La verità dimezzata


WASHINGTON - La verità dimezzata. Due operazioni condotte dai servizi segreti americani e da ufficiali fedeli ai Savoia tra il ’43 e il ’45 finora sono state presentate dagli storici come missioni per mantenere il Trentino Alto Adige sotto controllo italiano e impedirne l’annessione al Reich. Invece i documenti appena desecretati dalla Cia e consultati dal Corriere mostrano che quelle due azioni facevano parte di un piano nazionale, organizzato dai servizi segreti americani per prendere il controllo della Resistenza e creare un governo ombra anticomunista nel Nord occupato dai tedeschi. Nei disegni di Washington il Caiaa, Comitato apolitico italo-anglo-americano, doveva pilotare la transizione del Paese dal fascismo alla democrazia. Per un periodo gli Usa pensarono di fare di questa struttura l’unico referente, poi nell’autunno del ’44 si rassegnarono a riconoscere il Comitato di liberazione nazionale. E a quel punto - emerge sempre dai nuovi documenti - decisero di cominciare a finanziare il Cln: forse i primi fondi neri della storia italiana. 

LO STRATEGA - Il protagonista di queste operazioni è un giovane ufficiale di complemento dell’esercito italiano, sposato e padre di tre figli, Christoph von Hartungen, discendente da una nobile famiglia austriaca. Distaccato dal governo Badoglio presso lo spionaggio Usa dal primo dicembre del ’43 al 15 maggio del ’45, von Hartungen, uomo di grande cultura e soldato coraggioso, trascorse nove mesi in territorio tedesco per l’«operazione Fink», dal nome della marca di ricetrasmittenti. Vi rimase dal gennaio al settembre del ’44, infiltrando i vertici fascisti, creando cellule partigiane e trasmettendo informazioni vitali agli alleati. Il «capitano Sandro» tornò il 5 aprile del ’45 nella zona occupata per preparare l’assalto finale. Ma i diari autografi di Hartungen - custoditi finora dall’Oss, l’ Office of strategic studies che poi si trasformò nella Cia - illustrano anche la sua attività per la creazione di un organismo «tecnico», il «Comitato apolitico italo-anglo-americano», allo scopo di garantire la stabilità del Paese e la democrazia dopo la liberazione. Il Caiaa copriva l’intera Italia settentrionale, da Bologna in su, divisa in 10 zone; aveva un Comitato centrale di 5 membri, con quartiere generale a Milano; dirigeva numerose unità partigiane ed era in contatto con altri gruppi della Resistenza. «E’ un’organizzazione segreta - precisa Von Hartungen nei suoi diari - che può aiutare i patrioti, effettuare sabotaggi e incursioni contro le forze naziste e facilitare il controllo dei movimenti politici clandestini». Sebbene i documenti non lo dicano espressamente, appare chiaro che il governo Badoglio e l’intelligence statunitense concepirono questa operazione per sbarrare la strada alle brigate comuniste e ai movimenti filo-Tito nel Nord-Est. 


IL COMITATO SEGRETO - In un telegramma cifrato del 27 maggio del ’44, «Da Olivetti ad Adriana», firmato «Sandro», Von Hartungen annuncia la formazione del Comitato centrale: «Il colonnello di fanteria A. Ribaudi, di Milano, soprannome Foglino, condannato a morte in absentia dal tribunale fascista, è il comandante militare del Caiaa. Il colonnello Calcagnini, alias Borso primo, altro ricercato, è il direttore degli affari civili. Nino Soleri, in passato arrestato e torturato a Genova dai nazisti, dirige il movimento operaio. L’industriale Gino Raimondi, di Como, è lo sponsor, ha versato 300 mila lire. L’austriaco naturalizzato italiano Nicola Gein è il direttore amministrativo». Il capitano sottolinea che i cinque sono stati eletti dai membri del Caiaa delle zone del Nord Italia, e ne elenca le «simpatie politiche» (non appartenenze ai Partiti, che erano vietate): «Ribaudi e Raimondi sono democratici liberali, Calcagnini è monarchico, Soleri è comunista e Grein è apolitico». Von Hartungen si definisce «rappresentante del regio governo e degli interessi americani». Non nasconde che in tale incarico incontra spesso l’ostruzionismo comunista: la più grande umiliazione - scrive - gli è venuta da «Ciro», il comandante Moscatelli dei partigiani della Val d’Ossola, che rifiutò di incontrarlo. 


LA RETE - La mappa del Caiaa è dettagliata. La zona di Primiero e Feltre è affidata al «vice» di von Hartungen, Angelo Santin, sbarcato con lui nottetempo da Brindisi il 29 gennaio del ’44. Quella di Trento all’avvocato Zippel, «un nazionalista italiano». La zona di Bolzano è presieduta dal colonnello Renzo Angeleri, a cui le Ss stanno dando vanamente la caccia. Milano è competenza dei cinque membri del Comitato centrale. A Novara c’è il colonnello Biolchini, che opera anche a Vercelli e Alessandria. Ad Arona, il Caiaa è rappresentato da un prete, Don Berrini, che, protetto dall’abito talare, fa da corriere per tutti. Genova è sotto il comando dell’avvocato Manni, un amico di Soleri, (probabilmente uno pseudonimo, osserva il capitano). Parma e Piacenza rientrano nella sfera di Raimondi, ostacolato però dal generale Mario Roveda, «che sembra essere un estremista comunista». A Bologna c’è il colonnello Tommaso Bentivoglio, «a cui tutti i partiti della città hanno delegato il comando delle operazioni militari». 


VON HARTUNGEN - Il suo diario è un grande racconto di spionaggio. L’esordio del capitano avviene a Trento, dove Zippel gli fornisce documenti falsi e gli trova lavoro all’Ina, cosa che gli consente una relativa libertà di movimenti. In tre mesi, la spia dell’Oss crea le sue cellule, e si trasferisce a Milano, fuggendo miracolosamente alla caccia delle Ss. Nel capoluogo lombardo si reca da un certo Fabris, assessore agli studi, fascista, suo ex commilitone, e lo convince della propria fedeltà al Duce. Con la sua garanzia, ottiene un incarico per conto della prefettura a Magenta, e in quella veste si fa aprire tutte le porte, ispezionando anche impianti militari. A luglio, anche la rete del Caiaa in Lombardia è pronta. Per un mese, Von Hartungen fa la spola con il Veneto tracciando le mappe delle difese fasciste e naziste, raccogliendo dati sui vari corpi di polizia, segnando i nomi dei funzionari di Salò. Il 26 agosto del ’44, sempre con le Ss alle calcagna, raggiunge Bologna. Rimarrà in Emilia: sospettando di lui i partigiani gli negano un appoggio, finché non interviene colonnello Bentivoglio. 


L’ALLARME COMUNISTA - Al rientro il capitano consegna a Max Corvo, il suo referente nell’Oss, un tesoro di appunti e disegni sulle fortificazioni nemiche, sulle formazioni paramilitari e i loro comandanti. Ma significativamente, l’attenzione di Corvo si concentra sulla sua relazione sulla Resistenza. Il 4 ottobre, Corvo inoltra a Washington un dispaccio in cui ammonisce che «il Partito comunista domina i partigiani, ed è nelle mani di agenti stranieri provenienti dalla Jugoslavia e ben finanziati». Cita un episodio riferitogli da von Hartungen: gli uomini del comandante Lupo salutano a pugno chiuso, come se avessero già preso il potere. Il 19 successivo, Corvo riceve una lettera dal colonnello Ribaudi: chiede fondi perché vorrebbe «rimanere autonomo dalla competizione tra i Partiti, e dipendere direttamente dagli alleati». Il 21, il superiore di Corvo, Alessandro Cagiati, solleva il problema di come disarmare i partigiani, «non appena smettano di essere operativi». «Trattarli con i guanti, per due settimane se necessario - spiega - può servire a conquistarne la fiducia. Non si può trattarli peggio dei prigionieri di guerra». In caso contrario, conclude Cagiati, «il problema dei partigiani, con dei leader forti e disperati, rozzamente indottrinati, può diventare grave e pericoloso». L’Oss ha capito di non potere contare sul Caiaa, e di dovere fare i conti con il Cln. Invece von Hartungen, che adesso nei rapporti si firma «Cristoforo de Hartungen», crede ancora nel progetto. Programmando la seconda missione dietro le linee nemiche, s’impegna «a completare l’organizzazione del Caiaa quale elemento controllore dei movimenti militari e politici clandestini operanti sul posto, onde costituire la base per un futuro corpo di sicurezza nazionale alle dipendenze della Commissione alleata». Ma per l’Oss, l’«Operazione Norma» ha ormai una valenza solo militare, non politica. 


PAGARE IL CLN - Da settembre gli americani, dalla Svizzera, finanziano segretamente il Cln. Lo avevano già aiutato in precedenza, ma molto meno degli inglesi. «L’agente 110 - recita un dispaccio americano del 4 settembre - ha versato 300 mila franchi al Cln di Milano (equivalenti a 30 milioni di lire) e 50 mila al Cln di Torino (equivalenti a 5 milioni di lire)». L’ordine per i pagamenti è partito da Allen Dulles, il capo dell’Oss in Europa: gli Usa non possono lasciarsi scavalcare dall’Inghilterra. Il 24 settembre del ’44, l’America compie il sorpasso nei finanziamenti. Un telegramma con questa data consiglia di aumentare ancora i fondi per i partigiani «perché ciò rafforzerebbe la possibilità di mantenere l’ordine dopo la partenza dei tedeschi»; e di aprire un dialogo affinché il comando militare del Cln passi davvero nelle mani del generale Cadorna, «sotto la direzione alleata». Da 15 giorni, rileva il telegramma, «Cadorna si comporta da comandante supremo, ma non mira a una dittatura militare, è conscio della necessità di consultarsi con i leader dei cinque Partiti del Cln». Il 29 novembre seguente, quando una delegazione del Cln italiano si reca a Roma per trattare con il governo Bonomi, l’Oss annuncia che gli alleati gli daranno 100 milioni di lire al mese, in maggioranza provenienti dall’America. La divisione dei fondi segue criteri politici: il Piemonte, dove i comunisti non sono così potenti, ne riceverà il 37,5 per cento; ma la Lombardia e l’Emilia, più «rosse», riceveranno appena il 16 per cento ciascuna. 


L’ACCORDO - Dicembre è il mese in cui il Cln, rappresentato da Ferruccio Parri e da Luigi Longo, il primo per il Partito d’azione il secondo per il Partito comunista, conclude il suo storico accordo con gli alleati e il governo Bonomi. Il Cln riconosce l’autorità militare anglo-americana e il governo di Roma, di cui diventa rappresentante nell’Italia del Nord. L’Oss tira un respiro di sollievo: aveva temuto che il Cln volesse formare un governo separato a Nord, destinato a passare nell’orbita sovietica. A quel punto l’attività di spionaggio nell’Italia del Nord non è più mirata a contrastare i tedeschi, che stanno già trattando la resa, ma a controllare i comunisti. De Hartungen vede ritardata la missione «Norma» fino al 5 aprile del ’45. Il giorno della liberazione, si metterà al servizio del Cln, e contribuirà a sventare il piano francese «Michelle» del capitano Clairval per la consegna dell’Alto Adige all’Austria. Il 15 maggio presenterà il suo rapporto all’Oss. Per merito di guerra, da ufficiale di complemento passerà in servizio effettivo permanente con il grado di maggiore. 

Corriere della Sera
27 agosto 2001 


Risposta a Galli della Loggia

Io, la Patria e i doveri di testimone

Chiarissimo Professore, non sono uno storico, non intendo sostituirmi agli storici. Ho vissuto, come giovane ufficiale di complemento, le drammatiche vicende del 1943: sono quindi, e so di essere, soltanto un testimone. Ho vissuto il collasso dello Stato; ho vissuto lo smarrimento dell’assenza di «ordini» in un momento, credo, il più tragico nella storia della nostra Italia. Come tanti altri nelle mie condizioni, trovammo nelle nostre coscienze l’orientamento: in quelle coscienze vibrava profondo il senso della Patria. Questo intendo dire con la mia testimonianza di cittadino. La mia successiva esperienza al servizio dello Stato per oltre cinquant’anni non mi consente di condividere l’opinione che per tutto quel periodo, pur così travagliato, l’Italia sia stata «una democrazia senza Patria». Come Presidente della Repubblica Italiana, sin dal primo giorno del mandato, ho ritenuto di dover esprimere con immediatezza il mio animo. Ho avvertito come spontanea risposta degli italiani un forte desiderio di riconoscersi nell’affermazione di valori condivisi. Di qui il consenso e la partecipazione a ogni iniziativa che li attesti pubblicamente, senza retorica ma con puntuali richiami a istituzioni, fatti, episodi. 
Amo la lettura dei libri di storia. Ho grande rispetto per il lavoro, documentario e interpretativo, degli storici. So quanto siano essenziali, nell’uno e nell’altro aspetto, l’autonomia di ricerca e di giudizio, la ripulsa di ogni condizionamento. Sono valori che fanno parte costitutiva dell’etica civile, sulla cui solidità si fonda la stessa unità nazionale. Non ritengo però che sia di esclusiva competenza degli storici di professione il riflettere sul passato. È da questa riflessione che ogni cittadino, e ancor più chi ha responsabilità politiche o istituzionali, deve trarre ispirazione per il proprio impegno civile, per il proprio operare. Rendere poi note queste riflessioni e valutazioni non è un atto censorio ma un atto dovuto. Vuole contribuire a tener vivo nei cittadini un forte senso della Patria. Sono lieto che Lei esprima in proposito un giudizio positivo. 
Con viva cordialità.

CARLO AZEGLIO CIAMPI

Corriere della Sera
5 marzo 2001


Cefalonia, l'omaggio di Ciampi:"Il primo atto della Resistenza" 

Il presidente abbraccia i sopravvissuti dell'eccidio nazista

GIORGIO BATTISTINI 

CEFALONIA - In diecimila decisero di non arrendersi. E di combattere. E di morire. Restando fedeli al giuramento alla Patria. Che col loro sacrificio tornava a nascere. Quei poveri soldati massacrati dai nazisti («in violazione di tutte le leggi della guerra e dell'umanità») nel settembre del ‘43 in quest'isoletta greca abbracciata a Itaca, scrissero in realtà il «primo atto della Resistenza, di un'Italia libera dal fascismo». 
E' venuto fin qui, Carlo Azeglio Ciampi, in questo sperduto angolo d'Egeo adesso crocevia del turismo di massa, per un simbolico atto di devozione riparatrice. E per spolverare la storia patria da troppe incrostazioni silenziose, sedimentate in un cinquantennio molto ideologico. A parte una rapida visita di Pertini e il rituale pellegrinaggio di alcuni ministri della Difesa, l'atroce ricordo di quel massacro non ha mai primeggiato fra le tradizionali icone della Resistenza italiana. Questo viaggiolampo in Grecia intende dunque rimediare a quella "distrazione", in continuità con «qualcosa che è sempre stato dentro di me in questi 55 anni». «No, non fu una strage dimenticata, e non avrebbe senso oggi pretendere scuse dalla Germania. Perché la Grecia fu la prima vittima dell'aggressione italiana. Bisogna sempre essere consapevoli di quel che è successo. E di quel che è cambiato», dirà il presidente in serata, dopo l'abbraccio coi reduci sulla nave Garibaldi alla fonda davanti all'isola, prima di rientrare a Roma. 
Il capo dello Stato è arrivato a Cefalonia (accolto dal presidente greco Costis Stefanopoulos) alla testa d'un piccolo corteo di quattro aerei di Stato carichi d'una cinquantina di superstiti (con lui il ministro della Difesa Mattarella e i vertici militari al gran completo) per completare una celebrazione storicoculturale che continua l'opera di ricompattamento della memoria collettiva e dell'identità italiana, oltre gli steccati antagonisti del dolore che hanno sempre diviso destra e sinistra. Un'opera avviata a El Alamein in Egitto, continuata a Tambov in Russia, a Sant'Anna di Stazzema in Toscana, a Trieste con la risiera di san Saba e le foibe, a Piombino. Accompagnavano il presidente due parlamentari provenienti dai versanti opposti dello schieramento: Valdo Spini, ds, e Mirko Tremaglia, An. 
Cefalonia primo atto della Resistenza. In un'Italia già oltre il fascismo. Quell'eccidio (in dieci giorni di combattimenti furono bombardati e massacrati quasi settemila soldati; altri tremila naufragarono in tre navi cariche di prigionieri dirette ai lager nazisti e affondate in mare) rivelò «quanto profonda fosse la corruzione degli animi prodotta dall'ideologia nazista». Davanti al cippo che ricorda quei morti, sotto un cielo nerissimo che promette tempesta ma intanto rovescia tuoni lampi e scrosci, in un silenzio graffiato appena dai campanacci delle pecore perse tutt'intorno, Ciampi parla ai pochi sopravvissuti, carichi d'anni. «Mi rivolgo a voi», dice pensando anche a chi non c'è più. E rievoca quei giorni, quel clima (sullo sfondo il re in fuga, lo Stato dissolto, un intero Paese impegnato a galleggiare per sopravvivere) in prima persona. 
Ricorda se stesso, giovane soldato. «Noi che portavamo la divisa, che avevamo giurato e volevamo mantenere fede al nostro giuramento ci trovammo all'improvviso allo sbaraglio, privi di ordini». A parte la coscienza di ognuno, gli unici riferimenti furono il senso dell'onore e l'amor patrio. «A voi», dice, «alla fine del lungo travaglio causato dal colpevole abbandono» (del governo Badoglio) furono poste tre alternative: combattere coi tedeschi, cedere le armi, tenerle e combattere. Ecco, l'inedito referendum fra soldati in guerra che aveva come posta combattere e morire. «Vi fu chiesto, in circostanze del tutto eccezionali in cui mai un'unità militare dovrebbe trovarsi, di pronunciarvi» e «con un orgoglioso passo avanti faceste la vostra scelta: unanime, concorde, plebiscitaria: combattere». In quel modo «decideste consapevolmente il vostro destino, e dimostraste che la Patria non era morta. Anzi con la vostra decisione ne riaffermaste l'esistenza». Fu esattamente su «queste fondamenta» che «risorse l'Italia». 

La Repubblica
2 marzo 2001


"Ecco la mia idea di patria" 

Ciampi: a Cefalonia nacque l'Italia libera dal fascismo

MARIO PIRANI 

roma - «Non ho mai capito cosa intendano i teorici della "morte della Patria", che indicano nell'8 settembre la data di questo lutto senza ritorno. A sentir loro la Patria, l'idea di Patria, che allora sarebbe stata travolta, non è mai risorta. E noi cosa saremmo, dunque, oggi: italiani, cittadini senza patria? Certo, ogni storico può pervenire alle deduzioni che vuole. Ma se pone un quesito di quel genere deve anche giungere ad una conclusione e, soprattutto, non può ignorare eventi come Cefalonia. Come ho detto rivolgendomi idealmente ai Caduti della Acqui: "Decideste consapevolmente il vostro destino. Dimostraste che la Patria non era morta. Anzi, con la vostra decisione, ne riaffermaste l'esistenza. Su queste fondamenta risorse l'Italia"». 
Ciampi è nel suo studio al Quirinale, appena sceso dall'aereo che lo ha portato in quell'isola dove morirono trucidati 6500 soldati italiani della Divisione Acqui che avevano respinto l'intimazione alla resa e si erano battuti contro le forze tedesche, preponderanti soprattutto per l'appoggio aereo e navale, di cui i nostri erano del tutto privi. Poiché sull'episodio avevo scritto nel passato alcuni articoli il Presidente accetta, non una intervista, ma di parlarmi dei sentimenti e delle ragioni che lo hanno mosso.
Facciamo assieme quasi una esegesi del discorso che ha pronunciato, un discorso inusuale, redatto di suo pugno e privo, persino, degli abituali preamboli e saluti iniziali ai presenti. No, questa volta, quasi si trattasse di un attacco sinfonico, il Presidente è entrato subito nel vivo, con tre frasi d'empito beethoveniano: «Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria. Tennero fede al giuramento».
A conferma del climax Ciampi si sofferma a descrivere le ore che ha passato, in compagnia anche del Presidente ellenico, fra i drappelli in armi, greci ed italiani, la folta rappresentanza di reduci e partigiani, davanti al cippo ricordo, nei luoghi dei combattimenti, alle fosse comuni e in mare, sulla tolda della Garibaldi, in una mattina che sembrava venuta giù da una scenografia da melodramma epico, «tra squarci di sole, scrosci di pioggia, fulmini, raffiche di vento». Eppure, ripercorrendo il discorso, è possibile leggere in trasparenza i raccordi evidenti tra suggestioni emozionali e autentica passione politica, nel senso alto del termine. 
Un discorso di Capo dello Stato ma anche un discorso personale, del cittadino Ciampi, del giovane militare di allora, venuto oggi, ormai ottantenne, a rievocare «quelli che ci furono compagni della giovinezza». E me lo dice esplicitamente: «Questa volta ho proprio parlato di quello che ho in cuore da una vita». Così la conversazione spazia tra la rievocazione generazionale, che accomuna il cronista e il Presidente, e il perché delle scelte di allora che lo affratellarono in «un uguale sentire» non solo ai soldati di Cefalonia, ma a quelli che «nell'Egeo, in Albania, in Corsica, in altri teatri di guerra, nei campi d'internamento si rifiutarono di piegarsi e di collaborare, mentre le forze della Resistenza prendevano corpo sulle nostre montagne, nelle città.» E, per significarmi il valore che attribuisce al comportamento dell'Esercito mi mostra il libro che gli ha inviato Alessandro Natta, ex segretario del Pci, su «L'altra resistenza» (editore Einaudi), dedicato ai seicentomila militari internati dai tedeschi che rifiutarono di aderire a Salò.
Ma non si tratta dell'abbandono di un vecchio reduce all'onda commovente del ricordo. No, qui è anche il Ciampi di oggi che ripropone una periodizzazione della storia patria: «Quella scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza di un' Italia libera dal fascismo».
Quindi non solo patrimonio del movimento partigiano ma di un arco assai più vasto che poggiò, dal primo giorno, su una parte nient'affatto trascurabile delle Forze armate, su «noi che portavamo la divisa, che avevamo giurato e che volevamo mantener fede al nostro giuramento e che ci trovammo d'improvviso allo sbaraglio, privi di ordini, in un travaglio causato dal colpevole abbandono». In proposito, nella nostra conversazione, il Presidente ci tiene a soffermarsi sull'otto settembre, dando, a differenza di molti e in polemica con quanti sostengono che con la fuga di Pescara il re avrebbe tradito il Paese (un altro dei punti su cui poggia la tesi della morte della Patria), un giudizio positivo sul fatto che la Corona abbia «assicurato la continuità delle istituzioni rifugiandosi in un territorio liberato dalla presenza tedesca. Il che permise al governo Badoglio di dichiarare guerra alla Germania, all'Esercito di ricostituirsi e partecipare al conflitto. E poi, con il cadere della pregiudiziale antimonarchica grazie all'iniziativa di Palmiro Togliatti, di costituire, con la partecipazione dei partiti antifascisti, prima il secondo governo Badoglio, poi, con la liberazione di Roma, il governo Bonomi, quindi, dopo il 25 Aprile, il governo Parri. Tutte tappe che segnano la continuità delle Istituzioni e della Patria. La condanna dei Savoia e di Badoglio resta senza scusanti per il modo con cui operarono, lasciando senza ordini e all'oscuro i comandi, senza guida l'Esercito e la Marina di fronte al prevedibile attacco tedesco. Basta 

pensare all'affondamento della corazzata Roma dove morirono 2000 uomini e l'ammiraglio Bergamini, capo della nostra flotta, fino a poche ore prima ignaro dell'armistizio».
Eppure, passato il primo momento di smarrimento, non solo molti, come Ciampi, furono in grado di orientarsi, guidati «dal senso dell'onore e dall'amor di Patria», ma essi furono sorretti dall'appoggio diffuso delle popolazioni nelle città e ancor più nelle campagne. Anche su questo punto l'insistenza non è pleonastica ma vuole sottolineare che la Resistenza non è riducibile, come tenta di presentarla la vulgata neorevisionista, ad un fatto minoritario riguardante solo il partigianato combattente, ma un vastissimo movimento che coinvolgeva nei sentimenti, e spesso nella concreta solidarietà, la maggioranza degli italiani. «Ricordo, solo per fare un esempio fra i tanti, che quando ero rifugiato a Scanno, un piccolo paese abruzzese in provincia di Sulmona, in attesa di passare le linee, nascosto con me vi era un ebreo romano, Beniamino Sadun, ma, mentre paventavamo l'arrivo di tedeschi o di repubblichini, nessuno temeva una spiata di qualcuno degli abitanti, tanto vivo era il sostegno che sentivamo attorno a noi. Del resto lì vicino passava quello che veniva chiamato il sentiero della libertà, un impervio passaggio attraverso il massiccio della Maiella, da dove tanti prigionieri angloamericani transitarono con l'aiuto dei nostri contadini. Di lì passai anch'io per riandare ad indossare la divisa nell'esercito dell'Italia libera. Spero di tornarci fra qualche mese ad una cerimonia di commemorazione che si sta organizzando».
Il riaffiorare dei ricordi segue un filo ideale: l'amor di patria si è radicato nella nostra generazione dall'«aver maturato i valori e le gesta del Risorgimento». Anche a Cefalonia Ciampi ha voluto ripeterlo: «La fedeltà ai valori nazionali e risorgimentali diede compattezza alla scelta di combattere». E'evidente che non si tratta di un cedimento alla retorica ma di un richiamo politico ai vincoli fondativi dell'unità nazionale, proprio quando essi vengono messi in discussione dall'oltranzismo leghista, comunque camuffato, e dal revisionismo dell'ala integralista cattolica che al convegno di Rimini di Comunione e Liberazione ha contestato i valori del Risorgimento, rilanciando la critica clericale e sanfedista all'unità d'Italia.
Un altro punto da valutare nel discorso di Cefalonia è la componente antifascista, anche in questo caso ben pertinente e non certo di scontato ossequio al «politicamente corretto». Per contro un richiamo a non confondere la pacificazione degli animi con il giudizio storico e con una specie di parificazione tra Salò e Resistenza: «In quell'estate del 1943 divenne chiaro in noi che il conflitto non era più fra gli Stati ma fra principi, fra valori. L'inaudito eccidio denota quanto profonda fosse la corruzione degli animi prodotta dall'ideologia nazista. Non dimentichiamo le tremende sofferenze della popolazione di Cefalonia e di tutta la Grecia, vittima di una guerra di aggressione». Con queste frasi, mi dice poi Ciampi, «ho voluto ricordare che la rottura dell'Italia col fascismo non si è prodotta l'8 settembre ma il 25 luglio, quando Mussolini venne defenestrato; in secondo luogo quale separazione, anche etica, passasse tra le forze in lotta; in terzo luogo, il carattere aggressivo che caratterizzava il fascismo. Questo non vuol dire coltivare gli odi. Proprio nei giorni scorsi una mia vecchia allieva (dopo la Liberazione feci per due anni l'insegnante) mi ha detto che ancora rammentava una lezione in cui auspicavo che la nuova Italia non si lasciasse trascinare nella spirale della vendetta. Mi viene, anzi, in mente ora un incontro in treno nel 1945 con un mio ex compagno di scuola. Gli dissi che ero andato ad arruolarmi al Sud, con l'esercito di Badoglio. Lui mi confessò di essere stato con le brigate nere. Convenimmo che per fortuna non ci eravamo incontrato in quei frangenti e ci stringemmo in un abbraccio». 
Il Presidente va ancora indietro nei ricordi e conviene sul favore della sorte che lo portò molto giovane, poco più che sedicenne, alla Normale di Pisa dove ebbe come maestri uomini quali Luigi Russo, grande critico letterario e fra i maggiori esponenti dello storicismo, il filosofo Guido Calogero, fondatore del movimento liberal socialista, che confluirà nel partito d'azione e il marxista Cesare Luporini, filosofo della scienza: «Fu una stagione di formazione culturale e politica, ad un tempo. Poi ci fu la guerra ed io mi trovai nel ‘42 sottotenente in Albania. Solo per un permesso fortuito non fui colto dall'armistizio laggiù. Nel migliore dei casi avrei raggiunto i partigiani, come fecero tanti miei commilitoni, con in testa il nostro comandante, il tenente colonnello Mosconi, un nazionalista monarchico, seguace di Federzoni, che cadde combattendo contro i tedeschi. Dopo l'8 settembre con Furio Diaz (uno storico che diverrà anche sindaco comunista di Livorno) ci interrogavamo su come metterci in contatto con la resistenza. Venni a Roma, a casa di mio zio, il padre della scrittrice Paola Masino, che mi consigliava una prudente attesa, in un bell'appartamento di via Liegi 6. Non ne volli sapere e me ne andai, come ho detto, in Abruzzo, per passare le linee. Proprio a Scanno ritrovai Guido Calogero, che vi era stato confinato dal regime. Riprendemmo le nostre discussioni e gli chiedevo la ricetta per agire da antifascista senza diventare per forza comunista. Naturale punto d'approdo fu il partito d'azione. Quando arrivai finalmente dall'altra parte, a Bari, tornai ad indossare la divisa. La città era piena di fermenti. Vi era stato il convegno dei partiti antifascisti. Nelle ore libere frequentavo la libreria Laterza e m'infervoravo in discussioni con il leader azionista pugliese, poi del Pri, Michele Cifarelli, con il meridionalista Tommaso Fiore e suo figlio Vittore, ormai scomparsi. Quello, insomma, il terreno della mia iniziale formazione culturale. Questo dovrebbe anche spiegare i motivi che mi spingono a rivalutare i simboli dell'amor di patria, della continuità storica, dei valori del Risorgimento. Perché, ad esempio, ho voluto inaugurare l'anno scolastico sull'Altare della Patria - lasciamo perdere se sia bello o brutto - non ignorando che lì c'è il monumento del re che unificò l'Italia e la scritta: all'unità della Patria e alla libertà dei cittadini».
Il presidente della Repubblica, prima di congedarmi, ci tiene a ribadire, a smentita di qualche forzatura giornalistica, che i passati governi non avevano affatto dimenticato Cefalonia: «Ci andarono e pronunciarono bellissimi discorsi sia Pertini che Spadolini. Ed anche il ministro socialista della Difesa, Lagorio. La strage era però sentita dagli italiani soprattutto come una conseguenza tragica dell'8 settembre, non come l'inizio della Resistenza. Di nuovo questa volta c'è stata la presenza del presidente della Repubblica greca. E' stato importante che si ricordasse la lotta comune condotta con i partigiani di quel paese e la nostra condanna della guerra di aggressione, intrapresa da Mussolini. E' stata una giornata di vero europeismo: in mezzo al Mediterraneo, in territorio ellenico e su una nave italiana.» 

La Repubblica
3 marzo 2001


Quell'ideale che ci portò in montagna 


di GIORGIO BOCCA 

IL fascismo, la guerra, la sconfitta, l'occupazione nazista, la volontà di esistere come nazione, come paese civile con la Resistenza non sono giudicabili da chi li visse e soffrì di persona come il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, come coloro che per venti mesi rischiarono la vita perché sentivano che la patria non era morta e che bisognava subito testimoniarne la sua continuità? No, pare che chi possa giudicarne sia solo uno storico revisionista come Ernesto Galli della Loggia per la ragione che lui è, come scrive sul "Corriere della Sera", "professore di storia contemporanea all'università, un teorico in ottima compagnia a cominciare da Renzo De Felice e Indro Montanelli". Davvero? E' quasi mezzo secolo che cerco di spiegare al mio collega Montanelli che la guerra partigiana ci fu e coinvolse milioni di italiani, e ai revisionisti che fu una guerra di popolo e non solo una congiura comunista 

Queste sono cose che sa benissimo chi alla guerra partigiana prese parte e che finge di ignorare chi ne discute solo ora nella vigilia elettorale in cui pare si debba sostenere che i comunisti erano degli antipatria e i partigiani di altro colore degli utili idioti.
Noi che non apparteniamo alla corporazione dei cattedratici come il nobile Ernesto Galli della Loggia abbiamo, teoricamente, una idea vaga di cosa è la Patria, ma possiamo assicurargli che questa incerta nozione, questo immaginario legame, questa retorica illusione esiste e spinse un popolo come il nostro che odiava la guerra, a raccogliere l'otto settembre del '43 le stellette militari che l'esercito in rotta aveva buttato nel fango e a iniziare una guerra di popolo.
Scrivere saggi revisionisti sulla guerra partigiana, inventata dai comunisti, gonfiata dalla falsa storia paracomunista, diciamo la storia di una minoranza di mezzi delinquenti che, come si legge nelle ultime sensazionali rivelazioni pubblicate con risalto anche da giornali che si definiscono antifascisti e democratici, altro non era che una cospirazione agli ordini di Mosca, e scriverlo in una vigilia elettorale in cui l'anticomunismo più beota viene usato a piene mani per giustificare il possibile ritorno al governo dei fascisti, non ci sembra una onesta revisione della storia ma il solito salto sul carro del possibile vincitore.
Questo revisionismo che impartisce lezioni di oggettività e di autonomia ignora il fondamento della storia, o almeno il tentativo di fare una storia onesta: il contesto, il collocare i fatti nel loro tempo. Piero Gobetti viene rievocato a uso elettorale come un leninista, un sostenitore della violenza politica. Dimenticando chi viveva, come vittima, la dittatura fascista e che la rivoluzione di ottobre negli anni Venti appariva al mondo intero come una grande utopia. Come se venisse rimproverato a uno della rivoluzione francese di non aver capito l'esito imperialista di Napoleone. E, fatte le debite proporzioni, l'accusa a Bobbio e agli azionisti di essere stati nel primo dopoguerra filocomunisti come se non fosse in atto la restaurazione del vecchio Stato. Lasciamola stare la storia perfetta, riserva dei cattedratici alla Galli della Loggia. Parliamo della storia strumentale, propagandistica. Ce ne fu una che piaceva al Partito comunista? Sì ci fu. A questa storia conveniva esaltare il contributo dei comunisti alla Resistenza e mettere in ombra episodi come quello di Cefalonia in qualche modo legati all'esercito «badogliano»? Sì ci fu. Ma dedurre da episodi che appartengono alla lotta politica, alle avverse propagande, la prova che per questo la Patria era morta è perdere il senso della misura e dimenticare che l'idea della Patria è diversa e sovrastante a quella della lotta politica. Trattasi di un'idea troppo semplice per i cattedratici revisionisti. Trattasi dell'idea di cui parla una canzone popolare. «E una mattina mi sono alzato e ho trovato l'invasor». Tutto qui. L'idea che nessuno può venire in casa nostra a farla da padrone, che qualsiasi siano le nostre idee di parte può far violenza alla nostra storia, alla nostra libertà. Comunque sono rassegnato, non riuscirò mai a convincere il professor Galli della Loggia che in quell'otto settembre del '43 in cui salivamo in montagna l'idea di Patria non solo era viva ma l'unica esistente nella nostra testa di ragazzi usciti dalla dittatura: l'idea che la Patria era viva come non mai, tanto che ci convinceva a iniziare una guerra impari, una guerra senza prigionieri.

La Repubblica
5 marzo 2001 


L'ossessione della Patria negata 


di EUGENIO SCALFARI 

IL professor Ernesto Galli della Loggia, che insegna storia contemporanea all'università non so se di Macerata o di Urbino e soprattutto è articolista del "Corriere della Sera" e fertile scrittore di libri e pamphlet, ha pubblicato ieri sul predetto quotidiano milanese una lettera aperta al presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. L'argomento è quello della "morte della Patria", tesi della quale il della Loggia è il più convinto e forse più noto sostenitore. La Patria, secondo lui, cioè il sentimento patriottico, la sua percezione, la sua manifestazione da parte dei cittadini con parole e comportamenti concreti sarebbe morta con il "tutti a casa" dell'8 settembre 1943. Ma questa, come lo stesso della Loggia spiega nella lettera a Ciampi, è soltanto una data di comodo, il punto di partenza della sua analisi che in realtà ha la sua compiuta dimostrazione nel cinquantennio repubblicano che ne è seguito. 

Che cosa è accaduto in quel cinquantennio che arriva fino ai giorni nostri? Molto semplice e molto chiaro per della Loggia: c'è stata in Italia un'egemonia culturale comunista, anzi della sinistra perché ai comunisti vanno affiancati i membri del Partito socialista, del Partito d'azione e quant'altri pur non comunisti o addirittura anticomunisti si riconobbero nella Resistenza e in essa videro il momento rifondativo della patria dopo il fascismo e la sconfitta. Quell'egemonia culturale impedì che il radicamento popolare dell'idea di patria avesse luogo.
La prova di quest'assunto sta per della Loggia nel fatto che la pubblicistica repubblicana abbia ignorato, anzi sottaciuto fatti come la strage nazista dei soldati della divisione Acqui a Cefalonia perché «quei morti erano sgraditi o indifferenti» ai propalatori dell'egemonia resistenziale. Ma l'omissione di Cefalonia è soltanto un sintomo. C'è stato ben altro: «Mi chiedo scrive il Nostro da quale sentimento nazionalpatriottico era animato un paese in cui metà dei cittadini ha temuto per anni di essere arrestata, deportata e magari fatta fuori dall'altra metà? In cui nessuna scelta di politica estera è stata fatta col consenso di tutti?».
La lettera termina bacchettando «rispettosamente» il Capo dello Stato per essersi permesso di metter bocca in un problema eminentemente storiografico e insomma d'aver criticato e «intimidito» uno storico insigne come il firmatario di quella pubblica missiva.
*** 
Mi sono fatto alcune domande sul cinquantennio repubblicano configurato così sinistramente dal della Loggia. Non avendo io cariche pubbliche penso che l'autore di quella lettera mi permetterà di porle senza per questo sentirsi censurato nella sua attività storiografica.
La prima domanda è proprio su quella presunta attività. C'è modo, storiograficamente intendo, di accertare scientificamente e quantificare un sentimento? Nella fattispecie il sentimento nazionalpatriottico degli italiani?
Ebbene questo modo non esiste perché i sentimenti sono fatti individuali che ciascuno esprime come può e come vuole e mal si prestano ad essere scientificamente registrati sia per negarne sia per affermarne l'esistenza.
La storia è sempre interpretazione dei fatti e come tale contestabile; figurarsi poi quando non si tratta di fatti ma di sentimenti. Della Loggia pensa che quel sentimento non ci sia stato, altri può pensare l'opposto. La storiografia non c'entra nulla e nulla, salvo il suo personale modo di sentire, può portare lo storico a conferma di ciò che egli, con molta presunzione, attribuisce ad una collettività di cinquanta milioni di persone.
Seconda domanda. Metà degli italiani temeva d'esser fatta fuori dall'altra metà durante tutto il cinquantennio di cui si discute. Ne è sicuro il mittente della lettera? Quale metà aveva questo timore? O erano tutte e due le metà che temevano per la propria sorte fisica e per la propria libertà? Secondo le fantasie oniriche direi di chi pensa in questo modo cinquanta milioni di persone per mezzo secolo ha vissuto in un paese da incubo, attanagliati dalla paura di essere arrestati, deportati, scannati. Il vero lager da far invidia a quelli nazisti o sovietici sarebbe dunque stato l'Italia: un paese terrorizzato, nevrotizzato, con porte e finestre sbarrate contro gli sgherri addestrati a uccidere gli avversari.
Questo è il paese in cui abbiamo vissuto dal 1945 ad oggi? A chi venisse a raccontarci fandonie di questo tipo si risponderebbe che la sua è una fantasia malata. Tale mi sembra l'immagine che della Loggia fornisce d'un paese ghetto di terrorizzati.
C'è di vero che subito dopo il 25 aprile e per alcuni mesi, specie in certe zone dell'Emilia Romagna, ci furono molte vendette politiche e talune perfino private come seguiti della guerra partigiana. Furono seguiti terribili, per fortuna di breve durata. Successivamente venne il periodo dello stragismo e poi ancora quello delle Br, ma si trattò di fenomeni di natura diversa anche se drammatica. Il terrorismo, quale che ne sia il colore, è infatti cosa diversa dalla descrizione d'un paese in stato permanente di guerra civile; ce lo prova l'Inghilterra da decenni alle prese con l'Ira e la Spagna da decenni alle prese con l'Eta.
Aggiungo che sia lo stragismo che le Br contribuirono semmai a cementare la comunità nazionale e le forze politiche in una difesa comune delle istituzioni democratiche che hanno retto ad una prova durissima e l'hanno superata.
Potrei infine ricordare l'atteggiamento di responsabilità del Pci nel momento dell'attentato a Togliatti e la simmetrica posizione della dirigenza democristiana che seppe contrastare ogni suggestione interna ed estera a metter fuori legge i suoi avversari politici, suggestione più volte riaffiorata nel corso degli anni e più volte battuta.
***
Fin qui le mie domande e, per quel che valgono, le mie risposte anche se non vanto i titoli accademici dell'egregio autore della lettera al Presidente.
Ma voglio aggiungere ancora una considerazione. L'amor di Patria non riguarda o non riguarda soltanto il territorio o l'etnia, ammesso che esista un'etnia italiana.
L'amor di Patria deriva da un'idea di paese. Gli ufficiali tedeschi che attentarono alla vita di Hitler avevano un'altra idea di paese; gli antifascisti italiani che condussero azioni clandestine durante il ventennio avevano un'altra idea di paese. Tutti coloro e furono moltissimi che tra il '40 e il '43 auspicarono la vittoria degli angloamericani avevano un'altra idea di paese e un'altra idea di paese avevano le popolazioni italiane di tutte le regioni quando solidarizzarono concretamente con gli ufficiali e i soldati sbandati, i prigionieri alleati evasi dai carceri fascisti, i partigiani combattenti sui monti.
La nostra repubblica, per fortuna e malgrado le tante insufficienze e traversie, è stata fin dall'inizio una realtà democratica dove le libertà fondamentali sono state garantite a tutti. Certo, un paese segnato dalla guerra e a sovranità limitata; il che non gli ha impedito di crescere fino ad assumere un ruolo ed un peso economico e politico.
Questo ruolo e questo «status» risultano purtroppo indifferenti oggi ad una larga parte di cittadini «impolitici», giovani per lo più. Ma questa situazione, del resto diffusa in gran parte dell'Occidente e del pianeta, non ha a che fare con i risultati storiografici realizzati dal professor della Loggia. L'egemonia culturale della sinistra non c'entra. Le radici di quell'indifferenza sono ben altre e varrebbe la pena di applicarsi al loro studio, egregio professore. Ma ognuno, si sa, è vittima delle proprie ossessioni dalle quali è molto difficile uscire.

La Repubblica
5 marzo 2001


"Ma non è forse patriottismo elaborare insieme la Costituzione?" 

Rosario Villari: Ciampi ha tutto il diritto di partecipare al dibattito sulla Resistenza

intervista di GOFFREDO DE MARCHIS 

ROMA «Sono grato a Ciampi che ha affrontato questo problema, anche da un punto di vista personale. Il dibattito storiografico è aperto a tutti, presidente della Repubblica compreso. Non è una materia riservata ai cultori professionali. Anzi, il giudizio su questi fatti dev'essere oggetto di una discussione il più ampia possibile. Francamente l'affermazione di Galli della Loggia mi meraviglia un po'». Lo storico Rosario Villari ha davanti agli occhi, nella sterminata libreria del suo appartamento, una raccolta di undici volumi curata dal ministero della Difesa: lì dentro ci sono le storie piccole e grandi dei militari italiani che aderirono alla Resistenza, che dall'8 settembre del ‘43 in poi non smarrirono il senso di Patria ma fecero una scelta. E difende non solo le valutazioni di Carlo Azeglio Ciampi, ma anche il diritto di chi è impegnato in politica a dire la sua. «C'è stato un momento in cui i rapporti tra storia e politica erano stretti. E io non lo considero un periodo negativo», dice. 
Professore, è vero che la Resistenza non «riuscì né poteva riuscire a radicare un sentimento nazionale» e che quindi l'Italia «è stata una democrazia senza nazione e senza patria» per 50 anni, come scrive Galli della Loggia?
«È un argomento molto complesso. Il mio giudizio è che bisogna lavorare ancora molto sulla Resistenza, che le pagine da scrivere su quegli anni sono tantissime. Certamente, il movimento di liberazione è stato un fatto nazionale, che ha mobilitato forze eterogenee, che ha interessato vari strati della società e della popolazione italiana, a cominciare dai nostri militari. Ho presentato proprio pochi giorni fa un libro di Iris Origo, la moglie del marchese Origo che è un diario di alcuni aspetti della Resistenza in Val d'Orcia. Ho un altro volume della moglie del generale Armellini: è la testimonianza della partecipazione di alti ufficiali dell'Esercito alla lotta partigiana. Non solo. Anche molti monarchici hanno dato il loro contributo a quella fase. Questo per dire dell'ampiezza del movimento di liberazione». 
L'8 settembre non segnò dunque la «morte della Patria»?
«Chi sostiene questa tesi dovrebbe portare prove maggiori delle sue convinzioni. Sono solo affermazioni, ma quali elementi hanno per farle? Elaborare in comune una Costituzione non è patriottismo? La convivenza tra chi voleva mantenere la monarchia e chi scelse la Repubblica non esprimeva un sentimento patriottico? E il fatto che di fronte al terrorismo, molto più tardi, ci sia sta una convergenza quasi assoluta tra forze politiche diverse non dà l'immagine di una nazione compiuta e consapevole? Ecco, penso che questi tre punti possano già dare una risposta agli argomenti di chi sostiene la "morte della Patria"».
Galli della Loggia rafforza così il suo punto di vista: se un sentimento nazionale fosse esistito oggi il presidente della Repubblica non avrebbe bisogno di sottolineare continuamente il concetto di Nazione. 
«Non credo che il viaggio del presidente della Repubblica a Cefalonia dimostri che prima di oggi mancasse un nostro sentimento nazionale. Ripeto: non esistono prove del contrario. Siamo in un momento di trasformazione del sistema politico, può darsi che oggi ci sia bisogno di segnali forti, di un particolare percorso nella memoria. Il gesto di Ciampi è un fatto positivo, ma che il sacrificio di quei soldati fosse un momento alto della Resistenza io l'ho scritto già molti anni fa nel mio manuale e l'ho ripreso negli stessi termini nel più recente "Mille anni di storia": "Uno degli episodi più importanti della Resistenza avvenne a Cafalonia...". Ho avuto un amico che ha combattuto lì e che fu tra i sopravvissuti. Ho ascoltato i suoi racconti, ho sempre dato un grande peso a quel tragico episodio. Il passaggio segnato dall'armistizio va ancora approfondito e non lo dico soltanto io. Lo sostenne anche Renzo De Felice, nell'ultima parte del suo lavoro, lo hanno riconosciuto recentemente anche alcuni suoi allievi. Non va dimenticato neanche il ruolo del clero in quella vicenda. Sempre nella raccolta del ministero della Difesa si trova un intero volume dedicati ai cappellani militari. Tantissimi rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò. Andarono in montagna, rimasero con i soldati che non si schierarono con i tedeschi, posero alcune basi della ricostruzione nazionale. Dobbiamo studiare ancora. Ma come cittadino a Ciampi dico grazie per aver affrontato il problema e per averlo fatto da un punto di vista personale, con una partecipazione tanto profonda».

La Repubblica
5 marzo 2001


In quell'isola ci fu un atto fondativo della Resistenza 

Il discorso del presidente tra memoria generazionale e futuro
lo storico

CLAUDIO PAVONE 

Le parole che il presidente Ciampi ha pronunciato a Cefalonia sono un esempio di come sia possibile tenere unite le responsabilità istituzionali, la fermezza dei valori morali e politici cui ci si ispira, la chiarezza e la sicurezza con le quali essi vengono espressi e una discreta e commovente atmosfera di memoria personale e generazionale. Il discorso ha tutte le qualità per entrare fra i testi classici della nostra Repubblica.
Il presidente ha ricollocato con forza e semplicità l'episodio di Cefalonia fra gli atti fondativi della Resistenza, e quindi della Repubblica. Ciampi ricorda il colpevole abbandono in cui furono lasciati dagli alti comandi, dopo la firma dell'armistizio dell'8 settembre, centinaia di migliaia di soldati italiani sparpagliati sui vari fronti di guerra. Questo vero e proprio tradimento consumato ai danni del popolo italiano obbligò tutti i cittadini, e in particolare i militari, ad una scelta. Ed è proprio il fatto di aver compiuto una scelta che accomuna i componenti della divisione Acqui, sollecitati dal loro comandante con una procedura ammirevole in quanto del tutto inconsueta, agli altri protagonisti della Resistenza.
È molto importante che Ciampi abbia accostato la scelta dei militari dei Cefalonia a quella compiuta dai circa cinquecentomila militari italiani internati in Germania che, respingendo reiteratamente l'offerta di lasciare i lager e tornare in Italia se avessero accettato le offerte di arruolamento nell'esercito di Salò, compirono un altro atto fondativo di rifiuto del fascismo.
Ciampi nel suo discorso non elude i punti che potevano essere difficili. Così ricorda l'aggressione fascista alla Grecia: da questo dato risalta in modo chiaro la generosità della Resistenza greca che accolse nelle sue file gli italiani che si erano scrollati di dosso il fascismo e che erano entrati nella comunità dei popoli combattenti per la libertà d'Europa. E questa nuova e alta solidarietà si manifestò anche nei civili greci che prestarono il loro aiuto agli exnemici italiani.
Ai soldati e agli ufficiali della divisione Acqui apparve chiaro che non era morta la patria, ma solo la versione aberrante che i fascisti ne avevano dato. Anzi, si può dire che il loro atto significasse che proprio la sconfitta nella guerra fascista poneva le condizioni per la ricostruzione della patria.
Il presidente sublima il concetto stesso di patria quando dice che «il conflitto non era più fra Stati, ma fra princìpi, fra valori». Questo è il punto centrale del messaggio. Esso dà un senso preciso al richiamo alle «grandi gesta del Risorgimento»: quel richiamo non ha qui l'alone retorico che in passato aveva talvolta accompagnato la definizione della Resistenza come secondo Risorgimento, ma significa concretamente la ripresa dell'intreccio fra i grandi temi della nazione, della libertà e dell'Europa che aveva caratterizzato la migliore tradizione risorgimentale.
In questo spirito Ciampi, parlando del conflitto di civiltà che caratterizzò la seconda guerra mondiale, apre la strada al riconoscimento della comune causa che vede oggi i popoli europei impegnati nella lotta contro il risorgere di ideologie e motivazioni che furono alla base delle «sanguinose guerre» e degli orrori che hanno stravolto la loro storia.

La Repubblica
3 marzo 2001


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina