sono un 34enne triestino, provengo da una famiglia di tradizione socialista e, nonostante non possa vantare alcuna esperienza di politica attiva - se non un'incidentale, quanto deludente partecipazione a due congressi provinciali ds quale delegato del'associazione riformatori per
l'Europa (esiste ancora ?), inizio a sentire un vero e proprio dovere civico di "appartenenza socialista".
Non posso che aderire con entusiasmo, pertanto, alla vostra come alle altre recenti iniziative tese ad un rivitalizzazione del movimento socialista.
Non mi sento in grado di formulare considerazioni politiche a lungo o medio termine.
ritengo, viceversa, di poter esprimere solo alcune ingenuee "sensazioni":
1) non mi fido più delle prospettive di "cambiamento" dei ds in quanto improntare - ancora una volta - a considerazioni di carattere "ideologico" anziché "metodologico";
2) non basta cambiare gli slogans.
è necessario invece modificare l'approccio alla società civile ed il modo con cui interagire con i potenziali elettori.
3) ben vengano, pertanto, i transfughi ds, ma debitamente "educati" circa le reali peculiarità che hanno caratterizzato il pensiero socialista italiano.
Essere socialisti in Italia non significava semplicemente essere riformisti (lo è stato nei fatti - e per tutta la sua storia - anche il pci) .
Significava e significa anche propensione alla discussione ed al ripudio di qualsiasi imposizione "centralistica" e/o dogma ideologico; comportava e comporta l'esigenza di verificare - volta per volta e senza preconcetti - quale potesse (e possa) essere la strada giusta per il miglioramento della società nonché il coraggio di rompere con le viscosità del sistema in essere.
La reale forza dei socialisti è stata e deve ancora essere questa indole "libertaria" che esula completamente dalla tradizione comunista italiana e che continua a non caratterizzare nel benché minimo modo la politica e l'organizzazione partitica dei ds.
4) mi sembra che i ds, con il definitivo ed "ufficiale" approdo riformista ed in nome di una non meglio definita "real politik", si siano sentiti in diritto di distogliere completamente lo sguardo dalle distorsioni - sempre più evidenti - del sistema socioeconomico moderno.
vi è un'assoluta esigenza, pertanto, di "pensare", discutere e proporre assieme e partendo dal locale, ripudiando la tendenza - insita nella tradizione comunista - alle soluzioni verticistiche propinate da improbabili elites illuminate.
5) i comitati amato, presentati - almeno a livello locale - dai "soliti noti", mi hanno deluso ancor prima di nascere.
dove sono i rappresentanti della società civile, i liberi professionisti, i lavoratori autonomi, i disoccupati, i lavoratori occasionali od irregolari ?
Vi posso assicurare che ve ne sono moltissimi - soprattutto fra i giovani ed i 30/40enni - che non vedono l'ora di "immedesimarsi" in una forza riformista, moderna e di sinistra, veramente "nuova".
Un abbraccio
Paolo Weber
3 gennaio 2002
All'attenzione di Giorgio Ruffolo
Caro compagno,
l'idea di un nuovo soggetto della sinistra italiana, perchè non resti una scatola vuota come la "cosa 2", deve partire anche da una scomposizione delle appartenenze di origine. Io, socialista liberale di formazione anarchica, pur riconoscendomi nella mozione Berlinguer penso che, da ambientalista quale sono, la costituzione di un'area ambientalista che superi le vecchie dialettiche interne serva per arrivare a fare un nuovo soggetto politico. Un partito della sinistra democratica che abbia nei suoi tratti costituenti, senza riserve, la convinzione che una visione ambientalista del mondo sia essenziale, Questo credo che lo si possa fare a partire dall'A.T. Ambiente e Territorio dei DS, allargando a settori del Partito, ma soprattutto della società (e penso in particolar modo ai movimenti che si incontreranno a Porto Alegre), e questo per evitare di riproporre vecchie logiche auto referenziali che non hanno dato frutti e che rischiano di rendere marginale la sinistra in Italia. Ho scelto di scrivere a te per la stima che sento nei confronti del tuo operato come Ministro dell'Ambiente, pensando che tu con la tua storia possa dare un forte contributo alla definizione dei caratteri della grande sinistra che vogliamo.
Fraterni saluti,
Fraterni saluti,
Stefano Dall'Agata - A.T. "Laura Conti" Treviso
1.1.2002
Complimenti per la rivista molto bella e ben fatta. Io credo che non potrà mai esistere un partito socialista italiano, se prima non si chiarirà il ruolo politico esercitato da Craxi negli anni 80. E cioè se lo si debba vedere non solo come un ladro, ma anche come l'esponente principale di un partito che già nel 1921 si poneva su posizioni chiaramente riformiste, la scissione della componente Gramsciana ne è la prova. L'odio aperto da Tangentopoli e le forti divisioni a sinistra, sono il principale ostacolo alla costruzione non della Cosa 2, ma di una grande forza riformista e social-liberale.Inoltre esiste una grande confusione tra ciò che è di destra ed i temi cari alla sinistra.La gente si sente più vicina e maggiormente tutelata da Forza Italia e compagnia.La sinistra appare come una forza politica tesa a tutelare diritti acquisiti, ma vecchia ed in qualche misura superata. I giovani senza lavoro, gli anziani, i disoccupati, ripongono aspettative di benessere a destra.Io stesso che sono un elettore DS, non so quali siano le posizioni del partito in tema di creazione di nuovi posti di lavoro, mi riferisco ad esempio al lavoro interinale. Questi si fanno gli affari loro(bravo Rutelli), ma governano con relativa tranquillità, ed una notevole approvazione. La sinistra dovrebbe essere soprattutto autonoma, visto ad esempio la posizione di Rifondazione riguardante il ruolo dell'Italia nel recente conflitto. Diciamo la verità sembriamo troppo spesso una specie di armata Brancaleone invece che una forza politica unita e compatta. La destra sa dare un'impressione di solidità che a noi regolarmente manca. La sinistra socialista e liberale deve esistere e deve sapere parlare alla gente comune,deve esprimere un'opinione chiara sui temi concreti che riguardano i problemi giornalieri delle persone qualsiasi.. A proposito , come fa Berlusconi ad aumentare le pensioni con il famoso buco? A volte mi sorge il dubbio che il centro-sinistra di buchi non ne ha lasciati.
O no?
Cordiali saluti.
Renato Orlandi
1.1.2002
Caro compagno Artali,
nonostante le delusioni, vedo che la discussione sull'Ossimoro diventa sempre più ricca e stimolante.
Anche io condivido pienamente la tua affermazione che nel corso del 2002 dovrà necessariamente accadere qualcosa di costruttivo nel senso della costruzione di un partito del socialismo europeo, e se mi permetti, "italiano".
Certo che il centrosinistra è malmesso. Giorgio Ruffolo nell'articolo di oggi (29 Dicembre) su Repubblica mette il dito sulla piaga. Abbiamo una coalizione che subisce l'iniziativa del centrodestra, incapace di contrapporre a Berlusconi un progetto alternativo mobilitante.
Personalmente non credo che sarà possibile trasformare l'intera coalizione in un partito riformista radicato nel socialismo europeo. Ritengo però che sia questione di vita o di morte che la sinistra italiana si ricomponga in una formazione del socialismo democratico. Essa non può essere una pura sommatoria dei Ds e dello Sdi (anche se comunque bisognerà partire dalle forze esistenti) ma dovrà necessariamente diventare quel cantiere aperto in cui possano riconoscersi i tanti socialisti senza tessera, forze del mondo cattolico e laico progressista che non si ritrovano nella Margherita e tanta gente che magari ha anche votato per Berlusconi o per ripicca o per mancanza di fiducia nella sinistra attuale, ma che nel proprio sentire quotidiano si trova in sintonia con i valori socialisti.
Ho già detto in altri interventi che personalmente nutro fiducia in Fassino. Ho anche detto che nei Ds vi è comunque una resistenza diffusa soprattutto nelle nomenclature grandi, medie o piccole che siano, verso la realizzazione piena del progetto di Fassino. Così come nello Sdi v'è la tendenza alla conservazione dei microapparati, anche se mi pare che ultimamente il gruppo dirigente nazionale dello Sdi si stia muovendo con più convinzione verso il progetto Amato. Sarà una illusione ottica? Il tempo ce lo dirà.
Comunque non possiamo aspettare le burocrazie autoreferenziali di partito. Hai perfettamente ragione quando dici che occorre organizzare dei movimenti, in tutta Italia, che superino le angustie dei partiti attuali.
Io vorrei piuttosto elencare le questioni essenziali da risolvere per costruire un autentico partito socialista.
a) Riconoscere la centralità della questione socialista come nodo irrisolto di tutta la sinistra italiana.
b) Mandare a casa il "partito dei giudici"
c) Avere una leadership di chiara provenienza socialista
d) Affrontare nel modo giusto il tema del rapporto socialismo-modernità
Brevemente. Sul primo punto è evidente che non si potrà costruire una forza socialdemocratica senza riconoscere come centrali le elaborazioni del riformismo socialista italiano. Sono i Turati ed i Rosselli, i Nenni ed i Lombardi, i Ruffolo e gli Amato i referenti culturali essenziali per una forza che voglia definirsi socialista. Sarebbe poco credibile mettere nell'album di famiglia uomini come Gramsci e Togliatti che il socialismo democratico l'hanno sempre combattuto. Nella storia del Pci vi sono state tendenze autenticamente socialdemocratiche (Napolitano, Lama, Macaluso e tanti altri) che hanno lo stesso diritto dei socialisti a figurare come "padri storici".
Sulla seconda questione è evidente che una concezione giustizialista e forcaiola della politica ha recato dei danni enormi alla sinistra. Se è giusto contestare la pretesa berlusconiana dell'impunità, allo stesso modo va contrastata una tendenza all'uso politico della giustizia. Su questo occorre una profonda autocritica da parte dei Ds che devono smetterla di inseguire i reazionari mascherati da progressisti come Flores D'Arcais (a proposito qualcuno si ricorda quando era un ultrà craxiano?) .
Fra l'altro cresce una insofferenza della gente comune verso i magistrati che sono sempre più visti come una corporazione di privilegiati e scarsamente produttivi. La gente sa, ad esempio che le lungaggini dei processi (quelli civili, in particolare)dipendono anche dalla scarsa propensione a lavorare di molti magistrati. Berlusconi questo lo sa, ed utilizza strumentalmente tali argomenti per difendere se stesso e conquistare consensi. In definitiva dobbiamo garantire la piena indipendenza della magistratura dalla politica, ma anche la piena indipendenza della politica dalla magistratura.
Sul tema della leadership della sinistra credo che vi siano pochi dubbi sulla sua credibilità se essa è espressa da una personalità di chiara estrazione socialista. Questo non significa riproporre una stupida "conventio ad excludendum" verso chi viene dal Pci. Se vogliamo costruire sul serio un partito socialista vi deve essere un chiaro pluralismo delle provenienze ed, almeno in un primo momento, la leadership dovrà essere esercitata da una personalità di provenienza Psi. Fra l'altro, quello del mancato pluralismo interno, è il primo fallimento della gestione Fassino (anche se non credo dipenda da lui). Basta vedere che negli organismi dirigenti il 90% sono di estrazione Pci-Pds.
Sull'ultima questione (che forse è la più seria) ha ragione Ruffolo quando dice che la sinistra deve finirla per scambiare per modernità ciò che è pura propaganda neoliberista. Noi abbiamo bisogno di un socialismo e di una sinistra moderni che sappiano confrontarsi con i temi dell'innovazione, ma sappiano confrontarsi da sinistra avendo una visione della modernità che è intimamente connessa ai concetti di giustizia e solidarietà sociali.
Fuor di metafora, la sinistra non può accettare la precarizzazione del lavoro, l'aumento delle diseguaglianze, l'abnorme potere del capitalismo finanziario, in nome di un concetto di modernizzazione che le vestali del liberismo presentano come il frutto di un meccanismo naturale ed inevitabile. In nome del darwinismo sociale. Non può accettarle senza negare se stessa. Non può accettarle perchè le pseudoinnovazioni liberiste producono solo regressione sociale, civile ed anche economica (Argentina docet - ma non è l'unico caso).
Certo noi non possiamo identificarci neanche con una sinistra conservatrice (alla Salvi ed alla Diliberto molto più che Bertinotti) che è rimasta ferma ai paradigmi degli anni 70. Ma non possiamo neanche accettare ciò che Tamburrano chiama il "thatcherismo mascherato" di Tony Blair (ma non del Labour Party). Dobbiamo accettare la sfida della modernità per governarla verso quegli obbiettivi di equità e giustizia che sono propri dei socialisti. Del resto la Conferenza programmatica di Rimini del Psi parlava proprio di "governare il cambiamento".
In conclusione di questo mio, forse troppo lungo, intervento, ritengo utile stimolare la discussione su questi punti. Sarei felice di sapere cosa ne pensano altri compagni.
GIUSEPPE GIUDICE
Potenza, 29-12-01
Ancora sulla globalizzazione
Un'occasione per l'imprenditoria italiana.
Un'opportunità per i giovani?
Come ho accennato nella precedente riflessione l'iniziativa individuale è il successo di un paese come l'Italia, ma sono le competenze professionali, gli investimenti e le relazioni che rafforzano i vantaggi competitivi di un'impresa o di realtà economiche che vivono in un mondo interdipendente. Queste "ricchezze" normalmente sono carenti o mancano del tutto nei giovani. Quando sento parlare di aiuti alle imprese, di agevolazioni, di incentivi allo sviluppo sento parlare di tante cose, ma non di queste. I giovani hanno un grande potenziale inespresso che andrebbe supportato da questi elementi che sono inevitabilmente legati all'ESPERIENZA, caratteristica che mancherà sempre ai giovani per definizione. In Italia abbiamo ancora in corso un'esperienza bellissima di sviluppo imprenditoriale come "Sviluppo Italia" e il prestito d'onore. Un meccanismo che permette a migliaia di giovani di avere una opportunità attraverso un piccolo finanziamento accompagnato da un tutoraggio. Ma più che soldi, tutor, corsi ... i giovani (e mi ci metto anch'io) hanno bisogno di esperienza e dato che non possono averla subito possiamo pensare a un'organizzazione di sviluppo che ci metta al fianco un "socio" che apporti soprattutto esperienza, relazioni, investimenti e competenze professionali. Un'organizzazione (un socio) che creda veramente nell'iniziativa tanto da investirci tempo e denaro. Qualcosa che si avvicina a questi pensieri è il venture capitalist, che però non è strutturato per essere alla portata di tutti Il giovane si identifica per idee, esuberanza, volontà, energie, intuito: sappiamo che sono qualità importanti, ma non sufficienti per competere nel "mercato globale".
Luca Rosetti
17 dicembre 2001
Un passo avanti, ma non il punto di arrivo
Valuto, da socialista recentemente dimessomi dai Democratici di Sinistra, lo svolgimento del congresso dei DS di Pesaro un nuovo passo avanti, come lo furono quelli di Firenze e di Torino, verso la socialdemocratizzazione dei DS, ma non il punto d'arrivo.
Siamo ancora lontani dalla vera creazione di un partito socialdemocratico di stampo europeo.
Siamo ancora alle buone intenzioni e, forse, se i soggetti che devono compiere il passaggio definitivo alla socialdemocrazia, dovessero rimanere gli stessi, in pratica solo i dirigenti post comunisti, la cosa potrebbe anche non avvenire per nulla.
Infatti, l'opposizione alla linea Fassino-Morando non è certamente stata marginale, sia nei vertici sia nella base dei DS.
Non a caso, l'intervento più socialdemocratico che si è ascoltato a Pesaro è stato quello del socialista Giuliano Amato.
L'autosufficienza che anima ancora molti dirigenti dei DS, nazionali e locali, la non volontà di fare i conti, fino in fondo, con la storia del comunismo e del socialismo italiano, rappresentato dal PSI - Craxi compreso -, rende difficilissimo il percorso da compiere verso il nuovo partito, che pure si dice di volere.
Occorre chiarire bene il concetto del "sangue comune" della sinistra italiana, di cui parla Giuliano Amato, che deriva dal suo unitario atto di nascita del 1892, senza dimenticare però la necessità di rimuovere le ragioni politiche - che ancora sopravvivono - che divisero i comunisti dai socialisti nel 1921.
Quel sangue - oggi, storicamente, riconosciuto malato - va depurato fino in fondo dai germi del centralismo democratico, dalla presunzione d'autosufficienza e, appunto, anche dalla presunzione del primato berlingueriano della moralità, come ha dimostrato Amato con l'opportuna citazione, sul valore della moralità nella politica, del socialista Pietro Nenni nel 1985.
Malattie endemiche del comunismo, di cui i DS, a mio parere, non si sono ancora definitivamente liberati e che, unitamente a ragioni politiche locali, mi hanno indotto, dopo due anni d'appartenenza, a lasciare quel partito.
Spero che il prossimo congresso locale dei DS vada oltre le conclusioni di Pesaro ed avvii un processo vero di rinnovamento, utilizzando adeguatamente, come hanno fatto Fassino e D'Alema con Giuliano Amato, l'apporto politico e culturale dei dirigenti socialisti che ancora sono presenti al loro interno, nell'interesse loro e dell'intera sinistra forlivese.
Spero anche che, congiuntamente, i socialisti dello SDI, quelli del Nuovo PSI, i Comunisti italiani e, anche, i Comunisti di Rifondazione, sappiano cogliere il bisogno d'unità della sinistra italiana ed agire, per quanto competerà ad ognuno di loro, responsabilmente di conseguenza.
Alessandro Guidi
Consigliere comunale di Forlì
di Unità Socialista
7.12.2001
Caro Artali,
vorrei ancora una volta rubarti un pò di spazio per esprimere il mio pensiero su due questioni.
La prima riguarda senza dubbio le conclusioni del Congresso DS che, almeno nelle intenzioni di Fassino rappresentano una svolta importante e decisiva per poter dare
all'Italia quel partito del socialismo democratico che consentirebbe al nostro sistema politico di diventare più europeo. Ho parlato di intenzioni di Fassino perchè sono certo che il nuovo segretario dei Ds è pienamente convinto della necessità della svolta. Tre però sono le questioni rimaste in sospeso su cui si dovrà misurare la reale
portata della svolta di Pesaro.
La prima è quella dei contenuti programmatici di cui parlava Giorgio Ruffolo nel suo splendido intervento al Circolo De Amicis e su cui
concordo pienamente. La seconda riguarda la reazione dell'apparato del partito di cui Massimo D'Alema rappresenta tuttora il "massimo" garante poltico. E' vero che
la composizione anagrafica ed anche politica degli iscritti ai Ds è diversa da quella del Pds di qualche anno fa; purtuttavia resta il problema di quello che Ruffolo definiva come l'"impenetrabilità" dell'apparato fortemente legato alle sue solidarietà corporative. Nella mia breve
esperienza nei Ds ho potuto ben constatare questa tendenza. Inoltre D'Alema ha una concezione fortemente
"personalistica" della politica; pensa cioè che i progetti politici si possano affermare grazie alla spregiudicatezza tattica della sua personalità. V'è in lui una profonda sfiducia in un partito che, fra l'altro, insieme a Veltroni ha
contribuito a sfasciare. Questa sorta di senso di onnipotenza dalemiana viene purtroppo spesso goffamente imitata dai vari "dalemini" locali, con i risultati catastrofici che si vedono soprattutto nelle regioni del sud. Si è insomma prodotta una miscela esplosiva di craxismo e togliattismo (nelle loro varianti peggiori) che rende il partito sempre più lontano dalla società. Il compagno Fassino ha quindi
un compito arduo: quello di riuscire ad emancipare il partito dal "dalemismo". Non sarà un compito facile, ma credo (e spero) che Fassino abbia la personalità giusta per poterlo fare. La terza questione riguarda una rilettura della storia degli anni 80 e 90. Un tema accennato sia da Fassino che da Giuliano Amato ma che va affrontato
con grande determinazione. E' difficile diventare socialisti europei, è difficile costruire una casa comune del riformismo socialista se non si fanno fino in fondo i conti con
la tradizione del socialismo italiano. La rimozione del socialismo italiano continua ad impedire alla sinistra di
emanciparsi pienamente sul piano politico e culturale. Un dibattito franco ed aperto sul passato (così come proposto da Tamburrano) è indispensabile per poter costuire con solide fondamenta il nuovo partito del socialismo europeo. Ha ragione Giuliano Amato: è un dibattito che va fatto guardando avanti e non indietro. Ma è indubbio che va fatto. Come va fatta senza alcuna inibizione una riflessione sul giustizialismo degli anni 90. In genere il giustizialismo è una posizione di destra, mentre la sinistra democratica è per definizione garantista. In Italia è successo il contrario. Tutte le persone oneste e di buona volontà sono per la lotta alla corruzione. Il modo è di vedere con quali strumenti avviene questa lotta e di verificare se la procura di Milano non abbia utilizzato strumentalmente la lotta alla corruzione per condizionare fortemente l'evoluzione della politica italiana. Insomma io
ritengo che una parte della magistratura (anche grazie al circuito mediatico-giudiziario ed al sostegno dei poteri forti) si sia comportata come una lobby potentissima
al fine di svuotare le forme democratiche di rappresentanza. Un dibattito anche nei Ds è iniziato. Ma mi sembra gravissimo che l'Unità (che ho l'impressione stia agli
ordini della mozione Berlinguer) neghi spazio ad Enrico Morando ( a cui va tutta la mia solidarietà) il quale voleva pubblicare un articolo in cui si criticavano gli eccessi
giustizialisti degli anni 90 (Morando ha avuto fra l'altro la solidarietà di diversi deputati Ds). Io penso che il giustizalismo sia stato un vero e proprio cancro della sinistra e sia servito solo a far fare carriera ai vari Folena, Mussi e compagni i quali si sono costruiti un profilo politico unicamente sparando contro i socialisti.
L'altro tema che volevo affrontare rapidamente è quello della disputa sull'articolo 8 dello Statuto dei lavoratori. Ho notato che la sua abolizione è diventata un cavallo di battaglia non solo della destra (come è naturale) ma anche nella sinistra in settori minoritari dei Ds ma anche dello Sdi (vedi a proposito l'articolo di Sergio Fumagalli).
In alcuni settori della sinistra l'ansia di essere moderni a tutti costi si trasforma in una maniaca genuflessione verso i principi del fondamentalismo liberista.
Correndo il rischio di beccarmi l'accusa di vetero-lombardiano (secondo le strane modalità espressive del Fumagalli) ritengo di essere molto più moderno io dei genuflessi al neoliberismo. Modernizzazione è, nella cultura europea ed occidentale, un termine strettamente connesso all'idea di progresso sociale e civile. Ora voler cancellare un principio di civiltà come l'articolo 18 (frutto fra l'altro di grandi battaglie socialiste) significa essere conservatori e "regressisti", altro che moderni!.
Fra l'altro in tutti i paesi più progrediti d'Europa esistono norme simili all'art 18. Dalla Germania, all'Olanda, alla Svezia. Il modello sociale europeo si è costruito proprio sulla necessità di far convivere le esigenze della crescita economica e dell'innovazione con quelle della giustizia e della coesione sociale.
Fra l'altro gli studiosi più seri e non genuflessi verso il neoliberismo (vedi Luciano Gallino - ma forse è un
veterolombardiano anche lui?) ritengono che l'abolizione dell'articolo 18 non porterà ad un aumento dell'occupazione ma solo ad una proliferazione della precarietà (che già è tanta in Italia).
Sappiamo bene che il mondo del lavoro di oggi è molto diverso da quello di trenta anni fa e che vi sono oggi una pluralità di lavori che non sono tutelati nè da norme di legge, nè da gli strumenti del Welfare. Ma non è una buona ragione per togliere i diritti a chi ce li ha (secondo la logica del tanto meglio, tanto peggio). Il problema è semmai quello di estendere i diritti a chi non li ha. Come dicono sia Giorgio Ruffolo che Giuliano Amato (non certo sospettabili di massimalismo) il problema è da una lato quello di redigere un nuovo statuto dei lavoratori , che meglio rappresenti la complessità del mondo del lavoro di oggi, e dall'altro quello della riforma del welfare in senso universalistico (come disse Giuliano Amato alla conferenza dello SDI, a Napoli). Un welfare capace di tutelare meglio i disoccupati, i giovani, le donne. A questo va aggiunto un sistema di formazione permanente in grado di sostenere i lavoratori ed i disoccupati che intendono o devono cambiare lavoro. Nuovo welfare, nuovo statuto dei
lavori, formazione: questi sono gli strumenti per dare una risposta da sinistra al tema della flessibilità la quale non va subita ma va regolata e governata affinchè non generi precarietà e povertà. Una sinistra che accettasse passivamente
il terreno di discussione del neoliberismo è una sinistra perdente. I socialisti, al contrario, devono proporre
una propria idea di modernizzazione alternativa a quella della destra liberista.
Giuseppe GIUDICE
3.12.2001
Il 28 novembre scorso ho inviato all'Unità la lettera che segue. Ad oggi non è stata pubblicata.
Caro Direttore,
la seguo con simpatia e stima, ma nella polemica che ha iniziato con il sen. Morando mi trovo decisamente in sintonia con quest’ultimo.
Al di là della pur interessante disputa nominalistica sul “giustizialismo”, mi pare innegabile che quando Morando denuncia che vi è stata una tendenza a conseguire vantaggi politici dalle vicende giudiziarie descrive una verità che è sotto gli occhi di tutti.
Entro certi limiti, quella tendenza è umanamente comprensibile, ma si è rivelata sulla distanza politicamente sbagliata. La storia del “giustizialismo” italiano è la storia di una illusione.
Illusione di battere Berlusconi con i processi, sottovalutando il suo abilissimo vittimismo supportato dal formidabile apparato mediatico che ben conosciamo (ricordo che quando abbiamo vinto, nel ’96, abbiamo fatto una campagna tutta sui contenuti, parlando pochissimo dei reati del Cavaliere).
Illusione che, nel duello che ha diviso la sinistra, la damnatio memoriae dei comunisti, per essere stati (non tutti) a lungo complici dei regimi totalitari, potesse elidersi con la damnatio memoriae dei socialisti, per essere stati (non tutti) partecipi del sistema delle tangenti. Vediamo i risultati: le due dannazioni, anziché elidersi a vicenda, si sono sommate e la sinistra italiana, anche per questo, è ai minimi storici ed è la più debole d’Europa.
Illusione che la sinistra potesse affermarsi in Sicilia con gli Orlando e con i Fava, proclamando che noi siamo gli onesti e gli altri non sono gente perbene. Anche qui i risultati sono sotto i nostri occhi in questi giorni: dopo qualche anno di successi effimeri, scopriamo di avere costruito sulla sabbia, di avere alimentato il mito della “società civile” e dunque l’antipolitica, senza conquistare un vero consenso sulle nostre idee e perdendo anche il radicamento tradizionale.
Capire questi errori e tornare ad una politica alta, ricca di ragioni e di proposte, non vuol dire in alcun modo non difendere la magistratura dagli attacchi sgangherati dei nostri avversari, ma piuttosto vuol dire smettere di farci del male.
Cordialmente.
Luciano Belli Paci
Milano
2.12.2001
Caro Artali,
le conclusioni del congresso DS, con l'elezione di Fassino a segretario, fanno ben sperare per il prosieguo di un processo di agglutinamento delle forze di area socialista che non può più essere porcrastinato, o disatteso. Mi permetto quindi di dissentire pubblicamente dalle opinioni del presidente del mio partito, lo SDI, quando sostiene che i tempi per lanciare la costituente di un unico partito socialista democratico in Italia non sono maturi. Io credo invece che siano non solo maturi, ma che siamo ampiamente fuori tempo massimo. Certo, se per tale processo si intende la confluenza di organizzazioni o singoli nei DS, non credo si sia ben capito quello che occorre. Io, francamente, anche visto lo svolgimento del congresso diessino (non particolarmente entusiasmante, in verità, per inciso chi ha seguito il congresso parallello sul sito del corriere della sera ha avuto credo maggiori spunti di interesse, specialmente se non proveniente dalla vecchia famiglia del PCI) non ho maturato affatto la decisione di lasciare lo SDI ed aderire ai DS, anzi. Ciononostante ribadisco che la prospettiva di una sola organizzazione della sinistra riformista è una esigenza obbiettiva, necessaria, non condizionabile dalle esigenze di autoreferenzialità e continuità dei gruppi dirigenti degli attuali partiti, è una esigenza (forse nemmeno completamente esplicitata) che nasce dalla forza delle cose, dal bisogno di riempire un vuoto che c'è, e si sente, nella nostra società prima ancora che nelle istituzioni parlamentari. Certo, i tempi vanno valutati, così come i modi, ma non serve e non utile alla causa comune negare l'approdo inevitabile. I passaggi dovrebbero però essere favoriti, e non invece ostacolati, dall'esperienza dei dirigenti, dei militanti, degli elettori. Mi associo (per la verità l'avevo preconizzato tempo fa in un mio intervento qui sull'ossimoro) a coloro che avrebbero visto con grande favore l'elezione di Giuliano Amato a presidente dei DS, non come passo finale ma come inizio di un processo unitario. Infatti il primo atto che avrebbe dovuto poi compiere Amato, con Fassino, sarebbe stato a mio vedere la 'messa in liquidazione volontaria' dei DS stessi, invitando anche lo SDI ed altri a fare lo stesso. Utopia? Forse, ma meglio una sana utopia che un traccheggiamento che non da, ne nei partiti ne ai cittadini elettori, la sensazione di una vera radicale novità. Certo, poi Fassino avrebbe avuto paura di perdere la sinistra, e magari Boselli la destra, ma se si va avanti con queste logiche da apparato non si vola, al massimo si saltella qua e là, in attesa del redde rationem. Che non è lontano, temo, se continuiamo a giocare alla 'guerra' dei pupi chiusi nel nostro passato partitico, in memoria del tempo che fu. Bettino Craxi, un grande per noi socialisti, Enrico Berlinguer un grande per i compagni dell'ex PCI, ma anche tanti altri (Riccardo lombardi e Giorgio Amendola, solo per citare quelli a me più cari), guidino le nostre coscienze per fare, non le nostre budella per rimuginare.
Con amicizia
Raimondo Elli
27.11.2001
Globalizzazione.
Un'occasione per l'imprenditoria italiana.
Un'opportunità per i giovani?
Il termine globalizzazione viene indicato come un processo attraverso il quale mercati e produzione nei diversi paesi diventano sempre più inter-dipendenti tra loro, a causa della dinamica dello scambio di beni e servizi e attraverso i movimenti di capitali e
tecnologie. Questo significa poter sopravvivere nell'arena del mercato mondiale solo se si è abbastanza forti e consolidati da reggere il confronto con gli altri soggetti economici. Per competere efficacemente nei mercati internazionali, le aziende di qualsiasi paese
devono innovare e rafforzare in continuazione i loro "vantaggi competitivi". L'innovazione e il rafforzamento dipendono dall'investimento continuativo in beni (assets) materiali ed immateriali, come le competenze professionali dei dipendenti e le relazioni con
i fornitori. Oggi per la mutevole natura della concorrenza e le crescenti sollecitazioni della globalizzazione, gli investimenti sono diventati il fattore più decisivo del vantaggio competitivo.
Detto questo, resta il fatto che abbiamo bisogno di trovare nuovi mezzi che ci permettano di intervenire nelle realtà produttive ed economiche. Ritengo infatti che un'economia basata sull'unione di gruppo permetta la conciliazione di 2 elementi a lungo rimasti
separati: il singolo privato e la grande distribuzione. Questo nuovo tipo di economia non ha l'intento di creare vittime dei concorrenti, bensì un nuovo modo di agire: l'azione di gruppo che permette di liberarsi dalle barriere pre-esistenti.
L'economia di gruppo rappresenta uno dei punti fondamentali della vita moderna, che permette di attivare un ottimo trend di sviluppo. Questo tipo di economia ci mostra chiaramente che se vogliamo prevenire la società da un regime di mercato che ha un potere assoluto,
non possiamo semplicemente avere un'astratta interpretazione dell'economia di gruppo o della legge, ma abbiamo bisogno di nuovi tipi di economia che siano attivamente coinvolgenti.
L'economia di gruppo si basa su un "sistema di organizzazione piatto", cioè un network di relazioni di aziende dove si possono trovare aziende di diverso genere, unite tra di loro dalla stessa cultura o origine. Si tratta di un sistema di organizzazione ad
architettura aperta, nel senso che contempla l'accesso a risorse locali secondo modalità che il contesto locale suggerisce ed approva. Lo sviluppo di un network mondiale di piccole aziende, decisamente molto forte e mostra all'intero mondo un modello di economia che é
ampiamente testato e di enorme interesse. Inoltre, cosa più importante, esso protegge l'anello debole e al contempo con un maggiore potenziale di espressione nella nostra economia: i giovani.
L'iniziativa individuale è il successo di un paese come l'Italia, dove il 98% delle attività è composto da micro-aziende. Ma, come ho accennato prima, sono le competenze professionali e gli investimenti che rafforzano i vantaggi competitivi di una realtà economica
che vive in un mondo interdipendente. Senza la garanzia di poter usufruire di questi due elementi quel famoso potenziale non espresso dei giovani rimarrà tale.
In conclusioni, ritengo che non si voglia forzare il mondo basato su divisioni di culture o religioni, ma rafforzare un mondo basato su parole quali: rispetto, co-operazione, educazione, e ci si augura di realizzare un contesto non suddiviso in etnie, razze e cosi via,
ma dove anche il più debole può competere in un mercato dove generalmente prevale il grande nome.
Gianluca Rosetti
21.9.2001
Cari compagni,
"Se Dio non esiste, tutto è permesso!", urlano gli ossessi di Dostoevskij. Ovvero, se tutto è casuale. Ma, notoriamente, la verità sta nel "giusto mezzo": la risposta "ad hoc" che la scienza ha dato è a mio avviso il fondamentale saggio
"IL CASO E LA NECESSITA'", autore il biologo francese Jacques Monod, Premio Nobel per la Medicina nel 1965 insieme a Francois Jacob per aver formulato la "teoria del codice", e purtroppo scomparso in circostanze misteriose nel 1976.l caso è
evidentemente il caso, e "Dio" non sarebbe che una visione ingenua (o troppo furba.....)del moderno concetto di "necessità" scientificamente formulato da Monod nel saggio citato: il "giusto mezzo"! Monod, ribadito che "tutte le
religioni, quasi tutte le filosofie, perfino una parte della scienza, sono testimoni dell'instancabile, eroico sforzo dell'umanità che nega disperatamente la propria contingenza",propugna "l'ideale socialista". Un autentico eroe socialista fu Garibaldi
che, come ricordato giorni addietro dal Presidente Ciampi, dedicò l'intera sua vita all'Unità d'Italia in una prospettiva europea. Mi sembra quindi "ad hoc" la proposta del compagno On. Valdo Spini di mutare l'attuale nome DS in PARTITO del SOCIALISMO
EUROPEO!
Fraterni saluti
Andrea Tamburrini
18.9.2001
Caro Artali,
mi stavo chiedendo in questi giorni a quale delle mozioni congressuali dei DS l'Ossimoro avrebbe dato il proprio sostegno e se sarebbe stata la stessa sottoscritta dall'area di Salvi. Ora ho letto il 'messaggio' a tua firma e mi sembra di capire che il gruppo dei
compagni che fa riferimento all'Ossimoro si sia sganciato, per cosi dire, dal gruppo 'jospiniano' di Cesare Salvi. Beh, devo dire che me lo aspettavo (o lo speravo?) sin da quando comprai e lessi il libro di Salvi dell'anno scorso, pieno di buone intenzioni socialiste
europee ma un po' scarsino quanto ad attenzione alla storia del socialismo italiano....inoltre molto, troppo intriso di sinistrismo di maniera coniugato con una buona dose di giustizialismo post dipietrista. Certo, rispetto al buonismo veltroniano e all'ulivismo
'democratico' una posizione chiara e forte di orientamento socialista, ma con un background PCista un po' fortino, almeno per i miei gusti (e quelli di tanti ex iscritti al PSI). Io, come sai, non sono iscritto ai DS, ne credo lo sarò nel prossimo futuro, ma come molti
socialisti sto seguendo con curiosità e qualche speranza quanto avviene nel maggiore partito della sinistra italiana (maggiore sotto il profilo della attuale consistenza elettorale e parlamentare, diciamo) . Che dire dei candidati, e delle posizioni politiche, o
coalizioni interne, che li sostengono? Mah, io trovo che il futuro congresso dei DS si profili ancora come un fatto molto interno agli ex PCI (e del resto, non nascondiamocelo, gran parte della base, la poca rimasta, e della 'burostruttura' prevalentemente da lì arriva
e con quella testa ragiona) e questo non rende la vicenda molto stimolante per la prospettiva di un rilancio socialista riformista e liberale come la pensiamo noi (con 'noi' alludo a quanti non vogliono arrendersi all'idea che solo in Italia non possa esistere un grande
partito socialista, riformista e democratico - anche al suo interno-). . La scelta vera, coraggiosa, di rottura, sarebbe la candidatura di Giuliano Amato fatta non da una parte dei DS, ma da tutti coloro che vogliono rifondare un partito dei 'socialisti' italiani che
raccolga il meglio di tutte le eredità di sinistra del nostro paese e le organizzi per la sfida (molto difficile) con il fronte neo conservatore e populista. Il primo passo sarebbe, credo, un congresso 'aperto' dei DS (o lo potremmo chiamare di scioglimento?) con un
contestuale appello a ricostituire SUBITO un partito di tutta la sinistra non massimalista. Troppo? Troppo in fretta? E cosa dobbiamo aspettare, di arrivare al 10% tutti insieme? D'accordo che per arrivare ad Epinay si è dovuti passare, in Francia, da una SFIO al 6% e
da una galassia radical-laico-socialista che non arrivava al 10%, ma oggi siamo nell'epoca dell'accesso, come scrive Rifkin, e i tempi si sono abbreviati per tutti (o forse no?). In conclusione, anche se come già detto non sono particolarmente entusiasmato dalla
contesa, sia per la caratura dei candidati che per il loro passato che sento 'altro', se i compagni che nei DS sostengono Fassino prevarranno, mi auguro che la prospettiva che ci sta a cuore sia più a portata di mano, nel caso contrario mi viene in mente la vecchia
storiella che ci raccontavamo tra vecchi socialisti su Berlinguer (quello vero): 'come passa la domenica onorevole?' - Accompagno mia moglie a messa, io non entro ma la attendo sulla panchina leggendo l'Unità, poi insieme torniamo a casa per un pasto frugale. Il
pomeriggio è dedicato alla lettura dei classici (del marxismo - ndr) e alla sera, dopo una cena leggera, a letto presto. Sai che risate!
Raimondo Elli
5 settembre 2001