IL SOCIALISMO DEMOCRATICO E LIBERALE
Roma, 6 novembre 2007
Introduzione di Giorgio Ruffolo
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Traggo da una bella intervista di Luciano Cafagna, pubblicata in una recente raccolta di scritti a sua cura, queste parole conclusive. Oggi si può coltivare l'antipolitica. Oppure l'utopia, magari à la carte. Ma perché escludere che, al di là dell'antipolitica e dell'utopia à la carte, non si stiano determinando le condizioni di uno choc da crisi civica e di un anelito di ricostruzione della convivenza sic et simpliciter, senza utopie?
Voglio dire che queste mie parole che vi prometto saranno brevi, si ispirano all'attesa di questo choc.
Voglio dire e ripetere per quelli che da tempo ne sono al corrente, come è nata questa iniziativa della "consulta".
Essa è stata promossa da un gruppo di persone in vario modo coinvolte nel dibattito suscitato tra i sostenitori del progetto del partito democratico e quelli della ricostituzione di un partito socialista.
Coinvolti, spesso con posizioni critiche in entrambe le direzioni.
Ora, entrambi i progetti sono stati concretamente avviati.
Questo permette, per così dire, di mettersi l'animo in pace.
Nessuno credo, ha l'intenzione di soffiare sulle ceneri per rianimare quella contesa. Ridiscutere scelte già compiute, magari con qualche tormento, non avrebbe senso.
Quelle scelte, tuttavia, non chiudono, secondo me, la "questione socialista".
Nessuno dei due partiti nascenti può dire di averle dato una risposta definitiva. Né il partito democratico, che conta al suo interno un ragguardevole numero di socialisti dichiarati. Né il costituendo partito socialista, per il quale la permanenza della questione è ovvia in nomine ipso, ma che non mi pare ritenga di averle dato confini e portata esaurienti.
D'altra parte, le due formazioni, e questo è fatto nuovo e singolare in Italia, nascono una volta tanto non in modo ostile e contrapposto, con divergenze laceranti, ma nell'ambito della stessa alleanza politica. Sicchè ci sono buoni motivi per mantenere tra le due buone relazioni. C'è, tra gli altri, un problema ancora non risolto, che interessa tutte e due le formazioni: la situazione che verrà a determinarsi in Europa e in particolare nel Parlamento Europeo: e che sarà comunque, diversa da quella attuale, con ovvi problemi per entrambe.
Ma c'è un'altra e fondamentale ragione.
Tutta l'Europa, è una opinione personale che vi sottopongo, mi pare sia investita da una possente ondata contestativa di non chiara natura, ma certamente pericolosa per il futuro della democrazia, che richiederebbe una seria e profonda riflessione.
Questa riflessione si impone, a mio modo di vedere, non solo alle forze rappresentate in Europa dai partiti socialisti, ma a tutte le forze della sinistra.
E qui devo dire che per una volta concordo pienamente col mio amico Michele Salvati quando critica l'abitudine invalsa di contrapporre un centro-sinistra a un centro-destra. Questa contrapposizione non esiste né come realtà né come categoria dello spirito. C' una destra, un centro e una sinistra, più o meno radicale, riformista, moderata o arrabbiata che sia. Così come in Italia non esiste un'Italia centro settentrionale opposta a un'Italia centro-meridionale.
L'esistenza dei problemi cui ho solo accennato e la circostanza di una alleanza nella quale entrambe le due nuove formazioni si collocano suggerisce che, fuori da ogni combinazione politica, si possa istituire un dialogo permanente e, in qualche modo, organizzato. Un dialogo non sulle combinazioni partitiche e politiche ma sui problemi che si pongono a tutta la sinistra e, in senso lato alla democrazia nel nostro paese. Perché, come diceva l'antico saggio, non vale la pena di discutere sul dito che indica, ma sugli oggetti indicati.
Ecco il banale, se volete, proposito che ha ispirato questa "modesta proposta": Non ho mai avuto la vocazione del "pontiere", come si diceva una volta e non mi sento di scoprirla in tarda età. Ma suscitare un dibattito tra socialisti sulle cose e non sul dito mi pare un'idea non peregrina. Se questa iniziativa è stata per ora rivolta in prevalenza a compagni di provenienza socialista non è certo per l'intenzione di una inconcepibile chiusura etnica tra emigrati, ma perché sono stati in vario modo coinvolti nel dibattito sul dito. E però è ovvio che fin 'ora, se quel dibattito si aprisse, sentiremmo il bisogno della presenza di amici e di compagni non presenti oggi, ma indispensabili per dargli un senso.
Dicevo sulle cose e non più sul dito. Sui problemi e sulle idee, possibilmente nuove. Senza di quelle, una discussione sui luoghi e sui modi delle combinazioni rimarrebbe vuota. E se continuasse a ruotare sui problemi di appartenenza si ripeterebbe quella condizione della sciagurata guerra delle Falkland, o delle Malvinas che dir si voglia, sulla quale Borges disse che gli pareva una disputa tra due calvi per la conquista di un pettine.
Cose da discutere, dio sa se ce ne sono. E per fare una prova d'orchestra, abbiamo cominciato a porne cinque, che senza intrattenervi ulteriormente vi elenco nell' ordine concordato con gli autori. Sono poi previsti gli interventi degli amici che hanno accettato di prenotarsi. E, dulcis in fundo, la conclusione di Giuliano Amato.
CONSULTA SOCIALISTA
Relazione di Nerio Nesi su:
L'impresa e la economia
La economia é la disciplina che studia i processi di produzione, di scambio e di
consumo dei beni e dei servizi atti alla soddisfazione dei bisogni e dei
desideri umani.
Le economia politica è una miscela di teoria economica e di arte di governo.
Essa propone soluzioni di natura politica, secondo diverse scale di valori e
diverse visioni dell'uomo.
Dopo la disfatta della ideologia comunista e le difficoltà delle
socialdemocrazie europee, è cresciuta la convinzione che le sole scale di valori
ritenute "possibili" siano quelle basate sullo sviluppo senza limiti, sulla
libertà assoluta della impresa e sulla massimizzazione del profitto.
Compito di chi si dichiara "socialista" è studiare le alternative, sul piano
teorico e su quello concreto, a questa convinzione.
°°°
La questione dello sviluppo investe il senso stesso dell'esistenza umana.
Ma occorre superare una concezione dello sviluppo inteso in senso puramente
economico: poiché l'aumento del prodotto interno lordo non garantisce un'equa
distribuzione delle risorse.
Un valore economico in crescita è una tappa fondamentale per generare risorse
con cui soddisfare anche i bisogni sociali, ma la crescita economica non è il
fine ultimo, perché uno sviluppo autentico presuppone di essere ecologicamente e
socialmente sostenibile.
I processi di sviluppo implicano una redistribuzione non solo dei benefici ma
anche del potere tra gli attori sociali e investono le caratteristiche
qualitative della comunità.
Nella strategia per conseguire lo sviluppo trovano spazio sia il mercato sia
l'intervento pubblico, sia il cosiddetto "terzo settore" (cioè le realtà del
privato che si fondano su una prospettiva di azione collettiva non orientata
soltanto dalla logica del mercato).
Nella impresa, il profitto, cioè la parte del reddito che remunera il capitale,
non coincide con la creazione di valore economico, perché esso comprende anche
tutti gli altri beni e servizi prodotti, interni ed esterni all'impresa stessa.
°°°
In coerenza con quanto sopra enunciato la concezione socialista dello sviluppo
comporta scelte non soltanto tecniche, ma anche e soprattutto politiche.
°°°
In questo quadro si colloca la concezione della impresa moderna.
Ci aiutano in questa analisi gli studi di Peter Drucker, forse il più importante
studioso dell'impresa di questi ultimi anni - e di Joseph Schumpeter,
l'economista che più di ogni altro ha affrontato il ruolo determinante che
l'impresa ha nella società.
Dice Drucker: "le imprese sono organi della società. Non sono fini a sé stesse.
Esistono per svolgere una determinata funzione sociale. Sono strumenti per
assolvere fini che le trascendono".
Quindi la semplicistica equiparazione impresa=profitto ignora alcuni principi
fondamentali.
L'impresa è un'equazione complessa: la proprietà, il lavoro, il territorio,
l'ambiente. L'impresa deve produrre valori e benessere, e il suo profitto deve
essere legittimato da questo.
Il management è al servizio dell'impresa e - attraverso il servizio all'impresa
- anche degli azionisti, ma non solo degli azionisti. E l'etica del management
non è produrre valore per gli azionisti: è produrre valore per l'impresa, in
modo che questo valore poi si distribuisca tra tutti i soggetti dell'impresa,
interni ed esterni.
La definizione di Luciano Gallino di impresa "responsabile" e di impresa
"irresponsabile" esprime il concetto di impresa eticamente corretta o eticamente
scorretta.
°°°
Ma questo concetto come si colloca nella impresa che opera nella globalizzazione?
Con la parola "globalizzazione" si comprendono due fenomeni, senza un valore
scientifico preciso: la finanziarizzazione e la internazionalizzazione.
La finanziarizzazione è il fenomeno per il quale la produzione cessa di essere
soggetto per diventare oggetto del mercato. Il soggetto è il capitale nelle sue
varie manifestazioni. La produzione è degradata a semplice valore di scambio.
La internazionalizzazione è il fenomeno per il quale la produzione non ha più
carattere territoriale. L'intera organizzazione economica assume gradualmente
dimensioni planetarie.
La globalizzazione è la somma dei due fattori sopra descritti, i quali hanno
alimentato e poi utilizzato:
a) lo smantellamento dei controlli sugli scambi valutari;
b) la crescente liberalizzazione degli scambi commerciali;
c) la computerizzazione delle operazioni finanziarie e l'accelerazione
istantanea della circolazione delle informazioni.
Questi fenomeni hanno avuto conseguenze decisive nella vita degli Stati
nazionali e delle loro istituzioni.
La proprietà, gli scambi, i rapporti di lavoro tendono a essere regolati sempre
più da un diritto metanazionale, le cui fonti sono modelli contrattuali
uniformi, che scaturiscono da transazioni fra imprese multinazionali.
Molti economisti si interrogano perfino sulla sorte della impresa nel momento in
cui la spinta a guadagnare il denaro attraverso il denaro tende a disintegrare
il suo stesso cuore produttivo (la qualità del prodotto, i mercati potenziali,
la capacità dei manager e l'eccellenza della forza lavoro, il patrimonio di
conoscenze accumulate), in nome di un'altra logica, che è quella dei valori di
Borsa, per esaltare i quali si vende, si compra, si spezzetta.
La conseguenza è che il nesso tra risorse finanziarie e ricchezza reale è
saltato. Come descriverebbe l'imprenditore di oggi un redivivo Schumpeter? Come
potrebbe quel capitano di industria avviare grandi progetti e applicare la sua
potenza creativa, se viene ridotto a un segmento di una ben più potente rete
finanziaria a livello sopranazionale? A poco a poco, la ricchezza finanziaria è
diventata lo scopo supremo e la scorciatoia più facile a scapito degli
investimenti produttivi, in quanto troppo poco redditizi e troppo lenti.
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La globalizzazione ha messo in evidenza le caratteristiche del capitalismo
renano e di quello texano e quindi il differente ruolo che nei due archetipi è
riconosciuto alla attività imprenditoriale.
Il rigetto del progetto di costituzione dell'Europa, da parte degli elettorati
francese e olandese nei referendum sul Trattato costituzionale, è riconducibile,
nella sua essenza, al timore che il modello europeo e il welfare state che ne è
alla base siano destinati a scomparire sotto i colpi del liberismo texano.
E' possibile creare un modello che, traendo vantaggio da quanto di buono ci
offre la globalizzazione, ne contemperi tuttavia le degenerazioni e i rischi,
tra cui quelli del consumismo diffuso e dell'economicismo dilagante? Occorre un
nuovo equilibrio tra l'economico e il politico, tra il mercato e lo Stato, tra
la responsabilità individuale e la solidarietà collettiva.
In questa direzione si può ripensare e rivitalizzare il modello renano… E' una
difficile transizione che affida a noi europei la missione forse più delicata.
Di fronte ad un nostro fallimento, sarebbe difficile pensare a un dialogo
diretto, immediato e costruttivo, tra le pulsioni globalizzanti del modello
texano e l'arroccamento difensivo, segnato in tante parti del mondo dal
fondamentalismo religioso e dal separatismo etnico.
°°°
Diventa quindi importante l'analisi del nuovo ruolo dello Stato.
Si è aperta una contraddizione profonda tra politica economica degli Stati e
internazionalizzazione dei mercati.
Ma gli Stati nazionali - con tutte le loro carenze - restano argini e
contrappesi alla mondializzazione dell'economia e della tecnica, e sono gli
unici soggetti "forti" in grado di rappresentare interessi generali e valori
condivisi.
La fine della sovranità degli Stati nazionali sarebbe una perdita di peso dei
cittadini, una voce in meno rispetto ai processi in atto, un indebolimento della
libertà, della democrazia e delle regole.
Non è inutile ricordare, a questo proposito, le illuminanti parole che pronunciò
Norberto Bobbio, commemorando Luigi Einaudi: "La politica "sociale - egli disse
- è, naturalmente, compito dello Stato. Nessuno Stato "può farne a meno, perché
il regime di concorrenza ipotizzato dagli "economisti è una pura astrazione:
nella realtà storica in cui agisce uno Stato, "si formano e si riformano
continuamente quelle concentrazioni di potere "economico, che sono i monopoli,
pubblici e privati, da cui il meccanismo "della concorrenza viene reso di fatto
inoperante.
"Da ciò deriva che si rendono necessarie due forme almeno d'intervento dello
"Stato, che anche l'uomo liberale, senza per questo diventare collettivista,
"non può non condividere: quello destinato a combattere ogni forma di
"monopolio, e quello rivolto a stabilire l'eguaglianza dei punti di partenza."
Ancora più attuali sono le recenti dichiarazioni del Premio Nobel per l'economia
del 2006, il Professor Admund Phelps, della Columbia University:
"Keynes era convinto che la attività economica è mossa e guidata dagli
"imprenditori, e quanto più gli imprenditori sono coraggiosi e determinati, e i
"finanziamenti privati sono adeguati, tanto più se ne avvantaggia lo sviluppo.
"Ma lo Stato non fa parte di un altro pianeta. In uno Stato debole, è debole lo
"spirito con cui gli imprenditori avviano le trasformazioni, c'è incertezza, non
"c'è prosperità. E poi lo Stato può anche all'occorrenza intervenire
"finanziariamente, in certe circostanze. Del resto, senza scandalizzarci
"troppo, abbiamo l'esempio più clamoroso proprio qui in America: né Internet,
"né il cellulare sarebbero nati e si sarebbero sviluppati se non avessero "avuto
alla base il lavoro dei militari, cioè dello Stato".
°°°
Ma lo Stato che si voglia occupare di politica industriale deve essere più che
mai uno Stato "intelligente", nel senso più ampio del termine: uno Stato
disposto ad accettare senza finzioni sceniche condizioni di rischio e
incertezza, che sono connaturate a contesti fortemente dinamici e ad obiettivi
di reale innovazione, proprio in quanto dotato di una capacità di lettura
sofisticata e non discontinua degli eventi e dei processi, di costruzione
flessibile e accorta di reti di relazioni e, infine, di accumulazione
sistematica nel tempo delle conoscenze acquisite. Lo Stato che si voglia
occupare di politica industriale deve quindi soprattutto dotarsi di strutture
che siano vere e proprie "teste pensanti", le quali abbiano un elevato livello
di credibilità verso l'esterno, affinché esse gli siano subfornitori di idee,
progetti, basi consensuali e attuazioni specialistiche.
Il riattrezzarsi in questo senso dello Stato appare requisito necessario per un
fecondo adeguamento alla nuova condizione di sovranità limitata. Senza capacità
di pensare, non riuscirà mai a essere Stato esperto e tanto meno persuasore di
alcunché; senza capacità di essere interlocutore intelligente del potenziale di
auto-amministrazione del sistema economico,
sarà un pleonastico Stato garante e anche uno Stato negoziale fastidiosamente
marginale.
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L'imprenditoria privata italiana
La vocazione imprenditoriale è un elemento positivo della struttura sociale
italiana: e quindi qualsiasi discorso sulla nostra imprenditoria, grande,
piccola e media, deve partire da un atteggiamento di considerazione,
E ciò perché la borghesia imprenditoriale, con tutti i suoi vizi, la sua
debolezza, i suoi tentativi di riversare sullo Stato le perdite delle proprie
aziende, è pur sempre ancorata ad un ruolo.
Ma il problema di fondo è se esista la capacità (o la volontà) della borghesia
imprenditoriale di costituirsi come classe dirigente: ciò che significa operare
secondo obiettivi generali, sia sotto l'aspetto teorico delle idee sia sotto
quello concreto dei comportamenti.
Non a caso, al momento della unificazione nazionale, la borghesia del Nord (con
la felice eccezione di quella piemontese) lasciò la rappresentanza politica e
gli affari dello Stato in gran parte alla borghesia meridionale. Né sono senza
significato le nostalgie filoasburgiche di una parte della borghesia lombarda e
veneta: la dominazione esterna aveva infatti sollevato quella borghesia
dall'obbligo di esprimere direttamente istituzioni pubbliche e un sia pur
limitato apparato politico.
Essa preferiva attendere ai propri affari nel quadro di una struttura statale
creata e amministrata da altri.
Una borghesia che ha alle proprie spalle questo destino storico stenta ad
assumere la responsabilità politica e culturale (oltre che morale) di una classe
dirigente, impegnata nello sviluppo, insieme democratico ed economico, del
Paese. Essa appare come un insieme di famiglie e di gruppi capaci di realizzare
imprese anche strepitose sul terreno strettamente commerciale, finanziario e
industriale, ma che non sanno (o forse non vogliono) imprimere un significato
generale alla propria attività.
°°°
La crisi della imprenditoria privata italiana è al tempo stesso causa e
conseguenza di un impoverimento di classe dirigente.
E' causa, perché in un Paese nel quale le grandi imprese di livello mondiale, si
contano sulle dita di due mani, esistono pochi luoghi dove si forma quella élite
manageriale che è un pezzo essenziale della classe dirigente nel mondo
contemporaneo.
E' conseguenza: perché il tramonto di alcune tra le maggiori aziende private
rivela, a sua volta, la debolezza dei loro gruppi dirigenti, che hanno spesso
identificato la alleanza con la politica come garanzia di sopravvivenza. Sicché,
la selezione della classe dirigente ha privilegiato la capacità nei rapporti
istituzionali, più del talento industriale.
Perciò il sistema delle imprese private italiane ha espresso complessivamente,
(peraltro con numerose e importanti eccezioni), gruppi dirigenti inadeguati alle
sfide della globalizzazione. E' mancato, cioè, quello sforzo corale che solo i
grandi dirigenti sanno creare, perché hanno maturato la consapevolezza che
l'impresa è un'opera collettiva e un bene di tutti.
In realtà l'imprenditoria italiana ha spesso considerato la politica come uno
dei tanti strumenti e delle tante variabili da mettere al servizio
dell'obiettivo unico, che rimane quello del profitto.
Le considerazioni di cui sopra mettono in evidenza i limiti della borghesia
imprenditoriale italiana. Non di tutta. Sono esistiti ed esistono nel nostro
Paese imprenditori "eccellenti", ai quali dobbiamo rispetto e stima.
°°°
Il caso Olivetti
Adriano Olivetti, che è stato senza dubbio il più grande imprenditore italiano
del suo tempo, si chiedeva: "Può l'industria darsi dei fini? Si trovano questi
semplicemente nell'indice dei profitti? Non vi è qualcosa di più affascinante,
una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?". Domande
divenute celebri, alle quali egli rispondeva: "C'è un fine nella nostra azione
di tutti i giorni. E senza la piena consapevolezza di questo fine, è vano
sperare nel successo dell'opera che abbiamo intrapreso".
Il fine era la realizzazione di "un'impresa di tipo nuovo" sicché - dichiarava
Adriano Olivetti - "la nostra azienda crede… nei valori spirituali, nei valori
"della scienza, crede nei valori dell'arte, crede nei valori della cultura,
crede, "infine, che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati dalle
contese "ineliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell'uomo,
affinché egli "trovi, nel suo posto di lavoro, uno strumento della sua dignità e
non un "congegno di sofferenza. Rendere umano il lavoro può apparire
"un'espressione retorica se letta o ripetuta distrattamente nel corso di una
"conferenza: lo è molto di meno per coloro ai quali sia toccato il destino di
"modificare il futuro di migliaia di altre persone.
"E chi ha avuto questo destino - concludeva Adriano Olivetti - deve anche
"adoperarsi per far sì che la potenza della fabbrica, sia rivolta - oltre che ai
"fini del benessere - anche al progresso dell'ambiente. Poiché a nessuno di "noi
deve sfuggire un solo istante che non è possibile creare un'isola di "civiltà
più elevata e trovare intorno a noi ignoranza, e miseria e "disoccupazione".
°°°
Fu utopia quella di Adriano Olivetti? Se per utopia si intende lo iato
fatalmente esistente fra un ideale di riforma e la realtà sottostante - che
sembra rifiutare ogni cambiamento - allora fu certamente una utopia: come quella
della società senza classi, o quella della libera concorrenza. Ma fu una utopia
"concreta".
°°°°°
Vorrei ora affrontare alcuni problemi specifici riguardanti l'imprenditoria
italiana:
- Le imprese già di proprietà dello Stato;
- Verifica delle privatizzazioni;
- La ripartizione dei benefici all'interno delle imprese.
Le imprese già di proprietà dello Stato
Una delle operazioni più indecenti che siano state compiute nel corso della
transizione dalla prima alla seconda repubblica, è stata la denigrazione
sistematica e generalizzata dell'industria a partecipazione statale.
Partendo da un numero di casi negativi certo rilevante, ma non affatto
coincidente con l'universo delle aziende di tale settore, si è costruita una
etichetta di gestioni fallimentari, di croniche inefficienze, di corruzione, di
infeudamento clientelare.
Dopo di che essa è stata sovrapposta a ciascuna di tutte le aziende del settore,
dal momento della loro fondazione - magari risalente a generazioni addietro - ai
giorni nostri.
In questo modo si sono falsati i dati statistici non meno che la storia
economico-sociale degli ultimi cinquant'anni e si sono trasmessi di questa ai
giovani una memoria monca e largamente fittizia.
La storia dell'industria a partecipazione statale compone in realtà una lunga e
fitta rappresentazione, nella quale si intrecciano ed alternano aziende decotte
e aziende prospere, ritardi tecnologici e innovazioni tecnico-organizzative che
hanno talora anticipato di un decennio l'industria privata, politiche del
personale spesso clientelari ed assistenziali, ma altrettanto spesso più aperte
e lungimiranti di quelle praticate nelle imprese private.
Le imprese pubbliche hanno dato un contributo allo sviluppo del Mezzogiorno e
del Paese, assumendosi, sin dagli anni cinquanta, in nome e, ovviamente, anche a
carico della collettività l'onere di intervenire in zone e comparti produttivi
dove i privati non avevano - a quei tempi - alcun interesse o alcuna volontà di
intervenire.
Tutto questo è stato ricoperto e spazzato via da una ondata denigratoria che è
stata spinta da interessi evidenti oltre che dalla ideologia del fondamentalismo
liberista.
Se si ammette che tutte indistintamente le aziende a partecipazione statale sono
state mal gestite, inefficienti o corrotte, l'implicazione ovvia è che lo
fossero i dirigenti che per decenni le hanno guidate.
Il che è una evidente falsificazione. Non è accettabile infatti, né sul piano
professionale né sul piano morale, che siano liquidabili come ilusi o servi
della partitocrazia uomini che teorizzarono e misero in pratica l'idea che le
aziende di proprietà dello Stato dovevano e potevano essere motori dello
sviluppo economico e, al tempo stesso, centri di diffusione di una moderna
cultura industriale.
Sono necessari degli esempi? Enrico Mattei, innanzitutto, fondatore dell'Ente
Nazionale Idrocarburi (E.N.I.), al quale si deve la presenza italiana nel mondo
del petrolio e del gas.
Ma non sono stati da meno Oscar Sinigaglia, fondatore della siderurgia italiana,
Pasquale Saraceno, precursore di una politica industriale per il Mezzogiorno, e
poi Guglielmo Reiss Romoli, Felice Balbo, Giuseppe Glisenti, Salvino Sernesi,
Attilio Pacces, Raffaele Mattioli, Imbriani Longo, per citare solo alcuni dei
protagonisti più significativi.
Verifica delle privatizzazioni
L'Italia ha privatizzato senza un progetto, nella convinzione che il resto
sarebbe venuto da sé, e si è ritrovata BNL francese, Telecom spagnola, le
Generali non si sa, per citare solo tre casi specifici nei settori bancari,
assicurativi e dei servizi.
Sarebbe necessario una revisione storica degli anni Novanta, una verifica
empirica dei risultati delle privatizzazioni in relazione alle attese.
Se, come credo, si vedrà che la modernizzazione degli assetti proprietari, la
propensione agli investimenti e alla proiezione internazionale delle imprese
privatizzate, le conseguenze per i consumatori e i cittadini sono state
inferiori agli obiettivi, bisognerà avere il coraggio di guardare al domani,
lasciandosi alle spalle gli opposti reducismi dei boiardi di Stato e dei
privatizzatori della prima ora.
Non è immaginabile cihe si possa tornare indietro, rinazionalizzando (ma
l'Inghilterra lo ha fatto per le ferrovie, la California per la energia
elettrica).
Ma l'evidente incapacità delle forze del mercato di evitare il declino, postula
un ritorno a politiche industriali che possano indirizzare la evoluzione del
sistema produttivo nazionale lungo direttrici coerenti con gli interessi
generali del Paese, a quelle politiche cioè che troppo sbrigativamente sono
state accantonate, con i risultati che si vedono.
La ripartizione dei benefici all'interno delle imprese
Stiamo assistendo, in tutto il mondo, a una netta, radicale, redistribuzione del
reddito fra capitale e lavoro. I dati Ocse ci dicono che in Europa negli ultimi
venticinque anni la quota dei redditi da lavoro dipendente sul prodotto
nazionale è diminuita di sette punti.
A cosa è dovuta questa tendenza? La causa principale è la globalizzazione nel
suo intreccio con la rivoluzione tecnologica. Calcolando l'immissione nel
mercato del lavoro di Paesi ex comunisti, della Cina, di altri Paesi asiatici,
negli ultimi quindici anni l'offerta di lavoro a livello mondiale è raddoppiata.
Quindi c'è un radicale mutamento del rapporto di forza fra capitale e lavoro.
°°°
Ma un fenomeno analogo è avvenuto nella ripartizione dei benefici all'interno
delle imprese.
Nell'ultimo decennio, la quasi totalità degli aumenti di produttività è stata
accaparrata dai top manager. Un top manager statunitense guadagnava vent'anni fa
in media trentanove volte la paga di un operaio medio, adesso ne guadagna in
media cinquecento volte. Questo testimonia una formidabile redistribuzione non
solo di reddito, ma anche di potere. Lo stesso fenomeno sta trasferendosi in
Europa.
Mi riferisco in primo luogo all'uso improprio dello strumento delle stock-option
che talvolta, anche spesso, stravolge ogni logica e crea spaccatura all'interno
delle aziende, tali da favorire forme di privilegi e di arricchimenti senza
giustificazione alcuna.
Questo problema è legato e consequenziale a nuove politiche aziendali che hanno
preso da tempo l'avvio, mirante ad impostare la gestione di una impresa nel
breve periodo, nel privilegiare le plusvalenze straordinarie agli investimenti
con effetti di lungo periodo, che posticipano i ritorni di reddito, ma
assicurano la stabilità e la continuità storica della azienda stessa.
La verifica annuale o addirittura in tempi periodici più brevi, dei risultati
economici di una impresa è divenuta puramente convenzionale. Essa si presta a
contabilità di costi e ricavi non certi, ma stimati, in cui la aleatorietà degli
effetti delle circostanze esterne gioca in modo irrazionale.
Una visione prospettica che privilegia la immediatezza del profitto allo
sviluppo consolidato dei fondamentali della impresa, risponde più a furbizia
effimera che a intelligenza lungimirante.
Ma sono i valori delle persone quelli che in questi ultimi anni sono cambiati di
più. L'intensificazione della concorrenza fra le imprese si è purtroppo traslata
in una dura e talvolta spietata concorrenza fra gli individui, ognuno in
competizione con gli altri e tutti protesi a massimizzare il proprio tornaconto.
Nasce da questo clima uno slittamento dei valori, il sopravvento dell'interesse
personale, il cinismo, la perdita di senso etico e i conseguenti comportamenti
spregiudicati e illegali di certi manager (non di tutti, fortunatamente).
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Conclusioni
Nei confronti del concetto di impresa, la Sinistra ha avuto nel tempo
atteggiamenti mutevoli e talvolta contradditori.
Un tempo si identificava nell'impresa la figura del "padrone" e nella
cooperativa la sua alternativa classista.
Si è passati poi ad una concezione dell'impresa come fenomeno con il quale
convivere, ma identificando l'imprenditore buono in quello piccolo e
l'imprenditore cattivo in quello grande. Fu la famosa concezione di "piccolo è
bello",cara alla Sinistra emiliana e romagnola.
E' arrivata quindi la scoperta della imprenditoria privata come sistema, e la
società per azioni come strumento di governo. E' nato così uno dei mutamenti
strutturali più significativi del nostro tempo: la nascita di centinaia, forse
di migliaia di società per azioni, create da Regioni, Provincie e Comuni,
amministrati anche dalla Sinistra, allo scopo di privatizzare compiti e servizi
prima di competenza di rami della pubblica amministrazione.
Infine, é cresciuto a dismisura il popolo "della partita IVA", presente
soprattutto al Nord - Est, che la Sinistra si sforzava di concepire come
ipotetico valore progressista e nel quale forse immedesimarsi.
Ed infine si è giunti alla figura del pensionato imprenditore di sé stesso, in
quanto amministratore del suo trattamento di fine rapporto (T.F.R.).
Si trattava di una serie di scelte prive di basi politiche serie, ma legate ad
alleanze temporanee.
°°°
E' in questo quadro che una Sinistra che voglia tentare una definizione della
impresa del 2000 deve muoversi.
A questo proposito, credo che bisogna premettere che il socialismo democratico
deve avere una visione positiva dell'impresa come manifestazione della capacità
di iniziativa personale e della collocazione innovativa delle risorse.
Ma vi è una profonda differenza tra questa visione e quella della destra,
secondo la quale il mercato sarebbe una struttura di relazioni tra individui
mossi dalla pura e semplice ricerca del profitto e l'impresa sarebbe lo
strumento più idoneo a conseguire questo risultato.
Sono perfettamente consapevole che le società per azioni e le società a
responsabilità limitata sono state le più importanti invenzioni del sistema
economico fondato sul capitalismo.
Ma sono anche consapevole che - nell'ambito di questo sistema - la politica è in
grado di creare degli istituti di indirizzo e di regolamentazione delle attività
imprenditoriali.
Ed è proprio dalla patria del capitalismo, gli Stati Uniti di America, e da quel
Partito Democratico che è la sola Sinistra di quel Paese, che ci vengono
indicazioni in questo senso: le coraggiose posizioni prese in questi ultimi
tempi da esponenti di quel Partito, ne danno un'ampia testimonianza.
D'altra parte la Comunità Europea aveva affrontato già nel 2001 il tema della
responsabilità sociale della impresa privata con una serie di "raccomandazioni".
Ne riassumo qualcuna: porre in essere delle misure per attrarre e conservare
lavoratori qualificati; effettuare il reclutamento della manodopera in forme non
discriminatorie; investire nell'educazione e nella formazione permanente dei
dipendenti; introdurre criteri stringenti in tema di salute e sicurezza;
adoperarsi per l'integrazione dell'impresa nella comunità locale, sostenendone
la vita sociale, culturale e familiare.
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Voglio infine ricordare che la responsabilità sociale dell'impresa è stata
affrontata dal recente Congresso Nazionale del Partito Socialdemocratico
Tedesco, che ha rimesso in discussione e, in parte modificato, precedenti
posizioni di natura più liberista.
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Siamo quindi di fronte al tentativo di dare forma concreta ad un ripensamento
sulla natura dell'impresa, che senza minare la sua autonomia gestionale, possa
inquadrarsi nell'interesse generale.
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Ci sono però una serie di questioni riguardanti la gestione della impresa sulle
quali coloro che si riconoscono nell'ampio schieramento progressista hanno il
dovere di esporre la propria posizione e - avendo posizioni di governo -
decidere cambiamenti.
Alcune di queste questioni hanno un valore etico.
Mi riferisco in particolare alle condizioni ambientali dei luoghi di lavoro,
all'utilizzo del precariato, alle responsabilità della impresa sulla sicurezza
sul lavoro. Questo ultimo problema - nel quale il nostro Paese ha un triste
primato europeo - rappresenta una situazione inaccettabile che deve pesare sulle
coscienze di tutte le imprese soprattutto quelle delle costruzioni.
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C'è poi un secondo ordine di questioni che riguardano quella che potremmo
definire la situazione attuale della legalità decisionale. Mi riferisco al modo
di operare dei consigli di amministrazione, al funzionamento degli organi di
controllo, (collegi sindacali, società di revisione, che hanno dato pessima
prova in molti casi).
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C'è infine un terzo ordine di problemi che riguardano il comportamento del
capitale. Mi riferisco, in particolare, agli accordi di sindacato, alle
cosiddette "scatole cinesi" e, infine, alla ultima novità: l'introduzione del
cosiddetto sistema "duale" che toglie alle assemblee il compito della
approvazione dei bilanci affinché gli azionisti di minoranza e in particolare i
piccoli azionisti non abbiano alcun potere reale nella conduzione dell'azienda.
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Vorrei concludere questo intervento con le stesse parole che usò Giuliano Amato
trent'anni fa parlando della politica industriale. E lo faccio rivolgendomi ai
dirigenti dei Partiti del Centro Sinistra che sono presenti: "L'egemonia non è
soltanto il prodotto dell'azione politica di chi sa essere più forte degli
altri. Essa ha bisogno anche di un progetto sociale, di una cultura politica e
di una cultura istituzionale con cui amalgamare, guidare, far evolvere verso
fini che non siano soltanto o parole o, all'opposto, il frutto di interessi di
cui ci si assume o la rappresentanza o comunque la responsabilità".
Nerio Nesi
Roma, 6 Novembre 2007