SPINELLI: la memoria deragliata

COMUNISMO-NAZIFASCISMO, DUE PESI DUE MISURE NELLA COSCIENZA MODERNA DELL’OCCIDENTE: IL NUOVO LIBRO DELL’EDITORIALISTA DELLA «STAMPA»


Paolo Mieli


QUALCHE giorno fa lo scrittore francese di origini bulgare Tzvetan Todorov di cui Garzanti sta per dare alle stampe un importante libro di riflessioni sul Novecento, Memoria del male, tentazione del bene , è tornato sul parallelo tra comunismo e nazismo. Lo ha fatto per denunciare i danni arrecati alla storiografia (e non solo a quella) dal tabù che per oltre cinquant’anni ha pressoché paralizzato - con delle eccezioni, ovviamente - gli studi sui rapporti di parentela tra nazismo e comunismo. Da qualche tempo, anche, in parte, per merito di studiosi come Marco Revelli e di libri come il suo Oltre il Novecento (Einaudi), questo tabù sembra essersi infranto. Si può parlare di ciò che rese simili quei due pur diversi fenomeni totalitari senza essere indicati alla scienza medica come ammalati di «nevrosi comparativa». O, almeno, così sembra. La prova definitiva del fatto che si sia o meno rotto il tabù di cui Todorov ci ha ricordato l’esistenza, la avremo dal modo in cui sarà accolto lo straordinario libro scritto da Barbara Spinelli, Il sonno della memoria - L’Europa dei totalitarismi (Mondadori). L’autrice non ha bisogno di essere presentata ai lettori della Stampa che troveranno in questo importante saggio una sistemazione dei suoi articoli domenicali, in particolare quelli dell’ultimo decennio. L’Europa, i paesi che furono comunisti, l’Austria di Haider, le stragi del Ruanda, quelle della ex Jugoslavia e della Cecenia («un popolo trasformato in capro espiatorio dello sfacelo russo»), Israele, i mea culpa di Giovanni Paolo II, e tutto ciò di cui si è approfonditamente occupata settimana dopo settimana, le impongono adesso, al momento della sintesi, di tornare su quel nesso tra i totalitarismi. Anche e soprattutto per spiegare il perché di molte cose che sono accadute dopo l’89 e la fine definitiva della guerra fredda. «Questo libro», scrive, «tenta di descrivere una malattia della mente che impedisce all’Europa e alla sua cultura di apprendere lezioni dal passato: Mnemosyne è il filo conduttore, e alla madre delle Muse è dedicata questa investigazione, necessariamente approssimativa perché ha come oggetto il tempo d’oggi, che è labile». 
Diciamo subito che colpisce positivamente il fatto che la Spinelli per definire comunismo e comunisti usi sempre il termine «comunismo» e l’aggettivo «comunista». Si dirà: cosa c’è di strano? E’ normale che una cosa venga chiamata con il suo nome. Nient’affatto. Se prestiamo attenzione alla pubblicistica corrente, potremo notare che ancora oggi, a dodici anni dalla caduta del Muro, quando si parla delle nefandezze del comunismo si ricorre spessissimo al termine «stalinismo» e all’aggettivo «stalinista». Anche per episodi capitati dieci, venti, trent’anni dopo il 1953, l’anno in cui Stalin morì. Curioso, no? Le efferatezze commesse per decenni nel nome del comunismo in ogni parte del mondo vengono messe tutte sul conto di Iosif Vissarionovic Dzugasvili. O al massimo, qualche piccola cosa, di quell’altro diavolo che risponde al nome di Pol Pot. Quasi a voler alleviare il fardello di responsabilità di tutti gli altri che - prima, durante e dopo, molto tempo dopo la stagione in cui fu al potere il despota georgiano - nel nome del comunismo diedero il loro contributo, anche solo fingendo di non vedere, a che quei lutti si producessero. 
Obbiettivo polemico di questo libro è dunque la «memoria selettiva». Memoria «guardinga quando il totalitarismo rammentato è il nazifascismo; sfuggente e trascurata quando è il comunismo». Perché? Il fatto è che «la prima dittatura fu vinta in una guerra che le democrazie liberali vollero mondiale oltre che totale, e fu seguita - in Germania Federale - da un lento ma sicuro travaglio di espiazione: furono le potenze occidentali a imporlo, ma i tedeschi dell’Ovest lo interiorizzarono grazie alla tenacia di intellettuali come Heinrich Böll e di socialdemocratici come Kurt Schumacher e Willy Brandt». Invece «la dittatura comunista non fu abbattuta da un intervento armato: per decenni era stata tenuta sotto sorveglianza da una guerra fredda combinata con la benevola negligenza offerta dalla distensione, e il fallimento del sistema non diede luogo ad analoghi travagli di espiazione, di resa dei conti giudiziaria, di graduale conoscenza e orrore di sé». 
Ci vollero anni e anni prima che a Magadan, nella Siberia orientale, fosse eretto il primo monumento ai morti nei Gulag. Né i resistenti dell’Est hanno mai ricevuto le corone e gli onori che nel secondo dopoguerra erano stati riservati ai partigiani antifascisti e alle vittime inermi del nazismo. Le rivolte violente nei Gulag di Novocerkassk o Kengir, di Sachalin o Vorkuta, di cui ci ha parlato Solzenicyn, «non sono viste nella loro analogia con le rivolte del ghetto di Varsavia o dei lager hitleriani: non sono illuminate e quindi non danno luce». 
Ancora oggi, scrive la Spinelli, l’Occidente «stenta a comprendere in tutta la sua estensione il disastro umano, sociale, ecologico, che la macchina comunista ha lasciato in eredità». Lo storico polacco Bonislaw Geremek, un anno fa, in una conferenza a Varsavia denunciò il fatto che, a differenza di ciò che è accaduto per la - vituperatissima - conferenza di Monaco che lasciò a Hitler lo spazio per scatenare la seconda guerra mondiale, «il tradimento di Yalta - quando Roosevelt e Churchill consegnarono a Stalin metà del continente - non ha lasciato tracce di rammarico nelle coscienze d’Europa». In questo modo al tribunale della memoria il comunismo può usufruire di non impercettibili favori, anzi di un grande privilegio: «il privilegio dell’indulgenza, se non dell’oblio». 
Ciò che si è prodotto in quei regimi è trattato alla stregua di vicende dei tempi degli Orazi e Curiazi. Cosa che «è troppo unilaterale per non apparire capziosa: a nessuno verrebbe in mente di cacciare nazismo e antinazismo nella notte dei tempi, e l’asimmetria non solo stona ma è uno sleale stratagemma». La memoria «che resta all’erta sul fascismo e si addormenta sul comunismo ha finito con l’intorbidare ogni esercizio mnemonico e autocritico, relativizzando il fascismo stesso e i neonazisti dell’Est che sono il frutto avvelenato dell’homo sovieticus: delle sue impunità come del suo nichilismo etico». 
Sono parole importanti quelle della figlia di Altiero Spinelli anche perché pronunciate da un’intellettuale che, vale la pena di ricordarlo, per ragioni personali oltreché familiari non ha nessun motivo di indulgenza nei confronti dell’altro totalitarismo del Novecento, quello nazifascista. Anzi. Eppure, anche rendendosi conto che «la camera a gas che stermina milioni di uomini perché nati ebrei e programma l’espianto di un popolo è un crimine che mal sopporta equivalenze ridondanti», è lei stessa a mettere in guardia da una affermazione troppo estesa dell’unicità del genocidio perpetrato dai carnefici di Hitler. «La volontà paragonatrice», scrive, «non è sinonimo di banalizzazione: se non è male adoperata, è la decisione di passare dal proprio personale strazio a quello dell'altro, e di non reclamare per sé lo statuto esclusivo di sofferente e di perseguitato». E, se è vero che la Shoah è stata «la più terribile di tutte le catastrofi», è anche vero che bisogna fare molta attenzione nel maneggiare questo triste primato: la scelta di superlativizzare un evento come quello rischia con il tempo di apparire «quasi illogica oltre che insincera»; «e col volgere degli anni non sarà più creduta». Qualche pagina più in là, la Spinelli lamenta la circostanza che non sia «possibile commemorare i tre milioni e più di polacchi non ebrei uccisi nei campi accanto ai connazionali ebrei»: il deragliamento della memoria è diffuso, quando essa si sofferma sul genocidio nazista». Per lei, dunque, è venuto il momento di, anzi è «urgente» scrivere a tutte lettere che la carestia del ‘32-33 in Ucraina fu «sterminio consapevole» e che la Kolyma «altro non era che un Lager». Sì, proprio come quelli dei nazisti. 
Abbiamo detto all’inizio che questo libro offre un quadro di riferimento per coloro che, come noi, hanno letto e hanno intenzione di continuare a leggere tutti gli articoli che Barbara Spinelli va scrivendo in questi anni sulla «Stampa». Nel senso che scorrendo questo saggio si può capir meglio perché, ad esempio, lei abbia difeso il ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer quando alla vigilia della battaglia finale contro Milosevic propose di sostituire all’ambiguo imperativo «mai più guerra!» quello ben più intenso «mai più Auschwitz!»: «per impedire o combattere Auschwitz», sostenne Fischer, «dobbiamo sapere che le guerre sono a volte obbligate». Quello che dobbiamo evitare, dunque, non sono i conflitti armati (che pure, va da sé, devono essere scongiurati, nella misura del possibile) bensì ci si deve impegnare con ogni mezzo contro il riaffacciarsi del mostro totalitario che porta con sé il crimine contro l’umanità. Mostro che non è ancora debellato anche per l’impossibilità, a causa dei problemi di cui s’è detto poc’anzi, di fare un conto definitivo con la vera storia del Novecento. 
Allo stesso modo, date queste premesse, si può comprendere perché la Spinelli sia poco indulgente nei confronti del segretario dell’Onu Kofi Annan che era responsabile della missione di pace in Ruanda, in quell’aprile del 1994 quando gli hutu sterminarono i tutsi e lui decise di ritirare il contingente delle Nazioni Unite; e che nel ‘99 ritirò i caschi blu da Timor Est lasciando i cittadini inermi di fronte alle milizie indonesiane, le quali, com’era ampiamente prevedibile, li massacrarono. Con l’aggravante che quel ritiro fu ordinato da Kofi Annan mentre presentava un mea culpa per non aver impedito l’eccidio di Srebrenica del ‘95: Kofi Annan, scrive la Spinelli, «giunge sempre tardi, ipocritamente e neghittosamente, perfino con i suoi mea culpa». E, trasferendoci dai grandi ai piccoli misfatti, l’autrice ricorda con disappunto che François Mitterrand il 21 maggio del 1981, nel giorno del suo insediamento sul trono che era stato di De Gaulle, invitò ad assistere alla cerimonia intellettuali e politici di tutto il mondo - da Gabriel García Márquez a Willy Brandt, da Julio Cortazar a William Styron a Elie Wiesel - ma non aprì i cancelli dell’Eliseo ai dissidenti dell’Est: «Non avrebbe rischiato molto a invitare Havel o Walesa, Bukovskij o Kolakowski; e anche se alcuni fossero stati impediti a venire sarebbe stato importante il gesto che significativamente mancò». 
Da questo esame complessivo della fine del Novecento non poteva essere assente l’Italia degli ultimi anni. Leggendo le pagine della Spinelli, si capisce che la si potrebbe definire tuttora un’«intellettuale di sinistra». Ma senza nessuno dei paraocchi che furono il carattere preminente di tale figura. 
Certo, è critica nei confronti di Silvio Berlusconi e del suo «anticomunismo più elettoralistico che meditato», distante anni luce dal centrodestra, ma non è in nessun modo condiscendente con l’altra parte, quella che, presumibilmente, è la sua. Ampia è la rivalutazione che la Spinelli fa della figura «occidentale» di Bettino Craxi, visto come un precursore della parte più moderna del socialismo europeo. Anche se l’autrice non si esime dall’ammettere che il «sogno» di Craxi fu «edificato su una nozione particolarmente disinibita della democrazia liberale». I diessini sono da lei accusati di essersi indebitamente appropriati del patrimonio politico craxiano: con la conseguenza che «il trafugamento dell’eredità politica di Craxi graverà ancora per anni sulla formazione ex comunista». Tanto più che questo furto, grazie al quale hanno conosciuto un decennio di onori, non è attribuibile alla loro destrezza, ma è un regalo dei magistrati milanesi. «L’azione dei giudici di Milano», scrive Barbara Spinelli pur riconoscendo come tutti che l’ex Pci era un po’ più pulito degli altri partiti, «sembrava del tutto disinteressata alla doppia corruzione che aveva regnato nel comunismo italiano: corruzione che per un verso apparentava il Pci ai partiti processati... e per un altro verso era il risultato di una lunga dipendenza finanziaria dall’Urss durata, per ammissione dello stesso Armando Cossutta, fino al 1987». Appena due anni prima della caduta del Muro. I magistrati di Milano, pur non essendo né Di Pietro né Borrelli filocomunisti, per un qualche calcolo graziarono gli uomini dell’ex Pci, sicché «il privilegio che veniva loro concesso consentì ai nipoti di Togliatti una drastica riduzione delle fatiche autocritiche e si trasformò in un salvacondotto precoce, non fino in fondo meritato e soprattutto non legittimato». Quel dono dei magistrati conteneva, però, un virus forse letale che trasmise al sangue dei beneficiati. «La discolpa divenne un regalo avvelenato col passare del tempo: in effetti equivaleva a un lasciapassare democratico che i postcomunisti non si erano dovuti guadagnare con le proprie mani, pagando i prezzi richiesti, facendo un’autentica critica del passato, entrando in una normale competizione con gli avversari in vista dell’alternanza per decenni bloccata e infine possibile». 
Ai postcomunisti fu dunque concesso un lungo periodo di «spavalderia» durante il quale si sono sentiti (e sono ampiamente stati) esentati dal dover procedere, dopo la svolta iniziale di Occhetto, ad alcun riesame. A un riesame per esempio «di quel che l’internazionalismo pacifista in effetti era stato: non una scelta cosmopolita, una lotta transnazionale per i diritti dell’uomo, ma il consenso spesso entusiasta alle aggressioni belliche di Mosca e ai delitti del comunismo in Europa e nel mondo, in Ungheria come nella Cambogia di Pol Pot, che il comunismo italiano aveva festeggiato con fervore fino a quando il genocidio divenne evidente anche per i ciechi». Sicché oggi «negli album personali e di partito si mescolano alla rinfusa Vietnam e Che Guevara, Jan Palach e i carri sovietici a Praga, Stalin, Pol Pot e le manifestazioni pacifiste contro i missili Nato; Craxi vilipeso e il socialismo liberale, Tangentopoli come distruzione della Prima Repubblica e il tentativo di Violante di ripensare - sette anni dopo - gli errori della stagione giustizialista: tutte queste ramificazioni formano una sorta di ginepraio inestricabile, che costituisce l’identità della sinistra ex comunista». Nel loro mondo «le più svariate identità sono a disposizione come in un menu; scegli questa o quella a seconda della platea, delle convenienze ma anche dei sognanti stati d’animo». Ma i nodi sono venuti al pettine. E oggi che il capitale di delegittimazione dei loro avversari messo a disposizione dal pool di Mani pulite si è definitivamente consumato, per loro è venuto il momento di ricominciare daccapo. 
Da dove? La Spinelli è tanto affascinata dalla personalità politica di Romano Prodi quanto è sprezzante nei confronti di Massimo D’Alema, il quale, a suo avviso, «non possedeva la vocazione a decidere con autorità, e a perdurare poi nella decisione quando su di essa si radunavano nubi». Per i postcomunisti, alla vigilia del congresso che presumibilmente incoronerà Piero Fassino, le previsioni sono fosche: «i diesse che ora vivono i sogni altrui sono destinati a una mutazione difficile, accompagnata da una vendetta: se non si scioglieranno in una formazione più ampia, se non compiranno una rivoluzione inconfutabile - nominando ai vertici del partito dirigenti senza un passato comunista - imboccheranno, come il Psi, la strada di un raggruppamento sempre più piccolo, e sempre più solo». «La politica della memoria», è la sua annotazione conclusiva, «è la strada stretta che sola permette alle sinistre e alle nazioni d’Europa di agire nel mondo con coerenza, di unificarsi oltre i vecchi muri, di ricominciare a incidere nelle scelte internazionali facendo tesoro delle lezioni, buone e cattive, apprese dalle esperienze di ieri». Parole da condividere senza eccezione alcuna. 

La Stampa 
Giovedì 13 Settembre 2001


Riflessioni

Leggo la bella intervista di Giancarlo Bosetti a Norberto Bobbio pubblicata da Repubblica e vi ritrovo il lucido realismo e il rigore etico del mio antico maestro di liberalismo degli anni Cinquanta all’università di Torino. Si chiede Bosetti: «Quindi quell’alleanza (tra democrazia e comunismo che sconfisse il nazismo, n.d.r. ) non aveva radici in una maggiore affinità, o almeno in una minore distanza, tra democrazia e comunismo?». Risponde Bobbio: «Questa è una delle idee che i comunisti hanno coltivato per autogiustificarsi, è stato un tentativo di autolegittimazione del comunismo». «Noi che abbiamo combattuto il nazismo alleati dei comunisti (e per fortuna c’è stata questa alleanza, che ha determinato la vittoria della democrazia) - egli prosegue - abbiamo sempre cercato di legittimare e giustificare in qualche modo i comunisti (...) Dopo la sua sconfitta definitiva siamo stati costretti a rivedere le idee che ci eravamo fatti sul comunismo». E ancora: «Non c’è dubbio che c’è stata una parentela tra nazismo e comunismo (...) Comunisti e nazisti credevano che la loro utopia indicasse la via del progresso invece erano ugualmente reazionari». Sono affermazioni forti. Andrea Marcenaro, in una lettera al Foglio , così commenta ironicamente il titolo che gli ha dato il quotidiano diretto da Ezio Mauro: « Repubblica , un giornale che non ama forzare i toni, ha scelto con coraggio un titolo spregiudicato: BOBBIO, tutto in grosso». E’, quindi, dalle affermazioni di Bobbio e dal commento di Marcenaro che vorrei partire per sviluppare alcune riflessioni. 
Sulle prime non ho nulla da eccepire, se non aggiungervi due constatazioni di fatto. La prima: che anche dopo la sconfitta del nazismo e la fine della "necessitata" alleanza di guerra tra democrazia e comunismo, i comunisti italiani e i loro compagni di viaggio hanno continuato a contrapporre alla democrazia liberale l’utopia comunista. Allora, chiunque sostenesse che reazionari erano coloro i quali difendevano i regimi del "socialismo reale" veniva puntualmente accusato di esserlo lui che ne denunciava gli orrori. Adesso che lo dice anche Bobbio come la mettiamo? 
Seconda constatazione: che i comunisti italiani hanno atteso la caduta del Muro di Berlino (1989) e persino la dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991) per smetterla di dirsi comunisti e rivedere le proprie posizioni sul comunismo. Ricordo come, a metà degli anni Settanta, un intellettuale sovietico perseguitato dal regime aveva commentato la difesa che alcuni comunisti italiani avevano fatto dell’Urss durante un’accesa discussione a casa mia a Mosca: «Non dubito della vostra buonafede. Vi chiedo soltanto di non continuare a far pagare a noi il vostro ritardo nel capire». Perché Occhetto, D’Alema, Veltroni e quant’altri del Pci e i loro compagni di strada, che allora definivano puramente e semplicemente "propaganda anticomunista" il racconto di quello che succedeva nei Paesi del "socialismo reale", non ci spiegano una volta per tutte le ragioni di quel ritardo? 
Vengo, così, al commento di Marcenaro, alla cui ironia, peraltro, non mi associo (non fosse che per fair play nei confronti di un giornale concorrente del mio). E mi chiedo. Se chi, come Bobbio, ha la condivisibile giustificazione generazionale per la propria indulgenza nei confronti del comunismo, che giustificazione ha chi, più giovane e magari appartenente alla ricca borghesia, del comunismo è stato corifeo, se non lo stupido, incolto, vile conformismo di apparire snobisticamente "alla moda"? Se i postcomunisti hanno una qualche ragione, personale e partitica, ad affrontare il problema del proprio "ritardo nel capire", che ragione hanno i loro compagni di strada a continuare a tacere sulle proprie complicità? 
L’unica spiegazione che riesco a trovare è che essi non sono mai vissuti nei Paesi del "socialismo reale". Ma è sufficiente? A me pare di no. 

Piero Ostellino

Corriere della Sera
Sabato 27 Gennaio 2001


Bobbio:le illusioni del comunismo e la mia battaglia per i Lumi

di GIANCARLO BOSETTI 

Caro Bobbio, in qualche enciclopedia ho letto: Norberto Bobbio, "esponente del pensiero neoilluminista". Per competenza formalmente riconosciuta devo darle la parola nella discussione aperta sulla Repubblica da un articolo di Eugenio Scalfari che solleva vari quesiti, ma soprattutto questo: Isaiah Berlin ha intitolato una sua raccolta di saggi su autori antiilluministi Controcorrente, ma oggi che cosa è più "controcorrente", stare con gli illuministi o con i loro avversari? "A giudicare dalle filosofie dominanti oggi, e soprattutto dai due grandi punti di riferimento dei filosofi contemporanei, che sono Nietzsche e Heidegger, dovrei dire che ha ragione Scalfari, che è controcorrente l'Illuminismo". Ma cominciamo da Berlin: Scalfari sospetta che il suo cuore stia dall'altra parte. Anche lei ha avuto dei sospetti del genere, in un articolo del 1980 per la Rivista storica italiana, dedicato allo stesso libro, che era appena uscito in Inghilterra. "Non c'è dubbio che leggendo i libri di Berlin e soprattutto gli autori a cui va la sua simpatia, sembrerebbe di sì che lui stia dalla parte dei filosofi antiilluministi, sia i pre-illuministi, come Vico, Herder e un assoluto reazionario come Hamann, sia i post-illuministi come un altro dei suoi preferiti, Sorel". Vico è fondamentale nella storia del pensiero secondo Berlin. "Certamente, ed è un tipico rappresentante dell'antiilluminismo; non per nulla Giambattista Vico è stato una quasi-scoperta di Benedetto Croce che ha svolto una delle sue grandi battaglie filosofiche contro l'Illuminismo considerandolo una manifestazione di quello che si usava chiamare "razionalismo astratto", l'espressione di una ragione che non sa riconoscere la pluralità delle situazioni storiche. Per lui la ragione illuministica era una ragione eminentemente antistorica". Ma la partita non si chiude qui, con questa contrapposizione crociana. "L'Illuminismo può essere considerato da due lati diversi, secondo che cosa gli si contrappone. Se gli si contrappone lo storicismo, che fa valere la ricchezza e la complessità del discorso degli storici, può sembrare una filosofia del passato, però se lo si considera nel suo significato autentico di philosophie des Lumières, di Aufklärung nel senso kantiano, e in questo caso gli si contrappone non lo storicismo ma l'oscurantismo, le filosofie tradizionali di ispirazione religiosa, il dogmatismo, in generale la cultura dei secoli che gli Illuministi chiamavano il "regno delle tenebre", allora non è altro che la filosofia del progresso contrapposta alla filosofia reazionaria". Questa versione suscita indubbiamente più simpatie. "La scelta della contrapposizione dipende dalla maggiore o minore avversione che si ha per l'Illuminismo. Certamente quelli come me che, dopo la guerra, si sono considerati "neoilluministi", facevano riferimento al fil de la lumière, a un ideale di rischiaramento, in una situazione che vedeva prevalere da un lato la filosofia romantica, idealistica, di Croce e Gentile, e dall'altro filosofie di ispirazione religiosa come il neotomismo dell'Università cattolica del Sacro Cuore. Le consideravamo entrambe filosofie regressive anche perché avevano in qualche modo accompagnato il fascismo, o lo avevano giustificato e sostenuto (basta pensare a Gentile). Contro queste noi sostenevamo una filosofia della ragione autonoma, che giudica la storia, non si dà il compito di giustificarla secondo il principio hegeliano che tutto ciò che è razionale è reale e tutto ciò che è reale è razionale". Sono cose che si imparavano nei licei degli anni Sessanta e Settanta, ma adesso si vanno forse un po' allontanando. "Noi vedevamo la storia dal punto di vista di una idea di progresso fondato sul principio della libertà, intesa come liberazione progressiva e non mai del tutto esaurita, da tutti i pregiudizi, dai miti, dalle filosofie metafisiche, che in sostanza erano fideistiche. Noi neoilluministi rivendicavamo le ragioni della ragione. E nel contrasto tra ragione e fede, tenevamo per la ragione. Pensate un po'". E su Vico c'erano molte polemiche. "Perché era l'autore di Croce, il rappresentante di una filosofia fortemente antiilluministica, in quanto storicistica. Nicola Abbagnano, con la pretesa di essere originale, sosteva che Vico fosse in realtà un illuminista, il primo illuminista italiano. Ma per la maggior parte di noi, che pure eravamo suoi amici, questa interpretazione era inaccettabile. In sostanza il concetto di Illuminismo, come tutti gli "ismi" si presta alle più diverse interpretazioni: se lo guardi con simpatia è filosofia dei Lumi contro le tenebre, se lo guardi con antipatia è intellettualismo contro storicismo". Insomma il concetto è un po' vago. "Ed era piuttosto vago anche in Gobetti. Pensando a questa discussione, in questi giorni ho riletto un suo articolo che si intitola Illuminismo. Era l'editoriale di presentazione della sua terza rivista, nata nel dicembre del '24, che si chiamava il Baretti, dal nome dello scrittore del 700 elevato a rappresentare l'Illuminismo italiano. Eppure Gobetti, che era crociano, veniva da una educazione di tipo storicistico. Si capisce che il concetto, nella sua mente affollata di idee che urgono e spingono dalle parti più diverse, viene preso per il suo significato positivo anche se generico: è una bandiera di battaglia contro il fascismo, contro Gentile e il suo idealismo, contro le conversioni alla Papini, contro il neoclassicismo della Ronda, contro il futurismo e le "cento religioni", contro il provincialismo e il nazionalismo". Ma se sia Croce che Berlin, entrambi liberali, hanno questa grande simpatia per Vico e per autori storicisti e atiilluministi, viene da chiedersi: tra liberalismo e Illuminismo ci sono dei conti in sospeso? "L'antiilluminismo negli scritti di Berlin mi ha fatto sorgere la domanda se il suo sia veramente un pensiero liberale. Lui è indubbiamente considerato un grande pensatore liberale, ma gli autori, tutti quelli che propone, rivaluta, mette in onore, appartengono alla tradizione opposta, tranne uno: John Stuart Mill. Ora, nella tradizione liberale sono fondamentali, oltre a Kant, John Locke e Benjamin Constant. Quest'ultimo è l'autore de La libertà degli antichi contrapposta alla libertà dei moderni (un libro che fissa per sempre che cosa si dovrebbe intendere per liberalismo, non la libertà degli antichi ma quella dei moderni, che è libertà da, freedom from, libertà dallo Stato, emancipazione degli individui dalla soggezione alla collettività, mentre la libertà degli antichi è quella che si identifica con l'autonomia, cioè con l'obbedienza alla legge che ciascuno dà a se stesso (Rousseau). La libertà liberale dei moderni è uno scioglimento che si vorrebbe definitivo da ogni forma di organicismo. Ora se si prende questa libertà alla Constant e la si va a cercare negli autori di Berlin non la si trova proprio, nonostante lo stesso Berlin sia, come si sa, l'autore dei Quattro saggi sul concetto di libertà ed abbia legato il suo nome proprio alla distinzione tra "libertà negativa" e "libertà positiva"". Ma in Berlin c'è la libertà di Kant che è anche emancipazione dell'individuo. E il romantico Hamann lui lo studia a fondo ma lo descrive come un fanatico, come l'iniziatore della velenosa e violenta tradizione del nazionalismo. "Sì, ma anche la intervista che diede a Reset nel 1994 non è del tutto convincente. Tornava a insistere sui meriti di Vico e di Herder e sul pluralismo, confermando che il grande obbiettivo di Berlin era l'attacco al monismo, in tutti i suoi aspetti, quello ontologico (la realtà è regolata da un unico principio), quello metodologico (la realtà tutta, umana e naturale, è conoscibile attraverso una unica ragione, quella della scienza), quello teleologico (tutto converge armonicamente verso una unica meta) e quello etico (c'è un valore ultimo, un unico bene uguale per tutti). Il monismo è sempre il grande bersaglio di Berlin, l'eterno nemico da battere, per fare trionfare il pluralismo. Rimane il fatto che gli autori che Berlin coltiva sono i nemici dell'Illuminismo. Questa contraddizione rimane. Una volta ho fatto l'ipotesi che essi rappresentassero per lui i campioni della "libertà positiva", ma non sono mai riuscito a darne una convincente spiegazione". La libertà positiva (la libertà "di", la capacità di diventare padroni di se stessi, di fare, di eliminare gli ostacoli), alla quale Berlin preferiva quella negativa (la libertà "da"), più genuinamente liberale, mentre la prima è imparentata con il socialismo e il comunismo, ci porta qui a misurare i rapporti tra Illuminismo e marxismo. Per Berlin il marxismo rappresentava la "esagerazione" dalla parte opposta a quella del nazionalismo, il comunismo era un eccesso di universalismo e di razionalismo, altrettanto pericoloso. "Ma anche in questo Berlin non mi convince, perché rispetto alla libertà della democrazia liberale e borghese, nazismo e comunismo sono due fratelli: hanno lo stesso nemico. Ho molto apprezzato il libro appena uscito, di Paolo Bellinazzi - L'utopia reazionaria (Name editore) - che analizza gli argomenti che nazismo e comunismo propongono a difesa delle proprie tesi e dimostra che, contrariamente alla opinione comune secondo cui nazismo e comunismo sono ideologie opposte, essi hanno matrici comuni: tutti e due combattono il libero mondo borghese del mercato e degli stati parlamentari, tutti e due sposano la Gemeinschaft contro la Gesellschaft, la comunità arcaica (quella in cui l'individuo è soltanto parte di un organismo) contro la moderna società degli individui singoli (e in quanto tali in libero rapporto tra di loro), tutt'e due avversano l'individualismo e sono fautori dell'organicismo sociale". Lei sta dicendo che comunismo e nazismo vengono presentati entrambi come nemici della modernità. "Sì, e il Bellinazzi argomenta molto bene questa tesi. Quando per esempio scava nei rapporti tra i due antagonisti Carl Schmitt e György Lukacs scopre che sostengono su per giù le stesse idee perchè hanno lo stesso nemico, la borghesia e le filosofie del mercato; in un certo senso avversano entrambi la stessa produzione della ricchezza, sono tutti e due reazionari. Il principe di questi reazionari sarebbe Rousseau, che rappresenta l'archetipo della filosofia retriva e antimoderna, una filosofia che conviene agli uni come agli altri proprio perché reazionaria". Che cosa non va in Rousseau, dal punto di vista della modernità? "Che stronca il razionalismo e l'ottimismo degli illuministi e raccomanda ai suoi contemporanei di ritirarsi nella propia interiorità in un secolo come il Settecento che era invece destinato ad emancipare l'individuo dal ritorno all'interiorità agostiniana: in te redi, in interiore homine habitat veritas. E Rousseau in pieno Illuminismo propone questa marcia a ritroso nei secoli. Ma è interessante anche la critica che l'autore svolge, dal punto di vista della modernità, della scuola di Francoforte di Adorno e Horkheimer, di cui è indicativo proprio l'attacco all'Illuminismo. Cito dal libro: "Comunismo e nazifascismo sono dei movimenti retrogradi che cercarono di tornare indietro, dando di bel nuovo il potere in mano a ristrette e aristocratiche oligarchie"". Ma lei è d'accordo con le tesi di Bellinazzi? "Il libro è molto ben documentato dal punto di vista storico e filosofico e mi ha colpito anche per una certa assonanza di idee. Ho sempre sostenuto che la storia del Novecento è caratterizzata da tre protagonisti, fascismo, comunismo e democrazia (e non solo dai primi due). Ho anche sempre sostenuto che la vittoria sarebbe toccata ai due dei tre che si sarebbero alleati. La seconda guerra mondiale è stata vinta dalla alleanza tra democrazia e comunismo, che è stata fatale per il nazismo. Questo è indubbio, però è anche vero che questa alleanza era una alleanza di guerra, che si è saldata nel momento in cui stava scoppiando la guerra mondiale.E infatti appena il nazismo è stato sconfitto è cominciata la guerra fredda tra i due vincitori, per cinquant'anni, una guerra che questa volta è finita senza bisogno di sparare, perchè con Gorbaciov i comunisti hanno gettato la spugna". Quindi quella alleanza non aveva radici in una maggiore affinità, o almeno in una minore distanza, tra comunismo e democrazia? Perché, vede, ci siamo in un certo senso abituati a pensare al marxismo - in questo d'accordo anche Berlin - come una "esagerazione" ma dalla parte opposta a quella del nazismo, come un eccesso del "razionalismo astratto", invece che come un eccesso dell'"irrazionalismo concreto". Insomma, errore sì, ma dalla parte degli Illuministi e al di là di loro. "Questa è una delle idee che i comunisti hanno coltivato per autogiustificarsi, è stato un tentativo di autolegittimazione del comunismo". Eppure il nazismo si dichiara nemico dei Lumi, mentre il comunismo si propugna continuatore e "superatore". "Questa valutazione è destinata a cambiare. Noi che abbiamo combattuto il nazismo alleati dei comunisti (e per fortuna c'è stata questa alleanza, che ha determinato la vittoria della democrazia) abbiamo sempre cercato di legittimare e giustificare in qualche modo i comunisti. Era comprensibile che cercassimo di rappresentarlo come un fenomeno progressivo e non regressivo. Eravamo alleati in una guerra mortale, capite? Ci sforzavamo di vederne gli aspetti positivi, che dopo la caduta del comunismo, non vediamo più. Dopo la sua sconfitta definitiva siamo stati costretti a rivedere le idee che ci eravamo fatti sul comunismo". Quante volte hanno attaccato lei, Bobbio e tutti gli azionisti per "condiscendenza" verso i comunisti. "E' vero: tutte le accuse di filocomunismo che ho ricevuto dipendono da quella ragione. Ma vogliamo renderci conto che noi della nostra generazione siamo stati alleati del comunismo per combattere il nazismo? Non è una giustificazione ma una spiegazione. E' evidente che abbiamo sempre mantenuto una certa differenza nel giudizio critico su nazismo e comunismo e che non abbiamo mai pensato di identificarli. Ma una volta caduto il Muro di Berlino, i fatti ci hanno costretto a cambiare idea". I fatti e i libri. Tre anni fa è arrivato il momento del Libro nero sul comunismo di Courtois. "E me l'ha fatta lei per l'Unità quella intervista, nel 1998, in cui dicevo che bisognava prendere atto che "non c'è paese in cui sia stato instaurato un regime comunista, ove non si sia imposto un sistema di terrore, dall'Unione Sovietica alla Cina, dall'Albania di Hoxa alla Romania di Ceaucescu, dalla Corea di Kim Il Sung alla Cambogia di Pol Pot". Insomma, di fronte alla prova di fatto che il comunismo era intrinsecamente antidemocratico e totalitario, bisogna ammettere che la tesi del Bellinazzi è giusta: non c'è dubbio che c'è stata una parentela tra nazismo e comunismo. L'uno e l'altro hanno avuto come bersaglio il mondo borghese, non hanno riconosciuto la positività storica del mondo mercantile, vi hanno visto solo egoismo e cinismo, hanno considerato la corsa alla ricchezza borghese come un elemento negativo da combattere per creare una società che abolisse tutto questo. Comunisti e nazisti credevano che la loro utopia indicasse la via del progresso, invece erano ugualmente reazionari. In termini filosofici erano reazionari tanto Marx quanto Nietzsche. Il valore del mondo libero borghese sfugge all'uno e all'altro, ed è combattuto tanto dal nazismo quanto dallo stalinismo". Obbiezione: ma si può coinvolgere in questa equazione tutto il marxismo? Dal movimento operaio nasce anche il riformismo socialdemocratico, la cittadinanza sociale, un sistema di civiltà che è il nostro. "E le rispondo che la fonte principale della socialdemocrazia non è Marx, perché questa nasce in Inghilterra. La vera antitesi entro il movimento operaio, quella che dà vita alla tradizione riformista, scaturisce da un mondo non marxista. Ha contato di più in questo John Stuart Mill che Marx". Altra obbiezione. Marx era in guardia contro l'accusa di non volere il progresso e attaccava l'"anticapitalismo romantico". Il Manifesto comunista contiene un enfatico apprezzamento per la rivoluzione borghese. Il momento del proletariato doveva venire "dopo". "Questa era la linea di difesa di Marx, ma le repliche della storia hanno dimostrato che sbagliava. La sua ideologia ha prodotto il comunismo e il comunismo è stato l'opposto di quello che immaginava. Quando parlava del passaggio dal regno della necessità a quello della libertà, esprimeva una sua illusione, e si è rivelato un terribile errore di visione storica". Nell'89 lei parlava in un celebre articolo sulla Stampa di "utopia capovolta", adesso questa è diventata una "utopia retrograda". "Accetto l'espressione del titolo del libro di Bellinazzi, utopia reazionaria. E' insita in questo disegno utopico di trasformazione radicale della società una idea antiliberale, perché il liberalismo crede che la storia della libertà sia una storia di continui passaggi dal bene al male dal male al bene, di tentativi riusciti e tentativi falliti. Non c'è una fine obbligata nella società perfetta. Liberalismo è uguale ad antiperfezionismo, mentre il marxismo come il nazismo erano utopie perfezionistiche". Contro il perfezionismo allora lei è d'accordo con Isaiah Berlin? "Di nulla troppo". "E in questo Berlin, il Berlin del "legno storto", quello del discorso di Torino del 1988, della ricerca della compatibilità tra ideali diversi, e ugualmente validi, aveva completamente ragione".

La Repubblica
25 gennaio 2001


Il Militante diventa Volontario 

Che fine ha fatto l’ "eroe comunista"

Simonetta Fiori 

Mai requisitoria fu più impietosa. Il "militante comunista" come cifra del XX secolo, incarnazione estrema del suo attivismo e delle sue contraddizioni laceranti. Non più homo ideologicus, ma homo faber spinto dal delirio costruttivista del tempo nuovo. Un po’ ribelle e un po’ poliziotto, diviso tra Piazza e Caserma, a metà strada tra eroe e aguzzino. Voleva edificare un mondo più giusto e ne è stato completamente divorato, con esiti sideralmente lontani dal progetto originario. Figura doppia e tragica, oscilla continuamente tra "generosità storica e ferocia burocratica", tra "aspirazioni libertarie e spirito gregario", tra "emancipazione collettiva e umiliazione dell’individualità". Nato sulle ceneri della Grande Guerra, esaltato dall’Ottobre rosso, vissuto sotto i fascismi europei, il "soldato della rivoluzione" si nutre di violenza, la stessa che è il tratto genetico del Secolo Breve. E, insieme al Novecento, è condannato a inesorabile tramonto.
Pur vantando antecedenti letterari illustri — Koestler il più citato — il disperante ritratto del "comunista idealtipico" rivive di nuova originalità nell’ultimo e provocatorio saggio di Marco Revelli, intellettuale indiscutibilmente di sinistra, amato dal leader di Rifondazione comunista, studioso acuto delle trasformazioni sociali ed economiche dell’età contemporanea (Oltre il Novecento. La politica, le ideologie e le insidie del lavoro, Einaudi: da domani in libreria). All’autore non sfugge la carica dirompente delle sue tesi, che sicuramente susciteranno discussione tra i suoi amici. «È un messaggio che ho voluto lanciare alla sinistra. Il Novecento ci consegna un secolo devastato dalla furia costruttivista dell’homo faber, anche nella sua variante politica rappresentata dal militante comunista. L’ordine che ne è scaturito è molto distante da quell’utopia. Se ora vogliamo salvarci dall’orrore economico d’un mondo governato dal profitto, dobbiamo andare al di là del Novecento e delle sue lacerazioni. Trovo sbagliato e fin troppo facile cercare nel passato solo rassicurazioni; più doloroso scavare tra le pieghe dei nostri errori».
Lo studioso raccoglie la sfida di un’opera («pur criticabile nell’impostazione») come il Livre noir du communisme e va a scoperchiare lo "scandalo del comunismo novecentesco", il primo dei suoi peccati capitali, che consiste nella «normalità dell’azione repressiva», quel repertorio di carcere, deportazione, tortura, delazione, campi di concentramento, spie e aguzzini che ne accompagna l’esperienza storica. «Una realtà che nessuna revisione dei conti può occultare né ridimensionare. E che in termini crudi può essere espressa così: numerose generazioni di comunisti, in questo secolo, condussero la loro battaglia per un mondo e un’umanità radicalmente diversi, usando le armi degli altri. Le armi dei propri nemici, delle tradizionali classi dominanti, degli oppressori e dei tiranni. Per molti aspetti, peggio degli altri. Nella convinzione condivisa che la grandezza dei propri fini avrebbe comunque riscattato la durezza dei mezzi».
È in questa devastante contraddizione — tra i fini desiderati e i mezzi utilizzati, tra premesse ideali ed esiti reali — che annida la tragica ambivalenza del militante rivoluzionario. «La sua ineliminabile doppiezza». «L’io continuamente scisso tra principi giusti e risultati sbagliati». La sua antropologia è segnata dal rovesciamento di tutti i valori che il comunismo, una volta conquistato il potere, pratica con sistematicità. Il ribellismo trasformato in autoritarismo, lo spirito libertario mortificato in gregarismo. L’identità sovversiva e autonoma delle origini dissolta nella gestione del potere. Ed è in questo «drammatico solco tra finalità e mezzi» la grande differenza dal nazismo, segnato dalla «perfetta coincidenza tra ferocia dei mezzi e ferocia dei fini». Distanziandosi dal suo maestro Bobbio, che ieri su queste pagine in un’intervista a Giancarlo Bosetti tracciava una forte analogia tra i due totalitarismi, Revelli ne contesta anche la definizione di comunismo come utopia reazionaria: «Il comunismo non è né incidente di percorso né residuo di passato sopravvissuto nella modernità: è incarnazione tragica della stessa modernità, essendosi arreso ai mezzi materiali che il Novecento gli mette a disposizione. Questo è un secolo in cui la forza delle cose travolge la forza delle idee».
Il comunismo come strada inesorabilmente sbarrata: «non possiamo salvarne nulla e dobbiamo ripartire da zero». Andare «oltre il Novecento», come recita il titolo del saggio. Ma nel gettare in mare il militante rivoluzionario con il suo fardello di ambiguità, non c’è il rischio di liquidare quello straordinario patrimonio di energie, uomini e idealità che pure ha caratterizzato la storia dei comunisti italiani? Severa la risposta: «È indubbio che in Italia il Pci abbia rappresentato un grande progetto di educazione civile. Ma il risultato non è tra i più entusiasmanti: passività, atteggiamenti acritici, machiavellismo, in qualche caso cinismo. Molti dei valori originari sono stati bruciati nella grande macchina che mette al primo posto il potere politico».
Requiem dunque per il soldato della rivoluzione. Sostituito oggi da una figura ancora evanescente, fragile, «appena percepibile in filigrana sulla scena sociale». È il Volontario, nuovo attore della solidarietà e della ribellione, «distante sia dai furori ideologici che dalle meschinità burocratiche del potere». Non ha né un uniforme né una bandiera. Non è appunto un soldato. «È un civile, animato dal senso di responsabilità, capace di "fare" fuori dalle logiche del profitto». Ed è nel passaggio dall’»estenuata figura del militante» a quella ancora «vacillante» del Volontario che Revelli rintraccia una delle possibili «uscite di sicurezza» del Novecento. «Sono consapevole che l’operazione sia rischiosa. Assumere il volontario come riferimento per un nuovo inizio comporta una buona dose di iconoclastia. Significa rinunciare a molte tesi care alla vecchia sinistra. Un scommessa, dunque. Che oggi vale la pena tentare».

La Repubblica
27 gennaio 2001


DUELLO A SINISTRA Uno dei padri fondatori del «Manifesto » all’attacco di «Oltre il Novecento» dello storico Marco Revelli accusato di liquidare gli ideali progressisti

Luigi Pintor e l’ultimo fantasma del comunismo

Asor Rosa: «Non condivido le nostalgie ma le comprendo». Colletti: «Certe critiche aprono allo spiritualismo»


Il paradosso sta in questo: che il bilancio finale del comunismo, se non proprio il suo necrologio, sia ospitato in prima pagina su quel Manifesto che porta ancora sotto la testata l’impegnativa dicitura «quotidiano comunista». Paradosso nel paradosso: l’indignato stroncatore è uno dei fondatori del giornale, padre nobile della sinistra, insomma Luigi Pintor; ma anche lo stroncato, Marco Revelli, autore del saggio Oltre il Novecento , è un collaboratore importante del medesimo quotidiano. Che cosa rimprovera Pintor al più giovane interlocutore? Non qualche eccesso polemico, bensì la colpa più grave (si sarebbe detto un tempo) dal punto di vista rivoluzionario. Pintor definisce Oltre il Novecento «il libro più organicamente anticomunista che io abbia letto». Critica totale, dunque, che non lascia spazio a compromessi. Secondo Pintor nel libro «si demolisce, in coerenza con l’impostazione generale, tutto il comunismo novecentesco dalla prima all’ultima pietra, anzi dalla prima all’ultima maceria». 
E dire che Marco Revelli è considerato uno dei più attenti studiosi di area ultra progressista. Possibile che si sia convertito improvvisamente al revisionismo più berlusconiano? Naturalmente non è così. La sua analisi del secolo appena concluso ha il punto focale nell’individuazione dell’avversario: quell’«homo faber» che vive per produrre e, come aveva pronosticato Marcuse durante i ruggenti anni della contestazione, si ritrova oggi schiacciato in una sola dimensione. Fin qui, probabilmente, molti intellettuali di sinistra potrebbero anche concordare: è tuttavia la liquidazione degli ideali comunisti che turba Pintor. Proprio il comunismo che voleva rovesciare il capitalismo, i ritmi alienanti delle catene di montaggio e insomma l’inumanità della produzione alienata, argomenta Revelli, ha finito invece per ereditarne i meccanismi perversi. E così, per ironia della storia, l’idea di un futuro comunista simile a una fabbrica virtuosa accomunerebbe Gramsci a Ford. 
Un po’ troppo, a giudizio di Pintor, oltretutto amareggiato perché «una intelligenza di sinistra antitetica alla cultura dominante ha una forza di suggestione che i post-comunisti non hanno quando vilipendono il proprio passato né i revisionisti quando falsificano la storia». 
Può darsi che l’articolista si faccia prendere un po’ la mano, allorché nel finale del suo articolo arriva a magnificare i meriti storici dell’indefesso eroe del lavoro sovietico Stakanov, o quando demolisce senza appello il valore del volontariato civile (indicato invece da Revelli come una speranza per l’avvenire dell’umanità). Resta il fatto che dà voce a un sentimento diffuso a sinistra: il rifiuto di liquidare senza appello, e una volta per tutte, l’esperienza comunista. Su questo punto osserva, ad esempio, Alberto Asor Rosa: «Pintor si indigna a modo suo a proposito di una cosa che considera aberrante: la liquidazione di un’esperienza che ha avuto anche momenti importanti, di liberazione. Difende una sua idea del comunismo, che io non condivido ma comprendo». 
Il politologo Giorgio Galli è più critico nei confronti di Revelli: «Anzitutto - osserva - il suo saggio non mi sembra abbastanza sistematico, data la vastità dell’argomento. Ma anche limitandomi a valutare le critiche di Pintor, è difficile negare che il comunismo sia stato una componente del movimento operaio, e che in Occidente abbia avuto anche dei meriti. Io, almeno in questo, sono d’accordo con Revelli». 
Non è paradossale che il manifesto ospiti un simile «regolamento di conti» fra le macerie del comunismo? Giorgio Galli lo giustifica così: «L’estrema sinistra è passata dalla assenza di critica alla liquidazione radicale. Insomma, da uno schematismo all’altro». 
Paradosso per paradosso, è il liberale Lucio Colletti che riconosce a Revelli una certa profondità di analisi: «Quello che è certo è che sia il capitalismo che il marxismo hanno avuto in comune l’idea che la storia sia essenzialmente sviluppo delle forze produttive. Il guaio, però, è che Revelli respinge tutto questo e si abbandona a sogni da filosofia orientale. Insomma, voltare le spalle al crudo dilemma del Novecento significa consegnarsi alla New Age e al suo spiritualismo, o a quello spiritismo tanto di moda in certi film di Hollywood». 

Dario Fertilio 


Corriere della Sera
21 febbraio 2001


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