IL CONFLITTO PERMANENTE
di Emanuele Macaluso
PUÒ la democrazia reggere quando l’ostruzionismo, arma del tutto eccezionale
in ogni tempo, è stata usata, nella passata legislatura, dal centro-destra su
ogni legge, e oggi allo stesso modo dal centro-sinistra? E chi deve sciogliere
il nodo di cui abbiamo parlato? Alcuni, nel centro-sinistra, pensano e dicono
che dovrebbe farlo il Capo dello Stato non firmando le leggi contestate (e sono
tante). Altri nel centro-destra agiscono in modo da far pensare che il nodo lo
scioglie solo la maggioranza, macinando leggi che, non a torto, vengono lette
come mezzi volti a garantire il Presidente del Consiglio da un evidente
conflitto di interessi e a impedire che alcuni processi che lo riguardano vadano
in porto.
Su questo punto il ragionamento che fa il centro-sinistra è il seguente: la
legge è uguale per tutti, anche per il Presidente del Consiglio. Il
ragionamento è corretto e non fa una grinza. Tuttavia, osservo, in questi anni
quel Berlusconi è stato eletto parlamentare nazionale ed europeo, e per due
volte chiamato dal Capo dello Stato (prima Scalfaro, poi Ciampi) a formare
governi che hanno ottenuto il voto del Parlamento. Dal punto di vista
costituzionale nulla cambia, qualcosa invece cambia a mio avviso sul piano
politico. E che cambi è dimostrato che dopo otto anni dalla sua prima nomina,
1994, la democrazia, come dicevo, è in un vicolo cieco.
Giuliano Ferrara sul «Foglio» sostiene che il Cavaliere ha vinto le elezioni
«da Eroe Inquisito» (le maiuscole sono sue). Ferrara parte dagli Anni 90
quando, scrive, «la sinistra ha usato certi magistrati almeno quanto certi
magistrati hanno usato la sinistra». Vero, anche se la corruzione c’era. Ma
è anche vero che le tv di Berlusconi fecero da coro a quell’uso della
giustizia e il Cavaliere utilizzò quel clima per la sua prima elezione
parlamentare. Dire poi, come dice Ferrara, che a Berlusconi accade quel che
accadde ad Andreotti, non è esatto. Ad Andreotti la procura di Palermo
contestava un reato, «concorso in associazione mafiosa», in rapporto alla sua
attività politica giudicando su quel filo sottile che, in questa materia,
separa l’illecito politico da quello penale.
Processare chi è stato sette volte Presidente del Consiglio, camminando, come
ho detto, su quel filo, è stato un errore. E la giustizia ha pagato un prezzo
pesante. Ferrara ritiene che il processo di Milano «è un caso di persecuzione
politica, che bisogna trovare un altro tribunale, magari imparziale, per
dirimere la faccenda. E pazienza se questo debba costare la prescrizione, meglio
la prescrizione di un reato che una condanna intesa come vendetta contro le
scelte degli italiani». Voglio subito osservare che la prescrizione ottenuta
grazie ad una legge votata alla vigilia di una sentenza costituirebbe un vulnus
insanabile. Anche una condanna a Berlusconi aprirebbe problemi politici e
istituzionali forse irrisolubili, anche se c’è chi pensa che in questo caso
il Cavaliere dovrebbe aspettare con fiducia l’appello.
Ma veramente c’è chi pensa che con una condanna, anche solo in primo grado,
per quel reato, il presidente del Consiglio resterebbe, in Italia e nel mondo,
ancora un presidente del Consiglio? La verità è che si è aperto un conflitto
politico-istituzionale che oggi appare insanabile. Occorreva pensarci in tempo e
bene. La proposta avanzata di sospendere il giudizio solo per il presidente del
Consiglio, e non per altri, per riaprire il processo dopo la fine del mandato,
aveva e forse ha ancora un senso. Ma c’è chi vuole salvare tutto e tutti (Previti
soprattutto); e chi pensa invece che una soluzione giudiziaria libererebbe il
paese da Berlusconi, eletto dai cittadini.
Per dare una soluzione politica al caso Berlusconi occorrerebbe dare uno sbocco
legislativo ben diverso al conflitto degli interessi da quello indicato dalla
legge Frattini, coinvolgendo realmente l’opposizione e, ripeto, distinguere la
posizione del Presidente del Consiglio dagli altri imputati. La scelta fatta
invece è quello del tiro alla fune, trascurando il fatto che proprio la fune si
romperà. E si romperanno le istituzioni.
La Stampa
31 luglio 2002
I PUNTI DEBOLI DEL CAVALIERE
di MICHELE SALVATI
LE CRITICHE al governo Berlusconi possono raccogliersi in cinque categorie: (1) promesse irrealizzabili dovute ad una valutazione (consapevolmente?) distorta della realtà; (2) inettitudine, impreparazione, incompetenza; (3) politiche di destra; (4) occupazione del potere, arroganza, giacobinismo; (5) lesione delle regole scritte e non scritte di una buona democrazia. Sono cinque categorie diverse e credo sia conveniente tenerle distinte, sia per promuovere un dibattito politico civile, sia per esprimere un giudizio d´insieme comparativo sui due schieramenti che competono per il voto degli italiani. Prima l´analisi, poi la sintesi, ci hanno insegnato a scuola. Appartiene alla prima categoria lo stesso impianto della politica economica del governo.
Berlusconi non poteva non sapere, quando prometteva mari e monti durante la campagna elettorale, che non avrebbe potuto onorare le sue promesse a meno di circostanze del tutto improbabili, e, anche in tal caso, solo parzialmente e molto tardi. Nella primavera del 2001 la situazione economica internazionale stava volgendo al peggio e la scommessa che l´Italia, stimolata da una modesta riduzione di lacci e laccioli e da qualche sgravio fiscale, facesse eccezione al trend internazionale e si mettesse a correre mentre gli altri grandi paesi continentali ansimavano, era una scommessa che nessun economista serio avrebbe dovuto avallare. Era una scommessa che faceva a pugni con quanto è noto sulle debolezze profonde del nostro paese: la struttura sfavorevole del suo import-export, l´inadeguatezza del suo sistema formativo e di ricerca, l´inefficienza antica delle sue amministrazioni pubbliche, la fragilità delle sue poche grandi imprese private. Nessuno avrebbe dovuto saper questo meglio di
Confindustria, il cui Ufficio Studi ci ha dato alcune delle migliori ricerche disponibili sui guasti strutturali del "sistema Italia", e che poi dovrebbe conoscere bene i suoi polli, i suoi soci, gli imprenditori italiani: possibile che D´Amato credesse veramente che un
po´ di tasse in meno e un po´ di libertà di licenziamento in più ci avrebbero fatto correre come l´Irlanda? Perché questo ci voleva per onorare le promesse fatte agli italiani e rispettare i vincoli che abbiamo assunto con l´Unione Europea. Siccome i secondi sono in sostanza ineludibili (per quanto ci si sforzi, ed è giusto, di attenuarli un poco), sono le prime che saltano e non c´è fantasia tremontesca che possa fare il miracolo. Dunque un futuro roseo per il centro-sinistra, se solo ci fosse: come dicono gli americani, puoi ingannare una persona più volte, o molte persone una volta, ma non tutti tutte le volte.
Veniamo alla seconda categoria. Incompetenza, gaffes, inadeguatezza talora spinta sino
all´inettitudine, erano solo da attendersi da un gruppo dirigente fatto di uomini nuovi, che avevano poca dimestichezza con le difficoltà di gestione dello Stato, da loro sinceramente inteso come una specie particolarmente grande di impresa. È inutile, e soprattutto penoso, fornire esempi: Scajola non è il peggiore. Mi sono sempre restate in mente le parole di un navigato politico democristiano, oggi ministro del governo
Berlusconi, rassegnato ma ostile al bipolarismo: «Questo è un Paese che a fatica riesce ad esprimere un solo ceto dirigente decoroso, una sola squadra di governo; immagina se è possibile che ne esprima due!». Un paradosso, naturalmente, ma che coglieva qualcosa di vero. Sicché questa legislatura deve anche servire come corso accelerato di educazione politica
all´esercito di Hyksos che Berlusconi ha condotto alla vittoria in tempi troppo rapidi: di nuovo, un pascolo facile facile per il centro-sinistra, se solo esistesse.
Politiche di destra, terza categoria di critiche. Ma, sant´Iddio, che cosa volete faccia la Destra se non politiche di destra? Abbiamo voluto la bicicletta del bipolarismo? E allora pedaliamo! E il centro-sinistra, se esistesse, pedalerebbe in pianura, o addirittura in discesa: le politiche di destra sono impopolari, ledono interessi e sicurezze di tanti per distribuire vantaggi a pochi. Non c´è bisogno di gridare, ma solo di studiare le politiche del governo, denunciarne gli effetti iniqui, ribattere con proposte alternative che combinino equità ed efficienza: e questo effettivamente fa una parte del centro-sinistra che c´è. Ma un´altra parte grida alla lesione di diritti inalienabili, come se ritoccare le norme della legislazione del lavoro o della previdenza avesse lo stesso significato eversivo che metter mano alle norme che garantiscono l´indipendenza della magistratura; e questo anche quando si tratta di misure modeste, di ordinamenti e istituzioni già in vigore in paesi civilissimi. Reagire colla stessa enfasi a offese molto diverse vuol dire togliere vigore alla reazione di fronte alle offese più gravi, far di ogni erba un fascio. O non è così?
La quarta categoria (occupazione del potere, arroganza, giacobinismo) fa da ponte tra la seconda e la quinta. Da un lato è un aspetto particolarmente sgradevole
dell´incompetenza e della rozzezza, è l´auri sacra fames, è il complesso del liberto, come lo chiama Sylos
Labini, lo schiavo appena liberato (il politico appena "sdoganato") che vuol farsi una grande abbuffata. Fosse solo così si tratterebbe di una questione di misura e di garbo, perché anche il centro-sinistra non ha scherzato nella passata legislatura. (Le questioni di misura sono importanti, certo, ma dal punto di vista dei consensi elettorali darebbero solo luogo ad accuse incrociate di
arraffa-arraffa, con esiti facilmente prevedibili sulla stima e l´ammirazione che gli italiani nutrono per la
politica.) Dall´altro lato però - ed è questo il ponte con la prossima categoria, con il cancro che rode la politica italiana - si tratta di una interpretazione pericolosa del bipolarismo, una interpretazione estrema e
giacobina, ignara dei delicati meccanismi di bilanciamento tra poteri, tra organi elettivi e organi di garanzia: insomma, il "chi vince piglia tutto" che sembra essere il motto del governo (per fortuna non siamo ancora arrivati al "non faremo prigionieri" di
Previti).
Ma veniamo alla quinta categoria, al cancro della nostra politica, a Berlusconi, ai suoi interessi, alle sue fobie. Inutile – specie su questo giornale - spendere parole per descrivere gli effetti devastanti del conflitto di interessi e soprattutto
dell´attacco alla magistratura per via legislativa: la recente proposta di legge di Nando Dalla Chiesa (dare un´immunità a vita a Berlusconi e ai suoi, purché smettano di occuparsi di magistratura) è meno scherzosa di quanto sembri e rivela l´impasse in cui ci troviamo. Da un lato la strategia in cui io stesso ho creduto (trattare Berlusconi come se fosse un "normale" avversario politico) avrebbe avuto senso se il presidente del Consiglio non avesse approfittato in modo spudorato della sua maggioranza, e dunque del potere legislativo, per difendere i suoi interessi privati e la sua intangibilità giudiziaria: ma proprio questo è avvenuto.
Dall´altro lato questa quinta categoria è così radicale che non si combina facilmente con le altre: le altre contengono critiche più o meno normali, analoghe a quelle che uno schieramento rivolge
all´altro in paesi civili. Insomma, sono armi convenzionali. Questa è un´arma atomica e tutti sanno che i due tipi di guerra è molto difficile combinarli insieme. Difficile, non impossibile, se ci fosse il centro-sinistra.
"Se ci fosse il centro-sinistra": è ormai diventato un ritornello. Se si sommano le cinque categorie di critiche, ci si rende conto facilmente che, quantomeno ora e in un futuro prevedibile, il governo Berlusconi è e rimarrà un governo debole e che un crollo di consensi potrebbe essere imminente, se solo qualcuno lo provocasse con una spinta politica robusta. Le critiche hanno infatti uno spettro molto ampio e possono trovare sensibili benestanti e colti
"cosmopolitani" insieme a poveri e ignoranti "comunitari", liberali puri e sinistra tradizionale. Le cose potrebbero forse cambiare in un lontano e imprevedibile futuro, se una ventata di crescita economica consentisse a Berlusconi di mantenere almeno parte delle sue promesse. Per ora e per il futuro prevedibile il governo non ha il becco di un quattrino, raschia il fondo del barile e non c´è alchimia cartolarizzatrice che lo può mettere al riparo dal risentimento provocato dalle sue promesse avventate. Insomma. Il governo non è un avversario serio; l´avversario vero del centro-sinistra, come potrebbe e dovrebbe esserci, è il centro-sinistra stesso, il centro-sinistra che c´è ora.
la Repubblica
30 luglio 2002
Secondo gli studiosi. i cittadini hanno sempre meno fiducia nelle istituzioni. E cresce la moltiplicazione delle sigle politiche
La pioggia di soldi mette in crisi i partiti
Liti interne e caduta di immagine. Ma intanto in cassa arrivano 650 milioni di euro
di MARIO STANGANELLI
ROMA - Giovedì 25 luglio in Parlamento è piovuto. Soldi. E tanti. 125 milioni di euro l’anno, da dividersi tra tutti i partiti in ragione di un euro per ogni voto incassato alla Camera e al Senato. Anche quelli - prima grossa novità della nuova legge - che poi non ce l’hanno fatta a far eleggere almeno un deputato o un senatore, ma che hanno preso almeno l’un per cento dei voti validi: poco più di 300 mila, su tutto il territorio nazionale.
Un’opinione pubblica sconcertata o perplessa, a seconda del grado di assuefazione, ha visto che quasi tutti sono rimasti a bearsi sotto quel ristoratore acquazzone estivo. Pochissimi gli ombrelli aperti in qualche settore dell’emiciclo di palazzo Madama, per una voglia - del tutto platonica per quanto riguarda gli effetti reali - di ripararsi da quella pioggia d’oro. Ci ha provato - unico nel centrodestra - il repubblicano Del Pennino, cercando di coprire con la foglia d’edera del suo partito le vergogne della nuova legge. Ci ha provato, pagando con la lacerazione del gruppo, una risicata maggioranza dei senatori della Margherita. Spinta dal desiderio di mettere al riparo la coscienza non solo dalla legge in sé, ma ancor di più dalle circostanze - un improvviso emendamento notturno e senza ombra di dibattito - in cui era stata approvata in prima battuta alla Camera.
Naturalmente, mai decisione di differenziare il proprio voto è stata più foriera di scontri all’interno dell’Ulivo. Le ragioni etiche di una parte (la Margherita) sono state degradate nel migliore dei casi a «moralismo da salotto» o - vedi Franco Marini - ad «atteggiamento politicamente ripugnante di chi vota contro la legge e poi si prende i soldi». Le ragioni di equità e perequazione nel finanziamento della politica dell’altra (i Ds), ridotte a «fame di soldi davanti alla voragine di debiti del partito».
Tra gli estremi di questo scontro è inscritto il nocciolo della sempre delicata e spesso spinosa questione, in un regime democratico, del finanziamento dei partiti. Definizione peraltro approssimativa, se non scorretta, dal momento che un referendum voluto dai radicali ha abrogato il finanziamento dei partiti in quanto tali, sostituito, con qualche forzatura, dal "rimborso delle spese elettorali". Rimborso che con la nuova legge sarà di 125 milioni di euro per il 2002 e 2003, per crescere a 153 milioni nel 2004, anno delle elezioni europee. Il tutto per circa 650 milioni di euro nell’arco di tutta la legislatura, che rappresentano una cifra una volta e mezza superiore a quella prevista dalla precedente legge del ’99.
I sostenitori della legge d’altro canto affermano che la politica, in democrazia, va foraggiata alla luce del sole. Tangentopoli - è l’argomento principe - trovò alimento nell’oscurità dei metodi e delle fonti di finanziamento. Obiettano i non molti, in verità, oppositori del provvedimento all’interno del Palazzo che i fenomeni di corruzione si sono tutt’altro che estinti, come testimonia - tra gli altri - il caso delle Molinette a Torino. Vi sono anche questioni di forma, come la scelta di far passare la legge, almeno alla Camera, sotto una coltre di silenzio e il più possibile lontana dagli occhi dell’opinione pubblica che - secondo autorevoli sondaggi - è almeno per due terzi contraria ad aumentare le sovvenzioni ai partiti. A cavallo tra forma e sostanza è poi la circostanza che quest’ultima erogazione è avvenuta in stretta contemporaneità con l’emersione di numerose ristrettezze di bilancio che hanno reso obbligatori i tagli alla sanità pubblica e la reintroduzione dei ticket, l’allontanamento sine die di alcune riforme, la faticosissima raccolta dello stanziamento per far fronte alla crisi idrica.
Non basta. Tra le frecce all’arco di dubbiosi e contrari alla legge, ci sono argomenti di natura politico-istituzionale: un provvedimento che distribuisce fondi a pioggia per praticamente tutti i partiti vanifica anche l’ultimo disincentivo alla frammentazione delle forze politiche che le regole del maggioritario cercavano faticosamente di superare. Evidente che così il premio non va alle maggioranze e alle coalizioni, ma all’inventiva italica che nel campo della creazione di partiti potrebbe riservarci ancora delle sorprese.
Insomma, una buona e argomentata serie di dubbi. Che, peraltro, il Parlamento, con una delle sue migliori performance d’aula, specie se paragonata al desertificazione degli scranni in occasione del dibattito sul messaggio di Ciampi, ha mostrato di ritenere del tutto ininfluente.
Il Messaggero
Domenica 28 Luglio 2002
Parisi: «I Ds parlano più con Forza Italia che con noi»
«Incidente sui soldi ai partiti, non sarà l’ultimo. Nell’Ulivo mancano cultura, sedi e procedure per prendere decisioni comuni»
ROMA - «Sono amareggiato ma anche soddisfatto per come è andata». Soddisfatto, onorevole Parisi? Per cambiare la legge sul finanziamento ai partiti, la Margherita ha litigato furiosamente, l’Ulivo si è spaccato, vi siete insultati con i Ds in un clima di sospetti reciproci. Ed è passata la versione della legge che non volevate. «Ma per la prima volta nella Margherita abbiamo messo alla prova le nostre differenze sottoponendole alla disciplina del gruppo e riconducendole ad unità. In più la discussione sui soldi ai partiti è diventata un tema di dibattito almeno per alcuni giorni, fuori dal cono d’ombra delle commissioni parlamentari». Sì, ma il partito si è diviso, la coalizione incrinata.
«Non c’è stata differenziazione nel voto dei senatori della Margherita».
Un pezzo del gruppo è uscito dall’aula al momento del voto.
«Abbiamo rispettato il metodo democratico della decisione, nessuno ha votato a favore della legge che non condividiamo. E’ importante perché, all’interno della Margherita, non ci siamo divisi a seconda della provenienza partitica. Io e Castagnetti (ex ppi) la pensiamo allo stesso modo, come anche Petrini e D’Amico che vengono da Rinnovamento. Nicola Mancino che la pensava diversamente si è adeguato per disciplina di partito».
Ma Franceschini e Marini hanno cercato di convincere i vostri senatori a votare come vi chiedevano tra l’altro gli alleati?
«Abbiamo avuto occasione per chiarire alcune dissonanze rispetto quanto stabilito nell’esecutivo».
Fassino e i ds sono inviperiti perché dicono che volevate impedire il finanziamento al solo scopo di indebolirli.
«Quello che si può dire è solo che ci siamo trovati in una situazione paradossale: il principale partito della coalizione ha avuto più facilità a comunicare con il principale partito della maggioranza, cioè il suo avversario politico, che non con quello che viene definito il suo principale alleato».
Poi Fassino è stato attivo con Mastella che chiedeva soldi alla Margherita.
«L’ho saputo dai giornali. Se fosse così sarebbe un comportamento improprio, suggerito forse dal complesso del fratello maggiore che i ds continuano ad avere e che non si addice ad una coalizione paritaria quale deve essere l’Ulivo».
Ma lei gli ha risposto pan per focaccia dicendo che i ds devono sparire?
«Una cosa ridicola! Questi equivoci sono il risultato inevitabile quando non si sceglie la via del confronto aperto, tutto diventa materia per retroscenisti. Quello che posso dire è che comprendo la fatica e la solitudine dei dirigenti ds nel risolvere i problemi finanziari del partiti ma ritengo che la soluzione di questi problemi debba essere compatibile con gli interessi generali
Bersani dice che aumentate le cifre dei loro problemi.
«I bilanci sono pubblici e Bersani li conosce meglio di me. Quello che di Bersani non posso condividere è che di soldi sarebbe bene parlare il meno possibile».
Come dice Giuliano Amato: la sinistra continua a dividersi mentre in Europa avanza la destra.
«Tutto nasce sempre dallo stesso problema. Nell’Ulivo non c’è la cultura, non ci sono nè le sedi nè le procedure per prendere decisioni comuni. E’ stato un incidente, ma fino a quando questo problema non sarà risolto ho idea che situazioni come queste possano ripetersi».
Insomma bisogna fare il portavoce unico...
«Esattamente. Se ci fosse stato il portavoce unico non avrebbe certo dimenticato il problema del finanziamento dell’Ulivo mentre affrontava quello dei ds o della Margherita e soprattutto avrebbe promosso tempestivamente un confronto perché la coalizione potesse parlare con una sola voce».
Sono i ds che non vogliono sentir parlare di portavoce?
«Dire ds è improprio. Non posso infatti dimenticare come nel partito di Fassino convivano al riguardo posizioni nettamente diverse».
Gianna Fregonara
Corriere della Sera
28 luglio 2002
Dietro la fragile unità dei Ds lo spettro della guerra di Troia
I potenziali leader della sinistra sono tanti Amato lo vorrebbe "giovane" ma il punto è un altro: non sono gli uomini che mancano alle idee bensì il contrario
Nel rigetto del "dalemismo" c´è molto di più della reazione a uno stile personale: c´è la ripugnanza al riformismo che, per definizione, comporta anche dei compromessi
Anche se è tornata la quiete è un segno grave che l´ipotesi della rottura sia divenuta così credibile
GIORGIO RUFFOLO
L'infaticabile Fassino è riuscito in extremis ad evitare la collisione. Può tirare un sospiro di sollievo. La guerra di Troia tra i riformisti della maggioranza e gli intransigenti del correntone, non ci sarà (per ora, almeno). L´unità è stata ricomposta, con la significativa eccezione di Salvi. Eppure, il fatto che si sia addirittura evocato il fantasma della scissione la dice lunga sullo stato, diciamo eufemisticamente, di disagio prevalente nel partito dei Ds.
Le scissioni, nella sinistra italiana, non rappresentano certo eventi straordinari. Nel suo processo storico, l´etica weberiana della convinzione – intransigente e identitaria - ha spesso prevalso sull´etica della responsabilità. È un tratto che la sinistra italiana condivide con le altre sinistre latine. Poche settimane fa, la sinistra plurale francese - si faceva chiamare così - ha dato di sé uno spettacolo folkloristico. Presentatisi in quattro o cinque formazioni diverse, per così dire, nei loro caratteristici costumi, i leader della gauche sono riusciti nel difficile compito di mandare Le Pen al ballottaggio e di costruire per quella via l´elezione plebiscitaria di Chirac, e poi il trionfo elettorale della destra.
Qui da noi, la mancanza assoluta di una causa oggettiva e seria di discriminazione ideologica e politica (come la rivoluzione d´ottobre per la scissione di Livorno, come, assai meno drammaticamente, l´accordo di governo con la Dc per la scissione del Psiup) renderebbe una scissione dei Ds, molto più una farsa che una tragedia. Questa volta, forse, il senso della responsabilità – si dovrebbe dire, in questo caso, il buon senso – finirà per prevalere. Ma è certo un segno grave che le cose siano andate tanto avanti da rendere credibile una prospettiva di rottura. Non credo che ciò si possa attribuire ai risentimenti, ai rancori, alle idiosincrasie personali. Nel rigetto del "dalemismo" da parte di uno strato significativo del partito, c´è molto più della reazione a uno stile personale sprezzante. C´è il fondo antico di ripugnanza a una politica riformista che, come tutte le politiche riformiste, comporta dei compromessi. C´è la tentazione dello sdegno sistematico e della contestazione permanente, espressionista e rivendicativa, che si sottrae al calcolo delle reazioni, delle conseguenze non volute, dei costi, come a pericolosi scivoli verso il tradimento. Questo fondo, il Pci, per lunga parte della sua storia, lo aveva imbrigliato e deviato, grazie alla sua natura anomala di partito antisistema, estraneo al mondo capitalistico, che lo immunizzava da ogni sospetto di "riformismo socialdemocratico" e al tempo stesso apriva al suo tatticismo spregiudicato un vastissimo campo di manovra politica. Scomparso il Pci, dissolta la protezione immunitaria della sua "diversità", il suo più immediato successore ha dovuto affrontare massimalismi e radicalismi come tutti i normali partiti socialdemocratici, ma senza averne né le radici, né le tradizioni. Di qui la forza del richiamo esercitato dalla sinistra esterna, quella comunista di Rifondazione, e dalla sua sinistra interna. Di qui la pressione che esse esercitano sul riformismo della maggioranza.
Ma poi: qual è la qualità e la consistenza di questo riformismo? Il richiamo al riformismo, è vero, è diventato, nella maggioranza dei Ds, una costante del linguaggio politicamente corretto. E tuttavia si vorrebbe sapere, da questi riformisti, che cosa propriamente vogliono riformare. Talvolta, taluni di essi hanno dato l´impressione di concentrare il fuoco del loro riformismo modernizzatore sui sindacati: come se il loro svecchiamento - problema che certamente esiste - costituisse la vera e decisiva discriminante tra innovatori e conservatori. Nell´assenza di un disegno e di un impegno programmatico complessivo, poi, l´omaggio alla "terza via" di Tony Blair, rischia di mancare il problema cruciale: che non è quello di compensare i guasti della mondializzazione, ma quello di "cambiare il capitalismo", dando una risposta istituzionale e politica alle tre grandi derive mondiali della mondializzazione: l´instabilità frenetica dei mercati finanziari, l´inasprimento drammatico dell´ineguaglianza economica e dell´esclusione sociale; le devastazioni del contesto sociale culturale ed etico provocate dall´ipermercatizzazione. La controprova della insufficienza della risposta blairiana sta nella sua totale insensibilità, nazionalistica e conservatrice, rispetto alla costruzione di una forte Europa politica: che è un´occasione formidabile di rilancio di una strategia socialista riorientata verso la costituzione di un nuovo ordine mondiale più equilibrato; verso la piena occupazione e il rinnovamento del welfare state; verso un nuovo equilibrio tra le istituzioni dello Stato, del mercato e del terzo sistema associativo.
È vero che questo vuoto di offerta politica riformista, i dirigenti diessini lo soffrono, oggi, insieme con quasi tutti i grandi partiti socialisti europei. Questa, però, non è una ragione di sollievo. Né di passiva amarezza. Dovrebbe essere un incitamento a investire le loro energie nella promozione di una grande forza socialista europea, di un vero partito socialista europeo (quello attuale è una sovrastruttura burocratica) capace di misurarsi con le grandi forze del capitalismo mondializzato per cambiarlo, per riformarlo.
In conclusione: il partito dei democratici di sinistra, grazie a Fassino e a un soprassalto di buon senso, ha evitato il peggio. Ma il meglio deve ancora venire. Un´ultima parola sulla leadership. Amato ha auspicato che il leader della sinistra sia giovane. Certo: e perché non donna? E magari, nera? Ma siamo veramente ridotti agli identikit? Di potenziali leader della sinistra italiana ce ne sono tanti e tutti degni, a cominciare da Amato, in ordine alfabetico, s´intende. Non sono gli uomini che mancano alle idee, ma le idee che mancano agli uomini. Un giorno, tanto tempo fa, i socialisti francesi disperati (anche allora) perché non disponevano di un leader da contrapporre a De Goulle, si inventarono un Monsieur X: l´identikit di un possibile candidato alla Presidenza della Repubblica. Doveva essere nuovo, giovane, eccetera. Molti anni dopo trovarono Mitterrand. Non era né giovane né nuovo. Era anzi uno dei più provati (e discussi) personaggi della terza repubblica. Ma con qualche idea in testa.
la Repubblica
19 luglio 2002
UNO SCONTRO TRA DUE RIFORMISMI
Il segretario del partito è solo un "primus inter pares"
La soluzione del dissidio è stata rinviata troppo a lungo
MIRIAM MAFAI
I traditori, nell´antica Roma, venivano sottoposti alla più feroce delle pene: legati a due carri lanciati in due direzioni opposte, venivano squartati sulla pubblica piazza. Rischia di finire così, tra divisioni, rivalità personali e reciproche accuse di "tradimento" anche il partito dei Democratici di Sinistra. Intendiamoci: le divisioni e le rivalità personali non sono una novità, per questo come per qualsiasi altro partito. Anche il vecchio e apparentemente monolitico Partito Comunista ha conosciuto a suo tempo divisioni e contrasti. Ma alle Botteghe Oscure c´era allora chi disponeva dell´autorità e del prestigio necessari per risolvere i contrasti, sanare le rotture, ricondurre a unità le diverse opzioni politiche. Chi aveva, insomma, diritto all´ultima parola. Niente di tutto questo esiste oggi. Il segretario del partito, Piero Fassino, uscito vincente dal Congresso di Pesaro è, nonostante la maggioranza di cui gode, soltanto un "primus inter pares" dall´insufficiente autorità. Il presidente del partito Massimo D´Alema è apertamente contestato dalla minoranza. Sabato è stato addirittura accusato di collusione con Berlusconi, per quel discorso alla Camera dei Deputati che, secondo Giovanni Berlinguer, s´è tradotto in un «aiuto consapevolmente offerto al leader di Forza Italia».
Ora, in un partito come in qualsivoglia comunità, c´è un limite insuperabile nel dibattito interno, ed è la messa in discussione della reciproca moralità, da cui si scivola nell´accusa o nel sospetto di tradimento. Superato quel limite, ogni ricucitura rischia di diventare impossibile. In casa diessina si profila dunque la minaccia della rottura. Sulla soglia, un piede a Corso d´Italia e un occhio a Via Nazionale, Sergio Cofferati aspetta di raccogliere, a tempo debito, l´eredità di tanto sfascio. Per farne cosa, si vedrà.
«Per anni abbiamo gridato alla crisi imminente del capitalismo e la crisi non arrivava mai. A un certo punto abbiamo deciso di convivere con questo dannato capitalismo. Ma adesso, invece», dice Fabio Mussi «la crisi è arrivata davvero e noi non ce ne siamo accorti. Ci crollerà addosso e noi continueremo a dire che si tratta di un assestamento, d´una modernizzazione che va guidata e governata». Non so se davvero Mussi crede fino in fondo a quel che ha detto. Ma se questa è davvero l´analisi sua e degli altri esponenti della minoranza di Pesaro, da Berlinguer a Cofferati, allora la divisione appare davvero insuperabile e impossibile la convivenza in uno stesso partito con uomini, tanto per fare qualche nome, come D´Alema, Fassino, Bersani e lo stesso Veltroni.
Una rottura provocata da questa analisi della realtà e da questo giudizio sullo stato attuale e la crisi "inevitabile" del capitalismo può forse andare incontro alle velleità antagonistiche di Bertinotti e Casarini ma rischia d´apparire paradossale, fuori tempo, assolutamente anacronistica. Tanto da far pensare che la dichiarazione di Mussi fosse solo una battuta. Ma qualcuno, sempre dalle parti di Bertinotti e Casarini, potrebbe prenderla per un´analisi seria. Fino adesso per fortuna il terreno dei dibattito e dello scontro tra maggioranza e minoranza in casa Ds sembrava diverso e, tutto sommato, più concreto. In casa Ds non c´è ancora un giudizio condiviso sulle cause della vittoria di Berlusconi, sulle motivazioni del suo elettorato, sul carattere del suo governo e della sua maggioranza, sui suoi punti di debolezza e dunque sulle prospettive e il carattere dell´opposizione.
Su questo terreno l´analisi di D´Alema e della maggioranza del partito diverge notevolmente da quella di Cofferati che è ormai, nei fatti, il leader riconosciuto della opposizione interna. Da una parte c´è il tentativo di individuare tutte le possibili contraddizioni della maggioranza e le fratture nel consenso di cui gode, allargando il fronte dell´opposizione, dall´altra c´è il tentativo di innalzare il livello dello scontro, esaltando i caratteri identitari e alternativi della sinistra.
Si tratta di uno scontro tra due riformismi che si è già consumato nel corso degli anni, nel Labour inglese e nella Spd tedesca. Blair e Schroeder ne sono usciti vincenti senza pagare il prezzo di una scissione. Da noi lo scontro è stato forse troppo a lungo rinviato e oggi esplode con particolare violenza, portando con sé il rischio della scissione. Con le inevitabili conseguenze sulla tenuta della coalizione di centro sinistra.
la Repubblica
15 luglio 2002
Il ritorno dei Manifesti
E l’intellettuale di sinistra andò alla guerra
di GIOVANNI BELARDELLI
Un gruppo di intellettuali - tra i quali Margherita Hack, Nicola Tranfaglia, Gianni Vattimo - ha reso noto un «manifesto per la Repubblica» in cui si denunciano i seri pericoli per la democrazia rappresentati a loro avviso pressoché da ogni singolo atto del governo Berlusconi, non escluse neppure - a quel che scrivono - la nuova legge sui cicli scolastici o le modifiche proposte dal ministro Sirchia per l'assistenza sanitaria. Gli estensori dello scritto concludono prospettando il «rischio ormai reale di un'involuzione autoritaria». Di fronte a denunce del genere, in tutto identiche a quelle che abbiamo letto nei mesi scorsi, ci sarebbe ben poco da dire. Nulla, infatti, sembra in grado di far recedere i loro estensori dall'abitudine a concepire l'opposizione come delegittimazione dell'avversario, nulla sembra poterli indurre a criticare con la massima durezza il governo senza però evocare a ogni piè sospinto un pericolo autoritario o fascista.
Anzi, per rendere più chiaro tale pericolo, i promotori del suddetto manifesto hanno perfino distribuito copia dei due famosi manifesti del 1925: quello fascista di Gentile e quello antifascista di Croce. Sarebbe facile rilevare l'incommensurabile distanza che ci separa da un'Italia come quella della primavera 1925, da poco entrata nella fase di vera e propria dittatura, e dunque l'improponibilità del paragone. Ma sarebbe sbagliato. Se una affermazione assurda (come il paragone Berlusconi-Mussolini) viene ripetuta dozzine di volte, per giunta da parte di noti intellettuali, non è più soltanto una affermazione assurda ma diventa la spia di qualcos'altro. Indica l’esistenza di una fetta dell’elettorato di sinistra che pensa più o meno le stesse cose che si leggono nei vari manifesti «antifascisti».
Si tratta di un settore fortemente polemico contro i vertici dell'attuale opposizione, accusati di «sottovalutare il pericolo per la democrazia» rappresentato dal governo, e che non si rassegna a dover aspettare ancora quattro anni per liberarsi di Berlusconi. In questa parte della sinistra, i manifesti degli intellettuali «indignati» (come qualcuno li ha definiti) troveranno sempre attenti lettori. E questo è un guaio per chi pensa che di un'opposizione seria, dura ma insieme responsabile, il Paese abbia estremo bisogno. Il «manifesto per la Repubblica» ed altri testi analoghi danno spazio infatti a quel peculiare estremismo, a quella particolare irresponsabilità che spesso ha caratterizzato la presenza degli intellettuali in politica. Gli intellettuali tendono, per definizione, ad essere irresponsabili in quanto possono non rispondere a nessuno di ciò che dicono e fanno. Al contrario, in un regime democratico un politico non può non porsi il problema delle conseguenze dei suoi atti, per il semplice fatto che quel problema se lo porranno o prima o poi i suoi elettori.
Si evoca spesso la questione dell'egemonia esercitata a suo tempo dalla sinistra sulla cultura italiana. Ma oggi siamo di fronte a un fenomeno del tutto diverso, per certi aspetti perfino opposto. Nei tempi d'oro di quella egemonia, era il partito che rappresentava l'ineliminabile riferimento per gli intellettuali, indirizzandone con sapiente duttilità i comportamenti. Ora invece, ridotti i Ds e la loro capacità di presa sul mondo della cultura a una pallida ombra di quello che fu il Pci di Togliatti ma anche quello di Berlinguer, assistiamo a un fenomeno nuovo. Siamo di fronte a una parte della sinistra intellettuale che esercita un fortissimo potere di interdizione sui vertici politici dell'Ulivo, costantemente accusati di voler venire a patti col nemico, di non voler riconoscere, come recita il «manifesto per la Repubblica», che il pericolo autoritario è «ormai reale».
di GIOVANNI BELARDELLI
Corriere della Sera
12 luglio 2002