Cronache del disastro
La cosa che non fu
DS e dintorni

Gigi Covatta, direttore di "Mondoperaio", storica rivista del Socialismo fondata da Pietro Nenni, ha curato un numero -3 del 2016- con un'ampia parte dedicata alla rievocazione dei tentativi abortiti di innovazione nella sinistra (Cosa 2 e Ulivo). Alla "Cosa 2" ed alle ragioni dell'insuccesso è dedicato il "pezzo" che ho scritto per Mondoperaio e che qui riporto: la Cosa che non fu.

Siamo agli ultimi anni del novecento quando alcuni socialisti di diversa storia personale e molto spesso con "simpatie" non coincidenti all’interno dell’ormai defunto PSI, si ritrovano nella speranza di contribuire alla rinascita di una sinistra che, appresa la lezione della storia, voglia costituire un grande partito che sappia stare all’interno del movimento socialista internazionale senza più remore né riserve mentali.

L’Urss è morta, occorre costruire l’Europa dei popoli e delle autonomie, non c’è più un elemento reale di divisione, c’è da rifare tutto, sia per chi, come noi che proveniamo dal PSI, ha perso tutto, sia per chi –i compagni dell’ex PCI- ha salvato qualche bel pezzo della bottega che ci fu ma brancola alla ricerca di una strada.

C’è da ripensare programmi e strategie, non bastano più le stanche rimembranze del “sole dell’avvenire”: c’è ormai un mondo nuovo, con la globalizzazione, la già evidente finanziarizzazione del capitalismo, i profondi mutamenti nelle strutture sociali dovunque nel mondo, e chi più ne ha più ne metta.

Inizia allora una storia travagliata a cui partecipo con impegno.  Come è finita lo sappiamo, ma molti –me compreso- ne hanno dimenticato molte parti.

Qualcosa si è mosso:lo stanco pastrocchio postcomunista sembra volgere al termine, ma non è altrettanto chiaro verso cosa siamo diretti.

Non so se il passato può dare indicazioni per l'avvenire, ma ricordare che ci abbiamo provato è il minimo che possiamo fare. Qui chi vuole può trovare qualche pezzo di quella storia


>>>>l’ulivo che fu

L’approdo mancato

La Cosa che non fu

>>>> Mario Artali

da "Mondoperaio" n°3-marzo 2016

 

Ci abbiamo provato. In che altro modo riassumere tanti anni dopo una proposta suggestiva che per qualche tempo fu una prospettiva  ma poi languì  tra piccoli opportunismi  ed equilibrismi ed infine si estinse nella noia insopportabile del tardo burocratismo postcomunista? Non osiamo parlare di storia, anche se di vicende non proprio "minori" si tratta: come si è potuta disperdere una speranza, quella di un grande e moderno partito di tutti i socialisti, quale che fosse la loro provenienza, dal PSI, dal PCI, dal PSDI, o anche dalle tante, infinite sigle di una lunga e travagliata vicenda, laici o cattolici, credenti e non credenti, spesso divisi da contingenze e particolarismi, ma al fondo uniti dalla prospettiva comune dell’avanzamento sociale nella libertà? Uniti anche da una convinzione comune: che il diritto di tribuna va garantito a tutti, ma che in democrazia  non si può prescindere dai numeri se si vogliono trasformare i programmi in realtà e quindi non si può rinunciare alla costruzione di un grande partito della “sinistra di governo”.

Ricordo come eravamo messi  nella seconda metà degli anni 90. Inizio dall’area socialista, con il PSI dissoltosi in un rapido arco di tempo, tra il 1992 ed il 1993, tra avvisi di garanzia, arresti, dimissioni di Craxi. C’è qualche tentativo di reggere – e  meritano tutto il nostro rispetto i compagni che ci provano-  ma non è difficile capire che una fase si è chiusa nel più tragico dei modi e aprirne una nuova- per chi intende confermare la storia e la vocazione dei socialisti come forza di libertà, spesso ribelle e critica, della sinistra-  richiede consapevolezza degli ostacoli e dei rischi ma anche coraggio politico.

Molti restano in attesa, qualcuno si accasa come può, alcuni incominciano a porsi la questione del che fare, anche perché è evidente che asserragliarsi nella fortezza demolita significa morte certa, uscirne non può comportare alcuna certezza, ma provarci è un dovere :se non ci sarà la capacità di elaborare una proposta  non solo non ci sarà futuro, non solo avremo buttato via  una intera gloriosa storia ma avremo contribuito a modificare in negativo tutti gli equilibri della politica italiana.

Molti nell’altra sinistra (da tempo non più bolscevica né togliattiana ma ormai figlia di un berlinguerismo  imbevuto di antisocialismo e di giustizialismo) convinti di aver riportato una vittoria storica, non colgono quello che sta maturando : uno dei più significativi spostamenti negli orientamenti  di una larga parte dell’elettorato socialista e degli elettori laici, repubblicani e demoliberali verso il centrodestra, non arrestabile senza una forte e convinta iniziativa politica di superamento del passato storico e di quello- molto più pericoloso- recente.

Le vicende di quegli anni –inclusa la disfatta degli eredi delle culture socialiste  all’interno del PDS-DS-PD -sono figlie di una impostazione che qualche anno dopo gli eventi di cui stiamo parlando, verrà riassunta così da Rino Formica che le seguì attentamente ma alle vicende non partecipò: “Berlinguer e i suoi successori hanno peccato di presunzione. Hanno creduto di poter guidare il disfacimento del sistema perché erano la forza più robusta e organizzata...... In fondo questo è l'ennesimo frutto velenoso del richiamo alla diversità, della convinzione di essere i migliori, di una mentalità che gli eredi di Berlinguer non hanno ancora abbandonato, benché siano ridotti al 16 per cento. Solo pochi di loro .....mostrano di aver capito la gravità dell'errore compiuto”. (Ventunesimo Secolo 1, 2002)

Forse oggi si è ampliato il numero di quelli che hanno capito, avendo ormai tutto il tempo libero per riflettere: al governo, del paese e del partito, ci pensa qualcuno fuori dalla “ditta”. Del resto c’è un dato, che abbiamo avuto il torto di sottovalutare : l’abbassamento complessivo del livello dei gruppi dirigenti che ha facilitato il diffondersi della illusione che i drammatici mutamenti -crollo del mito della rivoluzione d’ottobre e sconfitta strategica- fossero colmabili con la rendita di posizione derivante dal ruolo del PCI prima nella lotta per la libertà e poi in quelle politico-sociali del dopoguerra: proprio come fanno gli eredi incapaci con l’eredità paterna.      

Frenare lo spostamento a destra, rielaborare teoria e pratica politica in una situazione in profondo mutamento avrebbe significato risparmiare al paese- almeno in parte- anni sprecati ed ulteriori ritardi, ma questo sarebbe stato possibile se anche da altri, a sinistra, si fosse capito che la guerra –ben diversa dal legittimo confronto, magari duro-  aveva prodotto solo danni ed era ora di prendere atto dei responsi  che la storia andava offrendo sulle spallate rivoluzionarie fallite, sulle scissioni che avevano prodotto, e sui ritardi accumulati. Tutto si poteva dire dei socialisti, tranne che non avessero compiuto uno sforzo di riflessione e di governo- magari non sempre riuscendoci pienamente - per superare quei ritardi.

Era un tentativo che andava fatto, ed è sulla base di questa convinzione che alcuni di noi – socialisti fieramente “acomunisti”- ci hanno provato.

Nel  gennaio del 1991 si era tenuto a Rimini il XX° ed ultimo congresso del PCI con la decisione di dar vita al PDS, Partito Democratico della Sinistra. Armando Cossutta, Sergio Garavini, Lucio Libertini ed Ersilia Salvato lasciano il Partito e danno vita a “Rifondazione Comunista”.

Nelle elezioni politiche del marzo 1994, con le nuove regole maggioritarie, il Polo delle libertà di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi sconfigge l'alleanza dei Progressisti di centrosinistra capeggiata dal Pds , che proponeva Achille Occhetto alla guida del Paese.

Il 1° luglio 1994, al consiglio nazionale del partito, D'Alema è eletto segretario del Pds al posto del dimissionario Occhetto, con 249 voti contro i 173 di Veltroni, che figurava in vantaggio nell'ampia consultazione delle strutture periferiche delle settimane precedenti. E’ una vittoria-o così allora apparve- dell’orientamento socialdemocratico-europeo  di D'Alema su quello di Veltroni, che un insospettabile testimone (Enrico Morando) definisce “berlinguerian-kennediano”(?).

Il nuovo segretario del Pds, Massimo D'Alema, il 6 luglio 1995 apre al Palafiera di Roma il primo congresso del partito. Si tratta più che altro di un'assemblea tematica con lo slogan "Fare dell'Italia un Paese normale": l'obiettivo dichiarato del segretario del Pds è portare l'Italia fuori  dalla "cultura del nemico"(e il nemico non era stato solo a destra).

C’è anche, nello stesso periodo una ripresa di iniziativa nel campo socialista, unita a sempre più esplicite differenziazioni.

Il 19 luglio 1994 si tiene a Napoli il dibattito “Verso la Costituente Laburista”  alla quale segue una settimana dopo una riunione pubblica a Roma per promuovere la Costituente laburista di Valdo Spini. A novembre si svolge l’Assemblea costituente a cui aderiscono 9 dei 15 deputati e 7 dei 10 senatori del PSI, oltre ad altri esponenti di formazioni di ispirazione socialista.

Il 4 maggio 1995 nasce la “Costituente aperta per il socialismo” che non intende proporsi come un nuovo partito politico, e che fa capo a Giuseppe Averardi, Paolo Vittorelli, Alessandro Menchinelli e Filippo Caria. Iniziano  “incontri esplorativi” tra esponenti di area socialista, tra i quali, in particolare, Gino Giugni per i Socialisti italiani, Giorgio Benvenuto per Alleanza democratica, Valdo Spini per la Federazione laburista e Gian Franco Schietroma per i socialdemocratici: viene ipotizzata una organizzazione a struttura federale, autonoma anche se collocata nel centro-sinistra, che rappresenti politicamente in modo unitario l'area socialista ("L'appello dei 100 per la ricostituzione di un unico partito socialista", scaturito dalla riunione del 18 luglio 1995). L’ipotesi è la creazione di un partito, che dovrebbe rinascere dalla confluenza di Socialisti italiani, laburisti, socialdemocratici, con l'adesione della Uil, da collocare nell'area del centro-sinistra, anche se in forma autonoma rispetto al Pds e al Ppi.

Nasce, intanto l’Ulivo : « In un periodo concitato e difficile per il centro sinistra italiano, come i primi anni novanta, furono in tanti a capire ben presto che l'Ulivo - pianta mediterranea, molto radicata, con radici complesse e tronco contorto - era la risposta alla nuova sfida che la profonda crisi politica italiana poneva al sistema. » (Romano Prodi)

Il panorama del confronto muta radicalmente, alla fine del 1995, in seguito alla caduta del Governo Dini, e si apre la concreta questione degli schieramenti.

La “Costituente socialista” punta alla presentazione di una lista unitaria delle forze democratiche, laiche e socialiste all’interno dell’Ulivo. Nei primi mesi del 1996 si ipotizza una lista socialista comune, allargata ad altre sigle laiche e democratiche, da collocare nell'Ulivo nel sistema maggioritario e come lista autonoma, seppure nell'ambito del centro-sinistra, nel sistema proporzionale (il doppio sistema maggioritario e proporzionale era previsto per l'elezione dei deputati). Le resistenze provenienti da più parti, in particolare dai “Socialisti italiani”, portano al fallimento del progetto.

Primavera 1996: le elezioni politiche sanciscono il 21 aprile 1996 la vittoria dell’Ulivo e l’insediamento del primo governo Prodi.

6 luglio 1996: Convegno a Roma, momento di confronto aperto tra D’Alema e Amato sulla creazione di un partito unico della sinistra. Si apre-per i socialisti interessati alla prospettiva- un doppio confronto, da una parte col PDS per discutere sulla forma e sostanza del nuovo soggetto politico unitario; dall’altra con il mondo socialista, nel complesso disorientato e perplesso.

Settembre 1996: nasce il Movimento dei democratici e dei socialisti per l'unità della sinistra riformista (Mds). E’ il nuovo strumento costituito ad esito dell’incontro svoltosi al Teatro Flaiano di Roma. L’obiettivo – almeno per una parte dei socialisti, non è più la ricostituzione del PSI ma si punta decisamente ad un obiettivo più ampio : una associazione politico-culturale con lo scopo di fornire un coordinamento tra i vari gruppi e personalità di ispirazione socialista e democratica, che partecipino alla iniziativa per la realizzazione in Italia di un grande partito riformista a vocazione maggioritaria – e quindi cogliendo quel che sembra maturare nel PDS- collegato all'Internazionale socialista e al Partito socialista europeo. Nel mese di dicembre, con l’adesione dei Laburisti, l'organismo assumerà la denominazione di Movimento dei democratici socialisti laburisti per l'unità della sinistra riformista (Mdsl).

E –non casualmente- proprio a settembre 1996 inizia a circolare la “bozza riservata per la discussione” di un bel documento a firma di Luciano Cafagna (ed al tutto non è certo estraneo Giuliano Amato) dal titolo “Una cosa grande....ne vale la pena” con sottotitolo “Appello socialista e del riformismo laico per un grande partito moderno della sinistra a forte capacità di attrazione”.

E’ il documento che apre la riflessione organica sui temi da affrontare (Nel sommario:  1.Uno strumento per vincere la crisi -2.Fallimento del duello a sinistra.-3. Unire il meglio di più esperienze: socialisti, ex comunisti, riformisti laici. -4. Le tentazioni pericolose. -5. Un compito arduo e i suoi problemi.)

E’ il forte contributo all’inizio di un confronto più vasto, allargato ad un centinaio di esponenti di tutte le aree della sinistra, con l’apertura di un “Forum della Sinistra” che cercherà di trovare risposte comuni ai temi sul tappeto.

Il “Forum della sinistra” si riunisce il 18 dicembre 1966 all’ex Hotel Bologna (locali del Senato). Oltre alle sigle socialiste dell’epoca (Federazione laburista e Costituente aperta) tra i circa 100 designati a farne parte molti sono socialisti richiamati dalla prospettiva di una svolta storica a sinistra, a cominciare da Giorgio Ruffolo, Federico Coen, Gino Giugni, Giorgio Benvenuto, Guglielmo Epifani, Luciano Cafagna, Gigi Covatta …e mi scuso per non poterli citare tutti.

Il 20 febbraio 1997, Massimo D'Alema apre al Palaeur di Roma davanti a 1.130 delegati e 600 ospiti il 2°congresso del Pds . Tema dell'assise: "La sinistra e il governo dell'Italia". La relazione di Marco Minniti verte sul "nuovo partito della sinistra" e anticipa la mozione guida del segretario D'Alema che lancia la “Cosa 2” , ovvero un nuovo partito socialdemocratico nella tradizione del riformismo europeo.

Il congresso approva inoltre tre ordini del giorno che generano un'accesa reazione della Chiesa cattolica: contro la "capacità giuridica" dell'embrione, a favore della legalizzazione delle droghe leggere, per il riconoscimento civile delle unioni tra omosessuali.

Subito dopo (aprile 1997) molti esponenti socialisti, pur orientati verso il centrosinistra, avviano un percorso opposto a quello dell’MdSL, pronunciandosi per la costituzione di un nuovo partito socialista. Altri, e non ne parlo perché il tema è fuori dall’oggetto di questa analisi, hanno già fatto la scelta del centrodestra: probabilmente aumenteranno lungo la strada per le contraddizioni e le difficoltà frapposte da parte dei postcomunisti.

Già iniziano infatti le difficoltà: Giuseppe Averardi, che pure partecipa attivamente allo MDSL, in una lettera ai socialisti già nel giugno del 1997 denuncia la "linea ondivaga" del Pds, accusato di minimizzare la partecipazione socialista alla Cosa 2.

10 luglio 1997: dopo amplissimo dibattito l’assemblea del “Forum della sinistra” approva all’unanimità i due documenti  che contengono rispettivamente criteri ispiratori e regole della nuova formazione politica della sinistra riformista (poi DS).

La partecipazione di esponenti socialisti è stata forte ed attiva, sopratutto  quella di Giorgio Ruffolo, che giocherà un ruolo decisivo nella impostazione del documento politico conclusivo, di cui sarà poi relatore agli “Stati generali della sinistra”, fissati per il febbraio 1998 a Firenze.

Le cose vanno per le lunghe, tra belle dichiarazioni,  piccoli passi avanti e visibili incertezze negli interlocutori postcomunisti, e sul tutto viene chiamata a pronunciarsi l’assemblea del Movimento dei Democratici, Socialisti e Laburisti che si svolge a Roma il 15 luglio 1997.

Ho riascoltato, dopo la richiesta di Gigi Covatta di tentare di riassumere i fatti e trasferire le emozioni – e le delusioni per quel che poi è avvenuto - la registrazione della riunione.   

Presiede Paolo Vittorelli, relazione di Giorgio Ruffolo, conclusioni di Valdo Spini

Ci siamo tutti o quasi, e molti di noi intervengono. Arrivano messaggi calorosi tra cui quelli di Aldo Aniasi, Umberto Colombo, Fabio Fabbri.

E’ presente, anche se non interviene, Giacomo Mancini, accolto da un applauso calorosissimo (Giorgio Ruffolo lo definisce “segretario storico del Partito Socialista Italiano”).

Paolo Vittorelli, nel saluto di apertura, parla di scommessa, senza che nessuno possa obiettare alcunché.

Ruffolo riassume risultati conseguiti – e sanciti nel documento del Forum di cui sarà poi relatore agli “Stati generali della sinistra”- e questioni ancora aperte: il nome del Partito, una piattaforma progettuale meno generica del punto cui si è arrivati, l’attuazione reale dei meccanismi organizzativi ipotizzati. Insomma, siamo all’inizio e non al termine dell’opera.

Il dibattito è appassionato ma senza grandi novità. Riascoltando la registrazione mi ha impressionato – e gliel’ho detto- l’intervento di Gigi Covatta, che probabilmente è la persona che se ne è occupato di più, avendo come interlocutore Marco Minniti, di cui ho ritrovato una bella intervista dell’inizio del 1977, quando..ci credeva davvero, o almeno così a noi pareva.

Gigi mette l’accento sul nostro impegno, ma anche sulle difficoltà, il rischio che da cosa grande diventi “cosa così così”,  critiche  aperte anche al “cespuglismo”, rischio che si chiuda tutto in maniera burocratica con la cooptazione di singoli (l’ennesima operazione “indipendenti di sinistra”)   

Per farla breve non siamo inconsapevoli dei pericoli ma decidiamo di andare avanti, per le ragioni che ho cercato di esporre in apertura.

E finalmente arriviamo agli “Stati generali della sinistra”, che  si svolgono il 12-13-14 febbraio 1998 a Firenze e che daranno vita, anche con la nostra partecipazione, ai “Democratici di Sinistra” (DS).  

All’Assemblea si arriva dopo una trattativa sulla composizione delle delegazioni: il 73% PDS, 8% MDSL,6%Comunisti Unitari (Crucianelli),6% Cristiano Sociali (Carniti, Gorrieri),3% Sinistra repubblicana (Bogi), 2% Riformatori per l’Europa (Benvenuto, Formisano, Lonardo), 2% Agire solidale (Lumia).

Intervento di apertura di Giorgio Ruffolo: “L’impresa cui ci accingiamo è grande, seria, impegnativa. E difficile. La sinistra italiana ha alle spalle un secolo di passioni e di divisioni. Sedimenta inibizioni e anche qualche rancore. Ma alla svolta del secolo si accinge, con uno scatto di innovazione politica, a fondare un partito nuovo, unitario, riformista. Nel Gennaio del 1921 un giovane socialista, al secolo Secondino Tranquilli, poi divenuto famoso col nome di Ignazio Silone, annunciò con foga, al Congresso socialista: bruceremo su questa tribuna il fantoccio dell’unità. Noi non siamo qui per ricomporre l’unità del partito di Livorno, dopo un secolo che ha cambiato la sinistra e il mondo.

 

Non c’è più una scissione tra socialisti e comunisti da sanare. C’è una sinistra nuova da fondare. …….Si tratta di fondare non solo un partito più grande, ma un partito nuovo. Non soltanto più ampio, ma più profondo, per attingere le domande e le istanze vitali della società civile. Un partito aperto. Nell’Europa di Schengen sarebbe pretesa anacronistica quella di fissare confini rigidi alle potenzialità espansive di una sinistra moderna…. La sinistra deve apprendere fino in fondo la lezione di una economia di mercato. Non può accettare la disumanità di una società di mercato……L’Italia è impegnata drammaticamente, lo dico senza esagerare, in due scommesse storiche, che la trasformeranno. Quella della riforma della sua Costituzione. Quella del suo ingresso nell’Unione Economica e monetaria europea. Questo è, per il nostro paese, un momento arduo, anche pericoloso. Ma è anche un momento alto, carico di futuro: di occasioni e di speranze.”

Gli risponde nella sua relazione Massimo D’Alema: ”Nessuno rifonda niente. Abbiamo scelto di lanciare una nuovo sinistra carica di futuro……Non si cammina insieme senza stimare e rispettare le ragioni altrui. Siamo due facce della medesima sconfitta”.

E, dopo aver rievocato il “legame di ferro” con l’URSS dice “il terremoto dell’89 non è stato un lutto da rielaborare, ma un grande evento liberatorio”.

Non c’è molto di più in quell’assemblea se non il fatto che viene tolta la falce e martello e sostituita dalla Rosa del socialismo europeo.

Non abbastanza, evidentemente, e non seguita poi da molto negli anni seguenti, fino all’inevitabile tracollo ed alla svolta dopo la sconfitta alle politiche del 2013.

Difficile trovare un perché razionale, senza tornare all’inizio del discorso: la convinzione di alcuni che l’eredità del PCI consentiva di vivere di rendita, giocando tra ulivismo e unità dal socialismo riformatore in una imitazione del modello di governo sovietico persino peggiore dell’originale: l’URSS ed i suoi satelliti, o le democrazie popolari con i comunisti partito guida di coalizioni apparentemente multicolori.

Vorrei concludere con quello che scriveva (la Repubblica, 29 dicembre 2001) Giorgio Ruffolo dopo una delle tante sconfitte:  “Se l'ideaforza fondamentale della destra è il privatismo, in tutte le sue forme, l'ideaforza della proposta della sinistra dovrebbe essere la solidarietà, in tutte le sue forme: dalla lotta alla povertà alla difesa dell'ambiente, dallo sviluppo della spesa sociale e dei beni collettivi - la scuola, la salute, la sicurezza personale, la sicurezza sociale - alla promozione della cultura, dalla modernizzazione delle amministrazioni e dei servizi pubblici alla espansione e all'arricchimento dell'economia associativa e dell'autogestione sociale. Un'ideaforza formidabile davvero, poiché è sempre più chiaro che il malessere delle società ricche del nostro tempo dipende dalla scarsità di beni pubblici, non certo di beni privati. Il secondo impegno potrebbe essere quello di costruire un partito, un grande partito di tutti i riformisti italiani, fondato e impegnato su quella proposta: un nuovo Soggetto, nato da quel Progetto. Un partito, non una coalizione, fatalmente centrifuga. Nuovo, non «inventato»: e cioè radicato nelle tradizioni storiche della sinistra, collocato nello spazio geopolitico del socialismo europeo; ma libero finalmente dai condizionamenti di una nomenklatura che sopravvive a tutte le stagioni, e che attinge le fonti della sua perennità non da un progetto di società, ma dal manuale Cencelli. I dirigenti del nuovo partito dovrebbero nascere per naturale fecondazione gioiosamente scaturita dagli incontri con la società aperta e non per clonazione burocratica. Come vecchio ex trotzkista, detesto i burocrati. Penso sempre che, in quanto classe (o quasiclasse? Fate voi) bisognerebbe eliminarli. Senza fare prigionieri: perché si riproducono anche in cattività.”

La storia si è incaricata di mostrare come "storici steccati" possano essere abbattuti, ma anche la storia può poco nei confronti di una visione della politica come "mestiere",  del "partito" come confraternita (o “ditta”), delle pigrizie e delle furbizie, anche di quelle suicide.




  ma non tutto era imprevedibile

Per l'autonomia della sinistra 1

Ds e dintorni di Mario Artali

pubblicato su "Gli argomenti umani "
Gennaio 2002


Trovo sempre più sconcertante il modo di ragionare di una parte della sinistra italiana (una parte, sia ben chiaro. rumorosa ma di incerta consistenza). Per molti di costoro i problemi starebbero nella non sufficiente fedeltà dei Ds alla storia del Pci.  Per me, al contrario, le vere questioni stanno nell'eccesso di continuismo con quella storia, e
- superata la fase che vide il successo tutto italiano del Pci - con la parte negativa di quella storia, il centralismo democratico variamente mascherato, le abitudine cooptative interne, l'adeguamento tattico alle diverse situazioni senza discussione vera e aperta, senza riflessione strategica (la strategia essendo a suo tempo data, e consistendo nel
l'adesione al campo delle forze rivoluzionarie (alias Urss e dintorni).
Circola ancora oggi un semplicismo denigratorio rispetto all'altra sinistra, quella che - da Saragat a Nenni, da De Martino a Mancini, da Craxi a Lombardi e a Ruffolo oggi - tenta di trovare in autonomia ma non in solitudine, perché eravamo e siamo nell'internazionale socialista e nel Pse da sempre -le risposte. Anche quando le risposte
erano, spesso,diverse tra di loro. non legittimavano la scomunica.
Craxi non poteva scomunicarc Lombardi e Ruffolo, De Martino e Mancini: poteva batterci, e ci ha battuto. Se è awenuto. qualche ragione ci sarà stata - e non mancherà l'occasione di discuterne - così come vorrei che anche i compagni socialisti di diverso orientamento riflettessero sul fatto che, se è finita come è finita, non basta la teoria
del complotto a spiegare ogni cosa.

Quali torti quella prospettiva avesse - politici, perché non faccio né il giudice né il moralista di professione - lo si è visto dopo: ed in politica si danno giudizi politici, altrimenti avrebbe avuto ragione, e invece storicamente aveva torto, Salvemini, che chiamò Giolitti ministro della malavita.
Non ci vuole molto a capire, oggi,che se aveva torto Craxi, nella sua fissazione anti-Pci, non aveva certo ragione Berlinguer, con il compromesso storico, il governo degli onesti e via divagando.
Dimenticare Berlinguer, non l'ho scritto io, ma Miriam Mafai,che oltretutto qualcosa ne sapeva, anche in casa.
Rifondazione con tutta questa storia c'entra poco, è più figlia dei massimalismi socialisti, da Basso ai post-morandiani che del comunismo orlodosso. Non a caso toglie Lenin dallo statuto: se potesse forse ci metterebbe Rosa la rossa, che per molti di noi è stata un amore giovanile; la Luxemburg che ammoniva che la libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente da te, e questo non è proprio compatibile con leninismi e postlenimismi.
Ora il problema che abbiamo davanti non è quello di inventarci passati fittizi, come quello del comunismo liberale (e chi sarebbe stato il comunista liberale,qualcuno che,figlio politico di Antonio Giolitti, ne propose la radiazione dal Pci, secondo i costumi della casa?).
Ognuno è figlio della sua storia, non di una inventata. ed ognuna delle storie merita un bilancio più rispettoso e meno sbrigativo di quello della polemica a sinistra. che non diviene mai dibattito serio, ma al più invettiva in nome di qualche immagine salvifica, poco compatibile con la storia reale, e molto con la peggiore propaganda.
Il problema che abbiamo di fronte è se riusciamo ad andare oltre e costruire un pezzo di futuro. senza mitologie e senza miracoli.
Qui sta la parte che richiede qualche creatività. Certo, l'alleanza per battere la destra deve essere larga e variegata, e non credo possa prescindere da nessuno: da Rifondazione ai moderati antiberlusconiani.
Il problema dell'alleanza come tale - un centro sinistra largo ed articolato - sarà quello di mettere insieme un semplice(?)  programma di governo, con impegni e progetti circoscritti. non una visione comune della storia e del futuro. Ma è pensabile che si possa costruire questa alleanza senza un nucleo che abbia ed avverta profondamente corne propria una prospettiva più vasta? E come è pensabile una prospettiva più vasta senza un aggancio solido e non rituale con la nuova  realtà poliitico-territoriale che non solo è sotto i nostri crchi. è nelle lostre speranze, l'Europa? Non è solo il necessario confluire - o il ritorno - delle nostre vicende personali in quella grande storia collet:iva. il Partito socialista, che iniziò a Genova più di un secolo fa: è un fatto di più ampie proporzioni, che abbraccia sempre di più aree - dai credenti alla Delors agli ambientalisti riformisti. a tutte le nuove storie ed ai nuovi contributi della sinistra democratica e di governo - che hanno seguito percorsi politici e culturali diversi ma ormai confluenti.
A me pare questa la ragione per cui la sinistra repubblicana dei DS (Bogi, Battaglia ecc) accetta ormai pienamente la prospettiva del Partito del Socialismo Europeo come prospettiva comune. Ma non è tutto. Posso fare una scommessa? Dove può andare Prodi al termine del suo mandato? Con Aznar? Come potranno i cattolici democratici e riformatori stare in Europa con le destre moderate?
Non si tratta cioè di pensare la prospettiva come un semplice prolungamento del passato, ma neppure di credere che la tattica sia tutto, che non occorra riaprire seriamente la discussione per capire dove le nostre storie possono portarci, fermi i valori di fondo, in un mondo che è così profondamente cambiato. Se si insisterà a fare quello che a parole si nega (Pci-Pds-Ds lo dice Berlusconi, ma lo pensano in molti in questa sinistra stanca e rinunciataria)  l'insuccesso sarà sicuro e non sarà rimedio sufficiente l'abilità tattica, che oltretutto comincia a scarseggiare. Costruire in Italia il nuovo partito del socialismo richiede che si riapra una discussione vera, come quella che fu tentata - e sabotata - con il progetto Ruffolo, e lo chiamo cosi non solo per intenderci. ma anche come doveroso omaggio a chi ci ha provato sul serio.
Questa volta la discussione va ampliata, approfondita, e diventare un momento di mobilitazione e di confronto anche con forze e movimenti che devono sentire che una fase vera si è riaperta, non l'eterno trucchetto delle cooptazioni subalterne: anche perché sciocchi in giro ce ne sono, ma abbastanza sciocchi da crederci dubito. E se poi qualcuno ci cascasse, a cosa servirebbe?
Coraggio compagni: l'alternativa è il vuoto, e il vuoto, come sappiamo. prima o poi qualcuno lo riempie.


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