Crisi dell'Ulivo. 

Vorrei tentare un breve ragionamento, che espongo qui in sintesi. Personalmente non sono stato un sostenitore di Rutelli, e quindi trovo non particolarmente emozionante un dibattito Rutelli si-Rutelli no alla guida dell'Ulivo (di quel che ne resta). Tuttavia rilevo con un filo d'angoscia che lo schieramento che vorrebbe (dovrebbe?) essere alternativo al centro destra nel giro di un triennio ha mandato a casa (o in esilio dorato) tre presidenti del consiglio in carica, bruciato rapidamente un paio di presunti o sedicenti leaders di schieramento, mancato ripetutamente appuntamenti elettorali e/o politici di rilievo, fatta radicare nella gente la convinzione profonda di essere una consorteria dedita più a spartire le (meste) spoglie che un sistema semi maggioritario riserva all'opposizione che non a raccogliere le forze (e le idee) per prepararsi ad essere, a tempo debito, alternativa credibile. Tuttavia, dicevo, a questo punto qualcosa si dovrebbe fare, ma fare davvero. Partito unico del centro sinistra? Per quanto mi riguarda no grazie, non lo ritengo concretamente fattibile, anche perchè al di la di tutto la storia personale, la cultura individuale, le opzioni morali valgono e pesano ancora qualcosa, e talvolta molto. Partito socialdemocratico che raccolga le forze (esauste, esangui, deluse, ma forse ancora vive) eredi delle sinistre riformatrici laiche e socialiste? Beh, su questo progetto-idea molti si stanno spendendo, almeno a parole, e noi lettori dell'ossimoro siamo in prima fila, mi pare senza tentennamenti. Contestualmente ben venga la Margherita (ma perchè non chiamarlo partito cristiano sociale, o liberalcristiano?), se riesce ad aggregare tutti gli altri 'non berlusconiani'. Ma, a seguire, le due forze coordinate riprendano a fare politica, quella vera, nella società e nel parlamento, a mio parere dialogando a sinistra senza pregiudizi ma con la forza delle proprie convinzioni. Questo sia con le forze politiche organizzate (parlo di rifondazione, a scanso di equivoci) sia con i 'movimenti', siano essi giovanili o meno, purchè ineccepibilmente democratici. Poi certo si porrà, anzi si pone, il problema di un leader credibile e gradevole, elettoralmente parlando, della coalizione. Ma c'è tempo, mi pare, per fare maturare questa leadership, a meno che qualcuno non creda in una possibile repentina crisi del governo e della maggioranza, cosa a mio vedere leggermente fantascientifica. Certo, in tal caso, si porrebbe l'urgenza, e allora a maggior ragione un serio lavoro di costruzione dei nuovi soggetti politici agevolerebbe la selezione, che potrebbe essere effettuata a partire da quella avvenuta o in corso per la formazione dei gruppi dirigenti dei nuovi partiti. Nel frattempo, visto che Amato sarà impegnato sul fronte europeo, Prodi lo è già, D'Alema vorrebbe esserlo, vediamo di non farci ancora più male dando una ancora più accentuata immagine di litigiosità inconcludente alla residua opinione pubblica che si interessa a quel che il centro sinistra dice o fa. Facciamo lavorare quelli che oggi ci rappresentano, magari aiutandoli con maggior presenza organizzativa e miglior capacità di analisi della situazione reale. Solo su un tema avrei una sommessa preghiera, spero condivisa da molti, se non da tutti: Di Pietro rimanga per conto suo a predicare alle moltitudini il suo verbo giustizialista-peronista, e raccolga i frutti del suo agire politico, se ne è capace, nell'area a lui congeniale, quella della destra. Del resto non siamo tutti dell'idea che ciascuno deve fare al meglio il suo mestiere? Buon lavoro, sbirro.........

Raimondo Elli
31 gennaio 2002


Ciao Artali,
ci siamo visti ieri in piazza Duomo alla manifestazione "NON DIMENTICARE", ti invio una iniziativa del nostro Circolo costituire un nuovo partito Socialista italiano basato sul progetto Amato.

Ciao
Doni
28 gennaio 2002

"La crisi della sinistra in Italia è sempre più evidente ed è ancora più preoccupante la sua gravità se riferita a realtà economicamente e socialmente avanzate come Milano e la Lombardia. In queste condizioni è insufficiente il solo rilancio dell'Ulivo per riconquistare il governo del Paese. È perciò necessario e urgente un impegno di tutti i cittadini che vivono il disagio di questa situazione per avviare, fuori dagli schemi dell'attuale organizzazione partitica, un processo di rinnovamento della sinistra italiana che tenda ad un nuovo unico partito di ideali socialisti riformisti, espressione del Partito Socialista Europeo. Con queste convinzioni i sottoscrittori di questo appello propongono un confronto approfondito libero da vecchie identità e superati schematismi organizzativi e lanciano l'iniziativa per una assemblea pubblica nella quale si confrontino progetti e idealità con riferimento anche a quanto, recentemente, è stato prospettato dal Sen. Giuliano Amato e dall'On. Piero Fassino."

Circolo culturale "Il Confronto" via Faenza,3- 20142 Milano tel.028134910
circoloilconfronto@tiscalinet.it 


Leggo che si ha intenzione di aspettare Fassino alla prova dei fatti per quanto riguarda la questione dell'emarginazione della componente socialista dei D.S.. I fatti ci sono già stati ed indugiare potrebbe chiuderci in un angolo. Non commettete lo stesso loro errore. In periferia viviamo la stessa esperienza e la emarginazione neanche tanto celata cui veniamo sottoposti, salvo ad essere "usati" nei momenti di bisogno. Ci si è perfino chiesto se avevamo il sangue blu. La nomenclatura (ha ragione Ruffolo) perde i pezzi ma non i vizi, considerano noi solo ospiti, graditi, ma pur sempre ospiti. Gli ospiti normalmente a casa d'altri non riescono a muoversi liberamente. Io credo che quest'anno non rinnoverò la tessera ai D.S. Questo non vuol dire passare da un'altra parte o cercare altri lidi. Vuol dire cercare altri modi di far politica, di incidere con il proprio impegno con le proprie convinzioni. E' duro non avere una casa ma è ancor più dura la convivenza in una in cui la partecipazione alla proprietà non ti è riconosciuta. Dispiace solo per le tante passioni presenti nei D.S. e che vengono continuamente bastonate ed umiliate come giustamente sottolinea Ruffolo. Costruiamo questa nuova casa, ma senza compromessi, senza accendere ipoteche, con la sola forza delle idee, con la forza della solidarietà. Forse impiegheremo di più ma le sue fondamenta resisteranno per molto più tempo.

Luigi Liberatore
26 gennaio 2002


LA SFIDA DEMOCRATICA ALLA GLOBALIZZAZIONE


Il noto leader democratico della Camera dei Rappresentanti, Tip O’Neal affermò perentoriamente che “la politica è sempre locale”.
Basta questa convinzione, confermata dai fatti (si pensi al duello Bush padre – Clinton dopo la guerra del Golfo) per togliere ogni valore ad una discussione sulla democrazia nei tempi della globalizzazione?
Certamente i tipi alla O’Neal prevalgono nei parlamenti e nella dirigenza dei partiti di tutto il mondo e contro di essi ben poco può il prof. Otfried Höffe dell’Università di Tubinga se non scrivere il fondamentale saggio Demokratie im Zeitalter der Globalisierung (Democrazia nell’epoca della globalizzazione) (Monaco RFT, 1999).
I politici non sono peraltro alieni dal prendere a prestito dagli intellettuali idee guida, si pensi alla fortuna di Huntington, specialmente dopo l’undici di settembre, o di Fukoyama.
Höffe parte svantaggiato perché i problemi che solleva non sono riducibili ad una formula suggestiva come lo scontro di civiltà o la fine della storia.
La semplificazione è certamente possibile sottolineando l’inadeguatezza delle istituzioni pubbliche nazionali in un tempo, nel quale i problemi sono di dimensione planetaria o quantomeno continentale.
La presa di coscienza del problema non è sufficiente, se nel contempo non si propongono delle soluzioni e per di più soluzioni praticabili e, aggiungo io, senza mettere in discussione le conquiste della democrazia. Vi è un pericolo nella denuncia delle inefficienze dello stato nazionale e della sua inadeguatezza a far fronte alla dimensione dei problemi, quando anche lo Stato ne fosse conscio (non ne è sempre il caso), sarebbe comunque impotente a risolvere in solitudine le sfide poste dall’internalizzazione dell’economia, dalla integrazione dei mercati finanziari e dalla globalità della comunicazione.
Il pericolo è che il disprezzo dello stato nazionale si traduca in disprezzo delle istituzioni democratiche, che nello stato nazionale hanno avuto la loro massima espressione.
Lo stato nazionale non è necessariamente democratico, né la democrazia è solo statale, anzi quella locale la ha storicamente preceduta, ma è stato soltanto a livello nazionale che nel XIX e XX secolo la democrazia è stata forte politicamente, socialmente ed economicamente, inoltre è riuscita nel compito di integrare la popolazione, di garantirne la salute e la sicurezza. Gli stati nazionali democratici nel XX secolo hanno vinto la sfida contro le monarchie autoritarie, i regimi fascisti e nazisti e il sistema comunista sovietico.
Gli stati nazionali, anche quelli democratici, sono stati capaci di superare la loro più grande contraddizione interna, cioè il colonialismo, che negava alla radice i valori di fondo della democrazia e della dignità umana.
Non possiamo fare dello stato nazionale il nemico da abbattere se non si ha non la garanzia, ma l’assoluta certezza che ciò non comporti una diminuzione della democrazia, ma semmai un suo rafforzamento.
Questo a mio avviso è un problema centrale a cui si pone poca attenzione, perché vi è una tacita intesa sul punto tra forze tra loro diverse od addirittura contrapposte.
Da un lato vi è lo svilimento teorico dello stato nazionale e delle procedure democratiche in nome dell’efficienza e della tecnocrazia (governo dei competenti), anche se poi sull’onda di tali critiche è più facile l’affermarsi dei demagoghi populisti, ma lo svilimento teorico sarebbe poca cosa se non si potesse constatare praticamente che i governi democraticamente eletti subiscono le decisioni prese dai grandi gruppi finanziari, dalle multinazionali e semplicemente da un mercato sregolato o da organizzazioni internazionali, sottratte ad ogni controllo democratico.
Non tutti gli stati sono egualmente esposti nello stesso grado ai condizionamenti esterni: gli USA e la Birmania non sono nelle stesse condizioni, ma neppure gli USA ed ogni singolo stato europeo, compresi i maggiori, e inclusa la stessa Unione Europea (Il sistema di governo USA e il NAFTA assicurano al sistema continentale nordamericano un grado di governance più omogeneo di quello europeo).
Nelle organizzazioni ed istituzioni internazionali il peso dei singoli stati è diverso, basta pensare al FMI ed alla Banca Mondiale ed alle stesse Nazioni Unite.
Sull’assetto complessivo del mondo (l’economicismo è sempre un pericolo in agguato come criterio di analisi) pesano anche fattori di potenza e militari, tanto più che il bipolarismo Est-Ovest, rappresentativo per di più di sistemi politici contrapposti, è venuto meno e pertanto il ruolo egemonico degli USA è senza rivali reali o apparenti che siano.
La critica allo stato nazionale non è soltanto alimentata dalla critica tecnocratica, ma anche dalla frammentazione etnica e religiosa, da localismi e regionalismi esasperati.
Un quadro nazionale, dove vi sia una comunanza di cultura e di lingua e di valori derivanti da una storia condivisa è quello che consente alla democrazia di svilupparsi meglio, poiché alle normali divaricazioni politiche non si aggiungono quelle etniche, razziali e religiose che siano, nonché le tensioni derivanti da una presenza di residenti senza diritti di cittadinanza.
Negli ultimi tempi si è poi aggiunta una sfiducia nella democrazia rappresentativa, cui hanno contribuito scandali e corruzione del ceto politico, ma anche un giudizio di qualità sul ceto politico stesso derivante dai criteri con cui è selezionato; in tali criteri le procedure democratiche ed i meriti dei singoli sono altamente estranei.
Da qui una rivalutazione della democrazia diretta, delle coalizioni di interessi territoriali, della democrazia cosiddetta di base, delle aggregazioni spontanee, della specialità degli interessi (consumatori, genitori, studenti, giovani) tutti fenomeni che obiettivamente sfidano il concetto di cittadinanza, concepita come dimensione unitaria di esercizio e difesa dei diritti politici e sociali, con le conseguenti e necessarie mediazioni proprie dei sistemi democratici.
E’ un bene, che il popolo di Seattle si sia manifestato e che in questi ultimi anni sia diventato un soggetto di riferimento il movimento no-global, ma se non si compiono dei salti di qualità nella riflessione sulla risposta istituzionale alla globalizzazione, vi è una vittima già designata: la democrazia rappresentativa.
Certamente i parlamenti nazionali si stanno rivelando inadeguati, ma non per le ragioni alle quali comunemente si pensa, cioè per il loro potere. I parlamenti nazionali sono inadeguati perché consentono ai governi di essere gli unici soggetti di politica internazionale. Tutte le organizzazioni internazionali, salve poche eccezioni quali il Consiglio d’Europa ed altre organizzazioni regionali quali l’OSCE, l’InCE, il Consiglio di Cooperazione Economica del Mar Nero e il Consiglio Baltico, sono strumenti di cooperazione intergovernativa.
Quando anche una dimensione parlamentare è prevista, i poteri e le risorse in essere allocate sono ridottissimi.
I parlamenti che esprimono delegazioni in istituzioni internazionali si disinteressano della loro attività e nessuna sinergia si crea tra dimensione parlamentare di un’organizzazione internazionale ed i parlamenti nazionali.
Le organizzazioni non governative, malgrado il nome, proprio nei governi hanno i loro naturali interlocutori, perché sono i governi che hanno i poteri decisori, cioè detengono il potere da cui trarre benefici o da combattere, si tratti del FMI, della Banca Mondiale e dei G8.
Ma questa era la situazione precedente all’invenzione della democrazia rappresentativa, in cui si scontravano con il potere assoluto le corporazioni e le masse popolari e contadine in rivolta.
Prima di dare per scontato che in un mondo globalizzato non vi sia spazio per un’iniziativa di riforme istituzionali, ma unicamente per un conflitto permanente, per una prova di forza tra le vittime della globalizzazione, in ipotesi la maggioranza dei popoli della terra ed i dominatori del mondo, cerchiamo di enucleare dei terreni possibili di uno scontro politico passibile di uno sbocco istituzionale.
Le linee principali sono le seguenti:
1) Rafforzamento degli strumenti di cooperazione economica e politica a livello regional-continentale;
2) Priorità al rafforzamento istituzionale dell’Unione Europea contestuale al suo allargamento. La democratizzazione delle istituzioni deve procedere con un allargamento dei poteri del Parlamento Europeo, con l’abolizione dell’unanimità nelle decisioni del Consiglio Europeo, con l’associazione dei Parlamenti nazionali, quali elementi costitutivi di una seconda camera, alla elaborazione della politica europea, compresa quella estera e di sicurezza comune; spazio giuridico e giudiziario comune;
3) Istituzione/rafforzamento del ruolo delle autorità di regolazione dei mercati globali contestualmente alla creazione di una dimensione parlamentare presso ogni organizzazione ed istituzione internazionale. Nella regolazione dei mercati e degli investimenti si deve esigere il rispetto, oltre che della libertà di movimento dei capitali, dei valori ambientali e sociali, nonché della preservazione della differenza biologica e culturale.
4) Previsione nei regolamenti parlamentari di atti di indirizzo ai governi sulle priorità delle organizzazioni ed istituzioni internazionali con obbligo periodico dei governi di riferire ai parlamenti ed alle loro commissioni.
Accanto alle proposte concrete vi deve crescere la convinzione che sia possibile dare un ordine alle contraddizioni del mondo, un ordine pacifico e razionale e che la democrazia non ha fatto il suo tempo.
Non bisogna neppure abbandonare le utopie federaliste di un governo mondiale, poiché è soltanto in una democrazia planetaria, che le multitudini che sono oggetto dei processi di globalizzazione, possono, invece, diventarne i protagonisti.
Se non conta il principio un uomo/un voto non basta essere la maggioranza per vincere.
Sia Höffe nel libro sopra citato che Jean-Marc Ferry (La questione de l’État Européen, Parigi, 2000) ricercano alternativa di governo che non presuppongono uno “Stato”, sia pure di più vaste dimensioni.
La ricerca di nuove forme di democrazia è auspicabile e legittima, essendo quelle attuali storicamente legate alle comunità locali ed agli stati nazionali, cioè ad una dimensione territoriale, che malgrado la sua materialità, diventa evanescente negli scenari disegnati nello cyberspazio.
Vi è un punto fermo: la conservazione ed il rafforzamento delle istituzioni esistenti fino a quando non è garantitoli passaggio delle competenze alle nuove forme democratiche.
Il prossimo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre (30 gennaio – 5 febbraio) sarà un primo luogo di confronto, essendo previsti tre forum istituzionali specializzati, quello dei parlamentari, quello delle autorità locali e quello dei giudici accanto alla riunione generale dei movimenti, che si oppongono ad una globalizzazione dominata da mercati, in cui non vi sono valori poiché tutto è ridotto a merce.

Felice Besostri
24 gennaio 2002


Per il nuovo partito del riformismo


Se si volesse dare una rappresentazione figurata della sinistra italiana, non sarebbe certo quella di un solido edificio, un fortilizio, un villaggio dai confini ben tracciati e con una società pur impegnata in molteplici compiti e che tuttavia si riconosce in una unità condivisa.
Senza scomodare "bolognine" e crolli di muri, credo si possa ragionevolmente fare risalire l'inizio di questa fase fluida di transizione alla morte di Enrico Berlinguer.
Berlinguer è l'ultimo costruttore di un villaggio stanziale della sinistra italiana Il leader sardo avverte - come del resto avevano probabilmente fatto altri dirigenti del PCI - che le ragioni storiche, ideologiche e filosofiche di una sinistra antioccidentale, anticapitalistica e con lo sguardo rivolto ad est sono ormai finite (cioè: sconfitte).
E' una finzione che resta in piedi per quasi un decennio per motivi internazionali di comodo (anche occidentale) e per la pigrizia degli apparati di partito.
Enrico Berlinguer, pur essendo l'ultimo vero capo comunista del centralismo democratico, non ha la forza per rompere . Accenna, allude, fa intendere (l'ombrello della NATO, l'esaurimento della spinta propulsiva etc.), ma anche i capi riformisti della destra dell'allora PCI (quelli che oggi sbrodolano "io lo dicevo") non hanno il coraggio di parlar chiaro, limitandosi ad auspicare timidamente una politica pontiera verso un PSI, allora lacerato tra il torpido unitarismo demartiniano e le prime scintille autonomistiche del craxismo "da bere".
In quegli anni Berlinguer crea l'ultima casa della sinistra: una casa costruita con i mattoni dell'austerità, con il cemento della questione morale e con l'intonaco della diversità. E' una casa apparentemente solida e l'amore della parte migliore degli italiani per un leader simile ad un triste cavaliere solitario, un hidalgo che muore sulla trincea dei suoi ideali, sembra confermare quella solidità: ma è solo un'illusione, che ritarda drammaticamente la presa di coscienza necessaria da parte della sinistra.
L'austerità finisce sempre più (né poteva essere altrimenti nella quinta potenza economica del mondo) per essere associata al grigio costume sparagnino delle società orientali; la questione morale, non è - per definizione - una questione politica; la diversità dei comunisti diventa presto un beffardo boomerang che ancora sibila - in versione berlusconiana - sulle teste dell'intero Ulivo. La Casa non c'è più. 
Occhetto, pur maldestramente, almeno lo percepisce e, saltando a piè pari la necessità di un'analisi storica e di un coinvolgimento della complessa rete di apparato che permaneva, suona una sorta di "rompete le righe", senza dire, senza prospettare verso dove andare, dove approdare.
Le vicende internazionali ed italiane che vanno dal 1989 al 1996 (dal muro di Berlino a Tangentopoli, dalle stragi di Mafia alla scesa in campo del Cavaliere) sono troppo vicine e note per ricordarle. Mi limito a sottolinearne le caratteristiche di magmaticità e di contraddittorietà, che - come è noto - sul piano sociale non favoriscono certo la stabilizzazione di un assetto politico razionale.
Nel 1996 la Sinistra, con una saggia e fortunata politica di alleanze e con un programma innovatore e riformista, conquista un successo tattico, che avrebbe potuto agevolare la sua evoluzione, che avrebbe potuto, finalmente, rendere più facile la costruzione appunto della nuova casa. Ma questo - lo sappiamo - non avviene.
Mi fermo qui - per ora - sui perché dal 1996 ad oggi la Sinistra ha tramutato in piombo nelle ali un successo che avrebbe potuto essere vento nelle vele di un'evoluzione positiva della sua ricerca. Questo è l'argomento di oggi.
Almeno questo dovrebbe essere l'argomento di un dibattito serio insieme con quello di che fare e dove dislocare il grande patrimonio di valori, di intelligenza, di idee, delle donne e degli uomini della sinistra italiana. 
Avrebbe dovuto essere appunto l'argomento di un vero congresso di fondazione della moderna sinistra italiana, ma l'ultimo congresso DS - il 7° congresso in 10 anni - è stata un'altra occasione perduta: non la progettazione della nuova casa della sinistra italiana degli anni 2000, ma un cruento e vano rito gladiatorio tra nostalgici reduci del centralismo democratico.
Intendiamoci: per fortuna ha vinto Fassino, realizzando almeno il massimo del movimento in direzione della giusta via, seppur con il minimo di maturazione della consapevolezza collettiva.
E ritorniamo allora da dove sono partito: se la rappresentazione figurata della sinistra italiana non assomiglia più da tempo ad un solido edificio, tuttavia questa sinistra esiste ancora ed è ben vitale. Esiste nel bisogno storico oggettivo di una sinistra moderna di stampo europeo, esiste nel permanere di alcuni tradizionali valori universali, esiste soprattutto nel comune (anche se indistinto) sentire di una parte larga della popolazione italiana, la parte più sensibile ai valori della democrazia, della giustizia, della solidarietà sociale, della legalità. 
Ma questa sinistra oggi la possiamo rappresentare come una carovana, un convoglio in marcia verso una meta definitiva.
Come nella più classica epopea western uomini, donne e bambini su migliaia di carri, con cavalli, bestiame, viveri, vettovaglie, armi, mobili, ricordi, oro ed argento, vestiti e suppellettili, marcia in direzione di una terra su cui fermarsi, fare casa e crescere. Guardando la stella polare della politica la direzione è a sinistra verso un west mitico, carico di promesse di prosperità. Ma per raggiungerlo questa sinistra in marcia occorre che traversi territori vasti e sconosciuti, dove l'insidia può essere ad ogni angolo, ad ogni passo.
E quando la strada è lunga e piena di pericoli può subentrare lo scoramento, la paura di non farcela, il desiderio di tornare indietro. E questo scoramento produce sospetti, invidie, lotte violente tra gli stessi carovanieri. E non è più sufficiente il prestigio dei capi carovana, non si riconosce più l'autorità di nessuno, è facile che ognuno voglia rispondere solo a se stesso. Ed alla solidarietà tra i carovanieri subentra l'egoismo e la voglia di salvare se stessi. ( cfr. tutta la fase precongressuale e quella relativa alle candidature) -
A questo punto non sono più sufficienti i ruoli ed i compiti tradizionali dentro la carovana, occorre che qualcuno si assuma un compito anomalo: vada avanti, traversi in solitudine i territori nemici magari camuffandosi e approfittando del fatto che conosce le lingue ed i costumi delle terre diverse, raggiunga la prossimità della meta, si informi delle insidie che presenta il viaggio, veda come difendersene e torni indietro ad informare la carovana.
Questo è il compito degli scout, le guide indiane: strani ed impavidi personaggi, che hanno il compito di andare avanti a vedere, anche in terre nemiche, ed anche a costo di sembrare traditori.
La sinistra italiana oggi impegnata in questa lunga marcia ha - io penso - bisogno di questi scout, di chi vada avanti , si separi momentaneamente dalla carovana e vada a vedere come e se è possibile raggiungere il luogo della nuova casa.
Fuori di metafora: ritengo sia giunto il momento di rischiare, se si vuole dare un senso alla ricerca della sinistra italiana. Non è più il tempo dell'attesa tattica, né è possibile immaginare l'ennesimo restyling organizzativo. Insomma sarei vicino alla conclusione che non è soltanto restando all'interno della logica del dibattito DS (dentro la carovana) che si può risolvere il problema della sinistra italiana, ma occorre, è utile che qualcuno vada avanti alla ricerca della casa futura della sinistra italiana. Che - ma questo è il mio convincimento - non può che essere un nuovo partito del riformismo socialista e democratico.

Giovanni Rosciglione
15 gennaio 2002



Credo di poter concordare con l'intervento di Weber almeno per quanto riguarda la connotazione libertaria di una nuova aggregazione socialista. 

Non si tratta di reinventare nulla: abbiamo segnato la storia del secolo passato anche e soprattutto per battaglie laiche: dove per laico intendo un movimento che non accetta compromessi con le varie chiese che affollano la società anche italiana. Vorrei sottolineare due circostanze, due tra tante: votammo contro l'art.7 della Costituzione, e fummo sanamente isolati. E fu dalle ceneri del nostro partito che nacquero le cosiddette frange estremiste: che furono le solo, nel bene e nel malissimo, a pensare in termini di politica .Non credo che questi esempi siano o possano sembrare provocatori: sono segnali di una diversità, di un cromosoma che si distingue e ci potrà distinguere. Per questo guardo con atterrita preoccupazione alle dispute che non siano di carattere politico. Possiamo pensare e fare da socialisti se ripartiamo dal socialismo tout court: se per iattura ricominciamo dai vecchi capi, dalle vecchie questioni personali, non ricominciamo un bel nulla. La memoria storica di un partito ha il diritto-dovere di fare ammenda degli errori, di cambiare i protagonisti: o perlomeno di lasciare che tutti siano protagonisti. Lo spazio, per una istanza laica e libertaria, è veramente grande: non lasciamo che a riempirlo siano novelli o vecchi chierici, o liberali che per essere liberali magari si sentono libertari: mentre sono soltanto i parrocchiani della chiesa del profitto.

Fausto Cerulli
18 gennaio 2002


Vi ringrazio per l’invito al dibattito

Accetto questo invito con tanta umiltà, perchè so di non potervi certo offrire, con queste righe, la soluzione dei mille contrasti che dividono la sinistra.

Mi preme solo richiamarvi all’esperienza di questi pochi mesi del governo di Berlusconi, per farci dire, tutti d’accordo, che bisogna evitare che questa deriva continui.

Perché qui non è in discussione l’alternanza che è connaturata alla democrazia, ma il modo in cui questa si è realizzata con Berlusconi: una accozzaglia di tendenze diverse, cementate dal carisma mediatico di un leader onnipotente.

Scongiurare al paese il protrarsi di questa situazione, non è dunque dovere della sola sinistra, ma di tutti i veri democratici: per questa ragione, qualunque “sinistra” che voglia aspirare alla guida del paese deve imporsi di raccordarsi con tutte quelle forze politiche che concordano sull’obbiettivo di battere Berlusconi.

L’esperienza con Bertinotti ha dimostrato che un accordo puramente elettorale non garantisce la necessaria stabilità di governo: da qui l’esigenza di perseguire colle varie componenti dell’opposizione un’ accordo di legislatura.

A questo punto si pone per la sinistra il vero problema: su quali basi, una sinistra rinnovata può accettare un accordo di legislatura? Tenterò di elencarle:

1) la scuola, la sanità devono restare pubbliche nel senso più ampio della parola.

2) Istituzione del senato delle regioni.

3) Accordo su una nuova legge elettorale

4) Ogni privatizzazione deve essere subordinata alla presenza di concorrenza.

5) Tutela dello statuto dei lavoratori : eliminazione dei trattamenti pensionistici privilegiati almeno per i nuovi assunti: primi tra tutti quelli dei parlamentari

6) Difesa dell’indipendenza della magistratura 

7) Ripristino della tassa sull’eredità oltre una cifra da definire.

8) Partecipazione attiva al referendum sulle rogatorie.

9) I rappresentanti del partito devono essere scelti in sede locale attraverso elezioni nei comuni,nelle province, nelle regioni.

10) Le stesse modalità debbono valere per la scelta dei candidati alle elezioni politiche ed amministrative, colla variante che a queste dovranno partecipare in pari numero i rappresentanti della Margherita ed i rappresentanti locali di tutti i partiti che si riconoscono nell’Ulivo: è sottinteso che a queste elezioni dovranno partecipare anche gli amministratori dell’Ulivo in carica di comuni, province, regioni. 



Avrei concluso il mio modesto contributo se non mi perseguitasse il dubbio che le remore di tanti socialisti, ancora tali, a riunirsi ai Ds in un grande partito di vera sinistra democratica , siano motivate dalla mancata riabilitazione di Craxi da parte dei Ds : una riabilitazione, non tanto politica quanto morale. Quello che ieri pretendeva la figlia Stefania!

Allora chiedo ad Aniasi , ch’è stato mio sindaco , quando Milano era ancora di sinistra: esiste questa pregiudiziale? E se non esiste , Lei che ha governato Milano coi rossi di allora , non pensa che sia meglio lavorare insieme piuttosto che distinguersi tra Boselli e Martelli?

Grazie, un saluto

Luigi Curioni

Cantalupo 14/1/2002


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