ELETTO IL POLITBURO A CONCLUSIONE DEL XVI CONGRESSO DEL PCC 

Hu Jintao, il nuovo timoniere che apre la Cina alla modernità 



PECHINO. Hu Jintao, 59 anni, ha preso formalmente il timone del Partito comunista cinese, dopo il ritiro del segretario uscente Jiang Zemin, che a marzo gli lascerà anche la carica di presidente cinese. E´ davvero un momento storico: il XVI Congresso del Pcc ha sancito il più radicale cambiamento generazionale degli ultimi vent'anni e la prima transizione pacifica in 81 anni di storia del comunismo cinese. Arrivano al potere tecnocrati cresciuti all'ombra delle bandiere rosse a cinque stelle della Cina comunista, che non hanno fatto guerre, non hanno partecipato alla Lunga Marcia, non hanno studiato in Unione sovietica. La successione si è compiuta con più luce e più pompa del passato, testimonianza della nuova potenza della Cina, ma i riti non sono ancora cambiati: Hu ha guidato il manipolo di nove persone del politburo ristretto che si è presentato alla stampa, ma il libriccino delle biografie ufficiali distribuito all´uscita presentava per primo Jiang Zemin, presidente della commissione militare, e Hu era solo secondo.
Eppure ieri il neo segretario generale del partito comunista cinese, la più grande organizzazione politica del mondo, era raggiante e sprizzava sicurezza e decisione da tutti i pori. Così si è anche concesso una battuta di spirito in un´atmosfera altrimenti austera: dopo aver introdotto Li Changchun come il più giovane del politburo, è passato a Luo Gan, il più vecchio, spiegando che «è il nostro fratello maggiore (women de da ge)» un´espressione che significa anche «il nostro boss». Era la prima nota di umorismo sfuggita a un signore oggi sulla soglia dei 60 anni, che ha passato gli ultimi dieci ad aspettare il suo turno cercando di non sbagliare un solo passo per poter arrivare a questo giorno. Chi sia e cosa possa fare Hu, è ancora un mistero. Due sono le scuole di pensiero: una mette il dito sulla dura repressione delle proteste in Tibet nel 1988, quando Hu era segretario del partito nella regione autonoma; l´altra guarda alle riforme operate nei cinque anni della sua presidenza della scuola di partito, dove avrebbe difeso la totale libertà di discussione e di accesso alle fonti degli studenti, alti quadri che fanno un periodo di studio prima di una promozione. L´una guarda alla grande prudenza con cui ha trascorso gli ultimi dieci anni senza farsi troppi nemici, cosa difficilissima nei velenosi corridoi della politica cinesi; l´altra guarda alla protezione garantita ai giornali progressisti. Certo, Hu ha sempre seguito la regola d´oro della politica cinese: essere vivo un giorno in più. Ma non solo. Nel 1999, quando gli americani bombardarono l´ambasciata cinese a Belgrado, andò lui in televisione a spiegare ai cinesi furibondi la posizione del governo. La missione era difficile, Hu doveva essere misurato: non così duro da peggiorare le già delicate relazioni con gli americani, né così morbido da apparire senza spina dorsale ai suoi connazionali. Trovò la giusta misura. Era la sua prima uscita pubblica, prima dei due viaggi all´estero, in Europa e in America. In Europa fu giudicato dai suoi interlocutori pallido e incolore, in America filmarono e studiarono ogni gesto, ogni tic. La sua promozione - come la sua carriera - è nel segno della contraddizione. Cresciuto nella gioventù del partito, la fucina degli elementi più dinamici, Hu era un protetto di Hu Yaobang, il segretario la cui morte diede inizio alle proteste di Tienanmen, ma anche di Song Ping, uno dei vecchi compagni d´armi di Deng Xiaoping, noto per le sue idee conservatrici. Amato dai vecchi conservatori e dai giovani turchi, Hu è sempre riuscito a trovare il punto di mediazione tra le due ali dello schieramento politico. Impresa più facile in passato, perché Hu non era alla fin fine l´ultimo responsabile, oggi sicuramente più difficile. Eppure, con le sue doti di equilibrista, potrebbe essere lui l´uomo giusto in un momento così difficile. Il partito deve trovare un equilibrio tra la vecchia tradizione di difesa del proletariato e la nuova vocazione di promozione degli imprenditori. In altre parole, il vecchio partito di classe si deve trasformare in partito interclassista senza irritare troppo i vecchi «clienti» operai e contadini. Deve mantenere la posizione di indipendenza del suo Paese ma anche migliorare i rapporti con gli Stati Uniti e spingere le relazioni con i vicini. In questo senso è significativo che proprio giovedì, alla conclusione del congresso, la Cina abbia annunciato di avere aperto colloqui con la Nato. Pechino teme di essere circondata dagli Usa che, attraverso il patto tra la Nato e la Russia, hanno allungato il raggio d´azione fino alla Mongolia. Questa possibile minaccia ha spinto la Cina a ripensare oltre 40 anni di sospetti verso le alleanze militari, dopo la sfortunata esperienza con l´Urss, e ad aprirsi alla Nato proprio alla vigilia di un attacco militare americano all´Iraq. Un chiaro segnale politico, lanciato nel giorno della nuova dirigenza, di dove la Cina di Hu Jintao intenda schierarsi. Guardando la composizione del nuovo Comitato permanente del Politburo, non si vedono uomini nuovi come lo fu Hu dieci anni fa, quando entrò nel politburo ristretto ad appena 49 anni. Ora tutti i massimi dirigenti sono sulla sessantina, non è stata scelta una guida per la prossima generazione di leader. La decisione sembra rimandata al prossimo congresso, nel 2007, a meno che nel frattempo non cambino radicalmente le regole di promozione e selezione dei leader. 
Se mancano gli uomini nuovi, non mancano però le novità politiche importanti, a cominciare dai militari. Usciti dal politburo ristretto al congresso scorso, nel 1997, i capi dell´esercito ora precipitano al 21° e 22° posto della gerarchia ufficiale, mentre i loro predecessori erano ancora all´ottavo e al nono. E´ cambiata anche la composizione del politburo ristretto, l´ufficio che governerà la Cina giorno per giorno: è stato allargato da sette a nove membri, mossa che rappresenta la grande preoccupazione della dirigenza per il diffondersi della corruzione e della criminalità. In precedenza c´era un solo apparato che si occupava in ultima istanza di tutte le questioni giuridiche: la commissione di disciplina del partito. Questa volta il portafoglio è stato sdoppiato. Accanto alla commissione di disciplina, guidata da un volto quasi nuovo tra i vertici del potere, Wu Guanzheng, numero 7, c´è anche la commissione legale, guidata da Luo Gan, numero 9. La prima si occuperà di mantenere la disciplina nell´apparato dello Stato, la seconda della criminalità nella società. L´economia sarà invece guidata da Wen Jiabao, numero 3, che probabilmente a marzo diventerà primo ministro, e da Wu Bangguo, numero 2, presidente in pectore del parlamento. I due, massimi collaboratori del premier uscente Zhu Rongji, sono stati premiati per il loro lavoro alla guida delle riforme economiche e per la ristrutturazione del sistema produttivo nazionale. In particolare è importante che Wu, ex vice premier con il portafoglio dell´industria, vada a guidare l´organo legislativo del Paese, un chiaro segnale che nei prossimi anni la Cina andrà a riformare rapidamente le sue leggi per adattarle alle esigenze di sviluppo economico. In particolare, si aspetta una nuova legge sulla proprietà privata e l´approvazione di un nuovo codice di diritto civile. Meno significativo da un punto di vista operativo è il ruolo di Jia Qinglin, numero 4, e Huang Ju, numero 6. I due, ex sindaci rispettivamente di Pechino e Shanghai, sono stati in passato oggetto di critiche e non avranno ruoli importanti: uno guiderà la conferenza politica consultiva, un organo senza peso decisionale, e l´altro potrebbe avere il posto di primo vice ministro, posizione che negli ultimi cinque anni è stata largamente onorifica. Parteciperanno comunque alle riunioni del politburo ristretto dove potranno agire, come hanno sempre fatto, da pretoriani di Jiang. In questo senso il politburo ristretto appare organizzato in modo da incastrare i poteri dei vari membri, e impedire che Hu eserciti un´autorità assoluta. Infatti a capo della potente segreteria del comitato centrale va Zeng Qinghong, numero 5, per oltre un decennio capo della segreteria di Jiang. Questa carica limita di fatto il raggio di azione di Hu, il quale però mantiene per ora la carica di presidente della scuola di partito. Divenuta negli ultimi cinque anni, sotto la sua guida, una fucina di nuove idee e nuovi dirigenti per il Paese. 
Francesco Sisci

La Stampa
16/11/2002


DOCUMENTI Dagli archivi di Mosca, le vicende dei comunisti italiani uccisi nei gulag come «trotzkisti»

Antifascisti in Urss, marcia per l’inferno

La storia di Ugo Citterio, volontario contro Franco e liquidato da Stalin


Cognome e nome: Citterio Ugo. Nato a Seregno nel 1900, operaio bronzista, carattere ribelle, antifascista della prima ora. Carriera politica: iscritto al Pci dal 1922, arrestato lo stesso anno per aver scioperato e da allora dentro e fuori le prigioni fasciste; nel ’34 esule a Parigi, disoccupato, inviato dal partito l’anno seguente in Unione Sovietica per evitare una brutta fine. Esperienze successive: volontario alla guerra di Spagna; valoroso combattente antifranchista; giudicato politicamente meritevole, dopo la sconfitta repubblicana, di essere "rimpatriato" in Urss. Conclusione: arrestato il 15 giugno 1940, di ritorno a Mosca, con l’accusa di trotzkismo; condannato a otto anni di lavori forzati nel lager di Uchto-Izemskij; morto l’anno seguente di stenti nell’ospedale del lager; riabilitato dal regime sovietico (con involontaria ironia) il 12 febbraio 1955. Ecco quanto resta di lui: documenti ingialliti e due fotografie scattate dal Kgb poche ore dopo l’arresto. Ma quel che riemerge dalla polvere dell’Archivio di Stato di Mosca è sufficiente a restituirci la tragedia di una vita. Le istantanee lo ritraggono tranquillo, Ugo Citterio, lo sguardo spavaldamente rivolto verso l’obiettivo, un giovane scarmigliato che deve aver fatto l’abitudine alle disavventure e di certo non sospetta d’essere finito in mano ai suoi assassini. Perché, dopotutto, lui rimaneva un comunista, e a Mosca immaginava di trovarsi in terra amica. Se gli avessero detto che la sua stessa fede incorruttibile lo avrebbe condannato, non ci avrebbe creduto: eppure fu così. Passo dopo passo, dall’Italia alla Francia, poi all’Urss e alla Spagna e di nuovo all’Urss, quella stessa limpidezza ideologica che gli aveva consentito di superare tutti gli esami di ortodossia marxista-leninista finì per essergli fatale: una corsa inconsapevole verso l’epilogo nel cimitero anonimo di un gulag. 
La storia di Ugo Citterio, pur estrema, è solo una fra le tante dei desaparecidos italiani in Russia; e in particolare di quegli antifascisti che ebbero un destino ingrato, combattendo un totalitarismo soltanto per farsi divorare dall’altro. Come Citterio, un migliaio di nostri emigrati incappò nelle purghe di Stalin senza neppure comprendere in base a quali accuse venissero condannati. Duecento morirono per fame, percosse o fucilazione; agli altri un po’ più fortunati fu concesso di campare fino alla pace: ma anche allora il ritorno in Italia venne loro precluso da Paolo Robotti, dirigente del Pci e cognato di Togliatti, per evitare testimonianze scottanti sulle atrocità sovietiche. 
Solo una fra tante, dunque, la vicenda del bronzista di Seregno; eppure seguendone il filo si penetra in un sotterraneo ideologico di connivenze e tradimenti. A Citterio e ad altri tre antifascisti, di cui ora conosciamo i nomi, l’arruolamento in Spagna venne concesso come premio: erano irreprensibili e fidati. Qualità attestate da un documento, sepolto per decenni e ora ritornato alla luce grazie a tre ricercatrici della Fondazione Feltrinelli (Elena Dundovich, Francesca Gori ed Emanuela Guercetti in collaborazione con il Memorial di Mosca). 
Il documento russo è eccezionale perché firmato da Ercoli in persona, alias Palmiro Togliatti, già allora capo dei comunisti italiani oltre che uno dei segretari dell’Internazionale. L’anno è probabilmente il 1936: lo stesso di un altro documento che consente di stabilire la responsabilità di Togliatti nella condanna, e conseguente deportazione, di cittadini italiani nei lager sovietici. I giudizi sottoscritti da Ercoli-Togliatti a proposito dei volontari italiani in Spagna sono dettagliati: Ugo Citterio è definito «emigrato politico» con «preparazione militare» e la sua richiesta viene appoggiata senza riserve; di un secondo, Giovanni Peri, Togliatti ricorda che ha «studiato alla scuola leninista», è «politicamente sviluppato» ed è «un compagno serio»; altri due, Giovanni Cemento e Mario Rossi, sono presentati come elementi «utilizzabili» fra gli emigrati. 
Che cosa dimostra questo documento? Anzitutto il ruolo determinante del capo comunista nel decidere sulla vita o la morte dei compagni; proprio mentre in Urss cominciava l’epoca delle purghe, inviare qualche italiano in Occidente, sia pure per imbracciare un fucile, significava sottrarlo a morte probabile (e infatti queste partenze volontarie degli antifascisti italiani rifugiatisi in Russia si spiegano soprattutto come un tentativo di sottrarsi all’asfissiante clima poliziesco di Mosca). E poi, il documento qualifica Citterio e compagni come «militanti fidati». Per altri il giudizio di Togliatti sarà meno favorevole: e di questi ben pochi lasceranno mai l’Urss. 
I prescelti invece? Quando giungono in Spagna, vengono schedati su basi politiche insieme agli altri 3500 italiani desiderosi di combattere Franco. Si battono bene, ma i commissari del partito non li perdono di vista: del resto hanno l’avallo dello stesso Togliatti, giunto in Spagna nell’estate del ’37. 
Seguono fatti tristemente noti: il regolamento dei conti con gli anarchici, la vittoria di Franco, il dramma degli antifascisti sconfitti che, mentre nazismo e fascismo dilagano, non hanno più un paese dove rifugiarsi. Ed ecco il paradosso: tutto il gigantesco materiale di schedatura viene portato in Russia, dove si esamina caso per caso allo scopo di concedere il visto d’ingresso ai soli «compagni più fidati». Fra questi figurano tre italiani: Giosuè Elli, un certo Cosessi e il nostro Ugo Citterio. Altri, esclusi dall’onore del "rimpatrio", dovranno vedersela con l’Ovra e la Gestapo; invece i comunisti "fidati" troveranno ad accoglierli gli agenti di Stalin e finiranno nei lager. Molti moriranno tra gli stenti; in maggioranza concluderanno i loro giorni in qualche sperduto luogo della pianura russa. 
Ugo Citterio appartiene alla prima schiera: il lager di Uchto Izemskij non restituirà mai il suo corpo, soltanto due fotografie e un certificato di morte. Oggi rimane quel volto, fra i tanti che Stalin rese invisibili per sempre. 

Dario Fertilio

Le biografie degli scomparsi, a cura della Fondazione Feltrinelli: www.gulag-italia.it 

Corriere della Sera
5 giugno 2002


Esce lo «Yogi e il Commissario», una raccolta di saggi degli anni Quaranta in cui l’autore di «Buio a mezzogiorno» analizza la crisi del socialismo reale

KOESTLER Un profeta contro il comunismo


A più di cinquant’anni dalla sua prima, fuggevole comparsa italiana, torna in libreria per i tipi di liberal libri, con una lucida introduzione di Renzo Foa, Lo Yogi e il Commissario di Arthur Koestler: una raccolta di articoli scritti tra il ’42 e il ’45 che, come dirà vent’anni dopo lo stesso Koestler, costituiscono prima di tutto «la testimonianza del cammino di un pellegrino perplesso» dalle grandi illusioni degli anni Trenta sino ad una «età dell’ansia» nella quale siamo, per tanti aspetti, tuttora immersi. Molto, ma molto di più di un libro politico, e non solo perché vi si affrontano una quantità di temi che con la politica strettamente intesa poco hanno da spartire. Anche, e forse soprattutto, in queste pagine l’autore di Buio a mezzogiorno stringe d’assedio silenzi, reticenze, «mezze verità» che tanti di noi continuano a portarsi appresso, nonostante le dure repliche della storia, le revisioni e persino le abiure. Stiamo parlando, naturalmente, di chi, come Koestler, è stato comunista, seppure in tempi di pace e comunque in frangenti infinitamente meno drammatici. Perché proprio chi è stato comunista sente, o dovrebbe sentire, un debito particolarissimo verso questo straordinario intellettuale (e uomo d’azione) del Novecento, capace come nessun altro di rappresentare assieme la grandezza delle speranze e l’orrore degli esiti del comunismo, dopo aver condiviso integralmente quelle e aver impietosamente vivisezionato questi. E capace anche come nessun altro, vorremmo aggiungere, di fotografare con dolore non disgiunto da ironia uno stato d’animo che in molti sopravviverà di gran lunga all’età del ferro e del fuoco: «Nel combattere contro i comunisti», scrive nel ’41 in Schiuma della terra l’ex comunista e anticomunista Koestler, «si è sempre imbarazzati dai propri alleati». 
Ma qui c’è dell’altro, molto altro. Perché Lo Yogi e il Commissario ? Perché un ipotetico «spettroscopio sociale», annota (genialmente) Koestler, individuerebbe alle estremità dello spettro proprio questi due tipi ideali. Da una parte il Commissario (il commissario politico, il rivoluzionario di professione), convinto che il cambiamento vada introdotto «dall’Esterno», che «tutti i malanni dell’umanità, costipazione e complesso edipico compresi, possano essere e saranno guariti dalla Rivoluzione», che «questo fine giustifichi tutti i mezzi». Dall’altra lo Yogi, convinto, esattamente al contrario, che «niente possa essere migliorato da un’organizzazione esterna, e tutto da uno sforzo individuale interiore», che l’idea di violenza vada respinta sempre e comunque, che «il tributo imposto ai contadini indiani dagli usurai non possa essere abolito da una legge finanziaria, ma unicamente attraverso mezzi spirituali». Sia il Commissario sia lo Yogi, con i loro dilemmi, si trovano inevitabilmente di fronte un loro pendio, lungo il quale sono dannati a precipitare. «Un pendio porta all’Inquisizione e alle Purghe; l’altro alla passiva sottomissione alle baionette e agli stupri, ai villaggi privi di fognature, ai parti nella sporcizia e al tracoma. Lo Yogi e il Commissario possono dichiararsi pari». 
Ma non lo fanno. Si attraggono e si respingono quasi secondo un moto pendolare, provocando «migrazioni di massa», in particolare tra gli intellettuali. Cosicché, osserva Koestler, se «il Diciannovesimo Secolo ha portato a una sorta di generale spostamento verso il Commissario, l’estremità infrarossa», «il clima attuale favorisce la direzione opposta», quella che porta verso lo Yogi, «l’estremità ultravioletta». Può darsi, anzi, è pressoché certo che la storia (anche la storia degli intellettuali) abbia provveduto a rimarcare l’inesattezza del giudizio: nel ’42, quando Koestler scrive questo articolo, il Commissario sta facendo molti più proseliti che in passato. A colpire il lettore è però il modo tutto particolare, modernissimo, in cui Koestler tiene insieme (diciamolo con parole antiche) il disincanto e un impegno che non viene messo affatto in discussione dalla consapevolezza che il Dio del Commissario è fallito. 
«Personalmente, vorrei che si potesse scrivere un onesto romanzo ultrarosso senza un finale ultravioletto», scrive: «Ma non si può. Chi si attacca ciecamente al passato sarà lasciato indietro, ma chi si abbandona troppo facilmente sarà portato via come una foglia secca». 
A dare ulteriore drammaticità a questo ragionare, e a complicarlo, c’è, ovviamente, la guerra. La guerra per come la vive chi, è il caso del pur disincantato uomo di sinistra Arthur Koestler, «ha sognato e lavorato per un’Europa unificata, affratellata, socialista»; ha vissuto il fallimento della Seconda e della Terza Internazionale; sa che in campo ci sono le democrazie, ma anche che a sconfiggere il fascismo in Grecia sono le truppe di un dittatore di nome Metaxas, e che Stalin è un tiranno sanguinario, non lo zio Joe. Koestler non ha dubbi sulla vittoria: si interroga, invece, sul dopo. La pace, scrive, la faranno i conservatori: «Non risolverà in nessun modo i problemi delle minoranze nel complicato puzzle europeo, non troverà un rimedio alla malattia insita nel sistema capitalistico, ma porterà la salvezza a milioni di uomini le cui vite sembravano condannate, e assicurerà loro un minimo di libertà. In breve, sarà una nuova edizione, forse leggermente migliorata, del vecchio ordine prehitleriano, un post-scriptum del Diciannovesimo Secolo alla prima metà del Ventesimo, la cui storia è stata scritta in modo abominevole». Adesso sappiamo che le previsioni del pessimista Koestler erano sin troppo ottimistiche. Ma lo sentiamo vicino, quasi amico, quando esorta a ricordare «ogni mattina che ci svegliamo senza una sentinella della Gestapo sotto la porta», che «quel post-scriptum del Diciannovesimo Secolo ci ha salvato la pelle». E prevede che i suoi amici di sinistra gli tireranno per questo «pietre e insulti». 

Paolo Franchi

Il libro di Arthur Koestler, «Lo Yogi e il Commissario», esce oggi da liberal libri (pagine 182, euro 13). 


Corriere della Sera
9 aprile 2002


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina