Una sola casa per i riformisti d'Europa
di Giuliano Amato e Massimo D'Alema
Nuovi confini e una sola casa per i riformisti d'Europa
Il nome non è molto importante La nostra forza è nella capacità di tradurre in realtà gli ideali Difendere a tutti i costi l´ortodossia socialdemocratica sarebbe un errore
Un grande passato non è garanzia di un futuro luminoso Serve una scelta coraggiosa: la costruzione di un "luogo " per le culture contrarie a questa destra senza strategie
Cari compagni del Partito del socialismo europeo, è trascorso ormai un decennio da quando prese avvio quel processo che, in breve tempo, ci avrebbe portato al governo della grande maggioranza dei paesi europei. All´inizio degli anni Novanta erano in molti, e non solo tra i conservatori, a preconizzare una crisi rapida e definitiva per le forze del socialismo europeo. Dopo la nostra prolungata sofferenza degli anni Ottanta - questo era il nucleo essenziale del ragionamento - il collasso dei regimi autoritari all´Est avrebbe consacrato l´egemonia conservatrice in Europa e sepolto le prospettive di una ripresa di consensi per la sinistra. Ognuno di noi ricorda che proprio allora la sinistra europea iniziò invece a ritrovarsi, nella specificità delle diverse realtà nazionali, intorno all´urgenza di imprimere una svolta ai propri programmi politici. Una svolta che venisse incontro al duplice bisogno che saliva allora dalle nostre società: garantire la coesione sociale, anche dinanzi al profilarsi di quel nuovo scenario che avremmo poi chiamato «globalizzazione»; predisporre un quadro di stimoli e di compatibilità per favorire l´innovazione dei sistemi economici nazionali.
Coesione e innovazione. È stata questa coppia di imperativi a portarci al governo nel corso degli anni Novanta. Nessuno di noi ha vinto chiudendosi dentro il proprio tradizionale recinto di valori. Al contrario, è stata proprio la consapevolezza di dover uscire in campo aperto a farci incontrare la richiesta che veniva dalle nostre società nazionali. Ed è stata l´urgenza di innovare i nostri programmi a spingerci in direzione di una profonda modifica della nostra identità. Con quell´operazione di innervamento della cultura liberale sul ceppo della cultura socialdemocratica che, in gradi diversi, ha accompagnato la grande maggioranza della sinistra europea nella conquista di consensi sempre più ampi. E che ha contrassegnato il nostro comune impegno nel salto di qualità impresso all´integrazione europea, con il traguardo della moneta comune e le basi dell´unificazione politica del continente. (...)
Non è questo il luogo per tentare un bilancio delle cose fatte – nel bene o nel male – dai governi europei di centrosinistra nel corso dello scorso decennio. Ma certo è che abbiamo di fronte a noi l´esaurimento di quel ciclo politico. Proprio in Italia, poco più di un anno fa, ha preso avvio quella successione di sconfitte che ha rapidamente portato la destra al governo della maggioranza dei paesi europei. Ora le nostre vittorie in Svezia e Germania ci hanno dato nuovi motivi di speranza, ma le ragioni delle nostre sconfitte meritano comunque di essere analizzate in dettaglio. Tali ragioni sono in buona parte legate ai singoli contesti nazionali. E tuttavia un filo che le attraversa è rappresentato dalla nostra comune incapacità di rispondere in modo adeguato alle ansie e alle insicurezze che negli ultimi anni si sono diffuse nelle nostre società nazionali. Dal governo siamo stati capaci di risanare le economie, di modificare i sistemi di protezione sociale (e non sempre in modo adeguato ai nuovi rischi), di guidare il processo di integrazione e molto altro ancora. Ma certo non siamo riusciti a rispondere a quella paura del futuro che si è diffusa sul nostro continente. Una paura legata alla trasformazione delle identità sociali così come al superamento della centralità dello Stato-nazione, ovvero ai processi che noi stessi abbiamo concorso a sviluppare. Ma certo è che i risultati che quei processi hanno prodotto sul piano delle percezioni sociali ci hanno trovato largamente impreparati. E la nostra risposta alle ansie che si sono diffuse nelle nostre società è stata debole, perché debole è stata la nostra capacità di comprendere e interpretare il mutamento che avveniva intorno a noi.
A questi timori la destra europea non ha fornito una vera risposta, ma l´illusione di una medicazione d´urgenza. A differenza degli anni Ottanta, (...) la destra che abbiamo oggi di fronte a noi non offre alcun disegno strategico. Le sue ricette sono vecchie (ordine), regressive (rinazionalizzazione delle politiche) e paternalistiche (welfare compassionevole). E tuttavia esse hanno saputo cogliere uno spazio politico reale, catturando un consenso largamente fondato sull´aspettativa di una migliore difesa dalle insidie del cambiamento. Ma nella vittoria europea dei conservatori c´è di più. Essa raccoglie i frutti di una operazione avviata nella seconda metà degli anni Novanta, quando le fortune elettorali della sinistra europea erano giunte al loro punto massimo e quando il futuro dei conservatori non poteva che apparire cupo. Quell´operazione, voluta soprattutto da Helmut Kohl, puntò ad aprire i tradizionali confini ideali e culturali del Partito popolare europeo. Allo scopo di aggregare tutto quanto si opponeva, nei singoli paesi europei, all´egemonia politica della sinistra. Da allora la casa dei conservatori europei non si sarebbe più retta sull´ortodossia della tradizione ideale democratico-cristiana, ma piuttosto sulla capacità di contrastare efficacemente e in ogni paese il consenso di cui godevano le forze del socialismo europeo e le politiche che i nostri governi stavano realizzando. Si trattò di un´operazione spregiudicata ma di grande lungimiranza politica. Da lì nacque, come sappiamo, l´entrata nel PPE di partiti di nessuna tradizione democratico-cristiana (come Forza Italia) ma di forte consenso elettorale. Così come da lì nacque il via libera alle alleanze con le forze apertamente nazionalpopuliste su cui si reggono molti dei nuovi governi conservatori europei. Il senso di quella apertura andò dunque ben oltre l´ingegneria partitica: essa coincise con l´uscita del popolarismo europeo dall´angolo nel quale noi l´avevamo costretto, permettendogli di ritrovare il passo necessario per affermarsi elettoralmente.
Il socialismo europeo si trova oggi di fronte ad una scelta analoga. Non saremo altrettanto spregiudicati, ma dovremo essere altrettanto lungimiranti. (...) L´assai probabile inefficacia delle politiche conservatrici non è di per sé una garanzia che il pendolo del consenso possa tornare ad esserci favorevole. Dipenderà, come è accaduto nel corso degli anni Novanta, dalla nostra capacità di saper tradurre in programmi efficaci il mutamento e i bisogni della società. Ma sarebbe del tutto velleitario pensare che tale capacità possa realizzarsi all´interno dei nostri tradizionali confini ideali. Quei confini ci hanno permesso di realizzare traguardi straordinari, tra cui uno in particolare che ai nostri padri sarebbe apparso inarrivabile: civilizzare il capitalismo. È legittimo affermare che gli ordinamenti sociali nei quali ci troviamo a vivere siano ormai profondamente connotati dalla nostra cultura politica. E possiamo dire di avere concorso in misura fondamentale a disegnare la civiltà europea così come essa appare oggi.
E tuttavia questo non basta più. Non possiamo accontentarci di difendere l´esistente – d´altra parte ciò non è mai bastato a chi si diceva socialista – e per riuscire ad intaccare il consenso di cui gode la destra conservatrice abbiamo di fronte a noi alcuni passaggi ineludibili. Vale la pena accennarne solo due, tra i più rilevanti. È innanzitutto inevitabile declinare in chiave sovranazionale la nuova dimensione del riformismo. Non tanto in nome di un generico cosmopolitismo, ma per l´ormai avvenuto superamento della dimensione nazionale del policy making. I partiti riformisti hanno pagato il prezzo maggiore dell´indebolimento dello Stato-nazione, essendosi qualificati per la capacità di utilizzare quello Stato come potente leva per le politiche di socializzazione. Ma oggi qualsiasi politica riformista non può che avere un orizzonte sovranazionale, lo stesso all´interno del quale vengono prese le decisioni che influiscono sulla vita dei cittadini. Ma c´è di più, perché la nuova dimensione sovranazionale richiede che la politica acquisti una rilevanza ancora maggiore che in passato. E in questo nuovo scenario l´alternativa ad un indebolimento della politica - e dunque del riformismo, che della politica ha assai più bisogno - non potrà che essere la riduzione dei diritti e l´ulteriore aggravarsi di quella crisi di legittimità a cui la globalizzazione ha già condotto i governi nazionali. Allo stesso modo è indispensabile superare la rappresentazione tradizionale del riformismo socialista, come proiezione nella dimensione politica e istituzionale del mondo del lavoro dipendente. Mentre la rappresentanza sindacale conserva la sua forza, è ormai venuta meno quella corrispondenza tra rappresentanza sociale e rappresentanza politica che ha costituito per lunghi decenni la nostra principale ragion d´essere. Le cause di questa frattura sono molte, ma la principale è forse nella individualizzazione del lavoro e nella conseguente trasformazione delle identità sociali. È indispensabile perciò che il riformismo socialista scelga di rappresentare la nuova fisionomia del mondo del lavoro e che sappia altresì rappresentare le nuove domande che esso esprime, nelle sue stesse componenti tradizionali. E che dunque operi per allargare le tutele così come le possibilità degli individui di realizzare le scelte fondamentali della vita. Un riformismo che sia capace di incidere sulla nuova società degli individui, in sostanza, deve saper trovare una nuova sintesi tra libertà e sicurezza.
(...) Un grande passato non è di per sé la garanzia di un futuro luminoso. Come un decennio fa, non abbiamo altra scelta se non quella di uscire in campo aperto. Ma in questo caso la spinta del cambiamento deve essere molto più coraggiosa. Dobbiamo porre esplicitamente all´ordine del giorno la costruzione di una nuova casa dei riformismi europei. Una casa nella quale possano trovare cittadinanza tutte le culture politiche che si oppongono alla nuova destra europea. E che condividono con noi l´obiettivo di governare la società europea all´insegna dell´eguaglianza dei diritti, dei valori della persona, delle libertà dei molti. Serve una allargata famiglia politica sovranazionale che riunisca tutti i riformismi europei. Non un accampamento provvisorio, ma un vero edificio che offra a tutte le culture politiche del riformismo un luogo dove incontrarsi per mettere a punto una proposta programmatica sufficientemente forte e convincente. Dove i socialisti si ritrovino con i cristiano-democratici, la cui permanenza nel PPE è sempre più difficile, così come con le correnti più avvedute del liberalismo europeo e con la cultura ambientalista.
Il nome della nuova famiglia è davvero poco importante. La forza delle nostre idee di socialisti non è nel richiamo di un nome ma nella nostra capacità di tradurre in realtà gli ideali da cui siamo animati. E il rischio che abbiamo di fronte a noi è che quegli ideali siano ridotti all´impotenza, se non saremo capaci di uscire dall´angolo nel quale ci troviamo. In questo senso l´identità può rivelarsi una trappola, se ci impedirà di cogliere la forza dei riformismi diversi da quello socialista e la possibilità che la destra venga sconfitta attraverso la nostra coalizione con essi. D´altra parte, come sappiamo bene, nel corso dell´ultimo decennio il Partito del socialismo europeo ha cambiato di fatto la propria fisionomia. La nostra famiglia si è allargata a molti partiti ex comunisti dell´Europa orientale, che si sono mostrati capaci non solo di cambiare sigla ma soprattutto di guidare le proprie società attraverso transizioni tumultuose. Così come sappiamo bene che fuori d´Europa – basti pensare all´esperienza dei Democratici statunitensi – l´efficacia del riformismo si è misurata sulla sua capacità di uscire da confortevoli recinti ideali e identitari.
Ciò che rischia di diventare un freno alla nostra efficacia, se non una minaccia sul nostro futuro, è la volontà di difendere la tradizionale ortodossia socialdemocratica nelle forme e nei contenuti del nostro lavoro comune. Occorre che il PSE apra rapidamente i propri confini ai riformismi non socialisti. Prendendo così l´iniziativa di un processo che dovrà trovare, come certamente troverà, convinti interlocutori nelle altre famiglie politiche europee. È prematuro indicare oggi l´approdo finale di questo processo. Ma certo esso dovrà passare per alcune tappe qualificanti, come la convergenza del nostro lavoro al Parlamento europeo o l´indicazione di un candidato comune per la presidenza della prossima Commissione europea. Sappiamo comunque che questo processo, se ben avviato, potrà condurci fuori dalle secche nelle quali ci troviamo. Restituendoci rilevanza politica ed evitando che il socialismo europeo si ritrovi prigioniero delle proprie conquiste.
Questa lettera sarà pubblicata sul prossimo numero della rivista "Italianieuropei. Bimestrale del riformismo italiano", in edicola da sabato (www.italianieuropei.it)
la Repubblica
2 ottobre 2002
Tra no global, girotondi e utopie
UNA SINISTRA A RIMORCHIO
di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
Perché in Italia il richiamo all’intransigenza, allo spontaneismo anti-burocratico, all’iniziativa dal basso, può sempre contare, a sinistra, su un vasto consenso preliminare? Perché qui da noi il disprezzo per ogni potere istituzionale (fosse anche un potere di opposizione) e per ogni principio di realtà, il fascino di qualunque utopia, di qualunque pacifismo, di qualunque terzomondismo, di qualunque anti-imperialismo, sono sempre sicuri di trovare folle di proseliti, non importa in quale decennio siamo? E perché dunque la sinistra italiana è di continuo costretta a fare non facili conti con tutto questo impasto fino a rischiare spesso di restarne vittima? Perché, a esempio, la dirigenza Ds toscana si è fatta convincere a ospitare tra un mese con tutti gli onori l’ennesima manifestazione no global salvo poi, adesso, preoccuparsi ogni giorno di più per i segnali inquietanti che cominciano a trapelare in vista di quell’appuntamento? La principale risposta sta nella storia della sinistra italiana, che per tanta parte si identifica con la storia del Pci, il partito comunista. Ebbene, per decenni questa sinistra non ha mai intrapreso una battaglia vera, una battaglia di fondo e senza quartiere, contro l’estremismo e le sue fonti ideologiche, contro i suoi abiti mentali e i suoi feticci. Certo, il comunismo togliattiano non ebbe mai nulla a che spartire, nella sostanza, con l’estremismo che veniva dalla profondità della storia del Paese. Ma piuttosto che estirparlo una volta per tutte, preferì sempre neutralizzarlo accogliendolo nelle proprie file e tenendolo così sotto controllo. Anche perché c’era comunque l’idea che potesse sempre capitare di dover ricorrere a quella risorsa estrema rappresentata dalla «piazza», quando allora un po’ di radicalismo sarebbe stato senz’altro utile.
In realtà, dagli anni Sessanta fino al crollo del comunismo, fatta salva la breve parentesi dell’impegno contro il terrorismo rosso, il principale fronte di lotta ideologica del Pci fu proprio quello contro il «riformismo» (considerato alla stregua di una pura «razionalizzazione capitalistica»), oltre che contro l’Alleanza atlantica. Così fu educata tanta parte delle generazioni di sinistra che oggi hanno tra i 40 e i 50 anni: a considerare i socialisti e il centrosinistra come simboli del voltagabbanismo e dell’impotenza, e gli Stati Uniti come i cupi gendarmi del pianeta. L’antiriformismo di principio fu il prezzo che il comunismo italiano pagò - e fece pagare a gran parte della sinistra - per reggere l’ambiguità della sua vicenda: proprio perché non poteva né voleva essere rivoluzionario, per continuare a dirsi comunista doveva essere almeno contro il riformismo e contro la Nato. Chi può credere però che tali eredità svaniscano dalla sera alla mattina?
Tanto più che ad alimentare per trent’anni il radicalismo di sinistra con tutte le sue mitologie ci si è messa anche quella cultura (politica e non) del Paese, di ascendenza democratica. Troppo spesso tale cultura ha interpretato la modernità come la rinuncia a ogni lascito tradizionale, a ogni conservazione, a ogni principio di coerenza. Per decenni, salvo poi spesso pentirsene, essa ha diffuso tutto ciò che suonasse rottura, denunce, antagonismo, narcisismo e insieme populismo, autocelebrazione dell’ego e al tempo stesso identificazione con i dannati della Terra e i loro (presunti) interessi. Ne è uscita quella disposizione ideologica e psicologica dell’odierna scena dei «girotondi» italiani: una disposizione intrisa di irrequietudine, di slanci attivistici e di ripiegamenti astensionistici, di aspirazioni democratiche ma insieme di sdegno per il modo di pensare di metà dei propri concittadini, di moralismo pubblico e di indifferentismo privato, di conservatorismo sostanziale e di nuovismo apparente. Anche qui però - quel che più conta - nessuna capacità di mettere un vero confine alla propria sinistra. E dunque anche qui, alla fine, l’esito obbligato della ostilità al riformismo.
Corriere della Sera
29 settembre 2002
di Felice Besostri
A distanza di una settimana dalle elezioni svedesi si sono svolte quelle tedesche.
Le due elezioni presentavano qualche analogia, una maggioranza rosso-verde al potere sfidata da partiti conservatori.
La sfida al ruolo della Socialdemocrazia tedesca si presentava più pericolosa: a differenza della Svezia, nella quale i partiti borghesi si presentavano divisi, in Germania CDU e CSU erano saldamente unite dietro la candidatura di Stoiber a cancelliere.
All’inizio della campagna elettorale e fino ad una decina di giorni dal voto mentre Stoiber e Schroeder apparivano appaiati e con una leggera prevalenza dell’uno o dell’altro, irrimediabile pareva il divario tra le intenzioni di voto per i socialdemocratici e per i partiti dell’Unione, anche 10 punti percentuali di svantaggio per la SPD.
Nel sistema costituzionale tedesco il Cancelliere è una figura forte, ma la sua nomina dipende dalla maggioranza del Bundestag e, pertanto, se la popolarità di Schroeder non si fosse tradotta in un voto per la SPD la sconfitta del governo era annunciata.
A questo dato iniziale si deve aggiungere una serie di sconfitte in bastioni tradizionali della socialdemocrazia come Amburgo e Brema, sia pure compensate dalla vittoria di Berlino. Gli alleati verdi apparivano in declino e se certe tendenze delle elezioni nei Laender si fossero confermate, la clausola di sbarramento del 5% su scala nazionale era uno spettro di cui tenere conto.
L’Unione appariva, inoltre, aggressiva e con parole d’ordine populiste come “meno tasse”, “meno disoccupazione” e di critica alla grande industria.
Bisogna dare atto che la SPD ha saputo reagire bene, sia sopendo la conflittualità interna, sia lasciando a Schroeder di caratterizzare la campagna come un duello tra lui e Stoiber, quasi che si trattasse di un regime presidenziale.
La strategia si è rivelata vincente grazie ai due duelli televisivi, che hanno consacrato la bipolarizzazione SPD-UNION (che sarà smentita dalle elezioni), ma soprattutto grazie alla capacità dimostrata nell’affrontare le inondazioni nella parte orientale della Germania ed alla posizione netta di opposizione alla guerra preventiva all’Iraq. Inondazione e guerra erano argomenti non prevedibili nel programma elettorale, ma la capacità di governare si dimostra proprio a fronte degli imprevisti.
L’altra personalità che si è imposta è quella del Vice-Cancelliere ministro degli Esteri Joscha Fischer, che ha trascinato alla vittoria il partito dei Verdi, altrimenti in difficoltà.
Il suo slogan “Aussen Ministery, innen Gruen”, cioè “fuori Ministro (ma anche Ministro degli Esteri), dentro Verde” si è rivelato efficace insieme con una campagna di base, porta a porta, non disponendo i Verdi delle risorse economiche dei Liberali.
Quest’ultimo partito è il vero perdente delle elezioni, sia per la percentuale raggiunta del 7,4% molto lontana dal 18%, quale obiettivo dichiarato, sia per l’ambiguità politica della campagna elettorale: per la prima volta i liberali presentavano un proprio candidato alla Cancelleria, il rutilante Guido Westerwelle.
L’ambiguità liberale era tutta tattica, poiché il partito liberale in Germania è diventato un partito di destra, con pochissimi rapporti con il partito delle coalizioni liberal-socialiste.
Questa ambiguità ha reso meno credibile l’alternativa dell’Unione (che poteva governare soltanto con la maggioranza assoluta) a fronte di una chiara riproposizione della maggioranza rosso-verde, ma l’ha costretta a fare il pieno dei voti a danno dei liberali.
Una diversa tattica elettorale con il primo voto a favore dei candidati CDU-CSU, nelle circoscrizioni maggioritarie, ed il secondo voto a favore dei liberali, per la quota proporzionale, poteva diventare insidiosissima.
L’altra forza perdente è la PDS, perché non superando la soglia del 5% su scala nazionale e non eleggendo almeno tre deputati nel maggioritario (ne ha eletti solo 2), perde il diritto a partecipare alla suddivisione dei seggi.
Il voto presenta ancora una Germania divisa nettamente sia politicamente che geograficamente.
Ecco i risultati percentuali:
GERMANIA FEDERALE:
SPD 38.5% (-2.4%)
UNION 38.5% (+3.4%)
GRÜNE 8.6% (+1.9%)
FDP 7.4% (+1.2%)
PDS 4.0% (-1.1%)
Altri 3.0% (-3%)
La polarizzazione tra i due campi è resa evidente anche dalla drastica riduzione dei voti dati agli altri partiti, che scendono complessivamente dal 6% al 3%.
GERMANIA OCCIDENTALE
SPD 38.1% (-4.2%)
UNION 40.9% (+3.9%)
GRÜNE 9.5% (+2.2%)
FDP 7.6% (+0.6%)
PDS 1.1% (-0.1%)
Altri 2.8% (-2.4%)
GERMANIA ORIENTALE
SPD 39.7% (+4.6%)
UNION 28.3% (+1.0%)
GRÜNE 4.8% (+0.7%)
FDP 6.3% (+3.0%)
PDS 16.8% (-4.8%)
Altri 4.1% (-4.5%)
Nella parte occidentale (fatta salva un’analisi più precisa dei flussi elettorali che allo stato è prematura) le perdite della SPD sono state raccolte per più della metà dai Verdi e per un 2% dall’Unione e in misura minore della FDP, che hanno invece beneficiato, soprattutto la prima delle drastiche perdite delle formazioni di destra e populiste (ad es. Republikaner e NPD) (-2.4%).
Nella parte orientale, la ex DDR, la situazione si rovescia, la SPD guadagna 4.6 punti percentuali e l’Unione un misero 1%. I guadagni della SPD e dei Verdi assorbono integralmente le perdite della PDS.
Appare chiaro che se la coalizione rosso-verde ha vinto il confronto, il merito esclusivo va agli elettori della PDS, che hanno deciso di votare utile, sia nelle elezioni federali che nel Land Meclenburg-Vorpommern, dove governava una coalizione rot-rot (SPD-PDS).
Una scelta razionale, anche a fronte della chiara decisione della SPD che non avrebbe richiesto ed accettato voti determinanti della PDS per la nomina del cancelliere.
La rappresentanza della PDS poteva essere salvata dall’elezione di tre mandati diretti, ma nell’unica circoscrizione possibile la città di Berlino, la PDS ne ha eletti soltanto 2, il terzo è mancato probabilmente per l’elezione di Ströbele, il primo mandato diretto dei Verdi nella loro storia.
Nella storia dei partiti politici tedeschi si è verificato che la scomparsa a livello regionale non ha mai messo in discussione la sopravvivenza di Verdi e Liberali a livello federale. La PDS ha una rappresentanza simbolica nel Bundestag, ma conserva una forte rappresentanza nei Laender orientali ed in particolare a Berlino Est, dove sono spesso il primo partito nelle municipalità.
Se la PDS fosse stata ammessa, avendo avuto pochi mandati diretti, si sarebbe dovuto riproporzionalizzare il Bundestag mediante il ricorso ai cosiddetti seggi aggiuntivi come nel 1998. L’attuale Bundestag sarà composto da 603 deputati, ben 63 in meno del precedente.
Altra possibile conseguenza sarebbe stata quella della possibile minoranza della coalizione rosso-verde senza i voti della PDS. I tempi non sono ancora maturi per associare a livello federale gli eredi del Partito dominante della ex DDR, la SED (Sozialistische Einheitspartei Deutschland – Partito dell’Unità Socialista di Germania), le ferite inferte dal comunismo non sono ancora rimarginate e l’elettorato di centro della Germania Occidentale è particolarmente sensibile alla vecchia contrapposizione Est-Ovest, come contrapposizione democrazia-dittatura o comunismo, che, per loro è la stessa cosa.
Proprio il fatto che la SPD ha perso ad Ovest fa ritenere che l’incidente provocato dalla Ministro della Giustizia Herta Daeubler-Gmalin abbia contribuito ad uno spostamento di voti diretto SPD-CDU. Il direttore della berlinese Tageszeitung in una intervista a Radio Popolare di Milano ha dato conto di rilevazioni che valutavano nel 2-3% la perdita di voti della SPD a causa della improvvisazione della compagna Ministro.
D’altra parte aggiungeva il direttore della Tageszeitung che tale percentuale corrispondeva ai voti persi dalla FDP, i Liberali, per le dichiarazioni del suo vice-presidente Moellemann, critiche nei confronti di Israele.
I due fatti non si compensano perché i mancati guadagni liberali non sono andati a beneficio dell’altro schieramento come le perdite socialdemocratiche.
I rapporti USA-Germania non soltanto hanno caratterizzato la campagna elettorale ma saranno una nota dominante dei prossimi mesi.
Le giuste posizioni contro la guerra preventiva all’Iraq per una sinistra consapevole del proprio ruolo di governo non può diventare mai antiamericanismo d’accatto, che riecheggi l’antimperialismo d’antan. Ci sono tante e buone motivazioni di diritto, moderate e di buon senso per contrastare la politica di Bush, che non c’è bisogno di ricorrere alle antiche icone di Satana, della Tigre di carta o della Piovra. Se si consente la parafrasi, l’antiamericanismo è il socialismo degli straccioni.
Resta il fatto che la vittoria della coalizione riapre i giochi in Europa e sul futuro dell’Europa; allargamento, riforma delle istituzioni e Convenzione.
Il Vice-cancelliere Fischer è stato uno dei primi uomini politici ad aprire il dibattito sulle istituzioni europee, lanciando la proposta di una seconda camera, espressione dei parlamenti nazionali.
La democratizzazione dell’Unione deve procedere di pari passo con la risoluzione dei problemi sociali, in particolare della disoccupazione ed è l’unica garanzia di un ruolo nell’Europa negli assetti geo-politici del nostro pianeta.
Il sistema elettorale e politico tedesco è diverso dal nostro, ma tuttavia da quella esperienza si possono trarre insegnamenti anche per la sinistra italiana: l’importanza di una coalizione salda, sia al governo (dimentichiamo la XIII legislatura) che all’opposizione, privilegio degli interessi politici generali rispetto a quelli di partito (prendiamo esempio dagli elettori della PDS). Il sistema elettorale tedesco ha dato prova di una grande stabilità della maggioranza.
A fronte della risicatissima maggioranza rosso-verde in molti si dimenticano che Kohl governò una legislatura con un voto di maggioranza. Sua è la famosa frase, che ora può essere usata come iscrizione sulla lapide (politica) di Stoiber “Mehrheit ist Mehrhei” (“la maggioranza è maggioranza”).
I pericoli per la coalizione rosso-verde non vengono dal Bundestag, ma dall’alleato americano. Bush non tollera alleati, che ragionino con la propria testa, e sta preparando una vendetta fredda. La compagna Ministro è stata superficiale, ma potrebbe avere anticipato un modus agendi basato esclusivamente sulla forza e non sulla ragione.
Milano, 24 settembre 2002
di Felice Besostri
Nel volgere di una settimana dal 15 al 22 settembre si sono svolte ben tre elezioni altamente emblematiche per l’Europa, quelle svedesi del 15, quelle slovacche del 21 ed, infine, quelle tedesche del 22.
Una prima considerazione si impone, che questi risultati smentiscono ogni teorizzazione delle ondate elettorali, se tale teoria fosse vera avrebbe dovuto vincere ovunque la destra populista ovvero avrebbe avuto un inizio una seconda ondata di sinistra o centro-sinistra, ma in Slovacchia è stato sconfitto l’emulo di Berlusconi, il Meciar di Forza Slovacchia, ma non ha vinto la sinistra.
Finché le motivazioni di voto sono essenzialmente legate ad un giudizio nazionale, ogni elezione fa testo a sé.
Nel periodo in cui la destra conquistava Danimarca, Portogallo, Olanda e Francia, la sinistra vinceva in Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca.
Dagli anni 30 i socialdemocratici svedesi sono stati sempre al potere tranne che per tre periodi di 3 anni (1976-79; 1979-82 e 1991-94), che peraltro dimostrarono l’incapacità dei partiti borghesi di formare una stabile coalizione, tanto che in tutti e tre i casi la legislatura si è interrotta anticipatamente. La prima sconfitta del 1976 fu uno choc, poiché interrompeva un regno di 44 anni, spesso con la maggioranza assoluta. Dagli anni ’70 i socialdemocratici hanno perso la maggioranza assoluta, tuttavia in tutti i paese scandinavi non è mai successo che per far cadere un governo minoritario si sommassero i voti delle opposizioni di destra e di sinistra: un caso come quello della sfiducia a Prodi nella nostra XIII Legislatura è semplicemente politicamente inammissibile.
Già Olof Palme aveva potuto contare sul voto dell’allora partito comunista svedese, il più eurocomunista dei partiti comunisti. Tale partito, anche con l’apporto di una piccola frazione di socialdemocratici dissidenti per avversione all’Unione Europea diede poi vita al Partito della Sinistra-Venstre.
I Verdi (MP in svedese, cioè partito dell’ambiente) e i Venstre nella passata legislatura hanno assicurato con appoggio esterno la maggioranza ai socialdemocratici, i quali, peraltro, in alcune occasioni ottennero il voto favorevole nella politica europea di partiti del cosiddetto blocco borghese, in particolare del Centro.
Infatti non era stato possibile varare un governo di coalizione, perché ciò non rientrava nelle opzioni dei socialdemocratici, che si considerano egemoni ed autosufficienti, ma anche per l’insanabile contrasto sull’accentuazione dell’integrazione europea, in particolare sull’adozione dell’euro.
Le previsioni dei sondaggi nel caso svedese sono state rispettate, anche se la situazione era diventata molto più incerta nell’ultima settimana a fronte dell’offensiva del piccolo partito liberale, che rompendo un tabù ha fatto dell’immigrazione il tema principale della sua campagna elettorale; peraltro in termini molto civili se comparati alla Lega ed AN in Italia, ed ai partiti di Le Pen ed Haider in Francia ed Austria.
Nel linguaggio politico non si designano i partiti di opposizione come la “destra”, bensì come il “blocco borghese” e spesso tali partiti sostengono battaglie, che nel continente europeo sono appannaggio della sinistra. Si pensi al fatto che la sconfitta del 1976 fu essenzialmente determinata dall’antinuclearismo del Partito di Centro di Fälldin.
I liberali non chiedevano espulsioni di immigrati, ma criticavano i socialdemocratici di aver fatto poco per integrarli nella società svedese e pertanto proponevano di rendere obbligatorio l’apprendimento della lingua svedese per ottenere la cittadinanza.
Contemporaneamente alle elezioni politiche si sono svolte quelle municipali, che hanno messo in luce sia i disagi della presenza di un alto numero di immigrati, sia i forti anticorpi al razzismo della società svedese.
Un partito di destra che non è riuscito ad affermarsi su scala nazionale è entrato in tre consigli municipali, ma 6 candidati che avevano tenuto propositi razzisti, registrati da una telecamera nascosta, hanno rinunciato alla candidatura appena sono stati smascherati in televisione.
Per avere una idea del diverso panorama svedese, le istruzioni elettorali sono stampate in 15 lingue (svedese, inglese, finlandese, spagnolo, francese, serbo-croato, turco, somalo, albanese, tigrino, curdo settentrionale, curdo meridionale, persiano, arabo e russo).
Non vi sono stati significativi spostamenti di voto tra il blocco borghese e la sinistra o viceversa, ma la vittoria socialdemocratica è avvenuta sostanzialmente a spese dei Venstre.
Questi sono i risultati finali:
Moderati-M 15,1% (-7,5%), seggi 55
Centro-C 6,2% (+1,1%), seggi 22
Liberali-FP 13,3% (+8,7%), seggi 48
Cristiano Democratici KD 9,1% (-2,6%), seggi 33
Socialdemocratici-S 39,9% (+4,4%), seggi 144
Sinistra-V 8,3% (-3,6%), seggi 30
Verdi-MP 4,5% (+0,1%), seggi 17
Contea di Norbotten-NBP 0,2%
Altri 2,9% (+0,3%)
Come si vede la perdita dei Venstre è andata a favore dei Socialdemocratici ed in piccolissima misura dei Verdi.
Una redistribuzione è avvenuta anche all’interno del blocco borghese, in cui i guadagni complessivi di Liberali e Centristi pari al 9,8% derivano essenzialmente dalle perdite di Moderati e Cristiano-Democratici, pari al 10,1%.
La lezione svedese ha un interesse per alcune questioni di carattere generale. Innanzi a tutto l’efficacia di una clausola di esclusione pari al 4% su scala nazionale. Lo sviluppo di partiti locali o regionali è fortemente penalizzata. Il partito della Contea di Norbotten non ha nessun rappresentante in Parlamento, benché nella sua Contea avesse raccolto ben 14.249 voti, collocandosi così al terzo posto dopo socialdemocratici e Venstre con il 9,1%. Con un sistema maggioritario sarebbe entrato in Parlamento, poiché la circoscrizione elegge 11 deputati.
Il numero dei partiti in lizza era molto elevato, oltre che i 7 partiti rappresentati in Parlamento, altri 7 partiti, tra cui un partito comunista e due partiti socialisti ed un Partito dei Pensionati.
Dunque la frammentazione di un sistema politico non dipende dall’offerta, che era ampia, ma dalla cultura politica dell’elettorato. Il sistema elettorale svedese prevede liste bloccate di partito, ma consente agli elettori di alterare l’ordine di lista con il voto individuale, che assume rilevanza soltanto se il candidato raccoglie preferenze pari almeno all’8% dei voti della sua lista.
In queste elezioni il segnale è stato chiaro, benché gli stranieri siano un ottavo della popolazione, una percentuale altissima, tra le prime in Europa, le parole d’ordine razziste non sono passate.
Il secondo segnale è che la popolazione è culturalmente legata al Welfare socialdemocratico, tanto che non ha seguito i partiti borghesi nella demagogia antitasse, perché sanno che con meno entrate statali vi sono meno servizi. La possibile minaccia al Welfare spiega lo spostamento di voti dai Ventre ai socialdemocratici nella logica del voto utile, soltanto una chiara vittoria di questi ultimi avrebbe rappresentato un segnale forte di difesa del Welfare.
Poiché questo era il tema principale delle elezioni, la strategia di Göran Parsson si è rivelata vincente, insieme con i successi della politica economica raggiunti grazie agli strettissimi legami con i sindacati. Questi ultimi aspetti sono un insegnamento anche per il nostro elettorato, che ha creduto nelle promesse di Berlusconi, trovandosi così con le tasse alte ed i servizi ridotti: bingo!
Lo scontro con i sindacati non paga né per i governi, né per i partiti di sinistra.
Le tensioni tra DS e CGIL del passato e quella tra Margherita e CGIL del presente sono da evitare. La divisione sindacale italiana non aiuta una riaggregazione effettiva ed efficace dell’Ulivo.
La Svezia ha seguito una strada moderata nella politica economica ed ha dato largo spazio alla acquisizione di gruppi svedesi da parte di società straniere. Una conseguenza è stata quella del trasferimento all’estero delle sedi della società e dei centri di ricerca.
I giovani svedesi qualificati se vogliono fare carriera devono trasferirsi all’estero. E’ questo un aspetto delle integrazioni dei mercati, che merita una riflessione concreta, per evitare che sulla globalizzazione si facciano solo discorsi globali.
Sia in Svezia che in Germania vi è stato un leggero calo dei votanti, una dimostrazione indiretta che le astensioni elevate di Italia e Francia hanno punito essenzialmente la sinistra.
Interessante notazione per la sinistra italiana in Svezia e Germania il partito maggioritario della sinistra si colloca da solo al di sopra del 35% dei voti e la sinistra con i Verdi supera il 50% dei voti popolari. Socialdemocratici, Venstre e Verdi totalizzano nel paese scandinavo il 52,7% ed in Germania SPD, Gruenen e PDS il 51,1%.
E’ ben vero che Berlinguer teorizzò che non si governa con il 51% sulla base della lezione cilena (in Cile peraltro la sinistra non aveva il 50%), ma è bene averlo e soprattutto cercare di ottenerlo.
Tra le cause psicologiche della sconfitta della sinistra in Italia vi è quella di aver rinunciato a priori alla costruzione di un partito della sinistra di proporzioni europee, questo deve restare, invece, un obiettivo di fondo.
E’ bene che la società civile si mobiliti e si esprima in girotondi, farandole e cortei di massa, ma se la sinistra non sarà capace di tradurre questa mobilitazione in iscritti e consensi non potrà aspirare al ruolo che normalmente i partiti socialisti, non quelli post-comunisti, hanno in Europa. In Svezia e Germania hanno vinto due partiti fortemente strutturati e con un legame privilegiato con un sindacato unitario, non partiti di opinione o leggeri.
Grazie alla Svezia ed alla Germania nel 2000 il socialismo è ancora di attualità in Europa.
Milano, 24 settembre 2002