9 MARZO 2001 CASA DELLA CULTURA
E’
in virtù della stima e dell’apprezzamento che si era conquistato che gli
chiedemmo di essere nel nostro direttivo.
La
nostra fu una decisione significativa che suggellava un incontro finalmente
unitario delle rispettive esperienze politiche.
Accettò
la nostra proposta con la convinzione di un rapporto fraterno che ci legava da
anni.
Sentimenti
profondi nati dalla condivisione di valori ed ideali, della comune esperienza
nella lotta partigiana che avevano radici così salde che nessun successivo
motivo, nessuna altra esperienza ha potuto recidere e neppure allentare.
Queste
ragioni spiegano il dolore profondo che la sua morte ha provocato in noi ed il
vuoto che non riusciremo a colmare.
I
sentimenti di affettuosa amicizia che a lui ci legavano erano ben più forti
delle differenze politiche e della diversa appartenenza partitica.
Nel
nostro ultimo incontro in Ospedale, alla vigilia dell’intervento chirurgico
che dopo pochi giorni lo portò alla morte, mi intrattenne sul comune progetto
per realizzare l’unità delle Associazioni partigiane, per attuare
iniziative culturali tese a informare ed educare le nuove generazioni a
difendere la democrazia e la libertà.
Anche
nei momenti nei quali lo scontro fra i nostri Partiti era più duro, non solo i
nostri rapporti non si incrinavano ma spesso constatavamo che le nostre analisi
coincidevano e ci adoperavamo per ricercare il modo di contribuire a sanare i
contrasti.
No,
non era buonismo il suo. Era la convinzione della indispensabile ricerca di unità
delle sinistre per contrastare i pericoli della destra che egli soprattutto
temeva, era il convincimento che senza unità non ci poteva essere progresso
civile e sociale.
Frequentavamo
amici carissimi tutti appassionatamente partecipi dei problemi della città e
delle vicende politiche del paese.
Erano
incontri nei quali i dissensi si stemperavano nella ricerca di una unità
concreta, non formale, convinti che fosse un errore andare ad arare nell’orto
del vicino, convinti
della esigenza di impedire soluzioni moderate e conservatrici.
Per
due decenni Paolo Grassi, un grande organizzatore di cultura al quale molto
deve Milano, fu il catalizzatore della nostra salda amicizia personale e
politica.
La
fedeltà politica di Elio Quercioli al Partito di cui fu dirigente nazionale era
fuori discussione.
Egli,
anche negli ultimi tempi, rivendicava con orgoglio la sua appartenenza al
P.C.I. sottolineando meriti che, egli diceva,
spesso oggi vengono ignorati.
Ricordava
la specificità del Comunismo Italiano che aveva combattuto con inflessibilità
il fascismo pagando prezzi altissimi, rivendicava il merito della fedeltà alle
istituzioni repubblicane, l’ossequio convinto alla Costituzione.
Ricordava
l’impegno del suo partito nella lotta contro le brigate rosse ed il terrorismo
delle frange dell’estrema sinistra.
Di
questa linea di rigore era stato uno strenuo assertore sempre in prima fila,
assumendosene le responsabilità.
La
sua sensibilità, la sua intelligenza che esercitava nella responsabilità di
dirigente nazionale lo avevano sempre indotto a sostenere l’importanza di
trovare punti di convergenza fra le forze politiche impegnate al governo o
all’opposizione servendo con fedeltà le istituzioni repubblicane, ricordando
agli altri quanto fossero nefasti gli atteggiamenti e le scelte
faziose.
Elio
era convinto che
al di là delle formule e degli schieramenti fosse necessario consolidare la democrazia
e attuare politiche riformiste in grado di modernizzare il paese dando anche
risposta alla domanda di equità sociale .
Elio
non aveva mai dimenticato gli anni vissuti in un quartiere di lavoratori, nelle
case dell’Umanitaria, un’istituzione nata dal riformismo socialista
milanese.
Era
di conseguenza in questi ultimi anni sostenitore della urgenza di costruire un
partito socialista democratico di stampo europeo.
Il
ricordo della nostra comune esperienza di 40 anni vissuti nelle istituzioni è
vivo e indimenticabile. In Consiglio Comunale, in Parlamento, nelle
organizzazioni dell’antifascismo militante al di là delle naturali differenze
il nostro dialogo era costante nella ricerca delle convergenze sostenute dalla
condivisione di comuni valori.
Fu
merito di dirigenti come Quercioli che fu possibile dopo le elezioni del 1975
costituire la prima giunta di sinistra a Milano, scelta che aprì in Italia le
stagioni delle giunte di sinistra nelle principali città italiane.
Non potrò mai dimenticare i giorni dopo la strage di Piazza Fontana.
Elio fu fra coloro che intuirono immediatamente che quella strage era stata concepita ed attuata per sovvertire le istituzioni democratiche. Milano anche grazie a lui può rivendicare di aver dato una risposta imponente: il frutto dell’organizzazione dei comuni, dei sindacati, delle organizzazioni democratiche dei partiti e dell’impegno di Quercioli esponente della opposizione che collaborò strettamente con la civica amministrazione da un ufficio di Palazzo Marino.
Merita di essere diffuso e conosciuto l’invito che rivolse nel suo ultimo articolo sulla rivista dell’A.N.P.I.: “controffensiva antifascista”. Scriveva: “assistiamo all’ondata propagandistica e revisionista tesa a rivalutare il fascismo ed aggiungeva: esiste davvero un pericolo concreto”.
Il modo migliore per ricordarlo è quello di accogliere e di onorare il suo ammonimento.
L’addio a Quercioli politico per passione
I funerali al Piccolo Teatro
CINZIA SASSO
Alle nove del mattino, quando il furgone Mercedes scarica la bara in via Rovello, davanti al Piccolo, c’è già chi aspetta di salutare per l’ultima volta Elio Quercioli. Un compagno, scrivono i nastri sulle corone di fiori. Un ex parlamentare, ricordano le rose di Luciano Violante.
segue a pagina V
Un ex questore della Camera, raccontano gli iris dei questori. E un grande vicesindaco al servizio della città, e lo dimostra la cerimonia cittadina, il gonfalone del Comune, le tantissime persone che sostano davanti al feretro coperto di gerbere rosse.
Accanto a lui, per cominciare, lo stendardo dei partigiani. E sono proprio loro, i più vecchi di età, i primi ad arrivare, da Tino Casali a Giovanni Pesce. Stringono la mano a Mimma, la vedova, e ai figli; parlottano tra loro e si raccontano di «quella volta che». E quelle volte, da raccontare, sono tante. Sono un pezzo di storia di Milano alla quale questa Milano guarda con nostalgia. Come dirà, nell’orazione funebre, l’amico e allora sindaco, Carlo Tognoli: a tenere unita la sinistra era la politica del fare e quello spirito sarebbe importante poter recuperare.
Verso le dieci, quando ormai sulla città cade una pioggia gelida, ai compagni anonimi, agli ex colleghi dell’Unità, agli ex parlamentari che affollano il teatro, si aggiungono i dirigenti politici di oggi: arriva per primo Bruno Casati, di Rifondazione e subito il segretario della Camera del lavoro Antonio Panzeri. Ecco Armando Cossutta, con la moglie Emi che non tratterrà le lacrime; Aldo Aniasi, Giampiero Borghini, Piero Bassetti, Antonio Pizzinato. E arrivano anche i leader della Quercia: il ministro Fassino, Pietro Folena, Barbara Pollastrini accanto al presidente Massimo D’Alema. Ma ci sono anche donne come Nina Vinchi, l’amica di una vita insieme a Giorgio Strehler e Paolo Grassi. Ci sono Krizia e Valentina Cortese e quando entra lei, questa camera ardente, con le luci e le musiche, torna a sembrare di più un teatro.
È il sindaco Gabriele Albertini il primo a ricordarlo: «È stato un uomo onesto, in anni in cui altri non lo furono. Un uomo fiero della sua appartenenza politica, la cui passione non si era mai spenta. Un uomo straordinario nella sua normalità». «C’è molta emozione — conclude — in questo addio. Quercioli merita di essere annoverato tra i milanesi illustri». Tocca a Carlo Tognoli, che sindaco lo è stato e che, come Quercioli, non ha mai visto spegnersi la sua passione politica: si rivolge alla moglie — «cara Mimma», inizia — e quindi rivendica «il comune impegno in una giunta di sinistra che aveva l’obiettivo del fare, di ottenere risultati. Non era efficientismo aziendalistico, era politica, capacità di mediazione nel nome di un progetto. Tognoli cita due volte Craxi per ricordare come allora fu possibile l’unità delle sinistre. «Perché nessuno deve rinnegare quel che è stato».
Parla Federico Ottolenghi, il giovane segretario dei Ds che dice di averlo conosciuto — «e con lui avremo sempre un debito di riconoscenza» — solo un anno fa; parla il presidente dell’Anpi Tino Casali, che lo ricorda partigiano a 17 anni. Parla infine, e lo fa rivolgendosi soprattutto ai suoi compagni di partito, Aldo Tortorella. Tortorella comincia criticando «chi adesso giudica la nostra generazione dicendo che chi ha aderito agli ideali di libertà e democrazia è uguale a chi ha aderito al razzismo e all’autoritarismo neofascista. No. Non è la stessa cosa». Poi ha aggiunto: «Alla tanta illustre sinistra che qui è raccolta bisogna dire che per superare la difficile condizione attuale è necessario guardare all’esempio di uomini come Quercioli per raddrizzare la rotta». Gli risponderà, dopo gli applausi e le lacrime di tanti, Massimo D’Alema: «La mia presenza qui ha il significato di salutare un amico, un compagno. Un uomo del quale conoscevo bene l’umanità, l’intelligenza politica, la cultura. La sinistra a Milano c’è sempre: nel passato ha governato ed è stata al’opposizione, è la logica della democrazia. Non si cancella la realtà di una cultura e di una tradizione che rappresentano tanta parte della storia di Milano, del riformismo, della sinistra, dei suoi valori».
La Repubblica
9.2.2001
******************************************
Al Piccolo l’addio a Quercioli «Uomo fiero e milanese illustre»
Un cuscino di dalie rosso fuoco sopra la bara al centro del Piccolo Teatro di via Rovello. Il gonfalone del Comune fra due vigilesse in alta uniforme, le bandiere e gli stendardi delle Associazioni Partigiane. E poi centinaia di persone venute a rendere omaggio, come ha detto il sindaco Albertini, a «Elio Quercioli, un uomo che ha amato questa città, l'ha servita e che oggi merita di essere annoverato fra i milanesi illustri. Un uomo di parte, fiero di esserlo. Un uomo delle istituzioni, leale e intransigente. Un uomo onesto, in anni di stravolgimenti anche morali». Mentre a Milano si svolgevano i solenni funerali civili, a Roma Quercioli veniva ricordato alla Camera dal presidente Luciano Violante: tutti in piedi per un minuto di silenzio e infine un lungo applauso al quale hanno partecipato parlamentari di tutti gli schieramenti. Perché a Roma come a Milano, là come parlamentare per quattro legislature e questore della Camera, qui come consigliere comunale per 25 anni e vicesindaco della Giunta Tognoli, Quercioli era stato uomo del dialogo, apprezzato e stimato anche dagli avversari politici. Ieri mattina al Piccolo Teatro c'era tutto lo stato maggiore diessino guidato da Massimo D'Alema («Sono qui per ricordare un amico, un compagno del quale ho conosciuto l'umanità, l'intelligenza politica, la cultura. E sono grato al sindaco per essere venuto»). E poi il ministro Piero Fassino, il presidente dei Comunisti Italiani Armando Cossutta, Gavino Angius, Pietro Folena, Barbara Pollastrini, Claudio Petruccioli, Ornella Piloni e tanti, tantissimi altri.
Se il sindaco Albertini, che per l'occasione indossava la fascia tricolore, ha voluto «onorare il ruolo istituzionale di Quercioli, ruolo che ha interpretato con spirito laico, certamente vivendo dentro di sé la contraddizione tra l'essere e il sentirsi esponente di una parte e allo stesso tempo rappresentante di tutti i cittadini», l'ex sindaco Carlo Tognoli ha ricordato il vicesindaco «della rinascita di Milano». «L'incontro fra socialisti, comunisti e socialdemocratici, sostenuto con convinzione da Elio e da Craxi, - ha detto Tognoli - lungi dall'apparire come un nuovo frontismo, anzi attento al nuovo e alla evoluzione in atto, un riformismo moderno e moderato, gradito al mondo del lavoro e ai ceti medi, dava ai cittadini e anche al suo establishment economico e sociale fiducia e sicurezza. Non fu solo un incontro tra partiti, fu anche un incontro tra uomini e gruppi dirigenti animati da una medesima concezione della politica, attenti al nuovo, sensibili al sociale. Un patrimonio che, disperso, non può essere facilmente ricomposto, ma che potrebbe essere utile per l'azione dell'oggi e del domani».
Un messaggio politico forte per una sinistra che a Milano fatica a ritrovare la sua identità e attraversa una crisi forse senza precedenti. Una sinistra che sembra esplosa lanciando schegge in tutte le direzioni e che eccezionalmente si è ritrovata insieme per ricordare Quercioli. E così, fianco a fianco c'erano Luigi Corbani e Massimo Ferlini, Antonio Panzeri e Sergio Scalpelli, Aldo Aniasi, Gianni Cervetti, Piero Borghini, Marialuisa Sangiorgio, Riccardo Terzi, Roberto Biscardini, Stefano Draghi, Guido Aghina, Daniela Benelli, Vittorio Korach, Milly Moratti, Roberto Camagni, Roberto Vitali, Giovanni Lanzone, Augusto Castagna e tantissimi altri. Non soltanto di sinistra (c'erano Piero Bassetti, Gaetano Morazzoni, Franco De Angelis, Dario Vermi) e non soltanto politici. C'era la vedova di Paolo Grassi, Nina Vinchi, amica di una vita e affettuosamente stretta a Mimma Paulesu Quercioli, e poi Krizia, Gaetano Afeltra, Valentina Cortese, Guido Arthom, Franco Abruzzo.
L'ultima orazione funebre, dopo quelle di Tino Casali e di Federico Ottolenghi, è stata di Aldo Tortorella: «Davanti a tanta illustre sinistra raccolta qui bisogna dire che per superare la difficile condizione attuale è necessario guardare all'esempio di uomini come Quercioli per raddrizzare la rotta». Tutti d'accordo, ma non per questo meno divisi e disorientati.
Claudio Schirinzi
Corriere della Sera
9 febbraio 2001
Commemorazione nel primo anniversario della morte con Tognoli e Penati
"Quercioli, maestro riformista"
Fra Ds e ex Psi si scioglie il gelo
RODOLFO SALA
È una commemorazione, ma serve anche a disegnare gli scenari prossimi venturi della sinistra milanese. Che ieri, nel ricordare a Palazzo Marino la figura di Elio Quercioli, il vicesindaco comunista delle giunte Tognoli scomparso un anno fa, vuole ritrovare l'unità perduta ripartendo dall'esperienza che l'ha vista al governo della città per una stagione lunga e controversa. A quella stagione, a una «rilettura franca dei rapporti tra Pci e Psi e Milano», come dice il nuovo segretario Filippo Penati, i Ds dedicano un convegno di studio, da tenersi il mese prossimo. «Dobbiamo metterci in discussione tutti, se partiamo dalla figura di Quercioli lo possiamo fare: andiamo a verificare se ci sono le ragioni per riprendere un cammino comune».
Accanto al segretario della Quercia e davanti alla signora Mimma, vedova di Quercioli, Carlo Tognoli dice che si può fare: «Una proposta da accogliere». E aggiunge: «Elio era un pragmatico riformista, lontanissimo da massimalismo e dogmatismi». E fu grazie a lui, ricorda il socialista sindaco dal 1976 all'86, che nel 1975 si poté gettare «quel ponte tra Pci e Psi che portò alle giunte di sinistra». Di più: per Tognoli quelle giunte furono volute da Craxi anche per «tenere aperto un corridoio con il Pci, almeno fino al 1985». E se per un decennio a Milano si fecero «cose di sinistra, dalla municipalizzazione del gas al Piccolo Teatro, il merito va al pragmatismo di Quercioli», oltre che alla volontà di Craxi.
Un'analisi che ha già cominciato a far discutere i Ds. Per Barbara Pollastrini, segretaria della federazione milanese quando scoppiò la bufera di Tangentopoli, occorre che la rilettura di quegli venga fatta «nel pieno rispetto della verità». Insomma: «Se è vero che Quercioli apprezzava Craxi, è altrettanto vero che nell'ultima fase fu molto critico con il craxismo, mettendoci in guardia dal rischio di annessione contenuto nella proposta di unità socialista; Elio — aggiunge la responsabile nazionale delle donne della Quercia — fu al mio fianco quanto ritenemmo di far cadere le giunte di sinistra perché non adeguate all'idea del buon governo». Il dibattito è aperto. Ma il messaggio della nuova leadership di via Volturno è abbastanza chiaro, soprattutto in un momento di grande difficoltà per il centrosinistra. Lo dice Gianni Cervetti, fra i dirigenti del Pci più attenti ai rapporti con i socialisti: «A Roma si sentono le urla di Moretti, qui i riformisti cercano di ricompattarsi e di allargare le proprie file». Penati conferma: «La politica non è fatta di scomuniche, ma di progetti seri: a Milano stiamo lavorando per ricostruire l'unità riformista».
la Repubblica
5 febbraio 2002