UNA PROPOSTA (RAGIONEVOLE)

di PIETRO ICHINO


C'è un terreno sul quale l'eccellenza del lavoro svolto da Marco Biagi nell'ultimo decennio in rappresentanza del governo italiano, tra Roma e Bruxelles, è riconosciuta da tutti, a sinistra come a destra: quello dell'armonizzazione tra gli ordinamenti nazionali europei. Forse, affinché la ripresa del confronto tra governo e sindacato non si riduca all'inutile liturgia di un dialogo tra sordi, si potrebbe ripartire proprio da qui: in cambio di una disponibilità del governo ad azzerare la delega legislativa sull'articolo 18 dello Statuto, il sindacato potrebbe dare la propria disponibilità a un confronto sull'armonizzazione del nostro diritto del lavoro rispetto a quello dei nostri maggiori partner comunitari. 
Lo studio dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) pubblicato nel 1999 sulla rigidità della disciplina dei licenziamenti individuali nei Paesi industrializzati attribuisce, in una scala da zero a cinque, il grado di rigidità medio 2,9 all'Italia, 2,8 alla Germania, 2,6 alla Spagna, 2,3 alla Francia, 1,5 al Belgio, 0,8 alla Gran Bretagna (in questa graduatoria, per intenderci, agli Usa è attribuito il grado 0,2). 
Allineare l'ordinamento italiano con quello tedesco, che lo segue immediatamente nella graduatoria dell'Ocse, è possibile senza alterare la struttura dell'articolo 18 del nostro Statuto: anche in Germania, come da noi, nel caso in cui il licenziamento è ritenuto illegittimo, può essere ordinata la reintegrazione del lavoratore nel suo posto in azienda. La sola differenza sta nel fatto che i giudici tedeschi possono discrezionalmente, tenuto conto delle circostanze, limitare la condanna dell’imprenditore a un congruo risarcimento (di fatto, essi applicano la reintegrazione forzata soprattutto quando ritengono che il licenziamento sia stato determinato da motivi di discriminazione, di rappresaglia antisindacale o di mero capriccio). Si tratterebbe di introdurre anche da noi una norma che attribuisca al giudice del lavoro di decidere discrezionalmente secondo buonsenso - tenendo conto delle circostanze e dei motivi che hanno determinato il licenziamento, sovente in sé legittimi, anche se giudicati insufficient i - se disporre la reintegrazione del lavoratore o limitarsi a condannare l'impresa a un risarcimento adeguato. Si tratterebbe inoltre di regolare i criteri di risarcimento: in Germania la legge fissa un limite massimo di 18 mensilità di retribuzione; da noi potrebbe essere negoziato un limite massimo doppio rispetto a quello tedesco. Nell'ottica, condivisa apparentemente da tutti, dello «Statuto dei lavori», si potrebbe infine cogliere l'occasione per istituire il diritto a un ragionevole preavviso di lic enziamento per i collaboratori autonomi continuativi, che oggi sono privi di qualsiasi tutela. Una riforma come questa ridurrebbe di un poco quel decimo di grado di rigidità che ci separa dalla Germania nella graduatoria dell'Ocse, eliminando alcune conseguenze abnormi della regola attuale della reintegrazione automatica e inderogabile, anche a molti anni di distanza dal licenziamento. Ma lascerebbe intatta la struttura della protezione offerta dall'articolo 18. E, per converso, incomincerebbe a offrire almeno una protezione elementare a chi oggi non ce l'ha. D'altra parte, nessuno può ragionevolmente rifiutare di discutere di una riforma ispirata al modello tedesco, uno dei più protettivi del mondo. Anche sindacato e opposizione hanno interesse a evitare uno scontro su questo punto, che rischia di avere per il Paese, e in primo luogo per i lavoratori, un costo sproporzionato rispetto al rilievo effettivo delle modifiche legislative di cui si discute. Altri temi su cui misurarsi, e di ben altro peso, sono in agenda. 

Corriere della Sera
25 marzo 2002


TUTTI DICONO: RIPARTIAMO DA QUEL TESTO (NEL QUALE PERO´ NON SI PARLA DEI LICENZIAMENTI)

Ecco cosa prevede il «Libro bianco» 


ROMA MARCO Biagi fu la «mente» del «Libro Bianco sul mercato del Lavoro». Il documento, consegnato dal ministro Maroni alle parti sociali il 4 ottobre scorso, non conteneva alcun riferimento esplicito alla riforma dell´articolo 18, rispettando da questo punto di vista il pensiero del suo ispiratore. Biagi, non è un segreto, era relativamente poco appassionato al tema della «flessibilità in uscita». Anche se il professore nelle ultime settimane (inevitabilmente, forse) aveva visto nella tenuta o meno del governo sulla questione dell´art. 18 la «chiave di volta» per aprire una lunga fase di riforme del sistema contrattuale e delle regole delle relazioni sindacali, che erano invece al centro dei suoi interessi e dei suoi ragionamenti. Ma, nelle convulse giornate di febbraio in cui l´esecutivo sembrava quasi pronto a fare retromarcia sulla riforma dell´art. 18, per Biagi non c´erano dubbi: lo «stralcio» avrebbe segnato la fine della possibilità di introdurre le riforme che vedeva indispensabili. E in effetti, nelle cento pagine del «Libro Bianco» - che furono fugacemente discusse da governo e parti sociali, prima della rottura - è contenuto un ambizioso programma di legislatura. Una ampia riforma che delinea un´Italia più «flessibile» nelle regole del lavoro e della contrattazione. Un programma che parte da un´analisi delle inefficienze del mercato del lavoro che fanno sì che il nostro tasso di attività sia decisamente basso, e che propone un mix di ricette. Lo schema adottato nel «Libro Bianco» è quello di «suggerire» soluzioni alle parti sociali laddove si tratti di materie (come nel caso della contrattazione) tipicamente riserva delle parti sociali. Altrove, si indica la «preferenza» dell´esecutivo per questa o quella opzione, quando si chiedeva alle parti sociali di validare una proposta di riforma. Alcune di queste sono poi state inserite nella delega del governo: part-time, collocamento, «contratti di progetto», lavoro «a chiamata». E poi, ci sono i temi «di legislatura», che per ora il governo non definisce prioritari, ma che prefigurano un totale cambiamento delle regole vigenti. Ad esempio, il «Libro Bianco» propone la diffusione della «sussidiarietà», ovvero che il lavoratore possa concordare con l´azienda «deroghe peggiorative» rispetto a quanto stabilito nei contratti. Di licenziamenti non si parlava, ma si affermava che obiettivo del governo è di incrementare i contratti a tempo indeterminato, chiedendo alle parti di indicare gli ostacoli normativi che possono impedirne una maggiore diffusione, e favorendo arbitrato e conciliazione. E sullo sfondo c´è il depotenziamento del contratto nazionale, con una differenziazione territoriale dei salari che viene giudicata diretta conseguenza del federalismo e dell'importanza acquisita dalle Regioni. È decisamente auspicabile, afferma il testo, che si arrivi a salari diversi in territori diversi. Il contratto nazionale dovrà dunque cedere molto spazio alla contrattazione territoriale e aziendale. In che modo? Tra le proposte, l´abolizione del contratto nazionale con minimi salariali diversi da regione a regione; oppure, lasciare al «primo livello» solo contenuti normativi e molto limitatamente salariali; oppure, consentire esplicitamente deroghe al ribasso («presidiate» dalle parti sociali) per favorire l´occupazione in certi territori. 

r. gi. 

La Stampa
25/3/2002


IERI. E DOMANI?

di PAOLO FRANCHI



L’aggettivo migliore lo ha trovato il vecchio Vittorio Foa, uno spirito libero che il sindacato e la sinistra li conosce come le sue tasche: sorprendente. Non solo perché, per partecipazione, per combattività, ma anche, diciamolo pure, per compostezza, la manifestazione romana della Cgil ha superato tutte le aspettative di una vigilia resa drammatica dall’assassinio di Marco Biagi. Ma soprattutto perché ha rivelato agli occhi dell’opinione pubblica italiana, ivi compresa quella più lontana dalle ragioni e dai sentimenti di chi è venuto a Roma rispondendo all’appello della più grande confederazione sindacale, una realtà per nulla scontata. La realtà di una parte assai considerevole del mondo del lavoro che a torto o ragione si considera sotto schiaffo, e intende, nonostante le molte sconfitte subìte, tornare a farsi sentire, a contare, a dire la sua. E la realtà di una Cgil che una simile Italia (antica, certo, ma anche nuova, almeno a giudicare dal gran numero di ragazze e di ragazzi presenti in piazza) si trova a rappresentarla. 
A rappresentarla forse oltre le proprie capacità e i propri meriti, ma sicuramente di più di una sinistra politica che, usiamo pure questo cortese eufemismo, continua a segnare il passo. 
Inutile girarci attorno: con buona pace di molti dirigenti dell’Ulivo, di questo mondo Sergio Cofferati sembra proprio il leader naturale. In primo luogo perché alla sua gente dice le parole che questa vuole sentirsi dire, e da lui si aspetta. Solo chi soffre di allucinazioni può scambiarlo per un pericoloso estremista e per un predicatore d’odio. Al contrario, il «Cinese» rassicura, per quanto sa e può, tanta parte della sinistra proprio perché parla l’unico linguaggio che, non essendone stati inventati di nuovi, le resta, quello della tradizione della Cgil, che tutto è stata ed è fuorché massimalistica, come dovrebbe sapere chi abbia una qualche nozione, anche rudimentale, della storia italiana. Il rischio, per Cofferati e per l’Italia di Cofferati, è semmai esattamente opposto. E cioè quello dell’arroccamento, della chiusura conservatrice (magari anche nobilmente conservatrice) rispetto a cambiamenti del mercato del lavoro, del sistema delle garanzie, delle relazioni industriali, che la forza delle cose iscrive d’autorità nell’agenda politica del Paese, e che forse non chiedono né di essere osannati come una panacea universale né di essere contrastati quasi fossero il Male Assoluto, ma piuttosto di essere contrattati e governati. 
Sbaglia chi si rivolge alla Cgil, ma anche alla Cisl e alla Uil, nella logica del prendere o lasciare, o dà l’impressione di farlo; e sbaglia chi rappresenta una parte grande del riformismo italiano, qual è, e non da oggi, la Cgil, alla stregua del nemico numero uno delle riforme. Ma è lecito chiedersi, e chiedere a un dirigente sperimentato come Cofferati, quale uso intende fare di una così forte mobilitazione di energie, di passioni, di speranze. Capita infatti, al «Cinese», di ritrovarsi in una situazione assolutamente inedita e obiettivamente contraddittoria, la situazione di chi è, nello stesso tempo, il leader in uscita del sindacato e della sinistra sociale e il leader potenziale della sinistra politica. 
Questa situazione si riflette anche sulla durissima partita che si è aperta a proposito dell’articolo 18, di uno scontro per molti aspetti simbolico, certo, ma non per questo meno appassionato, anche perché, tra le molte cose che chiama in causa, c’è anche il profilo della sinistra prossima ventura. Cofferati è il primo a sapere, almeno così supponiamo, che, quando ci si impegna tanto duramente in una vertenza politico-sindacale di così forte rilievo, occorre anche avere chiaro verso quale sbocco, o per essere più chiari verso quale possibile compromesso (perché questo il sindacato fa, lotte, trattative e compromessi) si intende portare il vasto e combattivo movimento che si è messo in campo: perché le ricadute potrebbero essere devastanti. Ci sono autorevoli dirigenti della Cgil che indicano come obiettivo la caduta del governo, ed è probabile che molti tra i manifestanti di ieri la pensino allo stesso modo. Cofferati ha posto sotto accusa tutto il «modello neoliberista» del centrodestra, ma si è ben guardato anche solo dall’alludere a una simile prospettiva, alla quale, giureremmo, non crede. Forse è presto per chiederglielo. Ma ci piacerebbe sapere se queste domande se le è poste, e quali risposte si è dato. 

Paolo Franchi 

Corriere della Sera
24 marzo 2002


Riformisti dove siete?

Enrico Morando, Claudio Petruccioli, Giorgio Napolitano, ma poi ancora Giuliano Amato, Arturo Parisi, Tiziano Treu: da anni l’opinione pubblica conosce questi e tanti altri esponenti del centrosinistra; e li conosce come dei riformisti convinti, devoti ai valori della democrazia liberale. Tanto più dunque essa è rimasta sorpresa dal loro sostanziale silenzio in queste difficili settimane, non interrotto neppure dopo l’assassinio del professor Marco Biagi. Sul crescente ruolo politico del popolo dei girotondi, sull’offensiva dai toni sempre più aspri scatenata in Italia e all’estero da vasti settori intellettuali contro il «regime» berlusconiano, sulla feticizzazione dell’articolo 18, assurto per volontà dei vertici della Cgil a cartina di tornasole della nostra democrazia: su tutto ciò non una parola chiara (diversa per intenderci dalle dichiarazioni caute e reticenti dell’intervista di Napolitano sul Corriere di ieri), non una presa di distanza vera, non un’iniziativa politica di qualche peso. Nulla: per settimane la Margherita, la Cisl e l’ala riformista dei Ds (con la sola eccezione del senatore Debenedetti) hanno lasciato soli uomini come l’economista Nicola Rossi, come l’ex direttore de l’Unità , Giuseppe Caldarola, i quali, con Massimo D’Alema in prima fila, sono stati così gli unici a cercare di contrastare come potevano il massimalismo dilagante sull’onda dell’antiberlusconismo radicale e della lotta contro l’articolo 18. 
Ma dopo il delitto Biagi quel silenzio, già prima sorprendente, appare solo politicamente suicida. Il centrosinistra riformista deve comprendere la necessità, oggi, di parlare chiaro su almeno due questioni cruciali. La prima riguarda chi ha ucciso il professor Biagi e perché. Non è ammissibile che si avalli la formula ipocrita secondo la quale gli assassini di Bologna sarebbero «nemici del movimento operaio» e del «riformismo». Sia pure. Ma la loro origine qual è, dov’è? A sinistra, in un antico deposito ideologico «comunista» come essi stessi lo definiscono, o è altrove, non si sa bene dove, forse - si suggerisce maliziosamente senza avere però il coraggio di dirlo - in qualche centrale di provocazione volta obliquamente a nuocere alla causa sindacale? Cosa pensano gli uomini e le donne del riformismo politico e sindacale italiano? Chi sono secondo loro gli assassini, e chi volevano colpire uccidendo Biagi? Un uomo del governo e del cambiamento dell’articolo 18 (secondo quanto suggeriscono il buonsenso e la stessa rivendicazione brigatista) o «un uomo del dialogo», come sostiene cripticamente tanta parte della sinistra? 
In secondo luogo: a parere di Amato, Petruccioli, Parisi eccetera, la lotta unitaria del Paese contro il terrorismo è compatibile con il clima di violentissima contrapposizione antigovernativa cui hanno dato voce nelle ultime settimane i settori girotondisti, intellettuali o no global della sinistra, ieri ancora una volta solleticati e sollecitati dalle parole del segretario della Cgil? Ed è possibile oggi, in Italia, in presenza di tali settori nonché della minaccia terroristica, costruire una credibile sinistra di governo senz’avere «nemici a sinistra», come si diceva un tempo, decidendo di non averne, cioè non facendo nessuna battaglia a sinistra? Sono domande cruciali, come cruciale è il momento che il riformismo democratico sta attraversando. Per l’ennesima volta i suoi esponenti rischiano di restare ostaggi di una base massimalista - oggi non più tanto operaia quanto borghese-intellettuale - agitata con parole d’ordine radicali da gruppi di ideologi spregiudicati; e alla fine di capitolare impotenti. Oggi, una volta di più, come già un tempo, paradigmaticamente, nel 1919-20. Come - certo con conseguenze meno drammatiche ma pur sempre significative - all’epoca della destra «migliorista» del vecchio partito comunista. E ogni volta, per l’appunto, la sconfitta è stata preparata dall’incapacità di far sentire alta e forte la propria voce, di dar battaglia a fondo al momento giusto. Sta per accadere di nuovo? 

Corriere della Sera
24 marzo 2002


L'omicidio di un solitario

di Barbara Spinelli

La morte violenta di chi crede nel riformismo è un fenomeno che si ripete ormai con tale frequenza, in Italia, che conviene rivedere tutte le parole che usiamo, tutti i gesti che compiamo o che omettiamo di compiere, tutti gli slogan delle manifestazioni, e sforzarci di sottoporli in blocco - parole, gesti, slogan - al tribunale della ragione critica.

È probabilmente l'unica cosa che ci resta da fare, in un paese dove i criminali sono di rado rintracciati, consegnati alla giustizia. Non viene meno la speranza in uno spirito delle leggi forte, che faccia luce sul crimine e torni a essere centro della cosa pubblica, ma nell'attesa conviene ricorrere a questo tribunale della coscienza, con l'aiuto del quale saremo forse capaci di capire meglio, e di prevenire, eventi come quello culminato nell'assassinio di Marco Biagi.

Potremo anche capire il dolore, taciturno ma esigente, delle persone che gli erano più vicine. È da queste ultime che viene, a nostro parere, l'interpretazione meno imprecisa di quanto è accaduto martedì a Bologna. È da chi ha detto, con l'evidenza del parlare laconico: «Biagi è stato sacrificato da chi ha sparato, da chi non l'ha protetto, e da chi ha creato il clima». Il che è come dire (e non è solo il governo ad affermarlo): non tutti sono colpevoli del sangue versato, ma tutti sono responsabili di un omicidio politico che d'un tratto è apparso pensabile, facile, infine eseguibile, da parte di un piccolo collettivo terrorista.

Si può tacere o sorvolare su queste responsabilità più vaste, perché così comandano la ragioni di Stato, gli equilibri della politica, la difesa delle istituzioni. Ma nel tribunale della coscienza questi pudori non hanno luogo di esistere. Nel tribunale della coscienza c'è la colpa di coloro che hanno teso l' agguato ma c'è anche la responsabilità di chi ha omesso i soccorsi preventivi, di chi non ha visto montare i pericoli, di chi ha talmente stravolto l'agire politico da permettere che accanto ai partiti classici si ergessero le Brigate rosse, quali cogestori della res publica.

Precisamente questo è tipico dell'Italia contemporanea: le persone che tentano di riparare quel che è storto senza subito gettarlo in un grande incendio castigatore, le persone che hanno fede nel progredire riformista, le persone veramente liberali, sembrano condannate a una profonda solitudine. Non appartengono a chiese, non ne condividono i conformismi, e la loro sorte è di rimanere isolati, esposti di volta in volta alla dimenticanza, all'indifferenza, o al disprezzo. La loro vocazione solitaria e laica è pagata, a intervalli regolari, con la vita.

Da questa constatazione si può partire, nel colloquio che ognuno avrà con se stesso: da questo destino italiano delle menti solitarie. Dal destino di chi non conosce i vantaggi e le gratificazioni del conformismo, delle manifestazioni-comunioni protestatarie, non essendo iscritto a chiese o religioni politiche. Il vero peccato è aver permesso con le parole e gli atti che Biagi precipitasse in questa solitudine che è divenuta letto di morte.

Sono colpevoli dunque gli assassini ma sono responsabili anche altri, che non hanno nulla a vedere con le Brigate rosse ma che hanno finito col facilitare l'iniziativa terrorista. Sono innanzitutto responsabili coloro che non hanno protetto un grande riformista, pur conoscendo i pericoli che il riformismo corre cronicamente in Italia. È compito dello Stato di diritto e della sua polizia di proteggere la persona esposta, di impedire che sul debole si abbatta la morte violenta, e questo compito non è stato assolto.

Nonostante le proteste di Biagi, nonostante i timori dei suoi cari e le messe in guardia degli stessi servizi segreti, c'è chi ai vertici dello Stato ha omesso di assicurare le scorte necessarie, e di circondare il minacciato con un reticolato di legge e di ordine.Il ministro dell'Interno Scajola non ha torto, quando dice che «il terrorismo non si risolve con le scorte». Ma suo dovere non è di concepire strategie di lungo periodo bensì di agire qui, subito, per scongiurare il male peggiore che consiste non nella ricorrenza del morbo ma nell 'omicidio di un uomo libero.

Di questa omissione il governo si è reso responsabile, screditando l'intero apparato dello Stato. Quest'ultimo è apparso e appare debole, o peggio assente. Incapace di assolvere le proprie funzioni e di fermare l'assassinio politico. I brigatisti si prefiggono l'obiettivo di disarticolare lo Stato, ma sono troppo vili per dire come stanno effettivamente le cose.

In realtà lo Stato è già disarticolato, e proprio per questo essi sentono di poter agire con facilità. Quel che si propongono non è completamente realizzato, ma in parte esiste già. Il governo ha dimostrato di avere un rapporto difficile, se non sregolato, con la legalità e lo Stato. È la sua massima debolezza, e i brigatisti ne traggono vantaggio. La vulnerabilità dello Stato democratico, lo dicono a chiare lettere nel loro testo di rivendicazione, è il punto di forza del terrorismo a Manhattan come a Roma.

Ma sono responsabili anche coloro che hanno creato un clima, è stato detto dai familiari di Biagi. Sono responsabili sebbene non colpevoli coloro che hanno trasformato la questione di cui si occupava Biagi - la metamorfosi del lavoro nelle società di oggi, le diverse tutele che dovranno essere pensate per i nuovi lavori, gli egualitarismi che producono disuguaglianze crescenti tra regioni e generazioni - in una sorta di distorta guerra di trincea contro un governo. Inutile nascondersi dietro la ragione di Stato o la prudenza: se un linguaggio marxista è ancora possibile in Italia, se ancora si uccide in nome di Lenin e della guerra di classe, è perché il comunismo ha tuttora uno spazio legittimato nella discussione politica.

Perché una parte della sinistra e del sindacato non ha fatto i conti con il comunismo come lo hanno fatto altri paesi europei. Perché c'è ancora chi mette sullo stesso piano la violenza terrorista, l'asprezza dei licenziamenti, e la riforma dello Statuto dei lavoratori. Perché collaborare con gli imprenditori è considerato ancora adesso un tradimento, una scorrettezza morale.Queste ambiguità erano presenti accanto all'alto senso civile, nell'ingente manifestazione che ieri a Roma ha consacrato al tempo stesso la Cgil, la figura di Cofferati, e la nascita di un'ampia resistenza popolare al terrorismo.

Il peccato d'omissione è dunque reperibile anche a sinistra, in chi non ha messo da parte le parole e le pratiche dello scontro di classe. È reperibile in tutti coloro che per anni hanno dimostrato di esser cedevoli sui principi dello Stato di diritto, della corruzione, della legalità, dell'ordine e della legge, per meglio sfruttare la vulnerabilità di Berlusconi, e dello Stato stesso che egli avrebbe rappresentato il giorno in cui avesse vinto alle urne.

Qui è il motivo per cui la guerra di trincea appare distorta. Cedevole su principi che dovrebbero essere irrinunciabili, gran parte dell'opposizione è invece inflessibile sull'unico punto che dovrebbe comportare autocritica, disponibilità al dialogo: sulle questioni che i governi di sinistra hanno lasciato irrisolte e che il centro-destra si trova a dover affrontare con decisione riformatrice, come l'economia e la trasformazione del lavoro.

Quel che più angustiava Biagi, nel Libro Bianco scritto per il governo e nei testi scritti nel corso degli anni, era l'amplificarsi dell'abitudine italiana all'illegalità, al sommerso, allo sfruttamento fuori da ogni regola dei giovani precari e dei lavoratori senza posto fisso: le vere vittime di uno Statuto dei lavoratori che la Cgil si rifiuta di estendere, riscrivendolo.

Chi lo ha accusato di tradimento non ha dato solo prova di spirito conservatore. Di fatto ha manifestato il desiderio, intenso anche se nascosto, di accettare il radicarsi di questa cultura dell'illegalità. Cultura dentro cui i nuovi brigatisti nuotano - sottovalutati dal governo come dallo Stato - simili a pesci nell'acqua.

La Stampa
24 marzo 2002


LA TRINCEA RIFORMISTA

di PAOLO FRANCHI


Ci si chiede (e la domanda non è solo legittima, ma doverosa) perché il terrorismo, da tempo ormai immemorabile, scelga i suoi bersagli e le sue vittime pressoché unicamente tra i riformisti, si chiamino Ezio Tarantelli o Roberto Ruffilli, Massimo D’Antona o Marco Biagi. Ebbene: a leggere il documento con il quale le «Brigate Rosse per la costruzione del Partito comunista combattente» rivendicano l’assassinio del professor Biagi, non si fatica troppo a trovare la risposta. In sintesi estrema: il nostro perdurante terrorismo, a differenza di quello basco o quello irlandese, è di natura essenzialmente ideologica. E la sua ideologia (se ne rese ben conto molti anni fa Rossana Rossanda, quando con coraggio parlò di un «album di famiglia» da rivisitare impietosamente) è di stampo leninista. Ciò significa che l’obiettivo primario del terrorismo (ma sarebbe più esatto dire: di questo aspirante partito armato) resta, nelle condizioni e nei rapporti di forza che di volta in volta si danno, sempre il medesimo. Quello cioè di favorire con ogni mezzo la trasformazione, così recita testualmente il documento neobierrista, dello «scontro di classe in guerra di classe», non solo in termini astratti e declamatori ma tentando di inserirsi pesantemente nella battaglia aperta sull’articolo 18.
Per procedere su una simile strada, il primo e decisivo macigno da rimuovere è rappresentato dal riformismo e dai riformisti. Dall’idea cioè che gli interessi e i loro conflitti debbano esprimersi liberamente, certo, ma anche trovare degli equilibri, dei luoghi di dialogo e delle scelte di ricomposizione. E dagli uomini che per indole, storia e cultura fanno con la pazienza del bricoleur ciò che sanno e possono per individuare le possibilità di mediazione e di intesa anche quando tutto sembra parlare in senso contrario.
Non sapremmo dire quanti siano, questi terroristi nuovi o seminuovi, quale sia la loro effettiva «potenza di fuoco», di quanti consensi godano, attraverso quali canali si siano riprodotti. E però non c’è dubbio che, nell’individuazione dei loro obiettivi e nella scelta del momento in cui colpire, seguano una logica perversa quanto si vuole ma a suo modo tutta politica. Dichiaratamente, anzi, militarmente avversa non solo alle riforme del mercato del lavoro che sono adesso oggetto di scontro, ma a qualsiasi riforma e a qualsiasi riformismo, compreso quello di Sergio Cofferati. In un Paese dove tutti i riformismi hanno sempre avuto vita grama, sarebbe bene che tutte, ma proprio tutte le forze in campo, quelle politiche come quelle sociali, se ne rendessero conto, e si comportassero di conseguenza. Invece, lo diciamo con voluta brutalità, una parte grande dell’opinione pubblica sembra convinta, e non lo nasconde, che ad armare la mano degli assassini di Marco Biagi siano stati, seppure idealmente, Sergio Cofferati, o i «cattivi maestri» dei girotondi; e un’altra parte, forse ugualmente grande, sembra pensare invece, e non lo nasconde, che dietro il commando bolognese ci siano i padroni, i servizi manco a dirlo deviati, il governo «illegale e illegittimo» (chissà perché) di Silvio Berlusconi. Follie. Ma pochi, davvero pochi, si spendono fino in fondo per spazzare via questo clima assurdamente guerresco, in cui l’avversario torna ad essere il nemico, con tutti gli inauditi rischi di regressione del caso.
Sale da più parti l’appello ad abbassare i toni dello scontro. Lo facciamo integralmente nostro, ma con una piccola avvertenza. Il problema non è di galateo politico, è di sostanza. Si tratta infatti di riportare il confronto e, perché no, anche il conflitto, che non è l’anticamera dell’eversione ma il sale della democrazia, nel loro alveo naturale. Per riuscire in questo intento, però, c’è da rispettare a destra come a sinistra una precondizione, che è quella di farla finita da subito con la logica del sospetto e con la tentazione di demonizzare l’avversario oggi per poterlo battere domani. Le parole non hanno mai ucciso nessuno: neanche i prestigiatori sono mai riusciti a trasformarle in pallottole.
Ma c’è un tempo in cui bisogna imparare a misurarle e persino a ricacciarle in gola per provarsi, invece, a ragionare. L’assassinio di Marco Biagi ci dice che questo tempo è arrivato.

Corriere della Sera
22 febbraio 2002


L’INTERVISTA / Il padre dello Statuto dei lavoratori ferito nel 1983 dalle Brigate rosse

Giugni: sconsiderati collegamenti col clima politico

«Marco è stato ucciso perché era un tecnico e per i suoi rapporti con il sindacato. Veniamo colpiti per questo»


MILANO - Risponde al telefono con voce flebile, quasi un sussurro. «So perché mi avete chiamato». Gino Giugni, 74 anni, padre di quello Statuto dei lavoratori che oggi si vuole cambiare, presidente della commissione di garanzia per l’attuazione dello legge sullo sciopero, il 3 maggio di 19 anni fa fu colpito a Roma da un commando delle Brigate rosse. «Ero anch’io un consulente del ministero del Lavoro - ricorda Giugni -. Subito la televisione diede per certa la mia uccisione. Per fortuna quei terroristi erano maldestri...». Due anni dopo non ci fu scampo per Ezio Tarantelli, l’anno successivo il ferimento di Antonio Da Empoli, nel 1999 l’attentato a Massimo D’Antona. Tutti consulenti, tutti professori chiamati a collaborare con il governo. «Gli argomenti degli attentati sono sempre gli stessi - commenta Giugni -. Veniamo colpiti non tanto perché collaboratori del ministero, ma nell’ambito della sfera delle attività concernenti i rapporti sindacali. Anche se io, come Marco Biagi, non ero un sindacalista ma un intellettuale prestato all’attività sindacale». 
Lei conosceva il professor Biagi? 
«Ho contribuito a innalzarlo alla cattedra di Diritto del lavoro. Parecchi anni fa ero nella commissione giudicatrice per il posto di docente a Modena». 
L’ha poi rivisto? 
«Molto spesso. Lo stimavo e avevo per lui anche una particolare simpatia politica, eravamo tutte e due socialisti. Lo ricordo molto bene al ministero con Tiziano Treu, non ho invece seguito la sua attività con Maroni». 
Il professor Biagi ha continuato la sua collaborazione con governi diversi. 
«Marco è stato sicuramente colpito per ragioni inerenti al suo ruolo di tecnico». 
L’omicidio avviene in periodo di forte scontro politico e sociale sui temi del lavoro. 
«La sua morte si lega anche a questo». 
Teme che adesso il clima possa peggior are? 
«Speriamo di no. Anche se ho sentito il commento sconsiderato di un parlamentare di Forza Italia. Mi dispiace usare parole forti, ma è da cretini mettere in collegamento politico diretto fatti così gravi con la situazione di confronto che c’è nel Paese». 

Riccardo Bruno 

Corriere della Sera
20 marzo 2002


Con lui al telefono poche ore prima.Era in pericolo, lo sapeva da tempo


Mi ha chiamato per telefono ieri mattina confermandomi l’invio di un articolo sull’armonizzazione delle relazioni sindacali nell’Unione Europea, per la Rivista italiana di diritto del lavoro : anche questa volta l’impegno quotidiano intensissimo in campo politico non gli aveva tolto il tempo e il gusto per la riflessione teorica, sul terreno in cui eccelleva, del diritto comunitario e della comparazione fra i sistemi nazionali di diritto del lavoro. Aveva appena diramato gli inviti per un convegno internazionale su questi temi nell’Università di Modena, dove insegnava. Ho discusso con lui anche del suo articolo di fondo appena apparso sul Sole 24 Ore , in cui aveva preso una posizione pacata e ragionata contro lo scontro frontale in atto sullo Statuto dei lavoratori. Ci univa profondamente, pur nella diversità delle rispettive storie politiche e accademiche, il rifiuto della radicalizzazione ideologica del dibattito sulla riforma del mercato del lavoro: lo stesso rifiuto che aveva animato Massimo D’Antona, e prima di lui Ezio Tarantelli, e tanti altri. Disgraziato Paese, questo nostro, nel quale chi rifiuta la logica della contrapposizione faziosa, chi opera per il dialogo senza pregiudizi, senza apriorismi, senza tabù, soprattutto sui temi del lavoro, è esposto alla condanna a morte. 
Marco sapeva di essere «a rischio» già da tempo, come lo sapeva Massimo D’Antona. Ma entrambi hanno avuto il coraggio di andare avanti nel loro impegno di «giuslavoristi di frontiera». 
L'uno, D’Antona, come consigliere di un ministro del Lavoro del centrosinistra, l'altro, Marco Biagi, come consigliere di un ministro del centrodestra, ma entrambi animati dalla convinzione - che non è né di destra, né di sinistra, ma è soltanto profondamente ragionevole - secondo cui il diritto del lavoro può essere difeso efficacemente soltanto da chi sa lavorare per farlo evolvere. Fu proprio Marco a ricordarmi qualche tempo fa le parole dell'ultimo intervento pubblico di D'Antona, pronunciato dodici giorni prima che mani assassine gli togliessero la vita per punirlo delle sue idee e del suo impegno a realizzarle: «Il diritto al lavoro perde qualcosa, rispetto ai densi riferimenti storici che lo connotano, e il qualcosa è il forte orientamento all'"avere" (alla stabilità, all'uniformità). Avere il lavoro, ossia il posto, con le garanzie di stabilità, cosa che si può esprimere anche i n termini di property in job , ... rimanda a un modello di impresa e di organizzazione del lavoro rigida, uniforme, durevole, che tende al declino. Il diritto al lavoro sembra spostare il suo baricentro... sull'"essere" ossia sulla persona. Quando si parla di impiegabilità, quando si sottolinea l'irrinunciabilità di una tutela che assicuri a chi cerca, o cerca di conservare, il lavoro, uguali punti di partenza ma non di arrivo; quando si indica nelle strategie di sostegno del lavoratore nel mercato il meglio che l'approccio micro-econ omico può fare in aree di alta disoccupazione... altro non si fa che "prendere sul serio il diritto al lavoro" come garanzia costituzionale della persona sociale, aggiornandola però come garanzia dell'essere anziché dell'avere». Sarebbero potute essere parole di Marco; ed è per trasformare in fatti concreti idee come queste che negli ultimi anni egli ha lavorato con una tenacia e una intensità straordinarie. Fino a che anche a lui la violenza assassina ha impedito di andare avanti. 

Pietro Ichino 

Corriere della Sera
20 marzo 2002 


Questo è l'editoriale di ieri sul sole 24 ore di Biagi.

Chi frena le riforme è contro l'Europa

di Marco Biagi

L'ultimo articolo scritto da Marco Biagi è l'editoriale per il Sole 24Ore di martedì 19 marzo. Ecco il testo integrale:


Anche il Consiglio europeo di Barcellona non ha avuto esitazioni nell'indicare agli Stati membri la strada per modernizzare il mercato del lavoro. Si tratta di principi molto chiari e utili per approfondire il dibattito in corso in Italia. La cosiddetta «Strategia europea per l'occupazione» ad avviso dei capi di Stato e di Governo «si è dimostrata valida», ma deve «essere semplificata». Gli orientamenti che vengono definiti ogni anno dal Consiglio devono vincolare più efficacemente gli Stati membri. Questo genere di soft laws deve essere ulteriormente perfezionato, condensando in pochi ed essenziali principi gli obblighi per i Governi nazionali. Con buona pace di quanti in Italia sostengono che il ricorso alle "norme leggere" è un attentato alla emocrazia. 

La scelta strategica dell'Europa è quella di concentrare gli sforzi per aumentare il tasso di occupazione. Si tratta esattamente della prospettiva assunta dal Libro Bianco del Governo che ha accolto l'indicazione, ribadita dal vertice di Barcellona, di eliminare «gli ostacoli e i disincentivi a entrare o rimanere nel mondo del avoro». Non c'è quindi nulla di diabolico nella pretesa di rivedere istituti che, come il part-time, sono oggi regolati in modo da scoraggiare la partecipazione al mercato del lavoro, in particolare da parte delle lavoratrici. 

Quanto poi al tema della flessibilità, le conclusioni di Barcellona ricordano che deve essere coniugata con la sicurezza (intesa sul mercato, cioè con una forte enfasi sulla formazione continua). Non solo, ma i Governi sono invitati a «riesaminare. la normativa sui contratti di lavoro. al fine di promuovere la creazione di più posti di lavoro». Dunque chi si oppone strenuamente alla revisione della nostra legislazione sul lavoro si colloca in una prospettiva anti-europea. Difendere lo status quo normativo significa non tener conto di cinque anni di richiami comunitari. 

La dimensione locale o territoriale diviene centrale nel documento di Barcellona che richiama le istituzioni e i «sistemi di contrattazione collettiva» a migliorare l'occupazione «per tutte le aree geografiche».

Quando poi si raccomanda di consentire «l'evoluzione dei salari in base agli sviluppi della produttività», per un Paese come l'Italia l'indicazione non potrebbe essere più chiara: le parti sociali devono tener conto dei diversi mercati locali del lavoro. E allora non può certo essere definita «vergognosa» la scelta del Governo di sperimentare normative differenziate al Sud per favorire l'occupazione. I sindacati scozzesi o gallesi, oppure ancora quelli di alcune province spagnole, non si sono mai vergognati di agire per attrarre investimenti stranieri, anche rivedendo elementi attinenti al costo del lavoro. 

L'invito ad aumentare «gradualmente di circa cinque anni» l'età pensionabile entro il 2010 è semplice e, al tempo stesso, perentorio. In Italia nessuno sembra preoccuparsi troppo dell'invecchiamento della popolazione e quindi della necessità di incentivare i lavoratori anziani a rimanere nel mercato del lavoro. Adottare formule di «pensionamento flessibile e graduale» è una scelta senza alternative. Opporsi a tutto ciò è antistorico e non serve ad altro se non a peggiorare la situazione. Vivere all'interno dell'U-nione europea significa sottoporre il confronto tra istituzioni e parti sociali a una rigorosa verifica di compatibilità con le indicazioni comunitarie. Poiché in Italia abbiamo il peggior mercato del lavoro d'Europa non vi sono davvero alternative. Ignorare le richieste di modernizzazione provenienti da Barcellona sarebbe in fondo una scelta egoistica, propria di chi pensa a se stesso e non immagina un futuro migliore per i propri figli. La solidarietà è effettiva se davvero si cerca di costruire una società diversa e più giusta. 

19 marzo 2002


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