NE' SALVI, NE' SALVATI
Sto scrivendo mentre giungono dalla Francia le notizie della grande vittoria socialista al secondo turno delle regionali. Parlo appositamente di vittoria socialista e non di una indistinta vittoria delle sinistre (né di un generico centrosinistra), sia perché di questo si tratta (comunisti e verdi insieme non arrivano al 5%), sia per i motivi che cercherò di spiegare in seguito.
Ciò accade a due settimane di distanza dalla grande vittoria socialista in Spagna che, se pur avvenuta in circostanze particolari e terribilmente luttuose, ha rappresentato un segnale inequivocabile di inversione di tendenza rispetto ad un governo autoritario e servo sciocco dell'unilateralismo americano.
Insomma pare che nell'Europa latina i socialisti si stiano decisamente ridestando.
Naturalmente non bisogna sopravvalutare ciò che sta accadendo. La situazione politica europea resta molto fluida ed incerta. Il socialismo europeo sta vivendo una fase controversa, con alti e bassi. Nonostante ciò una cosa è certa: i socialisti in Europa rappresentano la concreta alternativa alla destra.
Una riflessione su questa incontrovertibile realtà va fatta con chiarezza nel nostro paese.
Prima parlavo di una stagione positiva socialista nell'Europa latina. Tranne che in Italia, dove purtroppo la sinistra, l'intera sinistra (compresa quella antagonista), negli anni della II Repubblica non ha mai superato il 30% dei voti, mentre nel resto d'Europa i soli partiti socialisti viaggiano intorno a medie del 35%.
In realtà ciò che accade in Europa impone una chiara e non più rinviabile riflessione sulla identità socialista della sinistra italiana.
Da pochi giorni ho ripreso la tessera dei DS. Ho fatto questa scelta perché ritengo che una seria battaglia per rendere la sinistra italiana più europea e più socialista (le due cose coincidono) vada condotta all'interno di quella che è, ormai, l'unica forza politica rappresentativa della sinistra italiana (con tutti i suoi gravi limiti e le sue contraddizioni). Lo SDI è in fase di liquidazione. Della sedicente lista di "Unità Socialista" di De Michelis e Signorile preferirei non parlarne. Posso solo dire che non si può fare una lista che pretende di ereditare la tradizione socialista con un pezzo di essa che è collocata nel centrodestra! Mi meraviglio come un compagno serio come Claudio Signorile abbia potuto compiere una sciocchezza del genere!
Pertanto occorre ripartire dai DS. Ho già altrove detto che la Lista Unitaria Riformista ("il triciclo") è utile dal punto di vista elettorale. E' utile per mettere un po' di ordine in un centrosinistra rissoso e frammentato. Sono convinto che avrà successo. Sono meno convinto però che essa potrà costituire la premessa per un unico soggetto politico, espressione di un generico ed indistinto riformismo.
I partiti non si inventano. Vivono di identità e di un senso di comunità politica condivisi. Essi hanno una chiara collocazione nella storia e nella geografia. Queste cose "il triciclo" non le possiede. Né credo si possa costringere la Margherita ad aderire al PSE (o al contrario di chiedere ai DS ed allo SDI di uscirne).
L'idea di un gruppo autonomo dell'Ulivo a Strasburgo, o quella di esportare in Europa l'Ulivo è l'espressione di provincialismo politico e culturale che pretende che il resto del mondo si adegui all'anomalia italiana. Non siamo ai tempi di Giulio Cesare, quando l'Italia era l'ombelico del mondo. Tutt'altro!
Ecco perché credo che dopo le elezioni il tema della identità della sinistra democratica italiana si riproporrà con grande forza. E qui i DS dovranno scegliere se riprendere e sviluppare coerentemente il discorso iniziato a Pesaro (con dieci anni di ritardo!), traendone tutte le conseguenze (compresa quella di indicare con chiarezza il nome socialista nel simbolo), oppure se continuare a vivere nel limbo di una identità incerta e sospesa nel vuoto, con il reale rischio di isolarsi in Europea.
La storia recente della Cosa 2 dimostra che i percorsi sono molto più accidentati di quelli pensati. Ma anche gli altri percorsi - quelli di immaginare una sorta di rifondazione del PSI sulle ali della nostalgia - si sono dimostrati fallimentari.
Spetta quindi ai socialisti interni ai DS di condurre una battaglia politica e culturale affinché nel prossimo congresso del partito, in autunno, vi sia il pieno compimento della linea di Pesaro soprattutto per quel che concerne la identità. Ma naturalmente vi è un'area socialista esterna ai DS (parlo dello SDI ma anche di molti compagni senza tessera) che va coinvolta pienamente nel progetto politico.
Ma in concreto qual è il compito dei socialisti nella sinistra italiana?
E' quello di far superare ad essa l'anomalia grave rispetto all'Europa. Una anomalia che non potrà essere certo superata in tempi brevi, ma a cui occorre iniziare a dare una risposta evolutiva.
Questo significa che in eventuale confederazione riformista ci deve essere un partito socialista tendenzialmente di massa, a vocazione maggioritaria. Come negli altri paesi europei.
Certo, non possiamo pensare di prendere i voti dei socialisti spagnoli o svedesi. Ma l'obbiettivo concreto di una forza socialista che possa contare su di un bacino potenziale del 25-27% dei voti è possibile. Senza il socialismo il riformismo diviene solo la copertura ideologica di posizioni moderate e centriste. Questo è il dato politico che va sottolineato.
Come va pure accantonata l'idea "archeologica" di una indistinta "unità delle sinistre" dal sapore frontista. Le elezioni spagnole e francesi hanno definitivamente sepolto tale prospettiva. La sinistra che ha vinto è quella socialista. Non tutte le sinistre sono uguali. C'è chi ha avuto ragione e chi torto dalla storia, non lo possiamo dimenticare (e gli elettori europei non lo hanno dimenticato). Naturalmente è possibile, anzi doveroso, fare alleanze con le altre sinistre. Come anche con le forze progressiste non socialiste. Ben sapendo però quelle che sono le differenze e che queste differenze segnano dei limiti precisi nei rapporti.
I socialisti non sono quindi né con Salvi (il Fronte popolare all'amatriciana) né con Salvati (il partito democratico - sostanzialmente centrista). Essi sono con le grandi correnti del socialismo europeo.
PEPPE GIUDICE
28-03-04
Cosa vuol dire pace?
di Federico Ottolenghi
Il vero problema che io noto quando si discute di pace a sinistra, è una difficoltà culturale, prima ancora che politica. O meglio, è una difficoltà di definizione della politica.
Partiamo dalla galassia delle ancore culturali del “pacifismo”: la faccio breve, ma mi interessa sottolineare alcuni aspetti: a mio avviso la non-violenza (intesa come dottrina gandhiana, poi traslitterata nel movimento di Martin Luther King) non è propriamente ua posizione “pacifista”; non nel senso che possa farsi politica come pretenderebbe, credo, una parte del movimento. L’efficacia della dottrina non-violenta è l’assunzione di un metodo interiore che si fa conversione personale, e quindi (e solo con questo presupposto) azione politica. La quale comunque non può deresponsabilizzarsi di fronte, ad esempio, all’aggressione del debole. Il successo dei leader sopracitati non deve farci schermo dal notare che molto dipendeva dal loro carisma, e dalla situazione complessiva nel quale venivano ad agire: non è un caso che senza di loro, e poco dopo i loro successi, anche a causa del fatto che venivano ambedue eliminati fisicamente, il corso della storia riprendeva il “normale” commercio con la violenza e con la politica tradizionale, che la violenza gestisce (quando non avvalora) ma non elimina.
Per quanto riguarda altri pretesi punti cardinali del movimento pacifista, mi preme sottolineare che non può essere utilizzato a vantaggio del pacifismo l’evangelo.
Tutto si può dire del messaggio di Gesù di Nazareth, ma non certo che sia pacifista: la scelta del cristiano è l’accettazione della realtà mondana da parte di Dio, realtà mondana assunta (è il paradosso della croce) in tutta la sua interezza, male compreso. L’assunzione di responsabilità è la chiave dell’impegno mondano del cristiano, che può portare anche alla scelta di usare la forza, laddove ciò sia inevitabile. Su questo valgono ancora le stupende pagine dell’Etica e soprattutto di Resistenza e Resa di D.Bonhoeffer, che – nonostante la sua formazione luterana (“omnis potestas a Deo”, dalla Lettera ai Romani di Paolo, cap.13 ) e la simpatia per la non-violenza – si assunse la responsabilità cui lo chiamavano i suoi tempi, partecipando al complotto per l’uccisione di Adolf Hitler.
Va detto chiaramente che questa assunzione di responsabilità – e di libertà – del cristiano è sempre temperata dal richiamo di Paolo di cui sopra: sempre la responsabilità e libertà del cristiano è controbilanciata dall’accettazione delle autorità terrene. Sia detto questo ai cristiani (sorattutto cattolici) che in un eccesso di entusiasmo in questo paese – ma anche in Spagna con l’Eta - si sono trovati spesso simpatizzanti più della P38 che della croce. Più della fuga dalla realtà, fuga tragica e assassina, che della vera – e costosa – assunzione di responsabilità mondana.
Parlare di nonviolenza è perciò diverso che parlare della pace, soprattutto in politica. Parlare di evangelo è perciò molto diverso che parlare di pace nella politica.
Ma allora, cosa è parlare di pace, fare la pace nella politica?
La pace- banalmente- all’interno della politica internazionale – non esiste. Proprio per quanto detto sopra, e quindi per la sua intrinseca connotazione morale e interiore, il problema della pace non sussiste all’interno delle categorie politiche, che si occupano delle movenze esteriori degli individui, e delle diverse collettività che gli individui agiscono.
Più che di pace si deve parlare di stabilità. questo, e solo questo, è il problema per il politico.
Va da sé che dati questi presupposti la stessa nozione di guerra non è affatto aliena all’azione politica, né mai può diventarla. La guerra è di fatto ( e oggi ancor di più, attraverso il controllo dei suoi effetti, ottenuto con il progresso nella progettazione e nella costruzione delle armi ) uno degli strumenti attraverso il quale si ottiene – o si mantiene – la stabilità di una data area del mondo.
Negare questo porta ad eludere e a non vedere alcuni aspetti essenziali delle dinamiche internazionali. Figlia di questa difficoltà è - per esempio - reclamare l’intervento dell’Onu, senza porsi minimamente il problema di cosa questo intervento significhi: dal punto di vista del comando delle truppe, dal punto di vista della composizione di queste stesse truppe; dal punto di vista dell’eventuale lotta di interessi che una certa presenza nazionale può significare.
La politica deve porsi questo problema; e perciò non può accontentarsi degli slogan generici di ieri. Ma deve farsi carico della traduzione nel “di fatto”: di fatto pace (ovvero: stabilità) cosa significa?
Farsi carico della domanda: “cosa significa stabilità in Iraq oggi?” va insieme a farsi carico della domanda: “ cosa significa stabiltà in Europa oggi, di fronte agli attacchi terroristici?"
E anche in questo caso la risposta non può essere generica, ma deve partire dal presupposto di una guerra in corso, e dal fatto che c’è già ora una presenza massiccia di persone nei nostri territori che potrebbero essere esecutrici di atti terroristici.
Perciò significa porsi il problema di eventuali maggiori poteri alle nostre polizie, porsi il problema di una maggiore libertà di azione alla nostra intelligence, porsi il problema del controllo dei flussi migratori, porsi il problema del controllo e degli eventuali accordi con le varie comunità islamiche presenti sui nostri territori. Sapendo che parte essenziale della politica terroristica è ricattare il funzionamento delle nostre società, inducendole a fare scelte di disimpegno, solo apparentemente risolutive.
I nostri nemici sanno fare la guerra, e la stanno facendo già evidentemente, visibilmente, decisamente.
Non serve, soprattutto alla sinistra, recitare un generico e inefficace “no alla guerra”.
Alla sinistra del terzo millennio serve, assolutamente, saper fare meglio la guerra.
Il che non vuol dire necessariamente, e questo in particolare con il problema del terrorismo, utilizzare truppe e soldati. Ma vuol dire comunque accettare la sfida,e vincerla.
Vuol dire saper fare la guerra meglio di questa destra chiacchierona e bugiarda. Saperla fare meglio, soprattutto, di chi cerca di terrorizzare le nostre vite.
Non abbiamo scelto noi la strada: tocca però a noi percorrerla fino in fondo e senza paura.
21 marzo 2004
Aderisco all'appello riformista.
Aggiungo, Cari compagni e care compagne, che questa iniziativa venga
innanzitutto ripresa dai maggiori quotidiani nazionali per dare un segno visibile che ancora esiste una identità socialista. Leggo molto i vostri messaggi e li approvo in pieno tutti. Il mio pensiero
è che oggi occorre come non mai la presenza di un forte partito socialista-riformista che sappia sì guardare ai bisogni dei più deboli ma non con l'ottica del conflitto di classe ma del dialogo. Io credo in un partito riformista che sappia coniugare le istanze del
mercato con quelle dei diritti. I girotondi sono necessari. Le piazze sono necessarie. Ma finquando rimarranno protesta e non proposta la sinistra è destinata a rimenere all'opposizione per molti lustri. In questi giorni Berlusconi dopo tante fanfaronate si sta
rendendo conto che amministrare un paese non è come amministrare un'azienda e per la prima volta i rapporti (una volta indissolubili) con Confindustria e la Banca d'Italia si sono incrinati. Credo, cari compagni, che questo sia il momento migliore per questa NOSTRA
iniziativa. Mi auguro però che non prevalgano i vecchi rancori, né con i compagni dello SDI (a cui va l'onore delle armi per aver mantenuto la fiaccola socialista) né ai compagni del Nuovo-PSI che hanno avuto la sventura di collocarsi a destra (NENNI diceva che la
politica non si fa né con i sentimenti né con i risentimenti).
Avanti compagni.
Massimo Lotti
21 settembre 2002
Ma perché i socialisti lasciano i DS?
Esattamente un anno fa decisi di uscire dal partito dei DS di Forlì e di dar vita ad un gruppo consigliare autonomo, denominandolo "Unità Socialista".
Dopo la vicenda della recente fuoriuscita dei compagni e amici socialisti Piero Bonavita e Piero Abbondanza dai DS cesenati, consumata con il voto contrario su Hera, ritengo inevitabile che i compagni dei DS si pongano la domanda: perché mai i socialisti che aderirono,
alcuni anni fa, al progetto dalemiano dell'unità della sinistra socialista riformista, oggi, lasciano i DS?
Prescindendo dalle diverse sensibilità personali, mie e dei miei compagni dell'ex PSI di Cesena, che pure ci sono, sul piano politico credo che le risposte tra noi comuni siano, essenzialmente, due: una di merito e una di metodo.
La prima risposta, di merito, è che il progetto politico del perseguimento dell'unità dei socialisti riformisti italiani, enunciato con enfasi e formalmente deciso nelle assisi congressuali, non è mai stato veramente perseguito dai DS e, di fatto, non fa più parte,
a nessun livello, della strategia politica del partito di Fassino.
La seconda risposta, di metodo, fa riferimento al diverso modo d'essere, alla diversa concezione che i socialisti hanno della vita interna del partito, del suo governo, dell'indispensabilità del confronto delle idee, del come giungere alla formazione delle decisioni
che determinano le scelte politiche e amministrative locali.
Non rientra nel DNA dei socialisti "ubbidir tacendo", siano essi pro o contro, ad esempio, a Hera, così come la differenza di voto su questo tema dimostra tra me e i miei compagni di Cesena.
Come socialisti siamo abituati a discutere di tutto e di tutti, magari anche oltre il necessario ma in modo chiaro, libero e aperto, senza accettare le imposizioni dei singoli ma solo i vincoli di lealtà e di solidarietà di partito che derivano al termine d'ogni
dibattito dalla volontà espressa dalla maggioranza (quando però questa si è formata attraverso la pratica del confronto democratico), senza pregiudiziali decisioni prese "a monte".
Queste, ed altre, sono le ragioni del nostro diverso modo d'essere, tra socialisti e diessini, che rende difficile, ancora oggi, la comune partecipazione alla vita dello stesso partito, nonostante le differenze, politico-comportamentali, di un tempo si siano molto
attenuate.
Detto questo, come giustamente affermano anche Bonavita e Abbondanza, la nostra appartenenza di consiglieri comunali alla sinistra e al centrosinistra è fuori discussione e la non appartenenza ad alcun partito ci pone di fronte ad un interrogativo: è vero anche in
politica il detto che "chi fa da se, fa per tre"? Personalmente ne dubito, anche se un altro saggio consiglio dice "meglio soli che male accompagnati", rinunciando, dopo 35 anni, al termine del presente mandato amministrativo, all'impegno politico
attivo. Vedremo.
Alessandro Guidi
Consigliere comunale di
Unità Socialista
9 settembre 2002
Da Rio a Johannesburg (passando per Kyoto): ovvero i 10 anni che non hanno cambiato il mondo
A dieci anni dal grande summit della Terra tenutosi a Rio de Janeiro nel 1992, si terrà a Johannesburg, Sudafrica, dal 26 agosto al 4 settembre 2002 il Vertice mondiale sullo Sviluppo Sostenibile.
Questo nuovo Summit, al quale prenderanno parte sia delegazioni di quasi tutti gli stati del mondo (compresi capi di stato e di governo) sia esperti e rappresentanti delle organizzazioni non governative, sarà l'occasione per fare un bilancio dell'applicazione di "Agenda 21", l'ampio documento programmatico sullo sviluppo sostenibile approvato appunto a Rio e che nelle intenzioni aveva il compito di "tradurre" a livello locale ed operativo le politiche di sostenibilità ambientale. Ma soprattutto sarà un'occasione fondamentale di riflessione durante la quale la comunità internazionale dovrà interrogarsi su temi quali la povertà mondiale, la crescente carenza di risorse, lo sviluppo demografico, gli forti squilibri nell'ecosistema terrestre degli ultimi 30 introdotti da politiche di produzione e sfruttamento delle risorse naturali non eco-compatibili. Si dovrà fare il punto su cosa è stato fatto (o meglio: su cosa NON è stato fatto) in questi 10 anni per attuare lo sviluppo sostenibile e quali sono i vincoli e le politiche da applicare nel futuro in campo produttivo, economico-finanziario e sociale.
Sebbene gli argomenti in esame siano numerosi, esiste un unico filo ideale che li collega: fame (e sete) nel mondo, inquinamento sia su scala locale che globale, esodi di massa ed ancora effetto serra, eventi meteorologici estremi, desertificazione - tutto è subordinato alla capacità di imporre concretamente politiche globali "compatibili", che integrino direttamente gli aspetti economici con quelli ambientali. Utopisticamente si tratta di realizzare un nuovo modello di sviluppo mondiale che si basi su economie di scala completamente diverse e sul concetto di sviluppo "attraverso" e non "sopra" le risorse ambientali disponibili.
In realtà, pur non essendo un esperto in materia, a guardare i risultati ottenuti in questi 10 anni non c'è di che stare allegri ed è facile accorgersi come gran parte degli obiettivi, se non tutti, siano stati disattesi: dal punto di vista demografico la popolazione mondiale è cresciuta ad un ritmo di circa 80 milioni di individui all'anno e nel 2000 abbiamo superato i 6 miliardi (nel 1950 eravamo 2,5 miliardi); è aumentata la percentuale di coloro che vivono in aree disagiate e non è aumentato il loro reddito pro-capite. Per quanto riguarda il clima e l'effetto serra, basti solo ricordare che le emissioni di carbonio dovute all'utilizzo di combustibili fossili sono state nel 1992 di 5 miliardi e 928 milioni di tonnellate, oggi sono superiori ai 6 miliardi e 300 milioni e che la concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera che era di 356,3 parti per milione di volume nel 1992, oggi ha superato le 370 ppmv; le attuali emissioni di anidride carbonica e degli altri gas serra sono così elevate che è "virtualmente certa" una continua accumulazione dei gas per tutto il secolo attuale e gran parte di quello futuro (molti di questi gas sono dotati di una "vita" in atmosfera di molti decenni); in questo senso del tutto disatteso è stato il protocollo di Kyoto del 1997 sul controllo delle emissioni dei gas serra (grazie anche alla "non" ratifica degli Stati Uniti - i maggiori produttori mondiali di CO2) e lontanissimo resta l’obiettivo di ridurre del 6,5% le emissioni di CO2 entro il 2010. Di converso sono aumentati gli eventi meteorologici "estremi", dovuti alle modificazioni sul clima prodotte dall'effetto serra: l'inverno anomalo trascorso con un lungo periodo di siccità e la ancor più anomala estate in tutta Europa con tempeste ed alluvioni (che hanno un altissimo costo economico che anche noi pagheremo) sono eventi che con modelli matematici alla mano non devono più essere identificati come "eccezionali". Per quanto riguarda l'assistenza allo sviluppo, il flusso finanziario dei paesi ricchi verso quelli poveri e' sceso, come proporzione del loro Prodotto Interno Lordo, dallo 0,35% del 1992 allo 0,22% nel 2000. Solo cinque nazioni (Danimarca, Lussemburgo, Olanda, Norvegia e Svezia) hanno raggiunto o sorpassato nel 2000 il target dello 0,7%. Invece il debito dei paesi poveri ha sorpassato i 2.500 miliardi di dollari. Nel 1992 era di 1.843 miliardi di dollari.
Con queste cifre è facile essere profeti di sventure prossime future anche a casa nostra, quali sempre e più gravi fenomeni meteorologici estremi o movimenti migratori di massa (per brevità non riporto le 10 conclusioni quasi apocalittiche del gruppo di lavoro WG2 dell'IPCC - International Panel of Climate Change, ovvero l'osservatorio internazionale sui cambiamenti climatici). Ma ancor più portatore di sventure è la poca o nulla sensibilità a queste problematiche ambientali sviluppata nei nostri paesi del benessere in questi 10 anni, la poca attenzione che dimostriamo anche nei semplici gesti della vita quotidiana, la non-cultura che insegniamo e che poniamo alla base della formazione delle generazioni future, l'assoluta non conoscenza della nostra "impronta ecologica". Significativo dell'attuale modello culturale è il fatto che su televisioni e giornali l'evento di apertura, o comunque quello su cui discutere maggiormente, sia il rinvio di un campionato di calcio mentre poco o nulla si dice dell'appuntamento di Johannesburg...
Per questo sono convinto che anche Johannesburg passerà senza dare la svolta radicale che sarebbe necessaria, strangolato dai quei pochi governi (e multinazionali) che di fatto comandano l'economia mondiale e poco inclini, soprattutto in questo periodo, a modificare la loro politica economica e l'atteggiamento verso un'economia sostenibile. La comunità Europea, generalmente più sensibile alle tematiche ambientali, perderà un'altra occasione per dimostrare la capacità di proporsi unitariamente con scelte ed atti concreti. Assisteremo a diversità anche radicali di opinioni che di fatto non porteranno a nulla di concreto. Verrà steso un documento programmatico che però senza una forte volontà politica di tutti gli attori in gioco sarà destinato ad essere in massima parte disatteso nei prossimi 10 anni, così come è successo per "Agenda 21". Nel frattempo ogni ritardo nell'azione non farà che peggiorare la situazione complessiva e rendere più problematici (e costosi) gli interventi futuri.
Ci avviciniamo sempre più ad un bivio epocale per l'umanità. La speranza è quella di una costante maturazione dell'idea di sviluppo sostenibile nel pensiero collettivo della gente. Fondamentale in questo senso, sarà l'apporto che i mezzi di comunicazione anche locali (giornali e televisioni – nessuno escluso) sapranno dare nell'opera di formazione ed informazione su questi temi. Sarà solo questo pensiero collettivo a dare vita ad una nuova classe dirigente politica ed economica con la cultura ed il coraggio sufficienti ad operare le scelte per noi "costose" ma necessarie a tutela della specie umana – nessuno escluso.
Ma bisogna fare presto.
Alessandro Furlan
SDI Vicenza
23 agosto 2002
SOCIALISTI RIFORMISTI SICILIANI A SOSTEGNO DELLA PROPOSTA DI FORMICA
PALERMO – Dopo la divulgazione dell’appello «Per il rilancio di una prospettiva laica, socialista e riformista», firmato da oltre cinquecento esponenti politici della Sinistra democratica, proseguono le iniziative per il ricompattamento dell’area socialista e repubblicana, frenate solo in trascurabile misura dall’interruzione estiva. Tra le personalità che si sono intestate questo nuovo tentativo unitario spiccano Rino Formica, nelle vesti di ideologo, Giorgio Ruffolo, Giorgio Napolitano, Claudio Martelli, Valdo Spini, Enrico Morando, e, tra i siciliani, Turi Lombardo ed Emanuele Macaluso. Anche l’associazione “Socialisti Riformisti Siciliani”, costituita a Settembre dell’anno scorso in appoggio al cosiddetto “progetto Amato”, ha deciso, per bocca del suo coordinatore Antonio Matasso, di raccordarsi a tale disegno. «L’inconscia ignavia del vertice diessino – fa sapere Matasso – ha a questo punto reciso ogni speranza di far perno sul partito della Quercia per la formazione di un raggruppamento autenticamente riformista e di Sinistra, il quale aspiri a candidarsi quale forza di governo e a intaccare quei segmenti di elettorato socialista e repubblicano capitati in dote all’illiberale partito – azienda del Premier Berlusconi». I Socialisti Riformisti Siciliani avevano già aderito all’appello riformista di cui sopra e adesso mirano a contribuire alla ricostruzione dell’ossatura socialdemocratica e liberale nell’isola. È prevista per la metà di Settembre una convention regionale a Capo d’Orlando (ME), a cui dovrebbe prendere parte lo stesso Rino Formica, con l’obiettivo di iniziare a organizzare a partire dalle realtà locali un nuovo partito di Sinistra a struttura federativa.
27 Luglio 2002
La legge Bossi - Fini sull'immigrazione è
stata definitivamente approvata al Senato con il voto contrario di Ulivo e
Rifondazione comunista.
Questa legge, che arriva dopo quella del 1998 (Turco - Napoletano) è
prevalentemente tesa a dare efficacia alla regolamentazione dei flussi dei
lavoratori immigrati, a stabilire criteri rigorosi per l'ingresso dei lavoratori
nel nostro paese e a rendere più efficaci gli strumenti delle espulsioni.
La Bossi-Fini ha scatenato reazioni fortemente negative da parte del
volontariato. Don Luigi Ciotti l'ha bollata come "ingiustificata e
intollerante"; per il presidente dell'Arci, Tom Benetollo "viene
sancito istituzionalmente l'imbarbarimento del rapporto tra Stato e
migranti". Loretta Caponi, presidente del Forum delle comunità straniere
in Italia parla di "delusione" e di "inseguimento". Giudizi
negativi sono arrivati anche da Caritas, Pax Christi, Comunità di Sant'Egidio,
Rete di Lilliput e gran parte dell'associazionismo laico e cattolico che di
immigrazione si occupa ogni giorno con i propri volontari nei vari centri di
accoglienza per extracomunitari sparsi sul territorio.
Il principio guida della nuova legge, presente anche nella Turco - Napolitano,
è: "l'immigrazione deve andare dove c'è lavoro". Sicuramente un
paese non può aprire le proprie frontiere con leggerezza, senza tenere conto
delle effettive possibilità di dare lavoro; una apertura incontrollata è
impensabile; anzi non assicura dignità a chi immigra, consegnandolo a una vita
di stenti ed esponendolo a rischio di criminalità.
Se questo è il principio guida ci si chiede come mai la legge non prevede la
regolarizzazione di quelle migliaia di immigrati che popolano fabbriche e
cantieri, limitando la sanatoria a "colf" e "badanti" e
perché si rende eccessivamente onerosa la procedura di assunzione di immigrati,
col rischio di favorire il lavoro clandestino.
La sensazione che si ha è che la Bossi-Fini non favorisca l'integrazione del
lavoratore immigrato, ma anzi lo spinga verso quella clandestinità che la
stessa legge si prefigge di combattere. Altro aspetto che ha suscitato molte
polemiche è quello delle impronte digitali che verranno prese a tutti coloro
che richiedono o rinnovano il permesso di soggiorno, come se tutti fossero dei
criminali. L'idea di prendere le impronte digitali era già presente nella legge
Turco - Napolitano, ma solo quando non esistevano altri modi per stabilire
l'identità di un individuo. Ora, anche se l'opinione generale è che la
raccolta delle impronte digitali sia utile strumento di prevenzione della
criminalità e, pertanto, verrà estesa a tutti i cittadini italiani, anticipare
questo provvedimento solo per gli immigrati, appare come un atto di
discriminazione.
Per quanto riguarda i ricongiungimenti familiari vi è una forte limitazione.
Basti pensare, per fare qualche esempio, che una figlia di 18 anni non potrà
ricongiungersi con la famiglia in Italia, i nonni non potranno accogliere i
nipotini. Con la nuova legge, inoltre, la detenzione nei centri di permanenza
viene portata da 30 a 60 giorni: a che serve? Serve solo a far soffrire
maggiormente gente a cui non è stato contestato alcun reato se non quello di
non avere un documento d'identità. La clandestinità, addirittura, diventa un
reato penale: chi è già stato espulso, se rientra in Italia, viene chiuso in
prigione per un anno. Per la richiesta di asilo politico, nei casi in cui non si
dimostrerà chiaramente l'identità, si dovrà restare rinchiusi in un centro di
identificazione fino al ricevimento della risposta (di solito un anno). Sebbene,
dunque, tale legge sia ispirata a principi condivisibili, nelle sue applicazioni
pratiche potrebbe rischiare di esacerbare le tensioni già!
esistenti.
Se è interesse di tutti che la clandestinità emerga, lo è ancora di più che
in futuro immigrare diventi per le persone una libera scelta, anziché una
costrizione dettata dalla disperazione. Per questo la questione immigrazione
dev'essere affrontata con una visione più ampia e di lungo periodo che tenga
conto della nostra responsabilità, come Paesi più ricchi, di assicurare
condizioni che permettano uno sviluppo più equilibrato nel mondo e, quindi, un
maggior benessere nei Paesi di provenienza della maggioranza degli immigrati.
Giuseppe Visco
Licia Paglione
Chieti. 17 agosto 2002
Per una convenzione nazionale di Circoli ed
Associazioni di area socialista
Il convulso evolvere degli avvenimenti politici negli ultimi mesi impone il
rilancio, all’interno della sinistra italiana e dell’intera coalizione, di
una forte iniziativa politica e culturale del riformismo socialista.
Se da un lato ci troviamo indubbiamente ad una progressiva perdita di credibilità
del governo di destra, frutto anche di una manifesta incapacità ad esprimere
una cultura ed una strategia organica di governo, dall’altro lato il
centrosinistra non sembra in grado di approfittare della crisi dello
schieramento avversario.
In gran parte le difficoltà del centrosinistra sono riconducibili ad una
assenza di un progetto e di una organica strategia politica. Ho sempre ritenuto
che tale assenza fosse innanzi tutto il frutto di un deficit di sinistra
riformista. Per tanti mesi si è discusso se la sconfitta elettorale fosse
dipesa più da un deficit di riformismo (vedi D’Alema) o da un deficit di
sinistra (vedi Cofferati). In realtà è dipesa da entrambe le cose: da un
deficit di sinistra riformista e socialista, per l’appunto.
In effetti spesso si tende a dare un significato improprio ai termini
“riformismo” e “sinistra”. Il riformismo viene ridotto da parte della
sinistra “liberal” ad un modello di gestione efficientistico-manageriale
della politica; la sinistra viene ad essere spesso identificata con la
riedizione del PCI berlingueriano o di un neo-frontismo protestatario e
propagandistico.
In realtà il riformismo non è la destra della sinistra, né una sinistra meno
di sinistra: è quella prassi e quel metodo che ha permesso alla sinistra
socialista e democratica di costruire in Europa il modello sociale più
progressista del mondo: è l’unica sinistra “reale” , quella che non solo
detto “cose di sinistra, ma che ha soprattutto fatto “cose di sinistra”.
Per tale ragione io ritengo che non si possa parlare di un riformismo senza
aggettivi, astorico, e sradicato dal mondo del lavoro e dalla società. Un
riformismo che diventi un termine buono per gli usi più svariati. E’
necessario rilanciare quindi il concetto di riformismo socialista, non per
imporre egemonie di partiti o di ortodossie ideologiche. L’unica ortodossia
rimasta, del resto, è quella neoliberista. Ma perché di fatto la storia del
riformismo sociale in Italia, come in Europa si identifica di fatto con la
storia e la cultura del socialismo liberale; senza socialismo non c’è
sinistra che tenga. E questo perché il socialismo (e parlo del socialismo
liberale) ha un’idea forte di civilizzazione e di emancipazione umana e
sociale (nonché capacità di radicamento sociale) che manca ad altre culture
progressiste.
Non v’è una idea forte ed organica di riformismo se si mette tra parentesi il
socialismo liberale. Ed oggi una idea forte di riformismo è indispensabile per
costruire da un lato una alternativa al liberismo (un po’ sgangherato) della
destra nostrana e dall’altro per prosciugare lo stagno dove prospera il
massimalismo velleitario.
Un riformismo mutilato, ridotto a puro efficientismo manageriale è destinato a
perdere il confronto con la destra liberista ,da un lato e con il massimalismo,
dall’altro.
Ora, con Cofferati il quale si pone alla testa di un variegato schieramento che
punta a far tornare indietro l’orologio della sinistra, è indispensabile
rilanciare con forza l’iniziativa riformista del socialismo liberale.
Certo, Cofferati è fondamentalmente un riformista ed il suo obbiettivo è
quello di costruire una forza laburista partendo dalla CGIL. Il guaio è che in
Italia non abbiamo alle spalle la Fabian Society e la tradizione del socialismo
britannico su cui si è fondato il Labour Party inglese. Abbiamo invece
(purtroppo) Cesare Salvi e Piero di Siena, gente che nulla a che vedere con la
tradizione socialdemocratica europea. Per cui il progetto di Cofferati apparirà
null’altro che come un tentativo goffo di ricostruire il PCI berlingueriano e
non certo una forza socialista europea.
Da una indagine risulta che il 50% degli elettori del Polo sono contro lo
smantellamento del Welfare e a favore dello Statuto dei lavoratori. Il collante
che li tiene uniti è piuttosto l’anticomunismo.
Questo significa due cose: che una parte importante di elettorato che è andato
a destra è recuperabile da una sinistra riformista e socialdemocratica; che una
sinistra che puntasse ad un progetto letto come un tentativo di ricostruire il
PCI lascerebbe al potere per almeno altri vent’anni una destra sgangherata e
senza idee.
E’ pertanto indispensabile il rilancio dell’iniziativa socialista. Essa oggi
può avvenire (a partire ad esempio dall’appello socialista e riformista di
qualche mese fa) attraverso una grande convenzione nazionale delle associazioni
e dei circoli di area socialista che coinvolga la Fondazione Nenni, circoli di
cultura politica, militanti e dirigenti dei DS e dello SDI, socialisti impegnati
nel sindacato. Si dovrà creare quindi un movimento trasversale ai partiti
esistenti che si proponga di porre le basi con tenacia e pazienza per quella
grande forza del socialismo europeo che è l’obiettivo comune di tutti noi
amici dell’Ossimoro.
Giuseppe Giudice
13 luglio 2002
LA COSCIENZA INFELICE DEL NEOLIBERISMO
L’articolo 18 non è un diritto inalienabile dell’individuo ma un diritto
elaborato in un determinato contesto storico: suo destino è quindi quello di
essere superato nel momento in cui non vi sono più le condizioni che ne hanno
determinato la nascita.
Ogni altro approccio alla questione è volgare metafisica: quello del
centrodestra che non ha proprio nulla da dire e da proporre, così come quello
di Cofferati e dell’asse Correntone-PDCI-Bertinotti.
Il "durismo" cofferatiano riguarda una minoranza di lavoratori, quelli
cioè che godono di diritti che sono privilegi, come lo è l'art.18 che non può
includere i nuovi lavori: è esclusivo, come lo sono, appunto, i privilegi.
Su questa questione si potrebbe rispondere alla presunta sinistra antagonista
con il suo stesso linguaggio, quello degli slogan: i diritti non si difendono,
si ampliano.
Vi è una seconda, ma non meno irrilevante ragione politica: questa Santa
Alleanza del Lavoro rappresenta, per il momento, una parte esigua della
sinistra. Cosa accadrebbe si divenisse maggioranza?
La linea di Cofferati e di cui è ormai il portavoce è stata, infatti,
clamorosamente sconfitta lo scorso millennio. Le sue mosse non appaiono altro
che come il tentativo, piuttosto maldestro, di ridare un ruolo guida a una
minoranza della sinistra.
Questo è la ragion sufficiente di Cofferati: non opera per estendere i diritti
dei lavoratori, ma lotta per affermare la propria egemonia culturale e politica.
La nuova sinistra (che dovrebbe essersi affermata con l'ultimo congresso DS, con
la
costituzione della Margherita e con il profondo rinnovamento e proficuo
dibattito che sta avvenendo nello SDI, con il contributo delle componenti
ambientaliste e di soggetti politici che non rispondono più agli schemi del
partito-sovrano), non manca, a dispetto delle accuse di Cofferati e dei suoi
discepoli, di "intransigenza": ha detto chiaramente che voterà contro
il Patto per l'Italia ma allo stesso tempo fa delle proposte concrete, come la
carta dei nuovi lavori e dei nuovi diritti elaborata dall'Ulivo.
Poniamoci una domanda sulla CGIL: è un sindacato o è un partito?
Cofferati poteva benissimo limitarsi a mantenere una posizione di "dura e
intransigente opposizione", legittima quanto lo sono le diverse posizioni
di CISL e UIL, ma si è tradito da solo e si è smascherato quando ha voluto
schiacciare sul centrodestra le altre due confederazioni e quando ha voluto
mettere alla prova l’Ulivo.
Prima di tutto ciò, la linea della CGIL poteva anche essere, sotto alcuni punti
di vista, condivisibile.
Adesso sappiamo che è una autentica minaccia: gli siamo quindi grati per averci
aperto gli occhi.
Il pensiero di Cofferati è, infatti, estremamente pericoloso: è liberticida e
totalitario perché trasforma chi la pensa diversamente in un nemico e non
ammette altre posizioni che le proprie.
Questo è stato il pensiero di una parte della sinistra storica che in Italia è
sempre stata all’opposizione e che condannerà l’Ulivo a rimanervi se
dovesse riaffermarsi: dell’ Oppositore, oltre alla grandezza dovremmo trovare
il modo per predicarne anche l’eternità.
Bisogna quindi proseguire con decisione lungo la strada dell’unità del
centrosinistra, completare il rinnovamento della sinistra, arricchendola dei
preziosi contributi del New Labour e dei democratics americani, proporre
soluzioni all'altezza delle situazioni e praticabili, impedire che prevalgano
modelli politici autoritari, snidarli ovunque essi siano, perché anche la
sinistra, come la destra soprattutto italiana, non ne è immune.
Potrebbe affermarsi una sinistra metafisica in cui vige certo la libertà di
pensarla diversamente ma solo da chi la pensa diversamente da chi la regge,
oppure una sinistra liberale, in cui le differenze non sono annullate, capace di
proposte audaci e coraggiose, che non promette di cambiare il mondo, ma che si
propone invece di governarlo: una sinistra dei valori e non delle ideologie.
L'asse Correntone-Cofferati-Rifondazione è la coscienza infelice dell'asse
Fini-Bossi-Berlusconi.
La società aperta, che poté affermarsi negli Stati Uniti e nell’Europa
Occidentale e che oggi per merito della globalizzazione sta varcando i suoi
confini storici, ne è invece l’irriducibile antitesi: la massima libertà
conciliata con la massima sicurezza dell’individuo.
Fabio Bonvini
13 luglio 2002
Ma non è una questione di nome...
L’incontro che dovrebbe porre fine all’Internazionale Socialista si
svolge in un quadro idillico. Tutti conosciamo il fascino della campagna
inglese, soltanto in Inghilterra poteva nascere l’espressione gentiluomo di
campagna, nel continente alla campagna si associa nel migliore dei casi una
certa rozzezza. Ancora più fascino hanno le case patrizie di campagna, come
Harttwell House, trasformate in alberghi di lusso. Probabilmente la decisione è
stata presa intorno ad un caminetto sorseggiando un qualche liquore. Giustamente
lontano dal mondo ordinario ed in una atmosfera rilassata è possibile diventare
leggeri e perciò volare alto. Lontano non soltanto dal mondo, ma soprattutto
dalle sue miserie, di cui un qualche scampolo (24.000 morti di fame) ci è dato,
tanto per attirare l’attenzione di un’opinione pubblica, concentrata sui
mondiali di calcio, in occasione del vertice della FAO. Orbene, per Tony Blair
il problema non è quello di trovare una terza via, bensì una via giusta, in
inglese the right way. Tony Blair parla chiaro: la sinistra, specialmente se
insiste nel richiamo al socialismo, è destinata alla sconfitta e negli ultimi
12 mesi è stato vero in Portogallo, in Danimarca, nei Laender tedeschi, in
Olanda e in Francia. L’unica cosa in comune dei partiti socialisti,
socialdemocratici e laburisti sconfitti era quella di far parte
dell’Internazionale Socialista, oltre che del Partito del Socialismo Europeo.
La politica economica di Wim Kok in Olanda era in linea con Blair, eppure è
stata la sconfitta più pesante subita da un singolo partito socialista, neppure
i socialisti francesi al primo turno del 9 giugno sono andati così male. Nella
sconfitta dei partiti socialisti vi è un altro dato comune il voto crescente
per i loro avversari populisti e di destra di operai della città disoccupati,
pensionati e giovani, cioè settori di elettorato tradizionale della sinistra e
con un incremento delle astensioni dal voto. In un epoca in cui diritti e
risorse elementari non sono assicurati a centinaia di milioni di persone in cui
cresce il divario tra paesi ricchi e soprattutto tra ricchi e poveri i fatti
dovrebbero parlare a favore del socialismo (of course democratico) secondo
l’insegnamento della riformista Fabian Society. Milioni di persone nei paesi
ricchi hanno visto i loro risparmi bruciati in borsa, ma ancora di più casi
come quelli Enron, dimostrano che il mercato non sempre è razionale e che la
crescita ed il prestigio sul mercato sono aiutati da corruzione, traffico di
influenza e vere e proprie truffe fatte a danno dei piccoli azionisti e dei
dipendenti. Che fare? Si sarebbe chiesto Lenin e avrebbe dato una risposta
sbagliata, come è stata l’esperienza del socialismo reale o comunismo che dir
si voglia. Il problema è che per un così grande problema non vi è un uomo, o
un gruppo di uomini per quanto qualificati e nelle migliori condizioni di
spirito, che possano dare da soli la risposta. In Europa la sinistra ha bisogno
di un sistema di alleanze nei singoli paesi e nelle istituzioni sopranazionali
per vincere le elezioni o governare le istituzioni sopranazionali. L’antico
asse socialdemocratico-democristiano è saltato; la destra è stata capace di
fare alleanze più vaste rompendo con il retaggio cristiano sociale. Di fronte
ad una sinistra divisa tra socialdemocratici, verdi e sinistra anticapitalista
si presenta un blocco conservatore compatto di cui la Germania di Kohl, la Gran
Bretagna della Tatcher e l’Italia di Berlusconi sono i modelli e gli epigoni.
Questo blocco ha la maggioranza assoluta nel Parlamento Europeo e
nell’Assemblea del Consiglio d’Europa, controbilanciato fino a poco tempo fa
dalla maggioranza relativa del gruppo socialista. Il terreno sul quale una
diversa alleanza del gruppo socialista è fallita è stata nei confronti dei
partiti liberali, certo per insufficienza di iniziativa ma anche per la mutata
realtà di questi partiti, che non sono più radicali e liberali ma liberisti e
conservatori, se non, come in Austria, apertamente populisti e xenofobi. Se la
realtà è questa non vi sono scorciatoie quali il cambio di nome. L’alleanza
con i partiti liberali e progressisti degli altri continenti può essere utile
soltanto se si è al governo, per dare risposte comuni alle sfide della
globalizzazione. Non è invece concretamente valutabile l’appeal che sull'
l’elettore europeo può giocare il fatto che il suo partito ex socialista la
pensi come Clinton e Liberman, quando la politica alla quale ci si accoda sullo
scenario internazionale è quella di Bush. Altro coraggio ci vorrebbe ora per la
sinistra europea, ed in primis quella socialista democratica, che ne è ancora
la forza maggioritaria, per dar vita ad un forum del socialismo europeo libero,
aperto e partecipato. La politica internazionale del movimento socialista, ancor
più di quella nazionale, è appannaggio di strette oligarchie partitiche: in ciò
risiede la ragione principale della sua assenza di visibilità. Certamente vi è
anche un problema di personalità, ed alla testa dell’Internazionale
Socialista un Presidente come Willy Brandt non ha avuto successori. Ma non è un
caso che Felipe Gonzales e Mario Soares non siano diventati presidenti
dell’Internazionale Socialista, come non è un caso che l’Internazionale
Socialista sia lasciata vivacchiare, mentre il PSE, che può godere di risorse
pubbliche della UE, gioca un ruolo maggiore, ma sempre nell’ambito di
un’oligarchia. Questi sono i nodi non i nomi delle internazionali. Vogliamo
cominciare a discutere nel merito di un programma democratico per una
globalizzazione più giusta ed umana, con maggiore libertà e maggior
soddisfacimento dei bisogni elementari per la maggioranza della popolazione
mondiale? Cominciamo in fretta e dedichiamo a ciò più tempo di quello di un
week-end nella campagna inglese.
Felice Besostri
11 giugno 2002
Internazionale Socialista o Internazionale Democratica?
Sembra essere questo il tema politico del giorno.
A mio parere, invece, il problema non è quello di cambiare il nome
all'Internazionale Socialista per opporsi, in modo adeguato, alla destra che
sembra conquistare, dopo l'Italia, anche l'Europa.
Ciò che determina la sconfitta dei governi di centrosinistra, in Italia e
altrove, e fa vincere il centrodestra è il frutto di una scelta degli elettori
contro la loro azione politica, non contro il nome di questo o di quel partito
che li compone.
"Chiamiamoci Democratici" dicono Clinton e Blair, applauditi subito
dall'escluso e dall'investito premier dello sconfitto centro sinistra italiano,
Amato e Rutelli, volati a Londra per santificare l'evento "storico".
Bell'idea! Una gran trovata! Una vera scelta di modernità e di cambiamento
politico sostanziale!
Sostituiamo all'antico "Avanti, compagni, in fitta schiera!" con il più
moderno "Avanti, democratici, in ordine sparso!" e il problema è
risolto?
Ridicolo. Veramente da ridere, se non fosse, purtroppo, invece, proprio questa
proposta stessa la dimostrazione più drammatica della natura politica della
sconfitta in cui è incorsa la sinistra riformista europea, vale a dire la
mancanza di veri leader, d'idee e di programmi adeguati ai bisogni dei
rispettivi popoli, nel nome dei quali si chiede di governare.
In Italia, anziché perseguire l'unità della sinistra socialista e riformista,
facendo lo sforzo d'adeguamento culturale necessario, si persegue l'obiettivo di
sommare le diversità, inventando "La casa dei Riformisti" e
aggravando con ciò la vera causa della sconfitta della sinistra italiana: la
perdita della sua identità politica e l'aderenza programmatica ai problemi
della gente comune!
Amato, Rutelli, e altri, sembrano aver trovato una nuova risposta e ci dicono:
"Americanizziamoci e inglesizziamoci, così saremo di nuovo forti",
dimenticando che in America la sinistra non esiste - così come non esiste un
vero Stato Sociale - e dimenticando anche che la politica di Blair è più
l'imitazione della politica protezionista ed antieuropea della "Dama di
Ferro" che una politica socialdemocratica.
Se il messaggio che la sinistra socialista da all'opinione pubblica è quello di
un suo spostamento a destra, perché mai l'elettore dovrebbe votarla e non
votare direttamente la destra?
Oppure, addirittura, perché, non trovando riscontro alle proprie convinzioni,
dovrebbe andare a votare? (come accade, appunto, in America nella misura di poco
superiore al 40-50%).
C'è chi dice che, ormai, tutto è inutile: il processo degenerativo della
sinistra è avviato da tempo ed è inarrestabile, ci resta solo la speranza che
sia la destra a commettere, prima o poi, qualche errore.
Bella prospettiva! Auguriamoci almeno che, i nuovi errori, non abbiano nulla a
che vedere con quelli commessi, dal fascismo e dal nazismo, nella prima metà
del secolo scorso.
Alessandro Guidi
Consigliere comunale di Unità socialista
11 giugno 2002
Gli ideali del socialismo e la destra
Il socialismo è la storia delle donne e degli uomini che spezzano le loro catene per costruire un mondo fondato sulla giustizia e sulla libertà. E' una storia lunga, piena di conquiste ma anche di errori e sconfitte.
E' una storia che non finisce, che continua, che si rinnova perennemente, che discute e che si discute: ma la sua storia è anche la storia della sinistra, sia nel nostro paese che nel resto del mondo.
E' accaduto però che un partito, che si definisce socialista, si sia schierato con il centrodestra: nella misura in cui è più che evidente l'uso strumentale del termine socialista e la volontà di confondere le idee alle persone, c'è anche un altro aspetto, che coinvolge invece quella parte della sinistra italiana che al socialismo e ai suoi valori si richiama.
Accade che a destra ci si possa definire socialisti perché la sinistra, nel difficile e coraggioso cammino che sta compiendo, non è stata ancora capace di dire esplicitamente e con forza qual è l'orizzonte, quali sono le radici, quale l'identità.
L'esperimento del nuovo PSI certamente non è destinato a durare a lungo, sconfitti anche nelle recenti elezioni, ricompariranno quando si tratterà di confondere le acque in campagna elettorale o per far da eco ai ragli di chi agita lo spettro del pericolo comunista.
Questo è l'argomento che hanno per farsi sentire: ma non essendo più un argomento è la più evidente mancanza di ogni argomento di questi signori, che rivendicano la loro identità socialista facendo finta di non sapere che sono alleati di un partito il cui leader ha definito il mandante dell'omicidio del socialista Matteotti come il più grande statista del '900: non hanno argomenti, ma non hanno nemmeno il senso della storia, oltre a quello del pudore.
La libertà di cambiare è legittima, ma in questo caso cambiare nome è doveroso: si tratta quantomeno del rispetto verso le socialiste e i socialisti che hanno combattuto e sono morte e morti per mano fascista, difendendo l'Italia e la libertà.
Dicono però di avere anche un altro argomento, quello delle riforme, sostengono la tesi secondo cui, oggi in Italia, per realizzare un'efficace politica riformista sia necessario allearsi e lavorare con la destra.
E' falso.
Il riformismo è lo strumento di cui il socialismo si dota per realizzare un progressivo ampliamento della democrazia, della libertà, della giustizia sociale.
L'esatto contrario di ciò che la destra, per sua natura e vocazione, fa: perché è autoritaria, e in Italia pure illiberale, difende gli interessi e i privilegi dei gruppi di potere, attacca i diritti del lavoro per distruggerli…
Un socialista si impegna invece per estendere i diritti sociali, per ampliare le libertà civili, per promuovere la partecipazione alla politica delle persone, per costruire un'Europa fondata sulla pace, la solidarietà e la fratellanza universale. Un socialista collabora con quanti e quante hanno a cuore questi valori e questi progetti e si arricchisce delle diversità di cui ogni essere umano è portatore, da qualunque parte del mondo esso provenga.
Questo nuovo PSI un contributo positivo comunque lo ha dato: ha evidenziato con la sua presenza la necessità e l'urgenza, per la sinistra italiana, di costruire definitivamente e con chiarezza uno strumento per le riforme di ispirazione socialista, capace di valorizzare le diverse sensibilità che oggi costituiscono la sinistra e capace di collaborare con chi, benché proveniente da una storia diversa, ha a cuore le riforme di cui l'Italia necessita per progredire e garantire un futuro certo e sereno per tutte e tutti.
La presenza anche Sesto San Giovanni della FGS, la federazione dei giovani socialisti nata nel 1903, componente giovanile oggi dello SDI, è un segnale forte dato dalle socialiste e dai socialisti ai certo non facili compiti che il nuovo riformismo deve assolvere: libertà, sicurezza, ambiente.
Nel rivendicare la possibilità, anzi il dovere, di dirsi socialisti in Italia, il patrimonio storico, culturale e politico del socialismo democratico italiano, europeo e mondiale, le lotte per un mondo sempre più libero e giusto, bisogna però anche affermare, senza ambiguità, che lo sguardo non è rivolto a un passato che non c'è più, ma all'impegno che le nuove generazioni vorranno dare per proporre delle soluzioni credibili e praticabili ai numerosi problemi che ancora attendono di essere risolti.
Il socialismo è innanzitutto una scommessa etica il cui compiersi deve essere quotidiano: non è il domani utopico delle promesse impossibili, è l'oggi della nostra responsabilità verso le altre e gli altri.
Fabio Bonvini
25 giugno 2002