Trasformazioni economiche e sociali e negazione del socialismo. Crescita senza sviluppo e impossibilità dell'autoriforma: contraddizioni di un'esperienza storica

di Aldo Agosti , storico


"Socialismo reale", "socialismo realmente esistente", "socialismo realizzato": tutte queste definizioni, coniate dai gruppi dirigenti dei partiti comunisti al potere nel periodo brezneviano, sono entrate a far parte del linguaggio politico corrente verso la metà degli anni '70 per designare, di fatto in polemica con l'eurocomunismo che teorizzava una "terza via" tra modello sovietico e socialdemocrazia, la realtà politica e sociale dei paesi appartenenti al blocco socialista, e sono state da allora considerate sostanzialmente sinonimi. In realtà di ciascuna di queste definizioni sarebbe interessante fare la storia, perché ciascuna nasconde, magari inconsapevolmente, delle sfumature. "Socialismo reale" è un'espressione in sé ambigua: quando fu coniata, essa poteva significare il socialismo che c'era davvero, e dunque in qualche modo relegare il resto (cioè le forme diverse possibili di socialismo rispetto a quello, appunto "reale") nel campo delle discussioni accademiche o, più crudamente, delle aspirazioni velleitarie; ma poteva anche lasciar intendere che esistesse uno iato ancora da colmare fra la realtà e l'ideale. Al contrario, la seconda delle definizioni - "socialismo realmente esistente" - era più pragmatica ma anche più univoca, e sembrava sciogliere ogni possibile ambivalenza nel senso del primo corno del dilemma, concentrando l'attenzione sul socialismo che "esisteva" storicamente. La terza espressione, "socialismo realizzato", evocava a sua volta due possibili chiavi di lettura: un processo in corso, e dunque suscettibile di completamenti e miglioramenti (il socialismo "finora" realizzato), oppure una costruzione completata, un cammino giunto alla sua tappa finale. A voler tentare un bilancio delle esperienze dei sistemi politici ed economici che si chiamarono socialisti, a dieci anni e più dalla loro definitiva conclusione almeno in Europa, delle tre definizioni sopra richiamate quella che sembra più utile è la terza: se non altro perché apre la via all'espediente di scindere l'espressione nei suoi due termini, il sostantivo e il participio passato. Un bilancio infatti dovrebbe tener conto da un lato di ciò che le esperienze in questione hanno significato per il socialismo, inteso come ideale di riscatto e di emancipazione degli oppressi e di fratellanza universale, e dall'altro delle concrete realizzazioni che esse hanno lasciato di sé. Dal primo punto di vista il bilancio non può che essere, alla fine, pesantemente negativo. Il socialismo, soprattutto il socialismo che era stato promesso alle popolazioni di una parte di continente devastata dalla guerra e passata prima, con poche eccezioni, attraverso un periodo di oppressione sociale e convulsa crisi economica, era stato un'ideologia che prometteva eguaglianza e prosperità: della prima restavano già alla fine degli anni '70 poche tracce, della seconda non vi era neanche l'ombra. La promessa dell'innalzamento degli standard di vita della popolazione non era stata sempre solo vuota propaganda; ma proprio per questo, ora che quegli standard precipitavano verso il basso (e quanto verso il basso era possibile agli interessati constatarlo grazie alla maggiore libertà di circolazione delle persone, o almeno alla diffusione delle radio e delle televisioni dell'Occidente) la mancata soddisfazione di quella promessa, anzi il suo capovolgimento in una tetra condizione di penuria, rappresentava un colpo gravissimo inferto alla pretesa di legittimità dei sistemi che al socialismo si richiamavano, anzi che avevano preteso di incarnare il socialismo realmente esistente. Dunque i dirigenti comunisti dell'Est, anche quelli, e non erano molti, che non avevano cessato da un bel pezzo di credere nella loro stessa propaganda, presero atto, quando lasciarono quasi senza eccezione pacificamente il potere nel 1989, di un fallimento a cui non sembrava più possibile porre un rimedio dall’interno del sistema. Certo, come osservava in uno dei suoi ultimi libri Giuseppe Boffa, uno storico tra i più lucidi dei paesi del "socialismo reale" che è oggi ingiustamente quasi dimenticato, sarebbe sbagliato "ridurre l'esperienza dei governi comunisti dei paesi dell'Europa centro-orientale a semplice violenza esercitata su popolazioni recalcitranti o ad arbitraria imposizione di un'ideologia preconcetta, per di più venuta dall'esterno". Vi fu anche questo, ma non solo questo. Non pochi partiti comunisti erano riusciti a tessere legami profondi e resistenti con strati diversi della popolazione, mediante una diffusione capillare della propria influenza, forgiando una certa coscienza sociale, un certo tipo di opinione pubblica, un tipo e una struttura particolare delle rivendicazioni materiali, delle aspettative e dei bisogni. Ma quei legami erano venuti sempre più logorandosi. I regimi comunisti dell'Est europeo, e a maggior ragione anche il loro modello originale, l'Urss, divennero sempre più per molti aspetti e in modo del tutto evidente nel corso degli anni '80, delle impalcature esteriori quasi completamente svuotate del loro contenuto originario, efficaci quasi soltanto sia come apparato repressivo sia come paravento ideologico per paralizzare la maturazione di un'alternativa. Il panorama lasciato dietro di sé dal socialismo realizzato è dunque per molti aspetti un panorama di desolazione sociale, di corruzione politica e morale, di apatia, di scoramento. Certo, non è facile misurare quanto di questo panorama appartenga all'eredità negativa lasciata da quei sistemi, e quanto invece sia anche imputabile alla dissennata adozione di un modello di privatizzazione selvaggia dell'economia, che ha prodotto l'arricchimento di pochi e l'impoverimento di una larga maggioranza della popolazione. Le situazioni sono molto diverse, a seconda anche degli spazi che erano stati lasciati prima del 1989 all'auto-organizzazione spontanea della società civile e quindi alla creazione almeno in embrione di una classe dirigente nuova. D'altra parte, se spostiamo l'attenzione al secondo termine del binomio, e guardiamo alle "realizzazioni" dei sistemi socialisti prescindendo dalla loro corrispondenza agli ideali del socialismo, non potremo non riconoscere, credo, che esse hanno cambiato il volto delle realtà in cui hanno preso forma, e non solo in peggio. Per quanto riguarda la Russia, non c'è dubbio che la Rivoluzione d'ottobre fu un fattore possente di modernizzazione del paese: in quarant'anni, l'Urss si trasformò da paese arretrato ed essenzialmente contadino in una grande potenza industriale. In effetti, nella seconda metà del XX secolo il modello di comunismo sovietico divenne prima di tutto un programma per trasformare i paesi arretrati in paesi avanzati, una specie di scorciatoia per la modernizzazione. Fra le due guerre, specialmente negli anni '30, il tasso di crescita dell'economia sovietica superò quello della maggior parte dei paesi europei, e durante i primi quindici anni dopo la seconda guerra mondiale le economia del "campo" socialista crebbero in modo considerevolmente più rapido di quelle dell'Occidente. Nella misura in cui la modernizzazione può essere identificata con il progresso, è difficile negare che la Rivoluzione russa sia stata, e non solo in termini economici, un fatto progressivo. La trasformazione di un paese prevalentemente analfabeta in uno Stato moderno, con alti livelli di scolarizzazione e punte di eccellenza nella ricerca scientifica non è un dettaglio trascurabile. Per milioni di persone ha significato una via d'uscita dall'oscurantismo e dall'ignoranza, prospettive di avanzamento sociale e apertura di nuovi orizzonti culturali. E su scala più ridotta il fenomeno si è riprodotto in quelle "democrazie popolari" che scontavano un passato di arretratezza (tutte, cioè, ad eccezione della Cecoslovacchia e dalla DDR). Naturalmente i prezzi di questa modernizzazione sono stati estremamente pesanti in termini sociali ed umani, e i successi raggiunti nell'industrializzazione non sono stati mai eguagliati nell'agricoltura e nella distribuzione; resta inoltre aperto il problema se fossero percorribili alternative meno cariche di "lacrime e sangue". La maggior parte dei paesi che sperimentarono il "socialismo reale", non è inutile ricordarlo, aveva conosciuto soprattutto regimi autoritari o forme di democrazia come minimo monche: le elezioni che vi si svolgevano prima della seconda guerra mondiale non erano molto più libere di quelle ebbero luogo dopo il 1947. Raffigurare la loro "sovietizzazione" come uno sprofondamento dal regno della libertà in quello della dittatura costituisce quindi una forzatura. Per contro è innegabile che fu spezzato una volta per tutte il potere di classi dirigenti rapaci e corrotte (specialmente i grandi proprietari terrieri) e che un modesto tenore di vita fu assicurato a tutti, con un allargamento dei diritti di cittadinanza sociale. Ciò non significa necessariamente che queste realizzazioni non avrebbero potuto compiersi anche con un modello diverso da quello socialista, né che non potessero essere conseguite con minori costi sociali ed umani, con un grado più alto di partecipazione popolare e con un maggiore livello delle libertà fondamentali: ma qui ci si avventura sul terreno sempre impervio della storia controfattuale. Quello che è impossibile ignorare è che, comunque, all'eredità del "socialismo reale" appartengono anche queste profonde trasformazioni economiche, sociali e civili. Il problema è che, a partire da un certo momento, queste trasformazioni cessarono di essere il volano di un progresso generale delle società di cui avevano cambiato il volto. E quelle società sempre più si avvilupparono nelle contraddizioni di una crescita senza sviluppo, nell'impossibilità di un'autoriforma (come emerse drammaticamente nel 1968 in Cecoslovacchia); alla fine persero la sfida con il capitalismo anche sul piano economico. Sul piano politico, la sfida l'avevano già persa fin dall'inizio degli anni Cinquanta, quando la repressione, il controllo onnipervasivo della polizia segreta, il soffocamento della libertà intellettuale e delle forme di auto-organizzazione della classe operaia, la sclerotizzazione di una burocrazia sempre più distante dai cittadini divennero il loro tratto dominante e rovesciarono le promesse del futuro socialista nella sua negazione.

"L'Ernesto"
dicembre 2001


I COSTI SOCIALI DELLA RIUNIFICAZIONE TEDESCA


La fine delle contrapposizioni tra le due grandi potenze (Usa e Urss) e la crisi dei regimi comunisti che dal 1945 avevano governato i paesi dell'Europa centro orientale, segnano la fine della "Guerra fredda".
Nel 1989 la caduta dei già citati regimi comunisti in tutti i Paesi dell'est Europa produce anche il crollo di quello della Repubblica Democratica Tedesca (Ddr, la cosiddetta Germania Est) e l'abbattimento del Muro di Berlino, simbolo e vergogna di quella Guerra fredda che aveva, per oltre cinquant'anni, diviso gli Stati e i popoli d'Europa. 
Nel 1990 le due Germanie si sono finalmente riunificate sotto la guida del cancelliere occidentale, il democristiano Helmut Kohl, ponendo fine al quadro geopolitico dell'Europa che era stato disegnato a Yalta alla fine della II Guerra Mondiale dai "tre grandi" vincitori del conflitto appena terminato (W. Churchill per la Gran Bretagna, F. D. Roosevelt per gli Usa e G. Stalin per l'Urss).
La riunificazione della Germania fu vissuta con apprensione e timore in tutte le Cancellerie europee. Era infatti lucido il ricordo, che non tardò a trasformarsi in timore, di come la politica estera tedesca, aggressiva e basata su una nietzchiana "volontà di potenza", aveva contribuito in maniera determinate a destabilizzare l'assetto geopolitico dell'Eruopa dal 1870 (anno di unificazione della Germania) fino alla tragedia nazista della II Guerra Mondiale (1939-1945).
I mutati assetti interni della società tedesca (scomparsa della classe dominate degli Junker, sostanziale democratizzazione dei gruppi dirigenti anche a seguito delle proteste dei movimenti del '68 ed all'opera dei governi a guida socialdemocratica di Willy Brandt) spingevano a ritenere impossibile il ripetersi di tali fenomeni.
Inoltre la Germania occidentale (Rft) dal 1945 in poi era stata una delle nazioni protagoniste del processo di integrazione europea. La linea di politica estera europeista fu sposata e mantenuta in pieno dalla nuova Germania riunificata per cui i timori per un nuovo nazionalismo politico del governo di Bonn-Berlino si rivelò quasi del tutto infondato.
Ben diverso era, invece, il clima interno al riunificato stato tedesco. Dopo una iniziale euforia per la ritrovata unità territoriale e politica che poneva fine a cinque decenni di divisione, si assistette ad una fase di disillusione, soprattutto nei territori dell'ex Germania democratica (Ddr).
Uno delle principali cause della sempre maggiore opposizione dei tedeschi orientali nei confronti del regime comunista era, oltre la richiesta di una reale libertà personale, era rappresentata dalla volontà di godere a pieno del benessere di una società dei consumi. Una società del benessere in cui maggiori, almeno così si credeva, fossero maggiori le possibilità di autorealizzazione personale.
Ma come avviene per i sogni che al sorgere del sole svaniscono, così avvenne per molti abitanti dei territori che erano appartenuti alla Germania democratica.
Il sistema produttivo statalizzato sul modello colletivista sovietico, aveva sicuramente assicurato la piena occupazione, ma si trattava di una piena occupazione "drogata", che non teneva conto di molte variabili economiche e delle strategie industriali d'impresa tipiche delle società e delle economie capitaliste occidentali.
Nel regime economico colletivista le esigenze delle imprese erano modellate sulle finalità descritte e previste dai piani quinquennali di sviluppo il cui primo obiettivo era assicurare una soglia (a volte anche minima) di totale piena occupazione e di sicurezza sociale (le cui prestazioni spesso erano qualitativamente molto scarse).
Un modello economico capitalista, seppur temperato dal welfare state, invece base le proprie principali linee strategiche sulle dinamiche produttive delle imprese, prime fra tutte quelle di realizzare il maggior numero di prodotti nel minor tempo possibile ed al minor prezzo di produzione possibile.
Adattare il modello produttivo tedesco orientale a quello occidentale fu la vera difficoltà che i due stati incontrarono nel momento della riunificazione.
Si può spiegare questa difficoltà con un piccolo esempio che circolava come battuta sia tra i sindacalisti socialdemocratici della HM, sia tra i dirigenti delle associazioni industriali.
L'esempio, pur non essendo del tutto veritiero per quanto riguarda i dati espressi è abbastanza verosimile per le dinamiche per esprime. 
Il problema della riunificazione economica consiste nell'armonizzare un sistema come quello tedesco orientale in cui ogni giorno quattro operai costruiscono una sola automobile con un sistema come quello occidentale in cui ogni giorno un solo operaio costruisce ben quattro automobili!
Il problema di armonizzazione posto dall'esempio venne definito come "conversione" del sistema produttivo dell'est sul modello di quello dell'ovest. 
Ogni ipotesi di "riunificazione lenta e graduale" con l'introduzione di dazi e imposte doganali protezioniste, fu scartata all'origine e l'idea del leader sovietico M. S. Gorbaciov di una riunificazione per tappe non trovò credito nella cancelleria di Bonn.
L'unificazione fu fatta in breve tempo e le imprese dell'est riadattate e ristrutturate in base agli standard dell'occidente.
I parziale ed insufficienti meccanismi di protezione sociale (sussidi, assistenza, ecc. ..) non furono in grado di fronteggiare i numero licenziamenti obbligati di molti operi e quadri impiegati nelle fabbriche ristrutturate.
Se il modello filosovietico non era mai stato quel "paradiso dei lavoratori" tanto esaltato dalla propaganda comunista, in questi anni divenne un vero inferno per chi si trovava improvvisamente disoccupato. Disoccupati che, in virtù della bassa specializzazione (un sistema non competitivo non necessita di specializzazione, anzi…!), erano condannati a restare ai margini del sistema produttivo tedesco e in condizione di assoluta precarietà esclusi dal mercato del lavoro.
Questi lavoratori, che in breve tempo passarono da una condizione di sicurezza economica benché bassa, ma sicuramente stabile, ad una condizione di indigenza, dovettero rapportarsi con la concorrenza della manodopera straniera non molto qualificata ma che accettava stipendi più bassi (non avendo, in molti casi, famiglie da mantenere).
La Germania occidentale era da sempre stata terra d'immigrazione dalle aree più povere dell'Europa e del mondo. 
Dalla fine degli anni '40, milioni di italiani, soprattutto provenienti dalle regioni del sud della penisola, avevano abbandonato le loro povere città per andare a lavorare nelle miniere della Saar, nelle fabbriche di Francoforte, Manhaim e nei porti sul Mare del Nord. Così avevano fatto anche greci e polacchi. Dagli anni '60-'70 in poi era stata la volta di africani, turchi, curdi fino ai più recenti arrivi di uomini dall'oriente (pakistani, afgani, ecc. …).
L'integrazione si era sempre dimostrata difficile, ma, in modo o nell'altro, possibile.
Dopo la riunificazione, con i danni per molti ex occupati della parte est del Paese, in questi territori si è sviluppata una pericolosa competizione tra immigrati e disoccupati originari.
Il fenomeno è stato, ed è, molto difficile da affrontare, ma non salta immediatamente all'occhio, perché inserito in un contesto generale di grande benessere diffuso sia per i tedeschi, sia per i lavoratori stranieri. 
Siamo quindi di fronte ad un problema di marginalizzazione sociale di un fenomeno che, proprio, perché marginale, ha dato vita ad un tessuto facilmente permeabile a forme di razzismo e di intolleranza verso quegli immigrati visti come pericolosi competitori dai disoccupati dell'est.
Il tutto si somma con rinati (o forse mai morti!) gruppi dichiaratamente neonazisti che negano l'evidenza della storia e propongono la via razzista e violenza come soluzione di tutti i mali. 
La crisi del comunismo e il fallimento dei modelli socioeconomici da esso realizzati, ha dato libero sfogo a quanti, ignorando la storia (e anche la propria storia) hanno riproposto vecchie teorie (ma sarebbe meglio dire follie criminali) aiutate dal fatto che il nazismo, apparentemente, cadde per una guerra persa (e quindi per un agente esterno) mentre il comunismo sovietizzato (Marxism soviet per usare il titolo di un famoso libro di Adorno) è caduto su se stesso, per l'implosione quasi arteriosclerotica delle proprie lentezze interne e per l'incapacità di assicurare (anzi la negava) la libertà e la soddisfazione del piccolo benessere quotidiano ai propri cittadini divenuti sudditi.
Dal 1991-'92 la storia politica tedesca è costellata di gruppi neonazisti rinvigoriti (e ben finanziati!) che hanno proposto ai disillusi dell'unificazione e dell'est come via di salvezza la riproposizione di vecchi schemi. 
Proprio il 1992 è stato caratterizzato da una serie di gravi attentati ed attacchi alla comunità ebraica tedesca con incendi di sinagoghe e altri luoghi di ritrovo che hanno fatto grande scalpore a livello mondiale. L'antico spettro dell'antisemitismo e dell'Olocausto cominciò ad aleggiare sulla Bundesrepubblik, tanto che il cancelliere Kohl dovette prendere misure di sicurezza straordinaria per arginare il problema.
Nonostante questi provvedimenti ed anche lo scioglimento del principale partito neonazista, la Ndp, voluto dal socialdemocratico Schroeder, successore di Kohl alla guida del governo, la comunità ebraica non si sente sicura e a molti suoi esponenti, anche a seguito di nuovi atti di barbarie di chiara marca neonazista, è sorto il dubbio se sia impossibile per i figli di Abramo (e della Shoà) vivere pacificamente in Germania. 
Un sistema politico ed istituzionale forte come quello tedesco ha impedito a livello nazionale la rappresentanza e l'influenza di questi gruppi, ma in alcuni Lander i neonazisti (Repubblikaner, Npd, ecc. …) hanno a volte ottenuto eletti, anche se sempre sono stati esclusi dai governi locali.
Gruppi dichiaratamente neonazisti infettano gli stadi e molte altre manifestazioni di massa della vita pubblica della Germania.
Questi fenomeni sono uno degli aspetti principali dei fenomeni violenti che si stanno verificando nella Germania. 
Oltre i tradizionali bacini di raccolta della manovalanza neonazista e violenta (non sempre i due aggettivi vanno in coppia), si è aggiunto quello dei delusi e dei maggiormente colpiti della riunificazione che costituiscono, soprattutto i più giovani, il brodo di cultura ideale in cui reclutare violenti organizzati.
In tutto questo il ruolo dei mass media è abbastanza singolare. I fenomeni di violenza neonazista dentro e fuori gli stadi e anche gli atti vandalici avvenuti nel mondo calcistico di altra origine, sono stati affrontati senza fornire un quadro completo e omogeneo in cui inquadrare il tutto.
Si è cercato il più possibile di evitare di collegare la nascita e lo sviluppo dei gruppi e dei fenomeni violenti ai guasti della riunificazione.
Per la stampa è molto più facile isolare i fenomeni al solo livello sportivo e calcistico evitando un'analisi sociologica troppo approfondita che rischierebbe di entrare in collisione con interessi politici ed economici troppo rilevanti.
A tal proposito è da notare come i principali organi di informazione tedeschi, la Frankfuter Algemaier Zeiutung e la Suddeutsche Zeiutung, siano di proprietà dei due partiti di governo, ripettivamente i liberali della Fdp e i democristiani della Cdu, che hanno gestito la riunificazione.
Anche il principale network televisivo privato, la Zdf di Mainz, è di proprietà del magnate dell'informazione Leo Kirk, grande amico e grande elettore dell'ex Cancelliere Kohl, l'uomo che guidò in prima persona la riunificazione tedesca.
Sappiamo benissimo che è troppo semplice cercare di interpretare le scelte editoriali dei giornali in base al colore politico o agli interessi economici dei rappresentati dai loro editori, ma abbiamo voluto sottolineare questi legami (legittimi) tra i maggiori organi di informazione tedeschi e chi gestì la riunificazione per indicare quanto sia stata possibile una certa superficialità nell'andare realmente a fondo delle origini socio culturali in cui sono cresciuti e si sono formati i "militanti" dei gruppi ultrà violenti che infestano le curve degli stadi tedeschi.

Luca Molinari

12 dicembre 2001

Molotov:il martello di Stalin La sua vita Dal suo diario, alcuni ritratti

Braccio destro del dittatore e falco del regime, il leader bolscevico ha affidato a un libro-intervista i ricordi e le opinioni personali sui grandi della terra

MOLOTOV Il mondo visto dal martello di Stalin


Il nome di Vjaceslav Molotov (1890-1986), stretto collaboratore di Stalin, che ricoprì alte cariche nel sistema di potere sovietico, tra cui quella di Commissario del popolo agli Esteri, si associa, in particolare, al nome del ministro degli Esteri tedesco Ribbentrop per il patto di non aggressione tra Germania nazista ed Unione Sovietica nell’agosto 1939. Come nel caso di vari altri rivoluzionari russi, «Molotov» era uno pseudonimo e, data la sua derivazione dalla parola russa molot (martello), lo stesso Molotov diceva scherzando che lui, al pari del suo grande Capo, si fregiava di un «cognome industriale»: Iosif Giugashvili, infatti, è entrato nella storia col soprannome di Stalin, la cui etimologia, non del tutto chiarita, riecheggia la parola russa, di origine tedesca, stal ( Stahl , acciaio). 
Se si dovesse indicare tra i maggiori politici sovietici quello che nel corso di una lunga vita si mantenne senza tentennamenti, e poi senza pentimenti, fedele al dogma iniziale della rivoluzione, Vjaceslav Molotov non avrebbe forse rivali. Anche perché, sopravvissuto a quella svolta epocale che fu il XX congresso del Pcus e alla denuncia del «culto della personalità» di Stalin, inizio dell’inarrestabile agonia del sistema comunista, Molotov non solo non «rinsavì», ma con pertinacia ribadì fino all’ultimo la giustezza delle sue idee lenin-staliniane, arrivando a conoscere l’onta di un’espulsione dal suo adorato partito quando si oppose nel 1957 a Nikita Krusciov, da lui considerato una sorta di controrivoluzionario di destra. A testimonianza della sua coerente carriera, Molotov ha lasciato dei ricordi personali sotto forma di lunghe conversazioni con un poeta e pubblicista russo, Feliks Ciuev, che - godendo della sua fiducia - nel corso di diciassette anni lo frequentò, facendolo parlare sui momenti centrali della sua vita e quindi della storia sovietica. Il libro di Ciuev, intitolato Molotov. Sovrano quasi assoluto , è uscito da poco, in Russia, in un’edizione molto ampliata rispetto alla prima, il che permette di rileggerlo con interesse come una delle fonti più dirette e autentiche del primo mezzo secolo del comunismo sovietico. Una fonte preziosa soprattutto perché rivela la mentalità del vertice sovietico, il sistema di criteri e di valori che presiedeva agli orientamenti e alle decisioni di Stalin, come risulta anche dalla raccolta di lettere di Stalin a Molotov, preziosa documentazione del metodo staliniano di lavoro politico. 
Senza pentimenti, ma riconoscendo errori ed eccessi della politica staliniana, e senza servilismi, dichiarando il suo disaccordo dottrinale con Stalin stesso (per Molotov «in un solo Paese», cioè nell’Urss, prima della finale vittoria rivoluzionaria sull’imperialismo mondiale, era possibile la costruzione soltanto delle «basi» del socialismo, non del socialismo compiuto e tantomeno, come pretendeva Krusciov, del comunismo), Molotov, riandando con la memoria al suo passato, offre prospettive interessanti, come quelle qui trascelte e proposte alla lettura.

Vita da rivoluzionario

1890 Nasce Vjaceslav Michajlovich Skrjabin, che sarà poi noto come Molotov (nella foto) 
1909 Militante bolscevico, è arrestato e inviato al confino, poi ancora nel ’15 
1917 Durante la Rivoluzione è uno dei maggiori dirigenti del Comitato militare di Pietroburgo 
1926 Entra nel Politburo 
1939 Commissario agli Esteri, firma con la Germania il patto di non aggressione (agosto) e gli accordi per la spartizione della Polonia (settembre) 
1941-45 E’ vicepresidente del Comitato di difesa nazionale e partecipa accanto a Stalin alla conferenza di Yalta 
1953-56 Ancora commissario agli Esteri, è l’uomo della «guerra fredda» 
1957 E’ estromesso da ogni carica da Kruscev insieme al «gruppo antipartito» 
1986 Molotov muore 


Hitler: un narciso. Churchill esaltava l’Urss. Mao? Non era marxista


Ecco alcuni ritratti che Molotov fece degli statisti incontrati. 


HITLER - Esteriormente non aveva nulla di particolare che saltasse agli occhi. Ma era un uomo molto compiaciuto di sé, si può dire, innamorato di sé. Certo, non era come lo raffigurano nei libri e nei film, dove si calca la mano sull’aspetto esteriore e lo si fa passare per un pazzo, un maniaco, il che non è vero. Era molto intelligente, ma reso limitato e ottuso da questo suo narcisismo e dalla balordaggine della sua idea iniziale. (...) Hitler dice: «Ma come, un’Inghilterra, un pugno di isolette è padrona di mezzo mondo e vorrebbe dominare il mondo intero. È inammissibile! È ingiusto!». 
Io rispondo che è proprio così e gli esprimo la mia comprensione. 
«È qualcosa che non si può considerare normale», gli dico. Lui si ringalluzzisce. 
Hitler: «Voi dovete avere uno sbocco sui mari caldi. L’Iran, l’India, ecco la vostra prospettiva». Io: «È un’idea interessante, ma in concreto come la vede?». Lo spingo a parlare per dargli la possibilità di esprimersi fino in fondo. Per me non è un discorso serio, ma lui dimostra con calore che bisogna liquidare l’Inghilterra e ci spinge verso l’India attraverso l’Iran. Aveva una visione banale della politica sovietica e dimostrava di avere un orizzonte piuttosto angusto, ma voleva trascinarci in un’avventura, e poi, quando ci fossimo impantanati laggiù, nel sud, la sua situazione sarebbe stata più facile e noi saremmo dipesi da lui, una volta che l’Inghilterra fosse stata in guerra contro di noi. Bisognava essere troppo ingenui per non capirlo. 


CHURCHILL - Nel 1918 Churchill disse che il Potere sovietico doveva essere stroncato. Ma nei nostri banchetti riservati con Roosevelt a Teheran e Yalta diceva: «Mi alzo al mattino e prego perché Stalin sia vivo e vegeto. Soltanto Stalin può salvare il mondo!». Era convinto che proprio Stalin svolgesse un ruolo eccezionale nella guerra. Le lagrime gli scorrevano sulle guance: non so se fosse un grande attore o parlasse sinceramente. 
STALIN - Stalin ragionava così: «La prima guerra mondiale ha strappato un Paese alla schiavitù capitalistica. La seconda guerra mondiale ha creato il sistema socialista, e la terza la farà finita per sempre con l’imperialismo». 
Lenin in alcune cose era più duro di Stalin. Leggete le sue lettere a Dzerzhinskij (il capo della prima polizia politica sovietica, N.d.T. ). Non di rado ricorreva alle misure più estreme, se era necessario. (...) Non avrebbe tollerato alcuna opposizione, se ne avesse avuto la possibilità. Ricordo che rimproverava Stalin di mollezza e liberalismo. «Che dittatura c’è mai dai noi? Da noi c’è un potere all’acqua di rose, non una dittatura!». 
Certo, Lenin era superiore a Stalin. Sono sempre stato di questa opinione. Superiore in senso teorico, superiore per le sue qualità umane. Ma come pratico Stalin non ha rivali. 
Stalin non lo ritengo un genio, ma un grande uomo sì. Al suo settantesimo compleanno l’ho definito grande. Alla genialità egli si avvicinava nella tattica. Nella teoria e nella strategia era più debole. Nel nostro partito ritengo geniale soltanto Lenin. 
Si deve dire che Stalin non era un ateo militante. Certo, prima di tutto era un rivoluzionario e continuava la linea di Lenin contro l’oscurantismo clericale. I nostri generali mi raccontavano che Stalin prima di una battaglia diceva di solito a mo’ di augurio: «Che Dio lo voglia!» oppure «Che Dio ci aiuti!». 


MAO TSE-TUNG - Stalin aspettò qualche giorno prima di ricevere Mao e mi disse: «Va’ tu da lui e guarda un po’ che tipo è». Mao abitava in una dacia di Stalin, quella vicina. 
Parlai con lui e dissi a Stalin che bisognava riceverlo. Era un uomo intelligente, un capopolo contadino, una specie di Pugaciov (celebre capo di una rivolta contadina russa del XVIII secolo, N.d.T ) cinese. 
Certo, dirlo un marxista era piuttosto arduo: Mao mi aveva confessato di non aver letto il Capitale di Marx.

(Traduzione di Clara Strada Janovic ) 


Corriere della Sera
9 dicembre 2001


I commissari del popolo il 16 novembre 1917 ordinarono di distruggere ogni prova sul finanziamento tedesco. Ora viene pubblicato il verbale segreto di quella riunione

BOLSCEVICHI Berlino pagò la rivoluzione di Lenin

di Vittorio Strada


Il modo più sicuro per falsificare il passato storico non è soltanto quello di censurare il lavoro degli storici, ma ancor più quello di distruggere i documenti che costituiscono la base della loro ricerca. La liquidazione dell’archivio di Stalin, ad esempio, come hanno scritto Zhores e Roj Medvedev in un interessante recentissimo libro ( Stalin sconosciuto ), venne fatta dai suoi successori per costituirsi un «alibi storico», smentibile da documenti che attestavano la loro diretta complicità coi suoi crimini, da essi, dopo la sua morte, denunziati. Diverso fu il caso dell’archivio di Lenin, che, ricordano sempre i Medvedev, fu gelosamente custodito in quanto Lenin era la base della legittimazione dei suoi successori e, in primo luogo, di Stalin, il quale vantava, non a torto, la sua «fedeltà» all’insegnamento del grande rivoluzionario. 
Di recente è stato pubblicato un importante documento che attesta come l’«epurazione» degli archivi sia cominciata dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi nell’ottobre 1917 allo scopo di eliminare prove compromettenti per lo stesso Lenin e i suoi compagni di partito. 
Si tratta di un documento datato 16 novembre 1917, su un foglio intestato del Commissario del popolo degli Affari esteri, con la dicitura «massima segretezza». Nel testo, indirizzato al Presidente del Consiglio dei Commissari del popolo, cioè a Lenin, si legge: «Secondo la risoluzione presa alla riunione dei commissari del popolo compagni Lenin, Trotskij, Podvojskij, Dybenko, Volodarskij, abbiamo eseguito quanto segue: 1) nell’archivio del ministero della Giustizia dall’incartamento sul "tradimento" dei compagni Lenin, Zinoviev, Kamenev, Kollontaj, ecc. abbiamo tolto l’ordine della banca imperiale germanica n. 7433 del 2 marzo 1917 con l’autorizzazione di un pagamento ai compagni Lenin, Zinoviev, Kamenev, Trotskij, Sumenson, Kozlovskij, ecc. per la propaganda di pace in Russia. 2) Sono stati controllati tutti i registri della Nya Banken di Stoccolma contenenti i conti dei compagni Lenin, Trotskij, Zinoviev, ecc., aperti dietro l’ordine della banca imperiale germanica n. 2754». Seguivano le firme dei due funzionari del Commissariato degli Affari esteri, Polivanov e Zalkind, che avevano eseguito la disposizione superiore di far scomparire dagli archivi del vecchio ministero di Giustizia russo i documenti sull’«oro di Berlino», cioè sul finanziamento che lo Stato maggiore tedesco aveva fatto ai rivoluzionari bolscevichi (non a loro soltanto, ma anche ad altre forze capaci di operare come una «quinta colonna» nelle retrovie dell’impero zarista, come i nazionalisti ucraini, ad esempio) allo scopo di disgregare il fronte nemico con la propaganda e l’attività pacifista e «disfattista». 
Se questo documento getta nuova luce su un episodio già noto e spiega la difficoltà di reperire documenti attestanti l’implicazione diretta di Lenin nei finanziamenti tedeschi, cosa che Lenin negò e che in realtà lasciò fare ai suoi dipendenti, senza volersi sporcare personalmente le mani, un recente libro uscito a San Pietroburgo a cura di Viktor Kuznetsov col titolo Il mistero del rivolgimento d’ottobre. Lenin e la congiura tedesco-bolscevica , raccoglie al proposito documenti per lo più già apparsi in Occidente, ma per la prima volta proposti al lettore russo. Il «peccato originale» del colpo di Stato leninista dell’ottobre 1917, cioè la complicità tra l’azione rivoluzionaria e l’imperialismo tedesco, allora in guerra con la Russia alleata alle democrazie occidentali, viene riproposto in tutta la sua gravità e complessità, al di là dell’episodio del ritorno in Russia di Lenin, con altri fuoriusciti rivoluzionari, dalla Svizzera, dopo la rivoluzione democratica di febbraio, sul famoso «vagone piombato», messo a disposizione dalle autorità tedesche. Su questo aspetto oscuro della rivoluzione comunista la letteratura storica è assai ampia; e intricato appare il sistema di finanziamento di Lenin e dei bolscevichi da parte dello Stato maggiore tedesco per il tramite di una figura singolare, tra l’avventuriero e il rivoluzionario, come Izrail Helphand, detto Parvus, creatore della teoria della «rivoluzione permanente». 
Un leninista «pentito» come lo storico Dmitrij Volkogonov, inviso ai marxisti-leninisti impenitenti, nel suo ultimo libro Sette capi , dedicato ai sette «padroni» comunisti del Cremlino, susseguitisi fino a Gorbaciov compreso, scrive e documenta che senza ombra di dubbio «il rivolgimento d’ottobre di Lenin si basò sull’aiuto finanziario della Germania» e che tale aiuto «continuò anche dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi». 
Senza sottovalutare il «peccato originale» che macchiò l’evento fondatore del comunismo mondiale, si può, tuttavia, essere d’accordo con lo storico russo Vladimir Buldakov, autore di un originale libro intitolato Il caos rosso che analizza la dinamica rivoluzionaria russa del 1917 come una forma di psicopatologia collettiva sfociata in un delirio di violenza, a dire che Lenin non era «in alcun modo una spia tedesca» o un «agente» del Kaiser: Lenin «naturalmente, sapeva di lavorare in un certo senso per i nemici militari della Russia. Ma l’aspetto morale della questione non lo turbava. Se l’imperialismo mondiale era condannato a distruggersi rivoluzionariamente, i sussidi da parte della Germania erano soltanto una conferma significativa della validità della prognosi marxista. Dall’alto di questa premessa ogni schifiltosità sembrava a Lenin una scempiaggine». Né, d’altra parte, si può sostenere che ciò che accadde in Russia nel 1917 sia stato semplicemente il frutto di una «congiura», anche se è indubbio che il torbido intreccio di interessi germanico-bolscevico permise, nel contesto di altre circostanze, lo scatenamento di una catastrofe radicata in uno strato profondo della realtà storica. 
Gli intellettuali occidentali a Zurigo, dove Lenin aveva risieduto, da Werfel a Zweig, da Romain Rolland a James Joyce (che, saputo della cosa, definì il ritorno di Lenin «una sorta di cavallo di Troia») potevano disapprovare l’accordo del rivoluzionario russo con un imperialismo, quello tedesco, al fine di distruggere un altro imperialismo, quello zarista come avvio, secondo un progetto strategico azzardato, di un crollo dell’intero mondo capitalistico. E i generali tedeschi Hoffmann e Ludendorff potevano dirsi soddisfatti dell’esito dei finanziamenti a Lenin e compagni. Ma più ragione aveva un acuto uomo politico russo, Nikolaj Ustrjalov, che da controrivoluzionario passò poi a teorizzare un’ideologia nazional- bolscevica in quanto nel comunismo vincitore riconobbe una forza statale capace di riunificare l’impero russo, a scrivere che Lenin era «al di là del bene e del male», vera incarnazione di un’energia rivoluzionaria elementare che in lui si faceva volontà ferrea e si ammantava di rigida razionalità, capace di qualsiasi azione, oltre ogni scrupolo morale, in obbedienza al fine assoluto del potere del partito comunista. 
Il che spiega non soltanto la collaborazione con lo Stato maggiore tedesco, ma anche il susseguente e permanente terrorismo «rosso» di Stato, che in Stalin toccò il suo apogeo. Quanto all’«oro di Berlino», il generale Ludendorff fece in tempo a vedere, in una Germania diventata ormai per contraccolpo nazista, come esso si fosse trasformato in «oro di Mosca», profuso nel mondo a sostegno finanziario dell’idea rivoluzionaria teorizzata con rigore da Marx e da Lenin messa in pratica arditamente, sconvolgendo non la Russia soltanto, ma l’intero assetto internazionale.

Corriere della Sera
29 ottobre 2001


ARCHIVI  Sulla rivista «Storica» le schede che documentano i metodi di selezione delle vittime negli anni Trenta

Mosca, quel che resta dell’impero del male

L’ enciclopedia del terrore: così furono liquidati i nemici della rivoluzione


Ancora l’Impero del male: o quel che ne resta dopo il crollo dell’Urss e l’apertura degli archivi di Mosca. Nuovi documenti, per lo più editi dalle famiglie delle vittime e recuperati attraverso l’associazione «Memorial», compongono un mosaico senza precedenti: potremmo chiamarlo l’enciclopedia del terrore. Oggi sono due storici, Oleg Chlevnjuk e Terry Martin, a condurci per mano attraverso le grandi purghe che liquidarono durante gli anni Trenta cittadini innocenti a centinaia di migliaia, e che culminarono nel 1937, per ordine del commissario Ezov, in un parossismo di violenza omicida. È la rivista dell’editrice Donzelli, Storica , a offrire questo nuovo materiale al pubblico, nel numero di ottobre, accompagnandolo con un’introduzione dello slavista Andrea Graziosi. Documenti classificati come «segretissimi», e consegnati agli archivi nel consueto stile burocratico-terroristico conosciuto in seguito come «lingua di legno», ci restituiscono quella sensazione surreale, di spaesamento e sospensione, che deve essersi impossessata allora degli accusati di fronte all’incomprensibilità e illogicità delle persecuzioni. Ed è proprio qui, nella classificazione delle categorie da reprimere o da sopprimere, da esiliare o da fucilare, che i nuovi documenti risultano più interessanti. Apprendiamo infatti che le purghe si articolavano su un duplice piano: secondo la pericolosità della categoria sociale di appartenenza e secondo le eventuali colpe individuali. Come dire, tutti erano considerati colpevoli in partenza per il fatto di essere nati nell’ambiente sbagliato; alcuni poi, a causa di una «pervicace ostinazione», risultavano più riprovevoli degli altri. 
Ma ecco l’enciclopedia del terrore: nel primo girone infernale si trovavano i kulak, contadini benestanti già al confino o fuggiti dai campi di concentramento; gli ex membri di partiti che si erano scontrati con i bolscevichi (come i socialisti rivoluzionari e i menscevichi); le ex Guardie bianche; i funzionari zaristi sopravvissuti; le «spie» e i «terroristi» contro i quali erano state montate accuse negli anni precedenti; i detenuti politici reclusi nei lager. In un secondo girone infernale, non meno vasto, trovavano posto le cosiddette «categorie nazionali contro-rivoluzionarie»: polacchi, tedeschi, romeni, lettoni, estoni, finlandesi, greci, afghani, iraniani, cinesi, bulgari e macedoni. Naturalmente la definizione di «controrivoluzionario» alludeva non tanto a una scelta politica individuale, quanto alla possibilità di un collegamento con la terra d’origine al di fuori dei confini dell’Urss, considerata automaticamente come attività antisovietica e collusione con il nemico. Il terzo girone era popolato dalle famiglie dei «nemici del popolo», come ad esempio le mogli dei «traditori», passibili di arresto e reclusione nei lager dai cinque agli otto anni, e i loro figli al di sopra dei quindici anni. Il quarto, infine, era formato paradossalmente dagli stessi militanti e dall’élite bolscevica, destinati a subire periodiche epurazioni. 
Questo almeno il metodo di classificazione tracciato da Chlevnjuk, mentre Martin ne delinea un altro, ancora più surreale e allucinante: esso giungeva al punto di sospettare chi teneva corrispondenza con l’estero, chi frequentava consoli stranieri; o chi era tornato in Russia solo dopo la rivoluzione. Per essere schedati e considerati sospetti, al culmine della frenesia accusatoria, bastava essere «conoscitori dell’esperanto» o «collezionisti di francobolli». Il materiale usato per le accuse consisteva essenzialmente in «confessioni» (spesso ottenute per mezzo di interrogatori a catena che potevano durare per giorni fino all’esaurimento fisico dell’imputato); in deposizioni incrociate, per cui le vittime si accusavano a vicenda nell’illusione di acquistarsi qualche benemerenza; in manovre combinate con l’aiuto di spie e dei cosiddetti «pagliacci» (ossia provocatori che avevano il compito di terrorizzare gli imputati, spingendoli ad ammettere il falso con la speranza di pene più miti); infine si ricorreva a vere e proprie torture in puro stile staliniano. 
Stalin, appunto: il «gemello totalitario» di Hitler si staglia come un demone imperscrutabile sullo sfondo, come il mandante dei peggiori delitti ma certo non come l’unico responsabile. Gli storici sono concordi nel ritenere che il grande terrore, cioè l’eliminazione di massa delle categorie «controrivoluzionarie», non fu un’invenzione sua: il dittatore si limitò a portarla alle estreme conseguenze, sino a farle assumere una dimensione apocalittica. Ma qual era il suo concreto obiettivo? Non quello di spezzare ogni resistenza, ricorrendo a una violenza arbitraria e brutale - sostiene Graziosi -, quanto piuttosto la «liquidazione profilattica» di categorie ben individuate. E lo scopo finale? Forse, come mostrano di credere i ricercatori, quello di liquidare preventivamente le classi sociali meno fidate in vista della imminente guerra «patriottica» contro Hitler. Ma anche, e più verosimilmente, quello di preparare il terreno alla nascita dell’uomo nuovo, l’ homo bolscevicus , libero dai condizionamenti del passato. E ancora quella terribile parola, genocidio, si riaffaccia a indicare le origini del Male. 

Dario Fertilio 

Corriere della Sera
23 ottobre 2001


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