PCI, L´OCCASIONE PERDUTA DEI FUTURI RIFORMISTI

di MARIO PIRANI 


Giorgio Napolitano si è doluto (lettera a Repubblica del 24 dicembre) di una mia critica nell´ultima Linea di confine (22 dicembre) dedicata al libro di Emanuele Macaluso "50 anni nel Pci" (ed. Rubbattino), critica rivolta ai componenti negli anni 60-80 dell´ala in tempi più recenti definita "migliorista". Avevo accennato, in proposito, all´isolamento di Giorgio Amendola allorquando, prendendo atto del fallimento del comunismo, propose la creazione di un partito unico della sinistra. Ribatte Napolitano che quella proposta partiva dal riconoscimento di un duplice fallimento, quello del comunismo ma anche della socialdemocrazia e che, comunque, si trattò di un «sasso nello stagno», assolutamente «fuori tempo». È vero che Amendola premise quella doppia constatazione, ma nel 1964 uno dei massimi leader del Pci - che tale voleva seguitare ad essere, senza abbandonare la sua battaglia interna - poteva proclamare una verità tanto dirompente, senza «contro assicurarsi» con la ripetizione ortodossa del fallimento della socialdemocrazia? Del resto poco prima, in polemica con Lelio Basso, aveva detto esplicitamente: «È urgente una nuova unità... vorrei che sul piano europeo noi avessimo nei confronti della socialdemocrazia nelle sue varie espressioni la stessa pazienza doverosa che abbiamo dimostrato in Italia nei confronti del movimento cattolico... Abbiamo sbagliato nel fare una critica indifferenziata alla socialdemocrazia».
Non si trattava, comunque, di un sasso nello stagno ma di un accorato, impegnato e preveggente appello che, se raccolto, avrebbe permesso alla sinistra italiana di imboccare, ben prima del crollo del muro di Berlino e con forze ancora integre, quella svolta riformista, cui è arrivata dilaniata, incerta, con una identità smarrita e forse troppo tardi. Napolitano, che del resto ha operato più di ogni altro per recuperare i rapporti con l´Internazionale socialista, potrebbe però utilmente interrogarsi sul perché Amendola non trovò appoggio in quella sua battaglia neppure in coloro che in seguito, ma con ritardo storico, l´avrebbero fatta propria? La risposta che egli dà nella lettera non mi convince (in quelle condizioni scrive «non avrebbe potuto reggere un qualsiasi tentativo di dialogo tra Pci e Psi» ed, inoltre, alla iniziativa di A. «non seguì in alcun modo da parte sua la scelta di capitanare una battaglia di minoranza nel Pci»). Penso, per contro, che Amendola con la sua iniziativa, volesse in primo luogo sollecitare il partito a trasformarsi da subito, con o senza fusione col Psi, abbandonando i vecchi schemi, per presentarsi al più presto come un attore capace di proporsi concretamente quale forza riformista di governo. E se è vero che egli non pensò mai ad una frazione organizzata, ciò non gli impedì di condurre fino alla morte una battaglia individuale di minoranza (basta ricordare la sua polemica sul sindacato o sui cedimenti al "movimentismo"). Cosa vietò ai futuri riformisti del Pci di farla propria, di sostenerla coerentemente e di gettare in tempo le basi per una alternativa politica e ideale? Del resto l´impegno revisionistico di Amendola è antecedente al ´64 se già nel 1961, quando infuriava la discussione sulle rivelazioni di Krusciov, dichiarò in opposizione a Togliatti: «Bisogna sbarazzarci di questa finzione dell´unanimità (nel dibattito di partito, ndr)... la democrazia esige discussioni chiare, responsabili e coraggiose con una differenziazione che può assumere anche la formazione di maggioranza e minoranza». Il fatto è che i futuri "miglioristi" non capirono e/o non se la sentirono di affrontare apertamente una lotta politica aspra e che, per un tempo non calcolabile in anticipo, li avrebbe costretti a una posizione di minorità. Ma non è stata questa rinuncia che li ha condannati ad un analogo ruolo, impreparati e non legittimati, anche quando le mutate condizioni dimostrarono quanto antiveggente fosse stata la scelta amendoliana? Preferirono, invece, abbracciare la linea berlingueriana del compromesso storico che non era esattamente - come sembra credere Macaluso - la continuazione di quell´attenzione responsabile al mondo cattolico, inaugurata da Togliatti, poiché quest´ultima era strutturalmente accompagnata dal patto di unità d´azione col Psi. Il contrario dell´antisocialismo (giustamente rammentato da Napolitano) che caratterizzò la politica di Berlinguer, ben oltre le degenerazioni dell´ultimo Craxi. Il compromesso storico si inseriva, invece, in una strategia a lungo termine che rifiutava una trasformazione profonda del Pci per ricercare, invece, nel riconoscimento-avallo della Dc di Moro il lasciapassare per il governo. Una scommessa rivelatasi perdente.

la Repubblica
29 dicembre 2003 


Pci, il sasso nello stagno gettato da Amendola

di Giorgio Napolitano


Nel recensire, con molta simpatia, il recente libro di Emanuele Macaluso, Mario Pirani ha in conclusione bruscamente chiamato in causa - per presunte gravi colpe di cui dirò - anche me, oltre che lo stesso Macaluso e altri carissimi compagni scomparsi (Luciano Lama, Gerardo Chiaromonte). L'antica e schietta amicizia (che Pirani ricorda citando l'episodio di un nostro incontro a Palermo durante il mio servizio militare, per la verità nel 1952) non può trattenermi dal reagire a una presentazione tanto critica quanto parziale e fantasiosa di alcuni momenti della storia del Pci. Il partito unico del movimento operaio proposto da Giorgio Amendola nel 1964 avrebbe dovuto nascere prendendo atto non - come scrive Pirani - del fallimento del comunismo, ma del duplice fallimento - come scrisse e sostenne Amendola - della socialdemocrazia e del comunismo (di qui il rimprovero di Norberto Bobbio per il fastidio con cui Amendola parlava della socialdemocrazia, escludendo che l'unificazione potesse compiersi sulle posizioni socialdemocratiche). In effetti, una simile impostazione non avrebbe potuto reggere alla prova di un qualsiasi tentativo di dialogo tra Pci e Psi, se si fosse riusciti ad avviarlo.

Quello di Amendola fu un formidabile sasso nello stagno, comunque significativo e salutare, a cui però non seguì in alcun modo da parte di Giorgio la scelta di capitanare una battaglia di minoranza nel Pci. Presentare altrimenti le cose significa immaginare un Amendola diverso da quello che fu, lungimirante e coraggioso nelle sue polemiche "fuori tempo" e controcorrente, ma sempre attento all'unità del partito e al "rinnovamento nella continuità" (una formula da lui ripetutamente abbracciata). Io, Macaluso e altri possiamo non avere avuto "l'ardire" di rompere con certe regole di vita interna del Pci, ma in ciò fummo partecipi degli stessi limiti di Amendola. In quanto alla linea del compromesso storico e della solidarietà democratica (che arrivò con Berlinguer molto dopo, a partire dal 1973, e in ben altro, drammatico contesto) e all'antisocialismo, condividemmo la prima e combattemmo sempre il secondo, anche quando erano entrambi apertamente appoggiati da Repubblica.

la Repubblica
24 dicembre 2003


Bertinotti: oggi non c’è comunismo senza rifiuto della violenza

«Rigettiamo il determinismo, pensiamo a un processo aperto»


Caro Direttore, il suo giornale in queste settimane sia negli editoriali, sia nella rubrica di Paolo Mieli, ci è parso molto attento a due questioni che sono al centro del nostro impegno politico: il comunismo e la non violenza. 
Vorrei approfittare della sua ospitalità per spiegare il motivo per cui questi due termini che nel passato sono apparsi e sono stati antinomici, oggi, non possono che vivere insieme. Nel tempo della guerra e del terrorismo non è possibile parlare di comunismo se non si sradica da esso ogni riferimento alla violenza. E non si può parlare, in un mondo così organicamente ingiusto, di non violenza se non all'interno della rinascita di un'ipotesi di trasformazione della società. 
Oggi la guerra e il terrorismo ci stanno conducendo in una crisi di civiltà che può avere conseguente devastanti per l'umanità. Ne ho parlato in un recente dibattito con Adriano Sofri anch'egli convinto che, oggi, per il pianeta esista la possibilità di catastrofe. 
All'origine di questa crisi c'è la modernizzazione capitalistica che non si è rivelata portatrice di progresso e di benessere, ma per la prima volta nella storia dell'umanità ha separato l'innovazione dal progresso sociale e civile e dal miglioramento della condizione di vita degli uomini, delle donne e della natura. Questa crisi ha una ratio . Essa deriva da uno sfruttamento che si è dilatato oltre i confini del ’900 e che non coinvolge solo il proletariato classicamente inteso, ma le persone, la natura, l'ambiente. Il fattore ordinatore del mondo, quello con cui si impone questo sfruttamento dilatato, è la guerra. E' attraverso la guerra che la modernizzazione capitalistica pensa di imporre le sue regole, le regole del mercato, dell'impresa. La questione del comunismo del nostro tempo nasce da qui, ma per essere affrontata richiede delle significative rotture con la sua storia. 
Oggi parlare di comunismo significa, infatti, rompere con almeno tre idee-forza del ’900. 
E' diverso il soggetto rivoluzionario che non si definisce solo nella sua collocazione nel processo produttivo, ma piuttosto nell'antagonismo a questa globalizzazione, in una soggettività critica e vigile nei confronti dello sfruttamento dilatato che investe il pianeta. Il movimento no global ha annunciato questa nuova soggettività e ha riaperto un cammino. 
Nella nostra idea di comunismo - è questa la seconda rottura con il passato - non c'è alcuna attesa deterministica, quella attesa su cui si è fondata una parte importante della strategia dei partiti e degli Stati postrivoluzionari. Noi all'opposto pensiamo al comunismo come processo aperto. Parliamo di processualità non di ineluttabilità. Parliamo di un movimento che dovrebbe abbattere lo stato di cose esistente, puntiamo sulla lotta di classe più che sulla definizione di ciò che dovrebbe essere la società comunista. 
Credo anche - ed è questa la terza e più importante rottura col passato - che qui ed ora la non violenza sia la condizione essenziale per far vivere fino in fondo tutta la radicalità di quel processo di trasformazione sociale che chiamiamo comunismo. Non c'è alcuno spazio fra guerra e terrorismo se non nel rifiuto di entrambi. E nel rifiuto di quella separazione fra mezzi e fini che ha caratterizzato tanta parte della storia del ’900. So bene che nel passato gli errori e persino gli orrori che si potevano perpetrare in nome del comunismo potevano apparire secondari di fronte al grande cambiamento promesso. Si è pensato, fin da lontano, che si potesse giustificare anche Kronstadt di fronte alla prospettiva che la cuoca assumesse la direzione dello Stato. Sappiamo che è stato un errore tragico. Ma come ho scritto recentemente a Marco Revelli e come Paolo Mieli nella sua rubrica ha ricordato, il mio rifiuto totale e incondizionato dei mezzi violenti ha anche un altro motivo. Oggi quei mezzi sono del tutto inefficaci. Non riescono a produrre neppure nell'immaginario di chi vuole un cambiamento un'idea di alternativa di società perché riconducono inevitabilmente alla guerra e al terrorismo e alle due idee regressive di società che esse sottendono. Oggi non possiamo più dire con Brecht «noi che volevamo la gentilezza, non potemmo essere gentili». La sfida è un'altra, forse persino più ambiziosa, per chi non rinuncia alla costruzione di una società alternativa al capitalismo. Perché questo rimane il punto dell'oggi che nessun passato per quanto terribile può seppellire. Anche perché la storia grande del movimento operaio e dei marxismi non si è esaurita nella tragedia del «comunismo reale» e rende possibile, oltreché necessario, discernere in essa ciò che è vivo e ciò che è morto. 
Questo spiega, insieme al crescere di una critica radicale e di massa alla globalizzazione neoliberista, quel che a Galli della Loggia appare come un paradosso e cioè che «a sinistra il comunismo conserva il suo prestigio... mentre il socialismo riformista è ancora al palo di partenza». E' proprio questo quel che consente a noi di pensare al «balzo di tigre». 

Fausto Bertinotti 

Corriere della Sera
11 dicembre 2003 


PCI, GENTE CHE VIENE GENTE CHE VA 
MARIO PIRANI

Ho conosciuto Emanuele Macaluso in una lontana sera, non ricordo più se del 1947 o del 1948, nel salone da pranzo del piroscafo che collegava Palermo a Napoli. Allora l´aereo si utilizzava solo in casi eccezionali e avevamo preso entrambi il postale, io per rientrare a via Nazionale, sede della direzione del Pci dove lavoravo come funzionario del movimento giovanile, lui, segretario regionale della Cgil a soli 23 anni, per recarsi a Roma a conferire con Giuseppe Di Vittorio, il più straordinario leader che l´organizzazione sindacale italiana abbia mai avuto. Lo avevo sentito parlare due giorni prima a una riunione di partito nella capitale dell´isola dove mi ero recato anch´io, cogliendo anche l´occasione per incontrare un altro giovane compagno, con cui avevo già stretto amicizia, che faceva colà il servizio militare di leva, Giorgio Napolitano. Più di mezzo secolo è trascorso da allora, le nostre vite, dominate dalla passione politica si sono a un certo punto divaricate.
Napolitano e Macaluso sono rimasti nel Pci e poi nei Ds, malgrado tutte le grandi crisi imposte dalla Storia, collocandosi nell´ambito definito "migliorista"; quanto a me ho scelto, alla fine degli anni 50, qualche tempo dopo l´Ungheria, di lasciare il partito, assumendomi in pieno l´epiteto di "revisionista di destra" con cui fui bollato al termine d´una burrascosa riunione di cellula dell´Unità. Eppure, se confronto le idee politiche di quei tre ventenni con quelle odierne, dovrei concludere che l´idem sentire è forse ancor più vivo oggi che in quel tempo lontano. Questo convincimento mi si è rafforzato leggendo l´appassionato libro, "50 anni nel Pci", scritto, appunto da Macaluso ed edito da Rubbettino, con una postfazione di Paolo Franchi, dove ho ritrovato non solo tante memorie di una esperienza comune ma anche quel metodo storicistico di approccio che ci guidava nel tentativo di analizzare la realtà e che ci permette forse anche oggi di arrivare a giudizi sovente coincidenti. Più sul presente, comunque, che sul passato, a proposito del quale - e lo si avverte anche nel libro - seguita a influire quella scansione che, soprattutto a cavallo del fatale 1956, separò una generazione che era approdata al "partito nuovo" di Palmiro Togliatti con l´ambizione e la illusione senz´altro eccessive di poter, con impegno volontaristico, costruire un´Italia più libera e avanzata. Una separazione peraltro quasi mai consensuale sul momento, anzi sovente drammatica e dolorosa, da non confondere col tardivo e spesso alquanto disdicevole "passaggio" di tanti personaggi che sono entrati nel Pci, quando ormai le nefandezze dello stalinismo erano risapute e denunciate da decenni, per uscirne dopo un po´ e imbarcarsi nei vascelli berlusconiani, con qualche gallone guadagnato grazie a quel "master" ripudiato.
Il libro di Macaluso non vuol essere una dettagliata biografia, quanto un affresco rievocativo di uomini e fatti, corredato da particolari rivelatori, che fanno rivivere una atmosfera d´epoca, ormai del tutto trascorsa. Mi ha fatto ripensare a un grande quadro di Guttuso, di cui molto si parlò a quei tempi, "La battaglia di ponte Ammiraglio", dove nei tratti di alcuni dei Mille di Garibaldi si potevano riconoscere molti dirigenti comunisti, da Longo a Pajetta, da Trombadori a Vidali. Resta, comunque, si può dire in ogni capitolo, la contraddizione irrisolta per ogni comunista della generazione resistenziale e postresistenziale, di cui parla Luciano Cafagna in una sua recensione, "quella del rapporto soggettivo con se stesso, con il proprio vissuto... anche per questo il libro è una testimonianza forte per capire meglio il senso di irrinunciabile continuità tra passato e presente".
Ma proprio nel teorizzare "il rinnovamento nella continuità", i riformisti del Pci come Macaluso, Napolitano, Lama, Chiaromonte e numerosi altri, pur con tanti meriti, fallirono. L´idea sbagliata che "il partito si dirigesse solo dal centro" impedì loro di stringersi attorno ad Amendola quando, fin dal 1964, propose la creazione di un partito unico con il Psi, capace di prendere atto del fallimento del comunismo e di collocarsi nel campo del riformismo.
Non ebbero l´ardire di condurre in tempo una battaglia di minoranza. Si unirono, invece, a Berlinguer, ne furono per molto i più fedeli collaboratori e finirono per subire la scelta del compromesso storico con i cattolici e dell´antisocialismo a oltranza che neppure la svolta di Occhetto valse a sopire. Un ritardo storico di cui si pagano i prezzi. Macaluso sbaglia ancor oggi quando ne giustifica la ineluttabilità.


la Repubblica
22 dicembre 2003 


Intervista all’ex dirigente comunista sul tema del Convegno di Milano, dopo le denunce di Galli della Loggia e Lepre


Macaluso: gulag, il tabù che ha condannato il Pci


«Non è vero che la storia dei gulag sia ancora un tabù a sinistra, ma è vero che ai tempi del Pci non ci fu il coraggio di trarre le conseguenze della condanna dei campi di internamento sovietici per rompere con il Pcus. E per questo abbiamo pagato un prezzo alto, non potendo diventare una forza di governo quando era il momento, cioè negli anni settanta». Emanuele Macaluso, dirigente storico del Pci, poi direttore dell’ Unità e oggi fondatore della rivista «Le ragioni del socialismo», interviene nella discussione sul comunismo e i gulag, tema posto ieri da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere e da un convegno organizzato dal «Comitato per la Foresta dei Giusti» a Milano. Sarà anche che i gulag non sono un tabù, ma, dice Galli della Loggia, è difficile che a sinistra se ne discuta serenamente in una prospettiva storica. 
«Per prima cosa si dimentica che nel 1956 al XX congresso del Pcus a sollevare il dramma dei gulag fu Krusciov. Che parlò addirittura dei "crimini" di Stalin e la descrizione che ne fece non risparmiò nulla. Di seguito anche il Pci prese posizione in modo chiaro: non dimentichiamo il memoriale di Yalta del ’64 in cui Togliatti accusò l’Urss apertamente di non aver proseguito sulla strada della denuncia e modifica del sistema». 
Nell’articolo di Aurelio Lepre sul Corriere si parla di Togliatti anche a proposito del «sottile discrimine tra persecutori e perseguitati». 
«Ma è un discorso complesso: nei primi anni sessanta ero a Mosca e Giuseppe Boffa mi portò a pranzo con due reduci dai gulag che attaccavano Stalin, dicendo che i comunisti veri erano loro che avevano pagato con dieci anni di detenzione. Paolo Robotti che per le torture subìte portava il busto di ferro perché aveva la schiena letteralmente rotta rimase fedele al comunismo. L’idea che l’Urss doveva permettere di sconfiggere il capitalismo ha creato mostruosità e fanatismi. Ragionamenti che la storia ha dimostrato sbagliati. Ma ripeto, il Pci denunciò apertamente i gulag». 
Ma se i dirigenti del Pci erano scandalizzati, perché non hanno compiuto passi conseguenti di condanna e di rottura? 
«Il dissenso con l’Urss sul tema era fortissimo. Nel ’72 io stesso andai con Pajetta e Bufalini a Mosca ad un incontro con Ponomariov e Suslov ed avemmo un vero e proprio litigio sulla questione della gestione del dissenso». 
E nonostante questo... 
«E nonostante questo il Pci non ruppe con quel mondo, mentre avremmo dovuto rompere. Prevalse il fatto che, essendo l’Urss il controcampo rispetto al capitalismo americano, una rottura avrebbe indebolito la lotta. E’ stata un errore, l’acquiescenza». 
Acquiescenza in nome di un fine politico. 
«E’ vero. Dovevamo dire che eravamo un’altra cosa e non l’abbiamo fatto. Ne abbiamo pagato il prezzo». 
Un’altra cosa - suggerisce Galli della Loggia - rispetto a tutti i comunismi, non solo rispetto a Stalin o al sistema sovietico irriformabile: un’altra cosa rispetto alla Cina, a Cuba. 
«Qui bisogna stare attenti alle interpretazioni. E’ vero che quando il comunismo si è fatto Stato, in Cina, a Cuba, in Unione Sovietica, ha dato vita a regimi tirannici, con i gulag che vanno condannati senza infingimenti. Ma il punto è un altro e cioè, se il Pci può essere assimilato o no a questa storia. Perché si può dire che era parte di questa storia, ma non è stato questa storia. Non dimentichiamo l’identità, l’autonomia, il radicamento e la diversità del Pci. Che sono poi le ragioni per cui in molti ricordano il Pci come forza che ha collaborato alla costruzione di questo Paese, nella stesura della Costituzione, nella lotta al terrorismo e alla mafia. Questo partito, pur con i suoi limiti e le sue contraddizioni, in Italia ha fatto questo. 
Gulag e campi di concentramento. Il passo è breve: si può dunque parlare dei due totalitarismi del secolo scorso? 
«Storicamente nazismo e comunismo sono due cose diverse. Il nazismo si prefiggeva come scopo quello dell’eliminazione degli ebrei. Il comunismo invece, non riuscendo a risolvere le contraddizioni politiche interne, ricorse alla violenza e fece cose mostruose». 
Eppure ancora oggi c’è una parte della sinistra che fa finta di nulla. 
«E’ impensabile oggi che il socialismo sia una priorità rispetto alla democrazia: socialismo e capitalismo si devono scontrare sul terreno della democrazia. Il ragionamento di questa parte della sinistra è quello di dire, di fronte alla guerra in Iraq e di fronte a Guantanamo: voi parlate dei gulag per cambiare discorso. Ma è un ragionamento che non condivido: non considera il fatto che negli Stati Uniti c’è la democrazia che permette di fare i conti con questi fatti». 
Venendo all’attualità: come può la sinistra riformista essere alleata con partiti che, per esempio, difendono Castro come il Pdci? 
«E’ assurdo che non vogliano condannare Cuba dove ancora oggi si fucilano i dissidenti. Questo deve essere un punto dirimente perché non è vero che non ha implicazioni politiche. Chi la pensa come loro non può stare nella lista unica dell’Ulivo». 

Gianna Fregonara 

Corriere della Sera
10 dicembre 2003


Macaluso: «I conti col comunismo? Li abbiamo già fatti, il Pci non era il Msi»

ROMA - «L’autocritica l’abbiamo fatta, fino in fondo». Al ministro Gasparri, che esorta la sinistra a «fare i conti con la storia», dai gulag alle foibe, Emanuele Macaluso replica senza esitazioni: gli esami sono finiti da tempo. «I conti con il socialismo reale e con il comunismo, così come si incarnò nell’Unione Sovietica, li abbiamo fatti autocriticamente, dicendo con chiarezza che il socialismo democratico ha vinto la sfida contro quel comunismo». Niente da rimproverare ai leader di Pci, Pds e ora Ds? 
«Già Enrico Berlinguer prese le distanze da quel regime e la svolta della Bolognina segnò poi una vera e propria cesura. Togliendo dal nome del partito la parola "comunista" abbiamo preso le distanze in modo netto. E ricordo che nell’89, ai tempi di Tien-an-Men, il Pci andò a manifestare sotto l’ambasciata cinese». 
Gasparri invita D’Alema e Bertinotti a visitare le foibe e i «luoghi degli eccidi della guerra civile». 
«Il comunismo di Bertinotti non è quello di Stalin, ma quello ideale di Marx. Quanto a D’Alema... Stiamo attenti, il Pci non è il Msi. E’ stato una forza fondante della democrazia italiana, ha fatto la Resistenza e nella Costituzione c’è la firma di Terracini. Che poi ci siano state dopo la Resistenza uccisioni da parte di forze che si richiamavano ai comunisti...». 
Le «volanti rosse», ad esempio. 
«Abbiamo fatto una battaglia per ribadire che quei fatti furono opera di gruppi che si staccarono da quegli ideali. Chi dopo la Resistenza ha ucciso a sangue freddo anche un fascista, è un assassino». 
Quindi la storia della Resistenza non va riscritta. 
«Penso di no, anche se io non ho nulla contro il revisionismo». 
Quanto a Salò, la sinistra rispetta quei morti? 
«Non ho nulla da rimproverare alla sinistra, ma non mi si dica che quella causa era uguale a quella della Resistenza. Salò fu una lotta sbagliata, anche se fatta da molti in buona fede. La Resistenza fu la causa della Patria». 
E i gulag? 
«Nel ’56 il Pci fece il grave errore di non appoggiare la rivoluzione ungherese, ma la condanna dei gulag è stata netta e va sempre ribadita». 
Fassino quindi non avrà la sua Gerusalemme. 
«I gesti simbolici sono stati fatti tutti, nel 1988 Fassino andò sulla tomba di Nagy contro il governo ungherese. Piuttosto, il segretario deve avere fermezza contro il fondamentalismo islamico che tende a colpire le conquiste del socialismo democratico. Ed essere molto chiaro quando dovrà fare alleanze con chi, come Cossutta, sbaglia gravemente a non condannare con nettezza le fucilazioni del regime di Cuba». 
M. Gu.

Corriere della Sera
30 novembre 2003


Si è aperta alla Schirn Kunsthalle di Francoforte una mostra sulla cultura visiva del comunismo sovietico: dipinti, foto, poster, film per celebrare «l’uomo nuovo»


Autoritratto del socialismo in un solo Paese


FRANCOFORTE - Nella realtà della storia, Stalin non visitò mai Berlino. Neppure quando, nel 1945, la Conferenza di Potsdam lo portò a un passo dalla capitale tedesca. Ma, nella realtà del cinema, il piccolo padre dei popoli atterrò a pochi metri dal Reichstag, appena conquistato dall’Armata Rossa, accolto da un oceano di soldati in delirio, compresi molti militari americani con tanto di bandiera a stelle e strisce. Avvenne nel film La caduta di Berlino , realizzato nel 1949 da Michail Chiaureli e presentato al pubblico sovietico come un documentario sceneggiato, una sorta di fiction-verità ante litteram. 
Vuole la leggenda che Stalin, dopo aver visto e gradito la pellicola, abbia esclamato: «Forse sarebbe stato meglio che fossi veramente andato a Berlino». Perfino il dittatore veniva sedotto dalla logica della sua propaganda. Cos’è stato il realismo sovietico, se non la prima forma della moderna cultura di massa, sia pure non finalizzata al mercato, ma alla creazione dell’«uomo nuovo»? E non è fin troppo evidente l’analogia con la cultura del consumismo occidentale, nata in America, da cui il totalitarismo stalinista diverge per l’unicità del prodotto offerto in vendita, il comunismo? Anche se la differenza rimane cruciale, la tesi è comunque abbastanza provocatoria per risultare controversa e foriera di discussioni polemiche. E’ partendo da questo assunto, infatti, che i curatori hanno pensato e realizzato la mostra «Fabbrica dei sogni comunismo: la cultura visiva nell’età di Stalin», aperta questa settimana (fino al 4 gennaio prossimo) alla Schirn Kunsthalle di Francoforte. 
Un allestimento monumentale su quella che fu, allo stesso tempo, facciata bugiarda e formidabile strumento di potere in mano al dittatore sovietico. Nelle parole di Boris Groys, che ha curato l’esposizione con Martina Weinhart, «un sistema molto sofisticato, perfettamente a conoscenza delle tecniche di manipolazione della mente umana». Grazie ai prestiti dei musei e degli archivi russi, è stato possibile riunire testimonianze artistiche straordinarie e inquietanti, alcune addirittura mai esposte dalla morte di Stalin, nel 1953: dipinti, poster, documenti, fotografie, installazioni, brani cinematografici e parafernali dell’iconografia comunista. 
C’è il Kazimir Malevich degli anni Trenta, quando il grande astrattista sacrificò linee e geometrie, per riempire le sue tele di mietitrici e colcosiani, sia pure senza volto. Ci sono gli aedi del realismo, i maestri del colore, che misero talento e tecnica a disposizione della macchina propagandistica: da Alexander Gerasimov a Isaak Brodski, da Tatiana Jablonskaja ad Alexander Deineka, passando per Vasili Jakovlev e Alexander Labas. E ancora, i poster di Alexander Rodcenko e Valentina Kulagina, i film di Chiaureli e Grigori Alexandrov, i fotomontaggi di Gustav Kluzis. Opere non concepite per i musei, ma per essere riprodotte milioni di volte su giornali, libri di scuola e manifesti; opere che non dovevano in primo luogo piacere, ma educare. 
Nota a piè di pagina della mostra, i lavori contemporanei del concettualismo moscovita e della cosiddetta Sots-Art, tutti successivi agli anni Settanta, dove artisti come Ilia Kabakov, Erik Bulatov e Boris Michailov sfidarono criticamente i canoni estetici del regime totalitario, rileggendo il realismo in chiave ironica e dissacrante. 
Ma non basta questa contromisura, a mettere al sicuro dal rischio dell’ambiguità l’allestimento di Groys, già autore di un libro dal titolo significativo «L’opera d’arte Stalin» e privo di remore, nel privilegiare unicamente il lato estetico dei lavori esposti. Sui muri dipinto di verde della Schirnhalle, c’è una seducente cascata di rosso e di oro, ma non c’è nulla che ricordi i gulag, le purghe di massa, il terrore staliniano. E forse anche per questo, inaugurando la mostra, il ministro federale per la Cultura, Christina Weiss, si è sentita in dovere di ricordare «le tragedie nascoste dietro questa esposizione». 
Come nel quadro Indimenticabile incontro , del pittore Vassili Jefanov, dove Stalin riceve l’omaggio floreale di una giovane donna, davanti allo sguardo sorridente dell’intero Politburo: l’opera è del 1936-37, anni sanguinosi del Grande Terrore. 
O come il dipinto di Gerasimov, del 1948, che ritrae il piccolo padre commosso sulla bara di Andrei Zdanov, uno dei tanti rivali che lui stesso fece assassinare. O ancora, come il gigantesco olio Il II Congresso del Comintern , del 1924, dove Isaak Brodski fa il ritratto di famiglia della Rivoluzione bolscevica, con Lenin alla tribuna e i capi del comunismo russo e mondiale intorno, tranne Lev Trotzki, naturalmente, sparito con un tocco di trementina. 
In compenso, per gli italiani, si riconoscono Amadeo Bordiga, Nicola Bombacci, Ludovico d’Aragona e Giacinto Seratti. 
Fra i vessilli in velluto scarlatto dei partiti fratelli, che pendono dalla tribuna, c’è anche quello dell’Italia. Dice: Evviva il Terza Internazionale Comunista. Nessuno ha corretto l’errore grammaticale dell’artista. 

Paolo Valentino 

Corriere della Sera
2 ottobre 2003 


Addio a Pintor,coscienza critica della sinistra 

di PAOLO POMBENI 

ERA il 25 novembre 1969 quando il comitato centrale del Pci espulse per frazionismo il gruppo de il manifesto di cui Luigi Pintor era stato uno dei fondatori. Si potrebbe emblematicamente dire che quella data ha segnato un'epoca nella storia della sinistra italiana, come oggi la sua morte. Allora la questione centrale era sganciare il comunismo dal modello 
sovietico, anzi negare che quel "socialismo realizzato" potesse rappresentare il punto di riferimento delle giovani generazioni che, sull'onda delle rivolte studentesche, riscoprivano il rigetto della aborrita "socialdemocrazia" occidentale. I miti di fondazione erano la Cina e Cuba, sebbene percepiti in un'aura romantica che faceva relativamente i conti con quelle realtà storiche. Oggi a testimoniare il chiudersi di un'epoca sono proprio le parabole negative di quei due miti, giacché sarebbe piuttosto difficile immaginare il vecchio Castro chiuso nel personalismo dittatoriale del suo potere e la nuova Cina che coniuga sviluppo economico capitalistico e burocratismo totalitario del partito come icone di qualsiasi "rivoluzione culturale" Eppure sarebbe non solo ingeneroso, ma ingiusto schiacciare la vivacità intellettuale di Luigi Pintor entro queste coordinate. Politico coraggioso e inquieto, egli è stato uno degli ultimi rappresentanti di una specie in via di estinzione: gli "intellettuali organici" veri, cioè quelli che si votano al servizio di una milizia spirituale e politica senza mai rinunciare a farsi prendere con passione nel gorgo delle contraddizioni del proprio tempo. Ci voleva coraggio nel 1969 a lasciare una prestigiosa posizione in uno dei più potenti partiti del paese per correre l'avventura di rilanciare un "pensiero marxista" che non fosse né un condimento superficiale di una lotta politico-parlamentare ormai entro i termini del "sistema", né un esercizio da glossatori accademici dei dogmi sedimentati dai vari comunismi. Per uscire da queste acque, Pintor scelse allora l'attenzione a quello che si usava chiamare il Terzo Mondo, coniugandola con un tentativo radicale di cogliere le disgregazioni che si manifestavano nell'organizzazione capitalistica dell'Occidente e del nostro paese. Quanto questa avventura sia stata complessa, lo ricorda la memoria di ciascun lettore. Siamo passati attraverso eventi la cui portata storica interrogava tutti. Basterà elencare qualcuna delle "crisi" su cui si è dovuto discutere: la crisi mediorientale, quella del sistema europeo di welfare, quella del terrorismo sia italiano che internazionale, quella delle nuove guerre "imperiali", quella del calo di "partecipazione democratica" nei sistemi occidentali, per non citare poi la solita banalità della "globalizzazione. Tutte vicende che peraltro Pintor ed il suo gruppo continuavano ad interpretare tenendo quelle coordinate che aveva scelto nel 1969. Che non sia stata una scelta banale lo ha dimostrato la difficoltà di definire una volta per tutte i termini complessivi del problema: il Terzo Mondo "anticapitalista" non era più i "campesinos", ma diventava l'integralismo musulmano, le contraddizioni dell'Occidente che non si scioglievano, ma continuavano imperterrite a ridefinirsi, la crisi italiana produceva tanto il crollo del vecchio "sistema" quanto una transizione lunghissima che è difficile dire dove porti. Ma Pintor non si è mai arreso: ha continuato ad essere "organico" alla sua scelta di campo, senza rinunciare ad essere all'interno di questo una "coscienza critica". E così ha servito alla fine tutti, anche coloro che quella scelta di campo non condividevano, perché la "critica" è uno strumento di cui nessun politico serio può fare a meno. 

Il Messaggero
Domenica 18 Maggio 2003 


Luigi, artista dei titoli: una vita insidiata da guerra e affetti perduti

Li «componeva» come al piano: «Non moriremo democristiani» il più famoso. Il dramma del fratello ucciso, le morti della prima moglie e dei due figli


ROMA - Il colletto della camicia sbottonato. Il pacchetto delle sigarette sul tavolo, una tra le dita. Nella stanza, il girare a vuoto delle frasi di alcune persone che inseguono una formula magica da trovare ogni sera, e ogni sera diversa, senza riuscire ancora ad afferrarla. Poi, il più delle volte, Luigi Pintor, quello con quella camicia e quelle sigarette, che tira fuori due, tre parole, o anche una sola, ed ecco la soluzione. Operazione compiuta. Preda afferrata. La si consegni in tipografia. Sono nati così, per anni, tanti titoli del manifesto , quotidiano comunista figlio di un’eresia. Schizzi di sarcasmo, zaffate di critica, sfottò urticanti o puramente divertenti senza essere, però, né bonari né ingenui. Titoli come «Istituzioni a delinquere», nel 1973, su un voto del Senato che negava l’autorizzazione a procedere contro sei parlamentari per lo scandalo Ingic, un antenato di Tangentopoli. Oppure «Il mitile ignoto», sulla tendenza di certa stampa a non individuare colpevoli nella diffusione del colera in una Napoli malgovernata e con le cozze a far da capro espiatorio. Per aver decantato sull’organo del Psdi le qualità di Giuseppe Saragat, che lo aveva nominato senatore a vita, il poeta Eugenio Montale ricavò un corsivo intitolato così: «Ossi di presidente». Non più di seppia. 
Rispondeva ad un metodo, la libera inventiva di Pintor: la scelta di andare al dunque, evitare il superfluo. «Limavo i miei scritti stampati sul giornale... scoprendo che c’è sempre una riga su tre di troppo», ha raccontato sui suoi esordi da giornalista che poi lo portarono ad essere condirettore dell’ Unità , prima della radiazione dal Pci nel 1969, e direttore del manifesto . «Ho applicato alla scrittura le tecniche meticolose che si usano su una tastiera», ha ammesso riferendosi al pianoforte. Il risultato è stato l’opposto di un virtuosismo barocco, del dilettarsi in inutili giochi di parole. E l’ammissione conteneva la confessione di un intimo desiderio: una vita diversa da quella che si era sentito in dovere di vivere. 
Forse avrebbe preferito che qui si fosse descritto un musicista o un uomo di cinema, Luigi. Come ha spiegato in Servabo , libro amaro e profondo, gli piaceva credere che se non ci fosse stata la Seconda guerra mondiale la politica sarebbe rimasta per lui «una curiosità secondaria». Ma la guerra, ricordava Pintor, «si è sovrapposta alla mia adolescenza con la precisione di una calcomania». 
Invece che artista tenuto a fantasticare, il diciottenne Luigi si ritrovò un ragazzo costretto a cercare il corpo del fratello nei pressi di un campo minato. Giaime, più grande di sei anni, era morto per combattere i nazifascisti nel dicembre 1943. «Quelle vicende hanno deciso interamente del mio futuro, formando tutto il mio modo di pensare», riconosceva Luigi, chiamato in una lettera del fratello a continuarne la lotta. 
Gappista, venne catturato dalla lugubre «banda Koch», picchiato per ore. Fu la sorte a salvarlo dall’esecuzione. Il resto dell’esistenza, più tardi, non gli risparmiò insidie. La malattia che gli sottrasse la prima moglie. Le perdite ravvicinate dei due figli, Giaime e Roberta. Verso Pasqua, su di sé, la scoperta di un tumore. Troppo tardi. 
Venerdì, per Bollati Boringhieri, di Pintor uscirà un nuovo libro, I luoghi del delitto : racconta di un uomo al quale un medico dà pochi mesi di vita. Un’idea nata quando l’autore ignorava che lo aspettava una prospettiva del genere, con meno tempo. Di certo, il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà evocati da Gramsci, sardo come la sua infanzia, Pintor li aveva sperimentati per reggere agli urti della vita. E li usava non soltanto per quello. Era uno che nel 1975, aprendo un dibattito sul manifesto , chiariva da subito: «Il giornale non ci pare all’altezza dei compiti». 
La testata rimaneva ancora legata a una forza politica, il Partito d’unità proletaria. Alla concezione togliattiana secondo la quale un giornale è «la politica del partito che si fa quotidiana», Pintor preferiva il paragone con «una rondine che la mano del partito non deve stringer troppo per non soffocarla, né troppo poco perché non voli via». 
C’era un residuo della diplomazia acquisita nel Pci, in quella tesi. In realtà Pintor affermava anche che «un giornale ha bisogno di una direzione o impronta personale», e dicendolo pensava alla sua. Teorizzarlo lo autorizzava a suonare con più autonomia, sui tasti di una Olivetti, come avrebbe preferito fare da musicista su un piano. Da due pericoli metteva in guardia: il manifesto non deve essere «nè una salsiccia di articolesse né un tritato di informazioni». L’imperativo: «Non ci serve assomigliare di più agli altri, bensì il contrario». 
Qualcuno oggi faticherà e credere che un giornalista di partito, e del Pci degli anni 50, sia potuto essere uno spirito libero, non votato all’obbedienza. Ma la varietà antropologica dei comunisti italiani ha prodotto anche questo. Che poi Pintor si sia battuto contro una propensione della sinistra a pigri compromessi non significa che non sia stato, in parte, conservatore. Non gli piacque quando il Pci cambiò nome. Il suo però era un conservatorismo laico, sottile. A Silvano Miniati, che già nel 1974 non voleva chiamare «Pdup per il comunismo» il Pdup, aveva obiettato: «L’idea di esser frainteso nel senso che comunista significhi brezneviano, mi terrorizza. Ma ci terrorizza molto di più lasciare a Breznev la bandiera del comunismo». 
Fu «Non moriremo democristiani» un suo titolo celebre. Risale al 28 giugno 1983, dopo un tonfo elettorale della Dc di De Mita. Pintor riteneva che per ottenere governi senza scudo crociato non bisognasse aver paura di Craxi. In seguito, a Craxi addebitò di non aver puntato a un vero ricambio del potere. Nell’ultimo editoriale, il 24 aprile, ha riconosciuto una delusione per sé ben peggiore: «La sinistra italiana che conosciamo è morta», corrosa dalla voglia di governare comunque. Secondo quel testamento destra e sinistra sono formule «svanite», meglio un’internazionale dei movimenti e «estraneità» rispetto all’avversario. 
Sembrò «una terribile ingiustizia», al ragazzo Luigi, l’assenza di musica al funerale del padre, amante di opera e sinfonie. A subire il silenzio, da ieri, c’è anche lui. Che questo gli porti almeno pace e riposo. 

Maurizio Caprara 

Corriere della Sera
18 maggio 2003


Macaluso: noi del Pci sbagliammo a mandare via quel gruppo di compagni


ROMA - «Non rinnego il giudizio su quel gruppo di compagni e le scelte di fondo del partito, però sbagliammo a mandarli via: la loro presenza era un significativo segno di pluralismo». Per uno come Emanuele Macaluso, che rappresenta in pieno l’anima storica del Pci, dal dopoguerra fino ai giorni nostri, la morte di Luigi Pintor è occasione per riflettere. E per rivedere con gli occhi della storia il doloroso «strappo» del manifesto . Ma non solo: c’è anche il ricordo di Pintor giornalista e degli eventi che interrogarono la sinistra dopo il ’68. Anche lei, in quel comitato centrale di 34 anni fa, votò per radiare dal Pci i compagni del manifesto . 
«Sì, ma votò allo stesso modo anche Pietro Ingrao, che pure aveva militato nella loro stessa area. Erano anni difficili: bisognava fare i conti con la contestazione, con il movimento del ’68 e con il quadro internazionale. Loro ci rimproveravano di non avere preso troppo le distanze dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia, ma allo stesso tempo si schieravano a favore della rivoluzione culturale di Mao, una posizione che ancora oggi considero contraddittoria». 
Erano quindi compagni che sbagliavano? 
«Si poteva non essere d’accordo con i loro giudizi politici. E io non ero d’accordo. Ma il gruppo dirigente del partito sbagliò a radiarli. Bisognava capire che dietro al manifesto c’era un’idea politica e culturale che aveva una base nella società. La dimostrazione sta nel fatto che, mentre l’esperienza del partito, il Pdup, non riuscì a decollare, quella della rivista e del quotidiano sono durati fino ai giorni nostri». 
Tentò nei giorni dello strappo il dialogo con il gruppo del Manifesto ? 
«Alla vigilia del comitato centrale decisivo li invitai a casa mia a via del Grillo che stava a due passi dalla sede della loro rivista. Cercai di evitare la rottura, ma loro avevano già deciso. E anche noi purtroppo: dovevamo capire che c’era stato il ’68, che era cambiato il clima politico e c’era la necessità di dare una maggiore articolazione al partito. Ma il manifesto è stato anche un fenomeno giornalistico d’eccezione». 
Con Pintor sempre in prima fila. 
«Mi ricordo di un pranzo fatto con lui a piazza della Pigna. Era ancora il ’66, ma lui aveva già in mente il suo giornale: prese un foglio e, per spiegarmi come doveva cambiare l’ Unità , disegnò un menabò simile a quello che qualche anno dopo fu il manifesto ». 
Di che cosa parlava Pintor negli ultimi mesi? 
«Di politica, come sempre. Ma lo accompagnava un rimpianto che condivido anch’io in prima persona, vale a dire la caduta della passione nell’agire e nel pensare di chi oggi milita nei partiti. A destra come a sinistra. Lui quella passione ce l’ha avuta fino all’ultimo». 

Roberto Zuccolini 
Corriere della Sera
18 maggio 2003


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