Compagni, sono Giorgio Pavesi figlio del defunto Francesco, egli fondò nel 1947/48 la sez. del P.S.I. in Maccarese. Ricordi che mi riportano nella adolescenza quando si effettuavano i "comizi" di piazza, con i compagni P.Nenni, Lombardi,Lussu,Foà,Vecchietti ed altri. Non mi sono mai inserito in politica perchè visto i grossi sacrifici e le delusioni di mio padre, nel 1962/64 confluirono nel formare il P.S.I.U.P. Ora dall'epoca di acqua ne è passata molta, sono con la Costituente Nazionale Partito Socialista Riformista - PSE, referente x il Lazio-Fiumicino.
Sto organizzando un incontro Nazionale a Fiumicino di tutte le anime della sinistra compreso i referenti regionali, e....credetemi. ci saranno MOLTE novità.
Fraterni saluti.
il compagno Giorgio Pavesi
14 maggio 2002
sito INTERNET: it.geocites.com/psefiumicino
Gentili amici e compagni,
segnalo l'uscita del n.2 della rivista "Dissensi", dedicato interamente al tema "Sinistra e Terza Via". Curato da Alessandro Lattarulo, si avvale dei saggi dei Professori universitari Alessandro Torre (associato di Diritto costituzionale e comparato presso l'Università di Bari) e Mauro Fotia (Ordinario di Sociologia politica presso "la Sapienza"), nonché dei giovani studiosi Giuseppe Dimonte, Danilo Breschi e dello stesso Alessandro Lattarulo. Vi è anche un articolo di Stafania Craxi.
Composto da 294 pagine, il volume è edito dalla Palomar di Bari ed è reperibile presso le librerie Feltrinelli di tutta Italia, nella sezione cher esse dedicano ale riviste.
Nel caso di difficoltà nel reperimento di questo, credo interessante, studio sul fenomeno della Terza Via e sulle caratteristiche che esso ha assunto tanto nel Regno Unito quanto anche nel nostro paese, il volume può essere ordinato direttamente alla casa editrice, senza spese di spedizione aggiuntive, attraverso il versamento di € 18,59 (pari a 36000 delle vecchie lire) sul c/c postale n.12519716, intestato a Alternative s.r.l., Via Cairoli 105, 70122 Bari, meglio specificando nella causale acquisto n.2 rivista "Dissensi".
Immenso piacere se poteste girare questa segnalazione anche ad altre persone che potete ragionevolmente supporre interessate.
Segnalo infine che sul sito di Dissensi (www.dissensi.org) è regolarmete attivo il link con il vostro sito.
Saluti,
Alessandro Lattarulo
Via Eritrea 4
70123 Bari
tel. 080-5233908
fax 080-5233908
Contributo al manifesto: "FLESSIBILI DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI"
I "proletari della flessibilità" ..nemmeno più proletari, verrebbe da dire.
Si presume che una società produca regole adatte a sè medesima o, meglio, che certe regole costituiscano la "fotografia" di un aspetto di una data società in un dato momento. Dall'istante successivo alla consacrazione della regola, la società prosegue il suo cammino evolutivo: la regola generalmente segue, di rado precede l'evoluzione.
Una società come quella italiana in cui l'età media aumenta e la prolificità scende da decenni, non pare la più naturale candidata a darsi regole che favoriscano l'inserimento dei (proporzionalmente sempre meno numerosi) giovani nel mondo economico-produttivo con un apprezzabile grado di stabilità, così da creare il presupposto per la formazione di nuovi nuclei familiari e quindi di un'inversione di tendenza.
Sembra trattarsi di una società poco rivolta propositivamente al futuro, all'esatto opposto quindi dello stereotipo giovanilista-dinamico-imprenditoriale comunemente diffuso, il quale mostra sempre più spesso la corda. Società attualmente in contrazione piuttosto che in espansione. E che, contraendosi, crea spazio a - per ora marginali - presenze esterne (immigrazione) che conseguentemente sono "vissute" con difficoltà, percepite come un pericolo.
* * *
Il prodotto ultimo della politica, o almeno uno dei più evidenti prodotti della politica, è la legge. Una società che si contrae non propone ma, tendenzialmente, prende atto della realtà, la recepisce, intuendo di non essere forse in grado di automodificarsi incisivamente. E' l'essenza della "conservazione".
La concezione normativa conservatrice classica (Von Hayek, per tutti) è contraria alla proliferazione di interventi normativi sul tessuto sociale; non si propone, appunto, ma si segue la realtà rimanendo fedeli a poche norme-cardine, tradizionali e quindi autorevoli.
Un paradosso dell'esperienza del centrosinistra, anticipata peraltro dal suo antecedente immediato, il governo Dini, pare in primo luogo l'abbinamento tra una fase economico-sociale recessiva, in contrazione, e viceversa una molteplicità di interventi normativi, ma pensati ...per accompagnare la tendenza, prenderne atto, in contrasto cioè con la genetica della sinistra, che dovrebbe essere propositiva e di "intervento".
Minimalmente, dalle privatizzazioni del 1994 alle riforme previdenziali del 2001, una linea è visibile a tutti.La flessibilità non "nasce" con i governi di centrosinistra, posto che il lavoro autonomo in diverse forme esiste da sempre e le collaborazioni coordinate e continuative esistono normativamente dal 1973 (nell'art. 409 n. 3 del codice di procedura civile), ma una espansione è indubbia proprio negli anni dei "nostri" governi, come oggi non si manca mai di rammentare ed anzi rinfacciare.
* * *
1 - Ci si può chiedere, innanzitutto, se questo itinerario fosse o meno inevitabile; forse i margini di manovra erano troppo ristretti, se si rammentano le condizioni del paese nel biennio 1992-1993, e la rivisitazione posteriore, per quanto sempre utile, non è forse oggi di massima attualità.
2 - Ci si può chiedere poi se, oggi, almeno limitatamente ai problemi del lavoro, esista un consapevole orientamento nel centrosinistra.
Occorre fare chiarezza.
Se si parla - come appunto avviene nel centrosinistra in riferimento alla flessibilità e quant'altro - di "lavori atipici", tale espressione è giuridicamente non corretta tanto quanto sottendente già una valutazione politica.
Giuridicamente non corretta in quanto ogni attività umana, di per sè, può essee svolta in regime di autonomia come di subordinazione, due macro-modelli composti ciascuno da modelli-micro, già "tipizzati" socialmente ed anche normativamente (da un lato, ad es. prestazione d'opera intellettuale, professionale, rapporti di collaborazione societaria, agenzia, mediazione, procacciamento d'affari; dall'altro, ad es. lavoro interinale, part-time, apprendistato e contratti di formazione, stages, contratti a tempo determinato "puri", ecc.). Quindi, in senso "tecnico", di atipico non vi è un bel nulla.
L'espressione sottende poi un'opzione politica perchè, se il lavoro autonomo è "atipico", lo è rispetto all'unica forma di lavoro che allora si riconosce "tipica", il lavoro subordinato. Ne consegue la volontà di operare una marcia di avvicinamento del settore autonomo almeno ad alcuni istituti della subordinazione: volontà già contenuta dalle riforme previdenziali dell'ultimo centrosinistra ed evidente - pur se confusamente espressa - nei progetti di "Statuto dei lavori" attualmente in circolazione.
3 - Ciò premesso, tale opzione può essere ritenuta corretta, non corretta, sufficiente o insufficiente. Si può dubitare che l'approccio di cui sopra sia veramente riformista, in quanto - nuovamente - "difensivo", "recessivo".
Si può dubitare certamente della correttezza di tale opzione allorchè rischia di omologare situazioni quantomai diversificate. Non si può "etichettare": il tecnico informatico non è la telefonista del call-center come non è il "quadro" che, al termine del rapporto subordinato, rimane in contatto con l'azienda per consulenze qualificate, come non è il pensionato che vuole lavorare anche dopo il raggiungimento dell'età canonica in forma autonoma, come non è uno delle migliaia di giovani "Co.Co.Co." su cui si strutturano quasi totalmente certe imprese.
La capacità di analisi è essenziale: non si può nè si deve semplificare, magari nell'illusione di "mobilitare il popolo delle partite Iva", come talvolta pure si sente - tristemente - dire. Compito ampiamente improbabile e, comunque, di competenza più delle organizzazioni sindacali che di velleitaristiche iniziative di partito.
Minimo aspetto collaterale sarebbe la ridiscussione dell'atteggiamento del centrosinistra nei confronti dei professionisti e dei loro ordini, ove pure si sono manifestate posizioni poco informate e politicamente controproducenti.
Probabilmente occorrerebbe ragionare e proporre con maggiore convinzione in tema di salario di ingresso, sussidio di disoccupazione, formazione continua da rielaborare, lavori socialmente utili, ruoli occupazionali degli enti locali, ecc. ecc.
L'opzione politica di base è forse quella tra continuare ad "accompagnare" una linea di tendenza affidata ormai essenzialmente a dinamiche di mercato mondiali oppure, per quanto possibile, "investire" convinzione e risorse per un disegno volontaristicamente diverso. E' di nuovo, minimalmente, l'antitesi tradizionale tra conservatorismo e riformismo. Ce lo ha rammentato Nicola Rossi anche recentissimamente.
4 - Può il centrosinistra pensare di affrontare (in un modo o nell'altro, come visto) i problemi della flessibilità e di un nuovo "contratto sociale" che crei fiducia nelle generazioni ultime, senza dedicarsi con impegno almeno pari ai problemi dell'impresa?
Struttura delle imprese, capitalizzazione delle medesime, accesso al finanziamento, "reti" tra imprese integrate a vari livelli, concorrenza, artigianato e piccola imprenditoria: sono temi di attualità sui tavoli e nei pensatoi del centrosinistra?
Parrebbe di no: si è compiuta finalmente nel 1998 la riforma delle grandi società, quotate, e si è lasciata al centrodestra, pur dopo averla iniziata, quella delle non-quotate, che sono in numero enormemente maggiore. La legge delega 366 non sarà attuata dal centrosinistra che ora sembra pure disinteressarsi di sue riforme pur interessanti come la legge sulla subfornitura industriale o il recente Dlgs 231/2001 sulla "responsabilità delle imprese" (di cui si è subito occupata Confindustria, infatti).
Qui si interviene sullo sviluppo economico e sull'assetto del paese, con ricadute in campo occupazionale evidenti a chiunque, forse tranne che al centrosinistra o a sue componenti.
E' o non è "attratto" da collaborazioni flessibili il piccolo imprenditore soggetto a picchi e flessioni di attività, con crediti in sofferenza verso clienti e difficili accessi al credito? O l'imprenditore non sufficientemente integrato nel tessuto del suo circondario? E' solo l'inizio di una discussione potenzialmente vastissima.
5 - Esula dal problema, ma forse contribuisce a definirne un confine, un'ultima considerazione.
Si sente talvolta, nelle discussioni sulla flessibilità, evocare l'argomento del "contraente economicamente svantaggiato", della disparità di forze - economiche, capacità di collegamenti, di informarsi, ecc - tra i due soggetti di un rapporto di lavoro. Si usa l'argomento, appunto, per sostenere che il regime dell'autonomia deve essere avvicinato a quello della subordinazione.
Sicuramente lo svantaggio esiste, non lo si scopre oggi.
Se la conseguenza di tale constatazione però è - come pare purtroppo essere - il tentare l'appiattimento del tema serissimo dello squilibrio di posizioni di due contraenti sui canoni di un unico tipo di contratto, proprio quello di lavoro subordinato, siamo fuori strada.
I contratti, le occasioni di "incontro sociale" di due parti su poszioni enormemente diverse, di cui una svantaggiata rispetto all'altra, sono innumerevoli e tutte andrebbero fatte oggetto di valutazione anche politica.
E' (purtroppo, per me) di attualità la tesi del SUNIA di considerare valido ed efficace il recesso da un rapporto di locazione solo se.. "supportato da giusta causa o da giustificato motivo", col che anche lessicalmente si evoca - del tutto a sproposito - la polemica sull'art. 18 Stat. lav. E analoghi richiami a volte si colgono allorchè si tratta di tutela del consumatore.
Lo squilibrio di posizioni ed i rimedi al medesimo - anche in un'ottica di efficienza, non solo di "sacri principi" - sono temi seri e complessi, che non meritano, appunto, semplificazioni e standardizzazioni: l'elaborazione di giuristi anglosassoni sul punto - l'inglese Lord Denning principalmente, ma più di recente anche uno studioso Usa come Wightman - potrebbe fornire spunti di interesse assoluto.
Vien da chiedersi, ad esempio, se nel centrosinistra si ragioni anche su chi investe: il piccolo investitore non è contraente debole rispetto alle operazioni sui mercati regolamentati? Proprio la riforma Draghi del 1998 è esente da pecche? E il gap informativo del cittadino che "compera", "consuma" un "prodotto di investimento" secondo le imperscrutabili teorie del broker - dipendente di banca o autonomo che sia - non sono questioni degne di autonomìa e di interesse politico (oltre che possibile fonte di ricaduta elettorale)?
Voleva essere una ricognizione breve, senza pretese di completezza, valida al più per avviare una discussione.
David Fracchia
25 maggio 2002
indirizzata a:
Livia Turco - Direzione nazionale DS
Gruppo DS Regione Lombardia
Consiglieri comunali DS Milano
Federazione provinciale
Coordinamento cittadino
UT di Milano
Udb. Milano
Milano, 6 maggio 2002
Cari compagni,
siamo gli iscritti alla sezione Paghini Marchesi di Milano e poche sere fa ci siamo ritrovati per discutere con una esperta, Paola Tessitori, dei problemi e della posizione del nostro partito sul tema dell'immigrazione in vista dell'approvazione della legge Bossi-Fini.
Dalla discussione, partecipata e attenta, ne siamo usciti con una maggiore consapevolezza delle origini storiche, delle paure più o meno nascoste, di come il problema è stato affrontato in altri paesi e, soprattutto, della nefandezza della legge Bossi Fini.
Non altrettanto chiara ci è apparsa la linea del nostro partito, o, per meglio dire, cosa pensi e voglia fare veramente il nostro partito.
Ci sembra che di fronte a questo scottante problema la linea sia ondivaga: dalle dichiarazioni di 'tolleranza zero' a un generico appoggio delle posizioni delle associazioni di volontariato. Per esempio non abbiamo più sentito parlare della possibilità di concedere il voto alle amministrative per i residenti.
A nostro avviso sarebbe necessaria una riflessione di fondo, sia sul tema degli ingressi che su quello del dopo. Cosa pensiamo giusto fare? Come integrare questi nuovi cittadini senza rinnegare le loro differenti culture, usi, tradizioni? Anche il tentativo (fallito) della Francia di integrazione forzata è da analizzare. Il fenomeno in Italia non ha le dimensioni di altri paesi. Forse, se ci pensiamo per tempo, se prendiamo insegnamento di quanto accade altrove, potremo anche trovare una soluzione.
Non vinceremo la sfida né con la criminalizzazione ed emarginazione, né con il criterio degli imprenditori, che vorrebbero sì mano d'opera, ma a basso costo, invisibile appena uscita dal lavoro e facilmente ricattabile.
Questa nostra lettera aperta vuole essere uno stimolo a parlarne, a mettere a nudo i problemi e a costruire una nostra ipotesi credibile.
Solo con una posizione chiara, con proposte serie, ponderate e condivise si può sperare di riconquistare al nostro sentire anche quegli strati deboli di popolazione che si sentono minacciati da altri, ancora più deboli, che gli contendono le briciole.
Invitiamo quindi tutto il partito, dalla direzione nazionale alle sezioni, a discuterne e ad elaborare una proposta chiara.
Fraterni saluti
Daniela V. Zucchi
Segretaria della U.d.B. Paghini Marchesi
Via Gratosoglio 60
20142 Milano
tel. 0289300806
e-mail danielazucchi@tiscalinet.it
La sinistra fra il diritto al lavoro e il diritto del lavoro (e qualche ritardo).
I temi del diritto del lavoro occupano da tempo le prime pagine dei giornali, talvolta in modo tragico come nel caso dell'omicidio del Prof. Biagi. Morte e lavoro credo stiano agli antipodi, solo menti becere e malate possono pensare di poter tutelare i lavoratori attraverso l'eliminazione di chi nel silenzio di uno studio opera costantemente per rendere indissolubile il legame naturale fra lavoro e vita. Penso che anche il futuro della sinistra riformista e la sua unificazione in un sogetto socialdemocratico, (altro che l'orgia di un partito unico dell'Ulivo!) passi attraverso un confronto sulle riforme del diritto del lavoro. La mia convinzione nasce dal fatto che grazie alla coalizione di centro-sinistra si sono avute fondamentali modifiche che hanno permesso al nostro paese di avvicinarsi alle legislazione europee. Partire da un tavolo di riforme per il mondo del lavoro e dall'elaborazione di provvedimenti capaci di unire "modernita' ai diritti" ( Fassino ) rappresenterebbe per i DS il banco di prova necessario per capire se il lungo processo di trasformazione verso un grande partito del socialismo europeo possa dirsi concluso. Non sono io a sottolinare come proprio su questi temi il vecchio partito comunista, i sindacati ed in particolare la CGIL, abbiano accusato ritardi decennali. E' infatti il Prof. Ichino, ex parlamentare comunista e sempre vicino ai (P)DS e alla stessa CGIL; in un brillante articolo sull' Espresso del 28/3/2002 a testimoniare come con toni apocalittici i dirigenti di quelle organizzazioni siano stati fermi oppositori di riforme passate trionfalmente alla storia, pensiamo: al collocamento numerico e poi al part-time; e ai licenzamenti collettivi (che necessitavano di essere disciplinati),e ieri alle agenzie di lavoro temporaneo, infine oggi all'art 18 dello Statuto dei lavoratori;cioe' proprio di quella legge che nel 70 passo' nonostante i no del PCI e della CGIL grazie all'impegno di Brodolini e Giugni (nonostante Cofferati non abbia mai citato questi nomi nella straordinaria manifestazione romana, grave errore segno di una chiusura preconcetta verso quegli avversari di un tempo a cui oggi la storia ha dato ragione, e del ritardo di cui parlavo). A ciò possiamo aggiungere anche le barricate contro l'abolizione della scala mobile, ed altro ancora che non e' il caso di menzionare. E' tuttavia necessario sottolineare come cio' che necessiti al mondo del lavoro non sia un provvedimento maldestro come quello del governo Berlusconi sull'art 18, ed il professore milanese lo ha sempre fatto definendolo come "mostriciattolo legislativo" figlio "di tanta improvvisazione e insipienza legislativa" ; ed aggiungo io neanche l'intransigenza sindacale puntuale ad ogni tentativo di riforma del diritto del lavoro. Concordo con chi afferma che la necessità di giusta causa o di giustificato motivo alla base del lincenziamento siano una delle piu' grandi conquiste per i lavoratori, ma non bisogna confondere questo con la reintegrazione nel posto di lavoro, misura che viene adottata raramente dopo un lungo periodo intercorso dal licenziamento (infatti i tempi delle controversie sarebbero notevolmente ridotti attraverso l'affidamento di queste ad arbitri che assicurano ugualmente imparzialita' e professionalità; eppure l'ostilità su questa forma di giustizia "privata" del sindacato e' massima ancora oggi ) Saggio sarebbe rafforzare la tutela preventiva del lavoratore, visto che tutti concordiamo nell'afferare la funzione anche deterrente che esercita l'art.18 (leggi reintegrazione) e definire meglio il concetto di "giusta causa" ed in particolare del "giustificato motivo oggettivo" vista l'assenza dell'opera essenziale di aggiornamento della norma scritta alla realta' esistente, compito dell' interprete-applicatore del diritto ( giudice del lavoro ), che chiamato a pronunciarsi sulla sussitenza o meno della giusta causa o del giustificato motivo -"quindi ad equilibrare l'interesse della stabilita' del posto di lavoro e quello a lincenziare per motivi di tutela - e' risultato spesso sbilanciato in favore del primo da intuibili considerazioni umanitarie e assistenzialistiche, forse incomaptibili con un moderno sistema industriale che presuppone un minimo di mobilita' della mano d'opera e possibilita' di riconversione dei fattori produttivi"(Treu). Indispensabile e' una riforma che riesca a conciliare il "diritto al lavoro",oggi anche i disoccupati si affidano alle promese berlusconiane poiche' temono che le garanzie eccessive siano un ostacolo alla loro assunzione; col "diritto del lavoro" del nuovo secolo. Una riforma che renda attuabbili i propositi di introduzione di nuovi ammortizzatori sociali, una nuova politica salariale, nuovi interventi che offrino sicurezza ai lavoratori mettendo fine alle cd. morti bianche, ma soprattuto una riforma che sia capace di rendere effettivi ( e non semplicemente valide ) quei provvedimenti che hanno permesso dalla seconda metà degli anni 90 di ridurre la disoccupazione sotto il 9% ma che troppe volte vengono stravolti nel loro contenuti. Basterebbe infatti eliminare le violazioni piu' plateali (e' davvero impossibile che in ogni supermercato ogni due mesi si cerchi un apprendista!) per garantire flessilità ed impedire che questa possa essere confusa con la precarietà. Tutto ciò può e deve essere completato con l' estensione delle tutele ad un numero piu' alto di lavoratori , e in particolare a quelle forme del moderno "terziario" , i cui caratteri si avvicinano profondamente al classico lavoro subordinato. La fiducia nella attuale classe dirigente della sinistra e' tale da pensare che la mie modeste considerazioni siano già in via di eloborazione; ma non nascondo -nonostante in me trionfi l'entusiasmo del giovane militante socialista- il timore che (in una parte )dello schieramento dei DS, una certa nostalgia del passato, e una presente dipendenza dagli orientamenti del leader della CGIL -ed in genere di ciò che può essere gridato in una piazza- possano far si che il ritardo decennale che li accompagna in ogni profondo cambiamento, possa pesare eccessivamente per il futuro di una coalizione che voglia proporsi al suo elettorato,e alla società come dinamica e riformista.
Sandro D'Agostino
Segr. Reg. FGS Toscana
4 maggio 2002
L'informazione in Sicilia
Nella cosiddetta "società dell'informazione", un villaggio globale dove la capillarità e l'invasività dei mass media assume un ruolo sempre più strategico nella gestione del consenso politico, l'accentramento di proprietà nell'economia della comunicazione di massa si è dimostrato fondamentale per il successo democratico di alcuni soggetti finanziari. Potrebbe essere un esempio Bloomberg, attuale sindaco di NewYork, proprietario della più importante società di informazione finanziaria mondiale, o l'attuale Presidente del Consiglio Italiano Silvio Berlusconi, magnate di un impero mediatico senza precedenti che spazia dalla produzione di contenuti per l'intrattenimento all'informazione vera e propria, avvalendosi di posizioni dominanti in ambiti eterogenei: Internet, Stampa, Cinema, Editoria, Radiofonia, fino ad arrivare alla gestione delle inserzioni pubblicitarie grazie alle quali gran parte della comunicazione di massa sopravvive.
In questo macrocosmo mediatico fatto di mastodontiche holding finanziarie collegate più o meno direttamente con il sistema democratico istituzionale, emergono delle realtà regionali che ne riflettono in contesti "local" le strutture e la pervasività nel campo delle comunicazioni di massa. Un esempio tanto evidente quanto poco analizzato è quello dei Gruppi a cui fanno capo la Famiglia Ardizzone e Società collegate a Ciancio Sanfilippo. Esempio lampante è la Partecipazione Azionaria al Giornale di Sicilia così suddivisa: Arpi Spa 63,3% (Antonio Ardizzone 47,37%, eredi Piero Pirri Ardizzone 22,10%, Mario Pirri 26,32%) Ape Srl 20% ( Antonio Ardizzone 99,01%, Federico Ardizzone 0,33, Giada Ardizzone 0,33%, Rosa Maria Ardizzone 0,33), New Triper Investment e Servicos Limitade 8,33% (Vincenzo Costanzo 26%, Alessandro Costanzo 26%, Eurotrading 48%), persone fisiche: Mario Ciancio Sanfilippo 8,34%, lo stesso azionista della Gazzetta del Mezzogiorno e della Gazzetta del Sud, a lungo Presidente della FIEG, oltre che titolare del Quotidiano LaSicilia e di piccole televisioni locali.
Il quotidiano fondato a Palermo nel 1860 all'indomani dell'arrivo di Garibaldi, edito e diretto per la prima volta da Girolamo Ardizzione, ha raggiunto oggi la vetta indiscussa di quotidiano più diffuso nell'isola. Con 7 edizioni provinciali offre informazione locale ad un vastissimo pubblico regionale con una diffusione che varia tra le 70.000 e le 80.000 copie giornaliere.
Da ormai quasi un decennio, la Testata, oltre ad una particolare simpatia verso le vicende politiche del "collega" e partner Berlusconi, si è più o meno velatamente schierata con esponenti del centro destra, sia per relazioni personali tra gli stessi Pepi ed Ardizzone con uomini politici della Casa delle Libertà (la decennale amicizia con Diego Cammarata nata al Circolo del Tennis Palermo ne è un esempio) sia per linee editoriali comuni a quelle di Quotidiani controllati dal gruppo Mondadori/Mediaset. Ciò è dimostrato dal largo spazio offerto a prezzolati editorialisti come Bruno Vespa, Arturo Gismondi, dagli articoli di politica nazionale, regionale e comunale, dalle inchieste e dai commenti presenti sulle pagine del giornale siciliano. (ultimissimo esempio è lo spazio dedicato alla società civile, girotondi, autoconvocati ed in generale a tutti quei movimenti in forte contrasto con l'attuale Governo).
La società editrice collegata alla Famiglia Ardizzione ed a Ciancio Sanfilippo (altro magnate dell'Informazione nel Meridione) non si limita a partecipare in larga maggioranza alla proprietà del quotidiano Giornale di Sicilia, ma si allarga nell'informazione radiotelevisiva e telematica con un bacino totale di interlocutori che copre ogni giorno dell'anno circa 560.000 siciliani: Giornale di Sicilia (media mobile di 12 mesi - dal Gennaio 2001 al Dicembre 2001) tiratura Media 87.375, diffusione media 69.715 - TGS Tele Giornale di Sicilia (dati Auditel, contatti netti giorno medio mensile 2002) Gennaio 364.000 Febbraio 397.000 - RGS Radio Giornale di Sicilia (dati Audiradio, riassuntivi nazionali delle emittenti significative nel 1° Ciclo 2002 12 Gennaio - 22 Marzo) Ascoltatori nel giorno medio 90.000, ascoltatori nei 7 giorni 465.000.
Ecco che si ripropone in chiave locale-regionale un accentramento di proprietà nel mondo della Comunicazione di Massa e nell'Informazione in qualche modo speculare alla situazione globale-nazionale. Da ciò, trarre delle conclusioni orweliane riguardo l'influenza diretta dei media sui risultati elettorali nazionali e poi regionali, potrebbe dimostrarsi affrettato.
Sorge però spontaneo un plausibile dubbio riguardo gli effetti che tale accentramento di potere mediatico può aver avuto nelle dinamiche democratiche siciliane. Da qui nasce la necessità di maggiore pluralismo nel mondo dell'informazione e della comunicazione di massa, pluralismo negato da posizioni di mercato dominanti e da precise scelte editoriali.
Considerando la profonda crisi del mercato editoriale, legato alla scarsa attitudine da parte degli italiani alla lettura di quotidiani, la televisione assume un ruolo primario nelle comunicazioni di massa e nell'informazione. Il contesto dell'informazione siciliana è quindi affidato a due attori principali. Da un lato la radiotelevisione di Stato con le redazioni regionali RAI. Dall'altro la famiglia Ardizzone e Ciancio (salvo qualche realtà editoriale provinciale come la redazione La Repubblica Palermo, La Sicilia nell'area di Catania, e qualche sparuta televisione privata, tutti esempi comunque lontani dai numeri del cartello Ardizzone/Ciancio).
Se si dovesse tener conto delle gravissime accuse e minacce di epurazione da parte del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nei confronti di Giornalisti RAI che hanno affrontato inchieste e tematiche che riguardavano alcuni aspetti torbidi del suo passato e del suo presente, le prospettive per la pluralità di informazione si riducono drasticamente. Quale giornalista RAI avrebbe mai più il coraggio di intraprendere inchieste, di commentare di criticare o semplicemente riportare notizie giudiziarie che riguardano il Presidente del Consiglio? Chi oserebbe tanto, a rischio del suo stesso lavoro? E chi oserebbe criticare il Presidente della Regione Siciliana con inchieste sul buco miliardario dei conti della Regione Sicilia? Chi oserebbe criticare la Casa delle Libertà per la sanatoria delle coste abusive? Chi sarebbe in grado di offrire un servizio pubblico di informazione e di inchiesta col rischio di pestare i piedi ai potenti e perder così il posto di lavoro?
Questa mannaia sulla testa di ogni redattore, di ogni collaboratore o Capo Redattore fino a che punto garantirebbe la libertà di Stampa, valore sul quale si fonda la nostra Costituzione?
Lo scenario sarebbe facilmente intuibile con il passaggio a un vero e proprio monopolio dell'informazione siciliana, con una RAI minacciata e controllata dagli esecutivi nazionali e regionali ed il Gruppo Ardizzione/Ciancio che continuerebbe indisturbato ad offrire la "sua" informazione a su Radio, Televisione, Stampa ed Internet. Da qui il passo sarebbe breve alla gestione mediatica del consenso ed il silenziamento di qualsiasi voce alternativa che lo potrebbe mettere in discussione. Una prospettiva sicuramente apocalittica e catastrofista, ma da tenere comunque in considerazione.
R.B.
Palermo
24 aprile 2002
Vedo con piacere che ci sono ancora tanti compagni che hanno voglia di lottare e di combattere per l'affermazione degli ideali e principi del socialismo in Italia. Ma a prescindere da ogni discussione credo che prima di ogni cosa vada chiarita all'interno della sinistra italiana la questione socialista.
Negli ultimi 15 anni gli avvenimenti storici hanno dato ragione ai socialisti e sconfitto chi proponeva rivoluzioni proletarie ma per assurdo sono questi ultimi che sono sopravvissuti a questi cambiamenti, mentre il PSI è stato liquidato in maniera indegna (per la verità anche per nostri errori).
Oggi lo dico in tutta onestà, io come la stragrande maggioranza dei compagni socialisti, non mi sento parte della sinistra attuale, una sinistra massimalista, senza programmi ed idee che è stata incapace quando si trovava al governo di sviluppare una politica di riforme, la sinistra dei girotondi è la stessa che contesta il compagno Pellicani reo di essere un socialista, spiacente compagni ma io non ho cariche da difendere, io ho la mia dignità, i miei principi, per dirla con le parole di Carlo Rosselli "sono un socialista un socialista che malgrado sia stato dichiarato morto da un pezzo, sente ancora il sangue circolare nelle arterie ed affluire al cervello ecc."
Quindi prima di costruire una casa comune della sinistra italiana sarà necessario che l'attuale classe dirigente inizi a discutere riguardo alla questione socialista ed infine si faccia da parte per favorire un ricambio generazionale che consenta la costruzione di una nuova cultura riformista.
So benissimo di chiedere l'impossibile, so bene che nessuno vuole affrontare la questione, ma ahimè in questo modo ho paura che per i prossimi 20 anni la sinistra sarà condannata solo a fare girotondi.
Fraterni saluti
Il compagno Alessandro Tosi
Pietrasanta (Lu)
19 aprile 2002
La
sinistra italiana, divisa e confusa, attraversa una crisi d’identità
gravissima.
Il
governo del nostro paese è retto da un patto di destra, guidato in modo ferreo
da un leader “pigliatutto”, al quale la sinistra, privata di un vero leader,
come può essere Giuliano Amato, non riesce a contrapporre un’opposizione
politica e di merito che vada oltre la protesta, seppure giusta e necessaria.
Sul tema, la mia opinione è nota: contro ogni tentativo di aggiungere,
nello scenario politico della sinistra italiana, confusione a confusione, dopo
il crollo dell’ideologia comunista e quello dei partiti tradizionali della
prima repubblica, è giunto il momento di porre mano alla ricomposizione
unitaria di un NUOVO PARTITO DEI SOCIALISTI RIFORMISTI ITALIANI, facendo appello
a tutti coloro che si sentono socialisti (in qualsiasi partito o movimento essi
siano oggi collocati), per ridare vita e vigore ad un nuovo soggetto politico
che, finalmente, si ponga al fianco dei partiti socialisti europei, colmando
l’anomalia italiana dell’assenza di un grande partito socialista che
caratterizza ancora oggi la sinistra del nostro paese.
Anziché
andare in questa direzione, inspiegabilmente, vedo che i socialisti dello SDI si
propongono nel loro congresso nazionale di far parte, con forze politiche di
centro, di una delle tante “Case dei riformisti” in costruzione e
divenire così, invece che i protagonisti della riunificazione della sinistra
riformista italiana, restituendole l’identità perduta, semplici comparse,
parte aggiunta, complementare, d’iniziative e di nuove aggregazioni,
multipolitiche, guidate da altri.
A questo punto, una domanda sorge spontanea: che cosa hanno
a che spartire con la sinistra socialista e riformista coloro che socialisti non
sono e militano nella neo costituita Margherita, nell’area repubblicana o in
quella dipietrista, o coloro che si sentono ancora (pre o post non importa)
Comunisti?
Con
questa linea lo SDI alimenta ancora l’inutile rincorsa, singola e confusa, dei
partiti della sinistra a nuove dimensioni politiche (come è accaduto ai DS, in
modo inconcludente, dall’assise di Firenze, al Congresso di Torino e a quello
di Pesaro), non prive di palesi contraddizioni e di evidenti incoerenze
politiche.
Se il riformismo socialista è oggi veramente riconosciuto da tutti e
perseguito come mezzo moderno e corretto dell’azione politica, perché chi
n’è titolare originario non ne rivendica la paternità, il merito storico e
guida lui stesso il processo di diffusione nella politica italiana, costruendo
direttamente una nuova unità della sinistra italiana nel Partito dei Socialisti
Riformisti Italiani?
Qual’è,
veramente, l’interesse che motiva i socialisti dello SDI nel formulare la
proposta della Casa Comune dei Riformisti e su quali “mattoni ideali”
costoro pensano di costruirla?
Ricordo,
a tal fine, ai compagni socialisti e, in primo luogo, a me stesso che la
realizzazione di una società più giusta, solidale, democratica e libera, era
(e dovrebbe ancora essere) l’obiettivo e il fine politico del Partito
Socialista Italiano fin dal suo sorgere e il riformismo era (ed è) il mezzo
che, contrapposto al massimalismo rivoluzionario, i socialisti riformisti
scelsero per attuarlo.
Il resto, tutto il resto, è, a mio modesto ma fermissimo parere, solo
una perdita di tempo, pura confusione, vero disorientamento, terreno fertile
solo per i movimentisti di professione, buoni per tutte le stagioni e per tutti
i fini.
Sarebbe anche la perdita di un’occasione (forse l’ultima) di
rinascita del socialismo riformista italiano e la rinuncia dei socialisti
italiani ad essere se stessi, orgogliosi della propria storia e determinati a
riaffermare, nella società italiana, la giustezza e i valori della propria
proposta politica.
Forlì, 12 aprile 2002
Caro Artali, ricevo con piacere i tuoi messaggi, continua cosi.
Non potrò essere a Milano per il 13 p.v.. Mi permetto di scriverti che nel ricordare Giacomo Mancini, non si deve dimenticare che ha fatto la RESISTENZA a Roma durante l'occupazione nazifascista. Da un articolo sull'AVANTI del 1984 ( L'AVANTI vero e glorioso )scritto da Domenico Grisolia il vecchio Don MIMI' della resistenza, che Giacomo conosceva benissimo, essendo tutti e due Calabrasi DOC, vengono rievocate delle azioni partigiane che Giacomo ha fatto insieme a Grisolia e a mio padre Angelo Lombardi nome di Battaglia "LAMPO" ai Fratelli Matteotti e tanti altri compagni che non sono più tra noi. La storia del Socialismo non è quella degli ultimi 10 anni, ma quella dei compagni che hanno sofferto e dato la vita per l'ideale "SOCIALISTA". Sicuramente sarai al "De Amicis" insieme al nostro grande compagno "ISO", con il quale celebreremo il 25 Aprile a Milano, spero in quell'occasione di vederti. Un caro saluto a TE e ISO
Aladino LOMBARDI.
12 aprile 2002
caro Artali
un bel sito, complimenti. Due osservazioni: se vuole essere un sito dei socialisti sarebbe giusto tener conto anche dei socialisti del nuovo Psi e della fondazione Craxi che non è schierata con nessuno dei poli. Forse l'unica discriminate c'è l'ha con gli ex comunisti che fino ad oggi oltre le lacrime di coccodrilo cercano di mimetizzarsi socialisti ma senza riuscirci;l'altra attenzione è sul link della Palestina un bel sito e ben documentato ma sarebbe piu carino che oltre alla bandiera palestinese ci sia anche quella isreliana e si faccia un riferito a due popoli e due stati.
Ciao e buon lavoro
Roberto Giuliano
12 aprile 2002