Al congresso della SPD

di Felice Besostri

Congresso importante quello della SPD, (54mo, Bochum 17-19 novembre 2003), uno dei due grandi paesi d’Europa con i socialisti al potere, l’altro è la Gran Bretagna, ma in un momento di bassa influenza del Partito fermo al 25% delle intenzioni ai voti e con un terzo degli iscritti che non intendono votare SPD se ci fossero le elezioni politiche ora.

Per la prima volta a mia memoria (ho partecipato a otto congressi SPD) una forte contestazione esterna guidata dal più forte sindacato in Europa, Verdi (funzione pubblica). Tuttavia Gerhard Schroeder non ha rivali nel Partito, dopo che ha eliminato Lafontaine e Scharping. In questo congresso deve essere capace di riconquistare il cuore di un Partito, non solo averlo convinto razionalmente (o per rassegnazione) con l’”Agenda 2010”, il pacchetto di riforme del welfare, con il quale realizzare il rilancio della coalizione rosso-verde e dell’economia.Deve parlare anche all’orgoglio del partito che festeggia i suoi 140 anni (23 maggio 1863) il più vecchio e il più importante partito tedesco.

Si comincia bene con un prolungamento del dibattito dopo la relazione su richiesta della sinistra interna da 1,5 a 3 ore.

Presenza storica dei partiti fratelli ridotta: ad alto livello soltanto portoghesi (con il Presidente dell’Internazionale Guterres), austriaci con Gusenberger e olandesi con Ruud Koole. Profilo basso dei francesi e spagnoli, bassissimo quello italiano, con lo SDI addirittura assente.

L’accoglienza del Cancelliere non è particolarmente calorosa, gli applausi sono scoscianti se non quando attacca l’Unione (CDU – CSU) o, ricorda i messaggi di tre personaggi emblematici della speranza della democrazia e della sinistra fuori dell’Europa, Lula dal Brasile, Lagos dal Cile, Mbiki dal Sud Africa. Tutti loro hanno grandi aspettative sull’Europa in generale, ma anche nella Germania e nella Socialdemocrazia tedesca in particolare.

SPD è il Partito della pace per il Cancelliere.

“Non è vero che si vuole abbattere lo stato sciale, privatizzarlo. Guardate le proposte degli altri con la quota capitaria, cioè un contributo fisso uguale per tutti dalla dattilografa al manager”.

Solidarietà è nei due sensi della società verso gli individui, ma anche i singoli sono obbligati nei confronti della società”.

Schroeder è stato deciso e convincente, ma come vedremo dalle votazioni a scrutinio segreto, non del tutto. Ritorna continuamente alla legittimazione elettorale di un anno fa”. Cosa è cambiato rispetto allora?” Schroeder ritiene nulla di fondamentale.

Innovazione, nessuno ha fatto così tanto.

Economia e ecologia non sono contrapposte, noi lo abbiamo detto per primi e lo abbiano praticato: la Germania ha ridotto dei 2/3 le emissioni inquinanti secondo il Protocollo di Kioto.

Sorprendente il ruolo rivendicato per lo Stato dell’Innovazione tecnologica, nella ricerca scientifica e nella formazione. Sorprendente per una deriva privatistica che sembrava essere la tendenza del nuovo socialismo europeo a cominciare dalla Terza Via del New Labour ad Neue Mitte (Nuovo Centro) della SPD e più recentemente al riformismo da lista unica del centro-sinistra italiano. 

Il ruolo dello Stato è, peraltro, a pensarci bene la caratteristica del socialismo riformista, cioè di un riformismo qualificato e non generico. La conquista del potere politico si lega, perciò, alle sorti della democrazia e dello stato sociale, cioè alla creazione di quel nesso indissolubile tra socialismo e libertà che ha caratterizzato il socialismo europeo rispetto al comunismo.

Quei valori e quelle tradizioni che hanno fatto esclamare ad Alain Touraine, che se i termini socialdemocratico e stalinista si usano come insulti preferisce il primo perché gronda di meno sangue.

La democrazia sociale, cioè il socialismo democratico, contro ogni razzismo ed antisemitismo, resta il credo della SPD. Tutti messaggi alla sinistra e prende le distanze dalle proposte del segretario generale, Olaf Scholz di togliere dal programma ogni riferimento al socialismo democratico, per sostituirlo con democrazia sociale. 

La Germania nel 2010 sarà in vetta all’economia, perché è in cima per formazione e ricerca.

Schroeder non rinuncia tuttavia alla critica agli avversari interni: “chi critica l’oggi ma non ha proposte per il futuro è un socialdemocratico stupido”.

Il tema del ruolo dello Stato ritorna più volte: ci vuole uno Stato più forte, forte e solidale.

Senza uno stato sociale soltanto i più forti possono autodeterminare la propria vita. Non con noi si privatizzerà lo stato sociale. Lo Stato deve essere forte, ma non burocratico, trasparente e giusto.

Al partito propone un patto sul futuro per rinnovare il paese e con il paese il partito. La responsabilità del governo non può ricadere soltanto su chi è impegnato nella compagine governativa, ma deve diventare il compito di tutto il Partito, anche per superare le difficoltà del presente non soltanto di Muentenfering, capogruppo al Bundestag, o di Olaf Scholz, il segretario generale o del Presidente ed i suoi vice “socialdemocratici sanno quello che vogliono e perché lo vogliono” afferma Schroeder, e termina con una frase ad effetto cioè che il partito deve agire “con i sogni dei nostri genitori nel cuore e nella testa il futuro dei nostri figli”. 

Applausi da tutti, ma nella votazione per la rielezione a Presidente riporta l’80% dei voti rispetto a più dell’88% di tre anni fa.

La freddezza del Partito sarà più forte nei confronti di due personaggi ritenuti emblematici della deriva centrista, il ministro dell’economia Clemens, rieletto con poco più del 56% dei voti e il segretario generale Scholz, che supera di poco il 50% di voti (con 5 voti negativi in più avrebbe dovuto sottoporsi ad una nuova votazione o più probabilmente si sarebbe ritirato).

Per un osservatore esterno, Schroeder è stato abile e, comunque, non è emerso alcun personaggio, in grado di contestargli la leadership finché è il Cancelliere tuttavia il suo discorso può essere sintetizzato in un: “Compagni! In nome del nostro glorioso passato e di un radioso futuro dimentichiamoci il presente!”.

Ma il malessere del Partito è tutto nel presente, nelle elezioni amministrative e nei laender persi, nell’abbandono di militanti ed iscritti e nella crescente frattura con il movimento sindacale.

Molti socialdemocratici hanno nel cuore anche i loro sogni e speranze, non solo quelle dei genitori, ed in testa la prospettiva dei loro figli, ma anche di loro stessi in un futuro immediato e non lontano, come appare il 2010 per realizzare le riforme per aspettarne poi gli effetti positivi.

In un paese di filosofi tutti sanno che nel lungo periodo saremo tutti morti.

Tuttavia impressiona sempre assistere ad un congresso della SPD rispetto a quelli cui siamo abituati in Italia.

La presidenza della seduta è effettiva e democratica, non vi è un trattamento diverso tra i tenori e i componenti del coro, i tempi sono uguali per tutti e comunicati in anticipo.

Le proposte di risoluzione sono contenute in un bel volume. La commissione per le risoluzioni, fa proposte concrete di emendamenti e soprattutto si vota.

Come è normale le risoluzioni votate dal Congresso sono una minoranza di quelle presentate. La maggioranza è trasferita al Parteivorstand, ai gruppi parlamentari nazionali ed europei, ma è obbligatorio presentare un rendiconto di quello che è successo delle risoluzioni approvate o trasferite nei congressi precedenti.

L’ordine del congresso, peraltro, non va a discapito della vivacità degli interventi o delle contrapposizioni tra i gruppi di affinità interni.

In occasione dei congressi si verifica una serie di avvenimenti di contorno, che consentono una socializzazione dei delegati e degli ospiti, tra discorsi, musica, vino e birra. Si ha la sensazione di far parte di una comunità e non di essere dei semplici iscritti ad un partito, per di più chiamati a schierarsi ed a dividersi.

Una riflessione merita di essere fatta sulla scarsa circolarità delle idee all’interno di un movimento, come quello socialista, che pure si pretende a vocazione europea ed internazionale. Il dibattito nella SPD non ha significato, per i DS italiani. Nei DS è più importante interrogarsi sulle ultime mosse di Prodi e su quello che faranno Rutelli e/o Parisi o se si riuscirà a far ingoiare il rospo Di Pietro al peraltro mite e ragionevole Boselli, (tanto mite da aver rinunciato subito al nome socialista o socialista democratico della ditta comune, anzi di aver proposto che l’Internazionale Socialista diventasse Democratica), piuttosto che sulle decisioni dei partiti fratelli. 

Per fare questo ci vorrebbe un Partito socialista europeo che non è il PSE, malgrado tutte le buone intenzioni dei suoi dirigenti.

Una volta l’appartenenza ad una comunità più vasta si capiva subito, dal nome stesso del Partito; pensiamo alla SFIO (Sezione Francese dell’Internazionale Operaia). Sarebbe un notevole passo in avanti poter dire di avere assistito al congresso della Sezione Tedesca del Partito Socialista Europeo, con la stessa naturalezza con la quale ho partecipato al congresso lombardo DS prima di quello di Pesaro.

2 dicembre 2003


Il cancelliere Schroeder a "Repubblica": "Le riforme sono necessarie per salvare l´assistenza dello Stato "
"Un nuovo welfare europeo ecco la sfida della sinistra"
Schroeder: giustizia sociale, non solo mercati
Sulla stabilizzazione dell´Iraq il Cancelliere sostiene che la comunità internazionale debba avere un ruolo determinante
Nonostante le recenti polemiche, il leader della Spd insiste sul fatto che i suoi sentimenti verso l´Italia non sono cambiati
Assieme a Tony Blair e ai socialisti svedesi, sta preparando in queste settimane il nuovo manifesto dei progressisti europei

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE ANDREA TARQUINI

Signor cancelliere, a Verona è tornato il sereno con l´Italia?
«Verona è una città bellissima. Sono state ore commoventi. Ho vissuto un´atmosfera incredibile, un gran clima di amicizia nel pubblico misto di tedeschi e di italiani. Ho visto quali radici profonde l´amicizia italotedesca abbia anche nelle nostre due società. Ci sono state irritazioni che però non erano tali da intaccare l´intensità del nostro rapporto. Con il presidente del Consiglio Berlusconi poi abbiamo avuto un buon colloquio, soprattutto sull´Europa. Noi tedeschi, voglio sottolinearlo, abbiamo grande interesse a un successo della presidenza italiana. Per questo vogliamo aiutarla a compiere di qui a dicembre l´opera della Costituzione europea».
Ma è possibile un accordo sulle proposte della Convenzione? La Germania vuole il testo così com´è, altri vogliono modifiche...
«Anche la Germania non è d´accordo su tutti i punti. Perciò abbiamo comprensione per le obiezioni di altri paesi, grandi o piccoli che siano. Il mio vivo consiglio però è che ognuno di noi metta in secondo piano dubbi e riserve, in nome dell´interesse generale, dell´obiettivo comune dell´Europa. Se rimettiamo in discussione l´architettura della proposta della Convenzione, non riusciremo più a ricostruire il pacchetto».
Ma molti temono un´Europa troppo centralizzata e verticistica...
«Su tutti i temi importanti, abbiamo non troppa Europa bensì troppo poca. Pensi alla politica estera e di sicurezza. Sono d´accordo con chi dice che non tutto deve essere deciso a livello europeo. Alcune questioni debbono essere regolate a livello nazionale o regionale. La sussidiarietà è un principio importante, e la Costituzione lo precisa bene. Bisogna porsi seriamente la domanda, cosa deve essere competenza dell´Europa, come il mercato unico, una politica fiscale e di ordine pubblico comuni, una difesa comune delle frontiere esterne ma anche una politica estera e di sicurezza comune. Nell´ambito della Nato, non contro la Nato. Mentre altri temi importanti non vanno risolti a livello europeo: la molteplicità culturale è un tratto essenziale dell´Europa. La Convenzione ha trovato formulazioni equilibrate».
Sul finire di quest´estate di polemiche lei cosa prova per l´Italia?
«I miei sentimenti verso l´Italia non sono cambiati. All´inizio dell´estate ho dovuto prendere delle decisioni personali, per chiarire cosa mi è sopportabile e cosa no. Ma adesso è storia. I miei sentimenti verso l´Italia sono sempre stati molto amichevoli. Io ammiro la vostra cultura, viaggio spesso nel vostro paese, visito volentieri le vostre splendide città. Da voi mi piace soprattutto il tratto informale, rilassato, sereno dei rapporti umani. Non ho mai smesso di provare questi sentimenti, né smetterò".
Lei e Silvio Berlusconi siete due personalità molto diverse. Non penso agli schieramenti, quanto alle due diverse vicende umane: lei politico per vocazione, lui dapprima self-made man e grande imprenditore... come fate a intendervi?
«Ha ragione: abbiamo due biografie diverse, anche questo spiega il nostro diverso rapporto e approccio con la politica. Non è necessario amarsi, è sufficiente rispettarsi. Io lo rispetto, fuor d´ogni dubbio. È il vostro presidente del Consiglio, ha la maggioranza in Parlamento, quindi è il mio interlocutore. Non provo difficoltà nell´avere con lui un rapporto basato sul reciproco rispetto. Spesso si auspica tra politici un rapporto d´amicizia, ma è bene non esagerare in questo senso. L´amicizia è un rapporto che va coltivato e nutrito. Il che richiede molto tempo. Con rare eccezioni, ciò tra capi di governo non è possibile: troppi impegni, troppa tensione, troppi interessi diversi che ci assorbono. Quel che conta è che i rapporti tra i popoli restino buoni e forti. Il discorso riguarda in generale i rapporti tra capi dell´esecutivo, non è relativo a Berlusconi. Il quale, tengo a dire, è una persona con cui si può avere un buon rapporto: è aperto, ama parlare chiaro e ascoltare parole chiare. Due vicende umane diverse e due stili diversi sono una realtà innegabile, ma sapremo affrontarla bene entrambi».
Se i rapporti tra le società sono così importanti, crede che nell´Europa sempre più integrata esista un diritto reciproco a immischiarsi?
«È come segue: più l´Europa cresce insieme, più gli sviluppi in un paese influenzano anche gli sviluppi negli altri. Ma c´è un principio-base: essere moderati, non immischiarsi se possibile nei confronti tra partiti. Per un capo di governo non è opportuno immischiarsi in vicende interne altrui: farlo vuol dire ridurre le possibilità di capirsi. Semmai tocca alle presidenze di turno europee o alle istituzioni europee».
Però in Germania né Kirch né Springer, magnati dell´editoria, sarebbero mai diventati cancellieri...
«È diritto della stampa tedesca parlarne, è pari diritto della stampa italiana commentare gli sviluppi da noi. Ma non è compito del cancelliere tedesco dire se la politica mediatica italiana sia giusta o no».
Quando lei si lanciò nell´impegno politico lo slogan di voi giovani fan di Brandt cancelliere era "il mio cuore batte a sinistra". Ma oggi che cosa significa essere a sinistra, realizzando tagli brutali al welfare?
«Restano, eccome, una serie di valori costitutivi dell´identità della sinistra in Europa. L´impegno per la pace, fuor d´ogni dubbio. Poi la necessità della partecipazione dei lavoratori al benessere ma anche ai processi decisionali nelle nostre società. Giustizia sociale e piena realizzazione della democrazia cioè secondo me sono inscindibili. E l´idea secondo cui l´Europa non dovrebbe essere soltanto un luogo dell´interazione economica, ma anche la patria della interazione culturale e sociale. L´idea comune dell´Europa come patria della giustizia sociale, della democrazia, della partecipazione e della pace ha un significato di prima importanza».
Ovunque? Molti pensano che Tony Blair non sia più un esponente della sinistra. Che ne dice?
«Secondo me è un giudizio completamente sbagliato. Bisogna sempre differenziare tra le posizioni programmatiche ai congressi di partito e le singole realtà sociali. Se guardo ai governi di sinistra - in Europa purtroppo non ne sono rimasti molti - vedo molti punti comuni nelle politiche concrete, più che non nei programmi dei partiti».
Come può la sinistra convincere i suoi elettori che la riforma del welfare è necessaria, senza perdere la propria anima né appunto il consenso degli elettori?
«Questo è proprio il compito essenziale. Troppo a lungo tutti noi democratici europei - noi di sinistra come i conservatori - abbiamo creduto che i problemi legati alla crescita debole e al cambiamento della struttura generazionale delle nostre società, sarebbero stati risolvibili con un ritorno a fasi di crescita robusta. Ci siamo sbagliati tutti. Dobbiamo dire alla gente che ci troviamo in una situazione economica mondiale cambiata, sullo sfondo della globalizzazione e di una concorrenza inasprita. Non vogliamo gettare alle ortiche lo Stato sociale, ma che sullo sfondo di questi cambiamenti dobbiamo decidere che cosa possiamo ancora permetterci, e che cosa no. E dobbiamo mobilitare risorse per i compiti del futuro: puntare su istruzione, ricerca e sviluppo tecnologici, strutture per l´infanzia (asili nido, ecc), che anche in nome dei diritti delle giovani madri e delle giovani famiglie sono le priorità di questo decennio. Conservare la giustizia sociale e insieme investire nel futuro: a questa politica non c´è alternativa, ne sono convinto».
È una rivoluzione culturale, una sfida. Guenter Grass ha appena detto a Der Spiegel di temere che il suo amico Gerhard Schroeder rischi di uscirne sconfitto. Teme un fallimento del tentativo di rinnovare la sinistra?
«È indubbio: il processo delle riforme è un processo difficile. Grass si è schierato apertamente a favore di questo riforme. Ha tutto il mio rispetto, come grande letterato ma anche come grande mente politica. Non tutto quanto egli propone è realizzabile, ma spesso riesce a vedere e pensare più lontano. Per me è diventato un interlocutore sempre più importante. Lui spera che la sinistra non sia sconfitta. Il punto decisivo è se la sinistra saprà mantenere il contatto con la realtà in modo da poter poi tentare di migliorarla, o se invece chiuderà gli occhi davanti alla realtà. Solo se la sinistra partirà dalla realtà per migliorarla potrà vincere. In Europa e in Germania».
La Russia vorrebbe entrare in Europa. Il sogno di Mosca è realistico o no?
«Uno sviluppo del genere al momento non è attuale! Se la Russia potrà divenire membro della Ue non voglio filosofare. Dico solo: l´attuale Ue, la Ue allargata di domani, ha un elementare interesse a un rapporto stretto con la Russia. Sia nel quadro della Nato. Sia nel senso di una strategia Ue-Russia, specie sulle questioni economiche. La Russia è un mercato di incredibile importanza».
Il Patto di stabilità appare sempre più difficile a rispettare... va reinterpretato?
«Ho sempre detto che non si chiama Patto di stabilità, bensì Patto di stabilità e crescita. Ci sono fasi in cui la stabilità è la preoccupazione prioritaria, e altre, come quella attuale, in cui si può non certo ignorare la stabilità, ma porre fortemente l´accento sulla crescita economica. Noi in Germania cerchiamo di rilanciare la crescita con le riforme di struttura e anticipando la riforma fiscale. Credo che sottolineare l´obiettivo della crescita secondo una interpretazione ragionevole del Patto di stabilità sia necessario e possibile. Sono a favore di più flessibilità nell´applicazione del Patto».
La riconciliazione con l´America dei neoconservatori, apparentemente contrari a un mondo multipolare, come può essere realizzata?
«Non parlerei di riconciliazione: non dobbiamo uscire da una situazione opposta alla riconciliazione. Nei rapporti euro-americani e tedesco-americani ci sono stati e ci sono molti più punti comuni di quante non siano le differenze evidenziate dalla crisi irachena. Io auspico che questi punti comuni tornino centrali. Questo processo è in marcia: lentamente torna chiaro quanto è importante l´azione comune contro il terrorismo. Come il nostro impegno in Afghanistan e nei Balcani chiarisce, un impegno di cui sono fiero e che, ne sono lieto, il presidente americano ha elogiato. Come ho detto a Evian, dobbiamo chiarirci insieme chi deve fare cosa quando e dove nella lotta comune al terrorismo».
Teme che l´Iraq diventi un nuovo Vietnam?
«Non credo che sarà così. Penso che la comunità internazionale abbia un interesse elementare al successo del processo di democratizzazione e di stabilizzazione dell´Iraq. Per questo dobbiamo essere grati all´Onu per la decisione di non ritirarsi dal paese dopo l´attentato. Questo interesse è europeo: anche perché senza questo successo in Iraq deriverebbero serie difficoltà per il processo di pace in Medio Oriente».
Il rapporto con gli Usa va sempre coordinato con la Francia o gestito a livello nazionale?
«Ciascuno dei nostri paesi ha bisogno di un buon rapporto con gli Stati Uniti. Non lo si può delegare all´Europa. Quanto al rapporto con la Francia, è importantissimo. Quando sembra non funzionare bene, ma anche quando è più stretto, i partner europei si lamentano. Dobbiamo mantenerlo stretto nell´interesse dell´Europa».
Teme che Berlino debba scegliere tra Parigi e Washington?
«No. E nessuno dovrebbe porci questa scelta, nemmeno la pubblicistica. Entrambi i rapporti bilaterali sono la base della politica estera tedesca».

la Repubblica
27 agosto 2003


PERCHÉ I SOCIALISTI FRANCESI HANNO PERSO LE ELEZIONI 
Gli stipendi della sinistra 

di Louis Maurin

ORMAI la diagnosi è definitiva: la sinistra di governo ha perso le elezioni della scorsa primavera soprattutto perché si è sbagliata di società. Uno degli errori più gravi del partito socialista è stato quello di credere che con redditi da 4600 euro al mese si sia classe media. «Una coppia di insegnanti», si diceva allora. Doppio errore, gravido di conseguenze. Ci si sbaglia sui redditi di decine di migliaia di coppie di professori, e soprattutto di maestri elementari. E si dimentica che a quei livelli si appartiene al 10 per cento delle famiglie con i redditi più alti. Definire «medie» fasce invece agiate ha imbrogliato le carte: in questo modo tutti erano diventati classe media e la questione sociale non aveva più ragion d´essere. In particolare, le riduzioni d´imposta pensate per avvantaggiare la fascia media raggiungevano soltanto una minoranza. Tutta la fotografia del paesaggio sociale è stata scompigliata. La vera Francia media esiste, ma è meno rilevante di quanto non si dica e, soprattutto, è un gradino più in basso, intorno ai 1800 euro al mese. La Francia popolare degli operai e degli impiegati abita invece al piano terra: il 40 per cento delle famiglie ha meno di 1400 euro al mese. Sfalsato, il programma del partito socialista è andato a sbattere contro l´incomprensione sociale: al primo turno delle presidenziali solo il 43 per cento degli operai ha votato per la sinistra, contro il 70 per cento del 1978... Ci si può accontentare della diagnosi e pensare che, dopo tutto, queste categorie sono in declino e votano sempre meno. Sarebbe però un altro errore. L´astensionismo è forte negli ambienti popolari, ma la quota rappresentata da questi ambienti resta alta: quasi la metà dell´elettorato. Nessun partito può permettersi il lusso di ignorare quei voti. Molti, rifiutando questa logica cinica, sono tentati dal «colpo di timone a sinistra». Neppure là, però, ci sarà l´appuntamento con il successo, se ci si accontenta di mettere mano alle vecchie ricette: la grande maggioranza degli elettori non aspira a un rovesciamento dell´organizzazione della società. La difficoltà della sinistra è quella di ridefinire il senso di una politica progressista e al tempo stesso popolare. Lionel Jospin l´ha sentito, ma troppo tardi per associarvi un contenuto: l´idea di giustizia può raccogliere le folle perché contiene l´aspirazione complessa e a volte contraddittoria a più libertà ma anche a più uguaglianza tra gli individui. Una società di autentica libertà è una società che dà a ciascuno i mezzi per essere un individuo completo, e non soltanto le briciole del progresso e delle leggi uguali per tutti. Per agire e pensare, occorre aver avuto un´istruzione, disporre di un´abitazione decente e così via. Contrariamente al pensiero social-liberale, nella loro stragrande maggioranza i disoccupati e i lavoratori a salario minimo non sono degli irresponsabili assistiti. Il problema non è «incitarli» ad accettare lavori che nessuna persona sensata vorrebbe, ma indicare loro quello che si considera un lavoro «decoroso». È forse «decoroso» lavorare a tempo parziale e per un periodo limitato in cambio di 460 euro al mese, senza speranza di promozione e nelle peggiori condizioni? La sinistra deve battersi su questo terreno e non a colpi di incentivi, ad esempio alzando ancora il costo dell´interim o del ricorso ai contratti precari. Anziché incrementare le stock options, occorre permettere ai salariati di giovarsi meglio del frutto del loro lavoro e fornire loro più informazioni sulle scelte operate da chi li dirige. Il dibattito sull´uguaglianza sprofonda nei meandri dell´equità e ha poco interesse in una società dove l´idea di retribuire i meriti in maniera diversa è largamente accettata. Di quale «equità» concreta si parla? Quali sforzi si fanno affinché tutti siano messi nelle stesse condizioni di partenza e a tutti poi si applichino le stesse regole, dato l´alto livello di ineguaglianze che persiste nella nostra società? Concretamente, una Francia più giusta è una Francia che abolisce tutti i privilegi - economici, certamente, ma anche culturali - di cui dispongono le categorie con diploma, quelle false classi medie di ieri, colmando l´enorme ritardo di quelli che hanno assai meno. Occorre migliorare con urgenza le «condizioni di studio» dei giovani delle classi popolari e delle vere classi medie. Insistendo sulle condizioni abitative, ma anche riducendo, per alcune materie, il numero di allievi per classe o rendendo gratuiti i libri e le mense scolastiche e aumentando il numero delle borse di studio. Obiettivi di questo genere sono alla portata di una società ricca come la nostra. Modernizzare l´intervento pubblico implica la soppressione delle spese collettive inutili. Non esistono però tesori nascosti nel bilancio dello Stato: una politica progressista e popolare oggi è incompatibile con la riduzione delle tasse. 
Copyright Le Monde 

La Stampa
12/1/2003


LIONEL Jospin, primo ministro socialista francese in «coabitazione» col presidente gollista Jacques Chirac, sarà candidato alle elezioni presidenziali, tra due mesi, sfidante di Chirac. In questa intervista affronta alcuni temi della sua campagna, iniziata domenica scorsa con un mandato plebiscitario da parte dei militanti socialisti: il 99% ha detto sì alla sua investitura per la corsa all´Eliseo. 

A. Chemin, H. Gattegno, A. Roccati 


C´è chi sostiene che è ora di dare un successore a Mitterrand: lei si pone in una tradizione mitterrandiana? 

«Se questo significa che ci dev´essere un nuovo presidente socialista dopo i due settennati di Mitterrand, dico sì. E se questo vuol dire riprendere il filo di una storia legata a Francois Mitterrand, ebbene sì, io appartengo a questa storia: sono stato il suo successore alla guida del Ps, il Partito socialista, sono stato candidato delle sinistre alle presidenziali del `95. Ma questo non significa che la mia visione della politica e la mia concezione della Presidenza siano identiche a quelle che aveva Mitterrand». 

Lei ha fatto più volte l´elogio del pragmatismo, è forse un modo per rinunciare agli ideali in politica? 

«Il pragmatismo che ho evocato non è una filosofia in sé, un approccio al mondo, bensì una maniera d´essere che si applica all´esercizio delle responsabilità. Per me il pragmatismo significa tradurre in atti concreti un pensiero e dei progetti che si nutrono d´idee generali, e a volte di utopie. È il passaggio al reale. Questo è governare. Sono stato colpito, durante i miei due periodi al governo, come ministro e poi come premier, dal fatto che le difficoltà giungono spesso in una maniera diversa da quella che ci si sarebbe aspettati. Quando si esercita il potere si è portati ad adattarsi alle situazioni e a volte a cambiare metodo per raggiungere il proprio scopo». 

Ma allora cosa resta dei principi? 

«Il paesaggio politico e ideologico francese è evoluto in modo straordinario negli ultimi vent´anni. Il marxismo non è più un riferimento centrale nella vita intellettuale. D´altra parte la sua principale realtà storica, l´Urss, con la divisione del mondo che ne risultava, si è dissolta. Abbiamo visto negli anni il regime sovietico dissolversi: in molti pensavamo che non sarebbe durato. Nessuno tuttavia immaginava una fine così rapida. Soprattutto pensavo che qualcosa di quell´esperienza sarebbe sopravissuto, magari producendo un compromesso sociale ed economico. Così non è stato. Come meravigliarsi, a questo punto, del profondo mutamento del nostro pensiero, considerando anche che la sinistra francese ha governato così a lungo ed è stata formata da quell´esperienza? Quello che non è cambiato è il desiderio di progresso, la volontà di trasformazione della società, la riduzione delle diseguaglianze, la formazione per tutti. La nostra visione della società continua a essere guidata dai grandi ideali ma gli strumenti per agire e i riferimenti ideologici sono cambiati». 

Oltre ai riferimenti passati ci sono nuovi modelli, politici ed economici, ai quali ispirarsi? 

«L´idea di regole per il mercato, sicuramente: ci aiuta a pensare i problemi economici di oggi. Quanto ai "modelli", sono colpito dalla loro diversità e dalla loro relatività. Trovo difficile far paragoni con quanto stanno facendo il laburista Blair in Gran Bretagna o il socialdemocratico Schroeder in Germania. Blair si pone nell´antica tradizione liberale britannica, Schroeder sente meno l´esigenza di teorizzare o incarnare un modello. Aver lavorato in Francia a un approccio equilibrato ma nettamente orientato a sinistra, per quanto riguarda le questioni economiche e sociali, è per me motivo d´orgoglio». 

E il suo passato trotskysta? Non teme che possa nuocerle in campagna elettorale? Qualcuno già lo ricorda... 

«Credo che questo mio percorso politico sia stato influenzato, come capita sovente, da incontri con persone che mi hanno intellettualmente affascinato. La sinistra allora era in crisi, il modo in cui si era giunti all´indipendenza algerina aveva gelato i miei sogni. Ma se ora ne parlo poco è perché qualunque importanza abbia avuto quella fase nella mia vita politica, ora non ne ha più. Sono entrato nel Ps nel 1971, ho assunto incarichi di responsabilità nel 1973, da trent´anni sono uno dei dirigenti di questo partito: il mio rapporto col passato ormai dovrebbe essere chiaro». 

Una campagna presidenziale è il momento della verità: che cosa rispondere a coloro che l´accusano di aver mentito, a volte? 

«Ho scritto un libro in cui ho esposto in tutta chiarezza le mie idee, le mie convinzioni, i miei progetti. Mi sono rivolto ai francesi in tutta onestà: in questa campagna credo di essere più vicino alla verità degli altri». 

Lei ha detto in tv: il progetto che propongo al paese non è un progetto socialista. Un recente sondaggio conferma la difficoltà che i francesi hanno nel distinguere i due principali candidati alle presidenziali, lei e Chirac. Come si può definire una candidatura di sinistra, se non socialista? 

«Io sono un candidato socialista. E´ stato Le Monde che ha volto questa frase verso il centrismo, ma non era quello il senso. Non ho evocato il centrismo e non credo di aver la reputazione, tra i dirigenti socialisti, di essere uno di quelli che s´interrogano continuamente sull´utilità di un´alleanza coi centristi. Se mi sono posto al centro, è al centro di una maggioranza pluralista: non credo che Robert Huè (ndr, segretario del Pcf), proponga oggi ai francesi un programma comunista, nel senso che voglia il comunismo. Così io non propongo il socialismo, ma un progetto ispirato dalla volontà di una maggiore giustizia sociale, di un´Europa rafforzata e di una migliore organizzazione mondiale». 

L´esperienza di Chirac dimostra che due anni dopo l´elezione il Presidente può perdere la maggioranza parlamentare.... 

«Certo, ma ci sono più possibilità di costituire una maggioranza nel mese che segue la conquista dell´Eliseo piuttosto che perderla nei due anni successivi. A meno che in quei due anni abbiate fatto l´opposto di quello che avevate promesso ai cittadini. Paradossalmente, a partire dal `97, da quando ha perso il suo primo ministro gollista, è stata la buona azione del governo socialista ad aver aiutato Chirac a recuperare un´immagine positiva». 

La «coabitazione» è compatibile con la visione che lei ha delle istituzioni? 

«Il principio di fondo è che il voto dei francesi dev´essere rispettato». 

Ma se due votazioni successive si contraddicono? 

«Un nuovo ricorso alle urne è sempre possibile, secondo le nostre istituzioni...». 

E in caso di sconfitta alle presidenziali? Lei ha detto: c´è una vita al di fuori della politica... 

«Lo confermo». 

Ma lei dopo cinque anni alla guida del governo ha ancora voglia di far battaglie per portare in porto delle riforme? 

«Non è facile fare riforme in Francia. Esiste uno spirito egualitario - una virtù, ai miei occhi - un gusto spiccato della rivendicazione, tendenze all´individualismo e alla corporazione. Ciononostante credo che si possano portare a buon fine delle riforme, e d´altra parte in questi ultimi cinque anni l´abbiamo fatto. A patto di concedere tempo al dialogo. Io sono di tradizione repubblicana: credo alla superiorità della Costituzione sulla legge, e della legge sul contratto. Ma contrariamente a quello che taluni pensano, per me la legge, confrontata al contratto, non è una religione». 

Nel caso delle 35 ore però lei ha dato questa impressione... 

«Eravamo di fronte a un doppio contesto: per rompere con la pratica dei nostri predecessori, noi avevamo bisogno di fissare rapidamente degli impegni che avessero forza di legge. L´altro motivo è che non c´era davanti a noi un padronato disposto a negoziare. Se non avessimo fatto un´azione di tipo legislativo questa riforma non sarebbe divenuta realtà. È stata utile non solo per l´impiego, ma anche per la qualità di vita dei francesi». 

Alcuni anni fa lei in materia economica era considerato un socialista ortodosso, ostile all´apertura ai privati del capitale delle imprese pubbliche. E oggi? 

«E´ sicuramente uno dei punti su cui mi sono più evoluto. Mi sono reso conto delle necessità della competizione industriale. L´interesse dei salariati e dell'economia francese possono implicare, in certi casi, un´apertura del capitale». 

Ci sono riforme che a volte vanno contro l´opinione pubblica, come fu l´abrogazione della pena di morte nel 1981. 

«Sono rare ma esistono. Oggi può essere il caso del voto degli stranieri nelle elezioni locali. Mi auguro che uno straniero che viva in Francia da almeno dieci anni, in condizioni regolari, possa esprimere la sua volontà nella scelta degli amministratori della città in cui vive». 

Al secondo turno delle presidenziali quale crede che sarà l´atteggiamento dell´altro principale candidato delle sinistre, l´ex ministro dell´Interno, Jean-Pierre Chevenement? 

«Jean-Pierre Chevenement ha lavorato nel mio governo per tre anni e mezzo. Siamo stati insieme nel PS per 25 anni, è un amico anche se sono sorpreso del modo in cui affronta questa campagna. Quando arriveremo al secondo turno, vedremo chi di noi avrà più possibilità di successo...». 

Copyright Le Monde 

La Stampa
2/3/2002


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina