LE SCELTE DELL´EUROPA

L'Europa difende l'aborto
"Legale, accessibile e sicuro". Il voto spacca il Parlamento

Passa la risoluzione socialista su sessualità, contraccezione e pianificazione familiare
Contro il provvedimento si schierano cattolici e destra Decisivi i centristi

DAL NOSTRO INVIATOMARCO MAROZZI



STRASBURGO - L´Europarlamento ha deciso: l´aborto è un «diritto». Così «raccomanda» a tutti i governi che sia «legale, sicuro e accessibile a tutti». E subito esplode la polemica. «Le lobby pro-abortiste e le lobby anti-religiose e anti-cattoliche sono ancora molto attive in seno al Parlamento europeo» accusa padre Pierre de Charentenay, direttore dell´Office Catholique d´Information et d´Initiative pour l´Europe. E´ la prima voce giunta dal Vaticano: un´intervista che sarà pubblicata sul prossimo numero di SirEuropa, settimanale dell´agenzia promossa dalla Cei, che ha diffuso il testo poche ore dopo quello che Avvenire di domenica aveva annunciato allarmatissimo come un «blitz all´Europarlamento per legittimare l´aborto in tutti i paesi Ue».
Non ha peso legislativo, ma è un fortissimo messaggio politico il voto di ieri degli eurodeputati: 280 a favore, 240 contrari e 28 astensioni. Muro contro muro per la risoluzione «Sui diritti sessuali e riproduttivi» della socialista belga Anne Van Lancker. All´articolo 12 si stabilisce che «al fine di salvaguardare la salute e i diritti riproduttivi femminili l´aborto debba essere legale, sicuro e accessibile a tutti». Il Ppe e la destra hanno lanciato un emendamento: bocciato 298 a 233.
Hanno votato la risoluzione la sinistra al completo - esclusi tre «no» Pse, fra cui quello del Ds Massimo Carraro - Verdi, radicali («nonostante il documento - ha detto Emma Bonino - non vada sufficientemente avanti nella libertà di scelta della maternità delle donne e non apre bocca sulla fecondazione assistita»), il socialista Claudio Martelli. I liberali dell´Eldr sono stati l´ago deciso della bilancia, anche se la Margherita italiana si è spaccata. Luciano Caveri dell´Unione Valdotaine e la repubblicana Luciana Sbarbati a favore, i cattolici prodiani Paolo Costa e Giovanni Procacci contro insieme al blocco dei Popolari e alla destra, compresi An e Lega. Antonio Di Pietro è l´unico italiano astenuto in nome della «libertà di coscienza».
L´Europarlamento chiede anche ai governi Ue e dei paesi candidati di «astenersi in qualunque caso dal perseguire le donne che si sono sottoposte ad aborto illegale». Sollecita la fornitura di contraccettivi e servizi per la salute sessuale «a titolo gratuito o a un costo molto basso per i gruppi meno abbienti», si schiera per una pillola del giorno dopo (e per tutta una contraccezione d´urgenza) «a prezzi accessibili».
Certo la decisione di Strasburgo rischia di mettere in imbarazzo vari governi: nessun obbligo, ma mai il parlamento eletto dai cittadini dell´Unione aveva preso una simile posizione decisa. Il problema più spinoso è quello dell´Irlanda, dove l´aborto è fuorilegge, escluso che per salvare la donna. Come reagiranno i cattolici irlandesi a una risoluzione di quell´Europa a cui già hanno chiuso una porta in faccia votando «no» al referendum sul Trattato di Nizza, argomento su cui saranno nuovamente chiamati a pronunciarsi fra qualche mese? Un altro no potrebbe avere conseguenze disastrose sulla struttura Ue, allargamento in testa.
Altri Paesi come Spagna e Portogallo hanno poi legislazioni particolarmente restrittive: aborto solo per stupro, malformazione del feto, salvezza della madre. E le nazioni di prossima adesione? In Polonia ad esempio l´aborto è punito dalla legge, a Cipro molto limitato, in Turchia - che vuole entrare nella Ue - ci vuole il consenso del padre.


la Repubblica
4 luglio 2002


Fecondazione assistita

Cari cattolici, ripensateci: meglio nascere

di EMANUELE SEVERINO


Nella discussione in Parlamento, l’argomento principale dei cattolici contro la fecondazione eterologa è stato che, nascendo in questo modo, il bambino andrebbe incontro a rilevanti disagi mentali e affettivi quando venisse a sapere di essere figlio di tre o quattro genitori. Egli, si è precisato, ha dei diritti. E quale sarebbe, per i cattolici, l’alternativa a quei disagi del bambino? Non farlo nascere. Non dargli la vita che la fecondazione eterologa potrebbe dargli. Lasciarlo definitivamente nel nulla. In questo modo, certo, il bambino non avrà più alcun disagio. Di nati con la fecondazione eterologa ce ne sono già, e forse in età di ragione. Si provi a chiedergli se invece di quei disagi preferirebbero non essere mai esistiti, non aver mai ricevuto la vita. Che direbbero i cattolici se rispondessero che, sì, preferirebbero non esser mai esistiti? Questa preferenza per l’inesistenza (e dunque per l’assenza di ogni rapporto con Dio) non è per niente cristiana: è propria dell’antica sapienza pagana del sileno, il quale dava questa sconsolata risposta al re Mida, che gli chiedeva che cosa fosse meglio per l’uomo.
Ma non si può escludere che qualche bambino risponda in quest’altro modo, meno pessimista e pagano: «Cari amici cattolici, vi sono molto grato per la premura che mostrate per i miei disagi mentali e affettivi. Tuttavia vi assicuro che nonostante la loro presenza io preferisco essere nato ed avere avuto la vita, sia pure in quel modo moralmente sconveniente che è proprio della fecondazione eterologa e che non tien conto dei miei diritti. Insomma, preferisco che i miei diritti siano calpestati, e vivere, piuttosto che siano rispettati, e non vivere».
A questo punto gli amici del bambino o non avranno più nulla da ribattere o cercheranno di convincerlo, in base alla morale cattolica, che egli sta molto peggio di come crede di stare. Ma uno che assicura di preferire alla propria inesistenza il modo anche malandato in cui esiste lo si vorrà convincere che per lui era meglio non esistere, o che per rispettare l’ordine morale cattolico sarebbe stato meglio che lui non fosse mai esistito? E se lo si convince non lo si farà star peggio? O gli si vorrà nascondere il problema e allevarlo separato dalla società, dove tali problemi sono discussi?
Un bambino può avere disagi mentali e affettivi anche venendo a sapere di essere il frutto di una fornicazione o di un adulterio. E dato il clima culturale oggi dominante, dove le manipolazioni tecnologiche diventano sempre più «naturali» per la gente, è per lo meno dubbio che questo secondo tipo di bambino si senta meglio di chi sa di essere frutto della fecondazione eterologa. A meno che non si tratti come una verità assoluta l’improbabile principio che il disagio di quel secondo bambino sia essenzialmente inferiore al disagio del primo, c’è dunque una sostanziale omogeneità tra i due disagi (e cioè tra i due casi). Si faccia avanti qualsiasi psicologo, sociologo, eccetera, a mostrare il contrario.
A questo punto la situazione si presenta così: in entrambi i casi ora considerati esiste, per la morale cattolica, un disordine morale (la fecondazione eterologa, la fornicazione-adulterio) al fondamento della nascita dei due tipi di bambini (che tuttavia grideranno entrambi: «Sia benedetto il disordine morale che mi ha fatto nascere»); e in entrambi i casi ci sono due forme di disagio sostanzialmente omogenee. Così stando le cose, che dovrebbero fare i cattolici per essere coerenti?
Dovrebbero votare in Parlamento in modo analogo a come hanno votato per la fecondazione eterologa. Cioè dovrebbero far diventare legge dello Stato la proibizione della fornicazione e dell’adulterio. E poiché non c’è legge senza sanzione, dovrebbero far punire dallo Stato la fornicazione e l’adulterio. Avrebbero poi da stabilire se la punizione debba essere la lapidazione, come avviene negli Stati integralisti dell’Islam, oppure una forma più lieve di sanzione, come è presumibile che essi preferiscano, visto che il mondo cattolico condanna oggi la pena di morte. In democrazia la maggioranza può far diventar legge non solo questo e altro, ma anche quel che è in contraddizione con i princìpi della democrazia. E anche ciò che è incoerente. La cultura cattolica si propone però di non essere incoerente. Anche il metodo democratico se lo propone, ma lascia che, almeno sino a quando non ce se ne accorge, le leggi dello Stato siano incoerenti.
Che dire, infine, dei bambini non ancora nati, che resteranno definitivamente inesistenti in seguito all’approvazione della legge contro la fecondazione eterologa? Per la dottrina cattolica gli ancor non nati non hanno diritti, tanto meno quello di esistere. Se li avessero, e avessero diritto di esistere, Dio sarebbe costretto a rispettarli e la creazione divina non sarebbe libera.
Soprattutto qui ci si porta nel mare aperto della filosofia (è positivo che i parlamentari italiani abbiano tentato di solcarlo), dove andrebbe discusso questo straordinario e terribile pensiero: che la libertà di Dio lascia definitivamente nel nulla tutto ciò che essa non ha voluto creare. Il testo della Sapienza (11,2), rivolgendosi a Dio, dice: «Se tu avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creato». In tal modo non si sta forse dicendo che, se Dio non ama qualcosa, nemmeno vuole crearlo? (e che dunque tutti i frutti della fecondazione eterologa non sono amati da lui?).

di EMANUELE SEVERINO

Corriere della Sera
28 giugno 2002


LE IDEE
Riformisti alla finestra in attesa di Godot

MICHELE SALVATI


DUE settimane fa lamentazioni a non finire sugli amari destini della sinistra, in reazione ai risultati del primo turno delle elezioni legislative francesi. Passa il fine settimana e la depressione si trasforma in euforia – tra i seguaci della sinistra, naturalmente – a seguito dei risultati dei ballottaggi nelle elezioni amministrative italiane. Chissà oggi, alla luce dei risultati dei ballottaggi francesi. Si tratta di reazioni epidermiche ed eccessive. In parte perché, in questi tempi confusi e incerti, la "legge di Andreotti" opera a rovescio: il potere logora chi ce l´ha, e gli elettori tendono ad essere scontenti di qualsiasi governo. In parte perché, di fondo, la sinistra è effettivamente mal messa, al di là dei successi che è ancora in grado di ottenere in un paese o in un altro, in una circostanza o in un´altra. E´ mal messa perché fatica a trovare un semplice e chiaro messaggio politico da rivolgere ai cittadini. Un messaggio che risponda ai bisogni di gran parte di loro, che attenui le loro preoccupazioni e lenisca le loro paure, che dia loro una ragionevole speranza per il futuro. Eppure mai come oggi il dominio di una visione liberal-democratica (lato sensu, di sinistra) è apparso così incontrastato nell´ambito della filosofia politica e morale.

In un recente passato questa visione era sfidata, nella stessa sinistra, dal marxismo: chi sfida oggi seriamente filosofi come Rawls o Dworkin, Sen o Walzer se non altri filosofi di orientamento analogo? Sul piano delle idee – di giustizia, di libertà, di uguaglianza - non c´è partita: né dalla destra, né dalla sinistra estrema emergono idee generali altrettanto robuste e argomentabili. Ci sono dei residui, naturalmente: a sinistra non tutti hanno fatto i conti col fatto che il capitalismo è rimasto "l´unico gioco in città" e che la scelta è solo tra sue varianti, più o meno civili, più o meno liberal-democratiche. E a destra l´estremismo liberale o il comunitarismo (su base etnica, religiosa, nazionalistica) hanno ancora i loro adepti. Ma i "residui" diventano pericolosi solo quando possono dare una verniciatura ideologica a forze politiche e sociali che il consenso democratico-liberale non riesce a dominare.
E purtroppo questo è il punto: tra egemonia filosofico-culturale ed egemonia politica ci passa un baratro, ed è la seconda quella che conta, quella che influenza la maggioranza della popolazione, quella che determina i risultati elettorali. Se si dà solo la prima si rischia l´azionismo, per usare un´analogia che Giuliano Amato ha rimesso in voga: per la sinistra si schierano le persone colte, benestanti, riflessive, cosmopolite, che diffidano di soluzioni semplici in un mondo complesso, che possono permettersi il lusso di pensare al bene comune. Un azionismo di massa, certo, perché, coll´istruzione e il benessere, il numero di queste persone è molto cresciuto rispetto al dopoguerra; e perché, come abbiamo appena visto, sul piano ideologico culturale non ci sono sfidanti per la visione liberal-democratica. Ma pur sempre una minoranza se le condizioni economiche e sociali in cui viviamo generano una maggioranza di persone insicure, ansiose, a reddito precario e bassa cultura, in disperata attesa di soluzioni semplici. E poi che sinistra sarebbe quella che non si preoccupa di costoro, di quelli che stanno peggio e … votano per la destra?
Il baratro che separa l´egemonia culturale da quella politica può solo essere superato dal ponte di un messaggio riformistico: un messaggio coerente con la cultura liberaldemocratica, realistico in riferimento alle condizioni di fatto e alle risorse disponibili, semplice quanto è necessario per essere capito da tutti, che generi speranza e sicurezza, se non entusiasmo. Un messaggio riformistico di questo genere fu proposto sessant´anni fa da Keynes e Beveridge (due liberali!) - piena occupazione e sicurezza sociale - e su questo le sinistre socialdemocratiche hanno prosperato nei trent´anni successivi alla guerra. Esso soddisfaceva tutti i requisiti che ho appena elencato: era coerente colla visione liberaldemocratica, compatibile con le condizioni dell´economia, con la struttura sociale d´allora e con le risorse disponibili per i governi (sviluppo industriale fordista, masse operaie omogenee e in forte crescita, rafforzamento del sindacato e dei partiti di massa), immensamente popolare presso i ceti più svantaggiati. Forse si è trattato della coincidenza di circostanze fortunate e irripetibili ed è irrealistico porsi un tale successo come obiettivo: ma anche uno minore sarebbe più che sufficiente.
Anche nelle attuali e meno favorevoli circostanze – globalizzazione, crescita economica modesta, sostituzione del terziario all´industria come fonte principale d´occupazione, frammentazione delle condizioni lavorative e parziale precarizzazione del lavoro - non è impossibile per una sinistra moderna costruire un ponte riformistico sufficientemente robusto da convertire la sua egemonia culturale in egemonia politica, da far passare un messaggio riformistico che sia insieme realistico e affascinante. Pezzi di questo ponte già sono costruiti e si tratta solo di assemblarli insieme: di questo si è discusso nel recente incontro in Inghilterra tra i seguaci della Terza via. E qualche leader della sinistra, le sinistre di alcuni paesi, sono riuscite nell´assemblaggio. Difficile in ogni caso, non ci sono dubbi. Impossibile quando le incertezze, i malintesi, le micro-ambizioni personali, e soprattutto i "residui" di cui dicevo sopra, impediscono un lavoro comune, confondono le lingue, trasmettono un messaggio di divisione.
E´ il caso del centro-sinistra italiano, uno schieramento politico favorito da un avversario che è eufemistico definire come poco presentabile, ma azzoppato da conflitti interni, da una frammentazione di partiti, da una carenza di leadership e di visione che lo condannerebbe alla sconfitta anche se il centro-destra combattesse con una mano legata dietro la schiena. Qualche vaga idea che il mondo è cambiato e dunque deve cambiare anche quello che prima ho chiamato il "ponte riformistico", il ponte che sta tra il cielo delle idee e le domande dei cittadini, albeggia nella Margherita: Rutelli è stato chiamato all´incontro della Terza Via non soltanto perché se la cava coll´inglese. Ma come può la Margherita, un movimento in cui tuttora prevale personale politico della vecchia sinistra democristiana, rappresentare da sola la nuova sinistra riformistica italiana? E che cosa fanno i democratici di sinistra, oltre ad oscillare di continuo tra un orientamento indistinguibile da quello della Terza Via (e della Margherita) e il vecchio riformismo del movimento operaio degli anni ´70? Non sarebbe almeno il caso che decidessero da che parte stare? Che andassero a rafforzare, nell´Ulivo, lo schieramento riformistico moderno?
Si, lo so, c´è la minaccia della scissione se Fassino decidesse, prendendo sul serio la sua investitura e la maggioranza di Pesaro, di portare i Ds nel campo riformistico moderno. Ma l´alternativa è di restare né carne, né pesce – o meglio carne e pesce insieme - e fare da ponte con la sinistra antagonistica: per favore, piantiamola con la storia che il problema dell´alleanza elettorale con Rifondazione è un problema dell´intero Ulivo e non dei Ds, quando c´è un terzo del partito che si sente più vicino a Rifondazione che all´Ulivo! L´alternativa è dunque di non chiarire niente, di restare nell´ambiguità e aspettare Godot, anzi due Godot, uno per il partito e l´altro per la coalizione. Chissà, potrebbe anche funzionare, potrebbe essere una soluzione migliore di quella della chiarezza se alla politica si applica la stessa morale che Ibsen illustra per i rapporti personali in "Anatra Selvatica": l´ambiguità consente almeno una vita grama, la chiarezza produce disastri.
Personalmente credo che questa morale non si applichi alla politica, e dubito si applichi sempre ai rapporti personali, ma evidentemente i leader diessini dissentono da questo giudizio.

la Repubblica 
17 giugno 2002 


Fecondazione la scelta alle donne
Lo Stato etico si intromette nella vita delle persone e nella ricerca medica

MIRIAM MAFAI 



CIVILISSIMI figli dell´Occidente, orgogliosi eredi dei princìpi dell´89, guardavamo fino a ieri con superiorità e irrisione alle abitudini e alle regole di quei paesi che non erano riusciti ancora, nel nostro secolo, a separare la propria legislazione civile dai dettami del Corano. Paesi arretrati, vittime di un fondamentalismo che impediva loro il pieno ingresso nella modernità. Da oggi sarà bene che ci diamo una calmata. È stata Alessandra Mussolini a definire «Taliban» i parlamentari che, in tema di fecondazione assistita, hanno imposto alle donne e alle famiglie del nostro paese una serie rigorosa di divieti, in obbedienza a quando avevano già richiesto Giovanni Paolo II, monsignor Sgreccia, il cardinal Ruini, e la Conferenza Episcopale Italiana. «Mi sento come se mi avessero messo il burqa», dice la Mussolini.
Ha ragione. Mai prima d´ora una legge del nostro Parlamento è stata così direttamente ispirata dalle gerarchie cattoliche. Al contrario. Negli ultimi cinquant´anni la nostra legislazione, anche in virtù di una serie di sentenze della Consulta, si è mossa in senso contrario, eliminando dal vecchio Codice una serie di norme che in tema di famiglia e rapporto tra i sessi portavano forte l´impronta illiberale voluta insieme dal fascismo e dalla Chiesa Cattolica.
Il divorzio, l´aborto, la parità giuridica tra i coniugi, il riconoscimento dei diritti dei figli illegittimi, la libera vendita e propaganda degli anticoncezionali, la fine della discriminazione delle famiglie di fatto e degli omosessuali hanno accompagnato e sostenuto la trasformazione del nostro paese e consentito il suo pieno ingresso nel mondo della modernità. Un mondo dove, come vuole il pensiero liberale, ognuno è libero delle proprie azioni, a patto che queste non arrechino danno agli altri.
La differenza sta tutta qui. Lo Stato laico garantisce libertà al cittadino anche nelle sue scelte più private. Non spetta allo Stato decidere se il divorzio o l´aborto sia un bene o un male, sarà il singolo cittadino a decidere se farvi ricorso o mano... Lo Stato etico, al contrario, decide al posto del singolo cittadino ciò che è bene e ciò che è male per lui, considerato eterno minorenne. Nel caso di cui stiamo parlando, è lo Stato a decidere che la fecondazione eterologa può essere dannosa per la donna che vi faccia ricorso e per il suo partner. Dunque, la fecondazione eterologa sarà vietata per legge. Naturalmente, come già è accaduto, per molti anni, per l´aborto, si potrà anche sfuggire a questo divieto. Si potrà andare all´estero, nella vicina Francia o nella cattolica Spagna (dove l´eterologa è consentita da una legge dello Stato e largamente praticata). Oppure, restando in Italia, si potrà ricorrere a qualche clinica privata. La clandestinità, naturalmente, ha un prezzo. Ma molte donne saranno disposte (o costrette) a pagarlo.
Lo Stato etico, o fondamentalista che dir si voglia, non si intromette soltanto nella vita delle donne. Si intromette anche, con bella disinvoltura, nel campo della ricerca medica, imponendo norme e regole prive di adeguata verifica scientifica. È quello che accade nel caso dell´embrione, al quale un articolo dell´attuale legge sulla fecondazione attribuisce specifici diritti in contrasto con il nostro Codice civile che afferma che "la capacità giuridica si acquista nel momento della nascita". Ma l´embrione, fin dal momento del concepimento, può definirsi una persona? Lo sostiene monsignor Sgreccia, leader della bioetica cattolica, lo sostiene la Conferenza Episcopale Italiana, lo sostiene il cardinal Ruini. Lo ha affermato ripetutamente e ancora nel corso della Giornata della Vita del febbraio scorso, papa Wojtyla. Lo sostengono alcuni, ma non tutti, gli scienziati cattolici. Lo nega, con energia il nostro premio Nobel Rita Levi Montalcini. E con lei lo negano i maggiori bioeticisti ed embriologi italiani, alcuni dei quali cattolici. Di fronte a materia così controversa, sarebbe stato saggio attendere che il dibattito scientifico giungesse a conclusioni largamente condivise. È dubbio che possa essere un Parlamento a dirimere una simile controversia. Ma il nostro Parlamento, rispondendo alla richiesta di Oltretevere, lo ha fatto, mettendo così - tra l´altro - a rischio anche la legge 194 sull´interruzione volontaria di gravidanza.
Verrà incrementato così non solo il "turismo procreativo" delle donne che procederanno all´estero alla fecondazione eterologa, ma anche la fuga all´estero di quegli scienziati italiani che vorranno proseguire la loro ricerca sugli embrioni, ostacolata o resa impossibile in Italia.

la Repubblica
14 giugno 2002


La sinistra vittima delle questioni che sono state rimosse

PRIMO, FARSI MALE

di PAOLO FRANCHI 


Adesso, con i ballottaggi alle porte, la parola d’ordine è: minimizzare. E si capisce. Si capisce pure, però, che gli appelli ad abbassare i toni sono destinati a lasciare il tempo che trovano. La grande baruffa dell’Ulivo non è solo una storia d’ordinaria follia, con protagonisti, comprimari e comparse che, pervasi da un irrefrenabile desiderio di farsi del male, aprono nel peggiore dei modi e con qualche anno di anticipo la contesa sulla leadership, lasciando di stucco un elettorato che pure si è già abituato, suo malgrado, a vederne di tutte. E’ anche qualcosa di più, e di peggio. Per dirla con Giuliano Amato: è il segnale che il centrosinistra sta entrando nella sua fase più difficile, e corre il rischio di un’incrinatura delle sue stesse fondamenta. Se di questo si tratta (e non c’è esponente ragionevole delle opposizioni che se lo nasconda), le buone parole unitarie servono a poco.
Meglio, molto meglio prendere atto che un intero ciclo politico, virtualmente già chiuso il 13 maggio con la vittoria del centrodestra, in questi mesi si è definitivamente esaurito, e i tentativi di mantenerlo in vita a dispetto dei santi, confidando solo, o soprattutto, sui limiti e gli errori dei vincitori, non portano da nessuna parte. Meglio, molto meglio riflettere, in pubblico e ad alta voce, su come sia possibile aprirne uno nuovo e diverso. Sapendo bene che, per farlo, occorre scegliere. E che le scelte vere comportano sempre un confronto e una lotta politica aperta, e spesso fratture e divisioni dolorose.
Il problema principale del centrosinistra non è, oggi, chi lo guiderà dopodomani, ma quale opposizione sa e vuole mettere in campo. Le diatribe degli stati maggiori, o presunti tali, contano poco o nulla, anche quando si ammantano di pensieri alti: conta infinitamente di più quale idea di Paese si ha in testa. Non è davvero un caso che la crisi sia maturata sul terreno, politico e sindacale insieme, della risposta all’iniziativa del governo per la riforma del mercato del lavoro e le modifiche all’articolo 18, dopo mesi di mobilitazione e di lotte che una parte del centrosinistra ha promosso, e un’altra parte, diciamolo francamente, ha soprattutto subìto. E non è un caso nemmeno che la medesima crisi sia esplosa quando Cisl e Uil sulla materia sono tornate a trattare con il governo, e la Cgil no. Investendo assieme i partiti (si fa per dire) e i sindacati.
Tutta colpa di Francesco Rutelli? Ma no. Anche a chi la pensasse, nel merito, all’opposto di lei, sarebbe difficile dare torto a Rossana Rossanda quando scrive sul Manifesto che «il fondo ambiguo» del centrosinistra è rimasto nascosto fin quando Sergio Cofferati e la Cgil non lo hanno fatto venire alla luce. E un ruolo davvero non secondario, in materia, lo hanno avuto anche Silvio Berlusconi, e Confindustria. Tornano prepotentemente sulla scena le grandi questioni sin qui ignorate, o rimosse, o diversamente rimirate dal centrosinistra a seconda che fosse al governo o all’opposizione: il lavoro, l’impresa, il mercato, le forme concrete in cui è possibile tenere insieme modernità e diritti, non solo il conflitto d’interessi o il rapporto con la magistratura. Si tratta di questioni, è quasi inutile dirlo, su cui si è affannata e si è divisa, e di nuovo si affanna e si divide, tutta la sinistra europea, che segna il passo, o peggio. Nessuno può chiedere al centrosinistra italiano di trovare la quadratura del cerchio. Ma uno sforzo per non ridurle al rango di problemi da cortile, questo sì, è lecito chiederlo.

Corriere della Sera
7 giugno 2002 


Prodi: ora ripensiamo da zero idee e valori del centrosinistra
E sui fondi europei rassicura il Sud: restano 

Il presidente Ue: la lezione di pragmatismo della destra ci insegna a essere uniti e non schiavi del passato 
Il sindacato capirà che i diritti acquisiti si difendono meglio partecipando al cambiamento della società

"La sfida è conciliare individuo e comunità, attenti alle paure della gente per globalità e immigrazione. Non bisogna lacerare il tessuto civile, sarebbe quello il nostro 11 settembre"


NAPOLI - In Italia tutti lo tirano per la giacca. D'Alema lo candida alla guida dell'Ulivo nelle prossime politiche. Mastella dice che dovrebbe tornare addirittura in anticipo, per le europee del 2004. Volente o nolente, Romano Prodi sta diventando l'icona delle speranze di rivincita del centrosinistra italiano. Lui non commenta, non si sbilancia. 
Ma per la prima volta, con questa intervista da Napoli dopo il vertice di Mosca con Putin, il presidente della Commissione smett e i panni istituzionali e torna a ragionare di politica, da leader di un riformismo che nel '99, quando lo designò alla guida dell'esecutivo comunitario, dominava l'Europa e che oggi appare in ritirata di fronte alla marea montante della nuova des tra. 
Parla di valori, di problemi, di domande che attendono una risposta, di paure che chiedono una soluzione. Delinea un percorso di rifondazione del riformismo su scala europea e mondiale che è il frutto di una lunga riflessione maturata in silenzio.
E anche questa, a suo modo, è una risposta a quanti lo vorrebbero riportare, prematuramente, sul ring della politica italiana. 
Prima ragioniamo sulle idee, dice Prodi, perché senza nuovi valori e nuove risposte è inutile anche scendere nella misch ia. Presidente, Tony Blair convoca nella campagna inglese quel che resta dell'Ulivo mondiale. Ma c'è veramente bisogno, secondo lei, di questa riflessione sulle ragioni del riformismo? 

"Sì. C'è bisogno di una profonda riflessione. E'cambiato il mondo, sono cambiati i riferimenti, sono cambiati i problemi. C'è la necessità di ripensare in modo fresco, senza barriere e senza recinti, a quello che sta succedendo. Se andiamo avanti con i vecchi schemi, temo che non arriveremo da nessuna parte".

Dice che tutto è cambiato, ma le prime riflessioni sul riformismo mondiale le lanciò proprio lei con Bill Clinton appena cinque-sei anni fa. Possibile che i termini del dibattito siano già diversi? 

"Il processo di trasformazione si è accelera to in modo esponenziale. Il mondo sta correndo da quindici anni a questa parte. Ma negli ultimi tempi questa corsa si è fatta tumultuosa. E soprattutto la dimensione dei problemi è diventata sempre più internazionale, sempre più comune. E'giusto dun que che l'elaborazione di un nuovo pensiero riformista e di un progetto comune si faccia sempre più a livello internazionale. Dal Dopoguerra a oggi il processo di revisione politica del riformismo è sempre avvenuto su scala nazionale. Abbiamo avuto tante piccole Bad Godesberg (la località tedesca in cui nel 1959 il locale partito socialdemocratico - Spd -, riunito a congresso, rinunciò alle tesi marxiste come fondamento della propria dottrina politica; ndr), l'esame di coscienza della socialde mocrazia tedesca: in Germania, in Gran Bretagna, in Francia, in Italia. Ognuno per conto proprio. Ma questo particolarismo nazionale, ormai, non ha più senso".
E da dove dovrebbe partire questa riflessione? 
"E'un momento, questo, in cui il nostro pensiero deve essere libero e approfondito. Niente schemi classici, niente categorie sociali definite. I partiti, alcuni partiti, per la verità, hanno cominciato a farlo. Ma diventa necessario che a questa riflessione partecipino anche persone libere, che non hanno un ruolo politico definito. Il cambiamento ha bisogno di provocazioni, di creatività".
Quelle di Moretti e dei girotondi? 
"Moretti è il momento emotivo. E nelle grandi svolte c'è anche un momento emotivo. A Moretti nessuno chiede un pr ogetto politico complessivo, ma solo lo stimolo per non sentirsi solo. E il girotondo è il momento del divertimento, del sorriso. Ma quando finisce il girotondo bisogna prendere la penna in mano e ragionare. Alcune categorie della politica e del rifo rmismo vanno ripensate da zero".
Quali? 
"Tutte quelle che toccano il rapporto tra individuo e società, tra libertà e solidarietà. Questi sono i veri corni del dilemma, i perni tra i quali il riformismo deve trovare un nuovo equilibrio".
In concreto? 
"In concreto, i problemi posti dall'immigrazione, le questioni della sicurezza, la difesa dei propri diritti individuali e l'apertura alla dimensione sociale. Ci sono nuove gerarchie di valori che esaltano il problema dell'identità collettiva, com prese le identità regionali, che se non vengono prese in considerazione possono degenerare in forme di nazionalismo locale".
Immigrazione, sicurezza, localismi: tutto qui? Sembra l'elenco dei malesseri che hanno portato alle vittorie della destra in Europa... 
"No. Non è tutto qui. Il problema di fondo evidenziato da queste ansie sociali, è molto più vasto: è la dicotomia tra libertà e solidarietà. Pensiamo all'istruzione. Al bisogno di coniugare la varietà e la libertà dell'inse gnamento con una serie di standard qualitativi di base diffusi e generalizzati. Con l'aumento della sicurezza economica, hai bisogno di un nuovo concetto di solidarietà. E questo non riguarda solo la scuola, ma anche la sanità, la vecchiaia, le pens ioni, il welfare".
Sono i cavalli di battaglia di una certa destra "americana".
"Che però dà di questi fenomeni una interpretazione semplicistica e direi anche superata. Ridurre il ruolo dello Stato per puntare tutto sull'individuo fa emerg ere il senso di insicurezza, di solitudine, di angoscia. E'vero d'altra parte che la risposta non può più essere solo quella di uno Stato onnipresente che protegge il cittadino a trecentosessanta gradi. Bisogna ricostruire tutto l'edificio della solidarietà su basi nuove, partendo dalla rottura delle categorie di classe".
E come? 
"Io non ho la risposta in tasca. So solo che le risposte che si è tentato di dare negli ultimi quindici anni lasciano gli individui soli, fabbricano insicurez za e disparità. E alla fine creano lacerazioni sociali molto forti. La società europea non è abituata all'indebolimento del welfare, per esempio nel campo della salute. Siamo cresciuti nell'idea di un progressivo aumento delle garanzie sociali. Ade sso, invece, in molti Paesi le aspettative sono rovesciate. C'è la sensazione angosciosa che i servizi pubblici possano non essere in grado di far fronte ai tuoi bisogni".
Più che una sensazione, è spesso una realtà... 
"Oggi la gente ha nuovamente p aura per il futuro dei propri figli. La nostra generazione aveva il senso di una struttura sociale che offriva sempre più garanzie. Preso un certo biglietto, con gli studi o con il lavoro, avevi diritto a un certo percorso nella vita. Ora tutto è molto più vago".
E questo, secondo lei, è all'origine della crisi delle forze di centrosinistra in Europa? 
"Sì. Il riformismo europeo non ha elaborato a sufficienza questi aspetti, non ha saputo dare risposte semplici. Anche perché l'equazione politica contempla una terza variabile: quella della inevitabilità della globalizzazione. Non si può pretendere di lasciare quattro miliardi di persone chiuse in una bottiglia se non si vuole che il mondo scoppi. Ma non si riesce a capire come gestir e questo fenomeno. Quando vedi partire una fabbrica di abbigliamento verso la Cina, ondeggi tra il senso di inevitabilità e quello di paura. Nessuno riesce a pensare una risposta collettiva e soprannazionale a questi problemi, io lo vedo in Europa. S ono sempre più numerose le imprese che trasferiscono la fatturazione e i "call centre" in India. Ma il mondo politico non ti mette al sicuro da queste fratture. Il nuovo solidarismo deve volare altissimo per rispondere a questi fenomeni".
Per la veri tà non sembra volare affatto. E allora? 
"Allora prevale la risposta egoista, miope: fatti gli affari tuoi e se qualcuno ti minaccia chiedi allo Stato di eliminarlo. E la risposta di una certa destra. Ma se il riformismo non riuscirà a soddisfare ques te inquietudini, non recupererà l'elettorato. La gente ha bisogno di politica alta, di valori. Una certa parte del riformismo ha creduto che tutto potesse risolversi con l'accettazione dell'economia di mercato. Clinton amava dire: "It's th e economy, stupid", per spiegare che tutto si risolveva in un problema economico. Ma non è così semplice. Di questi tempi, in Europa, assistiamo a un paradosso significativo".
Quale? 
"Che sono proprio certi governi di centrosinistra che hanno garantito una forte crescita economica, dalla Francia all'Olanda all'Italia, quelli che hanno subito le sconfitte più cocenti. Bisogna riflettere su questo".
E lei ci ha riflettuto? 
"Il fatto è che la crescita economica accelera il cambiamento, l'apertura di una società. E questo genera insicurezza. Allora la risposta più vociante e più facile è quella del ritorno al passato, la corsa a rifugiarsi nello Stato nazionale, all'ombra di una piccola sovranità che offre l'illusione di trovare sol uzioni più facili: sprangare le frontiere, espellere gli extracomunitari, chiudersi nel protezionismo economico. Sono risposte miopi, che non risolvono nulla. Una politica dello struzzo che fortunatamente non può essere praticata a livello europeo. M a anche per questo assistiamo al tentativo di rinazionalizzare l'Europa, alla crescente difficoltà di elaborare questa doppia fedeltà, nazionale ed europea, che pure è il nostro destino".
Insomma, di fronte al montare del nazionalismo di destra lei vede l'Europa come culla del nuovo riformismo? 
"Io credo che il compito dei riformisti sia di elaborare questa nuova risposta evitando di rifugiarsi nelle vecchie soluzioni nazionali, evitando che la società, e non solo l'Europa, si spacchi. Credo che la richiesta di maggiore democrazia e trasparenza a livello europeo che viene anche dalla Convenzione non nasca da un rifiuto dell'Europa, ma dalla voglia che l'Europa vada oltre, trovi una identità politica che sappia soddisfare questi nuovi b isogni. Dobbiamo superare le gabbie ideologiche del passato che sono un punto di riferimento sempre più imparziale e incompleto".
Già, ma intanto le divisioni ideologiche pesano sulla capacità delle sinistre di presentare un fronte unico, mentre dovu nque in Europa il centrodestra dà prova di pragmatismo e si unisce superando le differenze politiche. E'un esempio da copiare? 
"Non c'è dubbio che la sinistra arriva da un passato di ideologie più forti, e fa dunque più fatica a superarle. Dalla le zione di pragmatismo della destra, la sinistra deve imparare a non essere più schiava del proprio passato. Ma attenzione: questo non deve portare a transigere sulle questioni di principio. Mettere insieme le proprie diversità è indispensabile per aff rontare la sfida del riformismo. Ma non fino a mettere insieme diversità talmente forti da paralizzare la capacità di azione".
Parlando di capacità di interdizione, non teme che una parte della sinistra finisca per arroccarsi in battaglie sindacali d i pura conservazione dell'esistente? 
"Intendiamoci, se a volte il sindacato può essere visto come conservatore è innanzitutto perché ha creato un patrimonio di regole e di principi che vale la pena conservare. Non dimentichiamo che gli alti standard sociali di oggi sono il frutto di 150 anni di lotte sindacali. Ma io credo che il sindacato capirà come lo strumento migliore per la difesa dei diritti acquisiti stia nel partecipare alla gestione del necessario cambiamento della società. Non sono i diritti che sono cambiati, ma il modo di tutelarli in un sistema che si trasforma continuamente, e che potrebbe rischiare di creare nuove emarginazioni con forme di lavoro non garantite".
Già, ma come conservare il benessere raggiunto di fronte alla concorrenza globale, alle fabbriche che si trasferiscono e alla crisi dell'industria? 
"La risposta più semplice è il protezionismo che sembra emergere dalle più recenti decisioni dell'amministrazione americana. Washington cerca di difendere le ind ustrie obsolete, come la siderurgia, o di sovvenzionare l'agricoltura. Ma su questa strada si finisce per sostituire alla contrapposizione Est-Ovest una nuova guerra fredda Nord-Sud. La vera sfida è quella di spingere la tua società a cambiare in mo do tale da dare un segno di cambiamento a tutto il mondo. Devi rispondere dando il senso di direzione di una trasformazione che non sia conservatrice".
Altrimenti? 
"Altrimenti l'11 settembre arriva anche per noi. Magari non sotto le spoglie di un kamikaze impazzito ma attraverso la rottura del sistema e del consenso internazionale che, bene o male, dopo la fine della guerra fredda hanno garantito anni di crescita per tutto il Pianeta".

Andrea Bonanni 


Corriere della Sera
2 giugno 2002


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