Presentata a Londra l’edizione critica delle opere del pensatore condannato a morte. Ne parla Nuccio Ordine, suo grande studioso

Giordano Bruno, eretico più forte di ogni rogo

La sua lezione: tolleranza, gratuità della conoscenza e critica dei fondamentalismi


L’evento è di rilievo. Dopo l’edizione francese Belles Lettres, finalmente anche l’Italia ha l’edizione critica delle Opere italiane di Giordano Bruno, curata da Giovanni Aquilecchia per l’Utet. Filosofo molto amato o molto odiato, Bruno è purtroppo poco letto. Eppure le sue pagine appaiono geniali anche ai profani. Si tratta ora di farlo uscire dagli stereotipi e apprezzarlo per quello che è: un pensatore grandissimo che ha discusso con anticipo tanti temi della modernità. Ne parliamo con Nuccio Ordine, che di Giordano Bruno è studioso di fama internazionale (il suo libro, La cabala dell'asino , è stato già tradotto in cinque lingue), prefatore e coordinatore di questa edizione Utet. Perché Bruno, oggi? 
«Basta rileggere alcune sue pagine per capirlo. In un’epoca in cui le scuole e le università vengono trasformate in aziende e il sapere diventa uno strumento per adeguarsi alle logiche del mercato, le riflessioni di Bruno suonano come un monito: rivendicano la gratuità della conoscenza. Non si studia per accumulare ricchezze o potere. Si studia per capire se stessi e il mondo. Per imparare a pensare criticamente. Ma la conoscenza, al contrario di quanto oggi vogliono far credere certe pedagogie edonistiche, non è un dono, ma frutto di una faticosissima conquista». 
È difficile trovare qualcuno che lo dica ai giovani d’oggi. 
«Sempre più difficile, in un mondo dove tutto deve essere facile e veloce. Tutta l’esistenza, per Bruno, si concretizza invece in un’inesauribile ricerca del sapere. Solo gli dei, che sanno tutto, e gli ignoranti, che presumono di sapere tutto, non cercano». 
A questa riflessione si lega anche un altro tema ancora oggi percepito come eversivo: il rifiuto di un punto di vista assoluto . 
«Assolutismi e fondamentalismi sono i mali del presente. La cosmologia infinitistica di Bruno insiste sulla relatività dei punti di vista, distruggendo ogni gerarchia. Una pulce e un pianeta hanno lo stesso peso. Così come tutti gli esseri viventi hanno uguale dignità. Questioni ignorate dai fautori degli scontri religiosi e delle guerre mascherate da missioni di pace». 
Senza pluralismo non c'è comprensione dell'Altro. 
«La tolleranza è uno dei concetti cardine della filosofia di Bruno. Tollerare significa percepire i limiti del proprio punto di vista e concepire il pluralismo non come ostacolo ma come ricchezza. Per Bruno esistono le religioni, le filosofie, le lingue. Il rigurgito di nazionalismi e di razzismi si pone come una gravissima minaccia per l’Europa e per l’umanità». 
Ciò accade soprattutto quando è viva la scissione tra sapere e vita, pensiero e prassi... 
«Per Bruno, la vita non può essere separata dalla filosofia. Così come il pensiero non può essere separato da una serie di comportamenti che devono essere in sintonia con esso anche nei gesti più umili. Bruno scrive le sue opere ma nello stesso tempo le sue opere scrivono la sua vita. Non a caso l’ultima pagina della sua filosofia coincide con il rogo di Campo de' fiori». 
Però quel tragico finale ha finito per costruire un mito che, paradossalmente, ha danneggiato le opere, occultandole. 
«È per questo che dall'inizio degli anni 90 abbiamo lavorato per fornire un’edizione critica delle sue opere». 
Che colma, in Italia, un enorme vuoto editoriale ... 
«Per la prima volta tutte e sette le opere italiane vengono pubblicate assieme: il Candelaio e i sei Dialoghi ritrovano sul piano editoriale quell’unità che esprimono sul piano filosofico. È un evento frutto di un’alleanza tra due grandi editori di classici: Belles Lettres e Utet. Edoardo Pia concesse ad Alain Segonds l’autorizzazione a utilizzare alcuni testi di base che Aquilecchia aveva approntato per l’Utet. A partire da quei materiali, Aquilecchia ha messo a frutto, in Francia, cinquant’anni di filologia bruniana realizzando la sua preziosa edizione critica che oggi viene pubblicata dall’Utet. Questa edizione non avrebbe visto la luce senza il sostegno di Gerardo Marotta, presidente dell’Istituto italiano per gli studi filosofici, che ha promosso gli studi bruniani nel mondo». 
Ma anche i commenti e le appendici sono di grande utilità... 
«Alla loro stesura hanno collaborato importanti studiosi di diversi Paesi europei, come Badaloni e Barberi Squarotti, Granada e Seidengart. Si è trattato di un lavoro collettivo, durato dieci anni, con storici della filosofia, della letteratura, della scienza. Bruno richiede diverse competenze. Anche l’appendice è ricca di strumenti inediti: per la prima volta c’è un rimario, un incipitario e una tavola metrica di tutti i componimenti bruniani; un saggio sull’iconografia bruniana ricco di immagini e una documentazione iconografica sugli emblemi». 
Come si appresta, l’Europa, a celebrare questo evento editoriale? 
«Ieri, a Londra, con Conor Fahy, Lina Bolzoni e Jill Kraye. Martedì prossimo, a Parigi, con Ilya Prigogine, Marc Fumaroli e Michèle Gendreau-Massaloux. E poi a Berlino, a Barcellona, a Ginevra e a Bucarest. A partire da questa edizione di Aquilecchia sono in programma traduzioni in tutto il mondo: dalla Cina al Giappone, dalla Germania a diversi Paesi dell’Est europeo. 

Enzo Marzo

Corriere della Sera
16 novembre 2002


RILETTURE Un saggio di Hilary Gatti Cox sul pensiero del filosofo, che non si limitava a magia e occultismo

Giordano Bruno, epistemologo 

di Gianni Vattimo 

Hillary Gatti, "Giordano Bruno e la scienza del Rinascimento", Cortina, pp. 351, lire 48 mila.


Le recenti discussioni sulla libertà della ricerca , minacciata sia dalle chiusure dogmatiche della Chiesa e dei fondamentalismi ecologici, sia dalle industrie che vi vedono solo un'occasione di profitti, riportano anche di attualità la figura di Giordano Bruno. Il quale, venerato come martire del libero pensiero soprattutto dai positivisti e dai massoni dell'Ottocento, nel secolo Ventesimo è stato spesso visto (pensiamo specialmente ai lavori di Frances Yates) come esponente di una mentalità ancora troppo legata alla magia e al naturalismo panteistico (tanto caro ai romantici) per essere davvero considerato come un rappresentante della scienza moderna. Ora una studiosa inglese di formazione italiana, Hillary Gatti, docente a Roma, riapre la discussione sui rapporti di Bruno con la scienza moderna; anzi, addirittura con la scienza post-moderna, per così dire; giacché rileggendo molte delle non facili opere di Bruno - che si muovono sempre tra l'evocazione di miti antichi, suggestioni cabalistiche e magiche, polemica teologica - vi scorge l'anticipazione di una epistemologia che, senza mettere completamente da parte il razionalismo matematico di tipo cartesiano su cui si è costruita la fisica newtoniana e galileiana, sia anche capace di recuperare il legame con l'immaginazione, i simboli, i miti. In un linguaggio che, pur con la difficoltà dei testi studiati e la ricchezza di discussioni specialistiche, ha sempre il pregio della chiarezza e di una notevole penetrazione critica, la Gatti argomenta in modo convincente la stimolante tesi che Bruno abbia non poco da insegnare all'epistemologia della nostra epoca, che deve confrontarsi con i risultati di una scienza segnata dalla relatività einsteiniana e dalla nascita della meccanica quantistica. 


L'Espresso online 
22.03.2001


Bruno, il visionario che anticipò Einstein

Nei suoi scritti ci sono i semi del razionalismo e del metodo scientifico



Giordano Bruno precursore della scienza del Terzo millennio, dalla cosmologia post einsteniana alla fisica dei quanti? La tesi è audace e potrebbe sembrare alimentata dalle forti suggestioni del rogo di Campo de’ Fiori del 17 febbraio 1600, che si riaccende, simbolicamente, al compimento del quattrocentounesimo anniversario della condanna a morte. In realtà, quello che ci propone la professoressa Hilary Gatti Cox, inglese, autrice del saggio Giordano Bruno e la scienza del Rinascimento , appena pubblicato da Raffaello Cortina Editore, nella collana «Scienza e Idee» diretta da Giulio Giorello, è un itinerario culturale lungo e affascinante, che prende le mosse una ventina di anni fa, da studi shakespeariani ed è tuttora in pieno sviluppo, con la rilettura critica e la traduzione in inglese di alcune opere scientifiche del filosofo nolano. 
«Il mio incontro con Giordano Bruno avvenne per caso, alla fine degli anni Settanta, a Roma, mentre tenevo un corso universitario di letteratura e mi occupavo dell’Amleto», racconta Hilary Gatti Cox, professoressa di letteratura inglese e filosofia alla Sapienza di Roma. «A quei tempi ho scoperto che esiste una tradizione di studi favorevole a un’influenza diretta del pensiero di Bruno su Shakespeare. Bruno fu a Londra fra il 1583 e il 1585. Shakespeare ci arrivò qualche anno dopo ma, secondo quella tradizione, avrebbe frequentato circoli culturali rimasti impregnati del pensiero bruniano. Sta di fatto che nel dramma più filosofico di Shakespeare, Amleto, un eroe moderno, agitato da un forte pensiero critico, abbraccia l’idea dell’Universo infinito e degli infiniti mondi di Bruno». 
Tanto basta alla Gatti Cox per tuffarsi in antiche edizioni delle opere di Bruno, scovate nella biblioteca del nono conte di Northumberland, un aristocratico dell’epoca elisabettiana che aveva cominciato a indagare i rapporti fra Bruno e i nuovi scienziati rinascimentali e che aveva finito i suoi giorni in disgrazia, rinchiuso nella Torre di Londra, leggendo e annotando a mano i testi del filosofo. 
Quello dei rapporti fra Giordano Bruno e la Nuova Scienza è, da secoli, un aspro terreno di scontro fra chi coglie nel pensiero del filosofo i semi di un razionalismo e di un metodo scientifico (poi compiutamente sviluppati da Bacone, Galilei e Newton); e chi nega decisamente questa parentela, attribuendo alla sua opera una visione del mondo tutta incentrata sulla magia e la filosofia occulta. Quest’ultima tesi ha conosciuto un picco massimo di elaborazione e diffusione nella seconda metà del secolo scorso, grazie agli studi di Frances Yeats, storica inglese, membro del prestigioso Warburg Institute di Londra, che con la sua autorità ha condizionato molta parte della più recente indagine critica su Bruno. 
Su questo terreno minato si sviluppa il saggio della Gatti Cox, convinta che «non è giusto bandire Bruno dalla Nuova Scienza rinascimentale; e non è impossibile conciliare la dimensione magico e ermetica del suo pensiero con quella scientifica più moderna». Come primo passo la studiosa inglese recupera una tradizione di studi pre-Yeats, che aveva già analizzato alcune delle opere più razionalistiche di Bruno, evidenziandone la forte capacità di anticipazione scientifica. 
Per esempio, la relatività dei moti nella Cena delle Ceneri , che poi si ritroverà nei Dialoghi di Galilei; la prima proposta di una moderna teoria atomistica della materia nel De triplici, minimo et mensura ; la logica simbolica nel De monade ; la cosmologia degli infiniti mondi nel De immenso . 
Ma poi la Gatti Cox va ben oltre, fino a voler dimostrare che proprio l’aspetto più metafisico di Bruno, quello meno ligio al metodo scientifico rigoroso, attento solo ai rapporti di causa effetto, ne fa il precursore della scienza del Novecento. La scienza il cui universo nasce da particelle che emergono dal vuoto quantistico e poi si espande all’infinito, oppure si contrae fino a singolarità infinitamente dense. La scienza in cui l’apparente continuo della materia, dell’energia e dei moti che caratterizzava la visione newtoniana del mondo, degrada in tanti minuscoli frammenti. Insomma, la scienza che non si può più spiegare solo alla luce di un paradigma meccanicistico. 
Fra il filosofo dell’occultismo e lo scienziato, nella ricerca di Hilary Gatti Cox emerge anche il Giordano Bruno come moderno uomo europeo. 
«Non si rinchiude mai in un contesto provinciale, tocca tutti i grandi centri della cultura europea del suo tempo, acquista autorità. Sceglie la strada di un pensiero autonomo dal potere, veramente libero. Non ritratta le posizioni di fondo della sua filosofia, nemmeno di fronte alla minaccia del rogo. Ci lascia anche una grande lezione di etica e di vita». 



Franco Foresta Martin Il libro : «Giordano Bruno e la scienza del Rinascimento» di Hilary Gatti Cox è pubblicato da Raffaello Cortina editore, pagine 420, lire 48.000

Corriere della Sera
Domenica 18 Febbraio 2001


Gli orrori della Santa Inquisizione

di Roberto Giammanco

Per il Santo Tribunale la matrice “diabolica” dell’eresia era unica: diversa sunt nomina, sed una porfidia. Una complessa casistica regolava il grado di pericolosità e coinvolgimento nelle varie eresie. Chi erano da considerarsi eretici?:

“Tutti quelli che dicono, insegnano, predicano o scrivono contro la sacra Scrittura, contro gli articoli della Santa Fede, contro i SS. Sacramenti e riti, ovvero uso d’essi; contro i decreti dei S.Concilii e determinazioni fatte dai Sommi Pontefici; contro la suprema autorità del sommo Pontefice; contro le tradizioni apostoliche; contro il Purgatorio e le indulgenze; quelli che rinnegano la Santa Fede facendosi turchi o ebrei o d’altre sette e lodano le loro osservanze e vivono conforme ad esse; quelli che dicono che ognuno si salva nella sua fede…”

Chi si doveva considerare sospetto di eresia?

“Quelli che dicono prepositioni, le quali offendono gli audienti e non le dichiarano; quelli che se non dicono parole, fanno fatti ereticali, come abusare i SS. Sacramenti e in particolare l’Hostia consacrata e il Santo Battesimo, battezzando cose inanimate come calamita, carta vergine, fave, candele altri simili; quelli che abusano cose sacramentali, , come Oglio santo, Cresima, Parole della Consacratione, Acqua benedetta, candele benedette; quelli che feriscono e percuotono immagini sacre; quelli che scrivono, tengono, leggono o danno ad altri da leggere libri proibiti nell’Indice o negli altri Nostri editti particolari; quelli che notabilmente si allontanano dal vivere comune dei Cattolici come il non confessarsi e comunicarsi una volta l’anno, in mangiare cibi proibiti senza necessità, nei giorni determinati dalla Santa Chiesa e simili”.

(Breve informazione del modo di trattare le cause del S. Officio per i molto reverendi Vicarii della S. Inquisizione istituiti nelle diocesi di Parma e di Borgo S. Donino…Parma, 1628).


La richiesta di perdono che Papa Wojtyla pronuncia a Napoli il 12 marzo di questo anno 2000 è stata preparata, prima ancora che dalla martellante campagna d’immagine vaticana, dai laici giubilari accorsi in fretta per la bisogna. Senza roghi o scomuniche, sponte sua, sono stati accesi, al bagliore accecante dei media, i roghi della memoria.

La damnatio memoriae giubilare prende la forma di una correctio memoriae concordataria, riconversione di fatti storici inequivocabili, che credevamo acquisiti, con l’omertà che basta a trasfigurare in “errori”, debolezze umane”, “casi specifici” la continuità e la ferrea, spietata logica di potere di istituzioni burocratiche di raffinata efferatezza capaci di imporre e perfezionare meccanismi collettivi di infantilizzazione, sospetto, terrore, conformismo.


I falsari del grande Giubileo


Il quattrocentesimo anniversario del rogo su cui salì, “con la lingua in giova”, il 17 febbraio dell’anno giubilare 1600, Giordano Bruno è al centro di questa damnatio-correctio memoriae che, in accordo con i tempi, è rigorosamente politically correct.

Da tempo, l’istituto della Congregazione della Santa Inquisizione dell’eretica gravità, e il suo Santissimo Tribunale, sono presentati con un volto umano, tra l’esercizio di una rigorosa legalità e una caritatevole soavità nei confronti dei reprobi a loro affidati.

Si è scoperta e privilegiata la “buona fede”dei giudici, i loro sforzi “per arginare sospetti e intolleranza”e/o “per non far soffrire gli imputati” fino ad affermare che “…finche la letteratura sull’Inquisizione è stata soprattutto di origine protestante…si è potuto tranquillamente demonizzare quell’istituzione( strumento dell’Anticristo, si diceva) ad esaltarne le vittime come martiri della verità. Una nozione schematica e superficiale” ( A. Prosperi, 1988).

Più recentemente, si è spinto lo zelo fino ad affermare che “l’eresia fu oggetto degli affanni inquisitoriali solo in minima parte e in periodi circoscritti. Il più del tempo gli inquisitori lo dedicavano a truffatori che si fingevano preti, bigami e trigami, fattucchieri denunciati da clienti delusi…gli eretici veri e propri erano quasi tutti frati e preti”. Per concludere, visto che gli eretici erano i primi a non volere la tolleranza né tanto meno “l’equivalenza delle fedi”, si sarebbero comportati ( e dove furono maggioranza si comportarono) come gli inquisitori, e anche peggio”. Sempre se avessero potuto…( Rino Cammileri, 1998).

E non basta. Il Santissimo Tribunale che “non amava versare il sangue e preferiva salvare le anime”trattò con caritatevole pazienza e severa clemenza Giordano Bruno il quale, del resto, era litigioso ed insopportabilmente pieno di sé”, pertinace e impenitente, nella cui tattica difensiva “avevan gran parte le bestemmie più orribili…Fu questo il motivo per cui lo condussero al rogo con la bocca serrata “(Rino Cammileri, 2000).

Questi ed altri contributi all’astratto spettacolo del “perdono” papale sembrano predominanti nella cultura diffusa dell’?Italia giubilare, se non altro per la loro visibilità ufficiale.

La damnatio-correctio memoriae si articola a vari livelli, dal più formale e raffinato al più rozzo ed emotivo, che convergono nel ribadire la legalità, addirittura quasi “garantista” dell’istituto inquisitorio, a mettere in luce la severa clemenza nel perseguire i reprobi dei quali, come nel caso di Giordano Bruno, si ammette l’ostinazione e la pervicacia(“…ed insomma il meschino, se l’Iddio non l’aiuta, vuol morire ostinatamente ed essere abbruciato vivo”, Avviso di Roma, 12 febbraio 1600, sabato). Quello che viene sfumato, distorto, o del tutto relegato alle critiche ed annose polemiche degli specialisti, è il discorso sui fondamenti, le procedure , e il ruolo storico che ha avuto il processo inquisitorio con lo strascico dei suoi principi fondanti lasciati in eredità anche al mondo moderno e ai suoi universi totalitari.

L’Inquisizione fu nient’altro che la logica conseguenza della sacralizzazione del potere papale, che direttamente, e senza mediazioni, ne concesse e legittimò gli immensi poteri. A monte il carattere divino “ delle Chiesa, il potere del Pontefice di definire la verità e perseguire l’errore, di mediare tra l’aldilà e l’aldiquà, di sciogliere e legare, alla luce della “verità” definita, tutti gli aspetti della vita sociale. Attraverso i secoli, l’Inquisizione fu il più efficiente meccanismo di controllo sociale della storia dell’Occidente cristiano: il suo potere, prima che sulle azioni, si abbatteva sui pensieri, sulle intenzioni, sulle scelte devianti. Non è un caso che il termine “eresia” voleva dire originariamente “scelta”.


Un controllo sociale di massa


Le risposte alla damnatio-correctio memoriae giubilare, vero e proprio rifiuto di responsabilità storiche, morali e culturali, vanno cercate meno nei singoli “casi” che, per esempio, nei principi fondanti e nei meccanismi del processo inquisitorio, strumento burocratico al servizio di un universo teocratico coercitivocce ha gestito, per secoli, comportamenti sociali e intenzioni, vivi e morti, a sua immagine e somiglianza.

Il processo inquisitorio fu definitivamente codificato nella Nuova Inquisizione post- Riforma luterana, a partire dal 1542 (Bolla Licet ab inizio di Paolo III). La Congregazione del Santo Uffizio, presieduta dal papa, sempre quando erano in gioco casi”difficili”, mantenne intatti i principi fondanti dell’Inquisizione medioevale (crociata contro gli albigesi e loro sterminio), dell’inquisizione di Spagna (“estirpazione” e conversione forzata degli ebrei e dei musulmani) dandosi un’organizzazione totalmente centralizzata, a guardia della burocratizzazione capillare della fede cattolica e del controllo sociale di massa che la Controriforma stava consolidando. Il sentimento religioso fu gestito come un modello chiuso, coercitivo, trionfalistico.

I principi fondanti del processo inquisitorio sono dedotti dal suo fine supremo: perseguire “l’eretica pravità” che si macchia del crimine supremo: “lesa maestà divina”. Qualsiasi altro crimine, se ci sono i segni della “peste eretica” o della trasgressione al modello del magistero, è associato all’eresia.

Il sospetto faceva scattare il meccanismo inquisitorio. Era di per sé il segno della colpa. Tutti ( nobili), alti prelati compresi i cardinali, funzionari reali, al di fuori soltanto del re) potevano essere inquisiti, se denunciati come sospetti.


La cultura della delazione


Per chi si affanna per addolcire l’immagine dell’Inquisizione e, al tempo stesso, per isolarla dal modello coercitivo globale della Controriforma, l’imbarazzo maggiore viene dalla centralità della delazione.

Praticata da sempre, all’interno e verso l’esterno, spetta al Santo Uffizio - che razionalizza il sospetto come presunzione di colpa e ne introduce la capillarizzazione sistematica nell’area cattolica – il compito di assicurarne la tutela, e naturalmente la sacralizzazione.

La delazione è segreta (“…all’imputato deve essere comunicata solo la sostanza delle deposizioni dei testimoni a carico, senza nomi né possibilità di individuarli”: decreto della Congregazione del Santo Uffizio, 1566) ed è ”un dovere per il popolo cristiano”, perché se si è obbligati a denunciare i crimini di lesa maestà, a maggior ragione è doveroso denunciare il supremo peccato-crimini di lesa maestà divina. Così il padre è obbligato a denunciare il figlio, il marito la moglie, e viceversa, anche perché chi rivela al Santo Tribunale l’eresia dei propri consanguinei (“de’ loro padri ancorché eglino fossero nati dopo il paterno delitto”, 1621) non solo non incorre nelle pene stabilite e compie “un’impareggiabile opera di carità”, ma può anche usufruire di speciali indulgenze per sé e per gli altri suoi defunti. Soprattutto – insistono decreti e manuali – si affida alla guida sicura dell’Inquisitore che è padre; il che vuol dire – come suona una delle iperbole retoriche dell’epoca – a Dio stesso, “Primo Inquisitore, che castigò Adamo ed Eva, il popolo di Israele e giù giù tanti altri”.

Il Santo Tribunale obbligava anche le stesse autorità secolari a denunciare, a pena di essere denunciate a loro volta, come complici dell’eresia nella congiura contro il bene pubblico. Chiunque poi si fosse impegnato a tacere, con qualsiasi forma di giuramento, quando si trattava della “eretica pravità”, era dispensato d’ufficio.

I confessori si trovavano di fronte a un dilemma assai difficile. Se, interrogati dall’Inquisizione su cose coperte dal segreto confessionale (sanzionato nel 1215 dal IV Concilio Laterano) non rispondevano, correvano forse il rischio di essere loro stessi inquisiti come fautores ?

Al culmine di secolari controversie sull’argomento, in piena Controriforma, Dominico Soto (1582) così rispondeva al dilemma: “…le orecchie umane giudicano le parole dal suono, ma il giudizio divino considera quei suoni se sono o no in accordo con l’intenzione…Dio ode le parole non pronunciate e le giudica vere anche se l’uomo non è in grado di accorgersi della discrepanza”. La tacita cogitatio, il pensare senza parole permette di dirigere l’intenzione in senso contrario rispetto a quanto è indicato dalle parole!


La tortura per l’intenzione


Sin dai tempi della bolla Ad extirpanda (1252) la tortura era sta legittimata come elemento (fondamentale e spesso, di fatto, unico) di prova ed era applicata con puntiglioso formalismo burocratico( la damnatio – correctio giubilare insiste sui ”precisi limiti di durata”).

Tutti potevano essere torturati ( i ragazzi al di sopra dei nove anni erano sottoposti alla tortura delle bacchette) e chi, sotto tortura, rispondeva alle domande del giudice inquisitore in modo non chiaro o tralasciava qualche dettaglio veniva torturato finche non completava la sua confessione.

Il massimo dell’astrazione (“la banalità del male”), e della spietatezza, era la “tortura per l’intenzione”. Se, dopo una confessione completa, il sospetto-reo negava di avere avuto intenzioni eretiche mentre si comportava da eretico, veniva torturato non sul fatto ma sulla ”sua empia credulità ed intenzione”. Rovesciamento del principio giuridico antico secondo cui nessuno può essere punito per quello che pensa (Cogitatio poena nemo patitur).

E che dire dei processi dell’Inquisizione a carico dei defunti? In quanto crimine di lesa maestà divina, il crimine die resia non si estingueva con la morte del reo. Condannando gli eretici morti, il Santo Tribunale condannava la loro “empia e immonda memoria” e, al tempo stesso confermava “l’eternità” dei suoi decreti e la mediazione della Chiesa sull’aldilà dell’aldiquà. Le ossa degli eretici morti venivano disseppellite e bruciate in pubblico con il consueto rituale, così come gli eretici latitanti che non si presentavano entro un anno venivano processatio e condannati ad essere bruciati in effige. Sul rogo veniva messa una statua con su scritto il nome e il cognome.

Di regola, ilo Santo tribunale presumeva che l’accusato di eresia che, in carcere, si toglieva la vita l’avesse fatto per rimorso. Il suo gesto equivaleva dunque a una piena confessione e per questo doveva essere processato e punito. Ai figli era concessa la possibilità di evitare la damnatio memoriae del padre se riuscivano a dimostrare che si era suicidato per il terrore.Dopo tutto, la tortura poteva uccidere tanto i colpevoli quanto gli innocenti. Ma questi – è detto in una delle guide dell’inquisitore – andranno comunque in paradiso”.

L’Inquisizione era il modello operativo di una lunga tradizione di organizzazione dell’immaginario della salvezza. Si proponeva di salvare le anime attraverso l’imposizione di un’autorità definita “divina”, di un potere di definizione che era al di sopra di ogni altro potere.

Con la confessione, la Chiesa si assumeva il compito e, per la sua definita origine “divina”, il dovere di gestire, giudicare il mondo interiore dei fedeli con premi e castighi per le loro pulsioni e comportamenti.


L’invenzione del Purgatorio


Con il Purgatorio fu ridisegnata la mappa antropomorfica dell’aldilà e riconfermato il potere papale della mediazione. Le indulgenze, quel formidabile moltiplicatore economico che la Controriforma regolò su solide basi amministrative, furono dedotte, anch’esse, dal potere di sciogliere e di legare nell’aldiquà e nell’aldilà, in tutti e due i sensi.

Grazie alla deduzione del Purgatorio, superba “invenzione” che dava un ordine “certo” alle angosce e alle speranze dell’immaginario collettivo, Bonifazio VIII, primo Jiubilee maker, poté riaffermare la supremazia papale. Tra l’auctoritas e il perdono c’éra pur sempre la scappatoia del Purgatorio.

Nel 1335 in Piemonte, all’Inquisitore che li interroga, i valligiani valdesi, che poi furono tutti impiccati o bruciati, risposero che nell’altra vita si aspettavano solo l’inferno o il Paradiso e che il purgatorio è qui sulla terra.

A chi è rivolto il perdono che chiede oggi l’autorità papale, e da chi sarà accolto? Dai valdesi impiccati e bruciati perché non credevano nel Purgatorio in cui la Chiesa cattolica insegna a credere ancora oggi, oppure dallo stesso Dio in nome del quale quella auctoritas sterminava gli eretici?

E come farà l’auctoritas papale a chiedere perdono per conto dei suoi grandi Santi Inquisitori, per i Papi delle Crociate nella notte di san Bartolomeo e così via, pur continuando a venerarli come Santi?

Forse, nel tripudio giubilare, l’auctoritas papale dovrà accogliere la sua propria richiesta di perdono con la solenne promessa di non accendere più roghi. Chissà che non avessero ragione i Valdesi affermando che il Purgatorio è qui in questa vita.


Lettera Internazionale 64
(2° trimestre 2000)


Vittime dell'intolleranza: gli anniversari del 2000

1600-2000 :400° del rogo del frate filosofo eretico GI0RDAN0 BRUNO arso vivo il 17 febbraio 1600 a Roma in piazza Campo de' Fiori per ordine della santissima romana Inquisizione.

1500-2000 :500° del rogo di tre presunte streghe arse vive a Saragozza per ordine dell'Inquisizione spagnola

1450-2000 :550° del rogo del medico eretico fiorentino Giovanni de' Cani colpevole solo di alcuni reati di opinione per lo più di carattere anticlericale

1300-2000 :700 ° del rogo dell'eretico Andrea di Ferrara arso vivo in una località imprecisata dell'Emi1ia

1200-2000 :800° dei roghi di Troyes in Francia, otto eretici "pubblicani" sono arsi vivi, cinque uomini e tre donne. Non credevano nel purgatorio, ne alla divina provvidenza, né alla gerarchia ecclesiastica di cui respingevano tutti gli scritti

1100-2000 :900 ° del rogo di un medico eretico greco di nome Basi1io. Fu bruciato vivo spettacolarmente nell'ippodromo di Costantinopoli in quanto rimase fermo nella sua fede proclamando1a a gran voce. Apparteneva alla setta dei Bogomi1i (da Bogomil=amico di Dio in lingua bulgara)


a cura del Circolo Culturale Giordano Bruno di Milano
Atei, Agnostici, Anticlericali, Razionalisti nella sinistra milanese
via Bagutta 12-20121 Milano telefono 02.3506411


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