Nel 1934, mentre Stalin stringeva le maglie della dittatura sul mondo culturale, un gruppo di intellettuali cercò di avvertire l’Occidente delle persecuzioni in atto. Ma fu ridotto al silenzio
URSS Il manifesto degli scrittori perduti
di VITTORIO STRADA
Dal 17 agosto al 1° settembre 1934 a Mosca si svolse un avvenimento centrale non soltanto per la letteratura sovietica ma per l’intera ideologia comunista: il Primo Congresso degli scrittori dell’Urss. Vi parteciparono quasi 600 delegati che, per usare una terminologia democratica, rappresentavano i 2500 membri dell’organismo (l’Unione degli scrittori) che per molti decenni, praticamente fino al crollo dell’Urss, doveva controllare l’attività letteraria dell’intero Paese. Nel 1932 il Comitato centrale del Partito comunista, signore supremo di ogni parte della realtà sovietica, quella letteraria e culturale compresa, con una risoluzione intitolata «Sulla perestrojka (cioè sulla «ristrutturazione» n.d.a.) delle organizzazioni artistico-letterarie», aveva decretato lo scioglimento di tutti i raggruppamenti degli scrittori ancora ammessi, leali quindi al potere comunista, e in particolare l’Associazione degli scrittori proletari che era, tra tali raggruppamenti, il più potente, e tiranneggiava gli altri, in quanto, proclamandosi fedelissima all’ideologia del Partito e dello Stato, il marxismo-leninismo, deteneva una sorta di appalto, della tutela dell’ortodossia.
Ma all’inizio degli anni Trenta la politica di Stalin accentuò il principio dell’unità, dell’omogeneizzazione, della centralizzazione in ogni campo economico e politico, quindi anche culturale e letterario, e revocò l’«appalto» all’Associazione degli scrittori proletari, assumendo direttamente la gestione della letteratura (con un impiego, però, anche dei funzionari letterari proletari che seppero adattarsi prontamente alla svolta). Il Primo Congresso nel 1934 fu appunto la grande manifestazione di questa volontà di «serrare le file» del «fronte letterario». Per usare la terminologia militare allora in uso, issando un nuovo vessillo, quello del «realismo socialista», e nominando un ambizioso generale, Maksim Gorkij, il vecchio scrittore amico di Lenin e sodale di Stalin. Il Congresso del 1934 fu una di quelle parate che un regime e un partito totalitario, qualunque ne sia il colore ideologico, ama organizzare in ogni campo, militare, sportivo o intellettuale, come manifestazione di forza e compattezza (e di obbedienza da parte dei suoi sottoposti). Non mancò, tuttavia, qualche nota che suonò stonata al direttore d’orchestra (che era Andrej Zhdanov, sotto la superdirezione di Stalin). «Stonato» fu soprattutto il discorso di Nikolaj Bucharin, un tempo anche lui ultraproletario e ultragiacobino, ma ammorbiditosi con gli anni, tanto che quel suo discorso al Congresso, sullo sfondo cinereo di un conformismo senza spiragli, potè apparire non privo di qualche sprazzo di luce: ma era il discorso di un moribondo.
Scopriamo oggi, grazie a preziosi materiali d’archivio di recente pubblicati in Russia, che nel 1934 a Mosca attorno a quel Congresso avveniva qualcosa di sbalorditivo, anzi sovversivo: era stato scritto, da anonimi letterati sovietici un appello agli scrittori stranieri, più o meno simpatizzanti col regime comunista, affinché aprissero gli occhi e intervenissero coraggiosamente in difesa delle vittime del comunismo così come nobilmente intervenivano in difesa delle vittime del nazismo. Prontamente sequestrato, quell’appello (dattiloscritto) è stato però conservato (risale al 20 agosto 1934).
Per prevenire una distorta lettura, una precisazione: gli anonimi autori dell’inaudito appello non provavano alcuna simpatia per Hitler, naturalmente, ma nel 1934, non sapendo quello che sarebbe poi successo, persino Hitler poteva sembrare meno «totalitario» di Stalin e il giusto antifascismo degli intellettuali occidentali, secondo loro, avrebbe dovuto essere coerentemente esteso a quello che, gli autori dell’appello, chiamano, «fascismo sovietico».
Ancora un’osservazione. Sempre dai materiali d’archivio della suddetta organizzazione poliziesca, cioè dei rapporti informativi che i suoi agenti delatori facevano pervenire al Cremlino, apprendiamo che non pochi scrittori, parlando tra loro, si espressero allora, nell’agosto 1934, in termini tutt’altro che lusinghieri sul quel Congresso faraonicamente grandioso. Babel: «Il Congresso si svolge in modo mortifero, come una parata militare dei tempi dello zar». Altri parlavano di «noia e burocratismo», come delle caratteristiche del Congresso, e di Gorkij come di un «vecchio meschinamente vendicativo». Un poeta ucraino, a suo tempo futurista, Semenko, definito il Congresso una «cerimonia menzoniera», ricorse a espressioni colorite: «Tutto si svolge in modo così perbene che mi viene una voglia matta: prendere un pezzo di merda o un pesce marcio e gettarlo tra la presidenza del Congresso».
Intanto Gorkij e Zhdanov pontificavano solennemente e il loro dio, al Cremlino, in nome di quella «partiticità» della letteratura che Lenin aveva teorizzato, si preparava a rendere sempre più stretti i ranghi del suo esercito nazionale e internazionale, del quale gli «ingegneri di anime», scrittori e intellettuali, erano una parte essenziale. Per fortuna, e per l’onore della letteratura russa, c’erano «anime» che non si prestavano ad essere manipolate come meccanismi.
LA DENUNCIA
«Siamo come prostitute in una casa chiusa»
Noi, un gruppo di scrittori che comprende rappresentanti di tutte le tendenze politico-sociali esistenti in Russia, fino ai comunisti, riteniamo dovere della nostra coscienza rivolgerci con questa lettera a Voi, scrittori stranieri. (...) Tutto ciò che sentirete dire e di cui sarete testimoni al Congresso pansovietico degli scrittori sarà il riflesso di ciò che vedrete, di ciò che vi faranno vedere e vi racconteranno nel nostro Paese! Non è esclusa la possibilità che molti di noi, che hanno preso parte alla stesura di questa lettera, o che l’hanno approvata interamente, al congresso o persino in una conversazione privata con voi parleranno in tutt’altro modo. Per rendervene conto, dovete capire, per quanto ciò sia difficile per voi che vivete in condizioni totalmente diverse, che il nostro Paese ormai da diciassette anni si trova in una condizione che esclude in modo assoluto ogni possibilità di libera espressione. Noi, scrittori russi, sembriamo delle prostitute di una casa chiusa con l’unica differenza che quelle fanno commercio del corpo e noi dell’anima; come per loro non c’è via d’uscita, tranne la morte per fame, così è per noi... Anzi, per il nostro comportamento a rispondere sono le nostre famiglie e le persone a noi care. Persino a casa spesso evitiamo di parlare come pensiamo perché nell’Urss esiste un sistema totale di delazione. Ci impongono di fare delazioni l’uno contro l’altro, e noi le facciamo contro i nostri amici, parenti, conoscenti (...). Voi formate a casa vostra vari comitati per la salvezza delle vittime del fascismo, organizzate congressi contro la guerra, create biblioteche di libri bruciati da Hitler; tutto ciò è bello. Ma perché noi non vediamo una vostra azione per salvare le vittime davvero innocenti, che feriscono e offendono i sentimenti dell’umanità moderna molto più delle vittime dell’intero globo terrestre a partire dai tenpi della fine della guerra mondiale (...) Possibile che non vediate che tutta l’Urss è un campo militare in attesa del momento in cui il fuoco divamperà in Occidente per portare sulle proprie baionette all’Europa occidentale la reale espressione delle vette della cultura contemporanea: la filosofia di Marx, Engels, Lenin e Stalin? Il fatto che la Russia sia in miseria e alla fame non vi salverà. (...) Siete spaventati dal fascismo tedesco, ma a noi Hitler non fa paura. Hitler non ha abrogato il voto segreto e rispetta il plebiscito... Per Stalin si tratta, invece, di pregiudizi borghesi. Capite ciò che qui è scritto? Capite a che gioco state giocando? Oppure anche voi, come noi, prostituite il vostro sentimento, la vostra coscienza, il vostro senso del dovere? Ma allora non ve lo perdoneremo (...). (traduzione di Clara Strada Janovic)
Corriere della Sera
28 febbraio 2002
Šalamov.Come si può distruggere un uomo
torturandolo al di là di ogni limite
Pietro Citati
Nel gennaio 1937, Varlam Šalamov venne arrestato per "attività
controrivoluzionaria trockista", e condannato a cinque anni di reclusione:
qualche tempo dopo, la condanna fu elevata a quindici anni. Nell'agosto venne
trasferito nell'estremo Nord-Est dell'Unione Sovietica - la Kolyma, una regione
grande otto volte l'Italia. Non era la prima volta che Šalamov conosceva gli
orrori dei campi di lavoro sovietici. Già nel 1929 era stato condannato a tre
anni, perché aveva diffuso il testamento di Lenin; e rinchiuso nel lager di Višera
negli Urali del Nord. Ma quando arrivò alla Kolyma, tra centinaia di migliaia
di prigionieri, quei primi anni di lager gli parvero una specie di idillio o di
vacanza: come il tempo che Dostoevskij aveva trascorso in Siberia e raccontato
nelle Memorie di una casa morta. Quando leggiamo I racconti di Kolyma di Šalamov,
ci rendiamo conto che nessuna forma di immaginazione supera, nell'uomo, quella
del male: come se il proibito, l'intentato, il vietato suscitino in noi una
fantasia sinistra, che non può mai placarsi e trovare un limite. Per più di
trent'anni, nei campi dell'Estremo Nord e in tutta l'Unione Sovietica, l'idea
comunista fornisce, a questa immaginazione, una specie di nutrimento: il
disprezzo per l'uomo, il desiderio di umiliarlo e calpestarlo sino in fondo
all'anima, la meticolosa ossessione e precisione della ferocia quotidiana; tutti
gli orrori sono premiati e santificati dall'ideologia. Cosa importa un trockista
(un supposto trockista) come Šalamov? Di lui, come dei suoi compagni, si può
fare qualsiasi cosa: processarlo, calunniarlo, torturarlo, sfinirlo, ucciderlo.
Durante i processi, l'accusa viene completamente inventata: le prove sono
immaginarie; con i nervi a pezzi, il detenuto deve combattere corpo a corpo con
visioni fantastiche, inebetito di fronte alla loro suggestione perversa. La
tortura non è niente. Non è niente spezzare le costole dell'arrestato,
picchiarlo, calpestarlo sotto i tacchi ferrati quando è a terra, frantumargli i
denti in bocca o spegnergli le sigarette nel corpo; e nemmeno interrogarlo di
continuo e non lasciarlo dormire per diciassette notti di seguito. La tortura
fondamentale è sopraffare la volontà e l'anima del prigioniero con i farmaci e
le iniezioni - fino a quando sottoscriva tutto quello che l'inquirente ha
inventato. "Da quel momento egli si trasforma in un personaggio del mondo
irreale contro il quale si era battuto, e diventa una pedina del gioco
spaventoso e oscuro, che viene disputato negli uffici dei giudici
istruttori". Nei lager, tra i lavori disumani e il gelo, le torture vengono
moltiplicate. Se il detenuto soffre di scorbuto, gli viene imposto di bere un
estratto di aghi di pino, che non ha alcuna efficacia curativa: se non lo beve
è fucilato; ed è ugualmente fucilato se mastica le rose selvatiche, le quali
contengono la vitamina C che salva dal male. Nell'inverno 1938, cinquecento
reclusi sono costretti a percorrere cinquecento chilometri a piedi: ne arrivano
trenta; gli altri muoiono, congelati, uccisi dalla fame, fucilati. Questa
parola, fucilazione, viene coniugata ogni istante. Il detenuto viene fucilato se
per la fame e l'estenuazione non riesce a "realizzare la quota di lavoro
imposta": viene fucilato se si permette la più innocente osservazione su
Stalin; viene fucilato se tace, mentre tutti gli altri urlano "hurra!"
a Stalin. Come Šalamov, abbiamo l'impressione che l'uomo, nella sua storia, non
sia mai stato malvagio come nella Kolyma. L'uomo porta nell'anima un "male
originale": non il peccato biblico, ma qualcosa di molto più tremendo e
oscuro, che nessun termine teologico, nessuna immagine, nessuna parola dei
nostri linguaggi può definire. [***] Alla Kolyma, nei lunghissimi mesi
dell'inverno, il sole si mostra così brevemente che non riesce a intravedere la
terra attraverso la fitta garza bianca della bruma ghiacciata. Di notte, la
temperatura scende fino a cinquantacinque gradi sotto zero, quando gli sputi
gelano in volo. I detenuti lavorano per sedici ore, di giorno e di notte, nelle
cave dei giacimenti auriferi. C'è lo stesso argano a cavalli, che in Egitto fu
adoperato nella costruzione delle Piramidi: solo che qui, al posto dei cavalli,
vengono aggiogati i prigionieri. Chi dorme - quattro, cinque miserabili ore - si
stende in tende di tela incatramate, piene di buchi. La razione alimentare
comprende trecento o cinquecento grammi di pane al giorno; e una liquidissima
minestra che non nutre. Con tutte le forze dell'immaginazione, i detenuti
desiderano il cibo: specialmente il pane: lo leccano fino a che scompaia dal
palmo della mano, o ne staccano delle briciole minuscole, una dopo l'altra, e le
succhiano rigirandosele in bocca: o lo scottano sulla stufa, e mangiano i
pezzetti di pane abbrustolito coloro marrone scuro; o lo fanno cuocere
nell'acqua bollita, fino ad ottenere una zuppa calda. I detenuti sognano il
pane: pagnotte sospese a mezz'aria che riempiono le case, le strade, le
campagne; o barattoli giganteschi di latte condensato, blu come il cielo estivo,
forati in mille punti, che sgorgano e scorrono, formando il fiume della Via
Lattea. Come moltissimi prigionieri, Šalamov è marchiato. C'è, in primo
luogo, il marchio originario: la lettera t, che significa "attività
controrivoluzionaria trockista"; lettera, contrassegno, marcatura,
stigmate, che li perseguita dappertutto per anni, relegandoli nelle miniere
ghiacciate. Poi ci sono i marchi del freddo, della fame, della malattia, della
fatica: le mani, abituate a tenere il piccone, assomigliano a protesi a forma di
uncino: la pelle, desquamata, cade a scaglie, le gengive sanguinano, i denti
cadono, le dita dei piedi suppurano per l'osteomelite: lo scorbuto procura
piaghe nelle gambe, che poi vengono sostituite da scure macchie nerobluastre,
una specie di marcatura a fuoco da schiavi; il viso è macchiato dal
congelamento - "un timbro statale di cui la Kolyma li ha bollati per
sempre". Tutto diventa doloroso. Nemmeno sorridere è possibile - perché
lacera le labbra ferite e le gengive infiammate dallo scorbuto. Nell'orrore, nel
gelo, nella notte, nella disumana fatica, i detenuti sono assolutamente soli:
spesso le famiglie li abbandonano per timore, o essi abbandonano le famiglie,
per non avere legami con nessuno e non essere "debitori di qualcosa a
nessuno"; e nel lager l'amicizia non dura. Eppure essi resistono: molto più
di qualsiasi animale, dei cavalli che muoiono per la fame ed il gelo;
"l'uomo non è diventato uomo perché è creatura di Dio, ma perché è
fisicamente il più forte delle creature", capace di sopportare tutto ciò
che la sua immaginazione malvagia ha creato. Alla fine, per moltissimi giunge la
morte. C'è la morte per fame: la vita lascia i detenuti, poi vi ritorna, poi li
lascia di nuovo, senza che si possa dire con certezza se sono vivi o morti.
Nudi, spogliati di qualsiasi cosa, con un numero di riconoscimento alla
caviglia, vengono gettati in fosse di pietra; non si decompongono e si
pietrificano, perché il gelo li conserva; finché la montagna frana o viene
scavata, e le tombe si spalancano. "Tutto è immortale: le dita ricurve
delle mani, le dita purulente dei piedi, i monconi dei congelamenti, la pelle
secca grattata a sangue, il luccichio famelico degli occhi". I prigionieri
abitano una sola dimensione del tempo, il presente: un solo luogo, la Kolyma.
Tutte le altre dimensioni spaziali e temporali sono abolite; e il mondo al di là
dei mari e delle montagne, dal quale li separano tante verste e tanti anni,
sembra una invenzione fantastica. Non hanno progetti che superino la fine del
giorno: il lavoro nella cava, il piccone, l'argano, la cena, il sonno pieno di
incubi. I sentimenti - "l'amore, l'amicizia, l'invidia, l'altruismo, la
carità, la sete di gloria, l'onestà" - li abbandonano insieme alla carne
perduta durante il digiuno. La memoria si rifiuta di accogliere i ricordi. I
detenuti rinunciano a qualsiasi cosa, perfino a lottare per vivere: accettano le
cose più terribili, come legni che seguono la corrente. Vivono
nell'indifferenza, spremuti, svuotati, passando da minuto a minuto. Poi
l'indifferenza scompare. Resta solo la rabbia - l'ultimo tra i sentimenti umani
a sparire, perché è quello più vicino, come dice Šalamov, alle ossa del
corpo. Pieno di odio, il cervello riduce al silenzio qualsiasi espressione
verbale. Infine l'indifferenza ritorna: torna una strana pace dell'anima; e i
prigionieri cominciano a guardare con sempre maggiore distacco il sole rosso e
freddo, le montagne, le cose spigolose ed ostili. Non c'è, forse, altro libro
nella letteratura universale, in cui ci sia rappresentato come nei Racconti di
Kolyma il gelo che trasforma in ghiaccio prima il cervello, poi l'anima umana.
Il cervello e l'anima sono pietrificati come i cadaveri nudi nelle montagne.
Sarebbe improprio dire che l'uomo diventa animale, perché gli animali hanno
sensazioni, sentimenti, devozioni, abitudini. Alla Kolyma, si va oltre qualsiasi
condizione umana ed animale: non c'è più né bene né male, e nessuna delle
determinazioni con cui siamo abituati a definire un organismo vivente. Tutti i
limiti sono varcati: i confini superati; conosciamo per la prima volta un
territorio che non abbiamo mai esplorato, e per il quale non abbiamo nomi. Sopra
questo gelo si estende la ferrea necessità. Qualcuno viene arrestato, un altro
liberato, o fucilato, sia tra gli aguzzini sia tra le vittime: ma non c'è mai
una ragione o una spiegazione. Tutto dipende dal caso, con cui la necessità
gioca. Gli avvenimenti politici - le purghe del 1937, la morte di Stalin,
l'arresto di Berija - avvengono in uno spazio molto lontano, che non sembra
avere rapporti con l'esistenza e il loro destino. Qualche volta, pare che
"certe forze superiori si interessino a una piccola, insignificante
tragedia kolymiana": l'accenno è discretissimo e ironico, e non sappiamo
quali siano queste forze. Certo, non è Dio, di cui non c'è traccia nelle
miniere e nelle montagne nevose. Qualsiasi cosa esista ed accada è solo uno dei
molti ingranaggi di una enorme macchina sconosciuta, che agisce da sola, chissà
perché, senza che nessuno la faccia funzionare. Mentre è alla Kolyma, Šalamov
ha la sensazione che "da qualche parte - sopra o sotto, nella mia vita non
sono mai riuscito a saperlo - girino le ruote elicoidali che muovono la nave del
destino". Ma scherza amaramente: non c'è nessun Dio, nessuno Stalin,
nessun ingranaggio, nessuna ruota elicoidale, nessun destino. C'è il niente -
e, sopra, l'orrore. [* * *] Al di fuori della necessità, esiste soltanto la
natura. Nell'estate brevissima, sotto un cielo vivido e puro, le rose selvatiche
aprono il loro cuore di miele: gli unici fiori che profumino e sappiano di
fiore. Gli altri, frettolosi e grossolani, odorano di umidità e di palude: i
mughetti turgidi, rozzamente modellati, o le viole grosse come pugni, o gli iris
simili a farfalle color lillà, o i grandi crochi azzurro scuri. Le montagne
sono tutte un rutilare e nereggiare di mirtilli: i sorbi offrono le loro bacche
gialle ed acquose: porcini giganti, dalle cappelle viscide e fredde, spuntano
tardivamente, dopo le piogge, e riempiono ogni bosco, punteggiano ogni
sottobosco, sovrastando i mirtilli. Il muschio rosso o blu scuro, soffice come
un tessuto, è alto un metro: la muffa, che ha qualcosa della verzura
primaverile, sembra viva; mentre cadendo dall'alto l'acqua dei ruscelli si
scontra con l'aria. I larici arrivano a maturità dopo trecento anni. Quando
qualcuno li taglia o li incide, l'aroma tenero e finissimo della resina,
"l'odore del sangue versato dalla lama dell'uomo", sembra mandare
"dalle lontananze dell'infanzia un profumo di incenso intriso di
rugiada". Se i detenuti lo inspirano, comprendono che è l'odore della
vita. D'inverno, ogni cosa sparisce sotto una coltre di neve fissa e dura, che i
venti ammucchiano nelle gole e comprimono nei pendii. Solo un albero resta
verde: il pino nano, dal grosso tronco, che cresce sui pendii montani
aggrappandosi con le radici ad ogni fessura nella roccia. Quando sta per
giungere il vento invernale, i pini nani si piegano: si piegano sempre più in
basso come sotto uno smisurato e crescente fardello: graffiano con la cima la
roccia, si stringono alla terra allargando i rami smeraldini, si distendono come
piovre rivestite di verdi piume; finché dal cielo discende la neve e
sprofondano come orsi nel loro letargo invernale. Alla fine di marzo o di
aprile, quando i detenuti non percepiscono alcun odore di primavera, i pini nani
si rialzano all'improvviso, scuotono la neve dai rami, si raddrizzano e levano
al cielo gli aghi verdi, gelati e leggermente rossastri. Non servono a niente: né
come legname da costruzione, né come legna da ardere. Qui la natura, sotto gli
sguardi di Šalamov, diventa un simbolo: simili ai carcerati, i pini nani
lottano disperatamente per la vita, sopportano, chinano il capo davanti al vento
ed al freddo. Per anni e anni, le cellule del cervello di Šalamov rimangono
inattive: la memoria dimentica i versi imparati a memoria nella giovinezza; e le
dita adunche, gelate e suppurate non riescono a tenere e a sfogliare un libro,
perché sono abituate a afferrare soltanto il manico della pala e del piccone.
Finché un giorno - la primavera è mite o Šalamov ha lasciato la miniera per
un lavoro più umano - avviene il miracolo. All'improvviso sorge nella sua
memoria una parola strana e dimenticata; con la sensazione dolorosa che qualcosa
stia per muoversi in lui, egli ripete questa parola senza comprenderla; finché
dopo settimane, nelle quali il cervello compie il suo lavoro silenzioso, il
senso ritorna. Allora egli ripete e mormora la parola come una preghiera, per
timore che svanisca di nuovo. Dopo la parola, riaffiorano i versi: sciami di
versi, di Puškin, di Tjutcev, di Baratynskij, specialmente di Pasternak - che
erano rimasti sepolti nella memoria, soffocati dalla fatica, dalla fame, dal
freddo, dall'umiliazione. Ora sono di nuovo vivi dentro di lui, e lo aiutano a
riprendere a vivere, come il pino nano si solleva al primo soffio di primavera.
Qualcosa d'altro, in quegli anni tremendi, lo aveva egualmente difeso. Momenti
rapidissimi e subito dimenticati: la raccolta degli aghi di pino, i cristalli
della neve brillanti sopra un cencio, un guanciale immacolato e nitidissimo, una
passeggiata tra i giovani larici, una parola gentile, che forse gli aveva
salvato la vita; una funzione religiosa nella tajga, senza paramenti, tra larici
millenari, con neri scoiattoli che guardavano spaventati. [* * *] Alla fine del
1953, Šalamov lascia la Kolyma. Il fischio e il fumo della locomotiva, che lo
porta verso Occidente, sono il primo segno dell'esistenza ritrovata. Non può
soggiornare a Mosca: viene confinato per tre anni nella regione di Kalinin. Il
suo cuore è ancora pieno di angoscia: gli sembra di essere uscito dall'Ade e di
portare quest'Ade intriso nei vestiti, nel corpo e nell'anima: segnato,
marchiato dagli anni della miniera. La figlia lo rinnega: la moglie divorzia;
molti amici sono morti o lo abbandonano. "Tante persone hanno lasciato la
mia vita, che avrei voluto conservare accanto a me, e che sono scomparse senza
ritorno: tanti vivi restati nella mia memoria hanno raggiunto i morti". Non
può immergere le mani congelate nell'acqua fredda: forse anche la sua anima è
egualmente traumatizzata e congelata, e lo resterà sempre. Ma basta pochissimo:
una lettera, un segno di amicizia, un cenno di affetto, perché egli scriva ai
vecchi e nuovi amici, Dobrovolskij, Pasternak, la vedova di Mandel'štam, con
fervore, con un inesausto slancio amoroso. "Salutate per me Valja...
Ditegli che resterò per tutta la vita sinceramente legato a lui, che l'amo, che
sono felice di averlo conosciuto, che mi ricordo di lui con immenso rispetto,
con amore e affetto". Nell'anniversario della morte di Mandel'štam nella
Kolyma, Šalamov manda alla vedova, che abita a Mosca, un ramo di larice artico.
Il ramo viene immerso nell'acqua. Dopo tre giorni e tre notti, "la padrona
di casa viene svegliata da uno strano, vago odore di resina, debole, sottile,
nuovo. Nella ruvida pelle legnosa si sono aperti e apparsi distintamente gli
aghi - freschi, giovani e vitali, dal colore verde e brillanti - i nuovi
germogli". Il larice ha trecento anni, e ha visto le vittime dello Zar e i
milioni di cadaveri della Rivoluzione. Adesso, nessuna forza può soffocare
"il suo profumo debole ma definito" e spegnere quella luce verde, quel
colore verde. L'episodio diventa il simbolo della nuova esistenza di Šalamov:
la morte non è più definitiva, la dimenticanza viene cancellata, il ricordo
ritorna come il profumo del larice, e con il ricordo la sua vita, quella di
tutti gli esseri umani, e i libri che dovranno raccontare i morti, le fatiche,
le persecuzioni, i dolori. Non tutto è stato vano: il male può essere, almeno
nei libri, sconfitto. Sebbene resti a Kalinin, Šalamov riprende a viaggiare.
Per un giorno è a Leningrado, e ne percorre le strade con un fervore confuso,
con un rapimento inquieto, riconoscendo le cose e i luoghi di cui aveva parlato
Puškin. Vede la Galleria di Dresda, e ammira la Madonna Sistina di Raffaello
con lo stesso entusiasmo di Dostoevskij. Rivede Mosca, la "città che mi è
più cara di qualunque altra città del mondo". Sebbene non creda in Dio né
nei suoi angeli, quando scorge le tre cattedrali dell'Arcangelo, dell'Assunzione
e dell'Annunciazione, gli sembra che non sia stato il pennello del pittore a
fissare l'immagine sacra: ma "quell'Altissimo, quel Mistero, che la
religione ha venerato e venera sempre. Sola conserva quei templi, senza di noi,
alla forza austera che è loro propria: la preghiera di decine di generazioni
che si sono presentate davanti all'altare, una forza che ha acquistato una
materia e un peso". [***] Nei primi mesi del 1954, Šalamov comincia a
scrivere I racconti di Kolyma, di cui ultimerà l'ultimo ciclo, Il guanto,
soltanto nel 1973. Scrive interminabilmente, senza arrestarsi mai:
"Scrivevo il giorno e la notte. Ogni giorno avevo paura che si esaurisse la
forza, che non avrei più scritto un rigo, che non avrei saputo scrivere quello
che volevo". Sa benissimo che il lager è una condizione estrema, al di là
di ogni limite umano. "Ciò che io ho veduto, l'uomo non dovrebbe vederlo e
neppure saperlo...". E perciò egli capisce che raccontare ciò che ha
visto è una rivelazione proibita: la violazione di una legge umana e forse
divina, che non dovrebbe essere infranta. Ma ora, negli anni post-staliniani, i
segni della Kolyma vengono distrutti: le torrette di guardia segate, le baracche
rase al suolo, il reticolato arrugginito riavvolto e portato altrove; gli
archivi, le cartelle cliniche, i verbali fatti a pezzi. Per questo, Šalamov
deve violare l'interdizione: dire la verità, per quanto terribile sia,
dedicandole il resto della sua vita. Con la memoria che gli è ritornata, una
memoria assoluta alla quale nulla sfugge, ricorda tutto ciò che ha visto: le
vittime, i colpevoli, le torture, le morti, i tradimenti, le sensazioni, i
sentimenti rimasti, il gelo dell'anima. Nemmeno un'offesa o un minimo evento
sono dimenticati. La Kolyma era, o era per lui, un mondo chiuso ed autonomo; un
luogo infernale della mente proiettato nell'Estremo Nord della Siberia.
Scrivendo I racconti, egli costruisce una specie di edificio enciclopedico, dove
ogni cosa venga elencata - anche le abitudini dei malavitosi, il lessico dei
prigionieri e dei carcerieri, il suono della rotaia percossa con un martello,
che ogni giorno dà inizio al lavoro, gli argani delle miniere d'oro, i diversi
tipi di carriole che i detenuti riempiono di materiale prezioso. Vorrebbe
scrivere con le mani congelate della Kolyma, con il palmo calloso, spellato a
sangue dal piccone, e le dita contratte e irrigidite dalla pala: solo così,
forse, il ricordo sarebbe esatto e compiuto. Ma egli non ha più quelle mani:
qualche anno prima, la pelle si era sfilata via come un guanto. Usa dunque le
sue nuove mani, che hanno una nuova pelle sottile e rosea, la quale ignora i
dolori di una volta. Scrive nella sua stanza vuota, dove nessuno lo ascolta:
gridando, minacciando, piangendo, ripetendo ad alta voce le frasi, senza
asciugare mai le lacrime, che asciugherà soltanto quando il racconto è
compiuto. Scrive col corpo e coll'anima: tutto viene sottoposto alla prova
dell'anima e delle sue ferite; alla prova del corpo, e dei muscoli che gli
ricordano gli avvenimenti. Quando comincia un racconto, le immagini sepolte
riemergono: il cervello, dove si raccoglie quello che i cinque sensi hanno
accumulato, esplode: un flusso sonoro di metafore, di paragoni, di esempi
attraversa la griglia del pensiero; il flusso viene passato al setaccio, e una
parte forza l'uscita mentre il resto viene respinto per un'altra occasione. Le
pulsioni successive sono simili ai battiti successivi del cuore. Le parole
escono velocissime, come se volessero salvarsi da un incendio scoppiato in
qualche parte dell'intimo, e si precipitassero furiosamente sulla carta. Šalamov
non può rallentare la pressione: fermare o controllare il flusso e la fuga;
salvo quando i muscoli delle dita che tengono la penna non riescono a seguire il
pensiero, perché soffrono come se avessero appena spezzato o segato la legna.
Perciò egli non corregge mai ciò che ha scritto: non vuol perdere l'altissima
tensione emotiva della prima stesura. "E' fondamentale - egli dice -
conservare il primo getto. La correzione è inammissibile. Meglio aspettare un
nuovo slancio e riscrivere di getto il racconto intero". Sebbene non lo
riveli mai completamente, Šalamov non ama il romanzo russo dell'Ottocento; né
Dostoevskij né, tantomeno, Tolstoj. Non lo ama perché, in esso, la verità
capitale delle cose, delle sensazioni e dei sentimenti si mescola con le
fantasie dell'immaginazione: la quale progetta storie romanzesche, catastrofi e
lieti fine, che, secondo lui, calunniano la verità. Ma non lo ama soprattutto
perché esso vuole insegnare. "La disgrazia della letteratura russa è che
si impiccia dei fatti altrui, orienta gli altri destini, dice la sua su problemi
di cui non capisce niente, senza alcun diritto di immischiarsi in questioni
morali e di giudicare". Quando scrive I racconti di Kolyma, Šalamov non
vuole dare giudizi né insegnare a vivere. Racconta il disperato gelo
dell'anima, quando tutti i valori morali, il bene e il male, sono spazzati via.
Così, decide di scrivere dei racconti, senza immaginazione né consigli. Ma, in
realtà, non scrive nemmeno racconti: perché nella sua prosa manca ogni storia,
ogni movimento, qualsiasi architettura narrativa. Se lo tenta, fallisce. Šalamov
è un grande poeta in prosa. Quando scrive nella sua stanza, gridando,
piangendo, ripetendo ad alta voce le frasi, getta sulla carta delle schegge:
schegge di carne ferita, sottratte al tempo: eventi e immagini colti nella loro
assoluta presenza: epifanie; pezzi di tronchi che la segheria del cervello ha
tagliato spietatamente, e che incastra l'uno nell'altro, con arte sovrana. Come
la clessidra della tortura sovietica lasciava cadere goccia dopo goccia sul
cranio dell'imputato, così Šalamov, scrivendo, lascia cadere i fatti e le
sensazioni, una goccia dopo l'altra di sangue, scavando la pietra. Il dolore, la
passione, la collera, l'ira sono compressi: tutto è concentrato, fino
all'esplosione. Qualcosa si apre con difficoltà la strada verso il pensiero e
il linguaggio: qualcosa appena traducibile in parole. Le metafore rare e
compatte, che a volte ci ricordano quelle barbariche di Avvakum, balenano
"alla velocità di un milionesimo di un minuto". Le sensazioni si
stringono drammaticamente tra loro, e vengono ripetute, acquistando un valore di
simbolo. Ciò che conta è, specialmente, la prima e l'ultima parola del
racconto: la folgorante apertura, che ci introduce all'improvviso in un mondo
ignoto, e la chiusura, tagliente come un colpo di mannaia sul nostro collo.
La Repubblica
12 settembre 2001
I GIALLI
DELLA STORIA Stalin voleva la morte del rivale. Toccò a Ramon
Mercader il ruolo del sicario. Ricattato da Mosca, l’uomo dai cento nomi riuscì
nell’intento
TROCKIJ Il piccone venuto dal freddo
di Maurizio Chierici
Un delitto chiude il medioevo del comunismo sovietico. Giallo in apparenza
risolto: assassino catturato con l’arma in mano. Confessione e condanna.
Vent’anni, eppure resta il mistero, perché il colpevole non apre bocca.
Ripete di aver fatto tutto da solo in un momento di ideologica follia. Quando
torna in libertà, sparisce. Praga, Mosca, Avana. I giornali inseguono tracce
precarie, ogni volta scoprendo nomi diversi. L’uomo che ha ucciso Lev
Davidovic Trockij il 20 agosto 1940 a Città del Messico rivolta identità e
passaporto come un cappotto passato di moda. Perfino le ultime pagine dell’
avventura ripropongono il paradosso. All’Avana muore (ottobre 1978) Ramon
Mercader, ma qualche giorno dopo, a Mosca, nel cimitero militare di Kuntsevo,
non lontano dalla dacia di Stalin e accanto alla tomba di Kim Philby (spia
inglese scappata nell’Urss) viene sepolto Ramon Ivanovic Lopez. Sulla lapide,
una stella rossa. «Come eroe dell’Unione Sovietica aveva diritto a
un’identità che il popolo potesse capire», racconta il generale Volkonov,
direttore dell’Istituto di Storia Militare: «Allora usava così». La storia
sbiadisce i segreti, vien fuori l’altra faccia di Ramon Mercader, diventato,
per caso, la mano che colpisce Trockij. Lo ha costretto dalla farsa di Siqueiros.
Mosca aveva approvato il piano del pittore per uccidere il vecchio ribelle.
Nelle note che arrivano sui tavoli della Nkvd si descrive Siqueiros un «eroe di
tante battaglie, con Zapata, Pancho Villa, guerra civile di Spagna». E poi
dettagli sulla popolarità: «I minatori messicani lo amano come il sole».
Eppure i tecnocrati del delitto politico mantengono il dubbio: non è un
professionista. L’entusiasmo può essere pericoloso. L’artista insiste. Ed
ecco arrivare a Città del Messico la squadra degli «scolari», reduci da altri
intrighi, specialisti di mille attentati. Si meravigliano nello scoprire che il
protagonista dell’impresa ha la trasparenza di un fantasma dannunziano. Parole
e parole. Discorsi svuotati dalla logica di un bandolero incapace della
concretezza che il mestiere dei killer impone. E l’assassinio del secolo si
trasforma in farsa, notte del 24 maggio 1940.
Dopo il fallimento, gli «scolari» e il loro «lampionaio», colonnello Leonid
Alexandrevich Eytingon, tremano pensando alla rabbia di Mosca. Mercader era
riuscito a entrare nel bunker dove Trockij si nascondeva. Solo «un osservatore».
Ormai fa parte della famiglia con nome americano e il crisma dell’idealista
che odia Stalin. Lui può salvare l’operazione precipitata nel ridicolo da
David Alfaro Siqueiros, creatore di murales sterminati. Non è riuscito a
graffiare «il traditore Trockij» con un attacco rumoroso e variopinto: 20
uomini, bombe e mitraglie, notte dei fuochi. Trockij esce vivo da sotto il
letto, dove si è nascosto assieme a Natalia, seconda moglie ed eterno amore.
Sconvolti dall’inutile beffa, Eytingon e le sue facce dure si aggrappano a
Carmen Mercader, madre di Ramon. Deve convincere il figlio a uccidere Trockij.
Gli gira attorno ogni ora. Basta colpirlo. Eytingon dà ordini. Ramon obbedisce.
L’assassino Ramon è il terzo dei cinque figli di Maria de La Caritad del Rio
Hernandez, figlia del governatore spagnolo di Santiago de Cuba. Quando nel 1899
l’ultima colonia di Madrid passa agli Stati Uniti, il governatore torna a casa
e Carmen, come ogni ragazza perbene, studia nelle scuole che aprono buoni
matrimoni: Sacro Cuore di Barcellona e Parigi. Sposa giovanissima il signor
Mercader, industriale dei tessuti. Non le basta. La sua bellezza è spavalda e
il pallore educato del marito fanno capire quali terremoti il futuro annuncia.
Scappa in Francia. Prende la tessera comunista. Pablo e Ramon, figli grandi,
restano con lei. Riappare a Barcellona appena brontola la Guerra Civile. Pablo
muore combattendo Franco. Ramon resta l’ultimo da entusiasmare. Lo spinge a
reprimere nel sangue la rivolta dei trockisti di Barcellona. Sono i comunisti
della repubblica a cancellarne l’utopia.
Eytingon è già l’uomo ombra di Mosca. Naturalmente con altro nome: Kotov.
Diventano amanti in modo speciale. Gli abbracci non hanno gerarchie, ma appena
riaprono gli occhi lui comanda, lei obbedisce. Quando la Falange sbaraglia la
repubblica, Eytingon salva la famiglia Mercader. La scoperta del paradiso
sovietico comincia in un’alba di ghiaccio, sul molo di Vladivostok.
L’educazione di Ramon cresce nei veleni dei corridoi di Lavrentij Berija,
ministro di Stalin. Dietro i piccoli occhiali da inquisitore il suo sguardo è
senza pietà. Maestro di Ramon resta Eytingon, eppure a Mosca non è l’uomo
che comanda. Obbedisce al generale Pavel Sudoplatov, numero due, alle spalle di
Berija. Bersaglio da inseguire sempre Trockij. Stalin e quattro ministri ne
hanno firmato la condanna a morte e all’ambizione di Sudoplatov non è
permesso sbagliare. Se il colpo riesce, diventerà una specie di zar della Smerh,
controspionaggio segretissimo da spargere in Europa.
Finito l’addestramento, Ramon parte per Parigi. Deve mescolarsi ai trockisti
con l’aiuto di un tutore già impegnato nel doppiogioco: Mordka Zborowskij,
segretario dell’ultimo figlio rimasto a Trockij. Ne sta organizzando il
delitto. I due figli del primo matrimonio, uno del secondo, sorelle e cognati già
spariti. Ramon e Mordka si mescolano alla folla che continua a vagheggiare il
nemico di Stalin. Cercano un amo che li aiuti a mettere piede nel fortino di
Coyacán, a Città del Messico, dove Trockij è barricato. Ramon lo trova. Una
ragazza un po’ scialba; romantica come lo dev’essere una americana di sangue
russo: Sylvia Angelov. Passepartout ideale: Ruth, la sorella, è stata
segretaria di Trockij nell’ultimo breve soggiorno del vecchio tra Washington e
New York. Per una donna prossima a sfiorire, Ramon diventa l’amore. Passione
che oscura ogni dubbio sulla «fede politica» dell’amante. Massiccio,
eleganza fuori tempo, scioglie racconti che la incantano. Sylvia ha preso il
posto della sorella accanto a Trockij. Dovrebbe stare all’erta, ma il deliquio
amoroso la travolge. Non si incuriosisce per le strane pieghe della personalità
di Ramon. Non vuol sapere perché continua a cambiare nome. A Parigi è Monard
Vandresch; a New York diventa Tony Babitch. Pochi mesi dopo chiede ai messicani
di indossare la «vera identità»: Frank Jackson.
Angela presenta Ramon- Monard-Jackson al suo maestro. «Mio nonno diffidava -
racconta Sieva, nipote dell’esule della rivoluzione -. Non gli piaceva come
parlava francese. Sorrideva del suo inglese. "Chissà dov’è
cresciuto"», brontola con la moglie. Ma l’amore di Angela lo
intenerisce. Intanto il nuovo amico americano conquista Sieva con modellini di
aereo, racconti di scalate, una gita a Vera Cruz. Scrive brutti articoli per un
giornale trockista. Il vecchio glieli corregge. Non ama le riscritture e si
arrabbia: «Asino che non sa niente». Eppure lascia la porta aperta.
L’impegno di Ramon è tattico. Deve capire se esistono le carte segrete, spina
di Stalin. Registrare orari, abitudini e imprudenze della famiglia Trockij. Ma
il pasticcio di Siqueiros sconvolge le cautele. Da fiancheggiatore si ritrova
protagonista. Un imbroglio della madre: «Se non lo uccidi, mi fanno sparire».
L’alibi è uno degli articoli che il grande vecchio tormenta di cancellature:
«Rifare, rifare»: allunga il manoscritto con stizza. Ramon torna due giorni
dopo con addosso l’impermeabile. Allontana le mani di Angela: con un abbraccio
cerca di per sfilarglielo: «Caro, non piove più». «Lasciami in pace». Che
aria strana, pensa Natalia, moglie di Trockij. Sotto l’impermeabile stringe
una piccozza e con la punta dell’arma colpisce Trockij appena si piega con
aria scontenta sui fogli sbagliati. Il suo urlo richiama le guardie del corpo.
Vogliono sparare, ma Trockij le ferma nel lampo estremo di lucidità: «Prima
deve dire chi l’ha mandato». Poi la testa si confonde. Morirà
all’ospedale, mentre Ramon, trascinato dalla polizia, balbetta: «Dovevo
farlo. Mia madre è nelle loro mani». La madre lo aspettava in automobile
all’angolo della strada, cinquanta metri più in là. Eityngon al suo fianco.
Quando ho ascoltato la prima volta il racconto di Sieva Volkon, nipote di
Trockij, l’impressione era di raccogliere parole nelle quali i sentimenti
restano più forti delle realtà che i documenti cominciavano a svelare.
Visitavamo stanze museificate. Ogni oggetto dov’era nell’ora fatale. Macchie
di sangue svaporate segnavano le pagine che Trockij stava sfogliando. Da
sessant’anni Sieva è il custode della memoria. Naturalmente ha un’altra
vita: ingegnere chimico, quattro figlie, un’impresa di smaltimento di rifiuti.
Passeggiando nel giardino parlava come un cicerone senza emozioni. Guardavamo
l’angolo verde dove sono sepolti il nonno e la nonna. Una lapide ricorda la
morte di un amico, Leone Bob Sheldon, americano dai capelli rossi che Trockij
aveva scelto come guardia del corpo. «Il nonno aveva grande ammirazione per gli
operai americani. Con loro si sentiva sicuro».
Provo a dire: «Ma Sheldon conosceva gli aggressori. E’ stato accusato di aver
aperto il portone alla banda Siqueiros, quella notte». Sieva interrompe: «Lei
ha visto Trockij , il film di Joseph Losey (con Richard Burton e Alain Delon che
fa la commedia dell’assassino). Da principio ho collaborato al copione. Ma
Losey si intestardiva. Credeva nel tradimento di Sheldon. Non ho voluto più
vederlo». Il corpo di Sheldon è stato trovato un mese dopo sfinito dalla
tortura. Aveva 25 anni. «Siqueiros voleva fargli firmare la responsabilità
dell’attentato. Lo hanno ucciso lentamente. Il nonno ne era sconvolto».
Ancora dieci anni e riascolto la stessa difesa di Sieva. «Sylvia Angelov,
davvero così ingenua?». «Per favore», si arrabbia. Come ogni oggetto del
museo, la famiglia Trockij rifiuta di ridiscutere gli antichi sentimenti.
Corriere della Sera
30 luglio 2001
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La vita
1879 Lev Davidovic Trockij nasce a Janovka, sul Mar Nero, il 7 novembre 1897
Viene arrestato e deportato in Siberia
1902 Evade dalla Siberia e si trasferisce a Londra dove incontra Plechanov e
Lenin
1905 Rientra in Russia
1917 Aderisce al Partito bolscevico
1923 Al XII Congresso del partito comincia contro di lui la congiura degli
epigoni orchestrata da Stalin, Zinovev e Kamenev
1927 Viene espulso dal partito
1929 Nell’esilio di Prinkipo, in Turchia, scrive la Storia della rivoluzione
russa
1940 Il 20 agosto viene ucciso a Coyoacáin (in Messico) da Ramon Mercader