ELZEVIRO La parabola del Pci

Silenzi e sconfitta del partito «diverso»

di PAOLO FRANCHI


Si chiama Il silenzio dei comunisti , il carteggio tra Vittorio Foa, Miriam Mafai e Alfredo Reichlin da poco uscito negli Struzzi di Einaudi: un libro di notevole interesse. Prima di tutto perché ci propone una rilettura dall'interno di una pagina cruciale della nostra storia recente, non giustificatoria, ma ovviamente lontana dalle interpretazioni sommarie e caricaturali che ne sono state di recente. E poi perché la Mafai e Reichlin si sforzano di rompere il silenzio in questione dando alle mille e una sollecitazioni di Foa risposte tutto sommato non reticenti. Considerano totalmente chiusa, e non più proponibile in qualsiasi forma un'esperienza che li ha coinvolti per una vita, e ne sottolineano gli invalicabili limiti interni, a cominciare, ovviamente, dal legame (con il trascorrere del tempo non più «di ferro», ma comunque indissolubile) con l'Unione Sovietica. Però non la rinnegano, anzi, rivendicano il ruolo del Pci, e soprattutto del Pci togliattiano, nel quale giovanissimi hanno conosciuto la politica, nella ricostruzione economica, ma anche democratica e civile, dell'Italia uscita distrutta dalla guerra di Mussolini; e insomma nella modernizzazione del Paese. Non è questa la sede per addentrarsi nelle complesse questioni sollevate da Foa e nelle risposte dei suoi interlocutori ex o forse post comunisti, che adesso si dichiarano apertamente riformisti, anche se a lungo, come ammette Reichlin, il riformismo, in specie quello di matrice socialista e socialdemocratica, lo hanno disprezzato. Ma, se è lecito intervenire dall'esterno in questa «conversazione cittadina», come la definisce la Mafai citando Barbara Spinelli, forse è il caso di porre qualche domanda ulteriore, relativa non tanto agli anni d'oro del comunismo italiano, quanto piuttosto a quelli della sua decadenza e della sua crisi. 
Se, parafrasando Enrico Berlinguer, si può parlare di un esaurimento della spinta propulsiva del Pci, questo si manifesta sul finire degli anni Settanta, con la crisi non solo dei governi di solidarietà nazionale, ma anche, e soprattutto, del compromesso storico: di una strategia e di una cultura, cioè, che avevano radici antiche, togliattiane. 
Anche se le origini delle difficoltà sono più antiche, è lungo gli anni Ottanta, prima e dopo la morte di Berlinguer, che il Pci si ritrova fuori gioco, letteralmente privo di una qualsiasi proposta politica e, prima ancora, di una qualsiasi autonoma interpretazione delle trasformazioni intervenute nella società italiana. Certo, come sottolinea Miriam Mafai, non bastano, a surrogare un simile vuoto, e a rassicurare militanti ed elettori in forte crisi di identità (nel decennio il Pci perde la metà dei propri voti) le orgogliose affermazioni di Berlinguer sulla «diversità» dei comunisti, gli unici indenni, a suo dire, dalla questione morale, o le elucubrazioni su una mai precisata «terza via» tra socialdemocrazie e «socialismo reale». Anche per comprendere le difficoltà delle stagioni successive, l'assenza cioè «di un pensiero capace di restituire alla sinistra il sentimento di una funzione storica», come scrive Reichlin, ma pure i fasti dell'antipolitica nei giorni nostri, non è forse su questo decennio che andrebbe concentrata una riflessione (si sarebbe detto un tempo: critica ed autocritica) più severa e dolorosa? La coraggiosa svolta di Achille Occhetto, nel 1989, salva in extremis il grosso dell'esercito comunista italiano dal rischio (concretissimo) di restare intrappolato sotto le macerie del Muro. 
Tuttavia non si riesce neppure a metterne a fuoco i limiti se non prendendo le mosse dal decennio che l'ha preceduta: il decennio in cui il Pci preferisce spegnersi piuttosto che dividersi, e scegliere. 
Giorgio Amendola aveva enunciato con innegabile coraggio i connotati che stava assumendo la questione comunista già nel lontanissimo '64, quando propose ai suoi, senza successo, di battersi per costruire un'unica, grande forza della sinistra italiana: «Un'organizzazione politica che non raggiunga i suoi obiettivi con almeno tre generazioni di militanti deve ricercare i motivi di questo insuccesso e sapersi trasformare». 
Negli anni Ottanta le generazioni sono diventate quattro, l'accesso al governo è stato sfiorato, ma gli obiettivi non sono stati raggiunti: anzi, nessuno sa più con esattezza quali siano. Si sa solo, questo sì, che il gruppo dirigente del Pci (Berlinguer, ma anche Natta, e poi Occhetto) considera esiziale un approdo socialdemocratico e dichiaratamente riformista. E non solo per via delle resistenze della base che una simile scelta comporterebbe. 
Miriam Mafai sostiene che, se il Pci non divenne mai socialdemocratico, qualche responsabilità la ebbero pure i socialisti, rei di non averlo mai davvero incalzato su questo terreno. Può darsi, anzi, è sicuramente così. Ma ci deve essere pure qualche ragione più sostanziale se il Pci, un partito che per decenni aveva utilizzato con parsimonia estrema concetti come «rivoluzione» e «comunismo», e che nei fatti era stato quasi sempre moderato, e sovente anche riformista, decise di non chiamarsi più comunista, e a prezzo di dolorosissime lacerazioni, non un attimo prima, ma un attimo dopo la caduta del Muro; e se, quando finalmente giunse a cambiar nome, stabilì che si sarebbe presentato ovunque come un partito socialista, tranne che in Italia. 
Anche su questo sarebbe interessante che qualcuno si decidesse a rompere «il silenzio dei comunisti». E' possibile infatti che molti partiti socialisti europei stiano vivendo la fine non solo di una fase politica, ma di un intero ciclo storico. Ma è certo che in Italia un grande partito socialista non c'è stato mai: non ne vediamo la crisi, e fatichiamo a porci i problemi che solleva, perché non ne abbiamo mai visto la nascita.

Corriere della Sera
26 giugno 2002


Comunisti, ascoltate il vostro silenzio 


ERANO tanti, in Italia: addirittura un terzo dell´elettorato, nei momenti d´oro. Erano motivati, radicati, influenti, combattivi. Nella loro autorappresentazione più indulgente, se non apologetica, si descrivevano come la parte «migliore» della società italiana, quella fatta di una pasta speciale, antropologicamente fondata su una «diversità» (ma in realtà era la presuntuosa certezza della propria superiorità morale) orgogliosamente rivendicata. I comunisti erano parte integrante e imprescindibile del panorama politico e culturale italiano. E ora, chiuso il partito, abbassate le insegne, cancellato il nome? E ora, scrive Vittorio Foa, risuona l´eco di un lugubre silenzio. Appunto, come recita il titolo di questo volumetto einaudiano che raccoglie un saporito scambio epistolare tra Foa, Miriam Mafai e Alfredo Reichlin: Il silenzio dei comunisti. Foa, Mafai e Reichlin racchiudono tre diversi itinerari nella storia della sinistra italiana. Mai stato comunista Foa, perseguitato dal fascismo, intellettuale di cultura azionista, sindacalista, protagonista della (sciagurata) scissione dello Psiup. Fervente militante del Pci, stella del giornalismo di sinistra, corrosiva e beffarda demolitrice di luoghi comuni e pregiudizi, Miriam Mafai. Dirigente comunista, politico attratto dalle tortuosità dell´impegno intellettuale, direttore del settimanale del partito Rinascita al momento del suo apogeo a metà degli anni Settanta, Alfredo Reichlin. 
Tre testimoni privilegiati che hanno seguito passo dopo passo le vicende della storia italiana nell´epoca democratica e che hanno condiviso, da posizioni diverse e con linguaggi differenti, la svolta occhettiana che avrebbe portato, dopo il crollo del muro di Berlino, alla fine dell´esperienza storica del Partito comunista italiano. Tutti e tre giudicano con severità la difficoltà di chi, uscito dall´universo mentale del comunismo italiano, è sembrato entrare in una condizione imbarazzante insieme di afasia e di amnesia. Un misto di reticenza e di smemoratezza che rende inevitabilmente meno efficace e meno persuasiva, per chi giudica dall´esterno del mondo ex comunista ma anche per chi continua a dedicare a quel mondo passione ed energia, l´adozione della nuova identità compiutamente socialdemocratica auspicata dal gruppo dirigente risultato vincente al congresso di Pesaro dei Ds. Ovviamente sono diverse le ricette dei tre interlocutori per far uscire dal loro «silenzio» gli eredi del comunismo italiano. Diversi i ricordi personali che danno ordine e coerenza alle loro osservazioni. Diversi i punti di vista e di osservazione. Ma comune è la constatazione che chi non sa elaborare con coraggio e senza prudenze autoindulgenti il proprio passato e la propria storia inevitabilmente finisce per risultare paralizzato nel suo rapporto con il presente e con il futuro. Come se la smania di dimenticare e di dimenticarsi, se pure sembra risultare più comoda per superare senza zavorre gli ostacoli del presente, non potesse che ripercuotersi negativamente sul proprio modo di essere e di parlare. Un monito, quello di Foa, Mafai e Reichlin, che la sinistra italiana dovrebbe essere capace di ascoltare. Con coraggio e con umiltà.

Pierluigi Battista

La Stampa
4/7/2002 


IL PERSONAGGIO

E' morto a 86 anni, fu ai vertici della corrente migliorista 
L'addio a Bufalini l'antigiacobino del Pci 
Definito "il cardinale rosso" per i rapporti col Vaticano, fu amico di Andreotti


NELLO AJELLO 


Al termine di una lunga malattia, è morto ieri mattina a Roma, nella sua abitazione di Piazza del Gesù, Paolo Bufalini, uno degli ultimi "grandi vecchi" del Partito Comunista Italiano del quale è stato per lunghi anni parlamentare e dirigente di primissimo piano. Aveva 86 anni. Amico di Giulio Andreotti e assiduo frequentatore della casa di Renato Guttuso, fu soprannominato "il Cardinale Rosso" per i suoi stretti rapporti con il Vaticano che ne fecero uno dei protagonisti della stesura dell'articolo 7 della Costituzione. Oggi in Campidoglio sarà allestita la camera ardente e la figura di Bufalini sarà ricordata da Veltroni, D'Alema, Andreotti e Macaluso.
E' morto, se non l'ultimo togliattiano, certamente uno di coloro che al leader storico del Pci furono idealmente più vicini. Paolo Bufalini era ormai un signore molto anziano. Malato da tempo, le rare volte che si andava a trovarlo a casa sua, in piazza del Gesù, appariva rimpicciolito, diafano. Non aveva tuttavia smarrito il gusto della citazione colta: un ulteriore motivo di vicinanza con Togliatti era la sua passione per il latino, di cui leggeva con competenza (e a volte traduceva, raffinatamente), i classici. Orazio soprattutto.
Balzava agli occhi, lampante, la sua formazione culturale, che risaliva a Benedetto Croce. Fu con questi precedenti di crociano di sinistra, che Bufalini approdò poco più che ventenne alla politica. Il suo nome figura in quel gruppo di intellettuali di origine borghese che, sulla base di un antifascismo attivo e «militante», si collegarono con il Pci clandestino fin dai tardi anni Trenta. Con varie sfumature individuali, essi si chiamavano (per citarne soltanto qualcuno) Pietro Ingrao, Mario Alicata, Lucio Lombardo Radice, Aldo Natoli, Gastone Manacorda, Antonello Trombadori, Renato Guttuso. All'interno di questo che Giaime Pintor chiamava «il soviet romano», Bufalini si distingueva per una pacatezza che ne faceva un conversatore piacevole e poi un dirigente accorto e suadente. Assai vicino a Giorgio Amendola, che aveva otto anni più di lui, non ne imitava l'irruenza. Era, in breve, il «quadro» ideale di quel «partito nuovo» che Togliatti aveva in mente sbarcando nel '44 a Napoli: una compagine in cui gli intellettuali erano destinati ad esercitare, gramscianamente, un ruolo di traino.
Bufalini appariva la vivente smentita di ogni estremismo. La sua lealtà comunista sembrava lo sbocco di un itinerario obbligato, in virtù del quale «la passione antifascista — cito da un suo articolo del 1946 su «Rinascita» — spingeva a guardare con speranza, con simpatia e fiducia crescenti all'Unione Sovietica, al movimento comunista, agli operai». Altrettanto naturale era l'ampliarsi del panorama culturale: «dopo Croce», prosegue quell'articolo, «si arrivò a leggere Antonio Labriola e Marx». E così «diventammo marxisti e comunisti». Rispondendo a chi gli obiettava, trent'anni più tardi, che lo stalinismo rappresentava un'atroce degenerazione di quelle premesse dottrinarie, Bufalini faceva risuonare la corda autobiografica. Ricordava che cosa significò per un ventenne antifascista come lui, il mito vincente dell'Armata Rossa. «Ricordo che nel '42», leggo in una sua intervista del 1977, «quando venivo dal confino per essere inviato in guerra, fu un uomo di chiesa a darmi esultante la notizia: «A Stalingrado vinciamo»».
La preistoria intellettuale di Bufalini confluisce nella sua lunga vicenda di dirigente del Pci. Romano di nascita, mostrava quella speciale sensibilità alla questione cattolica che era uno dei cardini della lezione togliattiana: e non stupisce che le sue attitudini diplomatiche venissero impiegate nei rapporti del Pci con la Santa Sede. Esse risultavano preziose anche in occasioni «laiche»: fu lui che, nell'estate del '78, andò a spiegare a Giovanni Leone — compito difficile — che la richiesta di dimissioni da capo dello Stato, avanzata dal Pci, non andava interpretata come un atto d'inimicizia ai suoi danni.
Scomparso Amendola, Bufalini apparve a più d'uno il leader non dichiarato della destra del partito. Ricordo il rispetto più che amichevole, quasi referente, che gli professava il sulfureo Trombadori, chiamandolo, nei suoi sonetti vernacoli, «er sor Paolo». Al fondo del carattere di Bufalini c'era una cautela che, presentata come incapacità di atteggiarsi a «giacubbino» (così, citando il Belli, Bufalini bollava tutto ciò che odiava), lo aiutava a tenersi negli argini dell'ortodossia. Nel '56, l'anno di Budapest, si mostrò severo verso gli intellettuali decisi a rompere con il Pci. Nel 1969, toccò ancora a lui informare i dissidenti del Manifesto che il partito li avrebbe «radiati». Lo fece, ricorda Aldo Natoli, emozionandosi fin quasi alle lacrime.
La sua attività politica si esaurisce con la vita del Pci: all'interno del quale, negli anni Ottanta, lo si annoverava fra i vertici della corrente «migliorista». Anche se è sopravvissuto a lungo al suo partito, considerarlo un ex fa un effetto stridente. Bufalini va ricordato come un comunista. Un comunista, nel bene e nel male, molto italiano. 

la Repubblica
19 dicembre 2001


Berlinguer ed il compromesso storico

 

Enrico Berlinguer nacque a Sassari nel 1922 in una famiglia agiata della media borghesia cittadina. L’aria che respirò fin da bambino fu quella dell’antifascismo democratico e liberale del padre Mario, esponente dell’Unione Democratica Nazionale di Giovanni Amendola, poi del Partito d’Azione e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, del Partito Socialista Italiano. La cultura democratica ed antifascista portarono il giovane Enrico ad assumere atteggiamenti contestatari nei confronti del sistema ed ad aderire, in forma segreta e clandestina, al Partito Comunista Italiano di cui diventerà uno dei massimi dirigenti. Trampolino di lancio di questa futura carriera sarà un incontro con Togliatti procuratogli proprio dal padre Mario.   

    La carriera di Berlinguer è quella del perfetto funzionario togliattiano; inizia con cariche a livello locale, entra in Parlamento, viene cooptato nel gruppo dirigente del Partito ed infine fa una veloce carriera politica ai vertici di quest’ultimo. Alla morte di Togliatti sostituì Giorgio Amendola nel ruolo di coordinatore del Partito divenendone, negli anni della segreteria di Luigi Longo, il numero due. Durante gli ultimi anni della segreteria Longo, quando il vecchio esponente comunista era malato, assumerà la guida effettiva del PCI di cui sarà nominato ufficialmente segretario nel 1972 ed inizierà subito un nuovo corso per la politica comunista pur mantenendo una forte continuità nelle tradizioni e nei comportamenti. Di togliattiano non ebbe solamente il cursus honorem, ma anche, soprattutto, la formazione in cui furono presenti anche molti elementi di derivazione crociana che fecero di Enrico Berlinguer prima di tutto un attento osservatore delle vicende italiane ed un fine intellettuale. Partendo dalle considerazioni togliattiane sulla fragilità della democrazia italiana ed analizzando la crisi cilena del 1973, Berlinguer progettò fin dal 1974 l’incontro tra cattolici, laici e comunisti che avrebbe dovuto essere la condizione per l’inizio di un periodo di ripresa e di sviluppo della democrazia italiana basato su di un compromesso di portata storica. Purtroppo la tragica fine dell’onorevole Moro impedì che ciò avvenisse ed aprì le porte agli anni rampanti del craxismo e della corruzione. Come Togliatti Berlinguer affidava ai partiti un ruolo pedagogico e di mediazione politica e sociale. La mediazione doveva essere di carattere alto e nobile in grado di impedire derive reazionarie nelle classi meno mature dal punto di vista politico e culturale. Il Compromesso storico avrebbe avuto come principale interlocutore il mondo cattolico e ciò doveva essere inteso come la naturale continuazione del tentativo di rapporto verso tali settori iniziato con il voto a favore dell’articolo 7 della Costituente da parte del PCI nel 1947 e del successivo discorso di Bergamo ai cattolici da parte di Togliatti. Il dialogo ed il rapporto con i cattolici non era soltanto di carattere strategico, ma aveva anche una comunanza di caratteri di base come è verificato dal rapporto epistolare esistente tra Berlinguer ed il Vescovo di Ivrea, monsignor Bettazzi, ed i discorsi tenuti dallo stesso segretario comunista ad Assisi, alle “Marce della Pace” organizzate da Aldo Capitini. Inoltre alcuni cattolici furono candidati nelle liste del PCI come indipendenti a partire dal 1976; Adriano Ossicini, Mario Gozzini ed Antonio Tatò furono i principali esponenti di quel tentativo di coniugare le istanze solidaristiche del messaggio evangelico cristiano con la ricerca di una più forte ed equa giustizia sociale della tradizione socialcomunista: era il cosiddetto cattocomunismo tanto odiato da Craxi, prima, e, poi, da Berlusconi.

    Questa apertura culturale dei comunisti in politica interna andava di pari passo con una nuova politica estera più slegata da Mosca (in tale ottica va interpretato l’appoggio dato alla “Primavera di Praga” e la condanna del successivo intervento reazionario sovietico, maggiormente aperta a livello di integrazione europea e basata sulla ricerca di rapporti politici non solo con i partiti comunisti europei, che furono, anch’essi, di nuovo modello (l’eurocomunismo), ma anche con la socialdemocrazia ed il laburismo europei, in primo luogo con la S.P.D. di Willy Brandt ed il Labour Party di Harold Wilson. Altro tema cardine della politica berlingueriana fu la “questione morale”, ossia la denuncia della corruzione e dell’inefficienza del sistema democratico dei partiti politici. Ciò non avvenne in un’ottica qualunquistica e demagogica, ma semplicemente fu il campanello d’allarme, insieme con la richiesta di una maggiore austerità economica, di ciò che sarebbe potuto venire se la politica non si fosse saputa regolare facendo, così, venire meno il legame con il paese reale. Le parole usate dallo stesso Berlinguer per descrivere ed analizzare il fenomeno sono esaustive e descrivono chiaramente il fenomeno in questione.

    Berlinguer, nel corso di una ormai famosa intervista ad Eugenio Scalfari, ebbe a dire, nel 1981, quanto segue: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le Università, la RAI -TV , alcuni grandi giornali…..Bisogna agire affinché la giusta rabbia dei cittadini verso tali degenerazioni non diventi un’avversione verso il movimento democratico dei partiti”.

    L’invito non fu accolto dalla classe politica dominante che, anzi, preferì parlare di moralismo usando toni a dir poco squallidi. Anche il tema del risanamento economico, da intendersi anche come la ricerca di un nuovo modello di sviluppo compatibile non fu capita, ma anzi fu, addirittura, avversata: solo uomini come Ugo La Malfa, Paolo Baffi e Bruno Visentini ascoltarono, capirono e compresero il messaggio di Enrico Berlinnguer. Esso era, in sostanza, un disperato appello per la salvezza e la difesa delle nostre istituzioni repubblicane e del nostro vivere comune, in poche parole della idea stessa di democrazia. Se avessero ascoltato Berlinguer ci si sarebbero risparmiato i “folli anni ‘80” e la successiva fase caratterizzata da “Tangentopoli”. Altro tema in cui Berlinguer fu precursore fu quello del decentramento politico, amministrativo e fiscale nel quadro di una maggiore responsabilizzazione dei centri di spesa locale. Al convegno fiorentino del novembre 1982 organizzato dalla Confindustria sul tema “Lo Stato e i soldi dei cittadini” ebbe a dire: “E’ poi indispensabile che i Comuni – i quali peraltro sono l’unico settore dello Stato le cui spese sono rimaste al di sotto del tetto d’inflazione programmato – possano disporre di una autonoma capacità impositiva, secondo una linea generale che tenda a responsabilizzare sempre di più tutti i centri di spesa”.

    La figura di Berlinguer è stata negli ultimi tempi oggetto di dibattiti e di convegni. Per tutti deve rimanere il ricordo di un uomo che ebbe indiscussi esempi di lungimiranza politica, che seppe arrivare prima a capire fenomeni e questioni che altri intuirono troppo tardi o che non capirono mai. Come ha scritto Sandro Curzi. “Invece aveva ragione, non suggeriva alcun cilicio agli italiani e alla società moderna, e nemmeno voleva che qualcuno si spogliasse dei propri beni. Invitava piuttosto a riflettere sulla limitatezza complessiva delle risorse, a trovare una misura nel consumo: misura morale prima ancora che economica”.

    Berlinguer morì nel 1984 ed ai suoi funerali parteciparono volontariamente e spontaneamente oltre un milione di cittadini che volevano esprimere il proprio affetto per un grande politico, anzi meglio, per un grande uomo che Indro Montanelli aveva definito “un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che alettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede” di cui ci resta un programma sociale, politico, economico, etico e morale non scritto basilare per il futuro democratico e di progresso del nostro Paese. 

 

Luca Molinari 

12.12.2001

L’attentato a Togliatti: “Non perdete la testa” 
di Giorgio Frasca Polara 



14 luglio 1948. Poco prima di mezzogiorno Palmiro Togliatti stava uscendo da un ingresso secondario della Camera, diretto a Botteghe Oscure. Lo accompagnava Nilde Iotti. Ad un tratto un gran colpo, seguito da altri. La prima pallottola fallì il bersaglio. La seconda colpì il segretario del Pci alla nuca, facendolo cadere. Ma il piombo per fortuna si schiacciò contro l’osso. Una terza pallottola trafisse un polmone di Togliatti, la ferita più grave. Fu in quel momento che Nilde Iotti si voltò e vide Antonio Pallante, l’attentatore, che si avvicinava con in mano una grossa pistola a tamburo per sparare ancora, a distanza ravvicinata. Istintivamente Iotti si gettò su Togliatti. La mossa dovette confondere Pallante facendogli sbagliare la mira: il colpo prese Togliatti di striscio, ad un fianco. 
Per pochi istanti la repentinità dell’accaduto paralizzò i pochi presenti. Iotti ricorderà quarant’anni dopo, in un’intervista, che dovette urlare perché non si lasciassero scappare l’attentatore: “Fu uno shock violentissimo. Tutti capimmo che potevano accadere fatti ancora più gravi. Mentre in ambulanza si correva dalla Camera al Policlinico, dove il professor Valdoni era già pronto per operare Togliatti, i negozi abbassavano le saracinesche per timore del peggio: la voce dell’attentato si era sparsa fulmineamente”. E infatti nel primo pomeriggio Roma fu invasa da una folla in protesta e molto duri furono gli scontri con la polizia.
L’attentato apparve come un atto isolato, l’inchiesta e il processo dissero che Pallante era un fanatico. Ma certo quel fanatismo era nato e cresciuto nel clima acutissimo della campagna elettorale del 18 aprile, dello scontro frontale di tre mesi prima. Senza contare che l’anno precedente il Pci era stato escluso dal governo in clima internazionale di aperta rottura tra Est ed Ovest, e c’erano stati l’attentato mafioso a Girolamo Li Causi e la strage di Portella della Ginestra. Disse qualcuno che la vittoria di Bartali al Tour di Francia salvò, in quei momenti di paura la democrazia in Italia. “Questa storia – cito ancora da quella intervista di Nilde Iotti del lontano 1984 – mi è sempre parsa una banalizzazione degli eventi. E soprattutto un modo per appannare il ruolo che, in quel momento, ebbe lo stesso Togliatti”, il quale “volle subito lanciare un segnale. Mentre lo stavano trasferendo sull’ambulanza disse a Longo, D’Onofrio, Secchia e Scoccimarro: ‘State calmi, non perdete la testa’. Parlava con grande fatica ma anche con grande lucidità. Questo, e l’azione concreta dei comunisti nei giorni che seguirono, furono l’elemento-chiave della salvaguardia della democrazia”.
A testimonianza di come e quanto il Togliatti sempre realista, il “totus politicus”, sapeva tener conto, anche in quei drammatici momenti, dei rapporti di forza esistenti nel Paese, la sua compagna rivelò in quell’intervista un episodio significativo. “Qualche giorno dopo l’intervento chirurgico, quando gli fu permesso di scorrere i giornali, Togliatti volle leggersi le cronache dell’attentato che aveva subìto. Lo colpì, proprio sull’Unità, un rigone a nove colonne: ‘Via il governo della guerra civile’. Ricordo il suo commento: se avessero scritto ‘Via il ministro dell’Interno’, questa sì che sarebbe stata una richiesta non solo plausibile ma anche accettabile. E infatti più tardi si seppe che in Consiglio dei ministri, lo stesso giorno dell’attentato, il ministro degli Esteri Carlo Sforza e il suo sottosegretario, un giovanissimo Aldo Moro, avevano posto il problema delle dimissioni del responsabile dell’Interno”. Che era Mario Scelba, la cui responsabilità politica più grossa non fu tanto e soltanto quella di non aver saputo prevenire l’attentato, ma anche e soprattutto quella di aver poi teso nei fatti ad esasperare le tensioni di quei giorni. A lui venne attribuita la proposta dell’immediata chiusura delle sedi del Pci come “misura di sicurezza”. E fu De Gasperi a bloccare la proposta che, quella sì, poteva far degenerare la situazione. Come la solidarietà che il presidente del Consiglio volle esprimere a Togliatti: “Volle avere, ed ebbe, un preciso significato politico. Contribuì certo ad alleviare la tensione". 

DS online(http://www.dsonline.it)
13 luglio 2001


GIORGIO AMENDOLA, FIGLIO DI UN MARTIRE LIBERALE CHE DIVENNE COMUNISTA SOGNANDO L'UNITA' DELLA SINISTRA



Il 28 dicembre del 1964 il Parlamento italiano eleggeva il quinto Presidente della Repubblica italiana. Si trattava del leader socialdemocratico Giuseppe Saragat. L'elezione del padre della socialdemocrazia italiana era un avvenimento di grande importanza poiché segnato da due fattori nuovi. Per la prima volta un socialista (benché moderato, ma sempre socialista, come ebbe a dire il comunista Armando Cossutta) saliva al Quirinale e ciò avveniva con i voti determinanti del Partito Comunista Italiano.
Erano stati proprio i comunisti, gli storici rivali di Saragat, a volerne e ad essere determinanti per la sua elezione alla massima carica repubblicana. Fin dalle prime votazioni di quella lunga battaglia quirinalizia del 1964 il Pci aveva puntato a far eleggere alla Presidenza della Repubblica Saragat, che vedeva una "garanzia democratica" per il Paese dopo l'ambigua e mai chiarita del tutto Presidenza Segni, infestata da dossier, generali con il monocolo e "rumor di sciabole".
Per tutte le 21 votazioni necessarie ad eleggere il nuovo Capo dello Stato, il Pci seppe costruire, attorno alla figura dell'ormai anziano statista piemontese, un fronte compatto composto dai voti dei "Grandi elettori" comunisti, socialisti, socialdemocratici e repubblicani che, alla fine, convinse anche la Dc (almeno nella sua componente morotea), il Pli e le minoranze linguistiche (Svp e Uv) ad eleggere Giuseppe Saragat Presidente della Repubblica.
Eppure neanche il Pci era inizialmente compatto sul nome di Saragat. L'ala sinistra capeggiata da Pietro Ingrao avrebbe preferito un accordo con il mondo cattolico per eleggere Amintore Fanfani, in nome di un vasto accordo anticapitalista.
Ma così non fu perché nel Partito Comunista operò a favore di Saragat uno dei massimi dirigenti del Pci: Giorgio Amendola.
Cosa avesse Amendola a perorare (fino alla vittoria) la causa dell'antico rivale socialdemocratico fu chiaro fin da subito: l'unità di tutte le forze socialiste in nome del movimento operaio. Fu lo stesso Amendola a dichiararlo. A poche ore dall'elezione di Saragt, infatti, propose la nascita di un partito unico dei lavoratori in cui si fossero sciolti il Pci, il Psi, il Psdi (partiti che avevano votato per Saragat) e il Psiup (partito che non aveva concesso i propri voti al neo eletto Capo dello Stato). Il nuovo partito sarebbe dovuto nascere su posizioni "né comuniste, né socialdemocratiche". 
Come era facile immaginare i tempi non erano maturi e tutti si opposero a tale proposta dal nostalgico sapore vagamente frontista che, se attuata avrebbe normalizzato e reso fertile i rapporti nella sinistra italiana.
L'unità della sinistra socialista, comunista ed operai fu sempre il sogno, a tratti l'utopia del comunista Giorgio Amendola. Voleva, come egli stesso amava ripetere, riunificare le varie anime del socialismo e del comunismo italiano che, seppur con esperienze e dinamiche differenti, avevano tutte la stessa comune origine. era solito dire ciò citando il paragone con un albero in cui tutti i diversi rami hanno le stesse comuni radici.
Amendola era nato nel 1907, figlio del Ministro liberale antifascista Giovanni che fu ispiratore dell'Avventino e che fu tra i primi martiri a cadere vittima delle violenze del fascismo e di Mussolini.
Colpito per la sorte toccata al padre, il giovane Giorgio entra nel Pci perché vede che i comunisti sono gli unici ad attivarsi realmente contro i fascisti. Sono gli unici che hanno avuto la forza di mantenere in vita il partito e l'attività anche dopo lo scioglimento di tutti i partiti operata dal regime fascista.
Condannato al confino per la sua attività antifascista divenne, dopo l'8 settembre 1943, uno dei principali organizzatori e leader della Resistenza per conto del Pci. Sui fatti di quel periodo ebeb poi a scrivere un libro di memorie (Lettere a Milano, 1973) e un libro - intervista con Piero Melograni (Intervista sull'antifascismo, 1976).
Nel secondo dopoguerra fu uno dei massimi esponenti del Pci e dell'intera classe politica italiana. Uomo di grande rigore e preparazione, fu attivista politico indomito e privo di cedimenti opportunistici. Nel Pci divenne il leader dell'ala moderata e riformista (la cosiddetta "destra amendoliana") che si adoperò per collocare il partito in un'ottica europea, vicina ai grandi partiti socialisti e socialdemocratici europei senza, tuttavia, rinnegare la peculiarità (la "diversità" come ebbe poi a dire Enrico Berlinguer) del Pci ed il suo legame affettivo più che politico con l'Urss. Il legame con Mosca e la difesa del comportamento dei sovietici durante i fatti d'Ungheria del 1956, vanno intesi come un tributo d'onere che Amendola sentiva di dovere nei confronti dell'Unione sovietica, quel paese il cui popolo, da solo, aveva sconfitto i nazisti a Stalingrado, segnando così le sorti della II Guerra Mondiale a favore dei paesi democratici.
Grazie all'opera politica di Amendola anche il Pci, fin dalla metà degli anni '60, diviene fortemente europeista. Amendola sarà, infatti, con gli ex azionisti Ugo La Malfa ed Altiero Spinelli uno dei più autorevoli ed impegnati europeisti italiani fra i politici della seconda generazione repubblicana.
Da "comunista italiano" sarà sempre pronto a condannare ogni forma di estremismo e di massimalismo che, come diceva Lenin, rappresenta l'infantilismo del socialismo.
È da leggere in quest'ottica la condanna e l'opposizione di Amendola agli aspetti più violenti e più edonisti del movimento studentesco del '68.
Nel 1976 il Pci ha una grande avanzata elettorale e, in ottemperanza degli accordi raggiunti con gli altri partiti democratici (Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli) ai comunisti va la Presidenza della Camera dei Deputati. Il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, propone proprio a Giorgio Amendola l'elezione a tale carica, ma l'anziano esponente del Pci rifiuta affermando di non avere le competenze adatta a presiedere l'Assemblea di Montecitorio, lui che affermava di "non saper presiedere neppure un'assemblea di condominio". Verrà poi eletto il suo storico rivale interno, Pietro Ingrao, leader dell'ala sinistra del Pci.
Nel 1980, all'età di 73 muore a Roma di malattia. Poche ore dopo il suo decesso muore anche la moglie, Germaine, che gli era stata accanto per tutta la vita e che non lo ha voluto abbandonare nemmeno nell'ora suprema. 


Luca Molinari

27 dicembre 2001


LA STORIA 
Il comunista calvinista 

Giorgio Amendola, a cura di Giovanni Matteoli, Rubbettino, pagine 185, lire 25 mila

di Gianni Corbi 



Tra i dirigenti comunisti Giorgio Amendola è quello che con maggiore autorità e indipendenza si è occupato della politica nazionale. È quanto emerge da un convegno a lui dedicato, al quale hanno partecipato i maggiori conoscitori della sua opera. Un po' tutti mettono in luce l'aspetto duplice dell'attività di Amendola in costante ricerca di una terza via tra comunismo e socialdemocrazia.

In molti accomunano la figura di Amendola a quella di Ugo La Malfa. Non a torto. Come quella di La Malfa, la sua azione politica è sempre stata imposta da una sorta di calvinismo mediterraneo, teso a saldare le deboli strutture dell'economia e del costume del nostro paese con quelle più operose e ordinate del Nord Europa. Come La Malfa, Amendola ha sempre creduto, nel primato della politica come missione e, di conseguenza, allo spirito di servizio da rendere alla nazione. Ma in Amendola era presente, come dirigente del Pci, la costante preoccupazione di vedere scivolare il suo partito sul terreno dell'isolamento e del ribellismo rivoluzionario. Anche per questo la sua linea strategica, come sottolinea in particolare Massimo Salvadori, seguì sempre due binari: mantenere un rapporto stretto con l'ala democratica della sinistra italiana, e ricomporre un largo fronte popolare fondato sull'unità antifascista e sindacale.

Ed è per questo che viene messa in rilievo la maggiore contraddizione di Amendola. Lui, "comunista eretico", era indifferente alle degenerazioni del socialismo nell'Urss. E capace di improvvise durezze quando venivano in discussione le radici del comunismo italiano e un certo rigore morale che discendevano dai tempi della lotta clandestina. 


L'Espresso
21.06.2001


ERETICI A vent' anni dalla scomparsa, la rivista «Le Ragioni del Socialismo» ha commemorato l' esponente migliorista che Luigi Longo definì «un avventato improvvisatore»

GIORGIO AMENDOLA, IL COMUNISTA DI DESTRA CHE SFIDO' IL SUO PARTITO

Criticò Nenni «da sinistra»

di Fernando Proietti 

Se Palmiro Togliatti fu definito «il Migliore», Giorgio Amendola è sicuramente il papà dei «miglioristi». Così nel Pci furono bollati a metà degli anni Ottanta - «usando in senso spregiativo la definizione», come ha sottolineato subito Umbert o Ranieri - gli uomini che in quella stagione politica si collocarono alla destra del partito. Tra questi vanno ricordati sia Giorgio Napolitano sia Emanuele Macaluso, animatore della rivista Le Ragioni del socialismo, che a vent' anni dalla scompars a di Amendola ha promosso una giornata di studi - presenti il capo dello Stato e il presidente del Consiglio - sulla figura e l' opera di un personaggio scomodo e controverso. Un padre della Repubblica al quale non dispiaceva neppure autodefinirsi «r ozzo». Già, per l' uomo per cui il comunismo rappresentò innanzitutto «una scelta di vita» e che in gioventù si esercitò, oltre che con le idee liberali di famiglia, anche con il pugilato, quell' appellativo «rozzo» (culturalmente parlando), lo riemp iva di orgoglio. Tant' è che nella sua relazione Luciano Cafagna parla di «sfide» di Amendola. «Sfide a chi? Sia subito chiaro: al suo partito. Giorgio Amendola era un comunista e tale restò sino alla fine», conclude Cafagna. E sulla fede comunista d a lui abbracciata nel 1929, e mai ripudiata, nessuno degli intervenuti e dei testimoni (da Napolitano a Giuliano Amato; da Natta a Maccanico) ha sollevato dubbi. Rileva il presidente del Consiglio: «Amendola diventò comunista, ne accettò gli stilemi e i dogmi. Ma in fondo fu un liberale». Osserva Giorgio Napolitano: «Giorgio Amendola affrontò nel suo partito, da dirigente di primo piano, scontri, impopolarità, momenti di isolamento: mai pensò, fino alla fine, di distaccarsene, e ne visse a suo m odo, pagandone il prezzo, le più gravi contraddizioni e corresponsabilità per il legame con il movimento comunista mondiale». Ma Amendola, stando al giudizio di Altiero Spinelli raccolto nel suo diario, «non aveva problemi di coerenza teorica». Il ch e non vuol dire, avverte ancora Cafagna, che si tratti di un giudizio limitativo. Anzi. «Il fatto è che Giorgio Amendola - spiega lo storico del movimento operaio - era un politico che aveva una grande forza, non tanto razionale quanto intuitiva». Fo rse ha ragione un altro storico, Massimo L. Salvadori, quando dice che allora la complessità politica del personaggio, del comunista Amendola, va letta tutta nel suo timore per «il disordine e l' ingovernabilità» nel Paese, nel partito e nel mondo. G ià, un mondo che era allora spaccato in due. «E le preoccupazioni di Amendola - concorda Macaluso - altre non erano se non quelle del presidente degli Stati Uniti, come quelle di Andreotti e di Cossiga. Nonché dell' Unione Sovietica». Dunque, nel 196 4 aveva torto Luigi Longo nel definire Amendola «un avventato improvvisatore». Fernando Proietti UNA LETTERA INEDITA Criticò Nenni «da sinistra» Pubblichiamo una lettera inedita inviata da Giorgio Amendola a Pietro Nenni il 26 dicembre 1963 (e concessa ora dalla Fondazione Nenni presieduta da Giuseppe Tamburrano). Caro Nenni, sono brutte feste queste. Non credo che tu possa essere contento. Sei arrivato al punto che volevi  la partecipazione del PSI ad un governo di centro sinistra, ma quale governo di c.s. ed in quali condizioni! L' augurio che voglio fare - con molta sincerità anche se con scarsa fiducia - è che, dopo tante dolorose esperienze, si possa almeno salvare un minimo di sentimenti comuni, di rapporti personali sinceri. Per conto mio ci proverò. Ed è con questo animo che ti faccio per il 1964 i miei auguri. Giorgio Amendola

Corriere della Sera

giovedi , 29 giugno 2000


STORIA Un saggio di Lehner sui militanti del Pci fucilati e imprigionati nell’ex Unione Sovietica

I comunisti italiani sacrificati da Togliatti

 
Chi conosce un libro di rilievo come quello di Elena Dudovich Tra esilio e castigo. Il Komintern, il PCI e le repressioni degli antifascisti italiani in Urss (1936-38) , edito due anni fa da Carocci, o la forte testimonianza di una vittima di tali repressioni, Dante Corneli, Il redivivo tiburtino (riproposto lo scorso anno da Liberal libri), e in generale chi intende conoscere nella sua interezza le catastrofi che nello scorso secolo sconvolsero Russia e Germania, investendo tutta Europa, troverà nuovo motivo di riflessione nel libro scritto da Giancarlo Lehner in collaborazione con Francesco Bigazzi: La tragedia dei comunisti italiani. Le vittime del PCI in Unione Sovietica . Il numero dei comunisti italiani fucilati o reclusi nel lager dell’Unione Sovietica negli anni Trenta fu più limitato rispetto a quello dei comunisti di altri Paesi europei (si pensi a tedeschi e austriaci non solo uccisi e deportati, ma consegnati ai nazisti durante la collaborazione tra Hitler e Stalin) e riguardò militanti di base, mentre interi gruppi dirigenti di altri partiti comunisti, come quello polacco, furono sterminati. Come ha scritto di recente uno storico francese, «il gruppo dirigente del PCI rifugiato in Russia restò, al contrario, miracolosamente intatto».
Il libro di Lehner aiuta a capire un perché di questo «miracolo» illustrando più ampiamente che in passato, con inediti documenti degli archivi sovietici, la stretta collaborazione del gruppo dirigente del PCI con gli organi polizieschi dell’Urss nelle persecuzioni dei loro compagni di partito e di esilio. Il nome di Palmiro Togliatti, il suo avallo diretto alle repressioni, viene, naturalmente, in primo piano.
A questo proposito, dato che della corresponsabilità personale di Togliatti in queste «purghe» staliniane già si sapeva e già non poco si è scritto a sua condanna o a suo discarico, conviene correggere la «giustificazione» che talora viene addotta, secondo cui questa complicità sarebbe stata dettata da una comprensibile volontà di salvarsi da una minaccia dalla quale nessuno allora era esente. È storicamente più veridico pensare, invece, anche alla luce di tutta la personalità politica del leader comunista italiano, che non di viltà si sia trattato, o non di essa soltanto, ma di convinzione, di totale adesione a un movimento e a un regime che comportavano anche simili mostruosità e ai quali la fedeltà era assicurata per qualsiasi sua evoluzione. Il libro di Lehner, ricco di analisi storica e di energia polemica, ha soprattutto il merito di far conoscere storie vere, e incredibilmente drammatiche, di uomini e donne dell’Italia che, sfuggiti al fascismo, vennero sacrificati dai loro compagni e dirigenti di partito al Moloch di una rivoluzione onnivora e vorace.


Vittorio Strada

GIANCARLO LEHNER
La tragedia dei comunisti
italiani
Mondadori
Pagine 374, lire 35.000

Corriere della Sera

18.3.2001 


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