Cefalonia la storia mutilata

di MARIO PIRANI


"NON credo sia giusto additare Cefalonia come modello. Più che una battaglia fu un massacro e il sacrificio di sé non può essere un esempio per una nazione". Così afferma lo storico Giovanni Sabatucci, espurgando dalla Storia il concetto di eroismo e del "morire per la patria", dalle Termopoli ai giorni nostri. Va oltre su questa linea Gian Enrico Rusconi: "Una identità nazionale solida si fonda su grandi battaglie. La nostra, invece, sembra avere alla radice atti sacrificali un po' espiativi. In questo senso Cefalonia assomiglia alle Ardeatine". Assunto singolare se, ad esempio, lo si confronta con l'identità nazionale israeliana, impensabile senza il Genocidio.
Offensivo, poi, il giudizio di Sergio Romano, non solo nei confronti dei 6500 caduti della Divisione Acqui ma di migliaia di soldati e ufficiali, rimasti fedeli al giuramento: "Per altri militari era disonorevole ciò che per la Acqui fu motivo d'onore: combattere contro gli alleati di ieri, i tedeschi". Mai i "ragazzi di Salò" avevano trovato un riconoscimento parificante tanto esplicito.
Queste e altre dichiarazioni sono state raccolte da "Panorama" in un ampio servizio di Giorgio Ieranò significativamente intitolato: "Quei martiri che ridividono l'Italia" dedicato al riaprirsi della discussione sull'eccidio di Cefalonia, oggetto un anno fa di un ampio dibattito sulle colonne del nostro giornale. Mi chiedevo allora perché quella che era stata la più terribile strage commessa dai nazisti ai danni degli italiani fosse stata relegata in secondo piano nella storia e nella memoria della Resistenza, quasi non vi appartenesse, alla pari di Marzabotto e delle Ardeatine.
A far riemergere ora la questione è stato un inatteso evento mediatico: si è saputo che il presidente Ciampi ha messo in cima alla lista delle letture per le vacanze un best-seller inglese di Louis de Bernières, appena tradotto in italiano, "Il mandolino del capitan Corelli", che si svolge, appunto, sullo sfondo del dramma di Cefalonia. Contemporaneamente è stata data notizia che dal libro Hollywood ha tratto un film con Nicholas Cage, in corso di lavorazione.
Le cose dette per l'occasione permettono di aggiornare la mappa di questa ricorrente rimozione a più facce. La prima è quella tradizionale: la Resistenza è ascrivibile, nella sua quasi totalità, alla sinistra, in particolare a quella comunista e azionista, con il corollario secondario degli altri partiti del Cln. Questa versione espurga il ruolo svolto dai reparti del regio Esercito a partire dall'8 settembre. Per questo non solo Cefalonia ma l'assieme delle azioni militari "badogliane" sono derubricate nella storiografia, nella vulgata celebrativa e nell'insegnamento scolastico a eventi episodici che "seguono" l'armistizio ma non "aprono" la Resistenza. La tesi riduzionista coinvolge, perciò, non solo l'epopea della "Acqui" ma gli sfortunati scontri seguiti da spietate rappresaglie nel Dodecanneso, in Albania, in Dalmazia, il formarsi della Divisione Garibaldi che si batterà a fianco delle truppe di Tito, la vittoriosa cacciata dei tedeschi dalla Corsica, l'eroica tenuta dei 600mila soldati prigionieri nei lager, di cui solo 50mila accettarono la libertà in cambio dell'adesione alla repubblica di Salò. La mutilazione della Resistenza ne ha ridotto nella coscienza nazionale la funzione unificante che avrebbe, invece, potuto avere.
La seconda faccia riguarda la rimozione accettata per decenni a spese dell'immagine delle Forze Armate, imputate di una specie di senso di colpa per la catastrofe dell'8 settembre e per la fuga di Pescara. In proposito si colsero solo gli aspetti dell'impreparazione di quasi tutti i comandi e dell'abbandono della capitale da parte della Corona e non, invece, il valore di esser riusciti a salvaguardare la continuità dello Stato anche con la sopravvivenza fisica e in libertà del sovrano e del governo di Brindisi.
Una premessa indispensabile che, assieme alla Resistenza, consentirà all'Italia di partecipare alla fase finale della guerra dalla parte degli Alleati e di assicurarsi al momento del trattato di pace una sorte ben diversa da quella della Germania e del Giappone. Il terzo motivo di rimozione fu originato da un atlantismo di pedissequa osservanza che spinse a soffocare ogni richiamo che potesse mettere in cattiva luce il riarmo tedesco. Infine l'ultimo apporto alla sottovalutazione della resistenza dell'esercito non è che il risvolto della tesi della "morte della Patria" sostenuta dagli storici neo-revisionisti. Poiché il quadro che abbiamo tracciato contraddice nei fatti questo assunto teorico vi si contrappongono argomenti quanto meno discutibili.

La Repubblica
21 agosto 2000


EROI Alfio Caruso ricostruisce il martirio della Divisione Acqui: una vicenda sgradita alla storiografia di sinistra

Cefalonia, la Resistenza dimenticata

Fu l’episodio più glorioso nel caos seguito all’8 settembre


Ma l'8 settembre 1943 la patria, per noi italiani, cominciò a morire oppure a risorgere? La firma dell'armistizio e ciò che ne conseguì - latitanza delle istituzioni, rotta dell'esercito, cambio di schieramento, guerra civile - rappresentarono lo spartiacque tra fiducia e distacco, il crollo di ideali cui non è stato più possibile porre riparo o, piuttosto, segnarono gli albori di un nuovo sentimento nazionale, da vivere e manifestare in maniera diversa lungo il pur alterno cammino che ha condotto alla democrazia consolidata di oggi? La perdurante disparità di giudizio tra gli storici e le affermazioni del presidente Ciampi, favorevole all'ipotesi della rinascita patriottica, rendono ancora attuali, dopo più di mezzo secolo, questi interrogativi. Ed è quasi d'obbligo che un elemento iniziale del dibattito riguardi il massacro di Cefalonia, isola greca sullo Jonio, dove nel clima di squagliamento generale la divisione Acqui preferì immolarsi (9.406 morti su 11.700 tra ufficiali e soldati) anziché cedere le armi agli ex alleati tedeschi, scrivendo la pagina probabilmente più gloriosa dell'intero conflitto. Fu il primo episodio di Resistenza (assieme al sacrificio dei granatieri di Porta San Paolo a Roma) e, in misura incomparabile, il più grande. Eppure l'epica della Resistenza con la erre maiuscola l'ha lungamente trascurato, messo in second'ordine, svilito, fino a relegarlo in un angolo oscuro. 
L'interessata sottovalutazione, denunciata soltanto in tempi recenti, ha un'origine semplice: la fedeltà monarchica dei militari mal si addiceva alla causa repubblicana e il sacrificio degli uomini in divisa valeva poco rispetto a quello della lotta partigiana, non arrecando meriti ai partiti (il comunista, in primo luogo) che s'apprestavano a dominare la scena del dopoguerra. 
Per loro sfortuna gli ufficiali e i soldati di Cefalonia morirono per ragioni non classificabili ideologicamente. Non v'è dubbio che la decisione di battersi fosse stata cosciente. Il generale Antonio Gandin, incerto fino all'estremo se mettere in gioco la vita di tutti quei «figli di mamma», come lui li chiamava, aveva indetto un referendum senza precedenti e il «no» alla resa era prevalso in maniera schiacciante. 
Ma perché i quasi dodicimila della Acqui vollero comportarsi diversamente dalla stragrande maggioranza dei commilitoni che, sul filo delle stesse ore, alzavano, rassegnati, le braccia? Nel coacervo di sentimenti e circostanze che portarono alla scelta fatale si addentra con approfondita analisi psicologica un libro in uscita da Longanesi, Italiani dovete morire , di Alfio Caruso, saggio quanto mai utile perché l'eccidio del settembre '43 ha prodotto finora, anche per effetto della strategia dell'oblio, scarsa ricerca storica. 
La Acqui scelse di battersi per l'onore militare, principalmente, e per il giuramento al re, che pure era fuggito a gambe levate da Roma. Ma anche per il montante spirito antifascista, in spregio alla spocchia e alla prepotenza, sempre mal sopportate, dei tedeschi. E, nello stesso tempo, per residuo spirito fascista, essendo impossibile cancellare d'un tratto tanti anni di propaganda della bella morte. O più semplicemente - senza nulla togliere all'eroismo - per il desiderio di tornarsene a casa. La Wehrmacht rappresentava l'ostacolo al rimpatrio e una superficiale valutazione, basata sulla nostra superiorità di 6 a 1 a terra prescindendo dalla determinante forza aerea avversaria, lasciava credere che l'impedimento sarebbe stato facile da rimuovere. 
Ma prima di cercare il perché, Alfio Caruso, da giornalista di valore, già autore di un saggio importante sulla mafia, sente il bisogno di ricostruire la cronaca degli avvenimenti. Lo fa con accuratezza e con puntiglio. Giorno per giorno, battaglione per battaglione, caposaldo per caposaldo. Qui non ci sono ufficiali suonatori di serenate, come nel romanzo Captain Corelli's mandolin (titolo italiano: Una vita in debito ), fonte ispiratrice d'un film che ha provocato polemiche prima ancora di giungere nelle sale. Si racconta di giovani uomini che combatterono con abnegazione e coraggio, in molti casi fino all'esaurimento delle munizioni, accompagnati dall'unica, micidiale colonna sonora degli Stukas che mitragliavano e lanciavano bombe. 
Storie minime sullo sfondo della grande storia, con il corollario, forse inevitabile, di contraddizioni, errori, efferatezze. Il comando italiano, trasferito in fretta e furia al Sud, ignorò sistematicamente le richieste di aiuto dei disperati di Cefalonia, che erano tra i pochissimi a voler ancora onorare la bandiera e rispettare i pur confusi ordini badogliani. E gli inglesi arrivarono addirittura a bloccare due nostre navi partite autonomamente per il soccorso. Alle spalle il nulla, istituzioni allo sbando, alleati prossimi venturi del tutto indifferenti. E di fronte un nemico che andò al di là delle dure regole della guerra per trasformarle in assoluta barbarie. I caduti della Acqui sul campo furono circa 1300. Più di cinquemila, dopo la resa, vennero passati per le armi dai tedeschi, che li considerarono franchi tiratori, alla stregua di banditi, benché avessero agito in divisa e regolarmente inquadrati. Altri tremila morirono in mare, carne da macello dentro le stive di navi saltate sopra le mine, mentre erano condotti ai luoghi di prigionia. Onore a loro; disdoro a chi li ha dimenticati. 


Il libro : «Italiani dovete morire», di Alfio Caruso, editore Longanesi, pagine 312, lire 30.000. 


Ettore Botti

Corriere della Sera
Venerdì 20 Ottobre 2000


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