Così finisce la Grande Paura 

ILVO DIAMANTI


E´ PASSATA la prima onda di queste consultazioni amministrative. Che tutti gli attori e gli osservatori politici hanno letto prevalentemente in chiave nazionale. In modo, ovviamente, diverso, a seconda della parte politica di riferimento. Inutile dire che si tratta di elezioni troppo caratterizzate, perché si possa dare loro una interpretazione politica chiara e incontrovertibile. E´ specifica la legge elettorale, ma soprattutto è specifico il ruolo delle candidature.
Sindaci, presidenti di Provincia, consiglieri. Inoltre, ha grande significato che uno schieramento o una forza politica abbia governato, disponga di un sindaco o di un presidente provinciale uscente. E come trascurare l´importanza dell´organizzazione territoriale? Infine: ogni anno cambia il quadro di riferimento. Il che rende davvero improbabile il tentativo di stabilire, con chiarezza, cosa è successo. Perciò, più che dalla realtà e dai dati, il vizio di tradurre l´esito delle amministrative in linguaggio nazionale è alimentato dalle aspettative. Le speranze. Ma soprattutto i timori.
Attendeva con trepidazione questa scadenza, soprattutto, il centrosinistra. Temeva, comprensibilmente, di cedere ancora, dopo le sconfitte elettorali degli ultimi anni. Aggravando quella "sindrome da estinzione" che lo attanaglia. E temevano, in particolare, i Ds. Di venire superati dalla Margherita. Confermando l´idea di una irresistibile discesa.
Temeva, la CdL, che il vento di destra che ne gonfiava le vele dal 1999 fosse improvvisamente caduto. Che il suo elettorato cogliesse questa occasione per lanciare un segnale inequivoco di distacco: dalle politiche seguite, da quelle inseguite, annunciate. Improduttive. Temeva il confronto elettorale al di fuori dell´ombrello di Berlusconi. Il Sindaco d´Italia.
Temeva molto, la Lega, di ridursi a un marchio indistinto, nel vessillo della CdL. E temeva Fi. Alle prese con elezioni che non le avevano mai garantito grande soddisfazione, in passato. Per debolezza organizzativa. Temeva, Berlusconi: che si indebolisse la sua immagine di "leader vincitore". Che un esito particolarmente critico gli rovinasse il sorriso delle grandi occasioni, accuratamente preparato in vista del vertice Nato di ieri. Temevano un po´ tutti. Chi più chi meno. Negli schieramenti. Tra gli schieramenti. Dentro il governo. Nell´opposizione.
Tutti rischiavano, in questo gioco di simulazione, nel quale il confronto locale viene osservato al grandangolo e proiettato su scala nazionale. Tirano tutti un sospiro di sollievo perché è avvenuto, in larga parte, il prevedibile, se si valutano le elezioni amministrative per quel che sono. Amministrative. Giocate su scala locale. Senza quei cambiamenti clamorosi che, soli, avrebbero giustificato una lettura di segno più generale.
1. In primo luogo, si è assistito alla conferma di gran parte delle amministrazioni locali uscenti.
2. I sindaci e i presidenti uscenti, dove avevano governato bene o avevano comunque mantenuto un buon rapporto e una buona immagine di fronte ai cittadini, hanno migliorato generalmente le loro posizioni. A Genova, in modo clamoroso. Ma anche a Lecce, Vicenza, Lucca o La Spezia. Com´è avvenuto in passato. Allo stesso modo si spiega, invece, la sconfitta del centrosinistra a Reggio Calabria, dove aveva governato per anni. Ma non disponeva più di una figura come Falcomatà, in grado di personalizzarne l´identità politica di fronte agli elettori, riducendo le difficoltà ambientali di un´area tradizionalmente di destra. Lo stesso era avvenuto l´anno scorso a Trieste. Dove la sconfitta del centrosinistra va considerata un "ritorno alla normalità", dopo l´onda anomala prodotta da Illy.
3. Il radicamento, l´organizzazione territoriale, si confermano risorse importanti, per il buon rendimento delle liste. Così, i Ds nel centrosinistra hanno allontanato la paura del sorpasso da parte della Margherita. Che in questa occasione non disponeva del traino offerto dal candidato premier Rutelli. Ma ha, comunque, mantenuto un buon livello di consensi. Il radicamento locale, peraltro, ha permesso al centrosinistra e ai Ds un franco successo nelle regioni "rosse" del centro-Italia. Forza Italia non ha ripetuto le performances di un anno fa. Mancava il traino offerto da Berlusconi alle politiche. E altre liste locali e centriste le hanno fatto concorrenza sul medesimo spazio elettorale. Tuttavia, va aggiunto che non si è verificato lo sfaldamento subito da Fi sino al 1998 ad ogni consultazione amministrativa. Sta mettendo radici, Fi. Attaccandosi, magari, a quelle di chi c´era prima. La Dc, il Psi, da cui ha tratto molti candidati. Semmai, proprio per questo, al suo interno emergono le divisioni tipiche di ogni fase di lotta per la conquista della leadership locale. Com´è avvenuto a Verona, dove la lista promossa dal sindaco uscente, in concorrenza con quella della CdL, ha intercettato una quota di consensi ridotta: il 5%. Ma sufficiente a impedire al centrodestra di vincere al primo turno.
Altre indicazioni emerse dal voto possono assumere, queste sì, significato più generale.
a. Sul piano della struttura della competizione: il maggioritario "personalizzato" che caratterizza le elezioni amministrative (ma "riprodotto" artificialmente alle politiche del 2001) spinge al bipolarismo e premia le aggregazioni larghe. Il centrosinistra, unito, diventa difficile da battere nelle sue aree tradizionali e più competitivo nelle altre. Lo stesso discorso vale per il centrodestra, con la complicazione, in questo caso, della forza che assume la Lega nella periferia produttiva del Nord e soprattutto nel Nordest. Dove, correndo da sola, è in grado di trasformare in senso tripolare la meccanica del confronto. Con l´esito, già emerso nel 1996, di abbassare sensibilmente la capacità competitiva del Polo. Come è avvenuto a Treviso.
b. Parallelamente, sul piano delle alleanze. Perché è evidente che senza la Lega e senza Rc (oppure, nel mezzogiorno, senza l´Udeur) le due coalizioni diventano più vulnerabili. Soprattutto in caso di competizione asimmetrica: quando una sola delle due realizza un´intesa larga. Ed è chiaro alle forze politiche estreme che fuori dalla coalizione non sono in grado di garantirsi rappresentanza adeguata (e senza sindaci, assessori, consiglieri, non è possibile mantenere radicamento). Ma è altrettanto chiaro, soprattutto alla Lega, che integrata nelle coalizioni perdono visibilità e consensi. Mentre, da sola, riesce a canalizzare le ampie zone di dissenso che persistono, in una fase politicamente instabile come questa. Un´evidenza che potrebbe indurla ad accentuare la propria autonomia di azione.
c. Sul piano del rapporto fra politica e territorio: si sta ridisegnando un quadro analogo a quello degli anni 80. Il Mezzogiorno appare un´area tendenzialmente governativa, nelle regioni del centro il centrosinistra è ben insediato, mentre nel Nord, dietro l´apparente continuità del risultato, l´andamento elettorale resta fluttuante. Riflesso, in parte, della struttura sociale. In grande cambiamento. Difficile pensare che il localismo socioeconomico, nelle zone periferiche; il ridimensionamento dei grandi insediamenti industriali; il diffondersi di nuove economie e di modelli di lavoro flessibile, permettano assetti stabili - peggio: immobili - della rappresentanza politica; e, ancor più, amministrativa.
Non è avvenuto nulla di davvero "nuovo", in queste elezioni. E´ questa la "novità" per chi si attendeva (e temeva) invece "grandi novità". Il centrodestra non vola più. Non sale più. Ma stava - e resta - abbastanza in alto. Il centrosinistra tiene le sue posizioni e in molti contesti locali le migliora. Dopo anni di sconfitte. Dopo la grande paura, alimentata dal vento di destra che spira in tutta Europa. Ha allontanato la sindrome dell´estinzione.
Non può sorprendere, questo esito. Ma serve a ricordare, a ribadire ciò che lo stesso voto politico di un anno fa aveva detto. Ma si tende spesso a dimenticare. Che l´Italia non ha un colore politico dominante. Che il centrodestra è maggioranza. Ma le distanze fra schieramenti non sono incolmabili. Che il futuro è aperto. E il vizio di riassumere tutto e sempre in chiave nazionale non funziona e non fa bene. La politica non è solo tivù. Non si fa solo nei palazzi romani. E´ -anche- rapporto con i problemi del territorio, con le domande della società. E´ fatta di persone. Da persone. Magari poco note, fuori dal loro contesto. Per fortuna. Vi immaginate una politica disseminata ovunque da tanti piccoli Berlusconi? O da tanti piccoli Rutelli?

la Repubblica
29 maggio 2002 


Il prezzo pagato a Bossi

MIRIAM MAFAI


LA CASA delle Libertà ha pagato il suo prezzo post elettorale alla Lega con un provvedimento che rappresenta uno schiaffo a ogni norma di civiltà e al rispetto dei diritti umani. La norma, approvata ieri a Montecitorio, che impone la rilevazione delle impronte digitali per tutti gli extracomunitari che chiedono un permesso di soggiorno o il suo rinnovo, è una norma incivile, pesantemente discriminatoria e non giustificata per motivi di ordine pubblico.
Le impronte digitali sono infatti nulla di più che uno strumento per rilevare l´identità di un individuo. E dunque, se ha senso procedere alla rilevazione delle impronte nei confronti di coloro che sbarcano clandestinamente nel nostro paese, di coloro che siano sprovvisti di documenti o che esibiscano documenti di dubbia autenticità, non ha nessun senso - e ci esporrà a prevedibili critiche e proteste dei paesi interessati - chiedere le impronte digitali al cittadino di un paese straniero (svizzero, americano, canadese, australiano) che arrivi in Italia per motivi di lavoro e di studio, fornito di un regolare passaporto rilasciato dalle autorità del suo paese. Ma è altrettanto inutile e quindi privo di senso, imporre la rilevazione delle impronte digitali a quei lavoratori immigrati che hanno già ottenuto un permesso di soggiorno sulla base di una documentazione a suo tempo fornita e ripetutamente esibita ad ogni richiesta di rinnovo, accompagnata di norma da una dichiarazione del suo datore di lavoro. La norma, se venisse approvata anche dal Senato e diventasse legge dello Stato, avrebbe come unico risultato quello di umiliare uomini e donne che già lavorano nel nostro paese, producono per le nostre aziende, assistono i nostri malati e i nostri bambini, vivono qui da anni, qui pagano le tasse e pagano regolarmente i contributi previdenziali.
Non solo. La norma, quando diventasse legge, avrebbe anche come risultato quello di complicare e ingolfare il lavoro delle nostre Questure. Proprio la mancanza di senso, di una qualsiasi ragionevole giustificazione, rivela la natura tutta ideologica del provvedimento. Un prezzo da pagare all´arroganza, alla xenofobia e alla rozzezza culturale della Lega di Bossi.
L´immigrazione è terreno di scontro non solo, come ovvio, tra la maggioranza e l´opposizione, ma anche all´interno della maggioranza, in primo luogo tra i «centristi» della Casa della Libertà e la Lega e gli uomini di Forza Italia.
I primi infatti, per bocca dell´on. Bruno Tabacci, nel corso del dibattito sulla nuova legge Bossi-Fini hanno già proposto di regolarizzare la posizione di quegli immigrati che, entrati in Italia da clandestini hanno oggi un lavoro regolare, regolari documenti di identità e la fedina penale pulita. La Lega, Forza Italia e Alleanza Nazionale hanno già dichiarato irricevibile l´emendamento, che risponde non solo agli interessi dei lavoratori ma anche a quelli di molte delle nostre aziende. Sarebbe assurdo infatti e incivile espellere dei lavoratori ormai integrati nel nostro paese per farli rientrare successivamente sulla base di una nuova chiamata. Qui non siamo in presenza di «buonismo» o di cedimento al cosiddetto «multiculturalismo», ma in presenza di interessi concreti, legittimi che rischiano di essere ignorati e respinti per meri motivi ideologici e di propaganda da coloro che sperano di trarre un vantaggio dall´ondata xenofoba che già si manifesta in Europa e rischia di avvelenare il clima del nostro paese, scardinando ogni principio di tolleranza, civiltà e rispetto per i diritti umani.
Attenzione, però. Anche in Europa il vento, e l´orientamento della pubblica opinione, potrebbe cambiare. Tutti ricordiamo la campagna elettorale di Pim Fortuyn e poi, dopo il suo assassinio, della sua lista a difesa della identità culturale olandese, messa a rischio, si diceva, dalla immigrazione extracomunitaria. Ebbene, quel gruppo parlamentare che, dopo le elezioni del 15 maggio, è il secondo nel Parlamento olandese, ha proposto in questi giorni una legge non per la espulsione, come si potrebbe immaginare, ma, al contrario, per la regolarizzazione di quegli immigrati che, entrati illegalmente in Olanda, abbiano oggi una occupazione regolare. Una norma dunque che assomiglia come una goccia d´acqua all´emendamento proposto dall´on. Tabacci.
Su questo emendamento si misureranno, nei prossimi giorni, le forze della maggioranza, la capacità dei «centristi» di sostenere una posizione condivisa, per motivi diversi, non solo da gran parte del mondo cattolico e delle forze imprenditoriali, ma anche dalla maggior parte di una pubblica opinione che rifiuta di identificarsi con i furori razzisti della Lega.

la Repubblica
30 maggio 2002


Anche la destra soffre la sindrome settentrionale

ILVO DIAMANTI 


È PASSATA una settimana, ma le analisi e i commenti sulle elezioni amministrative si inseguono ancora. Perché, più che il loro contenuto locale, importa valutarne il significato e l´impatto politico nazionale. Questa volta, più di altre, il conflitto interpretativo, fra chi le considera segni di cambiamento o, al contrario, di continuità, risulta aspro. Per tre ragioni.
La prima, è che hanno sortito un esito inatteso, visto che dal ´98 tutte le principali consultazioni hanno visto sconfitto il centrosinistra. Non questa volta. Il centrosinistra ha tenuto alle "provinciali", mentre ha migliorato le sue posizioni alle comunali. Lo stesso riassunto fornito da FI, che compara i risultati alle provinciali del ´97-´98 con quelli odierni, pur sottolineando il vantaggio attuale del centrodestra (48 a 42%), ammette una sensibile riduzione del distacco fra i Poli (cinque anni fa era del 13%).
Il che non è da trascurare, visto che nel '97 il centrosinistra godeva di buona salute: stava al governo, il premier era Prodi, la coalizione teneva. La seconda ragione si riassume nel caso di Verona. Città a elevato valore simbolico. Come Bologna. Capitale dell´Italia "rossa". Dove nel 1999 vinse il candidato del centrodestra, Guazzaloca, battendo al ballottaggio la candidata del centrosinistra, dirigente Ds. Oltre che per merito di Guazzaloca, per l´insoddisfazione dell´elettorato moderato di centrosinistra verso i Ds. Bologna, così, cambiò colore, in virtù dell´accortezza del centrodestra e dei mali del centrosinistra in sede locale. Ma quel voto assunse un significato più ampio. Indicò che in Italia non c´erano, non ci sarebbero state più roccaforti inespugnabili. Che, in particolare, il centrodestra era ormai in grado di inseguire e battere il centrosinistra sul suo stesso terreno.
Verona, pur considerate le differenze, è la Bologna del Nordest. Ma anche del "medio Nord"; la patria del centrodestra. Una città terziaria, nel cuore del nord postfordista. Un crocevia logistico, al centro delle principali direttrici dello sviluppo e dei mercati. Era importante mantenerne la guida, per il centrodestra. È importante averla conquistata, per il centrosinistra. Anche a Verona, come a Bologna, dopo il primo turno, molti elettori del centrodestra hanno abbandonato il candidato ("imposto"dall´esterno), trasferendo il consenso sul candidato del centrosinistra. Zanotto. Cattolico moderato, riconosciuto in ambito locale, sostenuto, lui sì, da tutta la coalizione. E lecito leggere il caso tutto in chiave "locale"? Oppure come un "miracolo" della leadership regionale di FI? In parte, ma non solo, in quanto il voto di Verona dimostra che anche nel Nordest, nel Nord azzurro e verde, terreno amico della Cdl, il confronto politico resta aperto. Il centrosinistra può vincere.
Qui incrociamo la terza ragione che fa discutere. Riguarda il significato "politico" del voto amministrativo. Quanto è possibile allargarlo, generalizzarlo? In che misura è lecito, in particolare, trarne un giudizio più ampio e generale, sul governo Berlusconi, sull´azione della Cdl? Sulle tendenze del voto a livello "nazionale"?
Va ribadito, al proposito, che le elezioni municipali, più di altre, sono influenzate da fattori locali, mentre le componenti politiche hanno più valore quando si allarga la scala territoriale. Le elezioni regionali del 2000, ad esempio, furono condizionate dalle appartenenze di partito e di schieramento, più che dalla personalità dei candidati presidenti. Tuttavia, è indubbio che, quando emergono tendenze molto marcate, anche l´elezione dei sindaci può suggerire orientamenti politici più generali. E i risultati delle recenti amministrative tracciano una geografia che li rende leggibili e intelligibili. Vale la pena di ripercorrerla.

SI è, infatti, votato in 28 comuni capoluogo (comprendendo Carrara), nei quali il quadro di partenza vedeva il centrodestra in vantaggio per 17 a 11. Il risultato finale ribalta quello iniziale e fa prevalere il centrosinistra per 15 a 13. Ma, se osserviamo il Centro Nord, emerge una mappa più chiara. Il centrodestra governava in 9 capoluoghi su 15. Dopo il voto delle scorse settimane, al contrario, in 11 città capoluoghi il sindaco è di centrosinistra. Restringiamo lo sguardo sul Nord "padano", considerando tutti i comuni con più di 15mila abitanti. Fra questi, 23 avevano sindaci di centrosinistra, 35 di centrodestra. Oggi la situazione si è ribaltata: 32 a 22 a favore del centrosinistra (4 comuni vanno a liste civiche). Infine, puntiamo lo sguardo sul Nordest. Nei comuni maggiori, prima del recente voto amministrativo, la Cdl governava in 12 amministrazioni su 14. Oggi, invece, in 7 comuni il sindaco è di centrosinistra, in 3 di centrodestra (ma solo in uno la coalizione si presentava unita), mentre negli ultimi 2 si riferiscono a liste civiche di impronta autonomista. Solo in un caso, tra l´altro (anche considerando le province), Forza Italia ha eletto un proprio esponente a capo dell´amministrazione.
I dati, per quanto riguardino una competizione "amministrativa", seguono, quindi, una traccia geopolitica molto precisa e definita. Il centrosinistra, infatti, fatica nel Sud, conferma e riguadagna le sue posizioni nel Centro e concentra la sua ripresa tutta nel Centro Nord. Soprattutto nel Nord. Nella provincia lombarda e piemontese. E, a maggior ragione, nel Nord Est.
Il che suggerisce una doppia lettura. La prima lettura – politica - riflette le difficoltà coalizionali del centrodestra in periferia, dove Berlusconi è più lontano. A livello locale, cioè, non c´è chi "cementi" e "pacifichi" una coalizione politica eterogenea, impostata su interessi differenti. Inoltre, per quel che riguarda FI, partito-cardine dell´intesa, il tentativo di calare il modello nazionale, personalizzato, in ambito locale non funziona. Perché riproduce tanti piccoli Berlusconi, che confliggono tra loro, lacerando il tessuto di un partito dalla fragile identità. Per contro, nel centrosinistra le fratture nazionali in ambito locali sono state messe fra parentesi (stavolta, almeno). Soprattutto dove anni d´opposizione frustrante hanno indotto a serrare le fila.

LA seconda lettura ha sfondo socioeconomico e sociopolitico. Tende a cogliere nel voto il movimento, carsico, della questione settentrionale. Nuovi ceti sociali, emersi dal lavoro autonomo e dallo sviluppo di piccola impresa, hanno favorito, o almeno agevolato, nello scorso decennio l´ascesa dei partiti neo-liberisti e autonomisti, in nome dell´alleggerimento del fisco, della qualificazione dello Stato, del miglioramento dei servizi, della logistica, delle infrastrutture. Si tratta di gruppi sociali che preferiscono la destra. Ma non l´hanno sposata. Così, dopo un anno di governo, questa società, questi interessi, tornano a farsi sentire. Non si tratta, necessariamente, di un giudizio contro il governo Berlusconi (la cui azione, peraltro, dicono i sondaggi, non suscita grande entusiasmo). Ma di quell´insoddisfazione, che dopo mesi di sonno, riemerge. Perché il fisco nazionale non cala, ma quello regionale e locale aumenta. Perché il lavoro non manca, ma è sempre più flessibile. E genera incertezza. Perché il governo giura che fra pochi anni avremo il ponte sullo stretto di Messina, ma il passante di Mestre è stretto e intasato come e più di sempre. E la mitica strada Pedemontana è sempre più mitica. Una divinità evocata dai popoli (appunto) pedemontani. Così, senza una strategia apertamente antagonista, questi settori sociali abbandonano il sostegno precedentemente espresso alla Cdl. Per delusione o disincanto. Non votano. Oppure, votano per la Lega, dove si presenta da sola, contro il Polo. Oppure ancora votano per candidati del centrosinistra. Senza inibizioni.
Il consenso senza fiducia s´allenta. La sfiducia comincia a erodere anche il consenso. È la "sindrome settentrionale", che lampeggia. Dopo anni d´eclissi. È azzardato ipotizzare che riemerga. E sarebbe deleterio per il centrosinistra pensare di beneficiarne, dopo anni di "rimozione" settentrionale. Le elezioni politiche, d´altronde, sono lontane. Molto può cambiare. E ciò che si è verificato a livello locale – la costruzione di coalizioni ampie, attorno a leader e candidati credibili e condivisi – a livello nazionale costituisce una prospettiva lontana. Fra il risveglio nei comuni del Nord e la stagnazione della rappresentanza politica nazionale e parlamentare, la distanza è lunga. L´anello mancante della catena: manca ancora.

la Repubblica
16 giugno 2002


Elettori in movimento

di Barbara Spinelli


QUEL che è accaduto in Italia nei giorni scorsi - la conquista di un gran numero di Comuni importanti e di Province appartenenti alla Casa delle Libertà - non cambia forse la fisionomia del paesaggio europeo ma riduce d’un tratto non poche certezze che parevano assolute. È vero, le forze di centro-destra sono ovunque in ascesa, e le sinistre socialdemocratiche e socialiste faticano a mantenere il potere, se si escludono Inghilterra, Grecia, Svezia, Finlandia (la Germania di Schröder è in bilico, secondo i sondaggi). Ma l’appagamento che sembra regnare nei partiti nazional-conservatori o liberisti non sempre è giustificato, e spesso le destre raccontano a se stesse una favola.

Quest’ultima narra di un’Europa anno zero, che seppellisce per sempre le sinistre e abbraccia durevolmente, dopo la caduta del Muro e gli attentati alle Torri, gli avversari della socialdemocrazia. È una favola che procura conforto, euforia, ma che non corrisponde interamente alla realtà. La svolta è forse più effimera di quel che si suole pensare. Le certezze devono ancora superare la prova dei fatti. Questo non significa che nulla stia accadendo, in Occidente e in Europa. Se i partiti di destra e centro-destra accumulano d’un tratto vantaggi così cospicui, vuol dire che qualcosa sta cambiando, nelle società, e che le sinistre non hanno né la capacità né l’abitudine di mettersi in ascolto di un popolo che sfugge loro di mano, di adattare il loro linguaggio a queste mutazioni, di considerare le nuove passioni e le nuove ansie cittadine.

Contrariamente al socialista Jospin, Chirac ha intuito l’estendersi di tali passioni e le ha messe al centro della propria campagna elettorale. Ha intuito che per la società il progresso non era solo sociale. La sicurezza dal crimine, la paura dell’immigrazione, lo sradicamento dalla patria, la propensione nazionalista, il timore creato dall’Unione europea o dalla globalizzazione: tali sono oggi i tormenti della società civile, e da questo punto di vista l’Europa è a un bivio. Ma è la società che sta mutando pelle, più delle nuove destre che pretendono rappresentarla.

Queste ultime si limitano a registrare il terremoto, a tener conto delle grandi tendenze indicate dai sondaggi, senza accompagnare terremoti e indagini d’opinione con una nuova ortodossia, o con minuziosi programmi. Può darsi che col tempo emergano e si sviluppino personalità veramente forti, caratterizzate da tenacia e imperturbabilità. Ma fino ad oggi nessuna di esse - da Berlusconi a Chirac, da Bush a Stoiber, da Aznar a Schüssel - sembra avere la stoffa che rese così particolari, e radicalmente innovatrici, le figure di Margaret Thatcher o di Ronald Reagan negli Anni 80. Quel che si ebbe allora fu un cambiamento di direzione autentico, non solo nella società ma nel modo di pensare la politica.

Mentre l’odierno consolidarsi delle destre avviene quasi per incidente: l’attentato alle Torri di New York, l’avanzata inattesa di Le Pen per Chirac. Il più delle volte, inoltre, la rimonta delle destre è dovuta a sondaggi che per loro natura sono volubili, e che non è preceduta da nessuna idea possente, durevole, maturata dai protagonisti della svolta. Lo stesso pensiero unico, che per i massimalisti di sinistra incarna la volontà liberista delle élite occidentali, è spesso sinonimo di vuoto di pensiero più che di pensiero dominante. L’avidità stessa di riformismo, che anima le destre vincenti, è più un riflesso automatico che un’attitudine a pensare nei dettagli le necessarie riforme e i loro effetti di lungo periodo.

È quello che pensa Roland Hureaux, già consigliere del gollista Balladur, che in un articolo sulla rivista «Commentaire» se la prende con l’appetito insaziabile di cambiamenti che affliggerebbe non solo la sinistra ma soprattutto la destra. In Italia l’appetito non è meno intenso, nella Casa delle Libertà. Ma le riforme sono raramente spiegate, difese con argomentazioni complesse. Studiosi come Marco Biagi o Pietro Ichino sul «Corriere della Sera» hanno difeso in modo convincente l’opportunità di rivedere l’articolo 18. Ma questa passione pedagogica è assente negli uomini di Berlusconi. Nelle loro mani, l’articolo 18 appare un espediente politico più che una riforma della società. È significativo che l’ideologo del neo-laburismo inglese, Peter Mandelson, abbia dichiarato nei giorni scorsi che «non si deve lasciar vuoto lo spazio occupato dalla destra», e che tutte le sinistre «devono oggi esser thatcheriane».

Quando evoca una personalità incisiva del campo avversario, è alla Thatcher che la sinistra moderata pensa e non a un leader dei tempi d’oggi. Le difficoltà per questa destra nascono dal fatto che le società sono in mutazione, ma hanno caratteristiche profondamente antinomiche: vogliono più individualismo, ma temono al tempo stesso l’estenuarsi della nazione come collettivo; chiedono più libertà di intraprendere, ma paventano al contempo l’affievolirsi della tutela statale; vogliono pagare meno tasse, ma esigono servizi pubblici più protettivi; provano disgusto per la politica, ma sognano in segreto più politica. Spesso invocano una competizione più feconda fra destra e sinistra, e non un leader come Berlusconi che sente parlare di Rutelli e domanda: «Chi è questo signore?». Anche la paura degli immigrati è contraddittoria.

Le nazioni che assorbono una forte immigrazione (la Francia con 6 milioni di arabi, la Germania con 3 milioni di musulmani, l’Inghilterra con 1 milione e mezzo di fedeli all’Islam) sanno di non poter fare a meno di lavoratori stranieri che sono ormai parte della loro cultura. Un libro come quello di Oriana Fallaci, dove i musulmani sono descritti come gente che «si riproduce come topi», è accolto con notevole malagrazia dalle destre francesi o tedesche. E qui veniamo alla vera novità delle odierne destre europee, e al loro più incisivo punto di forza. Se c’è una cosa che esse dimostrano di saper fare, in primo luogo in Francia ma anche in Germania e Spagna, è il contenimento dei populismi che proliferano al proprio fianco estremo. È il successo più decisivo conseguito da Chirac.

Nominando un primo ministro poco legato ai palazzi e alle grandi scuole parigine, mostrando massima intransigenza nella politica delle alleanze, il Presidente gollista ha superato l’ostacolo rappresentato dai deboli risultati racimolati al primo turno delle presidenziali: in poche settimane ha non solo contenuto ma ridotto la forza delle destre che parevano davvero in ascesa, rappresentate dalla formazione xenofoba e nazionalista di Le Pen. Non è sceso a patti con il Fronte Nazionale e tuttavia l’ha riassorbito, ottenendo una maggioranza alla Camera che difficilmente sarà smentita dal secondo turno di domenica prossima. Non tutte le destre in Europa devono la propria affermazione alla stessa strategia: in altri paesi, l'estremismo di un Bossi o di un Haider è incorporato più che frenato. Ma questo tentativo di riassorbire l’energia in espansione dei populismi è la principale caratteristica delle destre attuali in Occidente.

In questo momento spetta a loro più che alle sinistre far fronte alle antinomie che abitano le società, e tener testa allo scontento contraddittorio ma ostinato di chi chiede più Stato e meno Stato, più nazionalismo e più individualismo, più Welfare e meno solidarietà sociale. Chi esprime oggi simile scontento non è tuttavia di destra, necessariamente. È un elettorato mobile, e in Francia si è visto come una cosa gli stia a cuore, sopra ogni altra: garantire le condizioni dell’alternanza, tornando alla coincidenza fra maggioranza presidenziale e parlamentare che caratterizza la Quinta Repubblica e scongiurando le ambigue spartizioni del potere che vanno sotto il nome di coabitazione.

I francesi hanno votato Chirac e Raffarin, ma hanno anche reclamato un’opposizione che non avevano più. Non è escluso che la prossima volta scelgano - per disgusto o convinzione - i leader di un socialismo rifondato: Laurent Fabius o Dominique Strauss-Kahn. Il giorno in cui le sinistre terranno conto delle contraddizioni della società, il giorno in cui scopriranno che sono le classi medie oltre agli operai a soffrire la precarietà del lavoro, e che una parte consistente della borghesia si sente oggi condannata all’immobilità sociale, il potere passerà di nuovo dalle mani di destra a quelle di sinistra.

Quel giorno è probabilmente meno lontano di quanto le destre, nel loro autocompiacimento, siano in grado di immaginare. Potrebbe venire prima del previsto, e i socialdemocratici del continente non avranno forse il tempo che ebbe il partito laburista negli anni Thatcher. Quel giorno ci sarà chi tornerà a parlare di epoca socialdemocratica e di morte delle destre, e sarà un ennesimo sbaglio. Lo stesso sbaglio commesso da chi già intona, oggi, il requiem delle sinistre.

La Stampa
12 giugno 2002 



Una vittoria per il centrosinistra

di Renato Mannheimer


Che le elezioni di domenica e lunedì costituiscano una vittoria per il centrosinistra (sia sul piano dei voti che su quello - importantissimo - psicologico) non c’è dubbio. È bene, tuttavia, analizzarne a fondo le componenti per poter valutare compiutamente il risultato. In primo luogo, il dato territoriale. Si è parlato di una sconfitta del centrodestra al Nord, considerato da molti la roccaforte della Casa delle libertà. Non è così: già nelle politiche del 2001, il centrodestra ha ottenuto al nord un risultato (52,4% alla Camera - proporzionale) non tanto diverso da quello nel sud (51,3%). Ed è una regione meridionale, la Sicilia, quella in cui Forza Italia ha la percentuale massima di consensi e costituisce di conseguenza uno dei contesti determinanti per l’esito elettorale del centrodestra. Se è possibile trarre da questo punto di vista un’indicazione generale, si potrebbe dunque ipotizzare che si sia accentuata la tendenza già in atto della "meridionalizzazione" di Forza Italia.
Bisogna poi tenere conto del livello di partecipazione. Che è diminuita drasticamente, sino a superare di poco la metà degli aventi diritto nelle Provinciali (contro i due terzi di quindici giorni fa) e i due terzi nelle Comunali (contro i tre quarti del turno precedente). Il calo è dovuto soprattutto al fatto che per molti elettori è ancora difficile abituarsi alla logica del maggioritario: di fronte alla scelta tra candidati non completamente "propri" preferiscono non recarsi alle urne. Il fenomeno pare essersi manifestato soprattutto all’interno dell’elettorato di centrodestra. E sembra dovuto non tanto ad una posizione più critica - rispetto a due settimane fa - verso la Casa delle libertà nel suo complesso, quanto a perplessità nei confronti dei singoli candidati. Beninteso, il disagio dell’elettorato di centrodestra nei confronti dei partiti che lo rappresentano, c’è (ne avevamo indicato l’esistenza già qualche settimana fa, ricevendo, per la verità, reazioni derisorie da parte di alcuni esponenti politici) e si è manifestato anche in queste elezioni. Ma l’analisi dei dati suggerisce che in questa occasione l’elemento principale all’origine dei successi del centrosinistra è costituito dalle figure dei candidati. Non tanto da quelli dei partiti tradizionali, quanto - come ha sottolineato Baldini dell’Istituto Cattaneo - da quelli delle liste che potremmo definire "civiche-personali", legate spesso al nome del candidato, e al tempo stesso unitarie e specifiche del comune ove si è votato. Insomma, sono la figura del leader locale e la sua personale abilità nel legare intorno a sé forze diverse ad aver fatto la differenza.
È vero dunque che il risultato rappresenta una svolta significativa per il centrosinistra, specie se raffrontato all’esito delle amministrative precedenti (ma anche rispetto alle ultime politiche). Determinata però soprattutto dalle persone dei candidati e dalla loro capacità aggregante. Che costituiscono forse gli elementi su cui il centrosinistra può costruire la propria strategia futura, se vuole trasformare il risultato di domenica e lunedì in un vero e proprio trend.

Corriere della Sera
12 giugno 2002


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina