarantamila e la rivoluzione tecnologica: cambia il rapporto tra l´operaio e la fabbrica
QUELLI dell´indotto la chiamavano mamma, mamma Fiat, una mamma severa ma onnipresente. Torino era impensabile senza di lei. Torino senza la Fiat era impensabile anche dai comunisti, anche dai partigiani. Noi di «Giustizia e libertà» nei giorni della Liberazione stavamo in casa Agnelli, una occupazione che era anche una protezione del fondatore dell´azienda, il Senatore vecchio e malato. I capi del comunismo torinese, i Roveda e i Negarville, in quei giorni stavano nel Municipio, la città era rossa, i cortei operai riempivano strade e piazze, forse se non fossero arrivati gli americani il professor Valletta sarebbe finito in un forno, ma sulla Fiat operai e padroni su un punto erano d´accordo: «Salvaguardare la compagine lavorativa».
Salvaguardare la concentrazione di cervelli e di tecniche, la cultura del lavoro. Togliatti di ritorno da Mosca aveva dato agli operai torinesi la parola d´ordine di lavorare, di ricostruire. La Torino della Fiat era quella della convivenza di odio e di stima, di rivolta e di consenso che veniva da lontano, dalla società monarchica e militare del vecchio Piemonte.
Era la Torino della cultura del lavoro, come quella militare della disciplina e della fatica. Il dialetto piemontese come unica lingua, i giornali non torinesi non solo rifiutati ma disprezzati, Milano remota e affarista, Roma a distanze africane. La Fiat del professor Valletta padrona indiscussa ma anche mamma. Le stelle della Fiat splendevano nella notte da Mirafiori ai Ricambi di corso Vercelli, segnavano la città intera, rosse come quelle del Cremlino. In quella Torino che era stata la culla del comunismo, una amministrazione comunista chiudeva gli occhi sulle evasioni fiscali della azienda-madre e faceva entrare e uscire dalle rimesse i tram secondo gli orari Fiat.
Non era servilismo e complicità, ma la legge dei grandi numeri: il lavoro delle banche era il lavoro Fiat per scontare le cambiali e le assicurazioni, la banca del sangue chiudeva quando chiudeva la Fiat e i donatori andavano in vacanza, le tredicimila boite o fabbrichette dell´indotto lavoravano per la Fiat, il Politecnico era pieno di studenti destinati a diventare ingegneri Fiat. Dall´anno della sua fondazione, il 1899, la Fiat aveva ereditato, adottato, conservato tutti i miti e i riti piemontesi, l´autoritarismo sabaudo e il costume militare: nelle scuole professionali Fiat si scattava sugli attenti quando passava un professore, guai a chi teneva le mani in tasca. Il professor Valletta «bollava» all´ingresso dell´azienda e dava cinquemila lire di premio al guardiano-sentinella che lo aveva fermato perché aveva dimenticato la tessera di riconoscimento. Mamma Fiat non piaceva a tutti i torinesi, gli uomini di cultura: non erano perseguitati ma stavano appartati, ignoravano la Fiat e ne erano ignorati. Una telefonata di Tota Robiolo, la direttrice dell´ufficio stampa, faceva tremare i capicronisti colpevoli di avere pubblicato la notizia di un operaio morto in fabbrica per incidente sul lavoro: gli operai Fiat potevano morire solo sull´autoambulanza dell´ospedale. E poi la Tota ci sgridava se facevamo baccano mentre Valletta parlava agli azionisti: «Signori prego, un po´ di silenzio, qui si fa l´Italia».
Nella Torino del primo dopoguerra si lavora a un ritmo sconosciuto nel resto del paese: otto ore al giorno e tempi strettissimi per gli operai. Più due ore di viaggio per pendolari; nove-dieci ore per i dirigenti. L´ingegner Gaudenzio Bono, direttore generale Fiat, fa questa vita: sveglia alle sette, alle otto in fabbrica, al lavoro fino alle otto di sera e oltre, una rapida cena, una passeggiatina in via Roma e alle dieci a letto. Come lui gli altri.
«El travail», «Travaiuma», «Venta ruschè», bisogna lavorare. Il linguaggio della fabbrica trasferito in quello comune: «mi inganci l´ingegnere», «scusi ma il nostro parco uomini è al completo». Così andavano le cose nella Torino dei piemontesi ma la Fiat in espansione aveva bisogno di uomini e nelle province povere del Sud c´era fame di lavoro. La prima ondata arrivò raccomandata dai parroci, per loro Torino era la terra promessa. Non scioperavano mai. La domenica portavano la famiglia a guardare la fabbrica e sopportavano il rifiuto dei piemontesi che appendevano sulla porta di casa o nei negozi i cartelli: «Qui non si affitta ai meridionali» o «Buon Natale ai piemontesi». Il problema di una scelta fra le due civiltà, la operaia e la contadina, non si poneva neppure, quella contadina degli immigrati veniva a una resa senza condizioni. Non gli restava altro che chiedere l´integrazione.
Torino gliela concedeva, ma alternando il bastone con la carota. Da sempre nessun meridionale nella giunta municipale, neppure il professore emerito Gaetano Mosca che insegnava all´università in via Po, ma era di origini siciliane. Uno solo nella direzione Fiat, l´ingegner Gabrielli, di cui a Mirafiori si diceva: «È un terrone ma sembra proprio un piemontese» .
Localismo e supponenza etnica ma in una struttura civile che escludeva il razzismo duro, da apartheid. Il bastone è durato fino agli anni Sessanta; dopo, anche i negozianti e gli affittacamere hanno capito che i meridionali potevano essere dei buoni clienti. Poi il professore è morto, Tota Robiolo è andata in pensione ed è arrivato l´Avvocato.
Lui non si insediò subito al Lingotto, aveva ufficio al nono piano di un palazzo di vetro e cemento sul Lungo Po. Aveva quarantaquattro anni, una intelligenza viva, amara, un po´ gattopardesca. I giornali, tutti, compresa l´Unità, evitavano di parlare della sua vita privata; la prima fotografia che pubblicarono lo mostrava al volante di una spider bianca, efebo del grande capitale, sorridente ai sottostanti Pirelli Valletta Bianchi, i feudatari dell´auto e della gomma seduti su una scomoda pedana, sotto il loro giovane sovrano. Uno che ha avuto miliardi e cortigiani dal giorno in cui è nato, ma ha resistito meglio di tanti altri.
Lo incontrai per una intervista nell´anno della celebrazione dell´Unità italiana quando aveva ufficio sempre al piano più alto ma in corso Marconi. Avevo mandato le domande al suo assistente politico e culturale, Vittorino Chiusano che aveva scritto le risposte, togliendogli anche la fatica di leggerle. Risposte da liberal colto e attento ai problemi sociali. Le altre volte preferì improvvisare, fu meno politicamente corretto ma più divertente. Allora Torino appariva come una città di geometriche sudditanze, in cui l´alienante era a sua volta alienato dalla sua corte. Tutto a Torino era suo, ma quel tutto lo teneva prigioniero.
Come Massimo D´Azeglio e altri ministri della corte sabauda soffocati dalla etichetta e dalla noia torinesi, «andavano a respirar a Milano»; ogni tanto lo si vedeva fra la folla romana in via Barberini o sulle spiagge e le case da gioco di Cannes. Mai in via Roma a Torino dove rispettava il mestiere di re.
Un privilegiato, non un mediocre. Poi venne la Fiat della automazione e della sconfitta operaia, la Fiat di Cesare Romiti. Il potere del sindacato era il controllo delle linee di produzione. La Fiat glielo tolse con l´automazione.
La Fiat degli anni fra il 1973 e il 1978, gli anni della trasformazione, appariva come una fabbrica bombardata: qui un reparto funzionante, lì accanto il vuoto, qui una vecchia linea continuava a produrre i vecchi modelli e lì accanto erano già al lavoro le macchine «intelligenti». Fra i primi reparti automatizzati, il Meccanica 3 dove si faceva la «131». La linea di produzione era scomparsa, le stazioni di montaggio autonome l´una dall´altra, i pezzi da assemblare in marcia sui robotcarries, i carrelli che seguivano le linee elettriche del pavimento. Se una squadra non teneva il ritmo la catena non saltava, la produzione non si arrestava, il cervello elettronico smistava i pezzi verso altre stazioni. Il sindacato è impotente, cerca di rimuovere il problema, si consola dicendo che l´automazione è solo una parte della produzione, che le armi tradizionali della classe operaia sono ancora valide.
Arrivano in suo soccorso le contestazioni, le nevrosi dell´operaio-massa. La grande fabbrica le affida al sindacato, gli offre una nuova ragion d´essere.
Si arriva al caso limite di Rivalta dove sono gli uomini del sindacato a fare un´inchiesta, a scoprire i colpevoli di un sabotaggio.
L´automazione mette in crisi tutti, anche i capi. Una cosa era ricevere il programma di produzione scritto, mettersi a discutere con gli operai, controllarne l´esecuzione, un´altra è vederlo apparire su un monitor e sapere che non c´è niente da discutere visto che ci penserà il cervello elettronico.
È in crisi anche la dirigenza tecnica. Gli ingegneri, i progettisti: è in crisi l´amministrazione un tempo potentissima. L´innovazione è ambigua, quello che ti dà con una mano te lo toglie con l´altra. Si lavora di meno, le lavorazioni pericolose, perniciose, passano ai robot ma il rapporto fra gli operai e il sindacato si allenta, la funzione del sindacato si appanna. Poi a farmi conoscere bene l´automazione ci pensò Sergio Rossi, fondatore del Comau, la fabbrica dei robot in vendita anche lei per pagare i debiti. Rossi è un concentrato di operaismo piemontese, innovazione e tradizione. «Noi siamo quelli del truciolo», dice, «quelli venuti su al tornio che hanno respirato per anni polvere di ferro e fumo di olio. Ci sono due modi per capire se un´auto è ben fatta: con il computer e con il culo. Il computer può sbagliare, il culo no, è con il culo che senti come tiene la strada, come accelera, come frena». Lo seguii per mesi nell´Italia dell´alta tecnologia. Ci davamo appuntamento a Milano alla stazione aeronautica dei Vip. Lui è lì che mi aspetta con il suo pilota di fiducia che guida l´aereo e prepara i panini, tira fuori dal frigo le birrette gelate e il thermos del caffè. Andiamo a Foggia dove fanno i motori Fire, ad Avellino, Termoli, Montecassino, a Melfi a vedere le macchine intelligenti, le più avanzate del mondo, al confronto le linee di Detroit o di Stoccarda appaiono arretrare e la espansione Fiat continua, sembra non debba fermarsi mai. La marcia dei quarantamila a Torino dà il colpo di grazia al sindacato. Sono anche gli anni del terrorismo, le Br uccidono capi officina e direttori ma la grande industria va per la sua strada. Ci sono i momenti difficili: vengono messi alla porta i colletti bianchi degli uffici, non servono più, sostituiti dai computer. Sono gli stessi che hanno marciato per difendere l´azienda, ma la rivoluzione tecnologica non perdona. Non dimenticherò quel giorno che gli impiegati occuparono per qualche ora la direzione di Mirafiori e poi ne uscirono rassegnati alla sconfitta. Venne fuori per prima una impiegata, una madamìn con il colletto di pelliccia, il soprabito scuro e un dignitoso scendere per le scale, ma le scappò una scarpetta che rotolò giù per i gradini, ultima umiliazione.
Cambia anche il rapporto fra l´operaio e l´azienda. La Fiat non è più il luogo del lavoro per tutta la vita, non è più la mamma, è un luogo dove si passa per qualche mese o qualche anno, per poi trovare un lavoro migliore.
Dicono che Torino segua con rassegnazione e quasi indifferenza la crisi della fabbrica. Forse per un senso di impotenza. La deindustrializzazione è in marcia, il capo del governo vuole che sia fatto senatore a vita Mike Bongiorno, la gente guarda la televisione e si consola con il voyeurismo delle letterine e delle veline.
la Repubblica
10 ottobre 2002
Lo sciopero generale Cgil del 18 ottobre
IL DIVORZIO SINDACALE
di PIETRO ICHINO
Il fatto nuovo non è che la Cgil abbia proclamato da sola lo sciopero generale del 18 ottobre e litighi per questo con la Cisl e la Uil. La vera rottura rispetto al passato sta nel fatto che la Cgil oggi non pone più l'unità d'azione con Cisl e Uil fra le priorità strategiche. Neppure all'indomani della gravissima frattura del '48 si era mai letto sull'organo ufficiale della Cgil un titolo come quello apparso nei giorni scorsi su Rassegna sindacale : «L'impossibilità di essere unitari». Anche allora la parola d'ordine dell'organizzazione di Giuseppe Di Vittorio era testardamente quella della mano tesa verso i «fratelli separati». Né la Cgil cambiò linea nel periodo buio degli anni '50, quando Cisl e Uil si accordavano per conto loro con la Confindustria di Angelo Costa, che si proponeva esplicitamente di far fuori il sindacato rosso dalle fabbriche. Per trovare chiusure strategiche in qualche modo simili a quelle della Cgil di oggi occorre risalire agli anni '20, quando dalla scissione di Livorno era appena nato il Partito Comunista d'Italia guidato da Amadeo Bordiga. Guardano con preoccupazione a questa evoluzione coloro che, a sinistra, considerano la spaccatura del movimento sindacale come una iattura grave per l'opposizione. Ma sono preoccupati anche molti esponenti del mondo imprenditoriale: contrapposizione insanabile tra le confederazioni maggiori significa pesante aggravio dei costi di transazione, rincorse salariali, pratiche ostruzionistiche, drastica riduzione della coesione sociale. L'«accordo separato» stipulato da una parte soltanto porta con sé il rifiuto drastico, la non accettazione e non collaborazione dell'altra parte.
Né la sinistra sofferente né gli imprenditori devono, però, coltivare ancora la vecchia idea, di origine marxista, che le «contraddizioni in seno al popolo» siano sempre tutte risolvibili all’interno di un'unica organizzazione del popolo stesso. Se si crede nella fecondità del pluralismo, occorre crederci anche sul terreno delle relazioni industriali. Il principio del pluralismo sindacale, del resto, è sancito solennemente nell'articolo 39 della nostra Costituzione. Il problema è di dar vita a un sistema di censimento periodico dei consensi nei luoghi di lavoro, per cui il prevalere contingente delle scelte di un sindacato non sia vissuto dall'altro come un'imposizione arbitraria e prepotente, ma sia accettato come normale conseguenza del principio democratico maggioritario. Certo, se i numeri daranno ragione alla «linea dura» ciò creerà qualche problema per il governo e gli imprenditori sul terreno delle relazioni sindacali; ma potrà accadere anche l'inverso. Solo un sistema di questo genere, comunque, può evitare il rischio grave che la frattura tra le confederazioni, con gli accordi separati che possono conseguirne, al livello nazionale, di settore o di azienda, diventi un fattore di paralisi.
Nei mesi prossimi, forse, la frattura tra le confederazioni sindacali si ricomporrà, più o meno precariamente. Ma se ciò non accadrà, questo potrà non avere effetti rovinosi per gli interessi dei lavoratori e del Paese, se sarà stato istituito per legge un meccanismo di verifica della rappresentatività effettiva di ciascuna organizzazione: un meccanismo che consenta di individuare, in ogni ambito di contrattazione, la coalizione maggioritaria, cui attribuire il potere di negoziare con effetti estesi a tutti gli interessati. Questa prospettiva può apparire inattuale oggi, dopo i tentativi di legge sindacale falliti nella scorsa legislatura; è questo, però, l'unico modo per far sì che la prassi degli «accordi separati», se questo ci riserva il prossimo futuro, non si traduca in uno scontro all'ultimo sangue, privo di prospettive, ma stimoli la ricerca di maggiori consensi tra i lavoratori da parte del sindacato che si trova in minoranza.
di PIETRO ICHINO
Corriere della Sera
9 ottobre 2002
LA RICOSTRUZIONE CRONOLOGICA DELLE RISOLUZIONI ONU E DELLE DECISIONI DEL PARLAMENTO ITALIANO
Il voto della sinistra e la guerra delle date
Dapprima un appoggio pieno a «Enduring Freedom», poi il ripensamento
ROMA. L´OPERAZIONE «Enduring Freedom», che l´Onu ha deciso di avviare in Afghanistan all´indomani degli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono, è stata contraddetta o superata dal varo dell´«Isaf» (Internazional Security Assistance Force), la forza di pace istituita dalle Nazioni Unite per garantire la sicurezza a Kabul? Nei giorni scorsi si è molto discusso in Italia, in previsione dell´invio di altri mille militari italiani in Afghanistan nell´ambito della missione «Libertà duratura», se il voto contrario del centro-sinistra all´estensione della nostra presenza in Afghanistan contraddica la decisione favorevole di un anno fa. Il vertice ds (Fassino, D´Alema) sostiene di no: l´appoggio della sinistra sarebbe stato fin dall´inizio solo per la missione «Isaf» (più limitata) e non per «Enduring Freedom» (una vera e propria missione di guerra). Eppure la ricostruzione cronologica degli avvenimenti successivi agli attentati - in sede Onu, alla Nato e in Parlamento - contraddice questa versione e consente di far chiarezza su due punti: 1) Camera e Senato, un anno fa, si espressero in favore di «Enduring Freedom» e delle «necessarie azioni militari»; 2) l´«Isaf» non si è sostituita né ha posto fine a «Libertà duratura». Di «Enduring Freedom» si è parlato immediatamente dopo gli attentati di New York e Washington: il 12 settembre 2001, il giorno dopo il crollo delle Twin Towers dunque, il Consiglio di Sicurezza approva la risoluzione numero 1368 con la quale viene autorizzato l´uso della forza «ai fini di autodifesa» e l´operazione «Libertà duratura», con un esplicito riferimento al capitolo VII della Carta dell´Onu che prevede il ricorso a misure coercitive. Il comando della missione viene istituito a Tampa, in Florida. Lo stesso giorno la Nato invoca la possibilità di far scattare il meccanismo di legittima difesa collettiva prevista dall´articolo 5 del Trattato istitutivo dell´Alleanza atlantica: il 5 ottobre la sua applicazione viene considerata effettiva, anche se si tratta di una presa di posizione politica che non avrà effetti militari concreti: alla Nato nel suo insieme Washington non ha mai chiesto nessuna forma di mobilitazione. Il 21 settembre un Consiglio straordinario dell´Unione europea approva, a Bruxelles, la risoluzione Onu e «Enduring Freedom». Una settimana dopo, il 28 settembre, il Consiglio di Sicurezza vota all´unanimità la risoluzione numero 1373 che prevede il rafforzamento della lotta al terrorismo, introducendo severe misure per il controllo dei movimenti finanziari internazionali e migliorando le attività di prevenzione e di intelligence. «Enduring Freedom» scatta il 7 ottobre: esattamente un mese dopo, il 7 novembre, Camera e Senato votano (con un largo sostegno dell´Ulivo) in favore del «possibile apporto delle forze armate italiane alla coalizione di Paesi impegnati nella campagna per il ripristino e il mantenimento della legalità internazionale, denominata "Enduring Freedom"» e garantiscono «il sostegno delle azioni anche militari che si rendessero necessarie». Il governo si impegna a sottoporre al Parlamento «eventuali nuove decisioni che si rendessero necessarie per il prosieguo del conflitto». Soltanto il 20 dicembre, una volta conclusa la Conferenza di Petersberg sull´Afghanistan, il Consiglio di Sicurezza approva la risoluzione numero 1386 che prevede il dispiegamento di una forza di peacekeeping: l´«Isaf» ha la missione di proteggere il governo provvisorio di Hamid Karzai e di tutelare la sicurezza a Kabul e nei suoi immediati dintorni. L´estensione del mandato ad altre città afghane è in discussione ma non è ancora stata decisa dalle Nazioni Unite. L´«Isaf» non mette fine, comunque, a «Enduring Freedom»: le due risoluzioni restano complementari e l´Onu accetta implicitamente che il comando generale della Forza di pace sia lo stesso di «Libertà provvisoria».
La Stampa
7/10/2002
L’OSSERVATORIO / Differenze tra la parte «movimentista» e chi vota
L’elettorato ds non chiede più «sinistra»
di Renato Mannheimer
La distribuzione dei consensi politici nel nostro Paese ha continuato per mesi a sorprendere gli analisti. Da diverso tempo si è assistito ad un calo più o meno accentuato della popolarità del governo, senza che ciò portasse ad un accrescimento delle intenzioni di voto per le forze dell'opposizione, a causa, si è detto, della mancanza di un leader unanimemente riconosciuto, dell'assenza di una linea politica comune ecc.. Malgrado il persistere di questi limiti, nelle ultime settimane, in concomitanza con la discussione sulla legge finanziaria, la situazione si è modificata e i partiti di opposizione hanno visto incrementare, sia pur di poco (l'Ulivo si è accresciuto complessivamente di poco meno del 2 per cento), i propri consensi. Ciò nonostante (o forse anche per questo), proprio in questi giorni, il conflitto interno si è acuito e le contraddizioni latenti sono esplose (è ancora presto per valutare gli effetti di questi ultimi avvenimenti sulle intenzioni di voto).
La crisi ha visto naturalmente il suo apice all'interno del partito maggiore della coalizione, i
Ds, lacerato tra la tendenza più «riformista», che aveva prevalso al congresso di Pesaro e l'altra, più «movimentista» o, se si vuole, più «di sinistra». Quest'ultima pare aver trovato maggior forza, anche sull'onda delle grandi manifestazioni dell'ultimo periodo (in particolare quella di Piazza San Giovanni), che hanno, forse, evocato nel gruppo dirigente dei Ds l'esistenza di un elettorato potenziale a «sinistra» del partito e accentuato il timore di perderlo a favore di altre forze politiche o dell'astensione.
Le ricerche sugli orientamenti dell'elettorato ds mostrano però un quadro più contraddittorio. Su alcune tematiche specifiche (ad esempio, l'invio degli alpini in Afghanistan) la gran parte appare decisamente orientata verso posizioni
«movimentiste». Ma, analizzando la collocazione generale del medesimo elettorato, si rileva una progressiva erosione delle scelte più di «sinistra» e una corrispondente accentuazione di quelle di «centrosinistra» (che costituiscono da qualche tempo la maggioranza) e, ancor più, di «centro». Questo fenomeno non è conseguenza di una mera erosione di voti di «sinistra» persi dai
Ds, giacché esso si verifica - anzi, si accentua - anche nel momento in cui - come le ultime settimane - i consensi si accrescono. Ciò suggerisce l'esistenza di una qualche difformità tra i militanti più attivi (che paiono talvolta sollecitare una linea più «di sinistra») e l'elettorato ds nel suo insieme (che appare assumere posizioni più «riformiste»).
La scelta sulla linea da adottare è dunque tutt'altro che semplice. Ma c'è un'opzione che è nell'interesse di tutte le componenti respingere: il «coniugare» (per dirla in politichese) approcci contrastanti, col risultato di dare messaggi contraddittori e frenare inevitabilmente l'afflusso di consensi potenziali, qualunque sia la loro provenienza.
Corriere della Sera
7 ottobre 2002
L´ULTIMA VOLTA CHE SI SCHIERARONO CONTRO GLI USA FU IN OCCASIONE DELLA GUERRA DEL GOLFO
Ds, la buccia di banana degli alpini
ROMA. Doveva essere la nuova frontiera del partito nato sulle ceneri del disciolto Pci, e invece la politica internazionale risulta essere drammaticamente la buccia di banana su cui sono scivolati i Ds mandando in frantumi l´Ulivo. Il mondo, l´Europa, gli Stati Uniti: dovevano essere questi i testimoni della metamorfosi compiuta di un partito con un passato difficile e scomodo nella sfera dei rapporti internazionali. Oggi i Ds, dopo il patatrac sulla storia degli alpini in Afghanistan, si sentono isolati, lontani da Blair ma anche da Schroeder, senza ancoraggi internazionali, risucchiati in una logica di esclusione da cui sembravano definitivamente usciti dopo un quindicennio di sforzi per conquistare un attestato: la patente di forza affidabile sul piano internazionale, fedele alle alleanze, motivata da un senso di appartenenza all'Occidente non zigzagante e non negoziabile. Il destino ha voluto che il momento più difficile della solitudine dei Ds veda Piero Fassino segretario del partito, lo stesso Fassino che è stato uno dei pionieri più tenaci nella politica di accreditamento internazionale di un partito che aveva reciso i legami con l´Urss e che dopo la caduta del muro di Berlino ha trovato nella socialdemocrazia europea la sua nuova casa. E´ stato Fassino, sulla scia di Giorgio Napolitano, il leader che per cultura e per immagine incarna la figura politica meno legata al passato comunista, a condurre le minuziose e defatiganti trattative, a disporre i mille contatti, ad aprire i tanti canali che hanno permesso, al tempo della segreteria Occhetto e superando il veto di Bettino Craxi, l´ingresso del nuovo Pds nell´Internazionale socialista. Ed è stato Piero Fassino nel 1991 a tessere la tela e a organizzare la visita di Achille Occhetto a Tel Aviv e Gerusalemme, riannodano i fili spezzati del rapporto con lo Stato d´Israele e proprio a un anno di distanza dalla Guerra del Golfo: l´ultima volta dei post-comunisti schierati da una parte che non fosse quella degli Stati Uniti. Un lavorio di ricucitura che è stato fondamentale per dare consistenza e credibilità internazionale alla nuova identità del più grande partito della sinistra italiana. Poi venne la sinistra di governo. L´approdo degli eredi del Pci a Palazzo Chigi ebbe però nella politica internazionale il suo tormento e nella nuova collocazione del partito del presidente del Consiglio una preziosa fonte di legittimazione. Per dimostrare di esser irreversibilmente parte integrante e per stabilire un rapporto paritario con i partiti socialisti europei privi del fardello del passato comunista, il maggior partito della sinistra al governo aderì con convinzione alla guerra Nato in Kosovo. Tra dubbi lancinanti e malpancismi ideologici, ovviamente. Ma con la certezza che in quell´occasione si stesse sottoscrivendo definitivamente il documento di certificazione «occidentale» degli ex comunisti. E si spiega così anche l´enfasi con cui il presidente del Consiglio D´Alema salutò una sontuosa riunione fiorentina con Clinton e Schroeder, Blair e Jospin presentata come l´embrione, o addirittura la cerimonia inaugurale di un «Ulivo mondiale» di cui la sinistra italiana, per sempre divincolatasi dai lacci della sua storia, poteva legittimamente accreditarsi come parte determinante dando platealmente del tu a «Bill» e «Gerard», «Tony» e «Lionel». I sogni di un «Ulivo mondiale» si sono nel frattempo appassiti, complice un vento elettorale di destra che ha travolto i vecchi equilibri da questa e dall´altra parte dell´Atlantico. Ma anche nella competizione elettorale con Berlusconi, la carte della «credibilità» internazionale della sinistra, che tra l´altro aveva organizzato sin nei dettagli la riunione del G8 a Genova del luglio 2001, venne giocata con una destra debole e marginale nei circuiti europei. Tanto che dopo l´11 settembre venne naturale, per la parte maggioritaria della sinistra, appoggiare assieme al nuovo governo di centro-destra la partecipazione italiana nella guerra in Afghanistan. Oggi, dopo tanti anni di «accreditamento», la scelta di votare contro l´invio degli alpini in Afghanistan nell´ambito dell´operazione Enduring Freedom rischia di polverizzare l´immagine «occidentalista» del partito che ormai da tredici anni ha abbandonato la denominazione di «comunista». regalando piuttosto a Francesco Rutelli la palma del filo-atlantico nella vacillante coalizione di centro-sinistra. Tanto che Fassino si è affrettato a precisare che non è in discussione la «collocazione internazionale» dei ds. E allontanare lo spettro della solitudine.
La Stampa
5/10/2002
"L'Ulivo in una crisi definitiva. Serve una svolta in 48 ore"
Intervista a Massimo D'Alema: "L'alleanza è al capolinea"
di MASSIMO GIANNINI
ROMA - Presidente D'Alema, lei è stato il primo premier ex comunista che ha gestito una guerra, in Kosovo. Come fa a non sentirsi a disagio ora, a votare contro l'invio degli alpini in Afghanistan?
"Sì, mi sento a disagio. E' stata una scelta che ho vissuto con sofferenza. E non mi riferisco al voto sul documento dei Ds, che è correttissimo. E' giusto proporre, in questo momento, un diverso impiego delle nostre forze militari in Afghanistan. Non è un disimpegno o un venir meno agli impegni internazionali in Italia".
E cos'altro è, se solo otto mesi fa avevate votato sì all'invio delle truppe a Kabul?
"Il quadro internazionale è cambiato. Quando votammo sì, a novembre, agimmo sull'impulso della tragedia dell'11 settembre, e il governo ci prospettò un impegno preciso per le nostre truppe: scorta e protezione degli aiuti umanitari. Ora la missione che ci viene richiesta prevede di combattere in prima linea, dare la caccia ai terroristi. Cosa legittima, sia chiaro, ma che cambia la natura della missione stessa, e che va seriamente discussa con gli alleati".
Il problema pare un altro. L'Ulivo è stato vittima della sindrome girotondina. Avete subito la pressione dei pacifisti e della sinistra massimalista, e non avete saputo resistere alla vecchie sirene dell'anti-americanismo.
"No, l'anti-americanismo non c'entra affatto. Noi siamo convinti alleati degli Stati Uniti. Ma essere alleati non significa dire sempre di sì. Nella guerra del Kosovo pronunciai qualche no, in dissenso con quanto ci chiedeva l'America. Per esempio, pretesi che la nostra Aeronautica non effettuasse bombardamenti sulle città della Serbia. Oggi invece il vero problema è che Berlusconi vuole solo dimostrare un'amicizia speciale dell'Italia verso l'America".
Anche lei, da premier in guerra nei Balcani, disse "il mio problema è il rapporto con l'America".
"E' vero, ma non ho mai pensato a un rapporto con l'America fuori dal contesto europeo. E poi oggi c'è in campo la nuova dottrina americana sulla guerra preventiva e il cambiamento di strategia di Washington sul Medio Oriente, con un sostegno esplicito all'azione di Sharon che incrina pericolosamente il fronte internazionale contro il terrorismo. Tutto questo rende legittima una posizione come quella assunta dai Ds. E' giusto chiedersi, oggi, quale sia la missione di "Enduring Freedom". E' giusto domandarsi quanto deve durare, e se sia corretto un comando esclusivo delle operazioni affidato alle forze americane".
Martino dice che chi ha votato no agli alpini a Kabul, come i Ds, ha votato contro l'Italia.
"E dice una sciocchezza. Anche perché noi non abbiamo certo chiesto il ritiro dei nostri soldati. Abbiamo solo chiesto che, se deve esserci un impegno maggiore, questo sia indirizzato all'operazione Isaf, una missione multinazionale con un comando a rotazione e un compito di garantire la sicurezza democratica in Afghanistan. E poi guardi, su questo non accetto lezioni dal Polo".
E perché no? Loro sulla politica estera qualche voto bipartisan ve lo hanno dato.
"Vuole scherzare? Questa bufala del voto bipartisan non è mai stato vero per la Lega, che all'epoca della guerra nei Balcani faceva le manifestazioni di solidarietà per Milosevic. Ed è stato vero solo a corrente alternata per gli altri partiti del Polo. Voglio ricordare che, per tentare una spallata contro il governo Prodi, votarono contro la ratifica dell'allargamento della Nato. E allora fu l'Udr di Cossiga che sostenne il governo".
Senta, stiamo qui a parlare del Polo, quando l'Ulivo si è appena sfasciato in mille pezzi.
"Ed è qui che nasce il vero disagio del mio voto".
Cinque, sei mozioni diverse, tutti in ordine sparso. Uno spettacolo penoso.
"Purtroppo è così. Secondo me una posizione come quella che abbiamo preso poteva essere di tutto l'Ulivo, accompagnandosi ad un'astensione sulla linea del governo. Un conto è dire "noi preferiremmo una linea diversa, e ve la proponiamo", un altro conto è dire "noi votiamo contro punto e basta". Ma non è stato possibile".
Per forza, avete dovuto cedere qualcosa al "correntone", per non sfasciare definitivamente anche i Ds.
"Diciamo che abbiamo trovato questo punto di convergenza. Del resto, io credo che la politica estera non sia tema per una scelta di coscienza, ma è materia di scelta politica. Con questa scelta abbiamo compattato le posizioni nel nostro partito. Speravamo di poterlo fare anche nell'Ulivo, ma non ci siamo riusciti".
Il risultato è disastroso. L'Ulivo è morto, ne conviene?
"Siamo all'ora zero dell'alleanza. La difficoltà è evidente, ed è gravissima. C'è qualcosa di surreale, nel modo in cui la crisi si è prodotta. Questa rottura drammatica sugli alpini in Afghanistan non era necessaria, il governo aveva già un mandato, la missione partirà non domattina, ma tra sette mesi".
Intanto Berlusconi ringrazia. Stava nei guai con la Finanziaria, voi gli avete tolto le castagne dal fuoco.
"Questo è sicuro".
Bravi, missione compiuta. L'Ulivo è finito per sempre?
"In politica nulla finisce per sempre, tutto può ricominciare. Certo oggi siamo arrivati al capolinea, all'appuntamento conclusivo del nostro percorso".
Quindi lei sta decretando l'avvenuto decesso dell'alleanza?
"No. Io sto dicendo che questa è una crisi drammatica e definitiva del nostro modo di stare insieme come coalizione politica. E' chiaro che all'interno dell'Ulivo questa frattura è legata a differenti prospettive, persino a una qualche forma di competizione elettorale. Questo è l'aspetto più grave: le divergenze di merito alludono a diversi disegni politici, e denunciano una drammatica impasse degli strumenti dell'alleanza, del metodo di formazione delle posizioni comuni, della regolazione non esplosiva dei dissensi".
Quando parla di "competizione elettorale" e di "diversi disegni politici" allude alla Margherita, giusto?
"Alludo a tutti quelli che, dentro il centrosinistra, lavorano perché si produca una frattura tra il centro e la sinistra. Certo, anche nel mio partito a un certo punto qualcuno ha detto, facendone un tema del congresso di Pesaro, che "la sinistra deve tornare a fare la sinistra". Con i suoi valori, con il suo radicamento sociale. Questo ha spinto e spinge la Margherita a rispondere "allora io comincio a fare il centro", e ad auto-assegnarsi un ruolo di guida, visto che come è noto è al centro che si gioca la sfida per il governo. Con queste premesse, le divaricazioni sono scontate. L'idea è che prima si destruttura completamente il campo, poi verranno i mediatori, i demiurghi. Fantasiosi ticket ricompatteranno il fronte, miracolose discese in campo competeranno finalmente con Berlusconi".
Allora, traduciamo la sua analisi in nomi e cognomi. Lei sta dicendo che il correntone ha seminato il virus dentro i Ds, Rutelli e i centristi lo hanno contratto, e un futuro ticket Prodi-Cofferati è sinonimo di sicura sconfitta. Ho tradotto bene?
"Non mi trascinerà nel gioco dei nomi. Io dico solo che queste dottrine sono tutte sbagliate e pericolose, e colpiscono al cuore il progetto dell'Ulivo. Così si uccide l'idea dell'incontro tra le diverse culture in un progetto comune e condiviso. Così si colpisce a morte il nucleo riformista della nostra politica. Si liquida la nostra esperienza di governo. E soprattutto si affossa per sempre la prospettiva di ricandidarci alla guida del Paese".
Lei ci crede ancora, con questi chiari di luna?
"No, se andiamo avanti in questo modo. Il rischio è fortissimo. Ieri ci siamo divisi su una questione di politica estera. Domani verrà in campo la questione sociale. Tutto lo sforzo che abbiamo compiuto finora, per evitare che la divisione sindacale si ribaltasse sul centrosinistra, regge se nel frattempo si attivano processi di ricomposizione del quadro dell'unità sindacale. Ma se questo non accade, alla lunga questo apre un problema di rapporti nell'Ulivo tra il mondo cattolico e la sinistra. Io sono a favore dei movimenti e contro il movimentismo".
D'accordo. Ma come si esce dal disastro di oggi?
"Da questa crisi si può uscire in due modi diversi. Il primo: si prende atto di una rottura tra centro e sinistra e ognuno si consolida nel suo habitat. Secondo questo schema, nella vicenda di queste ore la Margherita ha tratto vantaggi nel suo posizionamento politico internazionale, e i Ds possono pensare di essere in sintonia con l'opinione pubblica. Insomma, si congela la situazione, e poi si vedrà. Questa ipotesi la giudico nefasta, e perdente per lunghissimo tempo. Per questo preferisco la seconda, che è quella che si può definire del "pro malo bonum". Cerchiamo di trarre una lezione positiva da questo disastro. Siamo al culmine di una crisi. Ora o mai più: entro le prossime 48 ore serve una reazione forte e determinata che rilanci l'Ulivo. Si raccolgano le disponibilità, e si assumano le decisioni politiche e organizzative per rendere visibile questo rilancio".
Rutelli non è più leader dell'Ulivo? Lui stesso, alla Camera, ha detto "parlo solo a nome del mio gruppo".
"Sì, ha enfatizzato molto questa sua identità di partito. Io non ho pregiudiziali contro di lui, e il problema non è "cambiamo Rutelli". Ma oggi si tratta di coordinare un gruppo dirigente dell'Ulivo che agisca in modo collegiale, e che definisca al più presto le procedure per la scelta del prossimo candidato premier".
Forse adesso Rutelli è più forte a livello personale, ma non lo è più come leader dell'alleanza. In molti, nel centrosinistra, da ieri lo considerano retrocesso.
"Non è retrocesso. Da ieri si è solo resa visibile una verità che esisteva da prima. L'alleanza non funziona più. O se ne decreta la fine, o si ricostruisce. Stavolta, davvero, non c'è più tempo per perdersi in chiacchiere su comitati, coordinatori, saggi o reggenti. Bisogna muoversi subito".
Ma muoversi "chi", se siete alla guerra fratricida?
"Facciamolo con chi ci sta. Io sono perché ci stiano tutti, a condizione che rispettino le regole: il potere di veto non può più essere una regola, mentre devono diventarlo le maggioranze qualificate. Ma sono anche fermamente propenso a preservare il nucleo del riformismo italiano. Con l'Ulivo rifondato si può fare. Io ci credo, e dò una comunicazione ultimativa. Sono pronto a fare qualunque cosa mi si chieda, purchè si agisca subito. Se nulla accade, ne prenderò atto, e mi unirò all'assemblea del gruppo Artemide".
Abbiamo parlato del dramma dell'Ulivo, ma i Ds stanno peggio.
"Fassino ha compiuto un grande sforzo unitario, di cui gli si deve dare atto. Ma dal congresso di Pesaro in poi non sempre è stato sostenuto, né aiutato a superare le difficoltà. A questo punto anche nei Ds si impone un chiarimento profondo e definitivo: ognuno si assuma le proprie responsabilità".
la Repubblica
4 ottobre 2002