Nuova sinistra. Un pensiero radicale senza adagiarsi nella tradizione
idee e programmi dei neoprogressisti
La Terza via nasceva come risposta alla destra neoliberista Ma da allora molte cose sono cambiate nel mondo. E contro quelli che chiamano i "neocons" si organizzino i "neoprog"
Occorre toccare le corde più intime dell´anima dell´elettorato, senza limitarsi agli interessi materiali
di ANTHONY GIDDENS
I problemi e il contesto sociale del 2003 non sono gli stessi del 1993. E soprattutto è necessaria una certa dose di autocritica. La Terza via è nata principalmente come risposta alla destra neoliberista. È stata definita più in termini di opposizione che di obiettivi. A questo punto, secondo me, i socialdemocratici dovrebbero puntare a una maggiore affermazione ideologica di quanto non abbiano fatto in passato. C´è bisogno di nuovi concetti e di nuove prospettive politiche. Dobbiamo continuare a pensare radicale, ma ricordandoci che essere radicali significa anche mostrarsi aperti alle nuove idee, senza adagiarsi nella tradizione. Non chiamerò questo nuovo orientamento Quarta Via, anche se l´idea un po´ mi tenta. Parlerò, piuttosto, di neoprogressisti (neoprog) e neoprogressismo. I neoprogressisti devono formulare un´agenda socialdemocratica altrettanto ambiziosa e puntuale di quella elaborata dai neoconservatori in America e anche altrove. (...)
Non dobbiamo accontentarci della semplice capacità di attrazione che nasce dall´esperienza quotidiana. Occorre toccare le corde più intime dell´anima dell´elettorato, senza limitarsi a far leva sui suoi interessi materiali; recuperare una capacità che la sinistra aveva, eccome, prima del 1989: la capacità di ispirare la gente; produrre degli ideali in grado di dimostrare cosa vogliamo, oltre a ciò che non vogliamo; comunicare agli altri l´immagine di società - e di mondo - che intendiamo realizzare.
Che cosa dovrebbero volere i neoprogressisti? Io direi: una forte sfera pubblica, non disgiunta da una fiorente economia di mercato; una società pluralistica, ma al tempo stesso omogenea; un mondo più cosmopolita, che si fondi sui principi del diritto internazionale. Coniugare interessi pubblici e bene comune (su scala sia nazionale che internazionale) mi sembra un obiettivo cruciale, anche perché è in questo che risiede la natura rivoluzionaria della Terza via. Un´economia sana ha bisogno di un mercato funzionante, ma anche di una sfera pubblica evoluta, in cui lo Stato giochi un ruolo fondamentale. Potenziare la sfera pubblica non vuol dire, del resto, tornare alla vecchia concezione dello Stato-balia. Significa piuttosto ripensarne le funzioni e gli obiettivi, in conformità con gli interessi comuni e il bene della collettività. A tale processo di ridefinizione attribuisco il nome di pubblicizzazione. Il secondo dopoguerra è stato l´era dello Stato burocratico. Poi è venuto il momento delle privatizzazioni e della deregolamentazione. Oggi, stiamo attraversando un´altra fase ancora, contraddistinta non tanto da un ritorno delle burocrazie, quanto piuttosto da una definizione più inclusiva di bene pubblico. Dopo la privatizzazione, ecco la pubblicizzazione. Dove per pubblicizzazione intendo la difesa dell´importanza cruciale della sfera pubblica in una società che si rispetti, una società in cui i cittadini possano seguire liberamente le proprie aspirazioni, ma allo stesso tempo sentirsi tutelati e sicuri. La Terza via originaria è riuscita a realizzare il primo punto, ma non altrettanto il secondo. (...)
Per andare avanti in questa analisi, è necessario soffermarsi su due concetti particolarmente importanti. Uno è il mercato incorporato, l´altro lo Stato di garanzia. Proverò a dimostrare che queste due nozioni sono indissolubilmente legate. (...)
Secondo John Kay, i socialdemocratici dovrebbero puntare all´affermazione di una loro specifica economia politica, di una loro particolare forma di capitalismo moderno, senza limitarsi alla critica e al rifiuto del modello neoliberista. In quest´ottica, l´idea di mercato incorporato, concetto originariamente formulato dal sociologo Mark Granovetter, è un punto di partenza cruciale. Ma con che cosa si «incorpora» il mercato? Con la cultura, il diritto, i meccanismi fiduciari. Nelle economie di mercato più evolute, si assiste allo sviluppo di regole formali e informali, che consentono una coordinazione delle attività individuali, prerequisito indispensabile per un corretto funzionamento del mercato stesso. La crucialità del mercato ? spiega chiaramente Kay ? risiede nel suo consentirci di organizzare un insieme di transazioni delle quali il singolo non comprende mai fino in fondo le implicazioni, soprattutto nel momento in cui vengono effettuate. «I mercati funzionano perché non sono mai costituiti da una voce sola». La nascita di nuovi settori industriali, di nuovi prodotti e servizi deriva dalla naturale inclinazione del mercato alla sperimentazione. La maggior parte degli esperimenti è destinata al fallimento, ma poco importa: così facendo, lo slancio dell´innovazione tecnologica e produttiva non si arresta mai. Da tempo la sinistra mostra una grande riluttanza ad accettare la necessità di tali tratti distintivi ai fini della prosperità economica, ma è così: nei mercati esiste un «pluralismo disciplinato» ormai istituzionalizzato. Vale a dire, la possibilità di sperimentazione, ma nell´ambito di meccanismi che stroncano i tentativi falliti.
Se si sposa la logica del mercato incorporato, non si può più seguire quella dello Stato minimalista, da tempo cavallo di battaglia dei progressisti tanto che lo stesso Bill Clinton, per esempio, a suo tempo si spinse a dichiarare «la fine dell´era dello Stato onnicomprensivo». La nozione di Stato minimalista è, in effetti, una chimera. Negli ultimi anni, in nessun paese industrializzato la percentuale di prodotto interno lordo detenuta dallo Stato ha subito una diminuzione significativa. Nelle economie più evolute i governi e lo Stato sono entità dominanti e pervasive. Deve essere così, se si vuole garantire al cittadino un´esistenza normale e decorosa. Senza contare che, a livello internazionale ? come sottolinea Joseph Stiglitz ? non si registrano casi di sviluppo economico significativo in cui lo Stato non abbia svolto un ruolo cruciale. (...)
la Repubblica
19 novembre 2003
Lettera aperta di Gaetano Arfé a Nello Ajello.
Caro Nello,
ho letto la nota dei miei dieci amici sulla Stampa e il tuo commento su La Repubblica, cui ha fatto seguito lo sconsolato articolo di Massimo Salvadori. E' tutto da sottoscrivere, ma mi permetto un rilievo. Da molti anni a questa parte è in atto un'offensiva ideologica -chiamiamo le cose col loro nome - che dà voce, e ne trae la sua forza, a tendenze latenti nel profondo della società italiana e che ha di mira la repubblica nata, come si suol dire e come è vero, dalla resistenza. Il primo campo nel quale essa si è cimentata è stato quello della storia. Successivamente essa ha investito quelli del diritto e della economia con gli stessi intenti, gli stessi metodi, gli stessi risultati devastanti. Questa offensiva si è sviluppata per gradi, condotta con lucida intelligenza politica, ma ad accorgersene sono stati in pochi e tra quei pochi non si sono trovati in prima linea gli storici. Troppi di essi hanno registrato il susseguirsi sempre più fitto delle aggressioni con nonchalance, hanno temuto di essere accusati di intolleranza, di settarismo, di ideologismo, colpevoli nostalgie per l' "infausta" prima repubblica, e, comunque, non hanno dato prova di aver colto i nessi che legavano i vari episodi e li collegavano in un unico organico disegno di cui soltanto ora sembrano prendere coscienza. La beatificazione del papa sanfedista è l'ultimo e il più clamoroso, ma l'elenco è assai lungo e copre un arco di lunghissimi anni. Hanno anche mancato gli storici di denunciare per tempo le violazioni dell'etica del mestiere, di avvertire che storicizzare non vuol dire dividere equamente i torti e le ragioni tra Dumini e matteotti, che non conferisce scientificità alla storia l'espunzione dei fattori, scientificamente rilevabili, di natura etico-politica, che la metodologia storica non può essere degradata a tecnologia della ricerca. il vostro pirani ha dimostrato, rispetto a questi problemi, in più di una occasione, una sensibilità che gli storici di professione non hanno avuta. Giorgio Amendola, che era un intenditore, dava della egemonia una definizione che torna attuale: la capacità di intimidire gli avversari e di dirigere gli alleati senza ricorrere al bastone, con la forza delle idee e con gli strumenti della politica. La cultura oggi egemone non brilla per la originalità e la forza delle idee, ma i mezzi impiegati sono e restano imponenti, dalle colonne del Corriere della Sera agli schermi televisivi, dai rotocalchi ai messaggi pubblicitari che divulgano i principii della nuova economia con l'immagine del neonato attacccato al seno della madre che la ammonisce: assicurati perché su di me non puoi contare. Ne è nata una ideologia soffice ma soffocante che ha una capacità di penetrazione e di diffusione enorme, tra la "gente" e nel mondo dell'accademia, e che esercita una mal contrastata egemonia anche sui nipotini di Togliatti, inutilmente convertitisi a un anticomunismo postumo che ricorda i tempi della guerra fredda, su quelli di Nenni, che preferiscono il ruolo di orfani di Craxi, sugli eredi di De Gasperi, che hanno buttato alle ortiche il patrimonio di sofferte idee e di tormentate esperienze che aveva fatto nascere nel nostro paese un partito di democrazia cristiana cattolica, che aveva lasciato i suoi segni anche su uno spregiudicato realista politico quale giulio andreotti. Al punto in cui siamo la questione non riguarda ormai più soltanto la corporazione degli storici. La posta in gioco non è la interpretazione del Risorgimento o della Resistenza, è la dignità, è la libertà, è l'autonomia della cultura del nostro Paese. Se tra gli intellettuali italiani gli storici sono i primi a prenderne coscienza è un fatto che fa loro onore e li carica di una grande responsabilità perché oggi essi non possono contare sulla solidarietà attiva di nessun settore di un mondo politico che non si è neanche accorto che una grande "battaglia delle idee" c'era stata e che ne era uscito ingloriosamente sconfitto, che continua ad arrabattarsi nell'intrigo, che calpesta le più elementari norme non della democrazia, ma del buon costume politico - il modo in cui hanno posto e imposto, con miopia suicida, la scelta fra Amato e Rutelli fa scempio di ogni regola - che è tutto sotto l'egemonia che ha in Berlusconi il suo ideatore e il suo magistrale regista. Questo accresce le loro responsabilità, ma rende anche esaltante il compito di impegnarsi a rispondere a quello che, comunque, è un "bisogno dei tempi" che sono sempre gravidi di sbocchi potenzialmente diversi. Non è necessario avere la sicurezza del successo, basta preoccuparsi di salvare l'onore. In tempi difficili, diceva Filippo Turati è questo il dovere di chi sa guardare lontano e ha fiducia nell'avvenire.
Un progetto per la sinistra, ma che non sia il libro dei sogni
di GIORGIO RUFFOLO
E' un gran bene che la sinistra rifletta, come ha fatto nel Seminario della Fondazione Italianeuropei di Frascati, su un "progetto per l'Italia", interrompendo per almeno due giorni le diatribe condominiali.
È confortante che duecento persone vi abbiano partecipato animatamente, sulla base di una ampia e stimolante relazione introduttiva di Massimo D'Alema, seguita da un dibattito punteggiato da interventi intensi, come quello di Walter Veltroni, e dalle conclusioni appassionate di Giuliano Amato.
Vorrei però segnalare un rischio che dovrebbe a ogni costo essere evitato. Ed è quello di inflazionare la parola progetto, come fu a suo tempo inflazionata la parola programmazione. Dio sa quanto mi costa. Dopo una ubriacatura retorica sulla programmazione, negli anni del primo centro sinistra, Luigi Spaventa propose di votare una legge che proibisse per almeno due anni di pronunciare quella parola. Pure, vi aveva partecipato attivamente. È stato accontentato molto al di là delle sue istanze, e senza alcun bisogno di coercizione. Scongiurare una seconda iattura è possibile se quel termine, di progetto, sarà usato in modo parco e soprattutto rigoroso. Altrimenti esso rischia di dissolversi in un discorso, più o meno convenzionale.
Dice l'ormai citatissimo Amartya Sen, a proposito della convinzione di Aristotele "che toccasse a noi creare il futuro", non avendo alcuna possibilità di cambiare il passato: "ma a tale scopo abbiamo bisogno di un impianto generale nel quale inserire i nostri giudizi di valore, di istituzioni che promuovono i nostri fini e i valori per i quali ci battiamo, nonché di norme di comportamento e capacità di ragionamento che ci permettano di ottenere quello che desideriamo".
Che magnifica definizione di progetto! Come lo stesso Sen osserva, questa pretesa di progettazione sociale è stata vivacemente contestata dallo scetticismo conservatore. Per esempio, in nome della impossibilità, brillantemente argomentata dall'economista Kenneth Arrow, di dedurre preferenze sociali coerenti da preferenze individuali disparate. O del teorema reso famoso dal macellaio di Adam Smith (e dal Mefistofele di Faust) delle conseguenze inintenzionali ("pensi il male e fai il bene"; e viceversa). O dalla sconsolata (o compiaciuta?) convinzione che solo fondamento delle azioni umane è l'egoismo individuale. E come Sen replica, queste contestazioni possono essere facilmente falsificate: le preferenze individuali si possono plasmare attraverso la discussione democratica, le conseguenze inintenzionali possono essere, almeno in parte, previste, come in un piano strategico di battaglia, senza ovviamente eliminare l' imprevisto, ma senza per questo prescindere dal bisogno di un piano; e quanto all'egoismo, l'umanità non vive solo di quello, ma anche di motivazioni altruistiche, che poi sono, in definitiva, la forma più raffinata dell'egoismo. Dunque, un progetto è possibile. Anzi, necessario: tanto più, quanto più la società è complessa e indeterminata. Nel mondo dell'incertezza, l'unica certezza sta nella nostra volontà. Abbiamo da tempo dimesso la convinzione che sia la Storia a portare nel suo grembo un Progetto. E, almeno quelli che si richiamano ai valori della sinistra, non intendono che la società sia regolata soltanto dai ciechi rapporti di forza, fisica o economica. Ma se vogliamo, come diceva Aristotele, "creare il futuro", abbiamo bisogno, come dice Sen, di "un impianto generale" e rigorosamente strutturato, non di semplici discorsi evocativi. Perché il progetto non divenga un discorso, o peggio, un pretesto, occorrono, secondo me, tre elementi che valgono a connotarlo specificamente. Il primo è la definizione rigorosa dell'esito cui si tende, traducendo i fini generali, e vaghi, in traguardi specifici, temporalmente circoscritti. Parafrasando il motto galileiano, potremmo dire che la politica moderna non è (non dovrebbe essere) chiacchiera, ma misura. Nell'ultimo mezzo secolo, l'umanità si è abituata a identificare il progresso desiderabile in una misura suprema: la crescita. Di che cosa? Del Pil (Prodotto interno lordo). Ma il Pil è in realtà un Pirl (Prodotto interno rozzo e lordo), è un misura grossolana di ricchezza, non di civiltà. È una misura utile per molti versi, e fuorviante e stupida per molti altri (ecologici, sociali, culturali). Se non vogliamo continuare a vivere in Pirlandia, dovremmo costruire una nuova misura dello sviluppo desiderabile e possibile, più ricca, equilibrata e complessa. Vogliamo chiamarla Prodotto Sociale Sostenibile (PSS)? un gruppo di indicatori economici sociali ecologici che esprima sinteticamente un traguardo cui tendere, volta per volta, nel tempo? Il primo e fondamentale elemento caratterizzante di un Progetto dovrebbe essere quello di configurare concretamente l' immagine della società che si propone di costruire insieme. È la famosa risposta del gatto del Cheshire: mi chiedi che via devi prendere? Dipende da dove vuoi andare. Ci chiediamo che cosa e come riformare. Ma in vista di che? Quanta flessibilità. Quanta protezione. Ma per realizzare che cosa? La crescita? Di che cosa? La competitività? Per che cosa? Una volta la sinistra aveva chiaro in testa il suo scopo: la società senza classi. Mi pare che si sia ormai realizzato. Abbiamo una società senza classi, una società di individui. Senza scopi. Se la sinistra fosse finalmente capace di dare la sua misura, conquisterebbe alla sua politica due primati: quello della concretezza e quello della capacità di mobilitazione rispetto a uno scopo. Lo si è dimostrato con i parametri di Maastricht. Ma davvero a questo si è ridotta la sua nobilitate?
Il secondo elemento del progetto sta tutto in quella parolina che mi sono lasciato scappare poco fa: insieme. Qui si tratta di sapere a quali forze ci si deve rivolgere per realizzare quegli scopi. Grosso modo, conosciamo le risposte tradizionali e convenzionali. La destra dice: agli individui e ai mercati. La sinistra, fino a qualche tempo fa, diceva: al proletariato! (prima maniera comunista); allo Stato! (seconda maniera socialdemocratica). Ora è muta.
Ora, sono diventati evidenti a tutti sia i fallimenti del mercato, sia quelli dello Stato. Siamo dunque costretti a rimbalzare (questo è il senso del ciclo politico oggi) dagli uni agli altri in una angosciosa ricerca di una qualche via di mezzo? Oppure si possono costruire forme nuove di mobilitazione e di organizzazione sociale fondate sul principio: scegliere insieme? È del tutto evidente che, mentre una vasta zona del terreno sociale deve essere lasciata alla libera esplicazione delle forze di mercato, alla spontanea interrelazione dei bisogni dei desideri e delle intraprendenze individuali; e una parte altrettanto importante di bisogni collettivi, di sicurezza di protezione e di garanzia deve restare affidata a uno Stato autorevole ed efficiente; c' è una zona sempre più ampia, crescente, di relazioni economiche sociali e politiche che può essere gestita da gruppi autorganizzati di cittadini. Una zona di autogestione sociale, che coniuga le virtù della libertà di scelta con quelle della responsabilità solidale. E che può permeare dei suoi valori e dei suoi esempi la società intera. Scegliere insieme non è soltanto l'ovvio esercizio delle regole e delle istituzioni centrali della democrazia. È anche l'uso dei nuovi mezzi di informazione e dei nuovi spazi di conoscenza, volto a intensificare le relazioni dirette tra i cittadini per esprimere insieme le loro scelte, per svolgere insieme le attività necessarie a soddisfarle. Il terzo elemento di un progetto rigoroso riguarda la sua strumentazione. E qui, sospendendo il vigore della "quasi-legge" Spaventa, occorre ridare forza - con il senno di poi - all'idea e alla pratica della programmazione, come si è ricominciato a fare (meglio, a parlare) nel recente vertice europeo di Lisbona; come da tempo si è cominciato a fare (senza troppo parlare) negli Stati Uniti reinventando il modo di governare. Quanto sarebbe positivo se la coalizione del centro sinistra individuasse un gruppo di programmi concreti da proporre al paese, e su questi chiedesse il consenso delle istanze più interessate attraverso veri e propri "contratti politici"! Si potrebbe racchiudere queste concrete proposte entro quel "patto sociale" che è stato giustamente evocato da Massimo D'Alema nel suo intervento introduttivo. Questi tre elementi di un progetto funzionerebbero come altrettanti rasoi di Occam, eliminando superfluità e ridondanze. Non si tratta soltanto di elementi tecnici. Come è stato giustamente ricordato da D'Alema, da Veltroni, da Amato, abbiamo bisogno di legare le nostre proposte a valori etici; di esprimere il senso di una missione; di mobilitare le forze di un vasto consenso sociale; di parlare alla società, e non solo di sparlare tra noi.
Per questo abbiamo bisogno di un progetto di ghiaccio bollente, che sappia coniugare il rigore della proposta con la sua passione.
ottobre 2000
Lo spettro della paura s'aggira per l'Europa
di MASSIMO D'ALEMA
IL PARTITO del Governatore della Carinzia Joerg Haider (l'Fpoe) è un movimento politico fondato sul nazionalismo, la xenofobia e un legame torbido col passato nazista. Tutti requisiti che non gli hanno impedito alle elezioni politiche dell'ottobre 1999 di sfiorare il 27% dei voti e di diventare una forza di governo (una stima non meno allarmante attesta come circa il 48% degli operai austriaci avrebbe votato per l'estrema destra). Qualcosa d'analogo si è verificato in Belgio nove giorni fa con il successo elettorale, imprevedibile almeno nelle dimensioni, della destra populista fiamminga di Filip Dewinter.
Si affacciano sulla scena europea nuovi leader e nuovi movimenti capaci di scombinare in modo traumatico vecchi equilibri politici ed elettorali. Siamo di fronte, in particolare, a una destra radicale e populista che mostra di possedere doti inedite di penetrazione nell'elettorato consolidato del centro e della sinistra. D'altro canto anche in Italia una ricerca recente ci mostra come la Lega Nord raccolga una quota rilevante dei propri voti nei ceti popolari e tra gli stessi aderenti alla Cgil. Ma cosa c'è dietro questa ondata crescente di consensi?
Vediamo, in primo luogo, quali sono i tratti comuni - le affinità ideali e politiche - di queste formazioni. A differenza del conservatorismo classico sono movimenti che fondano la propria identità sulla riscoperta del "suolo", una sorta di nazionalismo regionale che sostituisce alla crisi della grande nazione l' amore per la "piccola patria". L' antieuropeismo e l'odio verso gli immigrati diventano i corollari di una strategia che trova sbocco in un federalismo primitivo; l'idea che ciascuno sia padrone in casa propria e che gli stessi diritti di cittadinanza, in antitesi allo spirito liberale moderno, siano prerogativa non dell'individuo ma "del popolo" bavarese, austriaco o lombardo-veneto.
Sangue e suolo, quindi; è da qui che bisogna ripartire per comprendere qualcosa del fenomeno. Da un'idea forte di nazione fondata sull'appartenenza etnica e su un senso diffuso di paura e insicurezza che attraversa le popolazioni più esposte alle conseguenze e ai rischi della globalizzazione. La destra populista sa come parlare da un lato alle paure dei ceti popolari, dall'altro agli interessi dei gruppi sociali più forti. E' vero quindi, come ha scritto di recente Bruno Luverà, che la dimensione globale dell' economia diviene, nell'interpretazione di queste forze, una porta girevole dalla quale far entrare tutti i benefici possibili lasciando fuori i problemi.
L'offerta politica della nuova destra appare efficace proprio perché non si limita a promettere sgravi fiscali o posti di lavoro ma offre un'identità nella quale specchiarsi. A popolazioni allarmate da un'insicurezza sociale crescente, il messaggio proposto è "uniamoci contro i nostri nemici; difendiamo la terra dove siamo nati e dove altri oggi vorrebbero comandare". E' da qui che passa un ritorno alle radici; la riscoperta dell'etnia anche come reazione ad uno smarrimento individuale. Sarebbe sbagliato, quindi, vedere in modo esclusivo o prevalente la dimensione economica e sociale dei nuovi fenomeni di destra. Anzi spesso l'aspetto sociale (quel misto di rabbia e paura verso l'immigrato) si innesta sulle ragioni di un malessere più antico e profondo. Sono l'ambiente, la lingua, il territorio, i valori che entrano in gioco ed è su quelli che fanno leva personaggi come Haider o Dewinter, nati dopo la fine della seconda guerra mondiale e dunque, anche per ragioni generazionali, meno inibiti verso quel passato nazionalista che ha condotto l' Europa sull'orlo dell'abisso.
Attenzione, però; non siamo davanti ad una banale operazione nostalgica. Questa destra è forte perché sa declinare l'identità della terra e della lingua in relazione al "nuovo" mondo. Il loro è un vocabolario iper tradizionalista che però non perde mai di vista la dimensione globale della politica, dell'economia, della comunicazione. Non rimpiangono la civiltà dei padri che sanno archiviata per sempre, ma ne rivendicano l'anima creando una miscela inedita di populismo, localismo e nazionalismo che si dimostra più forte dove più ridotto è lo spazio (quello fisico, per intenderci) e più circoscritto l'uso della lingua. Non a caso è lì dove le tradizioni sono più radicate e chiuse, dove il territorio non ha confini vastissimi a proteggerlo, che la sindrome dell'assedio si manifesta con maggiore virulenza.
In questo senso - inutile nasconderlo - l'Italia è un paese a fortissimo rischio, non solo per la presenza della Lega ma per i caratteri fragili della nostra identità di nazione ai quali si aggiunge oggi il fondersi di una destra etno-razzista, di una destra erede del totalitarismo e del nazionalismo del passato, e di uno dei fenomeni più significativi di populismo mediatico. Caratteri che altrove si presentano fusi in un unico movimento, trovano da noi asilo nelle tre componenti fondamentali del Polo. E' stato un errore grave sottovalutare la portata di questa sfida o pensare - come pure si è fatto - di essere di fronte a rigurgiti del passato facilmente isolabili o esorcizzabili. In realtà, per i democratici europei il vero problema è capire le ragioni di questa nuova destra e mettersi in grado di dare risposte efficaci sul piano politico e di governo così come su quello culturale e dei valori.
E' stato detto da Giuliano Amato che la forza della destra è, innanzitutto, nella paura. La paura dell'altro, del diverso; la paura per la propria sicurezza personale e per la sicurezza sociale; la paura di smarrire la propria identità in un mondo nel quale i grandi processi economici sfuggono sempre più ad una possibilità diretta di controllo e di governo da parte delle comunità umane. A questi timori occorre dare risposta a cominciare dalla difficile sfida dell'immigrazione. Diciamo subito che di fronte all'impatto nelle nostre città di una massa crescente di cittadini immigrati non è sufficiente rispondere al pericolo di un rigetto razzista con la predicazione ideologica a favore della società multietnica o, sull'altro versante, con il cinismo utilitaristico di chi dice "è bene che vengano perché abbiamo bisogno di braccia per lavorare". Meno che mai questi argomenti potranno convincere quei quartieri popolari di Roma o di Torino dove la presenza degli extracomunitari supera le capacità ricettive del territorio e rende più difficile la convivenza e l'integrazione. Lì si debbono trovare soluzioni convincenti non solo in termini di valori, ma di politiche, servizi, vigilanza e controllo. Altrimenti - piaccia o meno - sarà la destra a mietere consenso e a coltivare un clima di rabbia e risentimento diffusi.
Ciò che voglio sottolineare è la necessità di una visione non economicistica del fenomeno dell' immigrazione, ma di politiche più coraggiose di integrazione sul piano civile e culturale. Il pericolo maggiore è che progressivamente ci troviamo in una situazione in cui convivono comunità tra loro ostili e incomunicanti, mentre un autentico pluralismo arricchisce tutti se si fonda su valori condivisi e se è in grado di sviluppare un dialogo tra le culture. E' giusto, insomma, percorrere la via di un'inclusione che diviene anche assunzione di responsabilità verso il luogo dove si vive. Questo vale anche sotto il profilo dell'ordine e della sicurezza che saranno maggiori quanto più sapremo sviluppare con le comunità dei cittadini immigrati la via della collaborazione e della corresponsabilità. Insomma, non basta indicare le ragioni della convivenza; occorrono strategie capaci di rinnovare un patto tra diversi che faccia vivere su basi nuove una comunità anziché assistere alla sua disgregazione.
Ma il tema della sicurezza va oltre il problema, pure rilevante, della lotta alla criminalità. E' l'angoscia che si prova verso il futuro. Qui emerge in forme più evidenti la necessità, per la sinistra in particolare, di liberarsi da una visione ristretta del sistema di protezioni sociali che abbiamo costruito nel passato. Globalizzazione, flessibilità, aspettative di vita diverse si governano soltanto dentro un modello sociale più inclusivo, capace di offrire garanzie certe a tutti (e non solo ad alcuni) e in grado di accompagnare l'individuo lungo le stagioni successive della sua esistenza, valorizzandone il talento e le capacità. L'Ulivo ha saputo avviare in questi anni riforme importanti su questo piano ma - diciamoci la verità - non sempre è riuscito a procedere con la forza e la determinazione che l'urgenza dei problemi avrebbe imposto. Abbiamo forse temuto di perdere consensi tradizionali senza acquisirne di nuovi. La storia, però, dimostra come è proprio sul terreno dell' innovazione che si vince la sfida del governo di società complesse.
Ho lasciato per ultimo il capitolo fondamentale dell'identità. Come abbiamo visto, siamo davanti ad un avversario che mette in discussione i valori fondanti della civiltà europea; le radici comuni che hanno sorretto - seppure in mezzo a drammatiche parentesi - lo sviluppo parallelo delle istituzioni democratiche, della crescita economica e della coesione sociale. La discriminante verso il fascismo e il nazismo è stata, per oltre un cinquantennio, il primo vero collante della rinascita dell'Europa. Oggi a noi viene chiesto uno sforzo politico e culturale per impedire che questa civiltà si smarrisca e finisca col disgregarsi.
Non si tratta di demonizzare qualcuno, ma di affrontare - anche al di là della sola cultura del buon governo - il tema della nuova identità dell'Europa e delle nazioni che ne fanno parte. Guai a lasciare questo terreno soltanto ai nostri avversari. Noi non siamo fra quanti combattono la globalizzazione, ma certamente vogliamo evitare che si traduca in un' omologazione culturale che segnerebbe un drammatico impoverimento delle nostre società. Globalizzazione e difesa delle identità culturali europee non devono essere in contrapposizione. Cedere su questo punto vorrebbe dire disarmare culturalmente il riformismo e le sue tradizioni.
La destra, in fondo, coglie un problema reale; un deficit di democrazia legato alla globalizzazione. Il punto è che a questo problema offre una risposta insufficiente; una chiusura entro ristretti confini regionali che, per definizione, non avranno mai la forza di bilanciare il predominio di un potere economico globale. Il problema è che l'autogoverno delle comunità - certamente da sviluppare contro una visione centralistica dello Stato - deve accompagnarsi alla crescita di istituzioni democratiche sovranazionali. E in primo luogo, per quanto ci riguarda, a istituzioni europee solide e autorevoli, capaci di supplire alla crisi dello stato nazionale senza delegare alla sola potenza dell' economia il controllo della politica. Ancora una volta è una grande sfida per l'egemonia quella che abbiamo davanti. E' lo scontro tra due differenti concezioni della politica, dell'economia, delle relazioni umane e sociali. In fondo, ad una società che mostra di temere l'avvenire, si risponde in due soli modi. Aiutandola a rinchiudersi nelle proprie certezze e paure, oppure offrendo una motivazione forte a vivere il grande mutamento in corso e ad accoglierne le opportunità per tutti.
La destra ha vinto ogni qualvolta è prevalsa la prima di queste opzioni. Il riformismo europeo - e l'Ulivo in Italia - devono oggi ripartire dalla seconda; farla propria e costruire intorno ad essa lo spirito del tempo. Sarà una sfida lunga - forse siamo soltanto all'inizio - ma alla fine è su questo terreno che si decideranno le sorti della politica e dell' Europa.
La Repubblica
17 ottobre 2000
L' "uomo di sinistra" impari a verificare
di Piero Ostellino
Dato che quelli "di destra" non lo fanno, o lo fanno assai meno, quando critico la loro parte politica, prego soprattutto i miei lettori "di sinistra", o che si ritengono tali, di non insultarmi se non sono d'accordo con quello che scrivo. Non perché il loro comportamento sia offensivo - ciascuno è libero di pensare e di dire di me come giornalista, cioè come uomo pubblico, quello che più gli piace e gli insulti non mi toccano più di tanto - ma perché lo ritengo controproducente per la stessa sinistra cui credono di appartenere.
Insomma:che piaccia o no, e a me sinceramente spiace dirlo, la morale è, infatti, che "a destra", parlo di quella moderata, c'è, in Italia, maggior spirito di tolleranza, e quindi un tasso più alto di identificazione con i valori della democrazia liberale, che "a sinistra".
Capisco che a chi professa con passione il credo politico di sinistra, tutti quelli che non la pensano allo stesso modo sembrino dei cretini o dei venduti a Berlusconi. Ma, mi credano, non tutti lo sono. Anzi, la maggioranza non lo è affatto. E' sufficiente un pizzico di intelligenza (dal latino intelligere: capire) per rendersene conto. Sono certo che, con un piccolo sforzo, ci possa arrivare anche chi mi insulta.
Allora, prima che loro capiscano me, cercherò io di capire loro. Credo che il modo più corretto per definire l'"uomo di sinistra", o che tale si crede, non siano le classiche categorie storiche e politologiche di "destra" e di "sinistra", bensì il sistematico ritardo nel capire e la capacità di fare proprie le ragioni degli altri, una volta che esse si siano imposte con la forza delle cose.
Per anni, l'uomo di sinistra aveva accusato di essere "di destra" chi criticava l'Unione Sovietica da posizioni liberali. Poi, quando il mito sovietico è entrato in crisi, egli ha definito "di destra" contro ogni logica storica e politologica -i dirigenti sovietici che, fino al giorno prima, aveva elogiato perché fautori della pianificazione economica (gli avversari di Gorbaciov), e "di sinistra" quelli che avevano finalmente sposato il mercato (Gorbaciov e i suoi). Un caso di alta acrobazia storica, politologica, concettuale, che ha consentito all'uomo di sinistra di definire "buono" e di sinistra ciò che per lui stesso fino al giorno prima era "cattivo" e di destra (il mercato), e di appropriarsene, nonché di attribuire alla destra ciò che, nel frattempo, era diventato "cattivo" (la pianificazione economica).
Altro caso di ritardo nel capire e di alta acrobazia politica. All'apparire del terrorismo, l'uomo di sinistra aveva definito "di destra" le Brigate Rosse, "reazionario" chi, da posizioni liberali, le riteneva "di sinistra", e si era eretto, infine, a solo difensore dello stato di diritto contro l'eversione. Per accorgersi, poi, che le Br di destra non erano e accusare di "collusione col terrorismo" chi sempre da posizioni liberali aveva criticato le leggi speciali in quanto pericolosamente riduttive dello stato di diritto.
E ancora. L'uomo di sinistra aveva accusato di "complicità con Tangentopoli" chi, da posizioni liberali, aveva definito la corruzione dilagante un fenomeno collettivo (politico), che andava affrontato e risolto soprattutto in sede politica, aveva giudicato Di Pietro un uomo di estrema destra e il suo giustizialismo una manifestazione di populismo neo-peronista e aveva criticato la decisione della sinistra di candidarlo in un proprio collegio elettorale. Salvo accorgersi, solo ora, con il solito ritardo di uomo di sinistra, che l'ex pubblico ministero è effettivamente un populista di estrema destra, che non ha nulla a che vedere con la sinistra, e che sottoporre il Paese a "processo continuo" è, oltre che sterile, politicamente pericoloso.
In conclusione. Invece di insultarmi, consiglierei i miei lettori di sinistra di controllare se ciò che scrivo è, come direbbe Popper, "falsificabile", cioè se regge alla prova empirica, se è verificabile nella realtà. In altre parole, se è falso e di "portarne le prove". Mi farebbero un piacere, e gliene sarei grato, perché mi consentirebbero di correggermi se sbaglio. E, soprattutto, la smetterebbero di fare, anche se per troppo amore, danni alla sinistra.
Corriere della Sera
Sabato 21 ottobre 2000
| La lettera di Joseph La Palombara 3.01.2000 Cari Amici dell'Ossimoro,Vi mando un breve messaggio, pero' in inglese, perche' in questo modo mirisulta piu' facile (spero!) non trovarmi malinteso. I wish to make only a few quite simple points:1. It is a good that Ossimoro has come into existence, because much attention should be given the basic questions, what does it mean to be"left" today, and what would this imply by way of ACTION?2. So far, Ossimoro in its various statements has not been very creative in providing an answer to these questions. Most of what I have read so far remains remarkably cautious, hung up, I believe, over the risk of being misunderstood as advocating an older socialism, which everyone today, and especially former socialists and communists, believes has been entirely discredited. That is, everyone really sounds like Anthony Gidens, or Bill Clinton, or Tony Blair, or Massimo D'Alema. What these people say and advocate leaves very little room in politics for the conservatives of this world, except the impossibly die-hard types that, in any case, will not come to power anywhere. 3. If the socialism and communism of old have now accepted the basic American tenet of individualism-- in every sphere, including the market-- is there anything else to say, other than platitudes of the kind we now associate with the so-called Third Way? The lip service that even Ossimoro pays to so other human values is only that, lip service. Where is there even the glimmers of a salvaged, or new, left-wing ideology that, for example, begins to prescribe new approaches that would have important distributional and re-distributional consequences in societies of the West? 4. The most astonishing development at the end of the last millennium and the beginning of the new one is the extent to which the old left has been intimidated and mesmerized by the Dow Jones Index. 5. Good luck and buon lavoro. J. LaPalombara |
Vorrei trattare solo alcuni semplici punti: 1] E' un bene che sia nato l'Ossimoro perchè molta attenzione va data alle questioni basilari, cosa significa essere "sinistra" oggi, e che cosa questo comporti in termini di AZIONE. 2] Finora, Ossimoro nelle sue varie affermazioni non è stato molto creativo nel dare una risposta a tali questioni. La maggior parte di ciò che ho letto sinora rimane considerevolmente cauteloso, trattenuto, credo , dal rischio di essere erroneamente preso per sostenitore di un più vecchio socialismo, che tutti, e soprattutto i già comunisti e socialisti, credono sia stato interamente screditato. Ragion per cui tutti si esprimono come Anthony Giddens, o Bill Clinton, o Tony Blair, o Massimo D'Alema. Ciò che costoro dicono e sostengono lascia veramente poco spazio in politica ai conservatori di questo mondo, a parte gli estremisti di destra che, in ogni caso, non giungeranno al potere da nessuna parte. 3] Se il socialismo e comunismo di un tempo ha ora accettato il credo base americano dell'individualismo - in ogni sfera, compreso il mercato- c'è qualche altra cosa da dire, a parte le banalità del tipo che ora noi associamo alla cosiddetta Terza Via ? Le espressioni convenzionali che persino l'Ossimoro paga così agli altri valori umani sono appunto questo, espressioni convenzionali. Dov'è persino un baluginio di una salvata, o nuova , ideologia della sinistra che, per esempio, incominci ad indicare nuovi approcci che avrebbero conseguenze importanti in termini di distribuzione e redistribuzione nelle società dell'occidente? 4] Il più soprendente sviluppo alla fine dell'ultimo millennio e all'inizio del nuovo è quanto ampiemente la vecchia sinistra è stata intimidita e ipnotizzata dall'indice Dow Jones. 5] Buona fortuna e "buon lavoro" J. La Palombara |