Verso la manifestazione del 14 settembre
SINISTRA IN PIAZZA PER ANDARE DOVE?
di PAOLO FRANCHI
Può sembrare un’ovvietà, ma ci sono tempi in cui le ovvietà hanno bisogno di conferme: manifestare in piazza le proprie convinzioni, come ha voluto ricordare il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, è un diritto sacrosanto. E di questo diritto (è ancora Casini a segnalarlo) il centrodestra, quando era all’opposizione, si è avvalso, portando a Roma un milione di persone. Fu, quella, una grande e combattiva manifestazione democratica, che, scrivemmo allora, il centrosinistra avrebbe fatto male a non tenere nel dovuto conto. Anche la manifestazione nazionale del 14 settembre sarà, ne siamo certi, grande, combattiva e democratica; e anche il governo attuale farà bene a rifletterci su. Ma il ragionamento non può esaurirsi qui. Perché quello del 14 settembre è solo il primo degli appuntamenti di un autunno che già si annuncia politicamente e socialmente surriscaldato. E prima ancora perché, da quando piazza è piazza, il problema dei gruppi dirigenti politici è di stabilire quale ruolo attribuirle, come governarla, verso quali obiettivi cercare di indirizzarla. Sempre che, naturalmente, non si preferisca cullarsi nell’indignazione in servizio permanente effettivo, nel culto dei movimenti, nella retorica di una società civile pervasa da ottimi sentimenti in ogni circostanza tranne, chissà perché, quando si tratta di votare.
Sugli obiettivi del movimento, sui suoi sbocchi politici, però, la nebbia è ancora fitta. Tutti, o quasi, assicurano di non coltivare alcuna velleità di sfrattare il centrodestra mediante spallata: nessun combinato disposto, per cercare di togliere di mezzo Silvio Berlusconi, tra le proteste per la politica giudiziaria del governo, le lotte sociali (a cominciare dallo sciopero generale della Cgil), i movimenti.
Tutti, o quasi, assicurano di avere in animo un lavoro di lunga lena, che consenta al centrosinistra non solo di rimotivare il proprio elettorato, e di convincere chi si è astenuto a ritornare, quando sarà il momento, alle urne, ma anche di guadagnare alle proprie ragioni anche una parte degli italiani che hanno votato per il centrodestra.
Non c’è motivo per non credere a tante assicurazioni. Il fatto è, però, che non manca solo un progetto di lungo periodo: nessuno si perita, per cominciare, di indicare quali risultati concreti le opposizioni politiche e sociali potrebbero non solo invocare, ma anche provarsi a strappare qui e ora. Perché siamo in un sistema maggioritario, e queste sarebbero pratiche consociative da Prima Repubblica? Ma via. Se così fosse, nessuno saprebbe indicare di cosa mai dovrebbe occuparsi un’opposizione tra un’elezione e l’altra, oltre che di dipingere il governo in carica come il peggiore dei governi possibili. Più realistico, invece, è pensare che una simile difficoltà (usiamo pure questo cortese eufemismo) derivi soprattutto da due altri fattori.
Il primo è, sotto il profilo democratico, anche in vista del prossimo autunno, il più pericoloso: gran parte degli stati maggiori e del popolo del centrosinistra, così come, del resto, gran parte degli stati maggiori e del popolo del centrodestra, continua a non essere affatto persuasa della legittimità democratica dell’avversario, e a considerarlo, anzi, Nemico Assoluto.
Il secondo motivo lo ha indicato assai bene, sull’ Unità , Emanuele Macaluso: «Prima che con Berlusconi, la sinistra e il centrosinistra debbono fare i conti su tutti i piani, senza illudersi che quello giudiziario sia risolutivo, con una mutazione sociale che né la sinistra né il "centro democratico" hanno influenzato», e dal quale la destra («una realtà corposa») ha viceversa tratto alimento. E a qualcosa di simile, ci pare, si riferisce anche Massimo D’Alema quando sostiene che, per vincere, non basta «l’opposizione a qualcuno, fosse pure una destra illiberale e aggressiva». Se le cose stanno così, è davvero difficile pensare di venirne a capo anche con il più affollato dei girotondi.
Corriere della Sera
2 settembre 2002
«Capitalismo malato, ma la cura non è l’invadenza della politica»
L’ex premier: la crisi è figlia di una interpretazione fondamentalista delle logiche di mercato.Con le scelte del centrodestra si rischia però di introdurre poteri arbitrari e un nuovo dirigismo
Privatizzazioni a oltranza; liberalizzazione del commercio, dei servizi, dei settori produttivi vincolati, delle tariffe; massiccia emigrazione del risparmio verso la Borsa; spinta a riformare la spesa sociale riducendo l’area d’intervento dello Stato, ad esempio favorendo forme di previdenza integrativa. Per quasi un decennio - dall’esecutivo guidato da Giuliano Amato nel ’92 alla fine degli anni dell’Ulivo - i governi si sono mossi (con efficacia e coerenza non sempre encomiabili) in questa direzione. Avevamo la sensazione di essere stati imbarcati tutti, con biglietto di sola andata, su una nave diretta verso il continente-mercato. Oggi il governo Berlusconi, nonostante la sua piattaforma liberale, sta seguendo una rotta molto diversa: le privatizzazioni segnano il passo (per il cattivo periodo della Borsa ma anche per le pressioni che vengono dalla politica, soprattutto a livello periferico), di ridurre l’area del reddito nazionale «occupata» dalla spesa pubblica non si parla più granché, il blocco delle tariffe deciso ieri dal governo può avere alcune ragioni economiche ma va in direzione opposta alle liberalizzazioni. E’ se mplicemente la scelta tattica di Berlusconi che - stretto tra destra sociale, populismo della Lega e l’esigenza di non compromettere i rapporti coi sindacati - accetta il male minore anche a costo di contraddire parte del suo programma elettorale? O è in atto un mutamento ben più profondo - una sorta di pendolo della storia economica - innescato dalla crisi del capitalismo americano, che sta coinvolgendo buona parte dell’Europa e che il premier è stato più rapido di altri a cogliere?
Oltre che uomo di governo di lungo corso, Giuliano Amato è uno dei leader più in vista del centrosinistra. Ma è anche uomo di studi: le analisi distaccate gli piacciono certamente più di una politica che in questa fase è fatta di una serie infinita di «muro contro muro». Che, a giudicare da come evita ogni domanda sui fatti politici del giorno, gli devono apparire noiosi, prima ancora che sterili. «La crisi dei mercati finanziari - risponde l’ex premier che oggi è vicepresidente della Convenzione che deve aprire la strada alla nuova Costituzione europea - è sotto gli occhi di tutti. E non è cominciata col caso Enron. Già nel ’98, dopo la crisi delle economie asiatiche, George Soros dedicò un bel libro alla crisi del capitalismo globale. A distanza di quattro anni le sue previsioni si sono rivelate esatte e anche l’analisi mi pare tuttora valida: non siamo davanti a una crisi irreversibile del sistema capitalistico, i guai vengono da un’interpretazione fondamentalista delle logiche di mercato. Tutto ciò squilibra gli assetti del mercato e rende necessario un nuovo sistema di regole. Ma i politici stentano a capire il problema e gli operatori economici non vogliono accettare quelli che tendono a considerare nuovi vincoli imposti da una burocrazia che non capisce le loro esigenze. E così la crisi si incancrenisce e precipita. I liberisti devono rassegnarsi: la lezione di questi anni - recepita alla fine anche dal presidente della Federal Reserve Usa Alan Greenspan, prima di diverso avviso - è che il mercato non riesce ad autoregolamentarsi: non c’è alternativa al varo di un nuovo e più efficace sistema di regole. Ma attenzione: rispondere a questa crisi dando vita ad una nuova stagione di invadenza della politica che, anziché regolare, si sovrappone all’economia di mercato, sarebbe un errore madornale».
Secondo lei oggi in Italia sta accadendo questo?
«Le rispondo ma prendendola un po’ alla lontana. Douglas North ha preso il Nobel con un libro nel quale dimostra l’infondatezza dell’assunto dei liberisti secondo il quale gli operatori economici non devono subire i vincoli imposti dai burocrati perché hanno informazioni migliori di quelle a disposizione di questi ultimi. E quindi fanno scelte migliori. L’operatore parte da una visione magari più lucida, ma sempre parziale, egoistica. E può fare scelte squilibrate. Se non si interviene con le regole si scivola fino alle patologie che sono sotto i nostri occhi: agenzie di revisione che, anziché vigilare sui conti delle società, colludono con esse e si spartiscono utili inesistenti. In una situazione del genere in cui una sciagurata mancanza di controlli viene pagata da eserciti di risparmiatori che hanno perso grosse cifre in Borsa - non dimentichiamo che decine di milioni di famiglie americane hanno le pensioni parametrate sull’indice Dow Jones - è inevitabile che il pendolo torni verso un sistema di capitalismo maggiormente regolamentato. Ma, per usare un’immagine cara a Soros, se non ci si muove per tempo e con la giusta misura, il pendolo si trasforma in un devastante pungiball».
Sì, ma il governo, le tariffe...
«Ci arrivo. In questo nuovo clima perde forza il magico messaggio col quale la Casa delle libertà ha vinto le elezioni: basta con i vincoli, lasciate fare a noi e sarete tutti più ricchi. In realtà l’economia ristagna e in Borsa per ora gli italiani sono divenuti più poveri. Capisco quindi la ricerca di strade nuove da parte di uno schieramento politico. Ma le democrazie liberali hanno un loro ciclo che non può essere stravolto: comunque si muova il pendolo tra pubblico e privato, il potere pubblico non deve essere intrusivo. La reintroduzione di vincoli agli operatori non può tradursi nell’esercizio di poteri arbitrari da parte dell’amministrazione pubblica. L’autonomia delle Autorità indipendenti va tutelata perché è un bene prezioso per tutti. Insomma, va seguita una linea evolutiva. Il centrodestra mi sembra invece impegnato in un gioco dell’oca nel quale alla fine si torna alla linea di partenza. Questo Paese di tutto ha bisogno, meno che di tornare al dirigismo».
La Lega di Bossi, che la accusa di volere un’economia comandata da poteri finanziari contrari agli interessi del popolo, è la più attiva nel chiedere un ruolo più penetrante della politica nelle organizzazioni economiche a partecipazione pubblica...
«Lasciamo perdere gli attacchi personali. La Lega commette un errore perché applica il principio democratico - sacro quando si parla di politica e di società - anche all’economia di mercato il cui buon funzionamento dipende non da regole elettive, ma dall’iniziativa degli operatori, dalla loro capacità, dal dinamismo».
Sicuro che i governi dell’Ulivo non abbiano niente da rimproverarsi? In fondo le liberalizzazioni si sono impantanate già negli anni scorsi...
«Certo, errori ne commettiamo tutti. Prenda l’Rc auto di cui tanto si discute in questi giorni: è un caso che dimostra in modo lampante come il problema non sia di quantità ma di qualità delle regole. Quando vennero portate le polizze auto fuori dal sistema di tariffe amministrate, fu evidentemente commesso un errore: il vecchio sistema, che in qualche modo riusciva ad ammortizzare i picchi tariffari, è stato sostituito da un sistema che crea tanti bacini provinciali chiusi. Troppo piccoli per ammortizzare gli enormi squilibri che si generano in certe situazioni-limite».
Cambiamo argomento: infuria la polemica sulla direzione presa dalla Convenzione europea della quale lei è vicepresidente. Si è parlato molto in questi giorni di Europa degli Stati o Europa Superstato. Meno di altre ipotesi che riguardano la sfera economica di percezione più immediata e forse praticabili a più breve scadenza. E’ il caso dell’iniziativa che sui giornali abbiamo sintetizzato nella formula «Dpef europeo». Cioè uno schema vincolante di politica economica che non dovrebbe sovrapporsi ai bilanci dei singoli Stati ma dovrebbe precederli imponendo a tutti regole omogenee. E’ una suggestione o un progetto che decollerà? E qual è il meccanismo?
« E’ un’ipotesi di lavoro sulla quale, però, c’è già il consenso di personaggi di grande spessore come Dominique Strauss Kahn e Peter Mandelson. E che tutela l’interesse comune dei partner senza limitare realmente l’autonomia dei singoli Stati. In pratica si tratta di fissare vincoli preventivi di politica economica validi per tutti i membri, ma limitati a quelli che gli economisti, nel loro gergo, chiamano "beni collettivi di tipo esclusivo". Cioè gli obiettivi che devono essere necessariamente perseguiti da tutti perché la devianza di un solo partner danneggia l’intera comunità. Esempio: se un solo Paese continua a fare una politica inflazionistica, prima o poi la Bce dovrà aumentare i tassi d’interesse applicati nell’intera area dell’euro: tutti i partner si troveranno così a pagare il denaro più caro, a causa della sventatezza di uno solo di loro. In questo caso l’approccio intergovernativo - che è un compromesso fra interessi nazionali - non basta. Secondo questa proposta, serve invece un intervento comunitario che parte dalla Commissione ma prevede anche l’approvazione del Parlamento europeo e dell’Ecofin».
Quella del Dpef europeo può essere la sede per una correzione del Patto di stabilità?
«Parlerei di integrazione, non di correzione. Nel nuovo documento europeo le politiche economiche alle quali si applicano i vincoli del Patto dovrebbero essere coordinate con le politiche sociali. Due aree che sin qui hanno viaggiato su binari diversi con documenti e linee diversi».
Per tener conto anche delle esigenze sociali, con relative spese, non sarà alla fine necessario alzare i limiti dell’indebitamento?
«No, daremmo un pessimo segnale ai mercati. E poi i nostri partner, Francia e Germania soprattutto, pur avendo bisogno di margini aggiuntivi quanto e più di noi, non chiederanno una revisione del Patto proprio perché temono un allentamento della stabilità finanziaria dell’Italia, il Paese più indebitato dell’Unione. Io credo che i parametri non vadano toccati. Sono d’accordo con Tommaso Padoa-Schioppa quando dice che il Trattato già offre ampi margini di flessibilità. Vanno utilizzati fino in fondo».
Massimo Gaggi
Corriere della Sera
1 Settembre 2002
Preferisco la società politica a questa "società civile"
di Piero Ostellino
Se la società civile è Nanni Moretti e la società politica è Massimo D'Alema, mi spiace per molti miei lettori che della società civile hanno un'opinione migliore della mia, ma preferisco la società politica. D'Alema non ha il dono della simpatia, ha commesso troppi errori per eccesso di tatticismo e perché si crede il più bel fico del bigoncio. Ma resta una delle teste migliori della sinistra, uno che ha capito che il successo del centrodestra non è un «incidente» della Storia, né tantomeno una «ferita» per la democrazia, bensì il prodotto di un mutamento della struttura sociale con il quale la sinistra deve fare i conti. Da buon realista post-togliattiano, D'Alema non ama i girotondi nei quali intravede la metafora di una sorta di rivincita dell'estremismo massimalista, la malattia infantile del comunismo; i bambini che, rovesciando l'assunto, finalmente mangiano i comunisti. A Paolo Franchi ha regalato, su queste stesse colonne, una piccola perla, degna del miglior Togliatti: «Anch'io, come tutti, ho qualche nostalgia per la giovinezza, ma non al punto di parlare nel linguaggio politico in voga a cavallo tra i Sessanta e i Settanta». Moretti è figlio di quel demi monde prêt-àà-penser che si nutre di stereotipi falsamente di sinistra, di luoghi comuni raccattati sulle bancarelle della cultura a buon mercato come viatico al successo personale; è il prodotto culturale più tipico di quel piccolo mondo semi-intellettuale e provinciale italiano che ha avuto per anni nella macchina propagandistica del Partito comunista e nelle strutture culturali dello Stato, dal Pci egemonizzate, i propri grandi «padrini». Totalmente ignaro di metodologia della conoscenza marxista, egli - a differenza di D'Alema, che il buon latte di Marx lo ha poppato da piccolo - non si pone neppure il problema di indagare sulle cause strutturali, storiche e sociologiche, della sconfitta della sinistra, ed è convinto, al contrario, che essa sia da attribuire a... Emilio Fede. Vanitoso com'è, Moretti proietta sui capi del centrosinistra l'immagine capovolta di se stesso: loro sono i responsabili della sconfitta, lui è l'uomo che ne risolleverà le sorti, chiamando alla riscossa la mitica società civile. Non essendosi però accorto che quella, nel frattempo, si è messa a votare Berlusconi.
Dunque, D'Alema non ci sarà il 14 settembre alla manifestazione girotondina di Roma. Non ci sarà perché - come dargli torto - essa sanzionerà la definitiva transizione della storia come tragedia alla storia come farsa: la consacrazione di Berlusconi come «ombelico del mondo». Non ci sarà il malinconico Enrico Boselli, che pare non se la senta di fare girotondo, lui erede dell'«impiccato» (Craxi), a fianco del suo «boia» (Flores d'Arcais). Né ci sarà il furbo Clemente Mastella, per la semplice ragione che dove non si spartiscono posti di potere lui non ci va. Ci sarà, in compenso, Francesco Rutelli, il quale, come spesso gli accade, dice - con involontaria ironia - che essa servirà «a far nascere l'"Ulivo dal basso"», come se vi fossero piante che nascono «dall'alto». Ci sarà il buon Piero Fassino (forza), alle prese con la disperante, e per lui troppo grande impresa di tenere insieme riformisti, moderati, girotondini, opposizione di piazza e opposizione parlamentare, giustizialisti e garantisti. «Sarà una grande manifestazione, lo sento», dice Agnoletto. E già c'è chi, a Roma, fa gli scongiuri...
L'augurio è che la manifestazione abbia successo. Lo dico con sincerità. Anche perché non temo che, per delegittimare le mie idee, si dica di me - ahimè la sinistra è anche questo - ciò che da quelle parti si dice di D'Alema, per delegittimare le sue: che mi faccio fare le scarpe a più di cinquecento euro al paio, e che sto per comprare una barca da oltre mezzo milione.
IL LEADER DS
Il nuovo libro di D’Alema: non basta l’antiberlusconismo serve anche il consenso
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
MODENA - L’ha intitolato «Oltre la paura». E’ uno sguardo lungo sul futuro della sinistra italiana. Una sinistra che non può vivere di solo antiberlusconismo, che deve uscire da un immobilismo «che non può essere infinito», che deve ottenere il consenso dei cittadini. Che non si può soltanto nutrire della «giusta opposizione a chi tenta di scardinare l’articolo 18», ma che deve avere il coraggio di rappresentare tutto il mondo del lavoro, «senza dare nulla per scontato». Una sinistra che deve rimettersi in marcia, trovando un suo naturale collegamento con il centro, le classi medie. Perché, alla base di quel riformismo di matrice socialista «senza il quale non c’è sinistra di governo» la stella polare, lo sbocco finale, resta sempre il progetto dell’Ulivo, rinnovato e ripensato certo, ma comunque aderente a quell’intuizione che nel ’96 portò Romano Prodi a Palazzo Chigi e la Quercia più alleati al governo.
Massimo D’Alema torna in libreria. E forte, lo ammette egli stesso nella prefazione delle 185 pagine che compongono «Oltre la paura» (Mondadori, costo di 13 euro), è stata la tentazione di tuffarsi nel passato, di «rileggere gli anni alle nostre spalle, le polemiche aspre, gli errori». Così come - perché no? - anche «le scelte spesso felici che abbiamo compiuto». Ma poi l’ex presidente del Consiglio ha desistito, fors’anche spaventato all’idea che le sue righe potessero venire interpretate come «un’autodifesa o una recriminazione tardiva».
E’ nato allora «Oltre la paura». Dove, in quel termine «paura», c’è il mondo intero: l’Europa, il terrorismo, la globalizzazione, le crisi internazionali. Un grande quadro senza il quale sarà impossibile, scrive il presidente dei Ds, capire e rimodulare il futuro della sinistra. Qualche rivincita, anche se con eleganza, l’ex premier però se la prende. Come quando, pur ammettendo che spesso l’Europa è «restia ad assumersi le proprie responsabilità» nelle grandi crisi internazionali, ricorda la guerra nei Balcani - da lui vissuta da presidente del Consiglio - e ricorda che il Vecchio Continente, rispetto alle opzioni militari scelte dagli Stati Uniti, ha saputo far valere la «forza della politica». E alla fine, scrive D’Alema, «i fatti ci hanno dato ragione: Milosevic ha dovuto affrontare il processo e a Belgrado ora c’è la democrazia».
Ma è al «nuovo riformismo» che l’ex premier dedica maggiore attenzione. E pur non citando Sergio Cofferati, l’uomo con il quale da anni D’Alema duella sui temi del lavoro e del sociale, è chiaro il riferimento al leader della Cgil quando, sul tema dei vecchi e nuovi diritti, scrive: «Occorre immaginare nuove reti di tutela anche per chi non è coperto dall’applicazione dell’articolo 18, sapendo comunque che il problema non si risolve con l’estensione a tutti delle tutele oggi previste per la grande azienda». La via, secondo il presidente ds, è «non limitarsi alla difesa delle conquiste sociali», ma proiettarsi «verso modelli meno chiusi e corporativi». Infine l’Ulivo, inteso come coalizione. La strada è «quella di una confederazione di soggetti che si rispettino». Lo definisce «spirito di squadra», l’ex premier. Sapendo, forse, di aver qualcosa da farsi perdonare.
Francesco Alberti
Corriere della Sera
1 Settembre 2002
Sinistra, studia e fatica se vuoi fare opposizione
di Piero Ostellino
Oggi, in Italia, c' è un solo, vero giornale di opposizione. Una opposizione
spesso documentata, circostanziata, mirata. Per uno di quei paradossi di cui è
ricca la storia politica del nostro Paese è anche il giornale più apertamente
schierato a sostegno del governo di centrodestra. Esso, infatti, fa opposizione
all'opposizione di sinistra. Con la spietata e feroce meticolosità documentale
del topo di biblioteca, scava incessantemente nel passato e nella quotidianità
di uomini e partiti della sinistra denunciandone errori e debolezze. Questo
giornale è Il Giornale, fondato quasi trent'anni fa da Indro Montanelli. Se
l'opposizione di centrosinistra disponesse di un giornale come quello, il
cittadino sarebbe utilmente informato degli errori e delle debolezze del governo
almeno quanto lo è di quelli dell' opposizione. Invece, la sinistra non ce l'
ha. Purtroppo, l' opposizione antigovernativa del giornalismo di sinistra
riflette le stesse carenze di quella della sinistra politica. E' un'opposizione
ideologica, generica, retorica, del tipo «piove, governo ladro», che solo
raramente entra nel merito dei problemi. Faccio un esempio. Nel corso del
dibattito al Senato sul disegno di legge Cirami, che prevede la ricusazione del
giudice per «legittimo sospetto» di parzialità, il senatore D'Onofrio della
maggioranza di centrodestra aveva accusato l'opposizione di centrosinistra,
smontandone punto per punto le argomentazioni, di aver sostenuto il falso. Senza
che l'opposizione fosse in grado di respingere l'accusa. In compenso, il
senatore Bordon dell'opposizione di centrosinistra, con uno sfoggio di retorica
erudizione cui non ricorrono più neppure gli oratori alle colazioni del Rotary,
aveva paragonato il presidente Pera a don Abbondio per accusarlo di codardia e
di parzialità. Invece di citare semplicemente gli articoli del regolamento
parlamentare che Pera avrebbe violato. Roba da far cadere le braccia anche al più
convinto sostenitore del centrosinistra. Se i gior nali che fiancheggiano il
centrosinistra scrivono che la legge sulle rogatorie faciliterà l'uscita di
prigione di migliaia di mafiosi, di spacciatori di droga, e di altri criminali,
e poi, alla resa dei conti, non ne risulta uscito nessuno, il solo risultato che
l' opposizione di centrosinistra ottiene è di passare per catastrofista nel
migliore dei casi, per «contaballe» nel peggiore, e di consentire alla
maggioranza di centrodestra di sostenere facilmente che altrettanto accadrà con
la legge sul «legittimo sospetto». E così via. Fare opposizione costa
innanzitutto fatica. La fatica di documentarsi, di «leggere le carte», di
argomentare in modo convincente, empiricamente «verificabile», ciò che si
sostiene. Invece, l' espressione più usat a sia dall' opposizione parlamentare,
sia da quella giornalistica è «si vuole»: da parte del governo «si vuole»
imbavagliare la stampa, «si vuole» mortificare la magistratura, «si vuole»...
Si vuole o si imbavaglia, si vuole o si mortifica, in concre to, in modo
inconfutabile, qui, ora? Per troppo tempo, molti italiani hanno creduto alla
sinistra «sulla parola»: che in Unione Sovietica, forse, non c' era la stessa
libertà che c' era da noi, ma almeno gli ospedali funzionavano (il che era
falso); che Ho Chi-minh, Castro e persino Pol Pot avevano a cuore la libertà e
la felicità dei propri concittadini (il che era altrettanto falso). E così
via. Ora, per molti italiani, anche alla luce del passato, è più difficile
continuare a crederle «sulla parola». Rinfacciarle i lontani errori sarebbe
oggi, oltre che anacronistico, politicamente inutile. Ma ciò non toglie che,
per la sinistra e per i suoi fiancheggiatori, il problema rimanga: evitare che
le «balle» raccontate in passato pesino sulla s ua credibilità di fare
politica adesso, come volentieri le rinfaccia Berlusconi. Ma il solo modo per
essere creduta, caro Fassino (forza), è portare costantemente le prove di ciò
che sostiene. Studiando, studiando, studiando.
Corriere della Sera
31 agosto 2002
Mi guardo attorno e vedo un'altra Italia
di Emanuele Macaluso
Quando la tv ci fa vedere il sindaco di Treviso, ascoltando le sue parole, più che a lui penso agli elettori che l'hanno ripetutamente votato. In una città che ha una tradizione cattolico-democratica e dove c'era una sinistra minoritaria ma viva e attiva. Treviso non è un'eccezione e il suo sindaco non è un alieno, dato che esprime con truculenza ciò che la maggioranza dei suoi cittadini vuole sentire. Del resto, Bossi è ministro e Berlusconi è presidente del Consiglio. E ciò che nei loro comportamenti è, per una parte degli italiani, un avanspettacolo indecente, per un'altra parte è un concerto di musica classica diretta da Abbado. Perché preferiscono di gran lunga il primo al secondo, che non capiscono e aborrono.
Allora bisogna chiedersi cosa è avvenuto in questo Paese, ma anche altrove, se penso al voto in Olanda per la lista di Pim Fortuyn dopo il suo assassinio. Voglio dire che alcuni fenomeni sono comuni a tutti i Paesi europei. Ma, per restare nel nostro, confesso che in certi momenti l'Italia mi appare come venne descritta da alcuni studiosi Messina dopo il terremoto del 1908.
Il quale seppellì fisicamente una classe dirigente dinamica e democratica (Mazzini fu candidato ed eletto in quella città) e dalle macerie emerse una «nuova classe», in parte importata, formatasi usando le leggi per la ricostruzione fondate sul regime della concessione e sugli appalti più o meno truccati.
L'Italia ha subito tre terremoti: la fine dell'assetto mondiale nato nel 1945 e il crollo dei regimi comunisti; il dissolvimento del sistema politico italiano a ridosso della caduta del Muro di Berlino; la crisi del fordismo ma anche, già prima, della cultura contadina che avevano segnato la crescita della sinistra e del partito cattolico. E queste forze, in questo dopoguerra, sono state protagoniste di un grande processo di inclusione di masse popolari nella vicenda politica nazionale e nel riconoscimento dello Stato unitario. Su questi fenomeni esiste una vasta letteratura. Tuttavia quelle stesse forze politiche, con la fine della solidarietà nazionale, dopo l'assassinio di Moro, non sono state più in grado di guidare i processi sociali e politici che seguiranno negli anni Ottanta e poi, con una incredibile accelerazione, gli anni Novanta. Si è verificato un progressivo scollamento tra masse popolari, ceti emergenti e ceti decadenti, e forze politiche.
Si afferma che negli anni Ottanta il Psi interpretò le esigenze di modernizzazione sociale e istituzionale del Paese. In parte è vero, ma la mia opinione che si trattò di una interpretazione epidermica, e i fenomeni che modificavano assetti sociali consolidati, comportamenti e culture tradizionali, sfuggirono a tutte le forze politiche. Del resto il fatto che Craxi dopo l'89 pensasse di continuare a governare il Paese con l'asse Dc-Psi e il pentapartito la dice lunga. E da questa cecità politica prende le mosse anche il convincimento che, per dare concretezza alla sua azione in concorrenza con la Dc al governo e con il Pci all'opposizione, occorresse un finanziamento straordinario. Ma anche per il Pci, il cui deperimento elettorale è evidente con le elezioni dell'87, la sua lettura dei mutamenti e la sua azione politica non incidono più nel corpo sociale del Paese. La stessa svolta dell'89, giocata sul crollo del Muro, non aveva una base culturale aggiornata ai cambiamenti in corso nel mondo e nel Paese.
Insomma, i partiti storici non sono più una guida, non hanno più egemonia, non esercitano più il ruolo, anche pedagogico, esercitato in passato, non sono più canali di formazione politica di massa. Il tutto è stato giustificato con la crisi e la fine delle ideologie. La crisi in realtà fu di analisi e di azione politica e quindi di gruppi dirigenti. Una crisi, come ho detto, che inizia e prende corpo con e dopo la morte di Moro. È in questo vuoto che la Lega, prima di Tangentopoli, nelle elezioni del '92, consegue un grande successo elettorale. L'azione giudiziaria viene dopo e certifica la viltà della classe dirigente politica che si ripara dietro le procure e non riesce a dare senso e sbocco politico a una questione che era anche giudiziaria, ma essenzialmente politica. In questo clima, nel '93 la Lega elegge il sindaco di Milano e immediatamente dopo arriva Berlusconi che, in nome della «società civile», esalta l'opera delle procure, aggredisce i partiti e si candida ad assorbire l'area del vecchio pentapartito. E si candida a rappresentare i ceti della «partita Iva», i gruppi che vogliono liberarsi da lacci e laccioli che ne impacciano lo sviluppo o la sopravvivenza, e ritengono che possono farlo non solo riformando lo Stato, ma eludendo la legge e travolgendo quella disciplina sociale, quell'educazione civica ereditata dalla fabbrica o dalla famiglia contadina, dal rigore della scuola, o dagli oratori. Tutto si complica quando i flussi migratori invadono non solo le grandi città, ma anche i medi e piccoli centri. E si complica ancora di più nel momento in cui la società del «benessere» si allarga, nuove fasce di ricchi e arricchiti costruiscono ville e villotte, comprano gioielli pacchiani, viaggiano in auto costose, e il tema della sicurezza diventa sempre più centrale.
Il vuoto politico di cui parlavo è anche un vuoto di iniziativa verso questi ceti, una difficoltà di rapporto e di comunicazione, di linguaggio. A sinistra verso questi ceti si manifesta fastidio, allergia quasi fisica. Soprattutto dove sono cresciuti fuori di un contesto sociale e politico costruito dalla sinistra come in Emilia, in Toscana, nelle Marche e in Umbria. Il canale più efficace di comunicazione verso questi ceti sembra quello berlusconiano o leghista.
Nel Sud, dove questi ceti non sono nati o cresciuti abbastanza, a prevalere è il vecchio tran-tran del potere, ieri democristiano, oggi berlusconiano. E il personale politico che governa è quello che, in un modo o in un altro, ha succhiato il latte dalle mammelle dell'antico potere. La mafia è tornata ad essere un collante sociale «accettabile e accettato». Anche in questa parte del Paese i canali di comunicazione con il corpo sociale (ammalato, infettato) sono quelli della destra.
La sinistra, in alcune regioni - penso alla Sicilia - sembra invece, che non abbia più eredi. E se un lavoratore «socialmente utile», in un comune alle porte di Napoli, si dà fuoco perché pensa che solo le fiamme possano rendere utile la sua «inutile» esistenza, ciò provoca amarezza, rabbia, pietà e determina tanta impotenza.
A questo punto chi legge dirà: e allora? E allora, dico, dobbiamo sapere che né Berlusconi né il sindaco di Treviso sono alieni. Nel Paese c'è stata una mutazione sociale, culturale, civile, che né la sinistra, né il «centro democratico» (quello che è nel centrosinistra e quello che è nel centrodestra) hanno influenzato significativamente. La destra, la cultura di massa di destra, che da tali mutamenti trae alimento, è una corposa realtà. Con essa, prima che con Berlusconi, la sinistra e il centrosinistra debbono fare i conti su tutti i piani, con grande attenzione e senza illudersi che quello giudiziario sia risolutivo.
Le discussioni sull'Ulivo che c'è e non c'è, sui partiti del centrosinistra che ci sono e non ci sono, resteranno parole al vento (come lo sono state sino ad oggi) se non si prende coscienza di questa realtà e quindi non si elabori -non con venti saggi, ma con un grande dibattito - una piattaforma politico-sociale-culturale per affrontarla. E per capire e sapere cosa deve essere oggi una forza politica, un partito per innervarsi in questa società, per governarla e per migliorarla. Senza pensare a modelli astratti, e senza accettare tutte le coordinate che oggi la identificano.
L'Unita'
31.08.2002