Svolta per la politica e la memoria storica

di Stefano Folli

Ha voluto il caso che l’omaggio del presidente della Camera alla tomba di Craxi ad Hammamet coincida con le polemiche intorno alla commissione d’inchiesta su Tangentopoli. La sovrapposizione è singolare. La commissione parlamentare, per come si delinea, sembra una coda dei conflitti degli anni Novanta. Un «processo» alla magistratura che non convince nemmeno il figlio di Craxi, l’uomo che di quel conflitto fu la principale vittima. Ma lo spirito di rivalsa è ancora una bandiera all’interno di Forza Italia e si alimenta nel perenne rinnovarsi del contrasto sulla giustizia. Dall’una e dall’altra parte.
Così oggi l’inaugurazione dell’anno giudiziario vedrà molti magistrati - dopo il «lutto» esibito lo scorso anno - sventolare il testo della Costituzione a dispetto del governo e dei suoi progetti di riforma. Sullo sfondo la commissione per Tangentopoli rappresenta, dice Berlusconi, «lo strumento per chiarire il passato: l’inchiesta è sull’uso politico della giustizia». E pazienza se si tratta di un macigno messo di traverso sulla strada delle riforme istituzionali, perché certo non è un aiuto alla ricerca di intese con l’opposizione.
La coincidenza di Hammamet obbedisce invece a una diversa logica. Le parole di Casini suonano condanna degli eccessi giustizialisti di Tangentopoli, ma evitano di riaprire le ferite. Al contrario, tendono a chiuderle. Con un accenno indiretto ma abbastanza trasparente ai rischi di un’inchiesta parlamentare revanscista: «Questa vicenda deve servire a tutti per crescere e non per alimentare risse, polemiche, contrapposizioni inutili...».
Un gesto di riconciliazione, come è stato osservato, che restituisce Craxi alla storia italiana, pur senza omettere di presentare Craxi per quello che in effetti era: un leader che «fece molti errori», ma che apparteneva alla «sinistra anti-comunista negli anni in cui essere anti-comunisti non era semplice». E la cui visione «vinse quando lui era rimasto solo».
Ce n’è abbastanza per dire che ieri, davanti alla tomba di Craxi, qualcosa è cambiato nel rapporto tra la politica di oggi e la memoria storica di un passato ancora recente. Non è la prima volta che si tenta di «ridare l’onore a Craxi», come dice il figlio Bobo. La lunga strada per Hammamet (è il titolo di un fortunato libro di Arturo Gismondi) è sempre piena di socialisti delle varie fazioni, uniti dal rispetto verso il leader. Ma è la prima volta che i vertici istituzionali s’impegnano in forme così esplicite.
In fondo Casini ha colto un punto cruciale: una riflessione non convenzionale su Craxi è essenziale all’equilibrio del sistema politico. Ed è irrinunciabile per la sinistra, se vuole uscire dal suo eterno travaglio. Magari proprio per liberarsi della tentazione giustizialista, come scrive la figlia Stefania sul Riformista . Non a caso Giorgio Napolitano si è affrettato ad apprezzare il gesto del presidente della Camera («Ha saputo interpretare il suo ruolo»). E forse ha ragione Emanuele Macaluso quando afferma che «non è mai troppo tardi per rielaborare una storia comune».
In altre parole, il «debito morale» riconosciuto da Giuliano Amato verso lo statista socialista è qualcosa di più di un fatto privato: sconfina nel problema politico irrisolto della sinistra italiana. Nelle sue diverse anime.
Rispetto a tutto ciò, l’attacco di Di Pietro a Casini («Ha reso omaggio a un latitante») sembra un tentativo di ribadire le vecchie fratture politiche e istituzionali da parte di chi sente nell’aria qualche novità. E idealmente Di Pietro si salda ai falchi dell’altra parte, i sostenitori della commissione «punitiva» su Tangentopoli.


Corriere della Sera
18 gennaio 2003


LA STORIA E L’AVVENIRE

discorso di Bettino Craxi in occasione della celebrazione del centenario del PSI 

Cento anni fa, nella Sala dei garibaldini genovesi, nasce a Genova il Partito Socialista Italiano. E il quattrocentesimo anniversario della scoperta dell’America e i viaggi in treno per Genova, sede delle celebrazioni colombiane, sono a tariffa ridotta. La Liguria era stata il cuore della lotta popolare e democratica del Risorgimento: la terra di Garibaldi e di Mazzini. Qui, e nelle regioni più sviluppate del Nord, le prime Leghe di Mutuo Soccorso tra i lavoratori e gli artigiani, i primi sindacati, le prime cooperative, avevano costruito le radici del movimento socialista. Un movimento internazionalista ma patriota, proprio come Garibaldi, l’eroe dei due mondi, il grande combattente per la libertà dei popoli. Difensore della democrazia parlamentare conquistata dalla borghesia, ma con l’obiettivo del suffragio universale della emancipazione dei lavoratori, come Mazzini. Rispettoso della religione, ma anche della libertà dei cattolici, come Camillo Rampolini, l’apostolo cristiano dei poveri, che vedeva in Gesù il primo socialista. L’internazionale Socialista ha anche in Italia le sue radici. Le prime lotte confuse e disordinate dei lavoratori hanno le gambe dell’organizzazione. I delegati, insegnanti ed artigiani, cooperatori e protagonisti del volontariato, operai, contadini, medici e professionisti rappresentano centinaia di associazioni. Eleggono la direzione, dopo la separazione da un’anima della sinistra che sarebbe sempre stata inconciliabile: quella dei rappresentanti anarchici e rivoluzionari, fautori di una sovversione violenta, anziché della paziente e graduale costruzione progettata dal riformismo. Inizia un lungo cammino.
Un secolo di sacrifici e di lotte. Al termine del quale si può dire, senza forzature retoriche: tutte le conquiste sociali, di libertà, di progresso, assolutamente tutte, sono state raggiunte in Italia, come in Europa, con il contributo decisivo del movimento socialista.
Nel Natale del 1896 viene fondato l’Avanti, il primo quotidiano veramente nazionale.
Difende la libertà contro la reazione della destra e dei militari, sempre più preoccupati della rapida diffusione delle idee progressiste e della forza organizzata dei lavoratori.
1894. Sicilia. La reazione tenta di schiacciare i fasci operai e contadini, centinaia sono i morti, migliaia gli arresti giudicati con processi sommari. 1899. Milano. Mentre il governo, con le leggi eccezionali, arresta i democratici, il generale Bava-Beccaris spara con i cannoni contro i lavoratori. Un massacro. Una medaglia dei Re per ringraziarlo.
Ma i socialisti non sono più soli, perché anche tra le classi dirigenti si vanno diffondendo le nuove idee sociali. La democrazia parlamentare regge, progredisce, allarga il suo consenso.
Il nuovo secolo nasce con le grandi speranze aperte della rivoluzione industriale trionfante ed al progresso scientifico. E in questa rivoluzione industriale, che fa progredire e trasformare il Paese, il riformismo socialista trova il terreno favorevole per far progredire e far avanzare il movimento dei lavoratori. Dirigenti socialisti libertari, marxisti, cattolici, trasformano le plebi in una classe sociale cosciente di sé, impegnata a spezzare davvero le catene dell’ignoranza e della sottomissione. L’Avanti viene letto la sera, da chi sa leggere, ai compagni che ancora non sanno. Il Partito “insegna”, con lo spirito dei maestri di scuola socialisti, dei grandi scrittori ed educatori socialisti da Edmondo De Amicis a Giovanni Pascoli. Le pazienti, quotidiane campagne per l’alfabetizzazione, contro l’alcolismo, la prostituzione e la bestemmia. Per l’igiene, l’uso dei contraccettivi, per il rispetto dei deboli, delle donne e dei bambini, per la protezione degli animali. E le grandi campagne politiche che prefigurano conquiste che oggi sembrano ovvie. Per il diritto allo sciopero. Per il suffragio universale. Per la scuola elementare obbligatoria aperta a tutti. Per l’abolizione della censura sulla stampa. Per la settimana lavorativa non oltre le 48 ore. Per la salute dei fanciulli e delle donne lavoratrici. Per il superamento delle differenze abissali tra Nord e Sud. Per la tutela degli emigrati. Per la libertà religiosa e la non ingerenza del clero nella politica. Contro gli scandali della grande borghesia imprenditoriale e finanziaria. Contro le guerre coloniali dell’Italia; Per l’emancipazione femminile, la parità in famiglia e sui luoghi di lavoro. Per il voto alle donne. “Perché il voto — dice Anna Kuliscioff — è la difesa del lavoro. E il lavoro non ha sesso”.
Passo dopo passo,, il Partito cresce. Conquista i comuni di Milano e di Genova. Dopo il suffragio universale, dopo il 1912, ottiene 57 deputati. Nel 1919 saranno 152: il 35% dei voti. Ma c’è nel Partito anche un’anima rivoluzionaria e massimalista; Cova nel mondo una esplosione di violenza e irrazionalità.
Mussolini, leader della sinistra intransigente del Partito, direttore dell’Avanti. ‘Chi ha ferro ha pane”, “la rivoluzione è un’idea che ha trovato delle baionette”. Nel 1914, spera nella guerra levatrice della storia. Si scontra con il pacifismo dei socialisti. Fonda il Popolo d’Italia. Diventerà il capo del fascismo. La guerra è levatrice di. una storia orrenda. Dieci milioni di morti. Il demone dell’irrazionalità e della violenza. Lo scatenamento di tutti gli estremismi. La fine della democrazia in mezza Europa. La rivoluzione bolscevica. Una grande speranza, un mito che durerà decenni, ma anche una grande e tragica illusione per tanta parte della sinistra. l’origine di una scissione dalla quale il movimento socialista non si riprenderà più. L’ala rivoluzionaria del Partito ubbidisce ai bolscevichi russi, vuole fare come in Russia. Al Congresso di Livorno, rompe con i socialisti e fonda- il Partito Comunista. Turati vede il pericolo delle velleità rivoluzionarie in presenza della reazione fascista.
Il fascismo spazza via decenni di lotta per la democrazia e il riformismo. Le case del popolo sono incendiate, i sindacati sciolti, le cooperative cancellate. La sede dell’Avanti è devastata. Il giornale è censurato e incendiato per le strade. Il Re e la classe dirigente economica preferiscono consegnare il Paese ai fascisti piuttosto che difendere la democrazia.. Mussolini prende il potere. Nel Parlamento ormai svuotato, Matteotti, capo dei socialisti riformisti pronuncia la sua ultima requisitoria contro la dittatura. “Voi ucciderete me, ma non l’idea che è in me”. I fascisti lo sequestrano e con il ritrovamento del suo cadavere non vendicato finisce la libertà in Italia. Viene ucciso anche Gobetti. Verrà ucciso Rosselli, teorico del socialismo liberale. E tanti, tanti altri. Ma, come aveva detto Matteotti, l’idea socialista non verrà uccisa. Una nuova generazione di dirigenti si salda con la vecchia. Pietro Nenni, redattore capo dell’Avanti nel 1923, trasforma il quotidiano del Partito nello strumento vincente contro la fusione ordinata di Lenin tra socialisti e comunisti. “Una bandiera non si getta in un canto come una cosa inutile”, Sarà, nell’esilio di Parigi, il leader dei socialisti. Sandro Pertini, un giovane avvocato di Savona, anche simbolicamente, si salda alla vecchia generazione: porta infatti al sicuro per mare, in Corsica, il suo maestro- Filippo Turati. Resterà in carcere sino al 1943. Sarà capo della resistenza, deputato socialista, il Presidente della Repubblica più amato dagli italiani. Giuseppe Saragat, sarà anche lui Presidente della Repubblica, coerente sostenitore di un socialismo europeo, democratico e riformista. La lunga notte della dittatura e dell’irrazionalità si espande sull’Europa. E anche ,sulla sinistra. Dove i comunisti (1929) sostengono l’equazione imposta da Stalin. “Socialismo uguale fascismo”. Persino in Germania, favorendo in tal modo la vittoria dei nazisti.
La libertà viene schiacciata, insieme alla Repubblica democraticamente eletta, anche in Spagna. Dove i volontari, venuti da tutto il mondo, e tra essi anche garibaldini italiani a cominciare a Pietro Nenni, nulla possono contro i caccia nazisti e gli eserciti regolari.
Il buio della lunga notte è rotto dall’incendio della guerra. La libertà torna a farsi strada in Italia soltanto attraverso le macerie e l’umiliazione della sconfitta. Si fa strada insieme al risveglio della dignità nazionale per mano degli Italiani. Come nel Risorgimento, per mano dei democratici, dei libertari, delle sinistre. Si prendono le armi contro l’occupazione tedesca. Gli antifascisti tornano dal carcere o dall’esilio a guidare la Resistenza. Tornano i partiti, le loro bandiere.
Nel 1945 l’Italia è libera. Pietro Nenni riprende il suo posto. Ed è il protagonista della battaglia per la Repubblica, anche contro le incertezze comuniste e le. resistenze democristiane. Il vento del Nord, della Resistenza e delle lotte popolari nelle grandi fabbriche deve spazzare la monarchia e il conservatorismo. La Repubblica “vince grazie a Nenni” più che a chiunque altro. Ma così come l’Italia unita aveva deluso i garibaldini che l’avevano fatta, anche la Repubblica delude i repubblicani. Ancora una volta conservatori e trasformisti prevalgono. E prevalgono anche per gli errori delle sinistre, dove il Partito Comunista propone il mito di Stalin. Dove i socialisti, il primo partito alle elezioni del 1946, si dividono a Palazzo Barberini nel 1947. Una parte, con Nenni, Basso e Pertini, troppo preoccupata dalla unità tra le forze popolari e compie il tragico errore della collaborazione frontista con il PCI. Una parte con Saragat, che ha visto prima degli altri la natura illiberale e la subalternità a Mosca del comunismo di Togliatti come di quello originario e che affronta a viso aperto le più assurde scomuniche.
Il grigio dell’immobilismo centrista è spezzato dai lampi di un tragico momento della verità, il cruciale 1956. Krusciov denuncia i crimini di Stalin. L’Armata Rossa affoga la libertà dell’Ungheria in un bagno di sangue. I comunisti si schierano con i carri armati, i socialisti con gli insorti. Nagy viene giustiziato. Dovranno passare più di trent’anni prima che quel crimine trovi giustizia e Nagy venga riabilitato. PSI e PSDI si riavvicinano. L’autonomia socialista diventa il motore del rinnovamento possibile in un Paese dove i voti prevalenti nella sinistra restano congelati. Congelati intorno a un Partito Comunista che mantiene il suo legame di fondo con l’URSS.
La ritrovata autonomia socialista avvicina una generazione di nuovi dirigenti. Il rinnovamento possibile è il centro-sinistra. Ed è appunto il ritrovato incontro tra socialisti e democristiani, con il sostegno di Saragat e di La Malfa, che nel 1963, per la prima volta, porta con il governo Moro-Nenni, i socialisti al governo.
Con il centro-sinistra, una Italia arretrata, in molte aree più vicina alla Spagna franchista che all’Europa democratica, cresce. Cambia il costume con le battaglie libertarie, per il divorzio e l’aborto. Cambiano i rapporti di forza nelle fabbriche, con lo statuto dei lavoratori, il rafforzamento del sindacato e la crescita economica. Cambia il decentramento, la vecchia Italia autoritaria dei prefetti.
Proprio per bloccare le riforme si sente un rumore di sciabole intorno al Presidente della Repubblica Segni. Il Piano. Solo del 1964 allarma i democratici.
Gli opposti conservatorismi schiacciano il rinnovamento. Il conservatorismo tradizionale, con il volto ben conosciuto, il conservatorismo sedicente di estrema simstra, con i suoi miti sempre nuovi e sempre altrettanto deludenti; Ieri Lenin, poi Stalin, poi Mao, Fidel Castro, Ho-Chi-Min. Le bombe di Piazza Fontana. E le tante che seguirono. Le deviazioni degli apparati dello Stato. li terrorismo delle Brigate Rosse. Gli anni di piombo. Gli anni delle intimidazioni nelle redazioni dei giornali, di cui sarà vittima anche il giovane giornalista socialista Walter Tobagi. Gli anni del pessimismo. Gli anni della crisi socialista seguita dalla fallita unificazione tra PSI e PSDI nel 1969.
Abbattendo con le spallate del massimalismo lo sforzo riformista degli anni sessanta, il PCI riesce a dimostrare che senza i comunisti non si governa, riesce dove fallirà con il referendum sulla scala mobile nel 1985. La classe dirigente economica è rassegnata a cooptare i comunisti nella maggioranza di governo per garantire la pace sociale, combattere l’inflazione e il terrorismo.
Nenni alla nascita del centrosinistra, scriveva che i comunisti lo avrebbero attaccato senza quartiere perché loro stessi volevano — da sempre — allearsi con la DC in un governo di unità nazionale e non volevano che i socialisti gli tagliassero la strada. La vecchia aspirazione di Togliatti è realizzata da Berlinguer. Nasce il compromesso storico. Il terrorismo si espande, recluta nuove leve con l’argomento. che il PCI ha tradito la rivoluzione leninista. Le brigate rosse uccidono il presidente dela DC Aldo Moro. Le aziende italiane sono in vendita alle multinazionali. Ed alla Fiat entra il capitale libico. L’Italia sta fuoriuscendo dal sistema delle economie di mercato più avanzate. L’inflazione raggiunge il 24%.
Il Partito Socialista non è più protagonista. Ma una nuova generazione di dirigenti, quella che si era avvicinata al Partito dopo il 1956, si salda ancora una volta con la vecchia generazione. Raccoglie la bandiera dell’autonomia socialista Craxi, che è nelle fila socialiste sin da giovanissimo, diventa nel 1976 il nuovo segretario del Partito.
Craxi insiste sul fatto che il socialismo non ha nulla in comune con il marxismo leninismo e inizia una lunga battaglia ideale per i valori del socialismo democratico e liberale, nella tradizione dei fratelli Rosselli. Sprona i comunisti di Berlinguer a rinnovarsi, ma persino una parte importante della stampa e della cultura democratica dà per scontato che il PCI abbia già concluso il processo di revisione e lo sostiene preferendolo di gran lunga al Partito Socialista.autonomista di Craxi.
Il nuovo corso socialista coglie il primo grande risultato con l’elezione di Sandro Pertini a Presidente della Repubblica. Pertini riavvicina le istituzioni logorate al popolo. Interpreta il collegamento diretto tra il Risorgimento e la Resistenza. E’ il simbolo del socialismo tricolore, un socialismo cioè che contribuisce a far riscoprire agli italiani il valore di patria, avvilito dalla retorica fascista e dalla fedeltà a Mosca della tradizione comunista.
Nell’83, per la prima volta, un Presidente dei Consiglio socialista. Se Nenni era riuscito dove non riuscì Turati (a portare i socialisti al governo) Craxi riesce dove non riuscì Nenni; a portarli alla guida del governo. Nessuno può ormai accusare i socialisti, come ai tempi del centrosinistra, di subordinazione alla DC.
E’ il governo più lungo e stabile del dopoguerra. I cortei criminalizzano l’installazione in Europa dei missili NATO che controbilanciano gli SS2O puntati da Mosca, contro l’Europa e contro l’Italia. E' una chiara scelta occidentale che dimostra ai sovietici che l’intimidazione militare non paga mentre apre invece la strada alla sconfitta del breznevismo. I manifestanti hanno sempre creduto di sfilare per la pace. Ma sono sfilati in verità sempre contro le democrazie occidentali: per Stalin, per Breznev, persino per Saddamn Hussein. I cortei prevedono che la riforma della scala mobile porterà miseria e invece porta sviluppo. I comunisti perdono il referendum popolare contro la decisione del governo Craxi. E perdono anche un diritto di veto silenziosamente conquistato negli anni settanta, con la politica dell’unanimismo e della consociazione.
L’inflazione, dall’83 all’87 scende dal 16% al 4%, senza la retorica dei sacrifici, delle “lacrime e sangue” cara alla destra. Il deficit pubblico scende di un terzo, dal 15%al 10%.
Lo sviluppo dell’economia italiana conquista un record europeo, ed è secondo soltanto a quello del Giappone. I salari crescono, in quattro anni, di quasi due punti al di sopra dell’inflazione.
L’Italia si accorge di essere un grande Paese, di avere sorpassato il reddito nazionale e quello pro-capite della Gran Bretagna, diventando il quinto paese industriale avanzato del mondo. Il calcio, il design e la moda, lo spettacolo, la tecnologia, portano il nome dell’Italia nel mondo.
L’Italia sa ritrovare con maggior prestigio il suo posto nella comunità dei paesi guida dell’Occidente, insieme agli Stati Uniti, ma sa anche dire di no quando si tenta di violare, a Sigonella, durante la tragedia del’Achille Lauro, la sovranità nazionale.
Il terrorismo viene sconfitto definitivamente.
Nel centenario del Partito, dopo anni grigi, nei quali si è persa l’occasione per risanare definitivamente il Paese, il messaggio socialista è ancora di fiducia. Si può, così come si è potuto durante il governo Craxi, riprendere il progresso economico. Si può difendere da una trincea realistica lo Stato Sociale.
Quando i socialisti inglesi nel dopoguerra, e poi tutti i paesi dell’Europa occidentale, e anche l’Italia, hanno tutelato dalla malattia e dalla vecchiaia i cittadini, hanno realizzato la più straordinaria rivoluzione pacifica della storia, ancora inattuata persino negli Stati Uniti. Ma sanità e pensioni vanno sottratte a sprechi, inefficienze, diseguaglianze, discriminazioni. Si può sconfiggere la criminalità, ricordando che la giustizia italiana non è il medico, ma la malattia. 22.000 delinquenti sono infatti in libertà perché i processi tardano anni, 2.300 omicidi sono stati compiuti da criminali che già avevano ucciso.
Si può restare nella serie A dell’Europa perché, se l’Italia ha un record nel deficit pubblico, ha anche un record nel risparmio privato. E lo Stato è indebitato con i suoi stessi cittadini. Si può arrivare finalmente alle riforme istituzionali, che diano efficienza in Italia non soltanto alla società civile, che ce l’ha da tempo, ma anche al sistema politico e allo stato. Craxi chiese infatti una Grande Riforma delle istituzioni per la prima volta nel 1979, circondato da un muro di ostilità. E se non si faranno le riforme vere, si faranno le riforme finte, o si distruggerà il sistema senza averne costruito uno nuovo, magari disgregando l’Italia in tre repubblichette come pretende il leghismo estremista. O lasciando rafforzarsi il vento di destra che sta soffiando in Occidente. Si possono percorrere, in Europa e nel mondo, le nuove frontiere del socialismo democratico e liberale.
Le nuove frontiere della democrazia, per proteggere non più una maggioranza, ma una minoranza di cittadini povera o emarginata.
Le nuove frontiere della libertà, perché i cittadini siano soggetti e non oggetti sempre, non soltanto al momento del voto, nella moderna società di massa dove tutti rischiano di diventare un numero.
Le nuove frontiere della giustizia sociale. Perché un tempo la lotta di classe era tra poveri e ricchi, a livello provinciale e nazionale. Oggi è universale, tra poveri e ricchi del mondo, come i socialisti democratici hanno ridotto le diseguaglianze nei paesi europei, con politiche di solidarietà e progresso, così oggi sono chiamati ad attuare le stesse politiche a livello internazionale. Non a caso proprio Craxi è stato chiamato dalle Nazioni Unite ad occuparsi dei problemi del Terzo Mondo: perché i socialisti europei sanno parlare con la stessa credibilità il linguaggio del realismo ai ricchi e quello della solidarietà ai poveri del mondo.
Ma tutto è stato, è, sarà più difficile perché l’Italia è l’unico paese moderno dove è mancata una grande forza socialista democratica, dove nella sinistra un partito comunista è stato una forza numericamente prevalente. Oggi, nel centenario socialista, l’unicità italiana può essere cancellata. Nel 1921, Il Partito Comunista è uscito dalla vecchia casa socialista “per fare come in Russia”. Togliatti è stato tra i collaboratori e i complici di Stalin.
Responsabile del comunismo internazionale per l’Europa nel momento in cui Mosca ha deciso lo sterminio dei comunisti polacchi e ungheresi. Psicologicamente al di là del muro di Berlino. Vicino al capo della polizia segreta negli anni dell’orrore. Spietato persino con ·i suoi compatrioti che morivano a decine di migliaia. Berlinguer, che pure ha tentato di staccarsene gradualmente, ha fatto parte della nomenclatura comunista internazionale. Fino all’ultimo, nel PCI, si è puntato a un comunismo sovietico rinnovato, non alla fuoriuscita dal comunismo e da quello che — anche se in Italia non lo si voleva vedere — e stato, dopo quello asburgico, ottomano e zarista, l’ultimo impero sovranazionale. Un impero che, unico nella storia dell’umanità, ha causato 20 milioni di morti al suo stesso popolo. Che non ha dato nè libertà, né pace, né pane.
Turati aveva detto che i comunisti sarebbero tornati sulla strada del socialismo, lasciata nel 1921, soltanto caduto il feticcio di Mosca. Oggi, ‘il feticcio è caduto davvero; Il comunismo è finito. La falce e martello, il culto di Lenin, non possono durare in Italia più a lungo che a Mosca. Una Italia dell’Est non può sopravvivere all’Est.
Crollata per sempre la strada sbagliata presa nel 1921 “per fare come in Russia”, nel centenario socialista, gli ex comunisti possono ritornare sulla strada del socialismo democratico e liberale. La politica dell’unità socialista, lanciata da Craxi dopo il crollo del muro di Berlino, non è una tattica elettorale, ma una strategia. Mentre si ammaina la bandiera rossa del comunismo, può essere tenuta alta con orgoglio la bandiera rossa del socialismo che fu di Garibaldi. Questa bandiera può dare una prospettiva d’avvenire a milioni di lavoratori che hanno lottato in Italia con generosità e buona fede per gli ideali giusti, ma sotto un simbolo e una ideologia sbagliata. L’Europa non sarà costruita da qualunquismi antipartitocratici e dai leghisti, ma dai partiti. L’Italia ha bisogno di esserci, con un grande partito socialista democratico, presente con autorità nella grande famiglia dell’internazionale socialista.
Il centenario può chiudere per i socialisti una storia di divisioni e di disgregazione, può aprirne una di unità e di aggregazione. con l’unità socialista. Nel nome di Turati, il padre del socialismo italiano. La sua profezia racchiude la storia di un secolo, maturata nelle sue radici culturali e morali già nel 1892, lanciata a Livorno all’atto della scissione comunista del 1921, si può concretare oggi, nel 1992 Riascoltiamolo Ecco le sue parole ai comunisti Gramsci, Tagliatti che abbandonarono la casa socialista, “Il culto della violenza, violenza fisica o violenza morale (perché vi. È una violenza .morale, che pretende di sforzare la mentalità) non è nuova nella storia del socialismo. Ma il socialismo in definitiva fu sempre il trionfatore contro tutte le sue deviazioni e caricature. Il mito russo evaporerà e il bolscevismo attuale o sarà caduto o si sarà trasformato. Sotto le lezioni dell’esperienza, le vostre affermazioni d’oggi saranno da voi stessi abbandonate. Avrete allora capito, intelligenti come siete, che la forza del bolscevismo russo è nel peculiare nazionalismo che vi sta sotto. Noi non possiamo seguirlo, perché diventeremmo per l’appunto lo strumento di un imperialismo eminentemente orientale, in opposizione al ricostruirsi della Internazionale più civile e più evoluta”.
Crollata l’ideologia comunista, il socialismo resta. Va avanti con il cuore dell’800 e con le idee del 2000. Con un misto di valori morali e sentimenti da una parte, di pragmatismo e realismo dall’altra. Con le parole pronunciate di Ignazio Silone già nel 1949, al tempo del Leninismo vincente: “La mia fiducia nel socialismo mi è rimasta più viva che mai. Essa è tornata ad essere un bisogno di effettiva fraternità, un’affermazione della superiorità della persona umana su tutti i meccanismi economici e sociali che lo opprimono. Queste verità sono più antiche del marxismo. Non concepisco la politica socialista indissolubilmente legata. ad una determinata teoria, però ad una fede sì. Quanto più le teorie pretendono di essere scientifiche, tanto più esse sono transitorie; ma i valori socialisti sono permanenti. Sopra un insieme di teorie si può costituire una scuola e una propaganda. Ma soltanto sopra un insieme di valori si può fondare una cultura, una civiltà, un nuovo tipo di convivenza tra- gli uomini”.

LA CRITICA SOCIALE
11.02.02


17 ANNI FA IL PARLAMENTO APPROVAVA IL NUOVO CONCORDATO CON LA SANTA SEDE 

Bettino alla guerra dei Patti 


IL 20 marzo di diciassette anni fa il Parlamento italiano ratificava, con voto quasi unanime, il trattato per i «Nuovi Patti Concordatari» firmato a Palazzo Madama tra l´allora Presidente del Consiglio Craxi e il Segretario di Stato Vaticano Casaroli, in sostituzione dei Patti Lateranensi stretti nel `29 tra Mussolini, per l´Italia, e il cardinale Gasparri per la Santa Sede. I Patti Lateranensi avevano il fulcro ideale e operativo nella «religione di Stato» con tutto quel che ne consegue in termini di privilegi e di discriminazione dei cittadini. Basti pensare alla condizione di inferiorità (per non dire di peggio) in cui ponevano tutti i cittadini di altre confessioni religiose, all´autorità data alla Chiesa nel regime matrimoniale e nell´insegnamento. Fecero rumore i casi di Romolo Murri ed Ernesto Bonaiuti, i «modernisti» privati della facoltà di insegnare, cioè dell´unico modo di provvedere al loro sostentamento. «Parigi val bene una messa», la nota esclamazione di Enrico di Navarra deve essere passata nella mente di Mussolini mentre firmava quei patti che davano tanti privilegi alla Chiesa ma davano al fascismo il consenso dei cattolici e ne legittimavano il potere. E lo stesso pensiero deve aver avuto Togliatti mentre trattava con i «professorini» cattolici - Dossetti, Moro, La Pira - per inserire i Patti Lateranensi nella Costituzione, come poi avvenne con il contrastatissimo voto sull´art. 7. Togliatti aveva il problema di mettere radici italiane al comunismo sovietico da lui importato e poco valeva che quell´atto offendesse profondamente la coscienza libertaria con cui l´Italia era uscita dalla rovina del fascismo e dalla guerra di liberazione. Nel `65 gli on. Mauro Ferri e Lelio Basso, socialisti, proposero la revisione dell´art. 7 ma dovettero passare più di dieci anni prima che venisse costituita una commissione mista italo-vaticana incaricata di studiare emendamenti che rimediassero al «vulnus» inferto da quell´articolo alla liberalissima Costituzione italiana. Si instaurò così una specie di rito: ogni tanto la commissione informava il governo sul lavoro svolto, il Presidente del Consiglio riferiva alle Camere, a volte con semplice lettera ai capigruppo, e tutto finiva lì, con progressi minimi. Così per anni, fino all´agosto dell´83 e alla elezione di Craxi alla Presidenza del Consiglio. Craxi non aveva dimenticato l´affanno con cui Pietro Nenni, l´artefice della Repubblica, gli parlava dello «sconcio» dell´articolo 7. Ebbe la fortuna di avere accanto a sé Gennaro Acquaviva, che ben conosceva il Vaticano e ne aveva la fiducia. Di certo ci furono molti contatti fra la segreteria del Presidente del Consiglio e la segreteria dello Stato Vaticano. Il 25 gennaio dell´84, Craxi poteva così comunicare alla Camera di avocare a sé i poteri della commissione mista impegnandosi a concludere la trattativa entro un mese. Seguì la visita in Vaticano, l´incontro con Papa Wojtyla, un incontro aperto, franco, leale tra due uomini capaci di intendersi. Preziosi furono, per Craxi, i consigli del prof. Francesco Margiotta Broglio, esperto di diritto ecclesiastico e la collaborazione dei cardinali Casaroli e Silvestrini. Puntualmente, entro il termine fissato, i Nuovi Patti erano pronti: il 18 febbraio la firma solenne. Punti qualificanti: la Chiesa riconosceva la piena laicità dello Stato e la sua totale giurisdizione sui cittadini italiani; lo Stato garantiva spazi di «libera Chiesa in libero Stato» consentendo di conseguire l´impegno «alla reciproca collaborazione per la promozione dell´uomo e il bene del paese». Viene regolata la questione dei beni e degli Enti ecclesiastici, un nuovo sistema di aiuto economico (l´8 per mille nella dichiarazione dei redditi, che consente di finanziare anche le altre confessioni religiose) sostituisce l´antica e avvilente «congrua»; permane nelle scuole l´insegnamento della religione cattolica ma l´assistervi è libero e facoltativo. Lo Stato recuperava la sua piena libertà; ogni discriminazione veniva cancellata. All´importanza dell´avvenimento, non rispose né allora né dopo e nemmeno oggi, un´eco adeguata. I comunisti, che avevano sulle spalle l´art. 7, non avevano certo voglia di festeggiare il successo del loro avversario (si era in periodo berlingueriano); i democristiani, guidati dall´on. De Mita, mal sopportavano che a firmare l´accordo fosse stato il socialista Craxi; Spadolini, il teorico dell´intesa fra laici e cattolici, prese l´accordo quasi come un´offesa personale; insorsero anche i cattolici anticoncordatari che, dimentichi del pessimo regime concordatario in cui vivevano, videro nel nuovo Concordato la prevalenza nella Chiesa dello spirito dello Stato piuttosto che quello pastorale; e si può aggiungere anche il malcontento di una parte del clero minuto che non gradiva di dover dipendere dalla Chiesa anche economicamente. Stampa e tv, naturalmente, seguirono gli umori prevalenti per rendere piccolo un grande avvenimento. Si sfiorò la farsa, e la crisi di governo, sull´ora di religione. Molti istituti, non si sa se sollecitati, la collocarono alla fine dell´orario scolastico col risultato che, essendo facoltativo assistervi, la scuola finiva un´ora prima e l´insegnamento non si faceva. Dovette intervenire Craxi a ricordare che l´ora di religione doveva essere inserita «nel quadro dell´orario scolastico» deciso dall´ufficio di Presidenza dell´istituto. Seguì in Parlamento un dibattito infuocato e un voto quasi drammatico, con la maggioranza sul filo del rasoio. Ma il partito socialista, benché colmo - non è un mistero - di anticlericali e anche di massoni, non ebbe defezioni e la maggioranza resse. Craxi era un capo che sapeva farsi rispettare.

Stefania Craxi

La Stampa
17/3/2002


La difficile eredità di Craxi 

Nel giudicare lo scomparso leader del Psi, quali sono gli elementi da considerare?


di SERGIO ROMANO


Sono uno studente diciassettenne che francamente poco conosce della storia politica degli anni Ottanta. Ultimamente si è molto parlato di Bettino Craxi, per esempio i figli lo esaltano come eroe nazionale, altri (vedi Antonio Di Pietro) lo demonizzano. Potrebbe, in breve, esprimermi la sua personale e storica opinione su un personaggio sicuramente ambiguo della politica italiana?
giuambrogio@inwind.it

Piuttosto che «ambiguo» direi contraddittorio. 
Quando conquistò la segreteria del partito nel luglio del 1976, il Psi era divenuto, sotto la guida di Francesco De Martino, una forza politica marginale, d'ispirazione massimalista, schiacciata fra i due maggiori partiti italiani: la Dc e il Pci. Il nuovo segretario ne rinnovò la dirigenza, ne cambiò lo stile e colse ogni possibile occasione per affermarne l'originalità. Aveva due obiettivi complementari. Era deciso a impedire che i comunisti e i democristiani, alleati nel compromesso storico, creassero una sorta di duopolio in cui gli altri partiti, e principalmente il Psi, avrebbero recitato per molto tempo un ruolo minore. E voleva strappare ai comunisti la leadership della sinistra. Per allargare il suo spazio non esitò a dare colpi di gomito in tutte le direzioni. 

Si proponeva di conquistare, con una politica riformatrice e modernizzatrice, i ceti emergenti del Paese, ma non esitò a corteggiare alcuni dei gruppi extraparlamentari che erano usciti dai movimenti del '68. Non poté impedire i governi di solidarietà nazionale, sostenuti dal Pci, ma conquistò un paio di punti alle elezioni del 1983 e riuscì a formare il suo primo governo nell'agosto di quell'anno. Il profilo politico di Craxi divenne da quel momento più riconoscibile. In politica estera fu più atlantico e filoamericano di molti dei governi che lo avevano preceduto. Ma dette al Psi una connotazione patriottica e difese bene gli interessi del Paese in alcune crisi internazionali.
Nel processo d'integrazione europea ebbe con Giulio Andreotti, allora ministro degli Esteri, una parte decisiva. In politica interna fu un modernizzatore ed ebbe il coraggio di ridurre drasticamente l'inflazione impegnandosi, contro una parte del mondo sindacale, in una difficile battaglia per l'abolizione del punto di scala mobile. Fu quello il periodo durante il quale i comunisti videro in lui il loro maggiore avversario. 

Questi sono gli aspetti positivi della politica di Craxi. 
Nella colonna rossa dei passivi metterei una certa arroganza e una buona dose di spregiudicatezza. Per rinnovare i quadri del partito accettò intorno a sé molti spericolati arrampicatori. Per aumentare la forza del Psi permise che le tangenti sugli appalti divenissero la regola non scritta dell'economia nazionale. Il bilancio della sua vita spetta agli storici. A me sembra, tuttavia, che l'attivo superi di molto il passivo.

Panorama 
1/3/2002


L’ACCORDO MANCATO Il documento preparato dal segretario socialista poteva essere il primo passo verso l’alternanza

«Dichiarerò che il Pci è pienamente democratico»


Il 19 marzo 1981 il portavoce Tonino Tatò riferisce a Berlinguer, con una nota scritta, di un messaggio che Craxi gli ha fatto pervenire tramite Eugenio Scalfari. Ecco i passaggi salienti 
«Il vecchio Psi è morto e non risorgerà più», il Pci non deve farsi illusioni. «su una nostra subalternità». Il Psi «ha dovuto accentuare i toni polemici» verso i comunisti perché «nelle precedenti gestioni l'autonomia politica del Psi era di fatto scomparsa». Ma «noi siamo pronti ad aprire al Pci». 
«Il Psi deve fare una "politica di movimento"… far sentire con ogni mezzo che c'è,… che influisce sulla Dc, che non la teme come non teme nessun altro partito». Solo così i socialisti possono «raccogliere intorno a sé o... influenzare un'area laica-socialista-libertaria-democratica di centro sinistra», che ha circa il 20% dei voti e «può allargarsi … a spese della Dc». Il 10-15% dei voti socialisti e il 10-12 degli altri partiti, «sommandosi al 30 del Pci»… darebbero luogo «a una maggioranza laica che oltrepasserebbe non di poco il 50%». 
«Alla Dc bisogna togliere potere e voti… per obbligarla a cedere la presidenza del Consiglio». 
Al Pci Craxi chiede di avanzare, nella prossima crisi di governo, la candidatura socialista a Palazzo Chigi. «Se il Pci mi comunica che è pronto a fare… (questa) proposta, garantisco che al prossimo Comitato centrale socialista il Psi dichiarerà che il Pci è pienamente autonomo, è pienamente democratico, e ha tutti i titoli per governare». 
Quanto ai possibili esiti di una simile proposta, Craxi prende in esame entrambe le ipotesi possibili. «La Dc rifiuta (e questo è probabile al 90%). Bene. Ma… si cambia il clima (tra Psi e Pci, ndr ), e la "politica di movimento la si fa insieme, raccordati a quell'area laico-democratica di centro-sinistra che della Dc non vuol più saperne. La Dc accetta? Bene. Allora il Psi concorda prima con il Pci dei punti di programma (non un "programma comune") su questioni rilevanti e urgenti che il presidente del Consiglio socialista si impegna a realizzare; il Pci… non gli dà la fiducia, ma vota a favore delle leggi che attuano i punti di vista concordati». 
«Non è opportuno che il Pci entri nel governo presieduto da un socialista … perché questo suo immediato ingresso porterebbe a rompere i rapporti con quell'area laica-democratica-di sinistra che invece è essenziale per dare forza alla presidenza socialista» in un governo con la Dc. Ma… si avvierebbe immediatamente quell'alternanza alla Dc che è voluta anche dal Pci». 
«Se non fa questo, sarà il Pci a gettarmi nelle braccia della Dc. Ma allora dovrò trarne tutte le conseguenze, nelle giunte, nelle associazioni di massa, nelle cooperative, nei sindacati, ovunque»; e allora per il Pci si aprirà una lunga, lunghissima fase di permanenza nel ghetto di una sterile - o anche idealmente fortissima - opposizione, della quale il Paese non saprà che fare».

Corriere della Sera
25 gennaio 2002


risponde Paolo Mieli

Di Pietro? Rendere a Craxi quel che è di Craxi


Sabato scorso ho fatto un balzo sulla sedia nel leggere sul Corriere l’intervista di Francesco Alberti ad Antonio di Pietro sull’affare Sme. «Craxi aveva ragione di incaz... (mi scusi, ma non voglio scrivere per esteso un verbo che considero volgarissimo)», avrebbe detto l’ex pm di Mani pulite. Il giorno successivo ho sfogliato il giornale per vedere se Di Pietro avesse rettificato. Niente. 
Così mi è rimasta impressa quella frase: «Craxi aveva ragione». Pronunciata, oltretutto, a proposito del più importante processo del momento che vede sul banco degli imputati Silvio Berlusconi e Cesare Previti. 
Ma cosa sta capitando a Di Pietro? 
Giovanna Calamai 
Firenze 

Cara signora Calamai, nell’intervista a cui lei fa riferimento, Antonio Di Pietro è stato durissimo con Silvio Berlusconi, oltreché con il ministro Roberto Castelli. Non è dunque per fare un favore al Presidente del Consiglio che ha parlato bene di Craxi. Più semplicemente, secondo lui, Bettino Craxi (a quei tempi, nel 1985, capo del governo) era dalla parte della ragione allorché si mise di traverso alla «svendita» della finanziaria alimentare dell’Iri a Carlo De Benedetti. Ma anch’io, come lei, mi son fatto l’idea che l’ex magistrato stia gradualmente rivalutando alcuni aspetti della figura di Craxi. E non solo dopo aver letto questa intervista. 
In questa occasione, però, credo che Di Pietro abbia semplicemente voluto rendere a Craxi quel che è di Craxi. Nel ’93 da pm, ebbe occasione di interrogare Romano Prodi, all’epoca presidente dell’Iri: «Non ho ancora capito se l’hanno fatta fesso o se lei sta facendo il fesso», gli disse. E, dalle risposte di Prodi, si confermò nell’idea che in quel tentativo di vendere la Sme a De Benedetti ci fosse stato qualcosa di «poco accorto» o «addirittura clientelare». Effettivamente il prezzo con il quale Romano Prodi, buon amico dell’allora segretario dc Ciriaco De Mita, si accingeva a vendere la Sme, non era altissimo. Anzi. Tant’è che qualche anno dopo la stessa azienda fu dismessa per un importo cinque volte più grande come mi fa ancor oggi notare una lettera dell’avvocato Giacomantonio Russo Walti. Capita. Probabilmente per ingenuità, Prodi non si rese conto che la Sme valeva molto di più di 497 miliardi di lire (da riscuotere, oltretutto, superdilazionati). E De Benedetti, che ha il senso degli affari, ne approfittò. O, meglio, cercò di approfittarne. Ma il sospettosissimo Craxi (assieme a Giuliano Amato) - lui sì che, letti alcuni articoli sul Manifesto , aveva capito quanto valesse la Sme - si mise di traverso alla realizzazione di quell’affare. Anche perché, malfidato, pensò che dietro le quinte ci potesse essere qualche vantaggio per De Mita. Così fece mettere in piedi una cordata alternativa (alla quale, assieme a Pietro Barilla, Michele Ferrero e le cooperative, partecipava Silvio Berlusconi) e lo mandò a monte. In una piega di questa vicenda furono corrotti alcuni giudici? Ce lo dirà la sentenza definitiva del processo che si sta svolgendo a Milano. Ma non è di quest’ultimo dettaglio che voleva parlare di Di Pietro. L’ex pm si è limitato a dire che, per come era impostata la compravendita, Craxi fece bene a bloccare quel primo tentativo di privatizzazione. «Delle due l’una», ha sintetizzato, «o chi voleva l’accordo con la Buitoni (di De Benedetti, ndr.) era poco accorto, oppure aveva un rapporto clientelare tutt’altro che trasparente». E qui l’allusione alle amicizie politiche di Prodi è invece del tutto trasparente. 
Forse Di Pietro voleva anche dire che tra tutte le ipotesi accusatorie contro Berlusconi, quella relativa all’affare Sme gli appare come la più stravagante. Ma questa è una mia libera interpretazione. Lui non l’ha detto. 

Corriere della Sera
8 gennaio 2002


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