INTERVISTA / Il senatore ds controcorrente: soluzioni dalla politica, ma Prodi fa il suo mestiere

Debenedetti: «La priorità è lo sviluppo, l’Europa non sia un tabù»


ROMA - «Gli obiettivi legati alla nascita dell’euro sono stati raggiunti, ma di fronte allo spettro della recessione cosa facciamo? Siamo pronti ad affrontare una politica deflazionistica e ad avere più disoccupati?». Franco Debenedetti, senatore diesse, ricorda che il protocollo è un accordo tra governi e dunque un documento politico. E di fronte a queste scelte la politica deve rientrare in gioco. Quindi Prodi sbaglia o ha ragione a difendere il Patto?
«Il presidente della Commissione fa il suo mestiere e fa bene a richiamare i governi al rispetto delle regole. Il Patto, fatto per tranquillizzare i tedeschi, ha funzionato. L’inflazione è sotto controllo, i conti sono in ordine. Ma lo scenario è cambiato. L’Europa rischia la recessione e occorre mettere più risorse nell’economia per aiutare la crescita».
In che modo lei lo cambierebbe?
«Nessuno può chiedere alla Banca centrale europea di abbassare i tassi e cambiarne lo statuto, come chiede Giorgio La Malfa, è complicato. Bisogna usare le risorse della politica. D’altra parte, politica è la golden rule, politico il "close to zero", cioè la tendenza al pareggio del deficit. Chi ha detto che deve proprio essere lo 0,5%?».
Ma l’Italia ha un debito pubblico gigantesco. Non rischia di diventare un caso?
«Certo. Ma, ad esempio, nel calcolo del rapporto debito/Pil il debito potrebbe essere iscritto al netto degli asset pubblici rivalutati. Ricordo che una proposta del genere è stata fatta da Franco Modigliani e da Fiorella Kostoris, non da Giulio Tremonti».
Quindi ha ragione il governo a ipotizzare un allentamento dei parametri?
«Non è questo il punto. Una sinistra di governo deve ragionare come se fosse al governo. Non ha nulla a che fare col giudizio di come Berlusconi sta affrontando questa congiuntura».
R. Ba.

Corriere della Sera
13 agosto 2002


LE TESI SUL NUOVO ULIVO
L´esponente dei Ds critica il leader Cgil: i problemi da affrontare in Europa sono molto più complessi

Napolitano, altolà a Cofferati 
"Sulla sinistra troppe etichette"
"Fine dell'ala liberista? Solo un gioco di schemi"

Vago e enfatico parlare di progetto di società Meglio parlare di comune programma politico e di governo
Ricordare la convergenza tra il riformismo cattolico e quello di matrice marxista è un'ovvietà

SILVIO BUZZANCA 


ROMA - Onorevole Napolitano, Sergio Cofferati crede che il socialismo liberista, aperto al capitalismo, alla Blair tanto per intenderci, sia tramontato....
«I problemi che deve affrontare la sinistra europea sono ben più complessi di quanto possa suggerire il gioco di opposte, sommarie, etichettature. Trovo molto discutibile e schematica l´etichetta di sinistra liberista, aperta al capitalismo, a chiunque la si riferisca. E poi dovremmo allora dire che prima ancora che finisse o tramontasse l´idea di sinistra liberista era tramontata quella di sinistra statalista e anticapitalistica, chiusa nel rifiuto ideologico del capitalismo e del mercato. Ma questo gioco non ci porta lontano».
Cofferati accomuna nel tramonto Blair e Massimo D´Alema, l´esperienza del laburismo inglese e quella del governo di centrosinistra italiano...
«Non sono equiparabili situazioni molto diverse come quelle che ha affrontato Blair in Gran Bretagna e quelle che ha affrontato il centrosinistra in Italia. Il centrosinistra si è posto il problema di aprire l´economia italiana, di sollecitare più mercato e più concorrenza. Sul riferimento a D´Alema penso che sia ora di finirla con le polemiche sempre personalizzate. Le liberalizzazioni in Italia le ha avviate il governo Prodi. Non capisco quali sono gli addebiti che si possono rivolgere esclusivamente e specificamente a D´Alema dal punto di vista degli avversari delle liberalizzazioni. Se Cofferati si colloca tra di loro».
Lei ha evocato Prodi. Cofferati parla anche del necessario rapporto fra riformismo cattolico, laico e marxista. Qualcuno vi ha letto il rilancio del ticket Prodi-Cofferati per il 2006...
«Ricordare le convergenza in Italia fra il riformismo cattolico e di quello matrice marxista mi sembra un´ovvietà. L´Ulivo è nato proprio dallo sforzo di combinazione tra queste diverse, ma non contrapposte, ispirazioni culturali e sociali».
Il leader della Cgil parla anche di un metodo per costruire il nuovo Ulivo. Partire da un progetto di società e poi scrivere il programma politico della coalizione. Metodo che porterebbe i partiti a condividere valori alti e litigare di meno. La convince?
«L´espressione progetto di società mi pare molto vaga ed enfatica. Meglio parlare di comune programma politico e di governo che abbia, naturalmente, come fondamento una visione e una prospettiva più ampia. Che poi, nell´elaborazione di questo programma debba restare determinante il ruolo dei partiti, ma che questi debbano sapersi aprire a impulsi e contributi provenienti da diverse istanze della società civile e dall´opinione pubblica, è giusto».
Cofferati parla anche delle necessità di ascoltare i giovani no global e punta l´accento sulla necessità di combattere i guasti della flessibilità e della globalizzazione...
«Penso da tempo che la sinistra europea deve proporre nuove regole per tutelare i più deboli, garantire il mondo del lavoro, e in particolare quello dei nuovi lavori e influenzare il corso del processo di globalizzazione. E mi sembra che si tratti di un´opinione condivisa e pienamente corrispondente al discorso che fece Piero Fassino al congresso dei Ds di Pesaro».
Lei cita il congresso di Pesaro. Cofferati dice che rispetto a Pesaro gli iscritti al partito forse non hanno cambiato idea, ma gli elettori sì. Mette in discussione la leadership della Quercia?
«Non vedo come si possono misurare gli spostamenti nell´orientamento degli elettori e raffrontarli con una sorta di continuità riscontrabile invece nelle posizioni degli iscritti al partito. Non mi persuade questa contrapposizione».
Cofferati dice che la sinistra dovrebbe riprendere in mano il Libro Bianco di Jacques Delors. Aggiunge di riconoscersi nelle linee europee decise a Lisbona due anni fa. Linee ribaltate dal vertice Ue di Barcellona.
«Il Libro Bianco di Delors è qualcosa che risale a molto indietro nel tempo, mentre la strategia di Lisbona è stata lanciata due anni fa durante la presidenza portoghese. Che quella strategia sia stata ribaltata nell´ultimo Consiglio europeo mi sembra molto azzardato. In realtà si è rivelata di più difficile realizzazione di quanto si sperasse. Non dimentichiamoci che si puntava a fare dell´economia europea l´economia più competitiva del mondo basandosi sulla conoscenza e sull´innovazione. E ricordiamoci che fra le idee chiave di quella strategia c´è il binomio flessibilità-sicurezza. Quindi non solo sicurezza, ma sicurezza in rapporto alla flessibilità. E nemmeno si intende flessibilità senza sicurezza. Ma questo binomio va ben decifrato e ben gestito».

la Repubblica
12 agosto 2002


LA FUGA DALLA REALTÀ

di FEDERICO RAMPINI 


NON è certo tutta colpa di Bush, né di Schroeder, e neanche di Tremonti, se l´America rischia una ricaduta nella recessione, se in Germania l´esercito dei disoccupati torna a superare i quattro milioni, se in Italia la crescita e le entrate fiscali tradiscono tutte le promesse del governo. Meno 0,4% le entrate fiscali italiane nei primi sei mesi (dati di cassa Banca d´Italia, i più affidabili). «Grande incertezza» esprime la Banca centrale europea per la crescita economica, le cui stime vengono tagliate. Le rassicurazioni di Berlusconi sono irrilevanti di fronte al serio degrado della congiuntura.
Accadono nell´economia mondiale cose molto più grandi del potere dei singoli governi. Viviamo la fine di un ciclo di innovazioni tecnologiche lungo un quarto di secolo, dal personal computer a Internet, e la paralisi degli investimenti è un prezzo da pagare dopo un boom di quella intensità. Si è fermata la locomotiva americana e questa è l´altra grande novità negativa le cui conseguenze si allargano a cerchi concentrici verso il resto del mondo.
L´euro non mantiene una promessa: emancipare il Vecchio continente dalla dipendenza nei confronti dei cicli americani. Alla periferia del sistema si accendono focolai di crack (Argentina, Brasile) che il Fondo monetario corre a spegnere a colpi di maxiprestiti. Le Borse accendono ceri votivi al dio Alan Greenspan, il banchiere centrale degli Stati Uniti, sperano che tagli nuovamente i tassi e ripeta uno di quei miracoli che le leggende gli attribuiscono.
Insieme con il ciclo tecnologico, il rumore delle manette ai polsi dei chief executive americani colpevoli di falso in bilancio chiude un ciclo di natura ideologica. è la fine della lunga stagione che iniziò negli Anni Settanta con la celebre "rivolta fiscale" californiana, mandò al potere Reagan negli Stati Uniti e Margaret Thatcher in Gran Bretagna.

Un governo anomalo in fuga dalla realtà

L´idea forte di quella stagione fu la cosiddetta economia dell´offerta: essa teorizzava che ridurre le tasse ai ricchi e alle imprese era la via più efficiente per diffondere un benessere generale, poiché i ricchi e le imprese reinvestono i risparmi fiscali, creando occupazione e reddito per tutti. La teoria dell´offerta nascondeva interessi di classe; ebbe nondimeno un ruolo positivo per frenare l´ascesa della pressione fiscale e correggere lo statalismo degli anni Settanta. Bush, Tremonti e anche il socialdemocratico Schroeder hanno avuto il torto di ostinarsi a praticare quella dottrina quando essa aveva ormai esaurito ogni funzione positiva. Hanno ridotto - o hanno solo promesso di farlo, come il ministro dell´Economia italiano - le tasse sui ricchi e sulle imprese, senza ottenere risultati apprezzabili (Tremonti tuttavia è l´unico che dopo aver messo in programma meno imposte sulle aziende, oggi curiosamente rinfaccia la stessa operazione al suo predecessore).
La natura della crisi attuale - l´esaurirsi di un ciclo tecnologico, l´attesa finora inappagata di una nuova ondata di innovazioni - fa sì che gli incentivi di natura fiscale e anche monetaria non possono curare la vera causa dell´inappetenza delle imprese, che non accelerano gli investimenti perché non vedono all´orizzonte nuovi sbocchi di mercato con opportunità di profitto. Di questa impasse Bush si è accorto, tant´è che ha rivalutato le politiche keynesiane di sostegno della domanda attraverso il deficit pubblico. Il bilancio federale americano è passato dall´attivo al deficit grazie al boom delle spese militari. La presidenza più di destra che l´America ricordi da vent´anni, sta operando una silenziosa riconversione all´intervento pubblico nell´economia.
L´Europa delude. Non solo perché è incapace di assumersi il ruolo che le spetta per rilanciare lo sviluppo. Ma anche perché non riesce ad avviare una discussione seria sul Patto di stabilità. Ieri Padoa Schioppa, membro del direttivo della Banca centrale europea, lo ha detto: «Ci sono margini di interpretazione del patto». L´interpretazione più utile consisterebbe nel distinguere la spesa pubblica corrente (improduttiva) dalla spesa statale per investimenti (grandi infrastrutture, ricerca scientifica). E´ una distinzione che sta scritta nella Costituzione tedesca. Consente di combattere i deficit originati da spese assistenziali, tollerando invece i deficit che alimentano lo sviluppo. Ma questo dibattito non decolla perché lo impedisce il caso-Italia. Il Patto di stabilità fu scritto in maniera iper-rigorista nel 1997 da Theo Waigel (ministro delle Finanze di Kohl) perché era l´unico modo per far digerire alla Bundesbank, all´opinione pubblica tedesca e ai mercati un euro con la possibile partecipazione dell´Italia, paese dall´altissimo debito pubblico e da un passato di spesa facile. Germania e Francia hanno problemi di sforamento del deficit, ma hanno debiti pubblici molto inferiori al nostro. Le loro classi dirigenti potrebbero discutere serenamente di un allargamento keynesiano dei deficit pubblici per salvare l´Europa dalla recessione: li blocca il problema italiano. Da quando Tremonti è diventato ministro ha passato la prima metà del suo mandato a polemizzare con l´opposizione su un «buco» allora inesistente, la seconda metà a litigare con Bruxelles e con tutte le istituzioni internazionali sulle previsioni del deficit italiano. Padoa Schioppa ha sottolineato: «L´Italia in particolare deve tenere sotto controllo il proprio debito». Ed ha aggiunto un monito contro «la tentazione ciclica di alcuni paesi di sottrarsi ai vincoli». Il talento comunicativo di Berlusconi non si è dimostrato utile per piegare i severi contabili dell´Eurostat o i dirigenti della Banca centrale europea.
Anche il vento di destra non gli sarà di aiuto su questo terreno: se Stoiber vince le elezioni tedesche a settembre, Berlino avrà come cancelliere l´ex premier della Baviera, che fu la più tenace avversaria della partecipazione italiana all´euro.
Non è tutta colpa di Schroeder se la locomotiva tedesca ha smesso di tirare da molti anni, ma gli elettori tedeschi gliene faranno pagare il prezzo: così va la politica. Non è tutta colpa di Bush se l´economia americana è sull´orlo della «doppia recessione», ma il presidente americano (andato al potere solo pochi mesi prima di Berlusconi) non tenta di scaricarne la colpa su Clinton. E alle legislative di novembre rischia la maggioranza repubblicana al Congresso.
Non è colpa di Tremonti se l´economia italiana si avvita nella crisi. Ma solo il governo Berlusconi offre questo spettacolo singolare: oscilla tra il rifiuto della realtà, e il rifiuto della responsabilità.

la Repubblica
9 agosto 2002 


Poveri e paradossi

GLI ITALIANI INVISIBILI ALLA SINISTRA

di GIOVANNI BELARDELLI


Nell’Italia di oggi ci sono circa 11 milioni di poveri, che tuttavia per la nostra classe politica (di governo come di opposizione) semplicemente non esistono. E’ potuto infatti accadere che l’Istat, un paio di settimane fa, rendesse noti i dati del suo rapporto annuale sulla povertà e che essi non fossero considerati meritevoli di entrare nell’agenda politica, venendo generalmente ignorati. Stessa sorte era toccata, qualche mese prima, al rapporto di una commissione ministeriale presieduta dalla sociologa Chiara Saraceno (ora pubblicato dall’editore Carocci), che affrontava il tema della povertà in Italia nel periodo 1997- 2001. Un tale disinteresse è, come abbiamo appena detto, sostanzialmente bipartisan . Eppure il silenzio che su quest’argomento regna a sinistra non può non colpire in modo particolare. In Italia e in Europa, infatti, si può ben dire che la sinistra sia nata con una fortissima attenzione al mondo degli emarginati, di quei nuovi poveri che la rivoluzione industriale sembrava produrre come per una fatale necessità.
Se gran parte dei poveri di oggi godono in Europa di condizioni di vita incomparabilmente migliori di quelle in cui si trovavano i poveri di uno o due secoli fa, ebbene questo è merito dello straordinario sviluppo economico prodotto dal capitalismo; ma anche delle tante battaglie condotte negli ultimi due secoli dalla sinistra a difesa di quanti erano travolti ed esclusi dal progresso. La sostanziale noncuranza con cui gli eredi di quella tradizione storica, dunque anzitutto i Ds, accolgono ormai i dati sulla presenza di milioni di nuovi poveri nell’Italia odierna non fa che confermare un dato in fondo ben noto: la fine del rapporto privilegiato, dell’affinità elettiva verrebbe da dire, che ha legato a lungo la sinistra agli appartenenti alle fasce sociali più disagiate.
Che poi questi ultimi non votassero necessariamente a sinistra, non importava. Ciò che contava era che la sinistra potesse considerarsi ed essere considerata come loro principale rappresentante.
Lo stesso Massimo D’Alema, intervenendo sulla rivista della Fondazione «ItalianiEuropei», ha sottolineato il paradosso di una sinistra, nata per difendere quanti non avevano da perdere altro che le proprie catene, che si trova oggi a rappresentare i settori della società che hanno raggiunto «un certo benessere e un livello mediamente elevato di cultura». Analogamente, in una intervista recente, Giuliano Amato ha denunciato il rischio che la sinistra italiana diventi una specie di grande Partito d’Azione, rappresentante solo delle «élites appagate, sempre pronte a insegnare agli altri che cosa pensare e fare».
Giudizi del genere riconoscono in pratica come si sia concluso un intero ciclo storico, alla fine del quale la sinistra occidentale appare sempre più come la rappresentante degli «inclusi» e dei garantiti, e dunque di ceti sociali che mostrano (è stato sempre D’Alema a confessarlo) scarsa propensione al cambiamento, visto anzi come minaccia per i propri (relativi) privilegi sociali. Ma tutto ciò scuote in realtà alla radice il sistema dei valori sui quali soprattutto una sinistra come quella italiana - che solo da poco è giunta a dichiararsi riformista e liberale - ha sempre fondato la propria identità. La sinistra di matrice comunista era convinta che, quali che fossero i «limiti» (come fino a ieri li si chiamava) dei regimi dell’Est, proprio la rappresentanza dei socialmente diseredati le conferisse una sostanziale supremazia morale su ogni altra forza politica. Era una pretesa che, per quanto esagerata, non appariva certo priva di fondamento. La sinistra italiana sembra ancora conservare quell’antico sentimento di superiorità, l’idea di rappresentare un’Italia intrinsecamente migliore, senza che però esista più - per ammissione stessa dei suoi esponenti - la principale ragione storica che fondava un tale senso di superiorità: quella propensione a difendere gli esclusi, gli ultimi, che invece sono diventati oggi, anche per la sinistra, invisibili.

Corriere della Sera
8 agosto 2002 


Fausto Bertinotti: mondo sindacale più vicino, aderisco alla raccolta di 5 milioni di firme

"Referendum, un aiuto all'Ulivo così ripartirà la sinistra di lotta"
Un insegnamento per il centrosinistra: bisogna uscire totalmente dalla cultura della flessibilità

Sergio e i no global? Lui cerca interlocutori ma la formula è inconsistente, sono il diavolo e l´acqua santa

GOFFREDO DE MARCHIS 

ROMA - Segretario Bertinotti, domani Rifondazione deposita le 500 mila firme del referendum per estendere l´articolo 18 a tutte le aziende. L´Ulivo è contro, Cofferati pure. Si apre un nuovo problema a sinistra?
«Al contrario, il referendum può essere una sponda per le lotte sociali dell´autunno, per lo sciopero generale. Un aiuto e non un problema. Più in generale è la vera Weltanschauung di un programma della sinistra, il punto su cui ricostruire l´unità del mondo del lavoro, lo strumento che dà un senso comune alle battaglie della sinistra alternativa. Rifondazione ha raccolto da sola 500 mila firme in pochissimo tempo. Con quelle dei Verdi e dell´associazione di Cesare Salvi arriviamo a 650 mila. È un quesito che attraversa tutta la popolazione lavorativa. Dovunque abbiamo messo i banchetti, dai cancelli di Mirafiori al call center Tim di Bologna alla Fincantieri di Venezia, abbiamo avuto una risposta grandissima. Non era successo neanche ai tempi della scala mobile».
Ma la sinistra e l´Ulivo devono preoccuparsi?
«No, devono trarre due insegnamenti. Il primo: qualsiasi programma forte deve riflettersi nei bisogni profondi della gente come dimostra la nostra raccolta di firme. Altrimenti sono parole scritte sulla sabbia, acqua sul marmo. Il secondo: bisogna uscire totalmente dalla cultura della flessibilità. I lavoratori, a differenza delle classi dirigenti di centrosinistra, vivono la flessibilità come un´avversità che ti spoglia, che incombe. Il referendum apre un varco tra la coscienza di massa e i leader che in questi anni hanno inseguito la modernizzazione. Ritorna il tema dell´uguaglianza dopo le ingiustizie di questi anni».
Anche la Cgil ha portato in piazza milioni di persone per la difesa dell´articolo 18 ma è contro l´estensione.
«La Fiom però ha raccolto le firme, insieme con i Cobas. E il mondo sindacale piano piano si avvicina al nostro referendum. Alla Cgil non chiediamo un pronunciamento come tale ma penso proprio che gran parte del sindacato alla fine sosterrà il quesito. Anche perché la campagna per le 5 milioni di firme organizzata dal sindacato di Cofferati ha tempi che non sono quelli dell´agenda politica. Solo il referendum entra nel calendario dei prossimi mesi. È stato fatto per questo, per essere svolto nel 2003 quando si svilupperanno le lotte sociali, quando sono in programma tanti rinnovi contrattuali».
C´è concorrenza tra il vostro quesito e la petizione lanciata dalla Cgil?
«Io sarò uno dei 5 milioni di firmatari della petizione. Ma anche il quesito giocherà un ruolo importante nel prossimo sciopero generale. Osservo infatti che la Cgil, da una posizione di critica nei confronti del quesito, è arrivata a una mediazione di apprezzato silenzio annunciando che non darà un´indicazione di voto. È uno sviluppo positivo».
E la concorrenza con il Cofferati «politico»?
«Esistono due piani diversi. Sul piano sociale i discorsi sono sostanzialmente convergenti. Sul piano politico i progetti sono concorrenziali e diversi».
Anche perché il Cinese, dall´Ulivo, guarda anche ai no global.
«La sua è un´idea simile a quella che Moro ebbe nei confronti del ´68: la strategia dell´attenzione. Punta al dialogo ma non dà risposte sulle due discriminanti del movimento, il no alla guerra e il no alle politiche liberiste. Cerca un interlocutore, però non si tengono insieme il diavolo e l´acqua santa, la formula è inapplicabile, inconsistente. E chiunque proponga un´idea inconsistente dà luogo a una politica inconsistente anche se ha la forza, il seguito. Oggi è il momento delle scelte, non degli assemblaggi. Scelte, ripeto: anche sul referendum per estendere l´articolo 18».

la Repubblica
8 agosto 2002


Il centrosinistra sceglie Cofferati. Lo rivela un sondaggio sulla popolarità 

L'uomo più amato nel panorama politico della sinistra italiana sembra essere senz'altro lui, Sergio Cofferati detto il Cinese, il segretario della Cgil a cui, stando a diversi sondaggi, il popolo dell'Ulivo affiderebbe volentieri il timone della coalizione, per traghettarla fuori dalle secche in cui sembra impantanata. Secondo un sondaggio Ispo-Nielsen, infatti, Cofferati si aggiudica il 31% dei consensi, Rutelli il 28%, Fassino e D'Alema il 26%.

E' Cofferati il più amato dal popolo del centrosinistra. Ma, secondo un sondaggio Ispo-Nielsen, il centrosinistra con la sua leadership non guadagnerebbe consensi, anzi....

Dunque secondo il sondaggio condotto dal noto istituto per il "Corriere della sera", sarebbe il segretario della Cgil il leader più popolare del centrosinistra, mentre all'interno della maggioranza il vicepremier Gianfranco Fini supererebbe di due punti (37% contro 35%) Silvio Berlusconi per risultare addirittura il più popolare in assoluto. 

Ma questo sondaggio è interessante anche perché arriva a pochi giorni dalla realizzazione di un altro test, condotto però su un campione non scientificamente rappresentativo, realizzato alla festa dell'Unità di Roma dall'associazione del Correntone della Quercia "Aprile", da cui Sergio Cofferati uscirebbe come il nuovo leader ideale per la sinistra.

Il sondaggio artigianale, scaturito dalle risposte riportate su un questionario distribuito tra gli affezionati, ha avuto la portata deflagrante di un autogol, attribuendo a Cofferati il 58% dei consensi, l'11% a D'Alema e solo il 5 a Piero Fassino. Il segretario dei Ds l'ha presa male: "Sono stato eletto da un congresso dove mi hanno votato 140mila iscritti su 230mila", ha ribattuto.

Fatto sta che anche secondo il sondaggio Ispo/Nielsen, eseguito per testare il livello di popolarità di vari personaggi politici, Cofferati totalizza tra tutti gli intervistati il 31% di valutazioni positive: il 75% tra coloro che votano Rifondazione comunista, l'80% tra chi vota Ds e il 67% per chi vota Margherita. 

A breve distanza segue Francesco Rutelli che raggiunge il 28% tra tutti gli intervistati e il 37% tra chi vota Rifondazione, il 70% tra chi vota Ds e il 73% tra chi vota Margherita. Piero Fassino e Massimo D'Alema hanno lo stesso livello di popolarità, il 26 %. Il segretario piace al 40% degli elettori di Rifondazione, al 76% di quelli della Quercia e al 62% della Margherita. Per D'Alema si schiera il 37% degli elettori di Rifondazione comunista, il 68% dei Ds e 58% della Margherita. 

Se è vero che Sergio Cofferati risulta il più popolare, i dati pubblicati dal Corriere dimostrano che complessivamente il centrosinistra, sotto la sua guida, prenderebbe il 2% in meno dei voti potenziali della coalizione: di fronte a un 45% degli intervistati che si dice intenzionato a votare per l'Ulivo, in caso di elezioni, il 43% conferma tale orientamento in caso di "centrosinistra guidato da Cofferati". Nessuna differenza, invece, tra gli elettori del centro destra: il 50% degli intervistati si dicono intenzionati a votare la Cdl e il 50% la voterebbe con Berlusconi alla guida. 

29-7-2002 
http://www.tgcom.it


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