I palestinesi nel Libano

Non é mai troppo tardi! Dopo tanti massacri compiuti tra l'indifferenza ed il silenzio complice di tutto il mondo, anche l'ONU ha finalmente riconosciuto il diritto all'esistenza di uno stato Palestinese. Speriamo che finalmente il mondo occidentale e quello arabo abbiano il coraggio di affrontare il dramma Palestinese con serietá ma, soprattutto, con i Palestinesi. Con TUTTI i Palestinesi, non solo con quelli che vivono nella West Bank e nelle striscia di Gaza, ma anche con quelli che vivono nei campi rifugiati sparsi in tutto il medio oriente: circa 4 milioni! In Libano i rifugiati sono presenti dal 1948: attualmente sono circa 400.000 e vivono (é un eufemismo questo) in 12 campi profughi grazie ai sussidi dell' UNRWA, agli aiuti di alcuni paesi, di UE/ECHO e varie ONG.

Per i rifugiati Palestinesi in Libano, nessun lavoro, nessuna dimora, nessun futuro. All'assenza di futuro si sommano le condizioni di povertá e degrado nelle quali vivono nei campi: il tasso di disoccupazione sfiora il 70%, un numero sempre piú grande di famiglie vive in estrema povertá, i servizi e le infrastrutture di base sono assolutamente insufficienti. Gli unici diritti che forse restano ai rifugiati palestinesi sono quelli di resistere e di morire. Il mondo intero si é dimenticato di loro e le convenzioni, come la Convenzione sullo Statuto dei Rifugiati, sono rimaste spesso inapplicate. Ma il mondo intero ha lasciato solo anche il Libano ad affrontare una tragedia immensa come quella di 400.000 persone le cui vite sono quotidianamente sospese in attesa che qualcuno si ricordi di loro. Il Libano affronta le violazioni quotidiane del suo spazio aereo da parte dell'aviazione israeliana tra l'indifferenza generale, vive una grave crisi economica, la povertá nei territori del sud ex-occupati da Israele aumenta a vista d'occhio. Ma la comunitá internazionale sembra non accorgersene, ancora una volta il Libano é lasciato solo a se stesso. Nei prossimi giorni si terrá a Beirut il Vertice dei Paesi Arabi e speriamo che il presidente Yasser Arafat vi possa partecipare da uomo finalmente libero e ci auguriamo che il mondo intero si ricordi dei 4 milioni di rifugiati Palestinesi. Quando verrete in Libano per seguire il Vertice, prendetevi la curiositá di conoscere questo Paese, specialmente il sud ed I territori ex-occupati da Israele, di conoscerne I campi profughi, di toccare con mano la fragilitá e la durezza del vivere senza un presente ne' un futuro. Noi lavoriamo in Libano sia con istituzioni locali che palestinesi, conosciamo la povertá e la desolazione dei territori ex-occupati, conosciamo I campi profughi, la durezza della vita, le difficoltá quotidiane, il dolore dell'emarginazione e siamo a vostra disposizione se vorrete approfondire l'argomento.

Beyrouth,16 marzo 2002

Elide Colombi Coordinatrice CISP in Libano
Fabrizio Fuccello Coordinatore Movimondo in Libano
Alberto De Nicola Coordinatore Ricerca e Cooperazione in Libano
Enrico Azzone Coordinatore CTM_Lecce in Libano


Il "partito dell'Ulivo" è definitivamente morto prima di nascere, DS e Margherita si spartiscono i campi di intervento socio-politici e lottano per l'egemonia, avendo comunque alle viste un ticket 2006 Prodi-Cofferati.
Sono questi gli apparenti messaggi di questo denso fine settimana politico.

Tralascio le forme, vale a dire le architetture di schieramento, per pormi - e porre - domande di merito, in spirito da liberal di sinistra quale ritengo di essere.

1 - la "divisione dei compiti" pare di fatto già avviata; la Margherita - a parte la vicinanza ad una Confederazione Sindacale anzichè ad un'altra - dichiara di intendere rivolgersi all'impresa, alle professioni, alle famiglie; i DS, se non possono e non devono autolimitarsi (come mi permetto di pensare), hanno in atto una elaborazione che non sia solo in tema di "lavoro/lavori" e la sanno comunicare?
2 - è chiaro a tutti che la "competizione" è positiva, mentre le tentazioni egemoniche non lo sono? E coloro per i quali non è chiaro, conducono coerentemente il loro ragionamento fino agli esiti ultimi?
3 - poichè liberal non significa liberista tout court, segnalo (e allego) la pagina che informava di un convegno purtroppo già tenutosi su questioni etiche in relazione all'attività di impresa, reperita sul sito di CARTA. www.carta.org è l'indirizzo del sito.
CARTA si propone come "luogo virtuale" (e non solo), contro il liberismo ed a favore di molte altre cose; se ne fa menzione costantemente sulle pagine de "Il Manifesto". 
Penso che i socialisti liberali, Libertà Eguale e tutta l'area che viene usualmente "contrapposta" a quella "movimentista" (scusatemi gli schematismi, ci capiamo) abbiano molto da dire su tali temi trasversali che interessano più persone di quanto si creda e, tra l'altro, possono aiutare a cementare una coalizione come un singolo partito.
A minimale esempio, suggerisco una possibile riflessione sui metodi (parzialissimi, senz'altro) che a volte un sistema capitalistico maturo trova per avviare riallocazioni più "eque" di certi suoi aspetti deteriori. Mi riferisco all'elaborazone anglosassone ed americana sulla corporate culpability ed ai rimedi consistenti nel porre sulle grandi imprese gli oneri risarcitori della collettività per azioni illegali compiute da propri esponenti a vantaggio delle imprese stesse.
Qualcosa in tal senso in Italia si è introdotto, grazie all'ultimo dei governi di centro-sinistra; si tratta del D.Lgs. 231/2001, su cui alta è l'attenzione degli addetti ai lavori, forse non altrettanto quella di coloro i quali avrebbero interesse a dibatterne politicamente valutandola quale esempio concreto di riformismo (perfettibile come ogni riforma) e spunto propositivo verso chi fa dell'equità la propria bandiera.

Grazie per l'attenzione,

David Fracchia
24 marzo 2002


Mario,

grazie, intanto, per aver visitato il sito www.sardegnaminiere.it e per aver lasciato il tuo giudizio nel nostro Libro degli ospiti. Conosciamo il sito che hai segnalato. Lo abbiamo visitato piu' volte come facciamo con tutti i siti della sinistra. La Storia e' tale anche per l'apporto determinante del Partito Socialista dalla sua nascita ad oggi.
E' nostra intenzione ricostruire la Storia del movimento operaio in Sardegna, nel contesto di quello nazionale ed internazionale, utilizzando tutto il patrimonio documentale che e' contenuto negli archivi di ciascun Partito ed Organizzazione.
Il nostro auspicio e' che anche con il vostro sito possa esserci una collaborazione in questo senso.


Cordialmente

Martino Atzori
web master www.sardegnaminiere.it
11 marzo 2002


Caro Mario,

leggo sull'Unità di oggi un articolo di Nando Dalla Chiesa indirizzato ai socialisti, a dire il vero pacato e amichevole nei toni, che si rammarica per il nostro, di noi socialisti, distacco (disgusto?) nei confronti del girotondismo.

Dispiace, credo a tanti di noi, che ancora oggi nel centro sinistra chi si qualifica socialista venga considerato quasi una quinta colonna del nemico, o per motivi nostalgici (in fondo il Silvio e Bettino erano amici personali) o peggio per motivi di 'solidarietà con i compagni in carcere'!

Ebbene, personalmente non ho nulla contro la giustizia, non è forse giustizia e libertà il motto di noi liberalsocialisti, ma ho molto da dire verso il giustizialismo.

Mi pare che come sempre confondere i principi, gli ideali con i movimenti che li propugnano, specie in maniera avanguardistica, sia fuorviante, mistificante, errato.

Dice Dalla Chiesa di non volersi confondere con i lanciatori di monetine (e di sputi, attitudine plebea ma non certo democratica) e con coloro che oggi stanno al governo con l'amico - personale - di colui che dieci anni fa volevano impiccare (e in effetti ci vuole un bello stomaco, per Berlusconi).

Benissimo, ma non ricordo di aver letto questa presa di distanza non dico dieci, ma nemmeno cinque e nemmeno due anni fa. Meglio tardi che mai, forse.

Così come la rivoluzione francese (fraternitè, egalitè, libertè) ebbe i suoi Saint Just e i suoi Robespierre, così come la rivoluzione d'ottobre ebbe i suoi Beria e i suoi Stalin, così come il sessantotto ebbe i suoi Toni Negri e suoi Curcio, ebbene io temo che gli ideali legalitari e le opposizioni girotondaie possano avere le loro guide estremizzanti e (perchè no) interessate.

Non credo siamo noi socialisti accusabili di avversione alla legalità e alla giustizia. Penso siamo imputabili tuttavia di rispetto dei diritti civili, moderazione, gradualismo, pragmatismo, riformismo 'pratico', in definitiva.

Di queste imputazioni, caro Dalla Chiesa siamo fieri, di questi 'ismi' siamo portatori e difensori; dispiace doverlo essere (per quanto tempo ancora) in qualificata minoranza, a sinistra.

PS

Ho letto, credo, che al compagno Greganti sono stati confermati due anni e mezzo di galera per corruzione e/o finanziamento illegale del partito. Festeggiamo anche il suo anniversario o solo quello di Mario Chiesa (o invece la smettiamo una buona volta con queste fesserie e ci concentriamo sugli obbiettivi veri, tipo cercare di riconquistare la fiducia della gente e poi il governo del Paese)?

Con amicizia

Raimondo Elli


La sinistra e l'antipolitica


Il fatto nuovo di questi mesi è il fiorire di manifestazioni, girotondi, assemblee, espressione di una spontanea reazione popolare alla protervia del centrodestra. Reazione al disegno della maggioranza di impedire i processi che riguardano Berlusconi e soci, reazione all'azione del governo che fiancheggia apertamente la Confindustria in una vera e propria lotta di classe del padronato contro il sindacato dei lavoratori e che attua senza complessi un monopolio dell'informazione, sommando il controllo della Tv privata e di quella pubblica.
Il giudizio complessivo su queste manifestazioni è lo stesso che dette Amato sui movimenti giovanili sorti sui temi della globalizzazione: sono per noi una benedizione del Signore; ci confortano, dimostrano che c'è un risveglio delle coscienze, che esiste un'opposizione diffusa, che tanta gente ha capito la pericolosità dell'anomalia berlusconiana.
Al tempo stesso, non possiamo non notare in questi movimenti spontanei anche dei tratti di radicalismo e di massimalismo che, se prevalessero, porterebbero lontano dall'obiettivo di "SCONFIGGERLI" (come è accaduto per lunghe stagioni nelle grandi forze della sinistra europea quando sono finite all'opposizione, v. Scargill, Lafontaine …).
Abbiamo visto atteggiamenti di insofferenza verso i partiti del tutto irrazionali: "non vi fate sentire abbastanza" (come se fosse Fassino ad avere tre televisioni); "non impedite alla destra di far approvare le sue leggi-vergogna in parlamento" (come se avessimo noi, e non loro, 100 voti di scarto alla Camera), e così via.
C'è un settore di indignati permanenti che sembra in lotta più contro i nostri che non si indignano abbastanza, che contro il centrodestra.
In particolare a Milano, come al solito, si è manifestato qualcosa di ancor più preoccupante. Al Palavobis, dove pure si sono radunate migliaia di persone all'insegna di una sacrosanta protesta civile, si è avuta una manifestazione il cui tratto dominante lascia alquanto perplessi. La caratterizzazione prevalente è stata data dal promotore Flores d'Arcais (uno che a furia di dare patenti a tutti arrivò a definire la Pivetti una liberale a 24 carati), da Di Pietro in veste di tribuno della plebe, dai toni di una "celebrazione" del decennale di Mani Pulite assolutamente acritica ed idealizzante, al punto di fare di quell'evento l'inizio e la fine di ogni legittimazione politica. La parola d'ordine ripetuta ossessivamente dagli organizzatori è stata: "non siamo né di destra né di sinistra (oppure non ci interessa distinguere destra e sinistra), siamo con i giudici e basta, siamo la società civile". Un altro segnale che a Milano, e di certo non solo al Palavobis, trionfa ancora l'antipolitica.
E quello che è più grave è che tanta parte della sinistra sembra non rendersene neppure conto. Come se dalla distruzione della politica non fossero nati, come mostri sfuggiti all'apprendista stregone, Albertini sindaco - l'amministratore di condominio, l'uomo di Assolombarda che detesta il consiglio comunale (anche la sua maggioranza, anche il suo partito) e minaccia le dimissioni per impedire qualunque esercizio di prerogative democratiche - e lo stesso Berlusconi leader - il miliardario che non ha bisogno di rubare, l'imprenditore, l'uomo del fare contro il teatrino della politica. Come se l'affermazione dell'antipolitica non avesse prodotto Forza Italia (il partito-azienda), lo sfondamento della Lega (il partito del localismo, non politico), lo sdoganamento dei missini di AN (rimasti fuori dal sistema, e dunque puri).
C'è un'unica matrice:
- che, per paradossale che possa sembrare, unisce questo centrodestra e certe espressioni del giustizialismo antiberlusconiano; la stessa insofferenza, lo stesso disprezzo per la mediazione, per il compromesso, per l'attività regolatrice della politica;
- che ha prodotto e continua a produrre la forza dei partiti (e dunque della coalizione) del centrodestra e la debolezza dei partiti (e dunque della coalizione) del centrosinistra.
Questa matrice, l'affermazione di questo comune sentire dona agli uni capacità di produrre identificazione e coesione, e condanna gli altri all'incapacità di produrre identificazione e coesione.
A questa nostra debolezza qualcuno ha pensato di porre rimedio investendo tutto sull'Ulivo, immaginando che esso potesse surrogare quella capacità di attrattiva che i partiti del centro-sinistra avevano perduto. Ma i fatti si sono incaricati di dimostrare come questa semplicistica prospettiva sia del tutto illusoria. Il maggior gradimento elettorale per il simbolo dell'alleanza che per i simboli dei partiti non dimostra il grande appeal dell'Ulivo (e sarebbe ben strano il contrario, senza leadership riconosciuta, senza chiarezza di idee forza condivise), ma dimostra lo sfarinamento dei partiti che lo compongono.
Da lì si deve partire; senza illudersi di trovare scorciatoie facili e veloci.
Occorre un lungo, lento, metodico lavoro di ricostruzione. La Margherita sembra averlo capito.
Col Congresso di Pesaro avevamo dimostrato di capirlo anche noi. La linea che è stata scelta al congresso non solo non è morta, come vorrebbero alcune interessate ed affrettate sentenze di questi giorni, ma è l'unica possibile.
Bisogna continuare a lavorare su quel cantiere.
Lavorare sul riformismo, per accompagnare ad ogni battaglia di opposizione una forte e visibile proposta, dimostrando che siamo sempre "sinistra di governo", che sappiamo offrire soluzioni che coniugano innovazione ad equità.
E lavorare per la costruzione del grande partito socialdemocratico italiano, del partito del lavoro (dei lavori), del partito laico, del partito europeista ed internazionalista di cui c'è bisogno oggi. Un soggetto unitario della sinistra riformista, autorevole, partner leale nell'alleanza dell'ulivo, ma finalmente libero da complessi di inferiorità e capace, perché no, di esercitare quel ruolo di guida, di leadership politica e morale nella società senza la quale un partito (e soprattutto un partito della sinistra, che ambisce a costruire il futuro) perde di senso.

Luciano Belli Paci


Caro Ossimoro,
sto finendo di scrivere un breve saggio su "Giacomo Matteotti" a cura della coop culturale omonima di Cesena. Una volta stampato l'opuscolo verrà diffuso in tutte le scuole della provincia di Forlì-Cesena. Non sono più iscritto dal 1989, da quando faccio il giornalista professionista, ad un partito politico. Ma non dimentico la mia militanza socialista nella Fgsi dal 1971 al 1980 e dal 1980 al 1989 al Psi. Continuo a mantenere contatti con compagni entrati nei Ds e con quelli che animano lo Sdi.
Penso che dopo la grave sconfitta del 2001 sia venuto il tempo, dopo oltre dieci anni di silenzio, di rimettersi in campo dal punto di vista politico-culturale. Non mi faccio illusioni sulle difficoltà di costruire la versione italiane del Pse e se guardo all'andamento del secondo congresso nazionale dei Ds vedo rispuntare gli "spiriti animali" della sinistra. Gli errori del Psi sono stati molto gravi, ma i "napoleonici" socialisti sono stati un patrimonio molto importante del quale chi fa a meno rinuncia alla possibilità che il socialismo democratico possa avere successo.

Pietro Caruso
3 marzo 2002


Cara Unità,
la direzione federale dei DS di Roma ha ieri a larghissima maggioranza approvato l'adesione e la partecipazione del Partito allo sciopero generale indetto dalla CGIL.
Non sono iscritto alla UIL e sono fermamente convinto che i lavoratori dipendenti debbano resistere con tutti gli strumenti a loro disposizione all'aggressione del governo ai principi sanciti nell'art. 18.
Credo altresì che i mezzi di lotta debbano essere decisi dai sindacati il più possibile unitariamente e sono d'accordo che il Partito dei DS sia al loro fianco.
Non sono invece d'accordo che il Partito si schieri piattamente con la CGIL, assumendone in modo automatico le decisioni sugli strumenti di lotta. Dopo anni di battaglie per l'autonomia del sindacato dal Partito, si cade oggi nell'errore opposto del Partito "cinghia di trasmissione" della CGIL.
Non mi meraviglia che questo venga sostenuto dai compagni del "correntone" che basano buona parte dei loro consensi sulla "scesa in campo" nella battaglia congressuale di Cofferati.
Mi meravigliano i compagni della maggioranza fassiniana di Roma e della sua dirigenza: è questo il nuovo Partito "aperto, forte della sua autonomia culturale "? O forse si sono dimenticati che nella mozione che ha vinto a Pesaro e che anch'io ho votato, c'è scritto che "un forte riformismo non ha bisogno di vecchi collateralismi, né di riduzione di reciproche autonomie"?

Ettore Carettoni
Membro del direttivo DS di Roma
22 febbraio 2002


LA SINISTRA ED I GIROTONDI


Mi è capitato spesso di criticare Massimo D'Alema. Per la sua concezione esasperatamente tattica della politica; per la tendenza a "personalizzare" le linee politiche, a pensare cioè che un progetto politico si potesse affermare prevalentemente grazie alla spregiudicatezza tattica della sua personalità.
Ma oggi, dopo Moretti, girotondi vari e la "kermesse" del Palavobis di Milano, non posso che schierarmi nettamente dalla sua parte, riconoscendo che, nonostante gli errori e la spigolosità della sua personalità sia uno dei pochi veri leader che la sinistra possa vantare in questo disgraziato paese.
Per carità non voglio demonizzare quelli che sono andati al Palavobis. Molti ci sono andati in perfetta buona fede, spinti da un autentico moto di indignazione verso una destra che, con il suo leader, si dimostra ogni giorno di più arrogante, illiberale, avezza a concepire lo stato e la Cosa pubblica come un affare personale: che cosa sono altro le leggi sulle rogatorie, sul falso in bilancio, sull'eliminazione della tassa sulle successioni e sulle donazioni? O cosa dire dell'attacco ai diritti fondamentali dei lavoratori (anche se, a quanto pare, quest'ultimo punto interessa poco al popolo degli autoconvocati)?
Al tempo stesso non si può non rilevare due cose: che tali manifestazioni sono ampiamente strumentalizzate, da un lato, da personaggi come Di Pietro o Flores D'Arcais che sono gli alfieri di un nuovo qualunquismo (non a caso costoro sostengono che non hanno più senso le distinzioni tra destra e sinistra) e dall'altro lato da dirigenti della sinistra e dell'Ulivo, ipocriti ed opportunisti, che pur avendo pienamente condiviso (da posti di responsabilità) le scelte fatte in questi anni cercano di cavalcare la protesta al fine di un "regolamento di conti" interni alla coalizione. Mi riferisco esplicitamente ai vari Diliberto, Mussi, Melandri, Folena, Pecoraro Scanio, Rosy Bindi.
L'altra cosa su cui riflettere è che questo movimento non ha nulla a che spartire con la sinistra. Anzi come ho già detto, esso è l'ultima manifestazione, in ordine temporale, dell'antipolitica, del rifiuto delle categorie proprie intrinseche della politica, drammatica espressione della grave anomalia italiana che ha in Berlusconi ed in questa destra il risvolto della medaglia. Andando avanti di questo passo si potrebbe determinare una vera e propria deriva sudamericana, con una destra autoritaria, populista e plebiscitaria che punta a "privatizzare lo stato" e dall'altro lato un movimento informe e magmatico che mescola pulsioni forcaiole e poliziesche, con la spocchia aristocratica degli "intellettuali incazzati" (nuova categoria impolitica) e con il livore dei dirigenti RAI trombati.
La destra non si batte con l'antipolitica "pseudo-progressista". Si batte, al contrario, con la ricostruzione di una politica e di un progetto per la sinistra italiana.
Non è un caso se in questa battaglia contro l'antipolitica "di sinistra" si trovano uniti politici ed intellettuali appartenenti sia alla sinistra riformista e socialdemocratica (Amato, D'Alema, Macaluso, Ruffolo) sia a quella antagonista e massimalista (Bertinotti, Erri De Luca). Per quanto possano essere grandi le differenze tra le due sinistre esse trovano un interesse ed una convergenza oggettivi nel contrastare l'antipolitica. Sia la sinistra riformista che quella antagonista sono portatrici di una visione organica della politica e comunque di un progetto di società. Anche la sinistra "sociale" di Cofferati (che non a caso non c'era al Palavobis) è molto lontana dagli autoconvocati. Ripeto, tutti coloro che sono espressione di una sensibilità politica precisa hanno grande difficoltà a confrontarsi con costoro.
Con Rutelli e Fassino che vanno all'inseguimento di tali movimenti, e probabilmente non possono fare altrimenti alla vigilia di importanti elezioni amministrative, la sinistra riformista che cosa deve fare?
Quello che probabilmente serve di più alla coalizione per fare opposizione seria e proporsi come alternativa di governo: cioè di lavorare ad un progetto di società alternativo a quello di centrodestra, capace di spostare i consensi. Non basta recuperare l'astensionismo ( in cui c'è anche una cospicua fetta di ex elettorato socialista ) occorre convincere anche chi ha votato centrodestra (il quale ha intercettato, non dimentichiamocelo, molto elettorato popolare ed operaio).
Ma un progetto non si costruisce solo tra le mura delle Fondazioni (questo è forse il limite del disegno di D'Alema ed Amato).
Esso ha bisogno di vivere nella società, tramite una rete che mantenga vivo il dibattito ed il confronto politico vero.
Qui ritorna il discorso sul "network" socialista : una rete di associazioni, movimenti, circoli, strutture sindacali in grado di suscitare nuova domanda politica ed intercettare bisogni latenti e non espressi. Un vero e proprio socialismo federativo che sappia rivolgersi alle correnti della società interessata ad un progetto di riformismo "forte" : a quel popolo attivo che comprende il mondo del lavoro (nella sua pluralità) che va difeso dall'attacco ai suoi diritti fondamentali, ma a cui va proposto un sistema più avanzato di Welfare e democrazia sociale ed economica; che comprende i nuovi ceti medi emergenti a cui un progetto riformista deve dare una risposta alle istanze di valorizzazione delle professionalità e delle competenze ma all'interno di una concezione che unisca libertà e responsabilità sociale, rifiutando l'individualismo asociale e deresponsabilizzante proposto dalla destra; che comprende anche quei giovani che, come dice Giorgio Ruffolo; sono animati da una ricerca di senso e di ideali, che finora solo organizzazioni non governative e di volontariato sono state capaci di offrire.
Un progetto politico organico che vive nella società ha la possibilità di aggregare quella massa critica di consenso in grado di battere questa destra ed emarginare le nuove forme di antipolitica.
E da questo lavoro, tenace, diffuso e paziente, e non da disegni astratti di ingegneria politica di composizione e scomposizione meccanica di sigle, che potrà nascere il nuovo soggetto della sinistra riformista.


Giuseppe Giudice
26 febbraio 2002


Senza scorciatoie

(Avevo inviato a La Repubblica questo mio articolo, con la richiesta di pubblicarlo. La Redazione ne ha estrapolato un periodo per inserirlo nel Pastone del 13 febbraio sulla crisi dei partiti di sinistra.Invio il mio scritto, nella censurabile presunzione che qualche compagno o compagna sia interessato a conoscere il mio pensiero sull'argomento in termini meno approssimati.)

"Ad albero che cade accetta, accetta." Ma quando a cadere è l'ancor giovane quercia diessina c'è una folla di braccia che si levano, alcune delle quali non si sono mai sognate di spezzare anche solo un rametto del grande bosco del potere. 
Ma tant'è! Saremmo ingenui a sorprenderci dell'umana debolezza che porta a soccorrere il vincitore, più che mai nella nostra lampedusana isola.
Sorprende, ed amareggia, invece la potenza di fuoco giornalistico, con cui anche la Repubblica (che nel suo DNA politico ha la lotta contro la Razza Padrona) si abbandona disinvoltamente ad un crucifige che sembra indicare nei DS - che scontano il fatto di essere rimasti l'unica cosa che somigli ad un partito e che, quindi, è individuabile collettivamente - il responsabile principale di tutti i mali della politica e della crisi che questa attraversa, e nei suoi dirigenti attuali l'emblema di una casta tanto mediocre quanto autoreferenziale.
L'ultimo esempio di questa nuova disciplina sportiva è la temeraria ricostruzione che Roberto Alajmo ha voluto fare domenica scorsa della morte della Primavera di Palermo, attribuendone esclusivamente la colpa alla trinariciuta avidità delle Segreterie dei Partiti del Centrosinistra Palermitano (soprattutto dei DS), che, scalzando i cavalieri erranti della Società Civile dalla Giunta di un Orlando, che nella primigenia versione di vendicatore santo aveva escluso i partiti dal governo della città, imponevano una giunta politica (ma in quale paese questa è un'anomalia in sé ?) che tradiva le attese dei cittadini. Anche un cieco della politica sa che l'affossamento della esperienza delle Giunte Orlando è avvenuto principalmente perché Orlando stesso l'ha sotterrata, smettendo di fare il Sindaco tre giorni dopo la sua seconda elezione e subordinando tutta la sua azione al raggiungimento di suoi personali obiettivi politici, del tutto legittimi, ma completamente avulsi da qualsiasi disegno politico generale. E' stato in quell'ambito, per ingraziarsi anche i partiti al fine della sua designazione a Presidente della Regione, che Orlando percorse a malincuore una scelta che semmai è stata fatta quando ormai era troppo tardi. Il coinvolgimento (e non l'umiliazione) dei partiti, insieme con le forze migliori della società e delle professioni, è una delle regole dei leader delle democrazie politiche moderne: è ingeneroso e falso non riconoscere che Cracolici, Bruno, Catania meritarono da Assessori almeno quanto quelli che sostituirono.
Le tesi di Alajmo, che infatti si concludono con l'invito allo sciopero dell'elettore di sinistra, contribuiscono involontariamente ad alimentare il malvezzo tutto italiano, che Gramsci stigmatizzava, di descrivere la politica come la più orrida delle meretrici, proprio per autoassolversi poi dallo richiedere alla stessa le prestazioni più inconfessabili.
Premetto subito che non ho intenzione, qui, di ergermi a difensore del partito di cui sono un semplice iscritto. Sono troppo consapevole degli errori fatti e di quelli che continua a commettere, sono convinto dell'inadeguatezza complessiva del suo gruppo dirigente, del suo scarso collegamento con la società e suoi bisogni. Mi chiedo - addirittura - se non sia giunto il momento di uno strappo forte e doloroso, che preveda il rimettersi in gioco in modo radicale, superando senza rete lo spazio sempre più vasto tra società dei partiti e società degli uomini. Avverto che in Italia ci sono segnali sempre più allarmanti dell'approssimarsi di un possibile, improvviso sfaldarsi di un sistema politico democratico, che si disvela fragile e consunto.
Ma quella che abbiamo di fronte - mi dico - è una crisi solo della struttura della rappresentanza politica di sinistra (dei partiti, intendo), oppure non è tutta l'idea stessa di democrazia politica ad essere malata nel nostro paese? 
Non è adeguato solo il sistema di selezione della classe politica o ad essere inadeguato è l'intero sistema di selezione e formazione della classe dirigente italiana ?
E' autoreferenziale solo il dirigente di partito o non lo è anche il giornalista, l'intellettuale, il professionista e così via elencando?

Io - per dirla in breve - sono convinto che, al punto di crisi in cui siamo, contrapporre semplicisticamente l'idea di una società civile buona, democratica ed efficiente ad una società politica cattiva, avida ed inefficiente è, oltre che ingiusto, completamente inutile. E questo riguarda ovviamente più la società di sinistra, che quella di destra. Di più chi coltiva l'idea del prevalere dell'interesse generale su quello singolo, di chi professa la partecipazione che non di chi pratica la delega, di chi coltiva l'etica della responsabilità e non di chi si affida al darvinismo familistico.
I partiti di sinistra, i DS anche, sono sclerotizzati e chiusi al ricambio della società, ma in questo sono simili a tutti gli altri pezzi di una società, frantumata, politicamente infantile, che nelle professioni, nelle arti, nei mestieri, nello stesso associazionismo volontario si dà criteri di rappresentanza chiusi, corporativi, autoreferenziali, conservatori. 
Il blocco sociale e culturale che dovrebbe opporsi e sconfiggere una destra inedita che non ha bisogno della politica e dei partiti quali suoi strumenti democratici (plebiscitarismo, populismo, qualunquismo ne sono il collante) è caratterizzato dallo squassante oscillare tra la tendenza all'algido realismo politico (preferibilmente praticato in privato) e la professione di estremismo antagonistico a metà tra l'ingenuità boyscoutistica ed il cheguevarismo di risulta.
Un esempio: abbiamo visto sacerdoti osannati dalla società civile percorrere le strade della nostra città suonando campane a morte contro la barbarie di una guerra che ha consentito di abbattere l'esotico regime talibano, ma nessuno - dico nessuno - dire una parola di cortese dissenso contro l'iscrizione nel libro paga cuffariano di centinaia di assistenti religiosi di pubblici ospedali o rompere il silenzio sull'assoluzione del confessore privato di Aglieri (quella divina s'intende, perché quella terrena non si discute) o, infine, sui progetti di riforma scolastica della cattolicissima Moratti.
Che volete che vi dica ?
Moretti, che è vero intellettuale, avrebbe potuto fare di meglio: del resto quello che ha detto dal palco di Piazza Navona ha tutta la stringente ovvietà di ciò che si può ascoltare in una coda alle Poste o nella calca del 101. L'Ulivo se l'è meritato. Personalmente ora trovo non esaltante che, dopo Piazza Navona, ci sia tutto un rincorrere da parte del mio Partito degli intellettuali, come categoria astrattamente salvifica che consenta l'improvviso riaccreditamento della sinistra politica. Provinciale e semplicistica la critica di Moretti, provinciale e semplicistica la manifestazione del 22 febbraio.
Dovremmo riflettere più profondamente tutti, e tutti coloro che avvertono con sincera preoccupazione la pericolosa regressione della qualità della democrazia nel nostro paese, tutti, a qualsiasi parte della società appartengano (professionisti, imprenditori, politici, giornalisti, scrittori, lavoratori, docenti universitari e studenti), trovino un modo non superficiale e con regole condivise di interrogarsi sulle cause, senza cercare comodi capri espiatori, e darsi risposte di lunga durata.
Non è certo con lo spontaneismo, anche generoso, che si sfugge al problema che ha di fronte la politica di sinistra in Italia : la nascita e la strutturazione forte sul piano organizzativo di un nuovo partito che, in sintonia con la sinistra progressista europea e mondiale, sulle solide basi della cultura socialista riformatrice, offra ai cittadini della sua parte un grande progetto di riforma e di modernizzazione della società italiana in cui il realismo del contingente e la faticosa ricerca della mediazione sociale siano sempre compensati da una grande, condivisa e palese carica di rigore etico. Così da risvegliare entusiasmi e passioni civili.
Sarà un lavoro lungo, faticoso, senza scorciatoie, nel quale la politica (i partiti che ci sono) dovrà avere l'umiltà di ascoltare e l'orgoglio di portare a sintesi le proposte e le idee di tutti i segmenti della società, che non potrà sottrarsi , ciascuno per le sue competenze, alla responsabilità della scelta di un programma in grado di proporsi a governare l'Italia in tempi accettabili.
Più tardi si parte per questa strada (che è quella, per intenderci, di Foa, di Amato, di Cacciari) più è probabile che i futuri libri di storia riporteranno un'immagine dell'Italia del 2000 beffeggiata dalla goliardica esibizione dell'indice e del mignolo del più ridicolo dei demiurghi. 
Per questo non credo che - come propone Mario Centorrino - basti l'incontro autorereferenziale del 1° marzo nella Redazione della Repubblica. "

GIOVANNI ROSCIGLIONE


In merito al dibattito sulla crisi della sinistra mi pare che Massimo D'Alema ha commesso un'errore che molti non gli perdoneranno mai: è riuscito a governare.Invece di dire qualcosa di sinistra (?) si è affermato come primo Presidente del Consiglio proveniente dalle file dell'ex partito comunista italiano. Se Berlusconi ha sdoganato Fini, la storia e le capacità personali hanno liberato D'Alema. La sinistra democratica e parlamentare ed in particolare i D.S. hanno visto salire alla presidenza del consiglio un uomo proveniente dalle propie file. D'Alema è riuscito a portare la sinistra ad un confronto con la realtà di governo;tralasciando intellettuali miliardari, satira, e miti fondatori. Governando un grande paese europeo ha dovuto; oltre che tenere unita un'improbabile insieme di partiti di diverse estrazioni, mediare tra le varie componenti sociali che formano una società moderna.. Si è confrontato da Premier con i rappresentanti ed i vertici di impresa e confindustria. Il ruolo che ha ricoperto è stato di mediazione, non di imposizione. Se oggi l'Italia rimane un grande paese europeo e democratico, è anche merito di Massimo D'Alema. Altro e più grave peccato è per molti la mancata disintegrazione di Berlusconi, sarebbe bastata una legge mirata sul conflitto d'interessi. Perchè D'Alema non l'ha fatto? Forse ha voluto in primo luogo rispettare il ruolo di capo della coalizione di centro-destra ed il suo elettorato. Uso il termine "capo" perchè il centrodestra è Berlusconi, questo grazie alle immense potenzialità economiche che possiede. A questo proposito non vedo perchè l'Italia debba essere chiamata una "repubblica delle banane", siceramente mi sembra un'offesa ai paesi del Sud America. Forse a sinistra non abbiamo capito che esiste una differenza sostanziale tra stare al governo e battersi all'opposizzione. D'Alema l'ha dimostrato ed alla lunga potrebbe rivelarsi un' utile esperienza.

Un saluto e rigraziamento da 

Renato Orlandi.

10 febbraio 2002


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